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#22 CONTAMINAZIONI: NELLA CITTA’ DOLENTE

COLLEFERRO (RM) 18/19 Giugno 2016. – Dopo l’esperienza di “Storie dai Rifugi” del 2015 (   http://www.linomilita.com/contaminazioni/21-contaminazioni-guerra-non-suona-campana/ ), nella località S. Barbara a Colleferro, ivi compresa la piazzetta adiacente l’ingresso ai sotterranei. Lo spettatore è prima intrattenuto all’esterno con quadri scenici tratti dai Canti I e II dell’Inferno, con il supporto di videoproiezioni artistiche e la recitazione dal vivo e poi “accompagnato” da Virgilio nella “discesa”.

 

Con questa azione itinerante Colleferro mostra come il “sotterraneo”, nello sfondo e nell’inconscio di ogni agglomerato umano, offra la memoria di coloro che furono in vita e nelle opere. Di solito noi per nostra architettura mentale e memoriale attribuiamo fisicamente il passato nella morfologia dei cimiteri, nei monumenti e negli edifici o nelle targhe degli estinti. Colleferro ha sotterranei che furono usati per antichi scavi e anche per rifugiarsi dalla guerra e dai bombardamenti. La comunità di Colleferro agiva sopra e sotto la terra ogni giorno per la sussistenza, per il riparo, per demarcare una speranza per il futuro. L’inconscio del luogo è portato assiduamente in vista ai viventi e il riparo non ha significato l’oblio e il definitivo passaggio nell’altro mondo.

 

Colleferro e i suoi abitanti, quasi per ironia hanno agito, da secoli come Dante e Virgilio: un andirivieni tra il sopra e il sotto, tra passato e futuro, tra l’inconscio delle origini e tra le proiezioni nel futuro. Cercando sempre di riveder le stelle.

 

Lo spettacolo prende le mosse e il ritmo dal passo del pubblico che in piccoli gruppi, è prima introdotto nella selva Dantesca del primo canto dell’Inferno, e poi Virgilio conduce le anime e i corpi dentro i rifugi dove sono attesi da Caronte. Il teatro e la scenografia sono gli stessi sotterranei: luoghi, cavità, inabissamenti. Non vi è un teatro osceno che nasconde lo spazio: quest’ultimo è la rappresentazione da sempre incarnata nei luoghi e nelle ombre nascoste. Le luci e gli attori che permettono il passaggio e il cammino nei gironi infernali, vivono tra il gruppo degli itineranti: noi. Noi stessi piano piano dimentichiamo di essere spettatori, e diventiamo l’oggetto stesso dei canti. Paolo e Francesca, i golosi, i violenti contro se stessi e gli altri, i falsari, fino ad arrivare agli ultimi gironi, dove il freddo e l’umidità aumentano in assonanza all’avvicinamento del cuore dell’inferno costituito dal fuoco eterno che divora, ma non consuma, perché scuro e gelido. E alla fine noi del pubblico siamo i dannati, noi diventiamo Dante, per arrivare infine da “lui” che diversamente dall’ultimo canto dell’inferno,  esprime con parole diverse dall’originale, i percorsi compiuti da altri dopo Dante, cioè la follia suprema, le colpe per chi è credente, e le paure ancestrali dell’ateo, del mistico o dell’agnostico. Lui si pone al centro tra di noi e la finzione salta. Rimaniamo tutti a bocca aperta e immobili; non si ha il coraggio di muovere un braccio, perché lui esprime il dolore più nascosto che già da sempre abbiamo in dote.

Ma poi si ritorna a veder le stelle che s’affacciano sulla città dolente.. ma viva.

 

 

 

@25 POETICAMENTE: I DONI DI IERI

Di recente presso l’ufficio postale ero in fila per ritirare alcuni libri ordinati, e alcuni in avanti con l’età lamentavano l’incombenza del Natale, per non aver così tanti soldi da poter offrire qualche regalo ai nipoti, in particolare quelli che da lontano sarebbero venuti a trascorrere con loro le feste. Un paradosso la loro voce: tremula per il dispiacere e in colpa per la felicità di poterli rivedere. Una strana vergogna per un senso di inadeguatezza – Cosa posso offrire se non semplici manufatti o qualche soldo che sarà meno della loro paghetta? –

 

Alcuni erano nipoti piccoli ed altri già prossimi all’adolescenza da quanto capivo. E parlavano di un tempo e di come da piccoli ci si accontentasse di poco, ma nei loro ricordi si manifestavano aneddoti ed episodi che erano un patrimonio più dei loro nonni o bisnonni. Le inverosimili ricostruzioni forse erano un tentativo di riprendere la fanciullezza e di richiamare il bambino che già era in loro. E di parlare con coloro che più non erano. Evocavano la mancanza di tempo come un limite per pensare a regali adeguati, ma credo che fosse più un limite dovuto alla riduzione delle stanze dei giorni futuri, data la loro età non più adolescenziale.

