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#22 CONTAMINAZIONI: NELLA CITTA’ DOLENTE

COLLEFERRO (RM) 18/19 Giugno 2016. – Dopo l’esperienza di “Storie dai Rifugi” del 2015 (   http://www.linomilita.com/contaminazioni/21-contaminazioni-guerra-non-suona-campana/ ), nella località S. Barbara a Colleferro, ivi compresa la piazzetta adiacente l’ingresso ai sotterranei. Lo spettatore è prima intrattenuto all’esterno con quadri scenici tratti dai Canti I e II dell’Inferno, con il supporto di videoproiezioni artistiche e la recitazione dal vivo e poi “accompagnato” da Virgilio nella “discesa”.

 

Con questa azione itinerante Colleferro mostra come il “sotterraneo”, nello sfondo e nell’inconscio di ogni agglomerato umano, offra la memoria di coloro che furono in vita e nelle opere. Di solito noi per nostra architettura mentale e memoriale attribuiamo fisicamente il passato nella morfologia dei cimiteri, nei monumenti e negli edifici o nelle targhe degli estinti. Colleferro ha sotterranei che furono usati per antichi scavi e anche per rifugiarsi dalla guerra e dai bombardamenti. La comunità di Colleferro agiva sopra e sotto la terra ogni giorno per la sussistenza, per il riparo, per demarcare una speranza per il futuro. L’inconscio del luogo è portato assiduamente in vista ai viventi e il riparo non ha significato l’oblio e il definitivo passaggio nell’altro mondo.

 

Colleferro e i suoi abitanti, quasi per ironia hanno agito, da secoli come Dante e Virgilio: un andirivieni tra il sopra e il sotto, tra passato e futuro, tra l’inconscio delle origini e tra le proiezioni nel futuro. Cercando sempre di riveder le stelle.

 

Lo spettacolo prende le mosse e il ritmo dal passo del pubblico che in piccoli gruppi, è prima introdotto nella selva Dantesca del primo canto dell’Inferno, e poi Virgilio conduce le anime e i corpi dentro i rifugi dove sono attesi da Caronte. Il teatro e la scenografia sono gli stessi sotterranei: luoghi, cavità, inabissamenti. Non vi è un teatro osceno che nasconde lo spazio: quest’ultimo è la rappresentazione da sempre incarnata nei luoghi e nelle ombre nascoste. Le luci e gli attori che permettono il passaggio e il cammino nei gironi infernali, vivono tra il gruppo degli itineranti: noi. Noi stessi piano piano dimentichiamo di essere spettatori, e diventiamo l’oggetto stesso dei canti. Paolo e Francesca, i golosi, i violenti contro se stessi e gli altri, i falsari, fino ad arrivare agli ultimi gironi, dove il freddo e l’umidità aumentano in assonanza all’avvicinamento del cuore dell’inferno costituito dal fuoco eterno che divora, ma non consuma, perché scuro e gelido. E alla fine noi del pubblico siamo i dannati, noi diventiamo Dante, per arrivare infine da “lui” che diversamente dall’ultimo canto dell’inferno,  esprime con parole diverse dall’originale, i percorsi compiuti da altri dopo Dante, cioè la follia suprema, le colpe per chi è credente, e le paure ancestrali dell’ateo, del mistico o dell’agnostico. Lui si pone al centro tra di noi e la finzione salta. Rimaniamo tutti a bocca aperta e immobili; non si ha il coraggio di muovere un braccio, perché lui esprime il dolore più nascosto che già da sempre abbiamo in dote.

Ma poi si ritorna a veder le stelle che s’affacciano sulla città dolente.. ma viva.

 

 

 

#21 CONTAMINAZIONI: LA GUERRA NON SUONA LA CAMPANA

L’8 Novembre 2015 si è svolto un evento patrocinato dal Comune di Colleferro (Roma) in occasione dell’80° anniversario della fondazione della città: il progetto “STORIE DAI RIFUGI“, all’interno degli storici rifugi cittadini. L’iniziativa prevede una rievocazione storica lungo le gallerie dove, fra il 1943 e il 1944, la popolazione trovò riparo dai bombardamenti. Dal lavoro di documentazione drammaturgico di Renzo Rossi e dagli attori dell’Officina Teatro di Colleferro, con la direzione artistica di Claudio Dezi e la partecipazione del gruppo vocale “Gli Slams” di Segni, si è costituita un’azione teatrale itinerante nei diversi “ambienti” ricostruiti nelle gallerie, presentando costumi, oggetti d’epoca e interpretando alcune delle numerose testimonianze raccontate da chi ha abitato sotto i rifugi.

