La storia di Genji di Murasaki Shikibu (Autore), Maria Teresa Orsi (a cura di), Einaudi, Torino, 2015
Finalmente presento un consiglio di lettura relativo alla monumentale opera giapponese nella forma del Monogatari (物語), che significa racconto o narrazione in prosa, simile alla nostra epica, legata alla tradizione orale. Fu scritta e diffusa in più parti dalla scrittrice Murasaki Shikibu tra l’anno 1000 e il 1012 durante l’XI secolo, nel periodo della aristocrazia Heian.
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È una pietra miliare della tradizione letteraria giapponese, perché riassume riferimenti storici, letterari e di costume dei quattro secoli precedenti, e in più accoglie (come era da norma nel periodo) le poesie, i racconti, i miti, le forme stilistiche cinesi, integrandole, però, in una nuova forma che è e sarà tipica del Giappone nei secoli a venire. È impressionante leggere come gli episodi, le leggende e le stesse poesie cinesi siano trasformate negli Haiku giapponesi.
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È un’opera poderosa che sì può essere letta come un soap opera, ma si otterrebbe molto poco in termini di fruizione e di godimento. Se invece ci si concede il lusso di una lettura e rilettura lenta, si entra in un universo millenario. Delle duemila e più pagine, in ognuna vi sono spunti e riferimenti che abbisognano di calma, per un approccio che intende gustare cibi raffinati e di sostanza, di approfondimenti istantanei e di lungo periodo. Fortunatamente noi lettori oggi abbiamo i supporti tecnologici abilitati a rispondere a sollecitazioni di ricerca e di risposte immediate. Per i più volenterosi nel testo in formato cartaceo e in formato digitale vi è la possibilità di intraprendere percorsi di conoscenza ben più intensi.
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Dalle prime pagine si avverte come nel Giappone già più di millecinquecento anni fa, nonostante le continue guerre e sconvolgimenti, vi fosse una cultura altamente sofisticata al pari del grande mondo di mezzo: la Cina.
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È sorprendente di come l’aristocrazia e i funzionari comunicassero con le poesie, e all’interno di esse vi fossero sì intenti per storie d’amore, ma anche posizionamenti e interlocuzioni economiche e politiche. I messaggi erano spediti con diversi tipi di carta e con colori vari, le cui combinazioni erano disposte in riferimento ai destinatari. Nelle comunicazioni tra i Governatori, le Signorie, i Principi, gli amministratori, le Corti imperiali, o eventuali amanti e concubine, ogni messaggio era avvolto da una pianta, un ramo, un fiore e corredato da profumi.
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Solo per approfondire tale aspetto si diventa esperti di botanica. E lo si può fare per esempio cercando i fiori, i loro significati, i modi di uso, come erano avvolti. E non si finisce mai di stupirci di come fossero attenti a comporre haiku e forme poetiche simili nel rispondere a richieste d’amore, d’affari, di scambio, di azione famigliare che è anche politica. All’interno di questa dialettica poetica si hanno riferimenti a poesie e racconti del passato, quindi nel libro vi sono collegamenti con le forme letterarie coeve, in Giappone, nella Corea dei tre regni di quei secoli, e delle grandi famiglie linguistiche cinesi. Si entra in una pluralità di oceani letterari.
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Sorge una lieta commozione nell’essere travolti dalla quotidiana produzione poetica di questi ceti sociali altolocati e anche dal popolo meno abbiente che, anche essendo analfabeta, in forma orale, riproduceva nel racconto (quindi Monogatari), nel canto, nel mito e nella leggenda spunti e figure implete, individuandole nei fatti a loro contemporanei. È una occasione formidabile di leggere e rileggere questa opera anche dal punto di vista antropologico, perché permette di entrare nell’Asia, ovvero nella pluralità a noi distante dei valori, dei modi di vedere il mondo, la morte, il tempo, l’universo con una quantità oceanica di riferimenti storici e culturali.
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E non finisce qui, perché nei loro convegni formali e non, avevano l’abitudine di sera fino a notte inoltrata o nelle loro stanze o nei giardini, gareggiare in produzioni poetiche, in scambi di doni, e in canti e balli con gli strumenti del periodo e con le tonalità che vi sono ancora oggi. Si può rileggere il libro, cercando nel mondo digitale le nozioni musicali e di questi strumenti. E ancora si rimane strabiliati della enorme varietà e complessità nel rapporto con il pubblico dei motivi e del modo di godimento.
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Noi qui in Europa ci crediamo tanto sofisticati, ma nel vedere con quanta cura scrivessero una lettera e la consegnassero, il giudizio di considerare una forma quasi infantile l’estetica della comunicazione ai tempi del Re Sole di Francia non è poi così esagerato.
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Da questi punti di vista l’opera è una vera e propria indigestione estetica, perché non si finirebbe mai di ritornare su questi spunti e approfondire la sterminata quantità di opere musicali, letterarie, di botanica, della costruzione dei giardini e delle case.
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Sì perché i templi, i grandi palazzi, e anche i villaggi erano costruiti in sezioni modulari che potevano essere espanse, con corridoi interni, ove si svolgevano attività quotidiane informali e non. Dobbiamo ricordare che il Giappone è una costellazione di isole dove a nord fino al centro vi è un clima canadese con inverni terribili, e a sud, anche essendo freddo d’inverno, si hanno estati roventi, il tutto con una umidità quotidiana che esaspera i picchi di temperatura delle stagioni. Si hanno case non molto alte in cui ogni spazio è strettamente calcolato.
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Vi è un aspetto ulteriore relativo alla relazione dell’architettura con le gerarchie sociali, perché la disposizione delle stanze e delle ali dei grandi palazzi rispecchiava la posizione di potere e di vita famigliare. Occorre tener presente che per le donne di corte e di quelle palpabili di matrimonio primario e di concubinaggio, vi era la segregazione anche alla vista di maschi estranei. Vi era la possibilità per i potenti (i poveri non se lo potevano permettere) di avere una compagna che deteneva i diritti di successione e di proprietà per le figlie e i figli, e poi delle concubine che erano concertate con le famiglie di altri governatori, principi, figli illegittimi di corte, di nobiltà varie, di signori della guerra.
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Non era automatico per l’uomo sposarsi o aver la concessione di più unioni. Certamente vi erano sottili giochi di alleanze incrociate con sofisticate relazioni che duravano anni, con visite, regali ogni volta per gli ospiti, per i servi e per i messaggeri. Ognuno di essi aveva un preciso significato e anche un modo per stabilire le gerarchie di ricchezza, di potenza e di azione politica.
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Agli occhi moderni, la condizione della donna non è che fosse così libera, ma dobbiamo guardare pensando a più di mille anni fa, perché la condizione della popolazione in gran parte era quella agricola, di pesca e boschiva, contraddistinta da povertà e dalle conseguenze di carestie, incendi, morti, dovute anche alle continue guerre interne.
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Da tutti era accettata la pratica delle concubine, ma queste non erano disprezzate. Dalle stesse madri e dalle prime mogli, anche quelle imperiali erano prese come alleate, come seconde figlie o sorelle. E tutte e tutti entravano nel gioco delle relazioni di potere e di successione. Se un alto dignitario non aveva figli maschi, o era di basso lignaggio, rispetto a chi lo circondava, le figlie avute con le concubine erano uno strumento di potere, anche per le donne stesse. E attenzione, l’uomo doveva fare la corte, conquistarle a partire dalle poesie. Le donne rispondevano e anzi era considerato disdicevole che si addivenisse ad un’unione in tempi brevi. Passavano mesi se non anni, e addirittura della donna magari si vedeva solo qualcosa tra i veli delle camere.
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È godibile leggere la quantità straordinaria dei tentativi di combinare le storie d’amore e anche delle vicende degli amanti, altro che le telenovele di oggi, anzi, forse ne sono una prosecuzione millenaria comune a ogni cultura. Il tratto distintivo però che risalta è relativa alla concessione di una pari dignità intersessuale letteraria e di singolar tenzone d’amore. La donna non era per niente considerata la figlia del demonio o la tentatrice.
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Anche se parliamo di aristocrazia e dell’alto ceto degli amministratori e dei guerrieri, le donne erano acculturate. Il lusso, lo sfarzo, la cura dei vestiti, la scrittura dei messaggi, l’economia informale operata dalle donne era qualcosa di strettamente congiunto con le politiche di corte, imperiali, e di guerra. Era la linfa dell’apparato di potere imperiale Heian che stabilizzò le turbolenze e le guerre continue, tra il 700 e il 1100, prima di cedere ai signori della guerra, che avrebbero portato secoli di lotte continue con gli Shogunati tra il 1200 e il 1868.
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È importante sottolineare che questo testo base della cultura giapponese odierna è stato scritto da una donna.
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Certamente gli eventi e gli episodi sono visti dal punto di vista dell’aristocrazia, partendo da punti di vista delle donne di corte e dalle lettrici di tutte le élite giapponesi, quindi non vi sono descrizioni di battaglie, di vicende economiche, di rapporti internazionali, ma proprio per questo il lettore entra nella linfa vitale delle radici di questa cultura millenaria.
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Genij è il figlio illegittimo di un imperatore, comunque da lui amato e ammirato per la sua bellezza, grazia, conoscenza, abilità nelle arti quali la poesia, la musica e la danza, nonché nell’età matura per le qualità militari e amministrative. La sua figura è uno spartiacque tra un prima e un dopo, dove generazioni intere convergono e poi si diramano in avvenimenti paralleli oltre la sua morte.