 

Dagli angoli della memoria uscirono ricordi miei e dei miei coetanei, e le loro esperienze e racconti a ridosso del Natale. Comparvero regali dimenticati subito dopo. Feste tristi e noiose e altre meno. Quale era la differenza? Solo il passaggio dall’età dell’incanto infantile a quello dell’azione rituale adulta? Eppure anche da adulto ebbi bei ricordi.

 

Nella fila dove ero collocato, s’accostarono altre figure: mio zio e mio cugino, e ancora mio cugino più grande e altre zie e zii acquisiti. I giorni si confondono: forse prima di Natale o proprio il giorno stesso. Aiutai mia nonna e mia zia a sbattere le uova per un ciambellone da farcire con la crema e cospargerlo con la glassa di cioccolato. Con gli incarti argentati di biscotti dal nome greco, assistetti mia cugina più grande per comporre origami a forma di stelle e di animali. Sopra una panca nel corridoio, appoggiammo fogli di carta che disegnammo a pastello con erba e sentieri stilizzati marroni e poi edificammo un piccolo presepe con sopra mollette appoggiate a piramide per simulare la stalla. Mia sorella sventolò lo zucchero a velo per richiamare la neve, anche se in realtà in quelle zone era caldo, ma, insomma, andava bene lo stesso.

 

In un altro Natale chiesi invano il gioco della battaglia navale e qualcuno scherzò dicendo che ero stato cattivo. Dal pianto, alla rabbia, e poi presi due fogli, li divisi in quadretti, e misi di colonna le lettere dell’alfabeto e di riga i numeri. Ne disegnai due. E con i quadretti ritagliati da un altro foglio con la spillatrice datami da mia madre, spillai piccoli rettangolini aiutato da mia sorella per richiamare l’idea delle navi, e poi con altri cugini, stavolta più piccoli, li disegnammo con simboli per dividerli in squadre. In due ore lo finimmo tutti assieme e giocarono subito dopo gli adulti; a noi più non andava, perché nell’euforia, iniziammo a disegnare ognuno un piccolo percorso del gioco dell’oca, e tutti poi li inserimmo in una scatola per le scarpe e lo consegnammo a uno zio, affinché lo desse a un bambino povero. Non so se lo fece, ma in quel momento ne fummo convinti. Ci diedero per premio mandarini che mangiammo assieme tutti.

 

Io sorrisi, e gli altri in fila mi chiesero cosa di loro mi rallegrasse. Raccontai i natali di ieri e quelli che avrebbero potuto essere oggi.

 

E raccontai un altro Natale. Recentissimo, dove non si aveva l’albero. Usammo un portaombrelli e allegammo foglie di foto, rami di vecchi giocattoli, e lo nominammo l’albero dei disegni e dei pensieri, con buste per lettera come frutti.

 

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Albero delle idee

 

Ne componemmo un altro più piccolo di un portacenere con graffette, penne, tappi scaduti e senza più inchiostro. Con un tronco di carta igienica e in strisce, simulammo le stelle comete volteggianti a vortice su un paralume. E scrivemmo alcune sigle delle costellazioni astrali e nomi di divinità. Anche i più piccoli, scrissero in codice tutte le frasi belle che avremmo voluto dire ai nostri affetti e per pigrizia o per orgoglio non si dissero o non si poterono più dire, perché più non vi sono. Le inserimmo nelle buste del primo albero. Ognuno si fece il regalo: “I mi voglio bene, della mia vita, della vostra vita unica“.

 

Divertiti mi chiesero, quanti anni avesse avuto il più piccolo di noi in questo recente Natale. Io risposi: trentatré anni.

 

 

#21 CONTAMINAZIONI: LA GUERRA NON SUONA LA CAMPANA

L’8 Novembre 2015 si è svolto un evento patrocinato dal Comune di Colleferro (Roma) in occasione dell’80° anniversario della fondazione della città: il progetto “STORIE DAI RIFUGI“, all’interno degli storici rifugi cittadini. L’iniziativa prevede una rievocazione storica lungo le gallerie dove, fra il 1943 e il 1944, la popolazione trovò riparo dai bombardamenti. Dal lavoro di documentazione drammaturgico di Renzo Rossi e dagli attori dell’Officina Teatro di Colleferro, con la direzione artistica di Claudio Dezi e la partecipazione del gruppo vocale “Gli Slams” di Segni, si è costituita un’azione teatrale itinerante nei diversi “ambienti” ricostruiti nelle gallerie, presentando costumi, oggetti d’epoca e interpretando alcune delle numerose testimonianze raccontate da chi ha abitato sotto i rifugi.

 

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Colleferro e paesi limitrofi come Segni, Valmontone, Artena, fino a Montecassino erano a ridosso della linea Gustav (la linea fortificata difensiva approntata in Italia con disposizione di Hitler del 4 ottobre 1943 e che crollò il 18 maggio 1944). In più la piana di Colleferro, gli stabilimenti chimici d’industria bellica (i più grandi d’Italia), i monti Lepini intorno (con Segni e Carpineto – paesi di controllo strategico), la via Casilina – che arrivava direttamente a Roma – passando per Valmontone – costituivano un luogo di controllo per l’area a sud di Roma, assieme ovviamente ad Anzio per lo sbarco dal mare.

