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CONSIGLI DI LETTURA: Cassa Depositi e Prestiti. Storia di un capitale dinamico e paziente. Da 170 anni

Cassa Depositi e Prestiti. Storia di un capitale dinamico e paziente. Da 170 anni, 2021, di Paolo Bricco (Autore), Il Mulino, Milano

La lettura di questo libro ci informa della nostra storia istituzionale e della nostra attuale vita quotidiana. Benché da gran parte dei lettori eventuali e della quasi totalità del popolo italico la “Cassa Depositi e Prestiti” sia intesa come un luogo, o un totem fumoso e lontano, in realtà ha a che fare con il nostro portafoglio, con l’orizzonte entro il quale scegliamo cosa e quanto possiamo spendere. L’ammontare di eventuali risparmi e la loro possibile allocazione.

In Italia vi è un problema strutturale di lungo periodo più accentuato rispetto ai paesi a noi vicini per il reddito, il livello di istruzione, e l’assetto tecnologico, rispetto a quelli dell’Unione Europea: un livello quasi totale di analfabetismo finanziario e monetario, anche per ciò che riguarda la gestione istituzionale del patrimonio pubblico e privato, per quanto piccolo o insignificante possa essere quest’ultimo.

Ripercorrendone l’operato dalla fondazione a oggi vediamo scorrere le vicende italiche: l’unificazione, le grandi trasformazioni economiche di fine Ottocento, la modernizzazione industriale dei primi del Novecento e gli effetti della Prima guerra mondiale, la crisi degli anni Trenta e le politiche per il Mezzogiorno del secondo dopoguerra. Oggi, a più di 170 anni dalla sua fondazione e dopo essere divenuta una Società per azioni, ha assunto pienamente un ruolo attivo per lo sviluppo delle infrastrutture e delle società ritenute “strategiche”, e non più solo come un erogatore passivo di risorse sul mandato del ministero del Tesoro e delle Finanze.

Ciò pone interrogativi sulla funzione storica di salvataggio di imprese anche decotte e di ciambella di sopravvivenza in occasione dei grandi sbandamenti finanziari e crisi di produzione, nonché strutturali del nostro paese, rispetto ad una presenza che è stata ritenuta soffocante per uno sviluppo imprenditoriale robusto e all’altezza dello scenario mondiale.

Per decenni l’Istituto fu utilizzato per gestire i debiti e i crediti cercando di mantenere l’assetto contabile e finanziario indipendente dai capitali stranieri, incanalando i risparmi di tutti in quello delle poste. Quintino Sella a suo tempo cercò di ampliare le attività della Cassa, oltre a quelle di erogare i prestiti agli enti locali, negli impieghi in titoli di Stato– di tipo fruttifero e infruttifero – con il ministero del Tesoro, in relazione al debito pubblico.

La “Cassa Depositi e Prestiti” contribuì alla costruzione di una base finanziaria nazionale. Tale processo fu opposto dalle banche rilevandone un possibile concorrente. E questa fu una tensione che ci portammo fino ai giorni nostri, riguardo i prestiti ai comuni e alle province.

Comportò un cambiamento nel modo di risparmiare dei cittadini per il disallineamento fra la raccolta postale e l’impiego di queste risorse, perché la raccolta postale ha tempi brevi e liquidità molto forte (tendenzialmente con rimborsi anticipati, effettuabili in ogni momento e senza vincoli), che si devono misurare con le condizioni di mercato, in termini di tassi e di rendimenti.

Nel 1876 vengono emessi 60.000 libretti di risparmio. In quell’anno, l’80% del denaro va ad alimentare i progetti pubblici del Paese reale e il 20% è destinato alla sottoscrizione dei titoli di Stato. La “Cassa Depositi e Prestiti”, a questo punto, ha una più cospicua forza finanziaria e una nuova centralità strategica. È il cuore dell’infrastruttura finanziaria italiana.

Durante la seconda guerra mondiale per quanto, soprattutto nei primi anni, continui a erogare mutui ai comuni e alle province – estremizza la sua funzione di polmone finanziario dello Stato.

Fino agli Sessanta vi fu un capitalismo manifatturiero privato proiettato sui mercati internazionali, reso debole, però, dall’inflazione nei bilanci e dalla lotta di classe nelle fabbriche. Questo modello basato sulla crescita della spesa pubblica e sui cittadini come “clientes”, è consentito dallo sviluppo internazionale, fino allo shock petrolifero di riduzione dell’offerta fra il 1973 e il 1974, con l’aumento del prezzo del greggio e, a catena, di tutte le materie prime.

Si ha la spinta inflazionistica e in concomitanza vi è lo sfaldamento del sistema di gestione monetaria di Bretton Woods.

Negli anni Settanta si hanno aumenti salariali non corrispondenti agli aumenti di produttività, una forte inflazione, la crescita del debito pubblico e la svalutazione della lira. Problemi strutturali che hanno portato conseguenze fino ai giorni nostri, ancora vive e pressanti.

Negli anni Settanta si hanno quindi l’inflazione e la recessione: la tempesta perfetta. Le monete europee perseguono un equilibrio basato su una parità di cambio, mitigata da un margine di fluttuazione dei loro valori. Nel 1973 l’Italia esce da questo meccanismo, con una svalutazione del 20%, la prima delle «svalutazioni competitive» che avrebbero segnato la storia nazionale nei successivi vent’anni.

Nel 1977 si prova a rimediare. Il ministro del Tesoro del terzo governo “Andreotti”, Stammati, opera un consolidamento dei debiti della finanza locale e nazionale attraverso un’emissione di titoli decennali del Tesoro a favore di “Cassa Depositi e Prestiti”. In linea di principio, da quell’istante comuni e province chiedono prestiti alla “Cassa Depositi e Prestiti” soltanto per gli investimenti e non a copertura dei debiti pregressi. Non è permessa più l’assunzione di nuovo personale e il nuovo indebitamento a breve termine formalmente viene vietato. Sulle urgenze, soltanto la Cassa può erogare mutui a breve scadenza. Questa chiarezza finanziaria non serve solo a evitare le micro-implosioni di province e di comuni, perché costituisce un tentativo di togliere opacità alla finanza pubblica.

Lo stesso Stammati, con la legge 468 del 1978, delinea un bilancio dello Stato sottoponibile alle verifiche e al controllo del Parlamento. Viene introdotto il bilancio annuale di cassa, oltre che quello di competenza. Il bilancio di competenza è esteso a più anni. La legge finanziaria diventa lo strumento di adeguamento della normativa finanziaria alla politica di bilancio, nella programmazione e nell’assestamento. Tutto questo pone le basi per una delle linee di fondo del funzionamento dell’Italia negli anni Ottanta: la determinazione annuale degli aggregati di finanza pubblica e la fissazione dei vincoli amministrativi da parte del governo.

Gli esiti legislativi promossi da Stammati, in realtà, confermano la centralizzazione prevalente delle fonti di finanziamento degli enti locali. Nel sistema di finanziamento degli enti locali, è appunto introdotto il principio di spesa storica quale criterio di riparto dei fondi statali tra gli stessi enti locali. Si tratta di un principio rigido perché cristallizza i differenziali di spesa corrente per abitante. Sembra bloccare l’esplosione della spesa pubblica locale. Si conferma, però, l’accentramento delle entrate (a fine anni Settanta il 95% della spesa regionale e il 65% della spesa locale sono sostenuti dai trasferimenti erariali) e allo stesso tempo si assiste a un irrobustimento della spesa pubblica locale, con il peso delle amministrazioni locali che, nel corso degli anni Settanta, aumenta sul totale delle amministrazioni pubbliche di oltre dieci punti, arrivando a sfiorare nel 1981 il 31%.

La “Cassa Depositi e Prestiti” è autorizzata a concedere mutui decennali ai comuni (garantiti dallo Stato) per portare sul lungo termine tutti i crediti che, a fine 1976, erano a breve termine. I comuni e le province diventano così debitori di lungo periodo della Cassa, che si assume l’onere di soddisfare i crediti delle banche. Lo stesso accade con i mutui che i comuni e le province non riescono a pagare. In generale Cassa fa, a un tasso del 15%, delle anticipazioni sui disavanzi che possono essere pari al massimo alla loro entità. Se, invece, l’ente pubblico è in pareggio nel 1976 ed è in disavanzo nel 1977, la Cassa eroga anticipazioni per il 70%. Diventano a carico dello Stato (e di Cassa) le rate dei mutui a pareggio di disavanzi economici dei bilanci degli enti locali e dei mutui contratti per il consolidamento dei debiti a breve termine. “Cassa Depositi e Prestiti” viene, poi, rimborsata dal Tesoro.

Il decreto legge 269/2003 diventa la legge 326/2003, con cui la Cassa si trasforma in una «vera e propria market unit, fuori dal perimetro delle amministrazioni pubbliche». La Cassa continua a svolgere il suo compito originario: il finanziamento di Stato, regioni, enti locali, enti pubblici, organismi di diritto pubblico mediante l’utilizzo del risparmio postale e di altra «provvista» che può essere garantita dallo Stato (la così detta «gestione separata 1», qualificata dal decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 6 ottobre 2004 quale «servizio di interesse economico generale», insieme al risparmio postale).

Così la Cassa svolge il suo ruolo più classico: prende il risparmio postale, su cui permane la garanzia dello Stato, e lo dà in prestito al settore pubblico perché faccia investimenti. Inoltre, sul piano giuridico e operativo, la Cassa può svolgere operazioni anche in regime di «gestione ordinaria» (tecnicamente definita «provvista non garantita dallo Stato») per finanziare – fra l’altro – opere e impianti, reti e dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici. La gestione ordinaria viene sostenuta con l’emissione di strumenti finanziari – per esempio obbligazioni – ma appunto senza la garanzia dello Stato.

La chiusura del cerchio avviene anche a livello regolamentare e istituzionale: la Cassa è assimilata dalla Banca d’Italia a intermediario finanziario non bancario. Nella contabilità nazionale, dalla fine del 2006, la Cassa è classificata come una istituzione finanziaria monetaria, soggetta alla riserva obbligatoria, anche se non è assimilata a una banca: non è iscritta all’albo delle banche e non è soggetta al complesso delle regole prudenziali di vigilanza. La sua attività rientra in quella svolta dagli enti creditizi: la Cassa, assoggettata al regime di riserva obbligatoria prevista dalla regolamentazione della Banca centrale europea, diventa «controparte» nelle operazioni di politica monetaria di Francoforte, per esempio le operazioni di rifinanziamento.

