§CONSIGLI DI LETTURA: GLI INVISIBILI

Gli invisibili (De Usynlige – 2013) -di Roy Jacobsen, Traduttore: Maria Valeria D’Avino, Iperborea, 2022, Milano

89-90 A un tratto non si sentono più le grida degli uccelli. Nessun fruscio tra l’erba, nessun ronzio d’insetti. Il mare è piatto, il gorgoglio dell’acqua tra i ciottoli del bagnasciuga si è fermato, non c’è un solo rumore tra tutti gli orizzonti, sono al chiuso. Un silenzio così è molto raro. Ancora più strano è sentirlo su un’isola, dove fa più effetto di un silenzio che cali all’improvviso in un bosco. Che un bosco sia silenzioso capita spesso. Su un’isola il silenzio è così insolito che la gente smette di colpo di fare quel che faceva e si guarda intorno per capire cosa succede. Il silenzio li stupisce. È misterioso, quasi un brivido di attesa, un forestiero senza volto che percorre l’isola a passi felpati, avvolto in un mantello nero. La sua durata dipende dalle stagioni, il silenzio può essere molto lungo nel gelo dell’inverno, come quando il mare si era ghiacciato, mentre d’estate è sempre una brevissima pausa tra un vento e l’altro, tra l’alta e la bassa marea, o il miracolo di quel momento in cui si finisce di inspirare e si comincia a espirare.

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Poi di colpo un gabbiano ricomincia a gridare, una ventata arriva dal nulla, e il neonato cicciottello si sveglia urlando sulla sua pelle di pecora. Possono riprendere in mano gli attrezzi e continuare il lavoro come se nulla fosse accaduto. Perché è precisamente questo che è accaduto: nulla. Si parla di quiete prima della tempesta, si dice che il silenzio può essere un segnale, come quando si carica un’arma; può avere un senso di cui si capirà la portata solo dopo aver sfogliato a lungo una Bibbia. Ma il silenzio su un’isola è niente. Nessuno ne parla, nessuno lo ricorda né gli dà un nome, per quanto sia profonda l’impressione che suscita in loro. Un brevissimo spiraglio di morte mentre sono ancora in vita.

È un silenzio pieno. Si parla con il mare. Gli oggetti, che il mare fornisce danno le storie, le parole, che vanno e vengono. L’isola le pesca e loro come marinai raccolgono tempo nelle ceste della loro biografia. Gli elementi sono quelli norvegesi e la traduzione in italiano, nel normalizzare gli aggettivi, potrebbe dare l’impressione che il clima, il vento, il freddo, l’inverno, l’estate, il giorno, la notte, la luce e il giorno siano analoghi a quelli del Mediterraneo. No. Qui è tutto al superlativo. E il teatro è il paesaggio, non quello borghese e collinare nostro, ma quello lungo, ampio, e frastagliato dell’Oceano Atlantico che oscilla insieme alle correnti artiche. Vento e mare sono solidi e liquidi. Il vento li unisce e li trasporta nell’isola. Un’isola muta come quelle lì, tante e quasi invisibili dalla costa. Piena di questo popolo isolato ognun con l’altro nei giorni, se non in rade ore dell’anno, o per viaggi nel buio delle pesche artiche che durano mesi con il rischio di esser loro la preda delle tempeste. E quindi mai più di ritorno.

Il lavoro scandisce l’attività del vivere. Ogni oggetto è utile, ogni oggetto è strumento e materia, e serve per sé, per gli animali, per i pesci, e per le attività di sussistenza. Parlano tra nonni e figli. Inframmezzati dal freddo e dalla vecchiaia che trasporta tutti loro nelle correnti dei simboli e delle storie. Il loro tesoro. Dei dimenticati, del silenzio, dove terra e mare uguali sono: spazi altri, con cui si è in relazione, ma disgiunti. L’isolano ha la mente che spazia nel tentare di sopravvivere, ma sa che la direzione delle sue radici e nel tempo, è ancorato nell’isola. Le barche sono solo vele incastonate nella nave maestra, che è l’isola stessa, in viaggio tra le stagioni, gli elementi, la vita e -la morte.

Vi è un silenzio, che però è pieno e un oblio, che però non annulla, ma conserva e deposita, tra secoli di alghe, e volumi di vento. E tutto è lì. Pieno, denso, pronto a rivelarsi nell’orecchio di chi è pronto a viaggiare, lì, tra gli interstizi delle civiltà che fluiscono tra l’estrema luce e il fondo freddo.

UNO STRUGGIMENTO che porta nostalgia a chi non è mai vissuto in quelle zone d’assenza, ma che suggerisce una chiave dello scorrere di senso tra l’abisso e la memoria.

Il vivere e il morire trasportano il proprio ciclo attorno all’isola, e questa non lo abbandona. Resiste, lo accoglie nell’approdo. Ella sta: lì, piccola e tenace tra gli abissi.

La nostalgia irresistibile dello straniero che mai lì è vissuto, ma a cui tende nel suo tempo interiore.

§CONSIGLI DI LETTURA: I RACCONTI DI KOLYMA

Varlam Salamov I racconti di Kolyma PREFAZIONE DI
Leonardo Coen TRADUZIONE DI Leone Metz
Russian texts copyright © 2010 by Iraida Sirotinskaya

7-8 “[…] I racconti di Kolyma, infatti, come ha scritto Irina Sirotinskaja, erede del patrimonio culturale dello scrittore (cui è stata vicina negli ultimi sedici anni della sua vita), rappresentano «la più importante testimonianza sulla tragedia del XX secolo, e un fenomeno unico nella letteratura russa». Un capolavoro letterario e umano nel quale Šalamov descrive – con minuziosa precisione ma anche con straordinario distacco – i rapporti delle gerarchie all’interno, e all’inferno, dei campi.