 

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Linee di fortificazioni tedesche

 

Colleferro subì tremendi bombardamenti da parte delle forze alleate da novembre in poi, come quello di marzo – il quarantesimo – dove furono distrutti i collegamenti elettrici e qualsiasi infrastruttura utile. La popolazione cercò di sopravvivere nei Rifugi realizzati prima della nascita della città: erano cave di pozzolana scavate per costruire i primi edifici per i lavoratori della fabbrica di munizioni “Bombrini Parodi Delfino”. Furono tracciati 6 km di tunnel nelle colline all’interno della città, con 15 diverse entrate. Vi fu il divieto di usare l’illuminazione. Fu creata la nebbia artificiale per celare i siti di interesse agli aerei alleati.

 

S’ebbe una seconda Colleferro e la vita oscillò dall’inferno di sopra, alle catacombe di sotto.

 

Gli attori hanno rievocato con crudezza le azioni di ogni giorno. La solidarietà (un ciambellone per un matrimonio, preparato grazie al mercato nero), i pompieri che ogni giorno dopo i bombardamenti salivano per spengere incendi, recuperare i morti, brillare le bombe inesplose (e ancora oggi se ne trovano dopo settanta anni) e che si recavano a controllare i depositi di materiale chimico dell’industria, affinché non esplodesse, perché era in funzione: gli operai erano coatti, sotto il controllo dei fascisti e dei tedeschi.

 

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Fabbrica “Bombrini Parodi Delfino”

 

Talvolta di sera bevevano i giovani una goccia di vino – presa al mercato nero, e si suonava e si cantava assieme a tedeschi, prigionieri ucraini, russi, senza capire una parola e il giorno dopo si risaliva nell’inferno come nemici, per reperire il sale, per asciugare i panni a causa dell’umidità del sottosuolo. Era impossibile accendere i fuochi per l’esiguo ricambio di aria. Vi era una cappella, un ufficio anagrafe, un’infermeria. Le donne non uscivano per paura di essere violentate, se non uccise (il film “La Ciociara” con Sofia Loren è indicativo in merito).

 

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Un fotogramma del film “La Ciociaria”

 

La paura, il buio, la fame, la sporcizia, le infezioni e il controllo da parte delle autorità fasciste erano il pendolo dei giorni.

 

Ho assistito alla magnifica e professionale rappresentazione itinerante. È stato un colpo allo stomaco per ogni parola. Tutto sembrava accadesse in quel momento, camminando presso la discesa dei morti.

 

La stessa sensazione che provai nel camminare ad Amsterdam presso la casa di Anna Frank: paura e claustrofobia. Metà della mia famiglia è di Valmontone, il paese che confina con Colleferro. Valmontone nel 1944 fu completamente distrutto, a parte la Chiesa, il palazzo Doria, e due o tre case. Ogni metro quadrato fu bombardato. I morti di questi paesi sono patrimonio di ogni famiglia. Ora non è un caso che vi sia stata la rievocazione. I testimoni sono morti quasi tutti. Negli anni settanta ero piccolo e gli adulti che avevano cinquanta e più anni, ed erano detti vecchi, raccontavano tali eventi. Io sbirciavo dalla porta, perché non volevano che noi piccoli ascoltassimo. E nelle feste, quando si vedevano i parenti, dopo aver mangiato, in quelle ore di digestione pomeridiane, loro raccontavano i fatti di quei tempi, e gli occhi cambiavano, ridiventavano giovani, ma di lacrime.

 

Oggi con estrema superficialità noi parliamo di bombardamenti. Una bomba squassa il corpo, anche a distanza. Vi è un vuoto di aria. L’orecchio memorizza il rumore e ogni equilibrio è perso. E in futuro, per ogni timbro simile, il cervello regredisce a schemi primordiali, causando il battito dei denti, lasciando adrenalina e ferro in bocca. E gli incubi diventeranno fratelli di ogni notte, se si rimane in buona salute e non s’impazzisce. Sì, perché la pazzia è l’ultimo regalo.

 

E succede oggi; ogni giorno. I rifugiati non hanno casa. Non hanno acqua. Ogni dieci minuti appare una difficoltà. I pidocchi ti fanno compagnia. Non senti l’odore dello sporco. La pelle e i capelli invecchiano subito. I denti si perdono. Le malattie rosicchiano il corpo. Il poco cibo è secco e insipido, ma allontana la tentazione di mangiare insetti.

 

Il rifugio allontana la morte, ma accorcia la vita. La popolazione, prima dell’orrore, ebbe un moto d’incomprensione e di sorpresa: “A noi, proprio a noi? – Vicino a Roma? Dal Duce ?”.

 

Parafrasando quello che dissero i sopravvissuti dei miei nonni (i quali espletarono due anni di leva e subito dopo partirono in guerra) e le mie nonne e le zie: “La guerra non suona la campana, la guerra non bussa alla porta. La guerra è già dentro casa”.