La Cassa, diversamente dalle banche, è esclusa dalla vigilanza prudenziale fissata dalla Capital requirements directive. È quindi portata al di fuori dal debito pubblico. Poi, assolve al suo secondo compito ricevendo in dote dal ministero dell’Economia e delle Finanze i pacchetti azionari delle imprese post-pubbliche e, in cambio, apportando denaro fresco al ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) che, con questo, può abbattere ulteriormente il debito.

Ricordando che sono sempre soldi dei cittadini, nel 2003 viene acquistata dal Mef (Ministero Economia e Finanza) la prima tranche dell’Eni: il valore della transazione è di 5,3 miliardi di euro e corrisponde al 10% del capitale. Nello stesso anno “Cassa Depositi e Prestiti” diventa azionista di Enel e di Poste italiane. Acquisisce dal Mef il 10,35% di Enel per 3,1 miliardi di euro e nel 2009 sottoscrive un aumento di capitale per altri 3,1 miliardi arrivando al 17,36% del capitale. Nel 2003, rileva, sempre dal Mef, il 35% di Poste italiane per 2,5 miliardi di euro.

Nel 2004 vi è l’acquisto dalla allora Finmeccanica (oggi Leonardo) per 1,4 miliardi di euro di una partecipazione indiretta del 10,07% in STMicroelectronics NV, uno dei grandi gestori del settore della ricerca e della produzione dei semiconduttori e dell’alta tecnologia, attraverso l’acquisto del 30,44% della società di diritto olandese STMicroelectronics holding NV.

Nel 2005 rileva il 29,99% di Terna, la società della rete elettrica nazionale nata nel 1999, come primo effetto della liberalizzazione del mercato, in seno all’Enel, che poi l’aveva quotata nel 2004. L’acquisto vale 1,3 miliardi di euro. A condizioni radicalmente mutate, si verifica il meccanismo opposto di dieci anni prima con le privatizzazioni: negli anni Novanta le partecipazioni in capo alla Cassa sono state spostate, senza compensazioni, nel perimetro del Tesoro, che ha provveduto a trasformarle in Spa e poi a privatizzarle. Adesso, invece, quote significative dei gruppi di antica matrice Iri – ormai già riplasmati dalla membrana delle privatizzazioni – entrano nel perimetro della Cassa.

Intanto, dalle crisi finanziarie del 2008, a quelle dei fondi sovrani del 2011, fino ai giorni nostri con il Covid e le guerre che ci circondano, continua il declino economico e produttivo, di un paese vecchio, antimeritocratico, in crisi di Welfare, con una amministrazione sempre più pervasiva, ed inefficiente, la “Cassa Depositi e Prestiti” mantiene e sviluppa una ossatura solida che la rende un soggetto attivo di movimenti sui mercati secondari e primari, sugli investimenti e sulle acquisizioni.

Agisce da e con il settore pubblico. È un ente privato che sostiene e, in concomitanza, appare in concorrenza con le società privata. Attraverso le sue acquisizioni, si ha una idea dell’assetto presente e prossimo del paese. Ma, e qui vi è il nodo, tanto più il paese decade, la Cassa per converso acquisisce sempre più forza e incidenza sino al cuore infrastrutturale, economico e produttivo del paese. In un’ottica di breve periodo è un salvagente per i bilanci pubblici e anche per una minima sostenibilità del denaro di ognuno, ma nella visione strategica, sembra anche soffocare ogni altra attività che possa crescere e svilupparsi in ambito privato.

Proprio per la sua commistione opaca talvolta, incestuosa per tanti anni, ibrida e ambigua con il settore pubblico, e con l’agire politico sempre più debole nel riuscire nei suoi intenti, la Cassa incrementa e amplia il suo spazio di azione.

Tutto ciò apre un dibattito sul cuore dei nostri assetti istituzionali e dei rapporti di comunità che ognuno ha con l’altro.

La lettura di questo saggio che è quasi un romanzo storico per il modo agile e scorrevole di stesura, corredato da fonti bibliografiche corpose dagli archivi primari ufficiali dei soggetti coinvolti, è un’utile risorsa per approfondire cosa accade quando investiamo, depositiamo, risparmiamo e consumiamo, anche per la compravendita di oggetti quotidiani di facile consumo.

La “Cassa Depositi e Prestiti” è dentro i nostri bancomat e nei nostri portafogli. Fornisce le mappe delle scelte che compiamo credendo di esserne i soggetti autonomi, capaci di valutare in modo appropriato i nostri progetti di vita assicurativa, sanitaria, pensionistica e di investimento per noi e i nostri figli, o più in generale per le coorti generazionali future.

In un paese ove l’analfabetismo economico è drammatico in tutti i livelli, indipendentemente anche dal titolo di studio, sarebbe auspicabile riflettere in modo lento, pacato, e lontano dalle chiacchiere e dalle polemiche quotidiane, che, di fronte a questi temi, sembrano una matassa di fuochi fatui stagnanti in un’aria paludosa e mefitica.

Certamente le righe soprascritte in modo così polemico sono una provocazione, ma sarebbe il caso di conoscere chi è il nostro vicino di banco che ci accompagna ogni volta che prendiamo in mano il denaro in qualsiasi forma quest’ultimo sia.

§CONSIGLI DI LETTURA: Storia dell’Ucraina. Dai tempi più antichi ad oggi di Massimo Vassallo, 2020, Mimesis Editore, Milano

Questo libro è stato concepito e pubblicato documentando gli eventi fino al 2020. È una poderosa ricerca della storia dell’Ucraina e di tutte le terre ad essa afferenti e confinanti. Il mondo slavo che va dalla Siberia fino qui da noi ai confini dell’Italia e giù, più a sud della Grecia.

Vi è una spiegazione delle teorie e delle ricerche circa l’origine e l’autorappresentazione dei popoli, dei nomadi, che attraversarono, si fermarono e difesero queste terre. Lungo il corso dei decenni che partono dall’Ottocento Dopo Cristo fino ad oggi.

Dalle prime pagine si comprende immediatamente come i nostri dibattiti, qui in Italia, nel definire e giudicare le contese e addirittura ad inquadrare le comunità di riferimento, siano errati e superficiali, e sotto sotto, hanno la funzione di nascondere o di rivendicare parti della nostra storia che sono ancor oggi presenti e foriere di conflitto.

Credere che rivendicare questo o quel confine, o ritenere che gli Ucraini siano Russi dispettosi e che entrambe siano comunità monolitiche, composte da un solo popolo, con una sola lingua in un territorio in costante e lineare configurazione, consegue la produzione di giudizi e di valutazioni errate, ignave, e forse anche in malafede.

Esistono ondate di modifiche nell’antico slavo che portano differenze vistose tra il bielorusso, il russo, l’ucraino e tutte le altre forme linguistiche, in un vortice forsennato per l’orda mongola che sconvolge a più riprese tutto quel vasto territorio, senza contare l’avvento delle tribù nomadi turche, nonché farsi, oltre a quelle vichinghe. Per ogni secolo si rilevano ondate e miscele continue che hanno relazioni prima con Bisanzio, e con Roma, e poi anche con i turchi, e poi gli ottomani.

Con l’ausilio di una miniera di fonti, le vicende dei personaggi sono ricostruite in parallelo, ritornando da vari punti di vista per ogni capitolo, nel descrivere l’evoluzione di una comunità. E se si crede di aver circoscritto l’intero quadro storico, dopo l’anno mille arrivano quelli che saranno detti polacchi, casciubi, ungari, lettoni e lituani.

Tutti questi eventi millenari hanno a che fare con noi, e lo ebbero con i Papi, le Repubbliche di Venezia e di Genova, con l’impero germanico, con i Franchi, con l’impero austroungarico, e più recentemente con gli slavi del sud, tra Bulgari, Croati, Serbi, Sloveni, Slovacchi.

E per ognuno di loro, sono ripercorse le vicende che gravitano attorno a quel territorio che denominiamo Ucraina.

Chi ha un minimo di dignità comprende immediatamente quanto poco conosce e quanto qui in Italia vi sia un dibattito omissivo che in ogni caso pagheremo in futuro. Dimentichiamo e non vogliamo vedere che quello che capita laggiù, ricade qui in termini materiali, di risorse e di confine.

Vi è una avvincente spiegazione linguistica e delle forme di ordinamento giuridico e statuale.

Perché li vediamo così lontani nonostante tutto? Possiamo ipotizzare più risposte. Per esempio dimentichiamo che anche noi qui in territorio italico nei secoli, ancora prima dei latini e dei Romani, vi erano le guerre tra le comunità e i popoli provenienti da continenti e da mari diversi. Prima, durante e fino all’età moderna, l’Italia è stato il luogo di scontro di quasi tutti i conflitti che avvennero in Europa. Settanta e più anni di pace, e meno male (non riflettiamo mai quanto siamo fortunati, noi e i nostri padri per questo), ci hanno reso ciechi e sordi rispetto al nostro recente passato.

Non vogliamo pensare al concetto di difesa del territorio e delle vie di commercio, perché da decenni vi è qualcun altro che pensa a questo per noi. E in più, qui è il nostro specchio nascosto, nascondiamo il nostro passato. Se pensassimo con profonda umiltà, alla volontà degli Ucraini di emergere come popolo unito, dovremmo in conseguenza pensare a ciò che siamo stati nel fascismo, a come abbiamo condotto l’unità d’Italia, e ripensare a ciò che è stato il Risorgimento. Non è una riscoperta indolore. Gli italiani non sono stati “brava gente”.

Si rimane stupiti dalla capacità dell’autore di padroneggiare così tante lingue, di aver raccolto e coordinato una tale quantità di materiale a dir poco oceanica, e di aver mantenuto più fili conduttori coerenti e avvincenti alla lettura.

Questo lavoro è un tomo fondamentale per capire ciò che è fuori dalla nostra porta, perché offre una chiave per accedere quella stanza nel centro delle nostre case che teniamo chiuse.