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Proprio perché fu denominato universalmente “lo splendente”, l’imperatore e la madre, una delle più potenti concubine, lo vollero porre in disparte nella prima gioventù per tenerlo lontano dall’invidia, dagli intrighi e dalle cospirazioni. Occorre sottolineare che le feste, la ricerca di arredamenti elaborati, il lusso dei vestiti, la cura dei riti e degli avvenimenti, la lista dei regali e dei doni da offrire ai potenti convenuti, ai militari di scorta fino all’ultimo servo, non era uno spreco, o un gioco d’esibizione, ma un mezzo di relazioni. Un tratto di una trama continua di alleanze, accordi, posizioni per una società fortemente gerarchizzata e ordinata in tantissimi gradi amministrativi, regali, militari, e sacerdotali.
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La singola commistione tra il buddismo e lo shintoismo come riferimento che accompagna l’al di là nel mondano, in termini trascendenti assolutamente diversi dal nostro, ci offre preziosi tratti nel ricavare indizi dei modi di vedere del mondo asiatico. È una galassia tutta da scoprire pienamente qui da noi, lettori in Italia. L’autrice ci offre uno spaccato che noi diremmo quasi sociologico di come tali pratiche religiose tra il 600 e l’anno Mille, per il nostro calendario, entrano in una forma sincretica e molecolare con le amministrazioni laiche e militari del Giappone.
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Genij fu protagonista di tante occasioni mancate, ma proprio per le sue rinunce e sacrifici d’amore, per estrema generosità e rettitudine pensò al bene di chi gli stava accanto, a garantire che gli eredi legittimi fossero destinati a ruoli imperiali e a preservare gli equilibri delle principesse, imperatrici, concubine, mogli dei governatori. Ciò era ed è il principio base dell’ordinamento e della regola cardine della cultura millenaria giapponese: l’equilibrio e l’adesione alla forma imperiale come testimone di riconoscenza ai contemporanei e guida per i discendenti.
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Assieme a Genij vi sono storie struggenti, dolorose, commoventi, di tante protagoniste e protagonisti, la cui minima indicazione comporterebbe la scrittura di pagine e pagine.
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Una menzione di lode va a Maria Teresa Orsi che ha curato il volume, perché ha compiuto un lavoro titanico di ricerche bibliografiche, di traduzioni, componendo pagine e pagine di note esplicative e di un glossario che permettono al lettore di avviare ricerche personali, che solo un mese per ogni riferimento non basta.
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Se si legge il libro in modo superficiale, dopo poche pagine subentrerà una noia mostruosa, perché sarà impossibile tenere le fila e il senso di tutto. Se si vuole affrontare una lettura veloce, entro poco tempo si avrà un mal di testa generalizzato e una nausea per la quantità di informazioni immagazzinate che porteranno una indigestione cognitiva.
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Va letto con calma, come un praticante dei riti buddisti e con una tenacia di uno shintoista che ripete le sue preghiere e compiti decine e decine di volte. Prima di analizzare la struttura sociale, amicale, e famigliare, con i riferimenti storici, consiglio di leggere il testo, in prima istanza, con il proprio corpo in una immersione estetica. Ci si lasci andare alla musica, al canto, ai colori della natura, delle piante, dei giardini, delle case, ai profumi al volgere delle stagioni che queste pagine offrono. Ci si sentirà arricchiti di un universo per noi tanto lontano, ma che a una seconda riflessione e lettura più attenta fornirà indizi di una fratellanza anche con le nostre culture, perché tutte assieme cerchiamo di affrontare il cambiamento, la morte e la decadenza, che è proprio il periodo in cui fu pubblicata l’opera. L’impero iniziava a mostrare i segni di cedimento.
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La consapevole decadenza di ciò che fu è sublimata in questa opera d’arte in cui nelle ultime pagine si è travolti da una straripante millenaria dolcezza e commozione nel vivere tutti noi in una fratellanza e sorellanza nel soffrire e nello sperare in un ascolto compassionevole.
Il dono di Humboldt di Saul Bellow (Autore), Pier Francesco Paolini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2008 (Ed. Originale, 1975, Secker & Warburg (Londra) e Viking Press (New York))
Il protagonista è uno scrittore versatile che scrive sia in forma di prosa sia in poesia. È una fitta trama di specchi ove Citrine, il giovane di belle speranze che ottiene il successo anche economico, si confronta continuamente con il suo mentore, il poeta Humboldt, il collerico, pazzo, esagitato, esorbitante genio creativo. Tale antagonismo prosegue oltre la morte del poeta decaduto in un colloquio ove sono messe in questione le funzioni dell’intellettuale nei rapporti con la società e nei correlati sistemi morali storicamente determinati.
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La storia inizia negli anni venti del millenovecento, attraversa la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, il Vietnam, i mutamenti sociali e le contestazioni. Citrine, nel perseguimento del successo, attraverso la composizione dei suoi scritti teatrali, romanzi e in misura minore delle poesie, si interroga sulla sua funzione politica, sociale e di costume.
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Humboldt ha un rapporto conflittuale con il mondo e con il proprio ruolo di presunto vate. Seguito dall’opinione pubblica nonostante la sua autodistruzione sociale ed economica, oltre che psichica, puntella negli anni una scansione degli eventi in rapporto a Citrine, la voce narrante riguardo gli eventi del passato che hanno la funzione di tracciare una successione di causa ed effetto in relazione alle vicende del presente.
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L’opera straripa di riferimenti letterali e degli intellettuali che hanno caratterizzato i decenni su indicati. Sia Humboldt sia Citrine a modo loro destrutturano e desacralizzano i miti e riferimenti politici e ideologici che via via incontrano negli anni. Il primo affrontandoli con un sistema etico inflessibile che dichiara la propria aderenza a una funzione di vate delle arti, buone, belle e giuste, attraverso la propria biografia, demolendo il proprio ruolo e distruggendosi per ogni atto di svendita dei propri valori e di mercificazione. Il secondo con uno sguardo cinico, logicamente coerente e robusto di argomenti, rendendo i riferimenti morali e artistici del tempo limitati e velleitari.
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Se Humboldt persegue una coerenza inflessibile nel comporre gli scritti, con una dichiarazione esplicita di perseguire una produzione artistica innovativa, così cerca di realizzare tale impegno anche Citrine. Se il primo, però, attinge solo alcuni riferimenti utili alle sue convinzioni, il secondo li usa tutti, nella consapevole e velata intenzione di considerarli meri strumenti di lavoro.
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Nonostante che Humboldt lo abbia negli anni calunniato e derubato, così come la ex moglie e le amanti, Citrine accetta tali violenze nel dichiarare alla propria coscienza di agire come un eroe che in modo nobile accetta i soprusi per mantenere integro il proprio genio, il quale risolverà tutto e nella convinzione di agire in un’ottica di lungo periodo tendente alla gloria.
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Citrine però sa che il suo atteggiamento apparentemente generoso nasconde secondi fini, tra i quali il bisogno, che, comunque vadano le cose, lui dovrà essere ricordato come il genio eroico, bravo, buono e bello. Negli anni mostra debolezze e comportamenti meschini, per i quali accetta la punizione che è inconsciamente voluta, inflitta dai suoi cari, dai suoi amici, e da coloro per i quali intrattiene affari. Per la sua vanità si trova invischiato con malfattori che lo ricattano e perseguitano, da avvocati che lo sfruttano in cause continue, da una ex moglie piena di conflitti irrisolti e di traumi psichici, che lo infama e cerca di derubarlo, e da amanti che lo usano.
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Citrine è consapevole di ciò e come tutti i protagonisti dei romanzi di Saul Bellow camminano nei cigli degli abissi, sempre nel punto di naufragare definitivamente. In forme diverse è lo stesso atteggiamento di Humboldt, ma tradotto in modo passivo in rapporto alle catastrofi che lo perseguitano.
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È un romanzo lungo, denso, emotivamente teso, che chiede molto al lettore, perché esige una attenzione costante ai riferimenti sociali, politici e intellettuali degli Stati Uniti e di tutto il mondo, con lunghe digressioni del passato, ove ognuna di esse è già un nucleo di un romanzo a sé stante. Nel contempo, però, si passa a una narrativa stringata ed avvincente che porta a picchi di climax emotivi improvvisi.
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Saul Bellow qui raggiunge la propria maturità di scrittore, perché mostra le sue profonde conoscenze letterarie, politiche, artistiche e filosofiche e le affronta attraverso i protagonisti, i quali cercano di incarnare gli spiriti del mondo che via via si susseguono, ottenendo lo svuotamento delle proprie biografie e uno sguardo critico delle istanze, accettando però della loro necessità per continuare a vivere e cercare un progresso per tutti, in particolare di quello morale.
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Gli esiti mostrano il fluire del vivere e la trasformazione di ogni modello interpretativo che si ritiene intransigente e coerente nelle proprie direttive.
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Qui Saul Bellow parla anche della sua funzione di scrittore, perché i protagonisti sembrano suoi specchi, in un gioco dove ogni immagine e la relativa biografia, divengono entrambi un “oggetto” creato dalle stesse concezioni letterarie da loro dichiarate.
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È una narrazione ammaliante che serve a non esplicitare in modo diretto, la volontà dell’autore di farsi egli stesso un prodotto narrativo, quasi a tentare di incarnare uno spirito creativo totale dove il mondo stesso e il suo divenire siano sussunti nel testo letterario.
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Il protagonista che cade non rimanda a un dilemma etico che deve risolvere il lettore attraverso la propria biografia intellettuale e morale, come nelle opere precedenti, perché è Saul Bellow che si fa materia diretta per ognuno, in una spregiudicata ambizione di incarnare l’atto creativo.
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Questo dono vuole condividere la gloria in un omaggio incartato di spine che costringe al dolore di affrontare le proprie aspirazioni nascoste, le sconfitte e le rinunce, e, ferita dolorosa più grave, i compromessi a cui ci si è adeguati tradendo il proprio sistema di valori.
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Che il lettore accetti assieme a me, autore, la volontà di gioire nell’atto creativo e il desiderio meschino e mediocre di perseguire la gloria.