@ 24 POETICAMENTE: La Cacciata dal Paradiso

Il 25 novembre è “La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” e di solito i luoghi comuni nei mezzi di comunicazione di massa e nei luoghi di ritrovo declinano essenzialmente verso il tema della violenza fisica con recenti neologismi come “stalker” e “femminicidio”. Le discussioni sembrano appiattite ed hanno reazioni polari che oscillano da una visione apocalittica a una di irrilevanza. Le condizioni sulle sperequazioni sul lavoro, sulla gestione del tempo per la cura dei famigliari e di sé, e sull’accesso alle istituzioni addette alla formazione, sono migliorate sensibilmente dagli anni settanta e ne hanno usufruito tutti: maschi e femmine. Per una inerziale semplificazione dei temi, i giudizi di merito volgono sul corpo della donna e sul dubbio a proposito della veridicità della violenza: ancora oggi si discute se la colpa e la responsabilità sia della vittima. E ci si sofferma su un singolo evento e non sul sistema di reti sociali, per le quali il sistema di repressione, l’ordinamento giuridico, l’assistenza minima economica e di sussistenza, amplificano la violenza e la condizione di soggezione.

In questo dibattito il maschio che dice? E’ relegato solo nella figura dell’indifferente o del violento ? O di colui che inventa motti di spirito e luoghi comuni nei mezzi di comunicazione di massa e nei ritrovi gregari tipici del sesso “forte”?

Gli uomini dovrebbero mostrare la volontà di riconoscere il fenomeno e se fossero stati testimoni di eventi di tale genere, che esprimano onestamente giudizi su di sé e sui propri atteggiamenti.

Era una domenica di tardo pomeriggio di fine maggio nel 1985, con aria calda e cielo chiaro. Ero seduto con amici sulle scale dell’entrata principale del municipio di Marino (località in provincia di Roma).

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Palazzo Colonna – Municipio di Marino (Roma)

Apparve una donna con il vestito a festa correre in piazza chiedendo aiuto, e dietro un uomo corpulento più anziano e trasandato che la rincorreva. La gettò a terra e la schiaffeggiò. Il fatto si svolse in meno di 10 secondi. Non facemmo in tempo a muoverci. Increduli ci guardammo inerti e imbambolati. Nel frattempo, accorse un adulto molto più giovane dell’assalitore e lo intimò di fermarsi. Ne arrivò un altro: si seppe che quest’ultimo era un agente in borghese. L’energumeno si calmò e la donna si rialzò e si ricompose. Noi, in piedi, come burattini. Poi arrivarono conoscenti di quella coppia e parlarono animatamente. Infine, tutti se ne andarono e la donna con loro.

Di lato, vi erano signore sedute sul balcone e altre su sedie fuori i rispettivi ingressi di casa. Alcune le conoscevo da sempre: quante volte mi dissero di stare attento alle macchine in corsa, quando più piccolo con altri giocavamo rincorrendoci per le strade, oppure quando offrivano ai figli e ai nipoti e a me, la merenda. Erano persone che infondevano la stabilità, la sicurezza e il senso del tempo. Amabili: una traccia della propria infanzia.

Il loro sguardo era torvo e arcigno: era la prima volta che osservavo quelle facce. Non capivo, e poi ascoltai i loro duri commenti verso la donna che fu appellata con male parole, come una poco di buono con tutto il rosario di aggettivi correlati. Non captai nessun giudizio verso l’uomo. Le zie “acquisite” ora apparivano come statue piene di freddo e fuliggine.

Le case mi apparvero nere con un cielo senza riflesso ed ebbi l’immagine della prima pagina del romanzo “Nel vicolo Protocny” di Il’ja Grigor’evič Ėrenburg, dove un uomo prende a mattonate in testa una donna per strada. E quello che per me, anche se orribile, era sentito come una finzione narrativa, ora ritornava contorcendomi le viscere, balbettando parole sconnesse come i miei due amici accanto.

 

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E ci guardammo ancora arrossendo, umiliati per la nostra deficiente azione e per la paura diffusa nella pelle rabbrividita. E dopo lungo tempo, davanti allo specchio e senza giustificazioni, io compresi che la vergogna provata dopo l’evento, era anch’essa una scusa: pensavamo a noi stessi, non a quella donna. Il groviglio d’emozioni era una rete che allontanò la violenza e l’assurdità di quella scena. L’avevo sotterrata nelle strade della mia mente. Ero diventato, mio malgrado, un complice di quella violenza. Lo specchio rispose che in quell’istante si frantumò il luogo sicuro d’infanzia: fui cacciato dal Paradiso.

@ 23 POETICALLY: RICORRENZE

Le ricorrenze sono tentativi di rendere concreta l’illusione di un ordine negli eventi e di affermare una coerenza di un prima e un dopo. Sono legami che appaiono e si disfano tra individuo e collettività. La condivisione di atti con schemi tra giorno e notte per date da noi inventante e nominate, stabilisce una contiguità e una alleanza nel conservare simboli e significati.

Sotto a queste convenzioni sociali vi sono quelle personali che puntellano i ricordi con la speranza che permangano nella curva o segmento di vita, per la quale in ogni istante portiamo tutta la memoria e il passato qui, ora.