Tutto ciò non è facile, ma l’apertura degli antri, permette il passaggio di aria buona, che richiama l’umiltà, la prudenza e l’umanità. Dapprima è doloroso respirare questa aria fredda e corposa, ma dopo si avverte una maggiore leggerezza di pensieri e di cuore, nel dire sì: IO VI VEDO.

Compratelo: è una sorgente di umanità senza fine.

51-53 La scelta di privilegiare il punto di vista ucraino non deriva assolutamente da una inesistente “scelta di campo” né tantomeno da una sottovalutazione delle esperienze viste da un angolo extra-ucraino, quanto dalla constatazione della (quasi) assoluta mancanza a tutt’oggi, in lingua italiana, di una storia continua di quella Nazione che tenga in debita considerazione anche i lavori della migliore storiografia ucraina, novecentesca e contemporanea, le cui conclusioni possono senza dubbio essere criticate con forza e comunque debbono sempre essere valutate criticamente, ma non dovrebbero restare ignote ad un più largo pubblico, non fosse altro perché senza conoscerle si corre il rischio di non riuscire a inquadrare in modo chiaro, adeguato e lineare molti sviluppi dei nostri giorni, dietro i quali vi è sovente una lunga e complessa storia. Ho quindi deciso di utilizzare sempre, tranne in casi rarissimi ove sarebbe stato pedante e potrebbe indurre all’errore, le forme ucraine dei nomi di persona, di regione e di luogo, senza per questo (lo ribadisco) voler fare una scelta di campo né sminuire le altre tradizioni, che conosco, rispetto e ammiro, come credo sarà evidente da una lettura non superficiale; per questi motivi, talora nel testo ma più spesso in nota per non appesantire la già non sempre scorrevole lettura, ho messo le forme in altre lingue (spesso più d’una). Ho deciso di trattare, seppur brevemente, la storia delle terre oggi ucraine sin dall’Antichità, un’epoca in cui colà fiorirono altre civiltà, alcune quasi ignote altre ben conosciute in quanto propaggini estreme del mondo classico, prima greco e poi romano: tali civiltà non possono però essere definite “ucraine”, se non appunto in senso territoriale, ad onta delle rivendicazioni dei nazionalisti che in alcuni casi estremi hanno ascritto agli ucraini (visti come gruppo etnico già in sostanza distinto) pure la cultura di Trypillja del III millennio a.C!é…]”

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51-53 La scelta di privilegiare il punto di vista ucraino non deriva assolutamente da una inesistente “scelta di campo” né tantomeno da una sottovalutazione delle esperienze viste da un angolo extra-ucraino, quanto dalla constatazione della (quasi) assoluta mancanza a tutt’oggi, in lingua italiana, di una storia continua di quella Nazione che tenga in debita considerazione anche i lavori della migliore storiografia ucraina, novecentesca e contemporanea, le cui conclusioni possono senza dubbio essere criticate con forza e comunque debbono sempre essere valutate criticamente, ma non dovrebbero restare ignote ad un più largo pubblico, non fosse altro perché senza conoscerle si corre il rischio di non riuscire a inquadrare in modo chiaro, adeguato e lineare molti sviluppi dei nostri giorni, dietro i quali vi è sovente una lunga e complessa storia. Ho quindi deciso di utilizzare sempre, tranne in casi rarissimi ove sarebbe stato pedante e potrebbe indurre all’errore, le forme ucraine dei nomi di persona, di regione e di luogo, senza per questo (lo ribadisco) voler fare una scelta di campo né sminuire le altre tradizioni, che conosco, rispetto e ammiro, come credo sarà evidente da una lettura non superficiale; per questi motivi, talora nel testo ma più spesso in nota per non appesantire la già non sempre scorrevole lettura, ho messo le forme in altre lingue (spesso più d’una). Ho deciso di trattare, seppur brevemente, la storia delle terre oggi ucraine sin dall’Antichità, un’epoca in cui colà fiorirono altre civiltà, alcune quasi ignote altre ben conosciute in quanto propaggini estreme del mondo classico, prima greco e poi romano: tali civiltà non possono però essere definite “ucraine”, se non appunto in senso territoriale, ad onta delle rivendicazioni dei nazionalisti che in alcuni casi estremi hanno ascritto agli ucraini (visti come gruppo etnico già in sostanza distinto) pure la cultura di Trypillja del III millennio a.C!

§CONSIGLI DI LETTURA: POSTDIRITTO. NUOVE FONTI. NUOVE CATEGORIE

Giuseppe Zaccaria, Postdiritto.
Nuove Fonti, nuove categorie,
Il Mulino, Milano, 2022

È un libro denso per opera di un eminente studioso del diritto, ancora in attività. Come intendiamo il diritto e la sua applicazione? Che relazioni vi sono oggi tra il diritto, i valori, le norme? Come valutiamo l’incidenza delle pratiche giuridiche in coerenza con gli schemi formali del diritto in rapporto alla Costituzione e allo Stato, ove questi subiscono una riduzione di applicazione in conformità verso enti privati transnazionali e istituzioni sovranazionali?

È percorso un dibattito a tema che cerca di ridefinire qui in Italia le nozioni di giusnaturalismo, giuspositivismo, tra originalismo ed ermeneutica.

Vi sono temi antichi che si ripropongono assieme a dilemmi, controversie e ai limiti delle interpretazioni, delle pratiche e delle giustificazioni di fondazione del diritto e delle giurisprudenze correlate.

Il dibattito storicamente ha attinto anche agli strumenti propri della filosofia del linguaggio, della logica, della retorica, e della storia giuridica relativa alla nozione della definizione dei principi e delle tecniche di giustificazione.

Se è concesso esprimere qualche perplessità, che non inficia l’inarrivabile autorità e preparazione dell’autore, rispetto al sottoscritto, per chi conosce i dibattiti della filosofia teoretica e delle questioni di sociologia, sembra che vi sia una ripetizione di ciò che già decenni fa, fu considerato già sorpassato.

D’altra parte per chi ne è a digiuno, tale approccio, invece è un ottimo viatico per offrire la possibilità di porsi nuove domande indefinitamente più articolate.

Per quanto riguarda lo stile, a tratti sembra vi siano toni di arringa innanzi a un tribunale, ma questa inclinazione verso una scrittura che richiama una dizione orale, rende più colorita e partecipe una narrazione altrimenti astratta per i neofiti.

A mio parere non bisognerebbe subito cadere nel giudizio che il diritto sia in crisi relativamente alla nozione di universalità, con la coerenza e la validità della sua applicazione. La questione è relativa a quell’articolo determinativo “il”. Il diritto è antecedente all’apparizione della forma statuale di nazione, ovvero attraverso una Carta di Identità di un testo Costituzionale.

È un libro ricchissimo che offre al lettore di rivedere parole che usa ogni giorno in un’ottica più ampia, rilevando come la collettività, la nostra Repubblica, e tutti i soggetti correlati a livello interno e internazionale, provengono da lontano, essendo in continua mutazione.

Mi si perdoni questo egocentrismo, ma sto prendendo alla lettera l’insieme delle indicazioni evocate dal testo, perché il diritto non è astratto, infatti si realizza nei casi e nel fatto concreto. A mio parere, dunque, EMERGE UNA SPINTA ETICA: ESSERE PRESENTI NEL PROPRIO TEMPO, nel comprendere la propria relazione rispetto agli altri e alle istituzioni, all’interno di valori indisponibili in una concezione universale degli ambiti di definizione e di giudizio.

Ovvero rendere grazie a coloro che ci hanno offerto un mondo ben più amichevole e materno rispetto al passato, per adempiere alla responsabilità di conservarlo, al fine di renderlo disponibile per le generazioni future.

Dal Codice Pandettistico si passa alla necessità di un ritorno a logiche plurali del diritto in cui la relazione diretta, fatto, caso, norma non sia l’unica matrice dove si inscrive la prescrizione, la regola, la coattività, la tutela, il titolo.

È un libro urticante. Ci fa riflettere. Prende una posizione, inducendo il lettore ad oscillare nell’essere a favore o contro rispetto agli argomenti trattati

È uno stimolo comunque per essere presenti nel nostro tempo, in modo di non subire l’effetto inconsapevole dei processi storici e sociali in atto.

Il diritto penale del nostro tempo è composto da un corpo di leggi, spesso promulgate in funzione pedagogica, più che sanzionatoria rispetto a determinati comportamenti sociali: con una conseguente tendenza ad un aumento dei reati e ad un inasprimento delle pene, non più caratterizzate da certezza e dal principio di proporzionalità. La proliferazione incontrollata, la cattiva qualità e l’ambiguità di una legislazione frutto di compromessi, minano dall’interno il principio di legalità ed accentuano notevolmente lo spazio di discrezionalità dei giudici, privando nei fatti il cittadino di quelle garanzie di libertà dagli abusi del potere punitivo dello Stato e di ragionevole prevedibilità delle conseguenze dei propri comportamenti – come precondizione di libertà nelle proprie scelte – che sulla carta dovrebbero essergli riconosciute.

Nel mondo globale il diritto perde il suo rapporto esclusivo con un determinato territorio e tramonta il monopolio degli Stati nel produrre diritto. Regimi giuridici di diversa origine convivono e si moltiplicano in una pluralità di istanze che interagiscono e spesso si pongono in reciproca competizione. Nuovi soggetti, ufficiali e non ufficiali, non solo statali né solo pubblici, producono una serie di prassi non più riconducibili a logiche unitarie.

Ampie zone del mondo giuridico vengono privatizzate, preferendo la scelta del foro più conveniente agli interessi che si intendono perseguire. Contestualmente, per risolvere controversie e conflitti, accanto ai giudici nazionali, si diffondono organismi giudiziari e para giudiziari che espandono i diritti individuali, introducendo garanzie e rispetto delle forme contro le violazioni dei diritti.

Al pluralismo sociale si affianca un pluralismo giuridico con fonti pubbliche e private, tra loro non più disposte in un rigido rapporto gerarchico. Al diritto «scritto» (basato esclusivamente sulla legge) si affianca il diritto di fonte giurisprudenziale. Si ingigantisce il ruolo degli interpreti, soprattutto degli interpreti giudici in qualità di protagonisti per risolvere le difficoltà o le carenze prodotte dalla cattiva qualità o dall’assenza degli interventi legislativi.