Se Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn è stato il primo tentativo di storia generale della repressione di massa in Urss dal 1917 agli anni Sessanta, scritto da un sovietico che aveva vissuto (ed era sopravvissuto) al Grande Terrore, all’opera di Šalamov fin da subito si è riconosciuta la straordinaria capacità di raccontare con limpidezza e cuore la «vera vita» del Gulag, di penetrarne sino all’estremo limite i recessi più profondi e sconvolgenti, di ricordare – parola chiave del lessico di Šalamov – i meccanismi perversi del «mondo cavernoso dei detenuti», la psicologia che governa i comportamenti di ciò che resta dell’uomo sottoposto alla prova di una Natura infame e spaventosa, dove, come cantano i prigionieri dei lavori forzati, «Kolyma Kolyma, assurdo mondo, l’inverno prende nove mesi solo il resto è all’estate…» (come si legge nel racconto Il procuratore verde).

La verità su Kolyma è la verità sull’uomo, sui regimi, sulla sopraffazione, sulla violenza esasperata dalle condizioni ambientali mostruose: quelle di fuori, e quelle di dentro. È un universo di infinito dolore quello che, racconto dopo racconto, si delinea nelle pagine dell’autore, come in un immenso puzzle, quando tessera dopo tessera si riesce a ricostruire il quadro intero. In una lettera indirizzata a Irina Sirotinskaja nel 1971, Šalamov è pienamente consapevole di avere svelato il più disumano dei segreti: «Con quale facilità l’uomo si dimentica di essere uomo», le scrive, quando tutto attorno è così «inumano» da annichilire ogni speranza, da annientare ogni resistenza, da polverizzare ogni sentimento. «Qui è la Kolyma! La legge è la taiga e il giudice l’orso! Mai aspettare di mangiare la zuppa e il pane insieme […]”.

8. In quel territorio grande come la Francia, morirono nei Gulag 3 milioni di persone.

Gli scritti di Aleksandr Isaevič Solženicyn su “Arcipelago Gulag” e sul “Primo Cerchio” descrivono in modo complessivo la caduta all’inferno, spiegando le logiche giudiziarie e amministrative di potere. Anche Salamov descrive l’apparato, ma lo utilizza come un vettore per indagare recessi ancora più orrendi: l’ultimo girone dei cerchi infernali di Aleksandr Isaevič Solženicyn: l’animo umano. Come si dimentica facilmente di essere umani.

Salamov descrive la caduta nella parte più nera del cuore: nella crudeltà che annichilisce il vivere di ognuno, nella perdita della dignità da parte degli schiavi prigionieri che rigettano la propria umanità, sperando di lenire il dolore, finendo invece più giù, nel fondo senza speranza.

La violenza fisica, il sadismo, la distruzione di ogni speranza di libertà, diventano alla fine solo “sparuti” effetti dell’oblio della propria umanità, per finire travolti nell’abisso infinito della disperazione, vuoti: un attimo prima di crepare.

L’elemento ancora più lacerante risiede nella convinzione che il Gulag sia lo specchio nudo della società, in cui si riproducono freddamente le relazioni di potere e di asservimento, e i valori di potenza che utilizzano anche gli strumenti dello sfruttamento schiavistico del lavoro.

Tutto questo, però, non definisce una matrice d’analisi della società Sovietica, quanto un’apertura al vivere dei singoli nelle loro paure e speranze, attraverso i racconti di chi è riuscito a sopravvivere, traendo forza e dignità da se stesso, tentando di non dimenticare di esser stato, nonostante tutto, un essere umano.

17 I morti vengono dimenticati. Si spera che muoiano di giorno, per rubare la loro razione di cibo e si rubano anche i loro vestiti.

21  Dugaev si stupì: lui e Baranov non erano amici, anche se lavoravano insieme. D’altra parte, con la fame, il freddo e l’insonnia, non può nascere nessun legame di amicizia e, nonostante la giovane età, Dugaev capiva bene quanto fosse falso il proverbio secondo cui le vere amicizie si riconoscono nella povertà e nel bisogno. Perché l’amicizia si dimostri tale è necessario che le sue più imponenti fondamenta vengano costruite prima che la situazione e le condizioni di vita giungano a quel limite estremo al di là del quale nell’uomo non rimane più niente di umano e ci sono solo circospezione, rabbia e bugie. Dugaev ricordava bene il detto del Nord, i tre comandamenti del detenuto: mai fidarsi di qualcuno, mai aver paura di qualcuno e non chiedere mai niente a nessuno…

La mole poderosa dei racconti, sembra richiamare il grande affresco della raccolta di poesie “Foglie Morte” di Walt Whitman, in cui però non sono i morti che parlano attraverso i loro epitaffi in poesie, ma i quasi morti con un piede nell’inferno in terra e un altro che passeggia con la morte. E questi prigionieri divaricati parlano al presente davanti al lettore, chiedendo di dargli vita ancora un secondo per mezzo della sua attenzione, non avendo altro da offrire l’ultimo fiato di dignità. Ancora un secondo, ancora un battito di cuore, urlando la speranza nel poter dire ciò che si fu e che si subì.