Che giorno caldo fu il 25 ottobre 1990, in licenza per un giorno dal servizio di leva e di buon mattino, prima dell’alba, la corsa per prendere il treno e fiondarsi all’università per sostenere un esame. E quella sensazione dove tutto sembra amichevole: dall’aria, agli alberi, al vento caldo di Roma, ma non invasivo e cafone. E nell’attesa una strana sicurezza e calma che portò a superare l’esame come si voleva che fosse, con massimo risultato. E il ritorno in caserma ove tutti parvero lieti di sentire racconti del vivere quotidiano: di orari, passi, incroci, negozi, e aneddoti che seguono dopo tempeste, operazioni e analisi del sangue.  

 

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Nei pressi di Piazza di Spagna (Roma) di domenica pomeriggio.

E ancor di più un esame di abilitazione proprio per storia e filosofia il 25 ottobre 2001 dove si scrisse delle guerre dei cent’anni e anche con una citazione della battaglia di battaglia di Azincourt del 25 ottobre 1415, dove vinsero gli inglesi in inferiorità numerica contro i francesi. E di lì a pochi giorni mi precipitai a vedere il film di   Kenneth Branagh – “Enrico V” che tratta proprio di queste vicende. E fu lieto anche quel giorno. 

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Kenneth Branagh nel Film “Enrico V”

In un tempo più remoto dove l’anno, però, è impolverato di numeri, un altro 25 ottobre in una via di primo pomeriggio con le strade silenziose domenicali e quasi pigre di movimento, per il quale ci fu un pudico bacio di rossore crepitante sorpresa e riflessi di gioia. Solo uno. E poi fu un sorriso per tutto il giorno. 

 

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Via Del Paradiso – Valmontone (Roma)

E infine una gara di 12 km di corsa, dove fu raggiunto un record mai superato nel 2002. Con pioggia, ma ogni goccia era tepore per il sudore.

Aneddoti con significati e simboli artefatti, di fatti reali, ma usati per ricamare una trama di sprazzi di vita, dove si vuole e si è convinti che questo sia un giorno, come ogni giorno, nel dire grazie a se stessi, perché ancora si è e si ha pregio di mantenere la promessa di un tesoro.

@21 POETICAMENTE: ANNIVERSARIO DI UN CORPO ALLO SPECCHIO

Un colloquio in corso. Anniversario di “Tutto sotto controllo. Un corpo allo specchio.

 

È passato un anno dalla pubblicazione dello scritto in formato digitale di “Tutto sotto controllo. Un corpo allo specchio”. Un’opera, per quanto eccelsa o di medio livello, o di semplice rendiconto del proprio scrivere, se è tale, sia per l’autore sia per lo spazio di comunicazione formale che la recepisce, acquista o dovrebbe acquistare vita propria, affinché accompagni il lettore e lo scrittore in un cammino ancora da esplorare.

 

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Con riferimento al “pubblico” potenziale che immaginai in un lasso di tempo annuale, e quindi non di tante cifre, ancor più per il fatto che i miei due scritti precedenti sono di poesie, questo scritto in prosa, solitario e in sottotraccia, ha proseguito con una costanza da maratoneta a incontrare sempre nuovi lettori ogni mese.

Poiché il costo è poco più di un euro, segue che è stato preso principalmente per assonanza, stimolo e curiosità rispetto al titolo e ai pochi cenni sul contenuto. A prima vista sembra che si parli di anoressia come sintomo di un malessere noto a tutti, ma già dalle prime righe si avverte che la “disfunzione alimentare” è sintomo di processi che sono sì unici e irripetibili per ognuno di noi, e che hanno, comunque, un riferimento comune con processi sociali di lungo periodo.

Il corpo già anticamente inteso come un prodotto di una tecnica, seppure per riferimenti ultramondani, è ora iscritto nei criteri laici di “miglior gestione delle proprie risorse” in un orizzonte per il quale “il fare”, “l’agire in vista di un obiettivo definito” e la gestione “domestica” della propria sussistenza, sono elementi già separati e completamente a disposizione. Si è, dunque, sicuri nel disporre del proprio corpo e di utilizzarlo in schemi temporali già prefigurati, secondo azioni ben definite e sicure in una progressione alla stregua dei viandanti verso le reliquie dell’attestato e del diploma, o per la prestazione sessuale e conviviale, con emozioni e sentimenti ben incasellati nella procedura di un soddisfacimento seriale e sfumato.

 

Tutto deve essere sotto controllo, perché voluto come se fosse già un elemento essenziale ed originario, e non un obiettivo cui tendere. Abbiamo una fede verso una semplificazione del mondo con una doppia inversione di mezzi e scopi, dove il controllo è a un tempo un elemento del corpo che deve essere prodotto e nell’altro un insieme di comportamenti e di visioni del mondo, atte a modificarlo. È un corto circuito.Uno specchio che si vuole falso, e che si vuole dica il falso: “Questa cosa piccola che vedi è l’intera realtà”.

 

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Tina Modotti, mani che lavorano.