 

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Colleferro e paesi limitrofi come Segni, Valmontone, Artena, fino a Montecassino erano a ridosso della linea Gustav (la linea fortificata difensiva approntata in Italia con disposizione di Hitler del 4 ottobre 1943 e che crollò il 18 maggio 1944). In più la piana di Colleferro, gli stabilimenti chimici d’industria bellica (i più grandi d’Italia), i monti Lepini intorno (con Segni e Carpineto – paesi di controllo strategico), la via Casilina – che arrivava direttamente a Roma – passando per Valmontone – costituivano un luogo di controllo per l’area a sud di Roma, assieme ovviamente ad Anzio per lo sbarco dal mare.

 

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Linee di fortificazioni tedesche

 

Colleferro subì tremendi bombardamenti da parte delle forze alleate da novembre in poi, come quello di marzo – il quarantesimo – dove furono distrutti i collegamenti elettrici e qualsiasi infrastruttura utile. La popolazione cercò di sopravvivere nei Rifugi realizzati prima della nascita della città: erano cave di pozzolana scavate per costruire i primi edifici per i lavoratori della fabbrica di munizioni “Bombrini Parodi Delfino”. Furono tracciati 6 km di tunnel nelle colline all’interno della città, con 15 diverse entrate. Vi fu il divieto di usare l’illuminazione. Fu creata la nebbia artificiale per celare i siti di interesse agli aerei alleati.

 

S’ebbe una seconda Colleferro e la vita oscillò dall’inferno di sopra, alle catacombe di sotto.

 

Gli attori hanno rievocato con crudezza le azioni di ogni giorno. La solidarietà (un ciambellone per un matrimonio, preparato grazie al mercato nero), i pompieri che ogni giorno dopo i bombardamenti salivano per spengere incendi, recuperare i morti, brillare le bombe inesplose (e ancora oggi se ne trovano dopo settanta anni) e che si recavano a controllare i depositi di materiale chimico dell’industria, affinché non esplodesse, perché era in funzione: gli operai erano coatti, sotto il controllo dei fascisti e dei tedeschi.

 

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Fabbrica “Bombrini Parodi Delfino”

 

Talvolta di sera bevevano i giovani una goccia di vino – presa al mercato nero, e si suonava e si cantava assieme a tedeschi, prigionieri ucraini, russi, senza capire una parola e il giorno dopo si risaliva nell’inferno come nemici, per reperire il sale, per asciugare i panni a causa dell’umidità del sottosuolo. Era impossibile accendere i fuochi per l’esiguo ricambio di aria. Vi era una cappella, un ufficio anagrafe, un’infermeria. Le donne non uscivano per paura di essere violentate, se non uccise (il film “La Ciociara” con Sofia Loren è indicativo in merito).

 

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Un fotogramma del film “La Ciociaria”

 

La paura, il buio, la fame, la sporcizia, le infezioni e il controllo da parte delle autorità fasciste erano il pendolo dei giorni.

 

Ho assistito alla magnifica e professionale rappresentazione itinerante. È stato un colpo allo stomaco per ogni parola. Tutto sembrava accadesse in quel momento, camminando presso la discesa dei morti.

 

La stessa sensazione che provai nel camminare ad Amsterdam presso la casa di Anna Frank: paura e claustrofobia. Metà della mia famiglia è di Valmontone, il paese che confina con Colleferro. Valmontone nel 1944 fu completamente distrutto, a parte la Chiesa, il palazzo Doria, e due o tre case. Ogni metro quadrato fu bombardato. I morti di questi paesi sono patrimonio di ogni famiglia. Ora non è un caso che vi sia stata la rievocazione. I testimoni sono morti quasi tutti. Negli anni settanta ero piccolo e gli adulti che avevano cinquanta e più anni, ed erano detti vecchi, raccontavano tali eventi. Io sbirciavo dalla porta, perché non volevano che noi piccoli ascoltassimo. E nelle feste, quando si vedevano i parenti, dopo aver mangiato, in quelle ore di digestione pomeridiane, loro raccontavano i fatti di quei tempi, e gli occhi cambiavano, ridiventavano giovani, ma di lacrime.

 

Oggi con estrema superficialità noi parliamo di bombardamenti. Una bomba squassa il corpo, anche a distanza. Vi è un vuoto di aria. L’orecchio memorizza il rumore e ogni equilibrio è perso. E in futuro, per ogni timbro simile, il cervello regredisce a schemi primordiali, causando il battito dei denti, lasciando adrenalina e ferro in bocca. E gli incubi diventeranno fratelli di ogni notte, se si rimane in buona salute e non s’impazzisce. Sì, perché la pazzia è l’ultimo regalo.

 

E succede oggi; ogni giorno. I rifugiati non hanno casa. Non hanno acqua. Ogni dieci minuti appare una difficoltà. I pidocchi ti fanno compagnia. Non senti l’odore dello sporco. La pelle e i capelli invecchiano subito. I denti si perdono. Le malattie rosicchiano il corpo. Il poco cibo è secco e insipido, ma allontana la tentazione di mangiare insetti.