Il rimprovero alla pervasività dell’intervento giudiziale è frequentemente mosso da quella stessa politica che lo rende inevitabile con la propria mancanza di scelte nette. I pilastri del moderno Stato di diritto, il principio di legalità e di separazione dei poteri, trasformati in luoghi comuni e dogmi intangibili, denotano una maggiore difficoltà, rispetto al recente passato, nel tenere il passo circa l’imprevedibilità di casi concreti in cui ciascuno pretende una giustizia personalizzata.

L’attuale mutazione del diritto, non più imperniata sulla legge ma sui due poli della Costituzione da un lato e delle corti dall’altro, ridimensiona fortemente, in questa forma parzialmente destatalizzata del diritto, il modello continentale moderno con le sue istanze di potere statale e di preminenza del legislativo.

Si consuma la rottura del monopolio e del rigido controllo statuale sul diritto. Si tratta in ogni caso di processi di adattamento e di cambiamento che indubbiamente mettono in discussione antichi confini e storici assetti, ma che non possiedono ancora sufficienti elementi di univocità e di chiarezza.

L’uso smodato del ricorso alla sanzione penale (secondo recenti ricerche 7.000 norme penali in Italia, tra codici e leggi complementari) alimenta infatti disposizioni ben lontane dalla chiarezza e dalla precisione.

La conseguenza è quella di un tasso rilevante di ideologicità e di genericità in molte disposizioni di legge, tutte piegate al perseguimento di obiettivi contingenti di immediata utilità politica, e non di rado contenenti espressioni con funzione emotiva più che normativa. Tutto ciò inevitabilmente implica proprio la rinuncia alla funzione di orientamento dei comportamenti che sarebbe propria di una norma penale precisa e circoscritta.

 L’idea che tramite il diritto penale si possa rimediare ad ogni ingiustizia e ad ogni male sociale e che di conseguenza si debba ricorrere più intensivamente alla punizione ed alla repressione, origina un diritto penale non volutamente frammentario, ma duramente sanzionatorio.

Insomma, si fatica ancora nel mondo penalistico a riconoscere che l’ipertrofia legislativa, soprattutto quella dettata da emotività più che da razionalità, non è una deprecabile deviazione dalla retta via, ma una condizione strutturale della legislazione contemporanea.

Lo stesso processo rischia così di legittimare provvedimenti di natura amministrativa ed ispirati all’opportunità politica. Esorbitando nel suo potere, il giudice rischia di divenire così non colui che colma delle lacune, ma il giudice moralizzatore e giustiziere, il vero protagonista di una politica criminale soltanto declamata in modi strumentali dal legislatore ma in realtà propria e dotata di una forte funzione di prevenzione generale.

Il dilemma ritorna alla relazione tra i principi entro i quali il diritto si forma e i contesti della giustificazione nei quali le pratiche della giurisprudenza devono tener conto.

La dimensione giustificativa, relativa tanto alla giustificazione delle regole quanto a quella dei fatti, implica il fatto di parlare di casi concreti, di applicazione normativa nella prassi giuridica e di giustificare le ragioni addotte a sostegno della correttezza della soluzione individuata. Il giudice deve fornire le ragioni che hanno orientato il modo con cui la sua decisione compone gli interessi in gioco ed i valori in competizione.

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Il ragionamento giuridico presenta caratteristiche specifiche, che lo differenziano da altri tipi di ragionamento. Vale a contraddistinguerlo, anzitutto, la sua funzione pratico-normativa, il fatto che muovendo da premesse normative esso ricavi conclusioni normative. In secondo luogo, sarebbe auspicabile un suo uso all’interno di un contesto istituzionale da soggetti pubblici tenuti a giustificare le loro decisioni.

La teoria del ragionamento giuridico indaga le condizioni alle quali la conclusione di un ragionamento giuridico possa dirsi giustificata, e dunque razionalmente accettabile. Occorre ancor di più una funzione di controllo e di garanzia circa il rispetto di principi fondamentali dello Stato costituzionale di diritto, dal principio di legalità a quello di uguaglianza di fronte alla legge, per non dire di quello di separazione dei poteri.

Vi è nelle scelte del giudice un aspetto di discrezionalità ineliminabile, rispetto al quale la necessità di argomentare e di fornire ragioni rappresenta un antidoto ed un elemento di verifica. Molto meglio – anche ai fini di controllo dei modi di esercizio di tale discrezionalità – è che tali scelte non restino occultate all’interno delle pieghe del ragionamento e vengano anzi esplicitate, evidenziandone i presupposti e dando ragione delle regole di inferenza impiegate. Il controllo è momento essenziale del procedimento interpretativo e ad esso funzionalmente connesso.

In una tendenza storica che prevede un diritto crescentemente incerto, il giudice non deve essere lasciato solo. La decisione ed il relativo consenso rappresentano entrambi aspetti fondamentali della giustizia.

§CONSIGLI DI LETTURA: ANTONIN SCALIA

Antonin Scalia di Giuseppe Portonera, 2022,
Istituto Bruno Leoni Libri, Torino

L’operato del giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Antonin Scalia (1933-2016) fornisce un’occasione per comprendere lo spirito più profondo circa l’intima struttura su cui poggia la nazione degli Stati Uniti.

Logica e argomento versus fede e opinione. Scalia afferma che il soggetto, l’individuo, l’attore, colui che impersona un ruolo, un giudice, è sì fondamentale, ma non è il fondamento della validità del giudizio, e non è l’origine esclusiva di ciò che è vero, tradotto nella pratica di ciò che è bene e opportuno fare.

In vita fu un cattolico osservante e un conservatore, ma ciò non fu determinante nei suoi orientamenti, scritti e sentenze che contribuì a stilare e ad approvare in più di trenta anni di attività in qualità di giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti.

“[…] [Al] contrario di presidenti, ministri, senatori e deputati, i giudici federali non svolgono (o non dovrebbero svolgere) un’attività politica, dovendo invece discernere accuratamente e applicare onestamente le scelte politiche fissate, dai rappresentanti del popolo, nelle leggi, tranne quando queste ultime sono in conflitto con il testo della Costituzione, le tradizioni che fanno da sfondo a quest’ultimo o i precedenti vincolanti della Corte suprema. Proprio come non c’è un modo cattolico di cucinare un hamburger, così non c’è un modo cattolico di interpretare un testo, analizzare una tradizione storica, o stabilire il significato e la legittimità di precedenti decisioni giudiziarie – eccetto, naturalmente, fare queste cose onestamente e perfettamente[4] […]”

La fiducia in una giurisprudenza dell’intenzione originaria riflette una profonda adesione all’idea di democrazia. La Costituzione rappresenta il consenso che il popolo ha espresso nei confronti delle istituzioni e dei poteri del governo. La Costituzione è la volontà fondamentale del popolo: ecco perché è la legge fondamentale.

Scalia ha perfezionato e sviluppato all’interno delle prassi proprie della giurisprudenza, il senso «politico» dell’originalismo e del testualismo.

L’originalismo oltre a essere un metodo interpretativo è una teoria sulla genesi dell’obbligazione politica, fondata su due assiomi:

primo: in un sistema democratico imperniato sulla separazione dei poteri, l’autorità di legiferare spetta ai rappresentanti investiti della legittimazione popolare;

secondo: gli individui osservano le regole perché ne riconoscono la legittimità, e ne riconoscono la legittimità perché hanno avuto parte, diretta o indiretta, nella loro formazione.

I giudici devono quindi applicare lealmente le leggi, lasciando che sia l’elettorato a premere per una loro modifica là dove esse dovessero risultare inadeguate. Si tratta, in altre parole, di mantenere viva la ripartizione di poteri e responsabilità tra elettori, eletti e magistrati, senza accedere a un modello che potrebbe invece definirsi «collaborativo», ossia uno in cui, semplificando, l’istituzione giudiziaria sia parte attiva della promozione del cambiamento sociale.

Questa impostazione è stata considerata nell’ultimo trentennio del secolo scorso una pratica ad alto tasso di conservatorismo, considerando però che nei parametri moderni degli ultimi anni andrebbe distinto il conservatorismo politico-partitico dal conservatorismo proprio delle attitudini giudiziali.

In un discorso tenuto all’Università Gregoriana di Roma nel 1996, Scalia affermò che il ricorso alla tradizione del diritto naturale è incompatibile con un sistema democratico, giacché autorizzerebbe i giudici a imporre alla maggioranza della popolazione ciò che questa potrebbe non volere. Venti anni dopo, proprio qualche giorno prima di morire ribadì ancora il concetto: “[…] Non ci si può sottrarre al dettato della legge. Questo condurrà a un mondo perfetto? Certo che no: alcune leggi sono stupide, e alcune sono malvagie; ciò, però, condurrà a un mondo migliore di quello in cui i giudici sono liberi di applicare la loro idea di diritto naturale ed equità. Il primato del diritto sarà sempre secondo al primato dell’amore, ma dobbiamo lasciare quest’ultimo per il prossimo mondo […]”

È opportuno chiarire che l’originalismo/testualismo, come lo stesso Scalia ha sempre riconosciuto, non è in verità una sua invenzione. L’idea che il significato delle parole della legge sia fissato al momento dell’adozione della legge stessa, e che quest’ultima possa essere modificata solo per via legislativa, era dominante nel primo abbondante secolo di giurisprudenza statunitense.

A partire dalla New Deal Revolution, però, l’originalismo/testualismo perse importanza, per poi apparentemente tramontare del tutto durante gli anni sessanta per un’idea di una giurisprudenza propositiva verso una legislazione avente un orientamento teso ad una ridefinizione positiva dei diritti civili e sociali e nelle relazioni istituzionali tra gli Stati e gli organismi federali.

Scalia, invece, ridette vita nuova a ciò che fu obliato nelle pratiche giuridiche e negli studi dottrinali. Durante i suoi trent’anni alla Corte suprema, infatti, soltanto lui e Thomas (due giudici su nove) impiegavano coerentemente la metodologia testualista e originalista. Oggi, dopo poco più di cinque anni dalla sua morte, è l’orientamento prevalente nella Corte (cinque su nove).

In questo libro sono trattati gli sviluppi, le critiche e la messa a punto dell’impostazione testualista e originalista e si rimanda alla lettura del testo, che è redatto da copiosi contributi ben sintetizzati.