Poeti D’Ucraina, a cura di Alessandro Achilli – Yaryna Grusha Possamai, Mondadori, Collana Lo specchio, 2022
Questo libro è un’apertura ed un invito verso un mondo caleidoscopico e muta forma, accogliente e resistente rispetto alle avversità dei tempi, dei lutti, dei rivolgimenti in una terra in cui si sono riversati i popoli nei millenni, lì in parte risiedendo e in altre continuando ad attraversarlo.
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Le terre d’Ucraina sono state e sono una spugna e un filtro degli attriti terrestri e delle strade ventose d’Asia e d’Europa, svolgendo, in più, una cesura d’equilibrio rispetto al medio oriente e ancor oggi parla e manda vita e cibo alle terre d’Africa. I popoli, le lingue, le culture, le genti, chi in pace e chi offendendo, hanno preso e preteso in questo paese. Considerato inesistente o gigantesco. Eppure anche nelle volontà d’arrecare danno e inibizione per questi luoghi, considerandoli meramente materia disponibile, tutti a loro si rivolgono. Non possono fare a meno di volgere lo sguardo in questo mondo, che, nonostante le offese e il sangue, sempre nuova vita è rinata. E nuove parole e modi di vedere il mondo. Certo è comune a tante vicende e popoli della terra, però, qui, si ha una caratteristica che risalta: la memoria di ciò che si è stati, di come ci si è trasformati con l’avvento di nuovi popoli, mantenendo un filo conduttore comune cui la lingua e le espressioni culturali essendone una espressione mutevole, a esso risalgono. La consapevolezza di avere una propria definizione: essere parte dei popoli d’Ucraina.
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Nei secoli l’Ucraina ha accolto le lingue, le persone, gli stili letterali e poetici dei paesi limitrofi, e tra i confinanti e i loro figli lì nati, si sono innestati nuovi rami che hanno contribuito a generare non un singolo albero, ma intere foreste di trame narrative, storiche e di miti che conferiscono un senso, un colore e un’estetica. Ciò si è delineato fino ad oggi a determinare le ricostruzioni storiche che permettono una visione feconda e creativa verso il futuro.
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I poeti d’Ucraina solo negli ultimi due secoli sono stati autoctoni, russofoni, polacchi, lituani, tartari, cosacchi, romeni, moldavi, slovacchi, ungheresi, provenienti da quell’altro agglomerato in continua evoluzione che sono i popoli delle terre del Caucaso, e fra gli stessi popoli provenienti dalle terre della Russia.
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L’attività poetica è verticale. Ogni testo poetico cerca di rappresentare l’universalità partendo da una occasione sentimentale, temporale, o da un oggetto considerato trasparente, ovvio, banale. Vi è una differenza però per il lettore medio italiano. In Italia da decenni siamo abituati a considerare il poeta nostrano inserito in un contesto nazionale che ha il patrimonio della lingua italiana come un mare creativo trasparente e ovvio. Certo può essere anche un poeta sperimentale e dialettale. Non importa: sempre nell’alveo di un contesto italico è reso nell’immaginario estetico uniforme. Così non è per l’Ucraina: ogni persona è già bilingue o trilingue dalla sua stessa famiglia, oppure anche se reputa di parlare una lingua unica, usa termini propri di ceppi diversi. Ovvero ogni poeta, qui in Ucraina, è un gruppo di persone, più famiglie, luoghi diversi, ricordi ancestrali che vanno dall’Austria fino al Kazakistan. E sì vi è anche di italiano. Anzi molto di noi italiani, genovesi, veneziani (prima ancora dell’unità d’Italia) in Ucraina. Ogni poeta e poetessa ucraina è una moltitudine di approcci linguistici diversi all’interno di una lingua e anche una lingua con più approcci culturali diversi. Eppure ognuno sa dentro di sé distinguere quel nucleo che è la linfa sua creativa e che parte dall’appartenenza primaria alle terre d’Ucraina.
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Molti di loro sono stati e sono ancora oggi, di queste ore, perseguitati, torturati, incarcerati, uccisi, e le loro opere obliate. Anzi, nei secoli i popoli circostanti oltre a voler negare l’esistenza istituzionale dell’Ucraina, hanno voluto e ancor oggi cercano di eliminare la lingua, la storia, l’anima ucraina.
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Eppure, nei dibatti attuali, specialmente di questi giorni di guerra, di stragi e di orrori in quelle terre, l’Ucraina offre tanto al mondo di cibo, di materie prime, di persone che lavorano all’estero, di idee, di creatività, di manufatti sempre più sofisticati. E principalmente sperimentazioni estetiche e narrative, che hanno anche una valenza identitaria popolare, politica, di resistenza, di cittadinanza. La caratteristica è l’apertura e la creazione di qualcosa che sia sempre ulteriore, avendo però un occhio rivolto alle proprie origini.
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E mia sia consentito dire ai russi: l’Ucraina sarebbe stata e lo è e lo sarà per il prossimo futuro, una occasione formidabile per la quale potranno essere qualcosa di diverso, di migliore e di fecondo per i popoli a venire. Di lasciare la visione imperiale che avanza fagocitando e distruggendo, ma di ampliare migliori condizioni di possibilità per l’esistenza di ogni abitante del luogo e anche dei vostri paesi delle Russia. La libertà d’Ucraina è la garanzia futura per la sopravvivenza della Russia e per un suo sviluppo inedito e migliore. La madre Russia crea come quella Ucraina, ma molti dei figli suoi, la rinnegano e avanzano solo volendo il sangue. L’estetica, la democrazia e la creatività ucraina sono forse l’unica occasione affinché la Russia come la conosciamo possa prosperare nel futuro. Sembra un paradosso, ma lo stesso sviluppo dell’Ucraina salderebbe nuove radici per la Russia, partendo proprio dalla poesia: il luogo della gloria, della bellezza, dell’amore, della morte, della sofferenza e della rinascita.
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Questo libro è iniziato a esser redatto otto anni prima della pubblicazione nel 2022. Non è solo un prodotto derivato indirettamente dalla tragedia in corso. Vi sono ovviamente selezioni, quello che offre è un insieme di chiavi di accesso, e qui per quanto mi riguarda mi soffermerò in modo non esaustivo, su alcuni punti di riflessione per noi italiani, in una terra che consideriamo lontana, eppure i nostri avi tanto ne hanno avuto a che fare. Dimentichiamo che molti ucraini e ucraini in questi ultimi decenni si sono stabiliti in Italia, e hanno teso rapporti forti, plurimi e diffusi, tanto da apparire trasparenti. Le culture dell’Ucraina da decenni sono aperte al popolo italico e stanno seminando inedite prospettive già presenti. Sta solo alla nostra curiosità, alla nostra capacità di ascolto e di interagire, permettere che questo fiume carsico, finalmente emerga, fecondo e bello di vita.
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Mi focalizzerò su alcuni tratti che emergono dalle poesie degli autori, che rimando alla lettura del libro, perché sono tante e per ognuna non basterebbero dieci pagine per discuterle.
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Vasyl’ Stus (1938-1985 – morto anche per le lunghe detenzioni nei Gulag). È uno degli uomini più osteggiato e perseguitato fino a controllare ogni ora se avesse o meno la possibilità di scrivere, per negare anche l’atto di prendere una matita, o un pezzo di legno. Un ponte gigantesco della poesia dell’ottocento, non solo delle terre D’Ucraina, anche dell’intera Europa. Classico e romantico. Una esplosione di creatività e di versificazione. L’<io> come colui che è un mondo gigantesco, multiforme che si interroga su di sé, sul mondo, sul tempo, sul senso dell’esistenza, partendo però dal suo stesso dubbio. Le sue poesie hanno domande e invocazioni che sanno già in negativo dell’impossibilità della risposta. Dalla limitatezza e dallo struggimento, dalla concatenazione logica e razionale, procede nei versi con un crescendo continuo di richieste, sempre più profonde, fino ai sensi ultimi dell’esistenza. Nella traduzione italiana il ritmo delle domande e dell’accostamento verso il tempo, il mondo e l’eternità è giustapposto con invocazioni al futuro, risposte del passato, in un gerundio ritmico che non è ripetitivo. È una spirale che riparte dal punto iniziale come un nastro di Moebius in timbri sempre nuovi. È una continua variazione nel chiedere chi sono “io”. È un chiedersi estetico meraviglioso in cui questo uscir da sé, è un ritorno nei punti di appoggio: nascita e morte, speranza e orrore, corpo e sangue. Ecco perché ogni potente e ogni dittatore ha paura della sua opera: svela l’inganno e la violenza sciocca e muta. Hanno cercato di obliarlo in tutti i modi, ma Vasyl’ Stus riesce a parlare anche attraverso la sua morte.
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La poesia libera della “Scuola di Kyjiv” nata negli anni Quaranta nega la prospettiva storica proposta dal regime sovietico nell’ottica di una predeterminazione diretta da un apparato statale che è ordine e senso del mutamento sovraordinato sopra qualsiasi individuo. I luoghi creativi intessono relazioni astoriche tra le cose, cioè il mondo con l’uomo che è un individuo aperto a prescindere del suo “ruolo” e “funzione”. Lo stile talvolta astratto ed ermetico tende a delineare una attività poetica difficilmente riassumibile dai canoni totalitari politici ed estetici e a generare luoghi in cui nuove istituzioni immaginarie della società possano apparire. I loro testi furono pubblicati finalmente nella seconda metà degli anni Ottanta.