Il problema sopraggiunge quando il corpo stesso, la parte ritenuta più semplice, scomposta e debole, si ribella e lo fa attraverso la stessa visione violenta e illimitata che si vuole creare. Lo sfondo e la materia disponibile, quasi disprezzata, oltre a essere la fonte di ciò che si è, offre altre possibilità di esistenza.

Quasi ogni lettore del testo ha dapprima avviato un colloquio attraverso il sito www.linomilita.com, e ognuno discretamente ancor prima di leggere, ha richiesto chiarimenti su tali termini, e successivamente quasi più della metà fino ad ora, è ritornato a scrivermi associando loro esperienze, rispetto al percorso offerto dal testo. Parole ed esperienze uniche e irripetibili per ciascuno, ma dalle quali appare che “noi”, la “nostra” immagine, il “nostro” corpo hanno un sovrappiù indefinito ancora da esser detto, visto ed esperito. E questo “ancora” è illimitato. E che ogni volontà di renderlo statico e uniforme, cozza contro se stessa. Il colloquio è ancora in corso.

 

Il libro in formato digitale (epub), lo si può reperire su:

Ultimabooks: QUI

Bookrepublic: QUI

ebook.it : QUI

Amazon: QUI – in formato kindle..

 

@20 PoeticaMente: mancanze definitive

Incontrai di recente un amico e conversando in un Bar, sopraggiunse un suo conoscente. La conversazione fu lunga e confortevole e sviluppò argomenti informali e privati su aspetti del proprio vivere e su eventi del passato. Il conoscente disse che non aveva rapporti di alcun tipo con i propri genitori (viventi) da più di dieci anni. Tralasciando i motivi ed eventuali giudizi sulle vicende che portarono a questa rottura insanabile, io e il mio amico rispondemmo con frasi e argomenti di circostanza deviando verso temi più leggeri, ma fummo avvolti da un senso di stupore e di angoscia prolungato per giorni. In certi casi, se le storie di vita sono state contraddistinte da traumi, litigi e odi e rancori repressi, il distacco è una dolorosa cicatrice. Nei rapporti famigliari e di coppia e anche nelle amicizie, dopo il litigio si ha un inconscio desiderio, meschino e arcigno, di sapere qualcosa di chi un tempo fu caro. La ipocrita curiosità persiste, nello sperare che il fu caro soffra o sia incorso in eventi dolorosi. In questo caso, sebbene la curiosità non fu espressa, comprendemmo di aver ascoltato un distacco funebre con il paradosso che si parlava di viventi. La risposta più semplice è l’odio che genera la fredda potenza dell’orgoglio cosciente e calcolante.

 

Invece il dubbio più abissale che continuava a girarmi in testa non era tanto l’analisi di un figlio che si comportasse in tale modo, quanto sulle future conseguenze. Vi sono coloro che hanno i genitori anziani e in progressivo peggioramento delle condizioni di salute, dove la vecchiezza si trasforma in vecchiaia: nella strada di ghiaccio del dolore e infine della morte. Alcuni sono orfani dalla tenera età. Di solito la presenza dei genitori è ritenuta scontata, sebbene nel corso dei mesi, comincino di frequente ad apparire piccoli acciacchi, sempre più diffusi e intensi. E se poi loro non appaiono più nella Terra, ognuno ha il pensiero e il dubbio di aver perduto il tempo non condiviso. Gli stessi che frequentano i genitori ogni giorno, nel momento in cui vi è l’evento luttuoso, hanno il rimpianto di non aver detto frasi importanti, vere e sentite. Il senso di inadeguatezza è comune e riflette anche il nostro vivere. La fine dei giorni per gli altri, fa pensare alla nostra dipartita; al tempo già passato e alla costellazione delle occasioni facilmente realizzabili, ma che per pigrizia, superficialità e ignoranza, sono state rinviate in un futuro immaginario.

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Alicja Bloch, immagine presa QUI

 

La scomparsa dei genitori è compresa appieno nei giorni futuri, in cui ognuno si misura con i riti quotidiani delle ricorrenze e delle stagioni. Non avere un contatto con i propri genitori, implica un salto temporale, perché il ruolo di figlio è fermo in un punto del passato o in un cancello della mente, dove noi aspettiamo di entrare per ripetere l’episodio del distacco. Non avendo più rapporti, è come se si fosse già arrivati a una chiusura definitiva, sebbene i “morti” ancora appaiono. Il problema allora sorge nel momento in cui si sa o si viene a sapere che non vi sono più.

 

Cosa può succedere dopo il lutto definitivo?

 

Una prima risposta è che tutto il passato si presenta davanti, con tutte le rabbie e i dolori che non possono più essere risolti. In più, forse, appare un senso di vuoto lacerante misto ad impotenza. Vi è il rischio che le strutture depositate negli anni nel costruire la diga della divisione, possano crollare. E a che cosa si va incontro allora?

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Tom Bennett , Sleepwalk 20, 2010, Immagine presa QUI

 

 Cosa accade nell’affrontare i morti per la seconda volta ? Cosa accade quando l’incontro è definitivo? Che mancanze avremo a subire?