Quello però che potrebbe interessare un lettore italiano, che vive in una Repubblica orleanista e non basato sul Common Law (orale) del Commonwealth e di quello scritto che è proprio degli USA, è il rapporto che potrebbe avere l’approccio di Scalia nella comparazione con l’approccio che noi abbiamo con il diritto.

Luigi Mengoni ritiene che l’approccio di Scalia sia distante dalle posizioni del normativismo puro che riduce l’interpretazione ad una attività che coglie significati normativi già compiutamente precostituiti e immutabili, ritenuto non sostenibile, perché il giudice partecipa comunque al processo di formazione del diritto, attraverso un atto di decisione che individui, fra i vari possibili, il significato normativo applicabile al caso in questione. D’altro canto, il vincolo letterale delimita il senso del testo. In altri termini “[…] l’interpretazione resta subordinata alla legge, in quanto circoscritta dal vincolo di congruenza con le parole del testo e con la razionalità complessiva in cui la decisione deve integrarsi […]”

Dalla valutazione del giurista Mengoni si potrebbe ritenere che tutto ciò sia il vero intendere di Scalia che è quindi inscrivibile nella cultura giuridica italiana.

Un altro giurista Nicolò Zanon, invece, argomenta che Scalia abbia portato una procedura di trasparenza: “[…]  «mentre negli Stati Uniti il dibattito sulle teorie dell’interpretazione pare assai vivace, […] ed è quindi sintomo di un pluralismo assai ricco», nella dottrina italiana manca «altrettanta vivacità di pensiero» e pare, anzi, che in essa si diano un po’ per scontate tante cose. Un atteggiamento vagamente «neocostituzionalista», un’adesione tendenzialmente acritica a teorie interpretative per «valori», senza alcuna consapevolezza di quel che le teorie dei valori sono e implicano, l’esaltazione di ogni scelta giurisprudenziale, la quale deve, ovviamente, ampliare l’area dei diritti dell’individuo («più diritti per tutti»), la conseguente adesione, spesso acritica, a tutto ciò che la giurisprudenza decide, meglio se in contrapposizione a ciò che il legislatore voleva. Con scarsa consapevolezza delle implicazioni politico-costituzionali di quel che si sostiene. Ed è possibile che questa scarsa vivacità finisca per riflettersi anche sulla giurisprudenza costituzionale, che non viene stimolata o criticata su questi terreni, e perciò non vi si impegna[65] […]”

Vi è, quindi, nel dibattito attuale un dissidio tra una visione «maggioritarista» di Scalia che intende il giudice impotente, rispetto all’operato delle maggioranze che hanno il compito di definire soluzioni nuove a problemi non coperti dalla legge, a quella che ritiene la funzione giudiziaria necessariamente impegnata a interpretare e rendere concrete le aspirazioni di rinnovamento sociale, attraverso l’organo giudiziale.

I due poli suddetti se presi alla lettera avrebbero la conseguenza o di creare una struttura giudiziale che diventerebbe o un puro meccanismo di trasmissione di parole di ordine politico, o un ceto detentore del vero interpretare i processi sociali per coordinarli, con il rischio di generare una struttura a dir poco dittatoriale.

All’interno di questi dibattiti, più che mai attuali, in particolar modo relativi all’aborto, all’eutanasia, alla nozione di nucleo famigliare, ai nuovi spazi di azione tra l’individuo e l’ambiente e tra l’individuo e le strutture amministrative locali e nazionali, le impostazioni metodologiche e le indicazioni operative di Antonin Scalia si caratterizzano per un approccio prevalentemente pragmatico con la concezione del carattere «limitato» delle Costituzioni, così da riscoprire la maggiore flessibilità dello strumento della legge ordinaria.

La ricchezza degli argomenti definiti da Scalia, si esprime nel sollecitare nuovi modi nel porsi domande circa le relazioni tra la giustizia, la democrazia e la mutevole ridefinizione del bilanciamento tra i poteri.

§CONSIGLI DI LETTURA: LA VOCE DEL PADRONE

La Voce del Padrone, di Stanislaw Lem (Autore),
Vera Verdiani (Traduttore), 2022, Mondadori, Milan
o

[La sfida: ecco il tuo specchio personale: guardati…. fino in fondo. ]

Il singolo e l’umanità che si spogliano innanzi allo specchio. Lo scrittore e il protagonista si presentano all’inizio in un gioco di riflessi fino a coincidere in una forma che ripropone il passato, vero per il primo, inventato per l’altro. Nel futuro, ricostruendolo, comprendono l’intimità più nascosta della loro natura. Capaci entrambi, immorale il primo, severo il secondo, incline a seguire le sirene della vanità e dell’orgoglio.

Pregevoli le prime pagine nell’offrire temi storici incastonati a questioni moderne, nel porre una loro analisi impietosa, cruda, ma onesta riferita a come il singolo cresca e si relazioni con la collettività e quindi ancora, per analogia, tra l’individuo e la sua rappresentazione immaginaria sociale. Il conflitto permane attraverso l’ipocrisia e il compromesso laido: le catene rivoltanti, ma efficaci per tenere in gabbia la crudeltà e la volontà di sopraffazione nel ritenere il mondo un oggetto nelle proprie mani.

Eppure il mondo risponde con un segnale che arriva dalle profondità dell’universo, costituito da un raggio neutrinico portante agglomerati di frequenze, ampiezze e fasi non casuali. Con fissi cicli di ripetizioni settimanali.

Il libro è stato scritto nel 1968 in piena guerra fredda e si descrive la ripetizione di un “Centro Manhattan” di scienziati che usano le tecnologie nucleari per decifrare e comprendere cosa sia questo flusso, da dove viene ed eventualmente intuire chi e cosa sia il mittente, e se comunica qualcosa: il relativo messaggio.

Il protagonista, un grande matematico, con riluttanza accetta la chiamata. E qui inizia un percorso biennale nel tentativo di capire qualcosa in merito. L’attività è dissimulata rispetto al pubblico ed entro questo centro tantissimi gruppi di scienziati sono posti di in condizione di lavorare uno in modo indipendente dall’altro. Il protagonista descrive le meschinità, le aspirazioni e le bassezze dei suoi colleghi, tra i quali anche lui ci si mette come grande saggio e conoscitore della (propria) meschinità.

E in più si passa ai politici e ai ministri di governo, che assieme ai militari, sono preoccupati di eventuali minacce extraterrestri, dalla possibilità di dover gestire la conoscenza di altre società intelligenti e forse più evolute da parte dell’opinione pubblica e ancor di più di dover dire che l’intelligenza umana e forse la stessa specie umana, siano un prodotto di qualche altra forma di vita.

È un libro formidabile perché attraverso i tentativi di decifrazione la narrazione, in una forma di monologo interiore retrospettivo, tramutato in forma di diario, che si traveste come in un gioco degli specchi in un diario intimo, analizza in modo epistemologico gli approcci scientifici nell’accostarsi questo mistero.

Attraverso le attività dei singoli scienziati, dai biologi, dai fisici, dai matematici, dagli ingegneri, dai chimici, vengono sviscerate (sì proprio nel senso di scarnificare) senza indulgenza i pregiudizi, gli stereotipi di fondo, gli assunti infondati, i precetti di fede nell’intendere la propria attività di ricerca, il senso del mondo, e le domande che riducono il flusso neutrinico secondo la propria visione limitata della realtà.

Il flusso neutrinico è un solo messaggio? Oppure è una struttura che ha all’interno gli stessi comandi per creare qualcosa di inedito? Sono più messaggi? È rivolta a noi o è di passaggio? È un brandello di qualcosa di più complesso? E poi non potrebbero essere caratteristiche della fisica a noi sconosciute? E ancora esisterebbero veramente esseri viventi come mittente? E chi lo ha detto che sia emanato da qualcosa che noi definiamo intelligente?

Queste sono le prime domande che via via nei capitoli assumono un senso filosofico, in cui si argomenta circa la limitatezza dell’essere umano, dei nostri modi di ragionare, sul senso del nostro mondo, e della nostra esigenza di demarcare l’inconoscibile. E in più il gran dilemma su ciò che è il mistero e di come noi si possa esserne parte.

Il terrore e l’orrore, la speranza e la gioia, il senso dell’angoscia e del timore.

È un romanzo che non ha una trama lineare. Non va letto in modo rilassato. È un libro che sfida il lettore e lo invita a guardarsi di fronte allo specchio, dicendo che la prima immagine che vedi è la prima bugia che ti sei creato.

La prima pagina è una porta in cui vi è un segnale che indica una via per conoscere noi stessi, senza sconti. Sono argomenti che ci sfidano e interrogano il lettore, il quale se accetta la fatica del rispondere all’invito, sicuramente avrà più punti di vista in regalo per poter parlare di sé e del futuro.

§CONSIGLI DI LETTURA: LA CERTOSA DI PARMA

La Certosa di Parma / Stendhal
traduzione di Ferdinando Martini – Milano-Verona : A. Mondadori , 1930,
– (Biblioteca romantica / diretta da G. A. Borgese ;
1)

Tanto è stato scritto riguardo a tale capolavoro che divenne un classico, per impostare le trame, tra intrighi dei potenti (nobili, proprietari terrieri, banchieri, clero) e nuovi attori che dalle guerre napoleoniche apparvero come soggetti autonomi nei racconti e nei romanzi: il popolo, gli intellettuali d’assalto. E ancor di più, la messa in questione tra la lingua, il popolo, il regno, il territorio, la libertà e l’autonomia giuridica.

La guerra non fu più solo intesa come una espansione territoriale e imperiale, perché si volle rendere visibile una nuova equazione geografica tra lo Stato e il regno, il ducato e il principato, con il popolo che è ora caratterizzato da una omogeneità culturale e linguistica. Ciò fu inteso come una proiezione, non la realtà di fatto di quel tempo.

Stendhal (ovvero Marie-Henri Beyle) partecipò alle guerre rivoluzionarie e poi napoleoniche. Attraversò anche il territorio italico, e qui soggiornò nei diversi regni conquistati. Conobbe gli italiani, ma non quelli che noi riteniamo tali oggi. No: gli italiani che erano dell’Impero Austriaco, del Regno Sabaudo, del Granducato di Toscana, dei Regni Pontifici, dei vari ducati di Parma e di Modena, e così via.