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Mykola Vorobjov offre istantiquotidiani e privati, apparentemente immediati, ma l’uso e la sperimentazione di colori, toni, aggettivi sostantivati delle cose del mondo come la neve, le foglie, i diamanti, il pesce, sono attrattori di metafore e traslazioni predicative di azioni e di funzioni, dove il poeta, il parlante, l’individuo, ricostruisce il passato saputo ora, nell’attività poetica, come “suo”, e lo proietta nel presente, assieme al lettore. La situazione nella attività di versificazione scandisce un tempo che delinea senso nel ritmo delle strofe e in queste cuce una biografia itinerante, attorno a un istante, che in tal modo, può essere di tutti.
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Mychajlo Hryhoriv invece adotta uno stile asciutto, di non facile comprensione, ma con scopi analoghi a Vorobjov: affidarsi a una spinta creativa nel chiedere il “perché” delle cose. La richiesta è rivolta a sé, e poiché si parla di poeti, l’attività del versificare è ciò che ritorna nel punto iniziale. Il dito è rivolto verso il proprio petto. La struttura di questo domandare è analoga a quella del mondo, ed è una metafora dell’espressione estetica.
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Vasyl’ Holoborod’ko richiede risposte impossibili come i due poeti precedenti con uno stile immaginifico, decisamente diverso. Le “cose” e le “situazioni” di Vorobjo e di Hryhoriv, infatti, appiano scarne e minute, tali da agglutinare significati nascosti, accessibili solo dal versificare del poeta che cerca di attirarle mediante domande esistenziali. Holoborod’ko invece si lascia travolgere dalle costellazioni di significati che erompono con metafore ed analogie, per le quali l’io del poeta incarna ogni loro significato. Il poeta è l’albero e la pioggia che assieme al mondo crea una comune situazione estetica piena di luci, timbri, slittamenti semantici, ostili a qualsiasi criterio regolativo.
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Negli anni di Gorbaciov nasce il gruppo visimdesjatnyky cioè i “poeti degli anni Ottanta”, figli di famiglie di intellettuali, e studenti universitari con uno sguardo meno legato alle tradizioni e alla postura emotiva del periodo della Stagnazione, cioè di Breznev. Vivevano gran parte a Kiev ed essendo molti coetanei, frequentando l’università e luoghi di ritrovo come i bar, scrivevano dappertutto anche nei tovaglioli, scambiandosi citazioni, versi, idee, spunti, contrastando quindi il forte controllo quotidiano e la censura. L’altro polo del gruppo è nella città di Leopoli che usa la cultura carnevalesca come uno stile poetico di resistenza e agonistico verso il potere, attraverso l’ironia, il sarcasmo, il comico. Innovativi, ma con uno spirito che noi diremmo medievale, in cui le maschere di carnevale, e i giullari assolvevano a una funzione antiautoritaria. E qui questa poesia funge da ponte per gli anni novanta.
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Hryc’ko Ćubaj, scomparso nel 1982 a Leopoli, offre una lirica ermetica che si genera nell’istante di tempo, considerato infinito, in uno spazio per il quale qualsiasi oggetto di una stanza, o di un ramo visto dalla finestra, rappresenta l’occasione di esprimere un patimento cosmico. I corpi vengono descritti nelle relazioni che il poeta ha con l’amante, con il cielo, il Sole. Le sensazioni nel ritmo dei versi, attraverso le sinestesie e le metafore in una espressione progressivamente più intensa di aggettivi sostantivati, compongono l’io del poeta in quell’istante che è tutto. Tutto lui, tutto il mondo e l’integrale delle emozioni che si hanno rispetto a ciò che è innanzi. Le sue poesie sono un grande collettore di metafore, che, più complesse sono, più riescono ad abbracciare gli astri in un cammino aperto e infinito.
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Natalka Bilocerkivec’ (poetessa) tende lo stile in un passaggio conflittuale tra la realtà e la sua rappresentazione, componendo per ulteriore contrasto un’affinità tra i due poli, considerando la vita quotidiana e quindi anche sotto quella della censura, una recita teatrale, vera però e concreta, fertile comunque per il poeta. L’attività estetica è la memoria di questa ipotetica scissione, e il testo poetico ne è la rivelazione, indicando, in più, un vivere ulteriore e indefinitamente più ampio.
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Oksana Zabuźko (poetessa) porta l’intero popolo ucraino nel tempo del novecento, mostrando come nel secolo del presente, il vivere e il respiro sia stata rubato e truffato da parole e idee che hanno ferito le città, i giardini, le terre. Il ritmo del poetare varia da strofa a strofa, in connessioni logiche ed entimematiche di più livelli, dove l’invocazione e la richiesta di attenzione verso il lettore, attraverso gli oggetti mancanti e quelli desiderati, proietta il futuro all’indietro in questo presente agro. Il collasso temporale è la stessa composizione poetica che permette la memoria, feconda e innovativa per chi sa e per chi voglia raccogliere le voci nostalgiche convertite nella speranza pudica, ma tenace.
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Ihor Rymaruk il poeta che nella prigionia, avverte l’impossibilità di porsi in relazione libera con l’ambiente, attraverso lo slancio poetico, decomponendo il suo io, per immergersi di volta in volta, e in concomitanza, con gli animali, con la risata di un bambino, con una rosa. Vi sono analogie che diventano legami corporei fino a fondersi nelle interiezioni che invece di troncare gli accenti e le consonanze, aprono ai suoni che compongono slanci ibridi di nuove forme estatiche, al di fuori dei manuali, delle regole, degli ordini, delle prescrizioni artistiche. La terra d’Ucraina è la pagina infinita di questo versificare.
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Oleh Lyšeha La fuga come libertà, l’inversione simbolica che rompe il mare di ghiaccio e di violenza fredda e istituzionale. L’io è più libero e vero, quando si estrania, alienandosi da sé, nel senso non di negare concetti, idee e valori di vita, quanto nel riconoscere la loro limitatezza. Tutto ciò, essendo piccolo, non può inglobare il mondo inconosciuto. Non a caso il suo poetare è centrifugo, ma i versi che dileguano, le allitterazioni e le invocazioni che non si chiudono, i singoli predicati che offrono plurimi complementi oggetti in quanto astratti, quindi possibili di singole individuazioni, ecco tutto ciò non è sintomo di una demolizione. Lo stato apparente di vuoto riceve una costellazione di tracce timbriche lasciate dalle strofe, in modo tale che l’io del lettore abbia il suo sentiero biografico da percorrere.
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Attyla Mohyl’nyj diffonde versi che invertono i tempi portando un passato non pienamente compreso e vissuto, che, diventando una mancanza, viene catapultato in un futuro anteriore, attraverso il ritmo poetico riferito alle assonanze predicative verbali del camminare, vagare, salire e scendere, tra vie e filobus, tra muri e periferie, tra tempi di lavoro e di svago. È una clessidra che dal centro proietta strofe verso le due basi in modo simmetrico, applicando un collasso temporale, in cui la linea del tempo narrato diventa un nastro circolare, e in esso s’emana l’abbraccio della speranza, dell’amore, dell’amata, e del canto. Un inno alla casa comune che è l’Ucraina.
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Jurij Andruchovyč offre il gran pentolone degli stili che convergono in vortici di consonanze terminologiche e assonanze metriche che rimandano a canti dei cosacchi, alla poesia “importante” europea. A prima vista sembra un vestito di Arlecchino di citazioni, ma ognuna di loro è strettamente connessa nell’offrire una melodia tra le parafrasi che permette il gioco, in modo da rompere le catene della prosa lineare e carceraria. Non è un caso che i tratti biografici emergano, come la fuga in Italia, e la consapevolezza di esser straniero e clandestino, ma nella volontà di lasciarsi giudicare e parlare dagli italiani, lui e la sua compagna, in modo da assorbire i nuovi punti di vista e le estranee parole per tradurle nell’ultima struggente poesia pubblicata qui. Ed è questo lo spirito Ucraino: accogliere gli influssi altrui per riproporli in una sensibilità inedita.
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Tra gli anni Novanta e Duemila appaiono i “poeti dell’Indipendenza”, coloro che nacquero tra gli anni Settanta e Ottanta. E si caratterizzano in primo luogo per le esibizioni orali al pubblico, più che comunicare prevalentemente con la carta stampata. Si moltiplicano i caffè letterari e gli ascoltatori. E partendo da un’impostazione orale, il verso libero ne è la matrice, per il quale all’interno della prosodia, fioriscono i neologismi, gli slang e il lessico quotidiano. L’io del poeta, passa in primo luogo attraverso il corpo, la materia, l’odore. Esplodono le assonanze e le allitterazioni. Le piazze sono il luogo di sintesi come nel 1990 per la “Rivoluzione sul Granito”, la prima Majdan, successivamente nel 2004 e infine nel 2013-2014. Il poeta non guarda all’istituzione, a un posto di docente, ma di vivere della propria libera professione di poeta che è quindi una pratica di vita.
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Serhij Žadan
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La presenza del proprio tempo. Qui la storia delle terre d’Ucraina e delle genti, del passato, delle loro confluenze tra i popoli, tutti convergono nel conflitto che inizia, non tanto per rivendicare una nazione libera, quanto per rivendicare l’autonomia che già esiste, nonostante sia malferma, per gli attacchi esteri, e per conflitti interni. Qui Žadan versifica nel confine e nei punti cardinali che orientano i vortici dei conflitti, ove i linguaggi, i tempi, e il mito sono concretamente confluiti nella sofferenza dei singoli. Si mantiene la propria aspirazione alla vita e alla libertà attraverso lo sguardo strabico che ha ogni cittadino. Est e ovest: i poli che conferiscono un senso ai confini del paese e che, nel contempo emanano spinte di opposta direzione. Il treno, la ricerca di uno spazio e di un lavoro, oltre a ingegnarsi ogni giorno con il fucile per sopravvivere a una guerra subita, sublimano in versi che diventano un memoriale. L’innovazione risiede nello scambiare il ritmo dei verbi che descrivono i patimenti dell’<io> ucraino, in un inno che celebra la normalità del quotidiano come un fine da perseguire, respirando arterie di ferrovie, globuli rossi di vagoni, tra le giunture dei capolinea. Un corpo che pulsa dolore e vita della terra.