 

Il rifugio allontana la morte, ma accorcia la vita. La popolazione, prima dell’orrore, ebbe un moto d’incomprensione e di sorpresa: “A noi, proprio a noi? – Vicino a Roma? Dal Duce ?”.

 

Parafrasando quello che dissero i sopravvissuti dei miei nonni (i quali espletarono due anni di leva e subito dopo partirono in guerra) e le mie nonne e le zie: “La guerra non suona la campana, la guerra non bussa alla porta. La guerra è già dentro casa”.

# 21 Contaminazioni: pudiche intimità

L’altr’anno proprio oggi nel giorno del Blue Monday, io ascoltai la canzone dei Flunk – Blue Monday. Non so perché,  ma ascoltandola di nuovo, scrissi come sotto ipnosi. Io rilessi la poesia o per meglio dire quello che ne erano le intenzioni e provai un senso di pudore, come se fossi nudo davanti a tutti nella piazza principale della città. La mia intimità senza veli.  Dopo un senso di stupore, in automatico scrissi versi che tentarono di esprimere quel mio stato, e successivamente la feci leggere ad alcuni. Il secondo scritto parla del primo che non è stato fatto vedere ad alcuno fino ad oggi. E dopo un anno lo espongo, continuando a non capire perché ho provato quella sensazione. E forse ho toccato qualcosa che oltrepassa me.

Eccola:

LIBERTA’

Piegata

da mani

battenti

per errore

creduto.

Trattata

con schifo

da vuote

parole

per ipocrite

voluttà,

rigiro

isolate

richieste

di cura

riverse

su sordi

compagni.

Desidero

invece

una nave

sicura,

per rotte

senz’ancora,

lontano

da ordini

d’avida

fedeltà.

 

Lo scritto successivo che censurò il primo:

PUDORE

Avete presente quando

è troppo coinvolgente

e non volete postare

una idea, uno scritto

o una poesia?

Perché troppo

diretta

e senza difese?

Ecco stavolta

la poesia non appare

benché presente,

ma è un peccato

non offrire la musica

in questo attimo

d’acre presente.

 

Per ascoltare Flunk – Blue Monday  premi QUI 

 

 

 

 

#20 Contaminazioni: La compassione lirica: una fonte poetica per il comando che cura e mantiene

6 marzo 2014  

Colui che comanda e che ha posizioni di responsabilità, prima di tutto, non dovrebbe esprimere la compassione? E l’empatia non solo per la rivendicazione di conflitti ma anche per coloro che sono più deboli e muti?

All’uopo prendo spunto dal brano “IL Presidente” del disco a 33 giri Celi Fabio e Gli Infermieri – Follia. 

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Fu scritto nel 1969, e pubblicato nel 1973. Anticipa di due anni il rock progressivo ed è già proiettato nel decennio successivo. Rock costruito sulla base di due tastiere e sulla voce di Fabio Celi (alias Antonio Cavallaro). Vi sono anche basi di musica classica contemperate alla dolcezza della voce e delle melodie italiche, simile ad alcuni lavori del Banco del Mutuo Soccorso.

Nel 1973 quando uscì per Studio 7, il disco che contiene sei brani, venne immediatamente bandito dalla RAI, limitandone la distribuzione a livello regionale.

Oggi nel 2014 i capi, i leader, i presidenti italiani e stranieri parlano in modo dichiarativo e pieno di intenti chiari, con una razionalità di bambino nella fase anale che vuole estirpare il male, o popoli da una nazione all’altra, o piccoli leader che vogliono espellere, rottamare ed evacuare persone, idee, parole. O ancora novelli cavalieri che stendono il fuoco purificatore del plauso, per azzerare il vecchio putrido e marcio, che è sempre altro e fuori dalla propria storia e dal proprio ambiente dal quale sono nati e cresciuti.

E parlano promettendo l’avvento della nuova era sempre lontana, attraverso il loro entusiasmo, gesto, capacità. E tutto questo è bello e nobile, ma è sempre il “proprio”, perché parlano di “loro”.

Chi comanda avrebbe l’onere e la facoltà di gestire risorse e mezzi per il bene comune. Dovrebbe ascoltare gli ovvi conflittuali punti di vista, conservando tutto, nonostante il mutamento delle condizioni di sopravvivenza per garantire le possibilità di esistenza dignitosa.

Tutto ciò non è ovvio, almeno negli ultimi secoli?

Il leader e il Presidente non dovrebbero parlare anche e nonostante i loro limiti? Non dovrebbero mostrare una compassione e attenzione da parte delle forze che lo sostengono? Un senso che è proprio del suo corpo e non in modo sacrale e carismatico, ma nel senso poetico: di colui che assorbe e lo riverbera. Di colui che come il poeta lo amplifica anche attraverso limiti e debolezza.

Il senso lirico nella traduzione poetica del mondo non è forse la matrice del sovrappiù di quello che potremmo essere ?