I potenti si sentivano sì italiani, ma come un’unione (e non un’unità) culturale che derivava da una radice storica per i vari dialetti in una lingua che si formò dal latino. Noi oggi riteniamo scontata a livello formale (non sostanziale perché molti stereotipi li abbiamo anche oggi e li consideriamo reali e viventi tra di noi) l’unità linguistica e giuridica dei soggetti nel territorio, tra l’individuo e le istituzioni, le norme e la cultura, all’interno di un territorio ben delimitato che ha una prassi del diritto pubblico. Oggi vi è la legislazione formale che associa a un territorio omogeneo quella unità di analisi detta “popolo”.

È un tema più che mai attuale, specialmente per noi, qui in Italia, abituati a un paese lungo, costeggiato dal mare, che si sente tale perché omogeneo, credendo quindi che altrove sia così.

I parmensi si vedevano magari più vicini al Granducato di Toscana che al regno Sabaudo, più vicini all’imperatore D’Austria che allo Stato Pontificio. E tutti guardavano molto male il Regno delle Due Sicilie, che poi fu anche Regno di Napoli, ove al suo interno vi erano amministrazioni territoriali diverse, come quelle tra le isole, le capitanate, e i grandi centri metropolitani.

Stendhal ne fu un testimone diretto, infatti parla molto di noi, comparando il modo di agire dei popoli italici sia a livello “alto” sia a quello “popolare”.

È un romanzo moderno, e non è un caso che altri scrittori come Alexander Dumas ne abbiano attinto per ricavare spunti relativamente alla prigionia, alle questioni relative alle guerre intestine in Italia, e alla figura della donna. Le protagoniste femminili, dalle duchesse alle cameriere, agiscono in piena autonomia cognitiva e di azione nel rapportarsi ai corrispettivi maschili. Le donne ragionano in modo sottile sulle tecniche di comunicazione e di interpretazione circa gli eventi e i processi mentali dei maschi. Ciò è una novità rispetto ai romanzi del settecento, dove vi sono donne eroiche, abili, perfide, intelligenti, capaci, ma queste dipendevano in primo luogo dall’emotività e dal vizio. Si praticava un approccio laico della visione religiosa secondo la quale, una donna capace è una strega che è serva del demonio.

Nel romanzo le donne eticamente sono sullo stesso piano, sia le figure negative sia quelle commendevoli rispetto agli uomini. Certo vi è l’amore romantico che tenta di sublimare i contrasti e Stendhal che seguiva il suo pubblico, veicola la trama secondo questa logica, anche in modo affrettato, rispetto alla complessità delle descrizioni e degli eventi narrati nella prima parte del romanzo. Ciò dipende anche dalla necessità di ricavi monetari per la distribuzione dei romanzi, pubblicati a puntate nelle riviste settimanali o mensili. Ecco perché ogni tanto si rilevano ripetizioni e riassunti degli eventi. O talvolta vi siano stacchi netti da una scena all’altra. E forse per motivi contrattuali, o personali, Stendhal ebbe fretta di finire.

Occorre considerare che lui tra la vita militare e di corte, partecipò a vicende dure, rocambolesche, con alti e bassi, vivendo da nomade. Per quanto riguarda la descrizione delle battaglie e delle rivolte, siamo nel periodo dopo Waterloo: quello che va dalla restaurazione fino ai moti del 1830. Il libro è ambientato in un periodo di apparente ritorno alla tradizione, ma si vede come i nobili oramai avessero il terrore del “popolo” che appariva sempre più una espressione di interessi diversi e articolati. Il periodo di “pace” in realtà fu una pentola a pressione di conflitti che emersero momentaneamente a livello locale.

Stendhal era innamorato degli italici e del loro modo di agire. Vi sono, infatti, richiami alle loro modalità di comunicazione e di relazione. Nel romanzo vi sono ripetute comparazioni rispetto ai popoli nordici. La lettura di quest’opera è anche un’occasione per rilevare come ragionassero e si vedessero gli italici lombardi sotto l’Austria, i nobili dei vari ducati, l’aristocrazia e il popolo sabaudo.

La bellezza delle sue opere risalta anche nel modo in cui esprime i sentimenti e le riflessioni interiori dei personaggi, in un modo delicato conducendo per mano il lettore, mostrando infatti la causa delle loro azioni successive. La narrazione, a parte gli stacchi, derivati dalle puntate sulle riviste, segue un filo logico lineare all’interno di più storie parallele. E su questo è un autore superlativo. Una forza della natura, data anche la sua vasta produzione letteraria.

Rispetto ai nostri giorni si rileva un pudore nel mostrare scene scabrose di sesso, di violenza e di guerra. E ricordiamo che lui la guerra la fece per davvero. Non è un caso che alcune descrizioni dei campi di battaglia siano dirette, sintetiche, scarne, ma efficaci, appropriate, ed evocate con poche parole. Eppure non calca la mano. In certi casi, relativamente alla malattia, alle ferite, al sangue e allo sporco, il suo timbro è veloce, da apparire tenue ed ovattato. Ciò dipende in primo luogo dalla sua sensibilità. Era una persona curiosa, che voleva apprendere, leggere e migliorarsi. Man mano negli anni divenne sempre più sofisticato: sapeva vivere nel quotidiano e a corte. Anzi era addirittura severo con alcuni ambienti nobili e letterari per la superficialità.

L’uomo sacrificava lo scrittore per non apparire eccessivamente “volgare”. In generale, però, la sensibilità del tempo era molto più vicina alla malattia e alla guerra che offendono il corpo rispetto ai contemporanei. Non vi erano riflessioni riguardo la relazione tra il conflitto e la carneficina. Noi, e oggi diremmo fortunatamente, siamo molto più sensibili al dolore e alla presenza del cadavere, del caduto in guerra putrescente, all’amputazione e alla menomazione.

La morte non era configurata come un elemento astratto, ma si individuava nel fato che portava le malattie, e nello scontro tra ladri, malfattori e militari. Però Stendhal ci informa di un primo slittamento semantico: le guerre napoleoniche causarono vere e proprie stragi di massa che, per quei tempi, corrispondevano a devastazioni continue e generalizzate, e non più a scontri individuati in luoghi precisi. La razzia e l’attacco ai civili non fu più una conseguenza della disfatta e dell’occupazione, ma una tecnica complementare all’azione della battaglia. Gli eserciti si specializzarono distaccandosi sempre più dai civili, i quali divennero un obiettivo tattico.

La “Certosa di Parma” fu una miniera di spunti per i grandi romanzi dei decenni successivi in ordine alle guerre, alle avventure di corte tra gli amori e gli intrighi e alle nuove determinazioni delle politiche e delle relazioni internazionali.

Più di tutto, però, perché Stendhal scrive in un modo meraviglioso: mai un predicato o un aggettivo fuori posto, mai descrizioni ridondanti, a parte i raccordi delle puntate editoriali. Si respira aria di letteratura montana: aria fresca e corposa che riempie i polmoni.

§CONSIGLI DI LETTURA: BRIGATE RUSSE. LA GUERRA OCCULTA DEL CREMLINO TRA TROLL E HACKER

Brigate Russe. La guerra occulta del Cremlino tra troll
e hacker di Marta Ottaviani, Ledizioni, Milano,  2022

Questo libro è necessario sia letto, perché è un esempio pratico dell’esercizio dell’onestà intellettuale applicata al codice deontologico di un giornalista, di colui e di colei che democraticamente offre spicchi dell’oceano diveniente del reale, in notizie e fatti tendenzialmente coerenti e ben argomentati, all’interno di uno spirito che rispetta il pubblico in una agorà democratica,

È stato concepito e realizzato dopo anni di studio e di ricerca e pubblicato appena prima della tragedia in corso, dovuta all’invasione dell’esercito russo nel territorio ucraino.

L’autrice Marta Federica Ottaviani si interroga sul suo lavoro, e da questa analisi impietosa offre uno squarcio sul processo di creazione della notizia e del dato, che è il luogo dove identifichiamo le nostre convinzioni e giudizi sul mondo.

La responsabilità attiene a un criterio di testimonianza del proprio lavoro, che è tale perché dignitoso nell’offrire il tempo che scorre, incarnato in eventi, sul quale accostiamo le nostre parole per ricostruire continuamente la nostra biografia.

L’elemento contingente è riferito alla strategia di guerra intrapresa da anni dall’attuale regime russo nel produrre notizie false, giudizi che descrivono il mondo in assetti artefatti, minare e orientare il consenso delle popolazioni estere all’interno delle proprie controversie partitiche, relative alla redistribuzione economica e alla politica estera.

In questo libro si respira aria trasparente e non offuscata da linguaggi sotterranei: mostrare a nudo il proprio operato nello scopo di porsi al servizio del pubblico, e non a considerarlo un oggetto di manipolazione, fino a usarlo indirettamente uno come strumento di guerra.

Non è solo una questione di Menzogne (o volgarmente fake-news). Il giornalista che reperisce le informazioni per produrre le notizie e il pubblico correlato, è sottoposto alla questione delle fonti, che a differenza del passato, non ha il rischio della penuria, quanto una sovrabbondanza illimitata, dove però sotto sotto vi è una ripetizione e un rimando continua da una all’altra. Il giornalista, se ha un’agenda ricca, come scrive Marta Federica Ottaviani, è una buona cosa. Oggi il giornalista ha a disposizione più documenti, gestiti da enti diversi (in teoria), più soggetti giuridici e persone con le quali richiedere le storie, i fatti, i documenti, i testi (cartacei, audiovisivi, digitali) in un’ottica comparativa. La loro massa, però, non è sufficiente a porre un giudizio di verosimiglianza rispetto a ciò che si pubblica.

I soggetti possono produrre notizie false, ridotte, censurate, disposte in modo artefatto. I mezzi di comunicazione di massa, ora, con i nuovi assetti tecnologici, oltre a moltiplicare la quantità sterminata delle note che informano un fatto, producono linguaggi e codici che viaggiano su forme di comunicazione inedite.