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Marianna Kijanovs’ka
Una poetessa che moltiplica il proprio io in tante donne, che, tutte assieme, rappresentano le anime delle genti d’Ucraina, dove ognuna di esse s’accomuna con le lacrime, la gioia, e la morte. Il corpo dell’io della donna diventa un amplificatore dei moti della natura, degli animali, della flora, in cui ogni verso utilizza aggettivi e attributi dell’ambiente vivo e inanimato, rendendoli soggetti che compongono le declinazioni di questo poetare. Questo versificare è lo stesso patimento del corpo e della voce della poetessa. Tra le esplosioni di metafore, di allegorie e di sinestesie, tutte però non fuggono, ma convergono in questa terra. Tra i magnifici versi, ne cito solo uno che dice tutto in una volta: “L’ambra e lo smalto di una pioggia calda”.
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Halyna Kruk ci avvolge con spirali prosodiche nelle quale l’<io> del poeta si converte nelle strofe in un “noi”. Il patimento, il dolore, e la speranza, non è solo mia che li canto e li declamo, ma di tutti, e di tutte queste anime di questa terra, e di me stessa, Halyna : una pluralità di voci che hanno una relazione con ogni altra pluralità fuori di me. Esplodono le allegorie, tra un arcobaleno di metafore tra sentimenti, unioni, corpi, nascite e morti.
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Oleh Kocarev cammina tra versi di uno o due parole concatenate foneticamente e intrecciate semanticamente, in una struttura sequenziale che va di pari passo con il tempo. È un versificare che scandisce e riporta i secondi che viaggiano, trasformandoli in storia. Tutto ciò che appare e muta in modo concomitante, attraverso il poeta che raffigura e che prefigura, il mondo si sfila in un binario temporale. Attraverso una descrizione della terra, del popolo e della lingua, le strofe esprimono la tensione prosodica tra l’aria che disperde e la terra che sotterra, e qui nei tentativi di render senso alla memoria e scopo per il futuro, come due acciarini, la fiamma poetante crepita senza fine.
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Olesja Mamčyč è il luogo della poesia che riporta un mondo reale come se fosse una favola. Ogni predicato è già una sintesi di significati, concreti e duraturi. Lo stare dell’io del poeta, si rivela attraverso gli entimemi e la sineddoche. Ogni luogo diventa un ambiente attraverso la prosodia, e quindi ogni relazione assume una funzione attraverso l’armonia delle consonanze. È l’infanzia che gioca e crea.
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Dopo gli eventi cruenti del 2014, sull’onda della Rivoluzione della Dignità, l’ucraina ha cominciato a pensarsi in un’ottica di ricostruzione e in particolare anche per la cultura. I poeti risentono della violenza, dello scoppio della guerra come se d’improvviso la terra si rivelasse una zattera su un mare in tempesta, sotto le intemperie di un vento che riporta le urla ancestrali del giogo e del sangue. Gli strumenti espressivi risultano monchi rispetto ai nuovi e tragici avvenimenti, ma tantissimi poeti versificano e vivono sulla loro pelle ciò che di lirico riescono ad esprimere. Dal 2014 come per reazione alle bombe e agli spari che rimbalzano sul terreno, riverbera una montagna di polvere che muta in poesia e in un inno verso le genti che ora definitivamente si vedono ucraine. Ed infatti ora i poeti provengono da ogni zona del paese.
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Iryna Cilik
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Ella più di tutti all’inizio canta come gli elementi siano violati, di come le nuvole sporche e appesantite lottino contro il Sole, e che i vapori siano intrisi dei fumi di sangue di un cielo ferito. Il mondo urla alla primavera che sembra dileguata. L’io del poeta che si proietta come corpo nel mondo, si ricompone nel dolore, attraverso la domanda del perché di tutto questo e di come ogni speranza sembra convergere in un imbuto silente e interrato. Lo stile innovativo dispone versi di domande incastonate e descrizioni semanticamente disallineate, rimanendo però inscritte in forme canoniche come i sonetti. Ed è qui, anche nel grigio irrespirabile, che il canto riemerge e fornisce un nuovo sentiero temporale e melodico.
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Ljuba Jakymčuk riprende i temi di Iryna Cilik e approfondisce la decomposizione squartata di Luhans’k, di Donec’k, di Debal, con sperimentazioni innovative in tratti grafici appositi. È un poetare che va letto e parlato. La ripetizione e le cantilene compongono una struttura bivalente e a più livelli, infattida canto funebre commemorativo, si passa al lamento e allo strazio, generando un ritmo che si trasforma in iati e troncamenti. Le concatenazioni vuote, però, demarcano strofe che agiscono in parallelo e che quindi risentono e si riconoscono nella mancanza di una unione vivifica. Come radici di un albero divelto, i versi si immergono nel terreno per trarre linfa da nuove ramificazioni di senso.
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La poesia pubblicata di Anastasija Afanas’jeva sembra rispondere a Ljuba Jakymčuk: Sì. È possibile poetare dopo che la gente è divisa, dopo Donec’k, Luhans’k, dopo che lo stesso versificare è considerato un rumore di fondo indistinguibile. Sì: è possibile perché, anche nella flebilità più anemica di energie e speranze, rimane l’ultima fiammella cui attingere il tempo, il senso, lo scopo, l’immagine stessa del vivere.
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Ija Kiva, Jurij Izdryk si avventurano nel territorio strappato, nelle lingue bucate e censurate, nella ricerca di un nuovo equilibrio, dove il privato e il pubblico tentano nuovi intrecci, perché costellati da burroni di tombe, e rattoppi dispersi sui frammenti di pelle delle terre d’Ucraina. I versi attraversano i verbi all’infinito che predicano le azioni che si dovranno intraprendere per cercare le radici di una vita che non ha ancora un nome. L’ambiente ferito sgorga ancora linfa vivificante dalle vene lacerate. Si è obbligati a concatenare le strofe tagliandosi le mani e la bocca, ma non vi è scelta, perché la strada stilistica del patimento del poeta è quella che può dissotterrare le puzzolenti parole umide, per rischiararle con fatica sotto un Sole ottenebrato dal cielo fumante di ferro e acciaio. Le trame prosodiche sono lise custodi del tempo futuro.
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Oksana Lutsyshyna e Pavlo Korobčuk parlano del divenire tramortito, dei figli mai nati e nominati, alternandola la rabbia e la preghiera verso il padre e il signore. I versi incuneano una collana di eventi nel presente che, essendo luttuoso, tramuta la prosodia in una catena che immobilizza. Nella fissità temporale i predicati verbali collassano in attributi degli oggetti che descrivono i colori del canto del poeta. Le Invettive e le preghiere ritornano sul poeta stesso, perché, non essendoci una risposta trascendente e immanente oltre la linea di confine del dolore, i complementi oggetti mancanti lasciano una esortazione che suggella le strofe in liriche d’attesa.
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Serhij Žadan già citato nelle righe precedenti, riappare nel tempo della guerra di questi anni e come Oksana Lutsyshyna e Pavlo Korobčuk, converge il suo stile in un tono d’esortazione lirica che descrive il destino dei popoli e di queste terre, nel fuggire momentaneamente e portare con sé ciò che vale: le lettere, il pane della rinascita, le verdure delle terra che risponde sì, e non solo attraverso il sangue avvelenato. Dato che ogni confine è un Limes di guerra, il poetare deve versificare non più camminando, bensì nuotando nell’oralità dei fiumi e nelle correnti cromatiche tra le stelle, per conservare il nucleo di ciò che stava nascendo di questi anni. Il pesce deve volare. Le metafore debbono diventare verticali. Le allegorie utilizzano temi marinari. È struggente ed indicativa il titolo di una sua poesia: “Non dire mai queste parole se non fosse possibile” in cui vi è un verso che risponde “Proprio per questo non smetto mai di parlare”. I testi del poetare mutano le loro strofe in branchie e le loro relazioni in ovuli in cui germina la speranza.
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Kateryna Kalitko si inoltra nelle strade della notte, nelle terre silenziose, nei cieli senza sole, e negli anfratti di un al di là, dopo la devastazione e la perdita, eppure il ritmo dei versi in questa discesa fredda e infernale, pone il suo canto, che riverbera in una prosodia evocante l’eco di un futuro che rinasce dal passato. Il cammino e la strada, la strofa e l’elisione connettono un sentiero, dove le tracce di coloro che vivi furono, segnano la presenza nelle mele d’inverno, nella terra nera che risplende, nelle ossa dei cadaveri che si offrono agli uccelli. Per il ciclo ritmico delle assonanze che ripromettono il pasto che trasfigura in una nuova comunione.
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Iryna Šuvalova e Julija Musakovs’ka offrono i canti dell’amore che proiettano elegie, laudi, inni alla ricerca del contatto verso l’altro, la terra, il mondo. Da un trifoglio emerge l’apertura d’un abbraccio in uno stile che è proprio del clima mutevole delle terre d’Ucraina. Anche dal freddo, dal ghiaccio, e dal ramo d’acciaio argentato che batte su un letto di fiume sparso di ossa, tra le scritte doloranti sui muri, nuove carezze richiamano il viandante con suoni evocanti la comunione dei versi.
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E anche Borys Chersons’kyj con la satira e l’invettiva e Alex Averbuch con uno stoico realismo, indicano le strade per una rinascita. Uno giocando con gli stili linguistici, per affermare una lingua che è uno strano miscuglio come quella ucraina, e lo fa con un tono da giullare, in una corrosiva rima antiautoritaria. Mentre Alex Averbuch nella consapevole insensatezza di nascere tra una linea di morte e dolore che finisce come un chiodo di legno rinsecchito, trasfigura il versificare in una palingenesi che abbraccia il destino di ogni essere umano. Il terrore dell’esistenza informa che riconosciamo il dolore e che quindi esistiamo pienamente consci nello stare nel mondo. È una lirica che avanza a tentoni, incespicando nella violenza, ma è tenace nel richiamo e nell’ode verso il caos della vita.