@19 Poeticamente: l’Apocalisse del carbonio

L’Apocalisse rimanda anche alla catastrofe e quindi al rivolgimento dei fondamenti e loro mancanza. Il tavolo e la cesta che reggono il cibo possono rompersi. L’entropia ha a che fare con il mutamento che può causare disordine evocante penuria e angoscia. L’incubo del crollo di ciò che ci sostiene per vivere, per stare e per continuare ad esistere, può riapparire dal profondo del nostro inconscio.

Dagli ultimi decenni esiste un giorno preciso dell’anno dove la Terra e il suo sistema ecologico non trasformano, in modo per noi favorevole, il ciclo del carbonio, perché noi consumiamo più di quanto possa essere assorbito e riprodotto. Come una nave ai tempi di Moby Dick che voleva assurdamente energia, vita e speranza dalle balene, ora noi dipendiamo dalle navi di petrolio. Noi siamo nell’acqua nera. E le altre energie vivono su essa. È una energia in esaurimento che sta preparando la guerra universale per l’accesso all’acqua potabile.

 

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Immagine di Christine Lindstrom – presa QUI

 

La natura vi sarà sempre, ma il problema risiede nel valutare se sarà presente secondo un equilibrio per noi confortevole. La nave crea la città e la terraferma dipende dall’attracco di queste balene di acciaio. Le città sono rifornite da navi che incrociano arterie di tubi che si inoltrano nelle acque. Ora è la grande città di energia che vive presso le navi che ondeggiano tra una sponda e un’altra. Tutto ciò ha più di 150 anni e sta finendo. Anche se noi trovassimo altre fonti di gas, l’amoroso e venefico abbraccio di una futura atmosfera di Venere, richiamerebbe l’Apocalisse.

 

Nella guerra dell’acqua sporca, ma bevibile, può accadere che con i nostri supporti tecnologici noi troveremmo altre fonti e ricicli sostenibili, e riformulare una visione della natura con animali semi liberi e addomesticati per compagnia e cibo da asporto. In Italia, per esempio,0 da secoli non esistono foreste, boschi o luoghi che non siano stati divelti e ripiantati dall’uomo. Ogni ecosistema naturale italiano è finto, nel senso di artefatto, perché è fatto dalla mano dell’uomo, sia nella tecnica, sia nel deflusso delle acque, sia nell’edificare la città e ricordarla nell’arte, nel simbolo e nel gesto. E le città sono fatte di tempo, di produzione e consumo, di alba e di notte, di pioggia e di Sole, e tutto è mantenuto dalle piante con la continua pulsazione della sintesi clorofilliana. Questa signora verde e linfatica che esiste e può esistere prima e senza di noi.

 

Noi come possiamo venire a patti?

 

Qui è il dilemma, e non si tratta più di consumare meno, o di esserne consapevoli alla stregua di redivivi ambientalisti. Ora siamo già nell’Apocalisse: non è più il tempo dei profeti. Siamo già nel processo irreversibile del cambiamento e nell’impossibilità di sostenere un consumo al di sotto del livello massimo di sostenibilità decrescente.

 

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Immagine di Giacomo Costa – presa QUI 

@18 PoeticaMente: il taglio finale

 

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Perseo con la testa della Medusa

Benvenuto Cellini – Ubicata in Piazza della Signoria in Firenze

 

Il taglio della testa in guerra, per una pena inflitta da un sistema giuridico moderno, o per un rituale pagano è un omicidio. È orrendo come tutti gli omicidi, ma con una consapevole volontà di attribuire significati e simboli successivi alla scomparsa del nemico. La testa è un tesoro, perché era il cibo: contiene l’essenza del nemico. Nell’antichità noi credemmo di possedere l’animo, il ricordo, oppure, al contrario, che si fosse sicuri di relegarlo definitivamente nel regno dei morti. In periodi ancora più vicini a noi, le teste mozzate divennero un trofeo, per certificare la potenza dell’assassino che agisce per la giustezza divina, giuridica, regale, politica e morale.

 

Nel periodo dei lumi la ghigliottina ebbe lo scopo di sublimare l’atto orrendo dell’omicidio. Di un omicidio che richiama le paure del maschio arcaico, riferite anche alla castrazione. Il taglio non è dovuto alla autodifesa ed ha una aggravante maggiore per la colpa dell’assassinio: è premeditato. Non si taglia la testa per rabbia, ira o follia. Lo si fa pensando con raziocinio a tutte le implicazioni per incutere terrore, oppure ad ottenere il plauso. Si è nel pieno delle proprie facoltà e se lo si compie in vista di una esposizione ad un pubblico, non vi è alcuna attenuante. Gli stati giuridici nazionali che hanno ancora la pena di morte, organizzano il rito in modo asettico; quasi impersonale. Il boia deve essere anonimo e senza volto e le sue azioni devono essere mediate da macchinari per compiere il gesto definitivo. In altri paesi con l’impiccagione o la fucilazione vi è un rituale tra il pubblico, l’autorità, il “colpevole” e il macchinario che uccide. L’esecuzione nella pubblica piazza è un rito sacrificale che stabilisce un equilibro tra la colpa e la pena. Il rito vuole coprire l’orrore della morte.