Propongo un brano di questo lp, dal Titolo il “Presidente” e propongo il testo ( di una modernità futura e di una dolcezza forse ancora non recepita del tutto ):

È da poco tempo, che io siedo qui
massima vetta della società
E vorrei ascoltare, la parola di chi
Mi chiede pane, lavoro, e libertà.

Ma non è che non voglio, è che non posso
mantenere ora, ciò che promisi.

No, non fate quei visi.
Vorrei dir di si, a ciò che domandate
aiutare te, aiutare tutti voi
purtroppo non sono quello che voi credete
io qui sono tutto, ma non sono nessuno,
che posso farci, se mi hanno detto così
non fare un passo, non ti muovere di qui
che posso farci, se mi hanno detto di più
“ricordati, che chi comanda non sei tu”.

Che stupido sono, ho creduto
di avere tutto, niente ho avuto
prima di me, ognuno s’è venduto
ha messo all’asta la sua patria
la sua terra, la sua famiglia.

Per sentire il brano premi QUI

#19 Contaminazioni: Seamus Heaney: il poeta che unisce intenzione, intuizione e casualità

17 settembre 2013 

Séamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939 – Dublino, 30 agosto 2013) è stato un poeta irlandese, Premio Nobel per la Letteratura nel 1995, massimo rappresentante contemporaneo del rinascimento poetico irlandese. Seamus parlava con tutti guardandoli negli occhi: nelle conferenze universitarie e nei pub; di cose sacre e quotidiane.

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Recentemente è tornato alla ribalta per la dipartita, ma va bene anche il lutto: esprime la memoria, perché è un fatto e un rito ancestrale che è antecedente alle religioni attuali. Lui è un esempio di cura, studio, perseveranza e certamente non solo pigra intuizione e improvvisazione. Ha vissuto in prima persona il connubio di teoria e prassi, perché le attività del poetare implicano immediatamente le nozioni di produrre, fare, fabbricare, progettare, toccare terra.

Vangando – Digging

Quatta quatta con il colpo in canna
Fra medio e pollice sta la penna.

(Between my finger and my thumb
The squat pen rests; snug as a gun.)

Sotto la finestra un raspo netto all’internarsi
Della vanga nel terreno ghiaioso:
È mio padre che dissoda. Guardo in basso,

Finché sotto sforzo, a groppa curva
Sulle aiuole, torna venti anni indietro
Piegandosi a tempo per i solchi
Di patate che vangava.

A posto sul vangile lo scarpone,
Saldo fulcro del manico il ginocchio,
Cavava gambi, ficcava a fondo la lucente lama
Per spargere patate nuove che noi raccattavamo
Adorandone fresca la durezza nella mano.

Per Dio, il vecchio ci sapeva fare
Con la vanga. Come il suo vecchio.

Mio nonno in una giornata tagliava più torba
Di chiunque altro nella torbiera di Toner.
Una volta gli portai il latte in una bottiglia
Sciattamente turata con la carta.
Si raddrizzò per bere e subito riprese

Con cura a fare tacche e fette, spalandosi le zolle
Dietro le spalle, sempre più a fondo
A cercare quella buona. Scavando.

Il freddo afrore di terriccio di patate, risucchio e stacco
Da torba in guazzo, secco taglio della lama
Nelle radici vive, mi si risvegliano in testa.
Ma non ho vanga per seguire uomini come loro.

Fra medio e pollice
Quatta quatta sta la penna.
Sarà la mia vanga.

(Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
l’ll dig with it.)

—–

Per Seamus la scrittura poetica non è confinata all’ottica del singolo e scaturisce dalla matrice popolare fatta anche di tonalità musicali desunte dalle canzoni folk ed è come se ricevesse un mandato dalla comunità di origine e di appartenenza, cercando nel contempo un contatto con la letteratura europea. La memoria tratta dalla tradizione orale è la fonte che permette al poeta di cogliere la totalità del reale, attraverso oggetti dell’infanzia e del lavoro rurale. Il poeta coglie il senso del “noi” quando dichiara nella prassi un impegno etico, in particolar modo degli irlandesi.

Seamus sente la questione nordirlandese tra i propri conoscenti e famigliari specie negli anni settanta e scrisse anche su Bobby Sands (Robert Gerard Sands – Belfast, 9 marzo 1954 – Long Kesh, 5 maggio 1981, è stato un attivista e politico nordirlandese, volontario della Provisional Irish Republican Army. Eletto membro del parlamento britannico mentre era detenuto nel carcere di Maze, a Long Kesh, ivi morì il 5 maggio 1981 a seguito di uno sciopero della fame condotto ad oltranza come forma di protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani), ma seppe distinguere il ruolo del politico da quello dell’attivista e ancor più dal poeta, infatti lasciò l’Irlanda del Nord nel 1972 e si stabilì a Wicklow, nella Repubblica d’Irlanda.