– 

Un altro aspetto, non distaccato, ma concomitante e integrato ai nuovi istituti atti alla produzione del fatto, dell’informazione, e del dato, riguarda la relazione tra essi, che non è più solo di semplice logica “vero-falso”, o di una catena binaria di causa ed effetto. Le dimensioni aumentano, e si incrociano, sicché il fatto sottende strutture informative evidenti e nascoste. La notizia non è più solo veicolo di comunicazione, ma sostanza. È la stessa struttura concreta del mondo dei giudizi che lotta all’interno di valori orientati verso fini e intenti emergenti in modo acefalo, o indotti dai cosiddetti “Stati Profondi” in competizione tra loro, sia all’interno di un organismo statale propriamente detto sia contro altri stati nel senso classico con il quale li intendiamo.

– 

Attraverso i mestieri di reporter, di ricercatore e di investigatore, Marta Ottaviani offre lenti di ingrandimento e codici di decifrazione di questo oceano in mutamento nell’indefinita moltiplicazione nei suoi effetti. Di più: con le cosiddette “intelligenze artificiali” (locuzione oramai metaforica che indica in questo caso la rete delle strategie manipolative) si hanno applicazioni sconosciute nella loro configurazione e nei loro effetti, da parte dell’opinione pubblica. E anche dal singolo che le realizza. Tutto ciò fa parte delle istituzioni immaginarie del senso che le società da sempre lasciano trasparire. Il punto però è che ora l’immagine è forzata a intesa come <realtà>. Il senso del mondo, dei buoni e dei cattivi, del tempo e della memoria, dura e ha valore solo all’interno di quella notizia, e rimane lì da solo, per lasciare il passo al successivo.

Ogni contingenza, essendo artefatta come totalità, permane esclusivamente per mezzo della violenza portata dal linguaggio assertivo che nasconde volutamente le sue premesse. Non si hanno soluzioni di continuità. Solo strappi di memorie e di giudizi, che vengono sparati come pallottole: è una guerra. È una guerra che dura da anni e che continua.

8-9 “[…] Il testo consta di quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker, inclusi tutti i tentativi fatti per destabilizzare alcuni Paesi, soprattutto gli Stati Uniti. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. Perché, mentre leggevo il materiale da cui è nato questo libro, una cosa l’ho capita subito: la Russia ha un modo di chiamare e interpretare i fenomeni tutto suo, spesso in netto contrasto con quello dell’Occidente. Per questo, il testo è diviso in quattro parti. L’obiettivo è descrivere l’approccio di Mosca alla Guerra del Terzo Millennio nel modo più esaustivo possibile. Si tratta, però, di un sistema di vasi comunicanti, che nella sua azione va avanti in contemporanea […]”

Il libro è dotato di precisa e puntuale bibliografia. Offre l’occasione per interrogarci su noi stessi, sulle sfide che stiamo affrontando ora e per quelle del prossimo futuro. Solo negli ultimi due anni siamo stati manipolati e bombardati da false notizie relative al Covid, ai vaccini, alle cause della pandemia, o all’offerta di teorie “complottiste” che hanno poi in fondo la caratteristica di deresponsabilizzarci e semplificare la realtà, individuandola sempre in un comitato notturno di figuri che ci vuole annichilire. Certamente esistono i nemici o attori che sono direttamente in conflitto contro di noi a livello economico, politico e strategico. Quello che bisogna avere in mente però, è che non è detto che questa guerra sia a capo di un pazzo, o di un mister x nascosto, che voglia annullarci: vi sono più attori, più cause, e i fini non sono univoci e immediati. Inoltre noi stessi possiamo essere uno strumento che paradossalmente va potenziato ed eterodiretto. Il rischio è quello trascorrere una vita a parlare per bocca di altri, inchiodati a pensieri e visioni del mondo monche, deficitarie, pericolose per noi stessi e gli altri.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL VENTRE DI NAPOLI

Il ventre di Napoli : (venti anni fa, adesso, l’anima di Napoli) / Matilde Serao. – Napoli : F. Perrella, 1906

Questo romanzo fu ed è una inchiesta giornalistica, un trattato di antropologia, una rivendicazione politica, un atto di immedesimazione e di amore verso il popolo napoletano.

9  “[…] Questo libro è stato scritto in tre epoche diverse.

La prima parte, nel 1884, quando in un paese lontano, mi giungeva da Napoli tutto il senso di orrore, di terrore, di pietà, per il flagello che l’attraversava, seminando il morbo e la morte: e il dolore, l’ansia, l’affanno che dominano, in chi scrive, ogni cura, d’arte, dicano quanto dovette soffrire profondamente, allora, il

mio cuore di napoletana.

La seconda parte, è scritta venti anni dopo, cioè solo due anni fa, e si riannoda alla prima, con un sentimento più tranquillo, ma, ahimè, più sfiduciato, più scettico che un miglior avvenire sociale e civile, possa esser mai assicurato al popolo napoletano, di cui chi scrive si onora e si gloria di esser fraterna emanazione.

La terza parte è di ieri, è di oggi: nè io debbo chiarirla, poichè essa è come le altre: espressione di un cuore sincero, di un’anima sincera: espressione tenera e dolente: espressione nostalgica e triste di un ideale di giustizia e di pietà, che discenda sovra il popolo napoletano e lo elevi o lo esalti! […]”.

Matilde Serao racconta Napoli, la parte non detta, le strade vive, ognuna con le sue caratteristiche.  In base ai luoghi, traduce le impressioni in stati emotivi gettati nello stile della scrittura che varia dalla cantilena, al tono declamatorio, alla doglianza medievale quasi. In alcuni passi sembra che l’autrice parli in pubblica piazza, affinché ognuno accolga i lamenti, le richieste, le critiche a nome di chi non può, perché asservito e ricattato dall’indigenza.

21-23 “[…]  

Fortunate quelle che trovano un posto alla Fabbrica del tabacco, che sanno lavorare e arrivano ad allogarsi, come sarte, come modiste, come fioraie! La mercede è miserissima, quindici lire, diciassette, venti lire il mese; pure sembra loro fortuna. Ma sono poche: tutto il resto della immensa classe povera femminile, si dà alla domesticità.

La serva napoletana si alloga per dieci lire il mese, senza pranzo: alla mattina fa due o tre miglia di cammino, dalla casa sua alla casa dei suoi padroni, scende le scale quaranta volte al giorno, cava dal pozzo profondo venti secchi di acqua, compie le fatiche più estenuanti, non mangia per tutta la giornata e alla sera si trascina a casa sua, come un’ombra affranta. Ve ne sono di quelle che pigliano due mezzi servizi, a sei lire l’uno e corrono continuamente da una casa all’altra, continuamente rimproverate per le tardanze. Ne ho conosciuta una, io, si chiamava Annarella, faceva tre case al giorno, a cinque lire: alla sera era inebetita, non mangiava, morta dalla fatica, talvolta non si svestiva, per addormentarsi subito.

Queste serve trovano anche il tempo di dar latte

a un bimbo, di far la calza, ma sono esseri mostruosi, la pietà è uguale alla ripugnanza che ispirano. Hanno trent’anni e ne dimostrano cinquanta, sono curve, hanno perso i capelli, hanno i denti gialli e neri, camminano come sciancate, portano un vestito quattro anni, un grembiule sei mesi.

Non si lamentano, non piangono: vanno a morire, prima di quarant’anni, all’ospedale, di perniciosa, di polmonite, di qualche orrenda malattia. Quante ne avrà portate via il colera!

E tutti gli altri mestieri ambulanti femminili, lavandaie, pettinatrici, stiratrici a giornata, venditrici di spassatiempo, rimpagliatrici di seggiole (mpagliaseggie), mestieri che le espongono a tutte le intemperie, a tutti gli accidenti, a una quantità di malattie, mestieri pesanti o nauseanti, non fanno guadagnare a quelle disgraziate più di dieci soldi, quindici soldi al giorno. Quando guadagnano una lira, le miserelle, fanno economia e si maritano.

Sono brutte, è vero: si trascurano, è verissimo: fanno schifo, talvolta. Ma chi tanto ama la plastica, dovrebbe entrare nel segreto di quelle esistenze, che sono un poema di martirio quotidiano, di sacrifici incalcolabili, di fatiche sopportate senza mormorare. Gioventù, bellezza, vestiti? Ebbero un minuto di bellezza e di gioventù, furono, amate, si sono maritate: dopo, il marito e la miseria, il lavoro e le busse, il travaglio e la fame. Hanno i bimbi e debbono abbandonarli, il più piccolo affidato alla sorellina, e come tutte le altre madri, temono le carrozze, il fuoco, i cani, le cadute. Sono sempre inquiete, agitate, mentre servono.

[…]”

Matilde Serao scrive ponendosi accanto alle protagoniste. Non è il grande burattinaio. Sta lì, assieme a loro e li conduce innanzi al lettore. Bussa alla porta del lettore. Sta lì nell’uscio e indica il mondo, le persone, e lo rende sonoro nel dolore delle loro storie. Porta la biografia di una città, di una comunità, di un mondo. La sintassi è ricca di aggettivi e di superlativi. La caratterizzazione è netta, perché ogni protagonista è al limite nel vivere, dal cibo, alla necessità di sopravvivenza. Non è solo povertà, o una rivendicazione economica, ma pure culturale.

È una rivendicazione di soggettività che è non solo sfruttata, come può accadere in altre parti d’Italia, ma è anche culturale, perché si riflette in una considerazione nazionale artefatta da una parte e nel disprezzo e nella svalutazione dall’altra verso il corpo di Napoli all’interno delle sue viscere. Le autorità gestiscono il consenso, per non fare, mantenendo la stasi del controllo. Nei fatti il potere lascia questo boccheggiare acefalo nello stagno dell’indigenza di futuro, di bellezza, di cibo, di serenità anche piccola, per elemosinare lentamente piccole bocche di ossigeno, rendendo verticali tutti i rapporti sociali. Si trae la ricchezza potenziale in un equilibrio che permette il dominio. E alla fine questo corpo di Napoli è sia un agglomerato perennemente morente che conferisce autorità a chi promette l’elemosina e nello stesso tempo un peso per tutte le istituzioni e la società italiana tutta.

25-27 “[…] bimbi che vanno a scuola; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte.

Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l’hanno col pomidoro e con l’aglio, con la muzzarella e con le alici salate. Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano, cioè pranzano, con questo soldo di pizza.