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Le poesie scritte dopo gli eventi del 2014 sono tronche, documentaristiche, con il precetto morale di assolvere anche a una testimonianza storica, perché accerchiata, dato che la lingua e la possibilità di versificare sono sotto attacco con la minaccia di essere entrambe obliate. Più che mai ora, dal 2022 fino a queste ore e le prossime, tale condizione è presente e sempre più concreta.
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Iryna Šuvalova dai precedenti canti d’amore, ora è costretta a patire il tragico senso poetico della guerra, non in modo metaforico o allegorico, o con sinestesie. Qui l’io della poetessa è totalmente fisico: il rifugio, la perforazione e la decrepitezza sotto i colpi e i fendenti della morte che ora è presente, dura, antropomorfa. I baci sono di questa amante nera che aspira cuore e anima a tutti. Le rime e le assonanze rispondono all’andirivieni della mietitrice di arti e di sentimenti, con il contrappunto della consapevolezza. Le strofe iniziano per negazione, mostrando come la realtà sicura è flebile e decomposta, ma nel contempo allaccia nuove versificazioni nel voler parlare un secondo in più, perché il dolore è ancora un segno di vita, come indica Julia Musakovs’ka.
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Lesyk Panasjuk riporta il dolore e la morte in un memoriale che ha lo scopo di documentare ciò che i russi stanno compiendo. Eppure dai volti sparsi sulla terra fioriscono gambi e steli di resistenza che, nel canto poetico, imbrigliano le prose scarne e dirette dei russi. Una terra d’Ucraina che permane e cresce.
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E si conclude con Oleksandr Irvanec’, Viktorija Amelina e Halyna Kruk che offrono la resistenza del poeta assieme a quella del singolo individuo. Vi è il cuore che ritma, rima e pulsa in assonanza con le terre martoriate e in consonanza con l’impegno e la declamazione della promessa che fonda il futuro di un’Ucraina più unita e salda. Pienamente consapevole di una lingua che tra l’orrore, il buio e la morte, parla, patisce, e tiene salda la sorgente poetica, la quale in una funzione germinale coltiva il senso del vivere e del sorridere.
Libera Nos s Malo, 1963 di Luigi Meneghello, Settima edizione (8 febbraio 2006), Rizzoli, Milano
“[…] Il titolo è un gioco di parole tra l’espressione evangelica “liberaci dal male” e il paese natale di Malo in provincia di Vicenza. Meneghello propone in una sorta di rivisitazione autobiografica gli usi, i costumi, le figure tipiche, la vita sociale che ha conosciuto nel corso della sua infanzia e giovinezza nel paese natale e traccia un ritratto della provincia vicentina, della sua gente e della sua cultura dagli anni trenta agli anni sessanta […]”
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All’interno del discorso relativo alla funzione antropologica e letteraria del dialetto, proprio degli anni sessanta del secolo scorso, Meneghello esplicitamente scrive che esso rappresenta il volume delle correnti sotterranee dell’oceano dei nostri modi di comunicare in noi stessi, nel mondo, e tra il tempo in cui il presente, il passato e il futuro giocano, inventando percorsi temporali infiniti. Ogni percorso è una biografia individuale che si rifrange, si moltiplica, cambia nelle memorie.
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Tali correnti dispongono il patrimonio delle coorti generazioni che permette la costruzione infinita delle comunità. Ovvero il luogo in cui i soggetti hanno la fiducia di attribuire simboli, significati, azioni e scopi adeguati, congruenti e conformi nelle interazioni che ognuno ha con l’altro. E in particolare anche a quelli che risiedono nelle fantasie, nelle memorie, e nelle biografie continuamente reinventate.
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La lingua formale italiana è vista da Meneghello nella funzione di un artefatto successivo a quello che è originario della comunità, in particolare alla prima manifestazione nella biografia di ognuno: il rapporto con la madre e i genitori, quindi alla casa, e successivamente all’ambiente circostante, come la stia, la via, la cascina, il villaggio.
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Nel dibattito dei due decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, relativo alla autonomia conoscitiva e al fondamento della soggettività di ogni agente sociale, tra il linguaggio italiano istituzionale e quello dialettale, all’interno delle variazioni e delle preferenze che attribuivano a una visione polare un peso distintivo tra le due sorgenti creatrici dell’identità e del senso del tempo, Meneghello in via prioritaria non attribuisce uno schema “vero-genuino” per una e “imposto-artefatto” l’altra. O ancora che un polo sia il vero luogo del linguaggio e l’altro una tappa di crescita biografica.
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Meneghello imposta la sua visione nella forma dialettale che è in osmosi con la comunità: questa si riconosce tale perché è nel luogo di interazione dei dialetti, in cui è in essa si riconosce, usandola come strumento e fonte di significato nell’attribuire senso e coerenza agli scopi prefissi di sopravvivenza, di relazione e di proiezione rispetto al mondo (ciò che ignoto e lontano).
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Carlo Emilio Gadda in quel periodo usava il dialetto per approfondire le tecniche narrative del linguaggio e sue relazioni tra lingua e idiomi. Pierpaolo Pasolini lo intendeva come il luogo della concretezza del singolo rispetto ai mutamenti sociali ed economici, in cui la valenza comunicativa e culturale rappresenta l’affermazione di una propria dignità e di autonomia di rivendicazione sociale diretta. Meneghello ammette che nel dialetto abbiamo una immediatezza originaria tra parola e cosa. L’esperienza infantile, infatti, nell’acquisire il dialetto in modo embrionale e impreciso, definisce una forma vocativa e idiomatica ambigua nell’uso delle parole verso le cose. L’esperienza primigenia è per sua natura metamorfica. La comunità è questa mappa che, crescendo nella biografia, denota una struttura di senso per orientare gli scopi di mantenimento e di riproduzione della comunità stessa.
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La lingua formale è sempre posteriore non tanto in senso temporale, per il singolo, ma è derivata in senso logico rispetto al dialetto. È la costellazione delle insegne stradali, ovvero delle regole che devono essere estese alle relazioni tra i singoli prescindendo dall’esclusività del singolo. Occorre un riconoscimento sì, ma una separazione di ogni biografia del linguaggio nelle interazioni sociali tra il nome e la cosa. Emerge allora la necessità di perseguire la coerenza, la distinzione, tra il segno, il simbolo e il soggetto in uno schema riproducibile e riconoscibile, e per questo occorre una mediazione. Ecco allora che per Meneghello sono veri e concomitanti i mondi dei due linguaggi, dove lui bimbo, e altri bimbi si trovano a comunicare. In tale contesto il linguaggio istituzionale è accessibile in virtù della mediazione del linguaggio del nido, quello vernacolare e quindi quello della comunità, che con la sua crescita si amplia sempre più, fino a mutare in un luogo separato simbolico e di memoria con quello sociale (istituzionale).
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Ma, vi è un “ma”. È un romanzo sì, ma può essere inteso anche come un gigantesco affresco poetico, che non riesce ad essere tale, perché collassa in una forma in prosa. Un testo di poesia che è proiettato quasi topologicamente in un piano di prosa.
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Nel linguaggio dialettale per Meneghello vi è una osmosi tra la parola e la cosa, e ogni variazione fonetica della parola dialettale è unica, e quindi tutte quelle che appaiono, coprono il mondo dell’esperienza. Questa ipotesi genera un dissidio con incoerenze nascoste. Non è un caso che il testo dello scritto inframezza la narrativa con cantilene, proverbi, detti, vocativi: cioè il linguaggio poetico che è voce, suono.
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E il linguaggio poetico serve perché è verticale secondo le caratteristiche del dialetto posto da Meneghello stesso, cioè osmosi e non semplice rapporto (come nel linguaggio formale) tra parola e cosa. È un ottimo stratagemma, forse inconsapevole: lui ci si è trovato. Non poteva fare altrimenti. Il libro, se lo si legge anche sentendo la voce interiore e il suono, sembra cantata, più precisamente narrata secondo lo stile un grande vecchio dei paesi dell’Africa che racconta la storia di tutto il villaggio, partendo dall’inizio e non può essere interrotto. Deve percorrere tutto il tragitto per riviverlo, adattandolo in rapporto alla disponibilità, alla memoria e al sistema simbolico dell’ascoltatore. E quindi serve il mito, il ciclo, la paratassi, l’analogia.
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E la prima è la voce il suono. Si parte dalla madre per il dialetto, cioè il luogo del vernacolo. Ma è proprio vero che l’osmosi tra la parola e la cosa sia così originaria e immediata? Non può essere che anche essa sia derivata in modo diverso rispetto a quella istituzionale del linguaggio formale?
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I suoni e le vibrazioni sono già a livello intrauterino tra madre e figli. Prima ancora degli occhi e del verbo. Le frequenze e le relazioni specifiche uniche e irripetibili tra madre e embrioni, costituiscono la derivazione invece originaria nella nascita dove vi è il vocativo. L’urlo di nascita. Non è già quella una separazione tra nome e cose, tra voce, soggetto e oggetto? Ora tutto ciò è comune per ogni madre di ogni tempo. Ma il punto però è che l’idioma mantiene la sua osmosi anche con lo stratagemma poetico che è verticale, nel tempo attraverso le memorie e queste si nutrono delle interazioni che uno ha verso il mondo. E quindi anche con il linguaggio istituzionale dove egli stesso è un produttore di suoni, significati e simboli. E questi servono poi ai dialetti per offrire simboli coerenti ai percorsi biografici di ognuno.