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In una intervista Seamus parla della sua storia di poeta e di come lui si sentisse tale dopo aver pubblicato tre libri, non prima. E in particolare di come la poesia debba trovare la sua dimensione tra questi due opposti: il porsi costantemente la domanda “qual è il compito della poesia?” e al tempo stesso esprimere la propria condizione umana – privata. La questione irlandese era in lui trasfigurata nella condizione di ogni popolo. Infine, proprio perché la memoria si trae dalla propria terra, si intuiscono singoli tratti di una visione globale della realtà avendo a mente l’intenzione di condividerlo con la propria comunità senza seguire a priori regole e prescrizioni formali e oppressive.

Lui è il poeta che con la intenzione, la parola e il suono espone la relazione originaria tra l’io e il suo stare nel luogo di tutti i popoli.

#18 Contaminazioni: Bulat Šalvovič Okudžava: il poeta-cantore dell’orrore e della compassione

9 settembre 2013  

Bulat Šalvovič Okudžava (Mosca, 9 maggio 1924 – Parigi, 12 giugno 1997) è stato un cantautore e poeta russo di origini georgiane, esponente del genere musicale russo chiamato “Canzone d’autore”. Ha composto oltre duecento canzoni ed è stato pluripremiato per la sua poetica, impostata sul genere del canzoniere, poi ripresa da altri cantautori come il francese Georges Brassens. Fu conosciuto come poeta e bardo (cantautore) dopo gli anni cinquanta e considerato un pericolo per le sue poesie e canzoni: famoso all’estero e con l’impossibilità di pubblicare in patria. Si narra che Breznev, avesse espresso il desiderio della sua morte, consapevole però di aumentare ancor più la sua popolarità diffusa tra i russi che cantavano le sue canzoni per strada, nelle locande e nei bar, in particolare nelle fredde sere dell’inverno russo. Un poeta armato di chitarra e dotato d’ironia. Suo padre, attivista del Pcus, rivoluzionario della prima ora, cadrà vittima di una delle tante purghe: fucilato negli anni ’30. Sua madre, militante anch’essa, berrà l’acqua congelata del Gulag per 19 anni. Altri nove fra i suoi parenti furono fucilati e poi tutti riconosciuti innocenti. Bulat, appena diciassettenne, correrà ad arruolarsi volontario per difendere il suolo patrio dalla minaccia nazista e sarà più volte ferito.

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E aprirà gli occhi sulla guerra come alleata della superbia e dell’avidità e canterà della sofferenza esprimendo la compassione.

GUERRA VIGLIACCA

Ah, guerra che hai fatto vigliacca!
I nostri cortili sono divenuti silenziosi.
I nostri bambini alzavano la testa,
diventavano grandi prima del tempo.
Si facevano appena vedere sulla via
e partivano: soldati, soldati…
Arrivederci, ragazzi! Ragazzi,
cercate di tornare indietro! (…)
Ah guerra che hai fatto vigliacca!
Al posto di nozze – distacchi e fumo.
Le nostre ragazze hanno donato
gli abiti bianchi alle sorelline. (…)

Il ritmo delle poesie ha una radice comune con le canzoni del bardo: parte dallo stomaco, attingendo alla tradizione dei canti, lenti prima e con picchi successivi in seguito, propri dei battellieri del Volga e delle nenie e dai racconti delle gesta degli eroi, degli amanti e della malattia, e quindi della vecchiaia e della morte. Bulat non offre teoremi e spiegazioni: esprime negli atti quotidiani l’orrore della guerra.

<<Non credere alla guerra, ragazzo,
non crederci, la guerra è triste,
è molto triste ragazzo,
la guerra è stretta come le scarpe

I tuoi bravi cavalli
non ci potranno far nulla,
tu sei tutto sul palmo della mano
tutto i fucili ti puntano.>>

/-/

E Bulat lo esprime con una tenera ironia che fa sorridere commossi. Il poeta confessa durante un concerto: «Quand’ho iniziato conoscevo tre accordi di chitarra, ma ora, dopo trentacinque anni di lavoro son migliorato… ne conosco cinque!»

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Come cantare l’orrore e il terribile con dolcezza e compassione:

Concerto a Parigi, 1995. Premi QUI

CANZONE DELLA FANTERIA

Scusate la fanteria,
se talvolta è così stolta:
sempre partiamo
quando sulla terra scoppia la primavera.
E con passo incerto
sulla scala che vacilla salvezza non c’è.
Solo salici bianchi
come bianche sorelle ti guardano andare

Non credete al tempo,
quando riversa piogge protratte.
Non credete alla fanteria,
quando canta balde canzoni.
Non credete, non credete,
quando negli orti gridano gli usignoli.

La vita e la morte
non hanno ancora saldato i conti.

A noi il tempo ha insegnato:
vivi come il bivacco, aperta la porta.
Compagno uomo,
è pur seducente la sorte tua:
tu sei sempre in marcia,
e solo una cosa ti strappa dal sonno.