 

In questi mesi, l’ISIS – Jamāʿat al-Tawḥīd wa al-Jihād – (Stato Islamico della Siria ) ha ribaltato il processo di astrazione tra la morte e il taglio della testa. Vi è un contatto tra l’assassino e la vittima, affinché questa sia annichilita nel silenzio. Non a caso sono uccisi i giornalisti: coloro che vedono e parlano. L’ISIS vuole l’annichilimento e vuole instillare la paura attraverso i mezzi di comunicazione di massa: una strategia pubblicitaria da marketing occidentale. Sono stati qualificati come barbari, pazzi, di altre culture geneticamente malvagie. Loro sono i cattivi. Altri ancora dicono che loro sono i nostri prodotti, e la colpa è nostra. In ogni caso, la vittima è dimenticata. Al di là delle polemiche politiche e di guerra, l’elemento che desta ancora più timore è che hanno colto nel segno, se nei social quando qualcuno pubblica un dipinto di secoli fa che tratta della decapitazione, invece di parlare di arte e anche dell’orrore, e del sublime tragico, molti commentano sull’ISIS.

 

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 “Giuditta e Oloferne” Di Artemisia Gentileschi.

 

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La visione dell’orrore e della morte scardina i nostri schemi storici ed estetici, e induce molti, anche coloro che nulla sanno di arte, di credere che Artemisia sia stata una sanguinaria in vita. Invece Artemisia Gentileschi, oltre ad essere una artista immensa ed unica, è stata la generosità in persona in vita. L’arte parla dell’animo umano e oltre alla luce vi è anche l’abisso senza riflesso di luce.

 

Cosa è per noi la morte che taglia, e se non è la morte, perché ci fa più paura un omicidio con una spada, invece che con un mitragliatore che dieci secondi ne può uccidere 20 di esseri umani? L’ISIS non sta utilizzando una paura nuova? Non è punizione divina, non è stato di diritto, non è scontro eorico, forse è una semplice affermazione di potenza sorda.

 

Che ne pensate? Ma la cosa più importante è: cosa provate? Cosa sentite nel vostro animo?

@18PoeticaMente: The final cut

 

Perseus with the head of Medusa.

 

Author: Benvenuto Cellini – Piazza della Signoria in Florence

 

 

 

The cut of the head in war, to a penalty imposed by a modern legal system, or to a pagan ritual, it is a murder. Every murder is horrendous and, in addition, here we see a conscious desire to attribute meanings and symbols after the disappearance of the enemy. The head is a treasure, because it was the food: it contains the essence of the enemy. In ancient times we believed to possess the soul, the memory, or, on the contrary, that we send him definitively in the realm of the dead. In periods even closer to us, the severed heads became a trophy, to certify the power of the killer acting on the justice of God, legal, royal, political and moral.

 

 

During the period of the Enlightenment the guillotine was meant to sublimate the horrendous act of murder. A murder that recalls the fears of the archaic male, who were also referred to castration. The cut is not due to self-defense, and it has a major aggravating for guilt of the murder: it is premeditated. Do not you cut the head out of anger, ire or madness. This is done with common sense thinking about all the implications to strike terror, or to obtain the approval. It is in the midst of his faculties, and if it is fulfilled in view of an exposure to an audience, there is no mitigating factor. The states that still have the death penalty, organize the ritual aseptically; it is almost impersonal. The Executioner must be anonymous and faceless, and his actions must be mediated by machines to make the final gesture. In other countries with the hanging or the firing squad, there is a ritual among the public, the authorities, the “guilty” and the machinery that kills. The execution in the public square is a sacrificial rite that establishes a balance between the guilt and penalty. The rite want to cover the horror of death.

 

 

In recent months, ISIS – Jama’at al-Tawhid wa al-Jihad – (Islamic State of Syria) has reversed the process of abstraction between death and beheaded. There is a contact between the victim and murderess, so this is annihilated in silence. Not by chance are killed journalists: those who see and speak. The ISIS wants the annihilation and he wants to instill fear through the means of mass communication: an advertising strategy from western marketing. They were described as barbarians, or crazy, or of other cultures genetically evil. They are the bad guys. Still others say that they are our main products, and the fault is ours. In each case, the victim is forgotten. Beyond the political controversy and war, the element that arouses even more concern is that they have missed the mark, though when someone posts a picture of centuries ago that is the beheading, instead of talking about art and also the horror, the sublime and tragic, many commented on the exploits of this ISIS.

 

 

“Judith and Holofernes” Of Artemisia Gentileschi.

 

The Imagine is taken HERE

The vision of horror and death disrupts our patterns historical and aesthetic. Some people, even those who know nothing of art, they believe that Artemisia was a bloody life. Instead Artemisia Gentileschi, in addition to being a great artist, was generosity personified in life. The art speaks of the human soul and in addition to light, there is also the abyss without light.

 

The death of that cuts is more frightening than a murder with a gun that in ten seconds can kill 20 humans. The ISIS is using a new fear. It is not God’s punishment, there is no rule of law, there is no clash eorico, maybe it’s a simple statement of power deaf.

 

What do you think? But the most important thing is: do you feel? What do you hear in your mind?