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La poesia aiuta, ma proprio perché è verticale, è libera di nuotare tra correnti superficiali e sotterranee e agire e parlare in modo concomitante (e non stratificato) all’interno di ogni vocativo co tutti i livelli e profondità.
Ciò comporta allora l’ipotesi che i dialetti e i linguaggi formali siano mediati entrambi, rispetto a qualcosa di altro, e la forma poetica ci avverte come una sonda di questo “nascosto”.
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Ecco perché questo libro di Meneghello è da vivere, percorrendo consapevolmente con la propria biografia, per incorporarlo nel nostro sentire vocativo, evocativo, comunitario e sociale. Ci ritroveremo in esso. Sentiremo che siamo tutti collassati, ma non per questo ridotti a una stenografia di un mondo. Anzi, siamo molto di più e abbiamo tanto da parlare, e poetare di ciò che è il nostro tesoro.
Provo un senso di frustrazione a scrivere della poesia “Il vento che verso” di Franco Fortini. Ho parlato di essa, oggi, a qualche anima generosa che mi ha sopportato per più di un’ora nel descrivere soltanto i primi dieci versi. Chi mi conosce dal vivo rileva una totale distonia rispetto al mio stile di scrittura nel momento in cui presento qualche verso, e in particolare ai miei due libri di poesie con immagini “Sogni Sospesi” e “Reciproche Rinascite”.
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Sono estremamente curate nello stile e nella versificazione, ma in origine, la maggior parte di esse, furono scritte di getto. Naturalmente poi, sono state riviste, curate, ampliate, analizzate allo spasimo, anche contro gli intenti iniziali, forzando l’evidenza di ciò che a me oscuro, mi guidò nella scrittura. Parto dalla prosodia e dall’oralità. Sono il peggior declamatore di una poesia, perché non la finisco mai: mi dilungo, la spezzo, la ripeto, la interpreto, la mastico. Creo versi miei variando gli stili solo da una riga, e se talvolta lo espongo in modo stenografico, d’improvviso mi esce un fiume in piena.
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Sono estremamente fisico: l’eventuale pubblico scapperebbe dopo cinque minuti, perché lo coinvolgo fisicamente, creando in base alle sue reazioni; ai suoi sguardi. Al suo respiro. L’interlocutore sente la mia presenza. Demolisco la barriera e il bello è che se parto in quarta, neanche me ne accorgo, e ogni volta, ogni volta, dopo qualche ora che ci ripenso, riprovo la vertigine: “come ho fatto?”
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In questi ultimi tre anni mi sono violentato a scrivere in prosa il romanzo “Dentro l’Apocalisse. Quando tutto è già accaduto”. E poi quest’anno passato di blocco e letture. E ora risento la voglia di ridiventare un amplificatore prosodico. È seducente, ma è pericoloso. Vi è il blocco apparente, ma è in realtà il mare ghiacciato nell’approssimarsi dell’estate. La scrittura di una poesia, difficile, ostica, voluta, aspirata, è in realtà la punta di un iceberg remoto dentro di sé: suono, richiamo e .. vento .. che alita il proprio nume interiore. La cosciente razionalità non è che un piccolo spicchio, eppure è tutto, perché la pianta del linguaggio in esso alberga.
***
IL VENTO CHE VERSO
–
Il vento che verso le piane dai valichi va
e assiderati lima lembi altissimi
e i nidi dai rigidi rami divide,
è il nostro padre
che vuole per noi veramente.
–
Per quanto tempo abbiamo riposato,
le vesti e i cibi sanno di corpi e fiati,
il fumo è salito dal tetto della casa,
il lume della lampada
ha data tutta la vecchia dolcezza.
–
Sciogli il cuore nebbioso, tu portalo via,
il tristo nido di meditata vecchiezza,
vento inflessibile, ruba la vizza veste,
gela la stilla,
spazia, disprezza, aprici.
–
Da tanto tempo abbiamo voluto piangere,
ma di pietà e di gioia, per le fronti avvenire.
Ora sappiamo che tutto nostro è il tempo,
ora noi stessi siamo i nostri figli,
–
dove in te, vento, penetriamo noi ultimi.
–
1956
***
La poesia “Il vento che verso” ha una quantità impressionante di topi, metafore, allitterazioni, consonanze, assonanze, metonimie, incroci multidimensionali, richiami che sottendono metriche antiche. Ognuno con un buon libro di versificazione e di retorica, le può scorgere per gioco. Nei grandi poeti come Franco Fortini, la densità degli strumenti prosodici e retorici usati in così pochi versi, non è immediatamente voluta. La conoscenza, l’esperienza, il duro lavoro creativo, bello e rigoroso, permette una loro costruzione inconscia, analogamente al pedalare, che è un procedimento automatico, utile ad agire con altri intenti più consci e razionali.
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La messa in atto del poetare, e dell’ascolto, ridotto anche nella lettura e nel mio scritto di adesso, che sento povero, in bianco e nero, e incatenato, per quello che potrei esprimere adesso davanti al lettore, come questa mia scrittura velocissima, ascoltando musica e osservando il tramonto che lambisce il mio volto nelle pieghe grigio violette, è l’inesauribile vibrazione che ognuno di noi ha in questo colloquio ininterrotto che parla dalla prima lallazione dei nostri capostipiti e che viaggia nel Vento.
–
Si osservi la prima strofa e in particolare la consonante “v” del primo verso che imprime nel nostro orecchio il suono del vento che si muove dando l’idea della dinamicità con (v)erso che (v)alica da un dietro e un davanti, e quindi di(v)ide il nostro ambiente, in particolare il nostro vivere ritenuto la totalità di ciò che è: il nido.
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È il padre che (v)uole il (v)ero. Ciò che è vero è il vento che è il vivere del nostro animo, comune ad ognuno. E si osservino le assonanze che informano del verbo e della particolare azione del vento: il valico va – lima(re) lembi. La realtà prende forma attraverso il vento: la sua verità. Il vento va verso la verità.
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Già da questa strofa si rilevano gli intrecci sintattici e semantici, e qui abbiamo più metafore sovrapposte riguardo lo stesso poetare del vento che vers(o)ifica nel linguaggio la nostra origine, richiamandoci al vero.
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Si osservi lo stesso meccanismo complesso tra “fumo” e “lume”, dove entrambi salgono nell’aria domestica e in quella esterna, passando dalla luce all’oscurità. Delineano il passare del tempo, nonostante la nostra illusione del nido statico. Voler credere nel silenzio dell’immutabile riposo, che è invece l’assenza di pensiero nel silenzio e nella sordità. La volontà che volendo allontanarsi dal volere del vero che è il vento che va, cioè del moto, rivela invece l’odore stantio, prossimo a dileguare. Tale vento incatenato, vecchio perché passato, ci attrae nella sua dolcezza che sfuma tra il lume e il fumo.
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Ciò che divide nella prima strofa, lo spazio e il luogo, nella seconda, il lume e il fumo dividono il nostro prima dal poi, entrambi piccoli e vecchi.
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La terza strofa si sviluppa incorporando i vortici delle prime due. I corpi e i fiati stantii costituiscono la nebbia del cuore, che è appunto colui che nonostante la voglia di silenzio e di morte, risuona di continuo dentro di noi, nel verso che vuole il vero nel parlare. È il presente della parola che detta il verso: sciogli: libera: porta via l’illusione della stasi, cioè svelala, soffia il vero. Nel nido, ancora qui, i “nidi” dei “rigidi rami” (azioni e nostri pensieri, ritenuti la verità) sono immoti, perché meditati, mal masticati, e perciò deboli e flebili come nella prima strofa.
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Lo scarto che dilegua è la vecchiezza della “vizza veste” (ancora qui le mirabili cellule prosodiche che impongono il ritmo del nostro suono interiore, mentre leggiamo) che è meditata, cioè mediata, ovvero incatenata e perciò trista, di un suono che non gira intorno a sé.
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Il poeta invoca di gelare questo processo, cioè di avvilupparlo, di compierlo, attraverso lo spaziare, cioè lo spazio delle rime, nel dis-prezzare, ovvero nel mostrare che il vento è bilancia e misura dei valori nostri, e quindi al di fuori di esso. Impossibile appunto da prezzare. Si noti il richiamo che apre un’altra poesia nascosta tra la “dolcezza” e la “vecchiezza” nella seconda e nella terza strofa, e che lega i versi a tre a tre dalle prime strofe.
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Nel quarto verso, vi è un’altra poesia quasi autonoma (tutti giochi dell’eco del vento) tra il “tempo” del riposo e il “tempo” del pianto che fa scorrere la sequenza della pietà di sé e della gioia di essere tutti assieme, figli del vento e dell’avvenire. Questo legame che agglutina due grandi allegorie con i piani sovrapposti di <figlio e padre> e di <comunità e umanità>, riverbera nel “nostro” tempo, ricongiungendoci al destino che dispiega la vera condizione di esser figlio e ramo. È la foglia e il frutto che si muovono nel vento, dove ogni frase, ogni parola d’ogni lettore è nella sua presenza. L’ultimo verso in cui il vento è sempre in esso penetrato. Il destino del vento che è il vero.
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L’ultimo verso che penetra, riprende quello del primo che valica: la conoscenza della propria limitatezza, comune a ogni individuazione del suono nei versi che richiama il ritmo del cuore nel timbro poetico.
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E qui mi fermo, nell’impossibilità di esprimere il secondo passo di questo moto, che può esser solo presentato dalla mia voce in carne ed ossa.