Perché noi partiamo
quando sulla terra scoppia la primavera?

/-/

Era scomodo e temuto Bulat perché ascoltato da chi non leggeva e cantato da chi aveva lo sguardo basso, rivolto alla terra che è il vero motore di ogni ribellione e rivolta del popolo russo.

IN GUERRA CONTRO UN PAESE STRANIERO

In guerra contro un paese straniero il re partiva.
Un gran sacco di gallette la regina gli preparò,
il vecchio mantello con gran cura gli rammendò,
tre pacchetti di sigarette e anche il sale gli fornì.

E le sue mani sul petto del re andò a posare
e gli disse, carezzandolo con sguardo raggiante:
“Suonagliele bene, altrimenti passerai per pacifista
e di far bottino di buoni panforti non dimenticare”

E il re vide che l’esercito stava in mezzo al cortile:
cinque soldati tristi, cinque allegri, e un caporale.
Disse il re: “ Non ci fa paura la stampa, né il temporale.
torneremo vittoriosi dopo aver sconfitto il nemico vile!”

Ma presto finì l’esultanza dei discorsi trionfali.
In guerra il re cambiò l’assetto delle truppe:
i soldati allegri senza indugio intendenti nominò
e i tristi, soldati li lasciò: “ Così non sarà male!”

Pensate un po’: sopravvennero poi i giorni vittoriosi.
Dei soldati tristi dalla guerra nessuno tornò.
Il caporale di dubbia morale una prigioniera sposò,
ma catturarono un gran sacco di panforti saporosi

Suonate, orchestre; echeggiate, canzoni e risate!
A mestizia effimera non ci si deve abbandonare.
Non aveva senso per i soldati tristi in vita restare
e poi non bastavano per tutti i panpepati.

/-/

E non poteva essere imprigionato o ucciso, perché esprimendo la compassione di un popolo per i suoi figli, la condizione di martire avrebbe amplificato il suo messaggio ancora oggi vivo e attuale.

#17 Contaminazioni: Il Genere Muto

15 luglio 2013 

Le donne hanno inventato l’agricoltura e contribuito a organizzare la raccolta razionale dell’acqua in gruppi associati dalla notte dei tempi. Le donne hanno creato e ricreato i luoghi sicuri per tutti, e hanno permesso anche ai maschi di tramandare nel linguaggio e nei segni, la storia e la biografia del gruppo e del clan. Nei secoli la titolarità e i nomi di coloro che hanno detenuto le tecnologie della parola e della memoria, sono stati i maschi.

La casa sicura che è stata da sempre fonte di vita, per la donna fu ed è anche la prigione oscura di catene imposte nella violenza fisica e nelle parole che ordinano il mondo e il tempo.

Le donne hanno cercato comunque autonomia nelle attività di produzione, di commercio dei manufatti della terra e della cultura e della memoria. Più di due miliardi di donne, dentro casa, come detenuti condannati all’ergastolo, in libera uscita solo con il promesso sposo per il matrimonio o accompagnato da un parente maschio per il funerale, detengono quella piccola economia che permette agli altri due miliardi e più di persone di lavorare sottocosto per i potenti del luogo e per i paesi tecnologicamente avanzati.

Da sempre in gruppi e a titolo personale le donne hanno cercato di porsi e ancora oggi e sempre di più, come titolari autonomi della propria soggettività: di disporre del proprio corpo e di poter dichiarare almeno il proprio stato di minorità. E rimangono un genere muto.

Nadia Anjuman nata indicativamente nel 1980 è stata una poeta e giornalista afgana. Nel 2005, quando era ancora studente alla Herat University, pubblicò il libro di poesie dal titolo Gul-e-dodi (“Dark Red Flower”), diffuso immediatamente in Afghanistan, Pakistan e in alcune zone dell’Iran. Parlava di sé, di tutte e, senza offendere, lasciava apparire le emozioni e mostrava che anche una donna può parlare totalmente del mondo prescindendo da imposizioni millenarie. In più, assieme ad altre donne creò un circolo letterario di studi su William Shakespeare and Fyodor Dostoevsky. 

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Nadia Anjuman – Immagine presa QUI

E chiarì subito la questione:

SONO IMPRIGIONATA IN QUESTO ANGOLO

Sono imprigionata in questo angolo piena di malinconia e di dispiacere. Le mie ali sono chiuse e non posso volare.

Perché non si può parlare, ma la poesia è parola ancora prima del testo scritto, perché esce dal corpo:

NESSUN DESIDERIO PER APRIRE LA MIA BOCCA

[…]
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.
Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.
Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.
Sono stata silenziosa troppo a lungo.
[…]
Io non sono un debole pioppo
scosso dal vento.
Io sono una donna afgana.
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.

Perché le catene non possono contenere l’aria, il respiro e l’afflato poetico.

CATENE D’ACCIAIO

Quante volte è stata tolta dalle labbra
la mia canzone e quante volte è stato
azzittito il sussurro del mio spirito poetico!
Il significato della gioia è stato
sepolto dalla febbre della tristezza.

Se con i miei versi tu notassi una luce:
questa sarebbe il frutto delle mie profonde immaginazioni.
Le mie lacrime non sono servite a niente
e non mi rimane altro che la speranza.

Nonostante io sia figlia della città della poesia,
i miei versi furono mediocri.

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Immagine di David Walker presa QUI

Nonostante io sia figlia della città della poesia,

i miei versi furono mediocri…

E io dico felice archivio:

ma furono lo stesso ritmati
dal corpo del poeta,
che sente l’anima di un popolo
e di un genere tra i secoli e i continenti,
e che la trasmette con voce primordiale
nel ridefinire il mondo a cavallo del tempo.
Nadia Anjuman fu definitivamente ammutolita dal marito il 4 novembre 2005.

#16 Contaminazioni: appuntamenti rubati

29 aprile 2013 

L’infanzia, la giovinezza e l’età adulta sono contraddistinte da riti e condivisioni con i pari che permeano e consolidano noi stessi e il passato che vive assieme a noi. Confidiamo che avvengano in modo analogo a quelli di poco più avanti di noi, accompagnando sicurezze e certe promesse per l’avvenire.

Non sempre è così per i popoli delle Terra, e per i singoli individui.

Coloro che promettono, possono mentire su momenti della nostra vita e condurci in vie beffarde e crudeli senza uscita, come se fossero appuntamenti rubati. Rispetto alle aspirazioni di ogni giorno, l’insoddisfazione è vincente. Se si basa l’avvenire e l’immagine del proprio vissuto in virtù di ciò che da soli si è promessi, il risultato sarà sempre limitato. Nonostante tutto non si può affermare in modo incontrovertibile di accontentarsi, perché l’ambiente e gli uomini possono arrecare comunque un danno.

Si soccombe, nonostante che l’amor proprio cerchi di reggersi con le dita sul dirupo calante nell’abisso dell’animo senza speranza. Un aiuto per continuare a immaginare nuove vite, può essere fornito dall’esempio di coloro che, anche vivendo agli antipodi, attraverso le debolezze e le sconfitte, sono riusciti a sopravvivere e infine a vivere.

Ko Un, Kunsan, 1 agosto 1933, è un poeta, scrittore, saggista, autore teatrale e pittore sudcoreano, tra le figure più rappresentative della Corea del Sud contemporanea.

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KO UN – Immagine presa QUI 

Costretto a imparare il Giapponese durante la dominazione dell’impero nipponico, e poi la lingua Cinese. Coltiva comunque l’apprendimento del Coreano. Quando nel 1950 scoppia la guerra, sconvolto per l’orrore tenta il suicidio. Si salva e si rifugia nel Buddismo, e tra elemosine e insegnamenti gratuiti di coreano e arte, scrive saggi e poesie. Nel 1962 abbandona il buddismo, deluso dalla corruzione del clero. Legge autori esteri, continua a scrivere, alternando periodi di prostrazione che lo portano per due volte a tentare il suicidio.

Ma all’inizio degli anni 70 riprende fiducia. Si occupa dei diritti umani e diventa un attivista contro la dittatura coreana e per questo fu imprigionato più volte e condannato all’ergastolo nel 1979, anche e principalmente per la sua attività letteraria e politica.

Nel 1982 ottiene l’amnistia. Si innamora e si sposa. Inizia una nuova fase di produzione artistica pubblicando numerose opere, spaziando in diversi stili, ricevendo premi di ogni tipo e ripetute candidature al premio Nobel. La poesia, tra saggi, opere teatrali, traduzioni, ha caratterizzato il suo sotterraneo percorso di caduta e rinascita.

Da “Fiori di un istante” di KO UN

L’animo di un poeta

Un poeta nasce negli spazi tra crimini,
furti, uccisioni, frodi, violenze,
nelle zone più oscure di questo mondo.

Le parole d’un poeta s’insinuano tra le
espressioni più volgari e basse,
nei quartieri più poveri della città,
e per qualche tempo dominano la società.

L’animo d’un poeta rivela il solitario grido di verità
che emana dagli spazi fra mali e bugie del suo tempo,
è un animo picchiato a morte da tutti gli altri.

L’animo d’un poeta è condannato, non v’è dubbio.

—-

E io ascolto e rispondo a te Ko Un .

Risposte dovute. – Lino Milita

Testimonianze del dolore patito,
richieste sono d’attenzione
per orecchie pigre d’orrore subito.

L’animo d’un poeta è obbligato a chiedere ascolto,
e se lo riceve, rivela interstizi di luce
tra muri senza riflesso, da nessuno raccolto.

E quindi ogni verso nel tempo frantumato,
riecheggia nelle flebili onde del vento ribelle
per rinascere dal dolore riesumato.