In Poesie Ultime e ritrovate (1994-2005), 2014, Garzanti, Milano
Va letto tutto. Sfogliando a caso nel mezzo del libro, riporto questa poesia (Bellezza). Mario Luzi ha dentro la prosodia. Ha un ritmo innato e coltivato negli anni di letture, esercizi, prove, e di vita vissuta per ogni aspetto del suo vivere. La lingua italiana: aperta nelle vocali, con un ampio spettro cromatico in relazione alle variazioni di timbro delle consonanti. La possibilità di variare gli accenti nei versi secondo ritmi regolari, con forme che si avvertono immediatamente nella composizione dello scorrere del verbo parlato e scritto. È La bellezza della lingua italiana nella possibilità di variare nelle gutturali, nelle dentali, conferendo il ritmo poetico dell’armonia dei suoni, nella capacità di mantenere la coerenza d’accento nella variazione dei volumi sonori.
Tutto ciò permette la costruzione di complessi legami tra i versi e le
strofe che richiamano strutture coerenti tra le armonie sonore, in modo che
l’orecchio le percepisca. La colossale capacità della lingua italiana di
sostenere la musicalità del canto poetico in una quantità impressionante di
sequenze di versi, senza mai cedere alla facile caduta e appiattimento del
verso deteriorato in prosa.
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Mario Luzi scrive in modo rarefatto in apparenza, ma tale leggerezza deriva
da una densa riflessione sui temi trattati in concomitanza al suo estro poetico
che è fisico e immediato. La bellezza si subisce. L’estetica è un patimento in
cui il corpo e la mente avvertono la loro divisione creduta, nella possibilità
di esprimere la gamma dei sentimenti, scaturiti dalle emozioni in rapporto al
mondo. La realtà spinge, irrita, penetra, muove, strabilia, strugge,
impaurisce, allarga il giudizio che noi abbiamo del nostro stare con noi stessi
e nel mondo.
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Nei primi tre versi il mondo si presenta innanzi a noi, nel suo stare
davanti e dentro il nostro sentire, che è la base del pensare e del parlare. La
bellezza, la forma, il volto. Le regolarità in cui il pensiero determina se
stesso attraverso il linguaggio scaturiscono dalle forme che avvolgono i visi
degli umani, dei paesaggi, degli alberi, delle case, del cielo, dell’orizzonte,
in cui il collegamento comune è quella indeterminatezza che è denominato il
bello. Non a caso Mario Luzi scrive il termine “sentiamo”. Bellezza ti
sentiamo, ma non ti vediamo, non riusciamo a definirti, ma è impossibile negare
che tu non sia. In questi primi tre versi il mondo si presenta e noi riceviamo
cognizione di noi stessi attraverso il mondo, con il sentire che è illusione e
incanto. Cioè lo stupore, la meraviglia: il cuore del nostro pensare anche nel
suo decadimento nel linguaggio e nel verso.
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La poesia incanta. La sorpresa blocca quello che crediamo sia il pensiero.
La bellezza mostra la nostra limitatezza: liquefa i muri regolari che noi
creiamo nell’illusione che sia il mondo. Si noti come gli ultimi tre versi si
concludano con le dentali. Cioè abbiamo un blocco della riflessione, perché
essa avverte che noi eravamo nell’illusione dei giudizi creduti stabili. La
bellezza, la forma e il volto ci ammutoliscono, e quindi le dentali bloccano il
fluire del verso, perché inadeguato a descrivere nel ritmo poetico tale sentire.
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E tale consapevolezza è comune. Il poeta qui è già aperto in questo sentire
che avverte l’essere comune a ognuno. Questo noi è di colui che legge, che
poetizza, che semplicemente avverte tale meraviglia. L’irresistibile senso
poetico che è l’elemento comune di ciò che è umano.
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Il verso successivo è una esortazione nella consapevole idea che la
bellezza non è da noi eterodiretta, e la si prega della sua benevolenza o in
modo invertito nel ritmo del verso, nel quale noi stessi si sia capace di
sorridere, cioè di sostenere la propria apertura verso il mondo. Tale sorriso
non manifesta la sua presenza, ma richiama un segno che traluce tra l’ombra del
mondo, che è tale perché copre una sorgente che abbaglia; impossibile da vedere
integralmente. La mente, cioè la riflessione su tale sentire, si innalza ovvero
sente la convinzione che i pensieri possano mantenere tale sorriso che è
contemplazione, nel giudizio che qualsiasi opera, parola, progetto sulla
bellezza è una contraddizione: l’impossibilità a rinchiuderla, ovvero a serrare
la sua bocca. La luce del verbo che traluce.
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E poi nella consapevolezza che agisce al di là dei nostri intendimenti, e
quindi nella nostra necessità di fornire un quadro compiuto del mondo, che è
impossibile a determinare, allora noi, non lei, cala a precipizio. Ciò ci
sgomenta, ma lo sgomento è il nostro calare del precipizio dell’illusione di
averla afferrata, e quindi in una oscurità opaca che non permette il tralucere.
Si noti il gioco dei due versi tra il “tralucere” e il “talora”. E anche
qui le dentali sono poste in modo invertito, rispetto ai due versi precedenti
che si concludevano con altre due dentali. Questo collegamento incrociato,
mirabile, di livello altissimo nella prosodia, permette a noi lettori di
comprendere il senso logico, fisico, estetico di questo scorrere poetico con
apparente semplicità, come se tale discorso fosse naturale, senza bisogno che
ci si fermi a riflettere del doppio gioco che si pone tra le attività del
nostro io verso il mondo.
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Questi versi sono il resoconto di millenni di senso estetico, dipinti dalla
meraviglia, in modo apparentemente leggero e per noi lineare nella lettura. Non
avvertiamo nel magnifico gioco delle consonanze e delle assonanze che la
lettura quasi lineare è una illusione che maschera una struttura complessa del
discorso con variazioni multiple di cadute verticali emotive. A noi sembra
appunto elementare tale discorso, perché Mario Luzi, non attua metafore,
allegorie, allusioni, rimandi, ma pone il tema davanti, con la sua capacità
poetica nel mostrare che tale oggetto è inafferrabile, e appunto tale gruppo di
versi mostra l’impossibilità di presentarlo compiutamente nel verso. Sono versi
denotanti una negazione che, attraverso la chiarezza dei legami consonantici, a
noi risuona immediatamente innanzi. Qui è la grandezza di questo poeta.
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Mario Luzi mostra il ritmo del parlare e del verso, di ognuno di noi,
nell’innalzare e nel calare, le armoniche dei pensieri sugli orizzonti del
mondo.
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Il verso successivo apre una danza contraria rispetto alla esortazione del
sorridere, che è quello di chiudersi, perché appunto consapevoli di non essere
noi gli artefici del suo essere. La bellezza è paga, piena, non abbisogna di
noi: ecco la meraviglia e lo stupore. L’indifferenza non è della bellezza,
perché altrimenti sarebbe personificata. L’indifferenza diviene dalle nostre
illusioni di descriverla, cioè di differirla. Il nimbo è questo luogo
indescrivibile. La nuvola non ha forma e non ha volto. Cangiante nella continua
risposta a esser descritta.
Tale verso di esortazione è un inganno, perché è una ripetizione del verso
precedente sul sorridere, e fa credere che sia la bellezza ad agire e ad essere
in relazione con noi. I due versi invece descrivono le nostre reazioni: il
nostro sentire che vorrebbe dare la forma, cioè del sorriso che è aperto. La
preghiera informa del consapevole artificio della sua inutilità che non dipende
da noi. La bellezza che noi avvertiamo, è lo stupore della nostra
impossibilità, che può esser descritta non da un comando, ma da una esortazione
che è l’estetica sensazione della propria limitatezza.
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“Non dormire in te” è la prosecuzione dell’inganno poetico, cioè io poeta
dormo nella mia illusione che sia artefice della possibilità di incantarmi
della bellezza, intervenendo su essa. Cioè versificando su di essa. Il termine
“profondi” è trasformato in un aggettivo verbale, che, con le locuzioni omesse,
crea un collegamento nascosto nel ritmo poetico nell’esortazione a non dormire.
Il termine “profondi” avverte la presenza dell’oscuro, corrispondente per il
poeta all’aprirsi alla grazia, ovvero a ciò che è di inaspettato e impossibile
da contrattare, ma che può comunque arrivare. Tale possibilità implica
l’impossibilità a dire che non arriverà mai. Non tanto perché si sa della
grazia, ma perché noi, sia per la bellezza sia nello sprofondare nel mondo
dell’indicibile, non possiamo definire alcunché. L’esortazione del poeta è nel
suo verso e nella sua ultima illusione che la grazia sia.
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Questa poesia ha quattro gruppi di esortazioni aventi la funzione di
sorreggere le strofe, che giocano sulle sibilanti della limitatezza, della
bellezza e sull’innalzare che taglia i nostri pensieri. Tale limitazione
avviene per il sentire attraverso lo sgomento e il senso del profondo. Il
legame del verso raccorda i due termini nel ritmo le due esortazioni finali
relative alla grazia, la quale essendo prodiga, mostra il nostro volere piccolo
e bugiardo.
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La poesia conclude con il termine “Siilo”. È una meravigliosa chiusura di
un sentire dolce, timido, consapevole e universale. Che tu lo sia. “Siilo” è la
radice di tutti i versi della poesia con questa sibilante iniziale “SI..” che
fa da contraltare con le “z” che tagliano. È una preghiera di speranza.
L’ultima illusione di questo immenso poeta.
Una donna che aspetta…
E’ così che immagino il mio mondo sospeso. In attesa di qualcosa o qualcuno, magari l’ispirazione, che per me è donna. E puntualmente essa arriva. Mi coglie a volte all’improvviso, e non posso che trascrivere ciò che sento, ciò che provo.
Ora ho creato questo luogo virtuale. Qui mi ritroverò ad inseguire sogni e sensazioni, e qui li condividerò con voi. L’avventura comincia adesso. Benvenuti, e felice di conoscervi…
Lino
Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…