#15 Contaminazioni: La corsa di Miguel

17 aprile 2013 

La corsa evoca movimenti primordiali di ogni essere umano….

Ma è un abbaglio! Fino a 150 anni prima dell’uso delle materie plastiche nelle scarpe, la corsa era intervallata con i passi, anche a piedi nudi. La concezione stessa della destinazione era intesa come una linea percorsa da una freccia scagliata verso un obiettivo definito. Ma non così immediato era il calcolo e le modalità del percorso.

La corsa come metodo ed espressione di vita e di una concezione rispetto al mondo è recente: non si corre ora per abbattere, uccidere, fuggire, razziare, giungere in un posto sicuro, portare al termine un ufficio inevitabile. Oggi si corre per esprimere nuove concezioni del corpo ed affermare la libertà in armonia con tutto ciò che si incontra. Le gare di podismo non sono marce che calpestano e battono i piedi.

Corre bene chi sfiora il terreno. Si gode nel sorriso della gara assieme agli altri. La Maratona è l’espressione massima della libertà e dell’uguaglianza in un solo gesto: dei primi che vincono la medaglia e degli altri che arrivano dopo, tutti assieme. Libertà di correre nella terra sicura di ogni paese, che è di tutti. 

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Miguel Sànchez immagine presa QUI

Miguel Benancio Sanchez nacque l’8 novembre del 1952,
 a Bella Vista, provincia di Tucuman, Nord 
dell’Argentina. Amava la vita, l’atletica, l’Argentina.
 Di mattina, all’alba, andava a correre. Treno, lavoro, ancora 
allenamento, scuola serale per completare quegli studi 
che non aveva finito. Era un poeta autodidatta. Il suo “Para vos 
atleta”, “Per te atleta”, fu pubblicato dalla Gazeta
 Esportiva di San Paolo, il 31 dicembre del 1977,

Per te che sai di freddo
e di calore 
di trionfi e di sconfitte
che sconfitte non sono.

Per te che hai corpo sano,
anima vasta e grande cuore.

Per te che hai molti amici 
e molti aneliti,
l’allegria adulta, 
e il sorriso del bambino.

Per te che non sai di gelo né di sole,
né di pioggia né di rancori.

Per te, atleta
 che traversasti paesi e città
unendo Stati nel tuo andare.

Per te, atleta, che disprezzi la guerra
e sogni la pace.

Amava la vita, il popolo argentino, la corsa, la libertà e la poesia. Troppo pericoloso per i dittatori argentini. Lo prelevarono nella notte fra
 l’8 e il 9 gennaio 1978.

#14 Contaminazioni: Una risposta dell’Oriente

3 aprile 2014 

Da sempre il mondo visto come uomo e natura ha avuto denominazioni razionali con l’avvento del linguaggio. Però circa 2500 anni fa in Grecia, un modo di pensare oggi predominante e ora diffuso in ogni lingua, affermò l’Occidente. E immediatamente apparve anche l’Oriente, sebbene quest’ultimo non sapeva di esserlo.

Certamente l’Occidente nell’anticipare e prevedere il decorso degli eventi sulla terra disponibile è oggi considerato il più efficace e coerente modo di apparire. Talvolta però i problemi scaturiscono nel considerare l’Oriente, come l’India ad esempio, un residuo del nostro agire e sapere. Come se le terre dove sorge il Sole abbiano già detto tutto.

La poesia è produzione. Cosa rispondono le poesie dell’Oriente alle tecniche produttive delle emozioni e dei sensi proprie dell’Occidente?

Una delle tante risposte proviene da Rabindranath Tagore, nato nel 1861 e morto nel 1941, poeta premiato con il Nobel nel 1913, musicista compositore, pittore, educatore e filosofo indiano, protagonista primario insieme al Mahatma Gandhi, anche di movimenti religiosi e politico-sociali. Il quale utilizza comunque gli strumenti dell’Occidente ma tenta un linguaggio poetico che dal Buddismo toglie l’idea di una natura separata dal divino nirvana e che renda contraddittoria l’immagine occidentale della storia come lotta per la vita biologica.

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Rabindranath Tagore immagine presa QUI

 

Da i Gitanjali

Il mio canto ha deposto ogni artificio.
Non sfoggia splendide vesti
né ornamenti fastosi:
non farebbero che separarci
l’uno dall’altro, e il loro clamore
coprirebbe quello che sussurri.

La mia vanità di poeta
alla tua vista muore di vergogna.
O sommo poeta,
mi sono seduto ai tuoi piedi.
Voglio rendere semplice e schietta
tutta la mia vita,
come un flauto di canna
che tu possa riempire di musica.

Dove qui la canna vuota non è quella occidentale che, flebile corre il rischio di essere estirpata, o come la poesia “Ginestra” di Giacomo Leopardi che resiste e sempre in lotta contro l’oblio.

Qui la canna è già piena: acquista nuove forme e sostanze sonore.