Con un soldo, la scelta è abbastanza varia, pel pranzo del popolo napoletano. Dal friggitore si ha un cartoccetto di pesciolini che si chiamano fragaglia e che sono il fondo del paniere dei pescivendoli: dallo stesso friggitore si hanno per un soldo, quattro o cinque panzarotti, vale a dire delle frittelline in cui vi è un pezzetto di carciofo, quando niuno vuol più saperne di carciofi, o un torsolino di cavolo, o un frammentino di alici. Per un soldo, una vecchia dà nove castagne allesse, denudate della prima buccia e nuotanti in un succo rossastro: in questo brodo il popolo napoletano vi bagna il pane e mangia le castagne, come seconda pietanza; per un soldo, un’altra vecchia, che si trascina dietro un calderottino in un carroccio, dà due spighe di granturco bollite. Dall’oste, per un soldo, si può comperare una porzione di scapece; la scapece è fatta di zucchetti o melanzane fritte nell’olio e poi condite con aceto, pepe, origano, formaggio, pomidoro, ed è esposta in istrada, in un grande vaso profondo, in cui sta intasata, come una conserva e da cui si taglia con un cucchiaio. Il popolo napoletano porta il suo tozzo di pane, lo divide per metà, e l’oste vi versa sopra la scapece. Dall’oste, sempre per un soldo, si compera la spiritosa: la spiritosa è fatta di fette di pastinache gialle, cotte nell’acqua e poi messe in una salsa forte di aceto, pepe, origano e peperoni. L’oste sta sulla porta e grida: addorosa, addorosa, ‘a spiritosa! Come è naturale, tutta questa roba è condita in modo piccantissimo, tanto da soddisfare il più atonizzato palato meridionale. […]”

28-29 “[…] Con due soldi si compera un pezzo di polipo bollito nell’acqua di mare, condito con peperone fortissimo: questo commercio lo fanno le donne, nella strada, con un focolaretto e una piccola pignatta; con due soldi di maruzze, si hanno le lumache, il brodo e anche un biscotto intriso nel brodo: per due soldi l’oste, da una grande padella dove friggono confusamente ritagli di grasso di maiale e pezzi di coratella, cipolline, e frammenti di seppia, cava una grossa cucchiaiata di questa miscela e la depone sul pane del compratore, badando bene a che l’unto caldo e bruno non coli per terra, che vada tutto sulla mollica, perchè il compratore ci tiene.

Appena ha tre soldi al giorno per pranzare, il buon popolo napoletano, che è corroso dalla nostalgia familiare, non va più dall’oste per comperare i commestibili cotti, pranza a casa sua, per terra, sulla soglia del basso, o sopra una sedia sfiancata.

Con quattro soldi si compone una grande insalata di pomidori crudi verdastri e di cipolle; o un’insalata di patate cotte e di barbabietole, o un’insalata di broccoli di rape; o un’insalata di citrioli freschi.

La gente agiata, quella che può disporre di otto soldi al giorno, mangia dei grandi piatti di minestra verde, indivia, foglie di cavolo, cicoria, o tutte queste erbe insieme, la cosidetta minestra maritata; o una minestra, quando ne è tempo, di zucca gialla con molto pepe; o una minestra di fagiolini verdi, conditi col pomidoro; o una minestra di patate cotte nel pomidoro.

Ma per lo più compra un rotolo di maccheroni, una pasta nerastra, e di tutte le misure e di tutte le grossezze, che è il raccogliticcio, il fondiccio confuso di tutti i cartoni di pasta, e che si chiama efficacemente monnezzaglia: e la condisce con pomidoro e formaggio.

* **

Il popolo napoletano è goloso di frutta: ma non spende mai più di un soldo, alla volta. A Napoli, con un soldo si hanno sei peruzze un po’ bacate, ma non importa: si ha mezzo chilo di fichi, un po’ flosci dal sole: si hanno dieci o dodici di quelle piccole prugne gialle, che pare abbiano l’aspetto della febbre; si ha un grappolo di uva nera, si ha un poponcino giallo, piccolo, ammaccato, un po’ fradicio; dal venditore di melloni, quelli rossi, si hanno due fette, di quelli che sono riusciti male, vale a dire biancastri.

Ha anche qualche altra golosità, il popolo napoletano: lo spassatiempo, vale a dire i semi di mellone o di popone, le fave e i ceci cotti nel forno; con un soldo si rosicchia mezza giornata, la lingua punge e

lo stomaco si gonfia, come se avesse mangiato.

La massima golosità è il soffritto: dei ritagli di carne di maiale cotti con olio, pomidoro, peperone rosso, condensati, che formano una catasta rossa, bellissima all’occhio, da cui si tagliano delle fette: costano cinque soldi. In bocca, sembra dinamite.

***

Questionario:

Carne in umido? – Il popolo napoletano non ne mangia mai.

 Carne arrosto? – Qualche volta, alla domenica, o nelle grandi feste, ma è di maiale o di agnello.

Brodo di carne? – Il popolo napoletano lo ignora.

Vino? – Alla domenica, qualche volta: l’asprino, a quattro soldi il litro, o il maraniello a cinque soldi: questo tinge di azzurro la tovaglia.

Acqua! – Sempre: e cattiva. […]”

Come osservatrice partecipante, l’autrice anche in modo inconsapevole assume uno sguardo da antropologa nel descrivere la natura degli usi e dei linguaggi del popolino tra i vicoli, i miasmi, le viuzze soffocanti, la sporcizia, e l’acqua maleodorante.

***

71 “[…]

Nessuna donna che mangi, nella strada, vede fermarsi un bambino a guardare, senza dargli subito di quello che mangia: e quando non ha altro, gli dà del pane. Appena una donna incinta si ferma in una via, tutti quelli che mangiano o che vendono qualche cosa da mangiare, senza che ella mostri nessun desiderio, gliene fanno parte, la obbligano a prenderlo, non vogliono avere lo scrupolo.

E i poveri che girano, sono aiutati alla meglio, da quella gente povera: chi dà un pezzo di pane, chi due o tre pomidoro, chi una cipolla, chi un po’ d’olio, chi due fichi, chi una paletta di carboncini accesi: una donna, per fare la carità in qualche modo, lasciava che una mendicante venisse a cuocere sul proprio fuoco, sul focolaretto di tufo, il poco di commestibile che la mendicante aveva raccattato. Tanto avrebbe dovuto perdersi, quel resto del fuoco, dopo la sua cucina; era meglio adoperarlo a sollevare una miserabile.

Un’altra faceva una carità più ingegnosa: essendo già lei povera, mangiava dei maccheroni cotti nell’acqua e conditi solo con un po’ di formaggio piccante, ma la sua vicina, poverissima, non aveva che dei tozzi di pane secco, duro.

Allora quella meno povera regalava alla sua vicina l’acqua dove erano stati cotti i maccheroni, un’acqua biancastra che ella rovesciava su quei tozzi di

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pane, che si facevano molli e almeno avevano un certo sapore di maccheroni.

Una giovane cucitrice era stata a Gesù e Maria, l’ospedale, con una polmonite; poi si era guarita, e pallida, esaurita, sfinita, era venuta via. Pure l’ospedale, per assisterla ancora in vista di una tisi probabile, le concedeva, ogni mattina, quattro dita di olio di fegato di merluzzo, che ella doveva andare a prendere, lassù. Ella capitava ogni mattina, col suo bicchiere, sino a che fu rimessa completamente in salute: e allora le dissero che non le avrebbero più data la medicina. Ella si confuse, impallidì, pianse, pregò la monaca che per carità, non gli sospendessero quell’olio – e infine fu saputo che di quell’olio, ella si privava per darlo in elemosina a una povera donna – la quale per miseria, superato il naturale disgusto, lo adoperava a condire il pane o a friggerci un soldo di peperoni. […]”

***

Matilde Serao partecipa a questa condizione rivendicando direttamente la necessità di rete fognarie e di elettrificare le vie per prevenire con il crimine con i lampioni. Richiede una politica abitativa e un mercato degli affitti compatibili per coloro che hanno un basso reddito, costretti a risiedere nelle baracche. Luoghi continui di epidemie che danneggiano tutti indistintamente dal ceto e dalla ricchezza.

E alla fine per stemperare la tensione, cerca di assumere un tono lirico che offra una speranza minima in particolare nel paragrafo sul CHE fare nel quale loda gli imprenditori, gli operai e le donne, che non accettano le tentazioni come Cristo sul monte, perché l’uomo non vive di solo pane, e questo può essere il riscatto per Napoli: onestà, resistenza al vizio, dignità, laboriosità.

Per Matilde Serao il riscatto morale è necessariamente anche politico e sociale.

§CONSIGLI DI LETTURA: I VICERè

I Viceré / Federico De Roberto ; a cura di Sergio Campailla. – Ed. integrale. – Roma : Biblioteca economica Newton, 1995.

Tanto è stato scritto su questo capolavoro postumo del 1894 di Federico De Roberto che, per paradosso, ebbe una vita simile ad alcuni protagonisti del libro. In particolare per i suoi tristi e ultimi anni. È un romanzo che è parallelo alla letteratura siciliana del periodo, a partire da Giovanni Verga. Il ”verismo” e la “roba”. Riprende i temi della “Commedia Umana” di Honoré De Balzac, per la profonda analisi dei tratti caratteriali, qui però più complessi nella loro espressione verbale ed emotiva.

Ha una caratterizzazione fisica dei personaggi che è pari a quella di Alexander Dumas, ma molto più introspettiva, nonostante sia immediatamente posta innanzi al lettore, fornendo la sensazione di assistere ad una scena teatrale.

Le vicende storiche sono realmente accadute nel periodo che va dal 1848 fino al 1882, lì, in Sicilia, attorno alle vicende dei Viceré, ovvero gli antichi e blasonati nobili Uzeda.

I patimenti religiosi ed eroici sono svelato nei loro tratti più profondi: avidità, invidia, odio, ipocrisia. Tutto deve convergere per l’accrescimento e della potenza e dalla ricchezza.

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Lo stile è avvincente, perché gli eventi si susseguono ad un ritmo sostenuto. Le relazioni tra i parenti scandiscono il tempo. Gli stati d’animo sono descritti sempre al limite, nel loro vorticare in dialoghi duri e serrati. I conflitti parentali richiamano le effettive lotte di potere che percorrevano l’Italia in fase di unificazione, e in particolare in Sicilia, tra la borghesia nascente e la nobiltà.

Nessuno si salva, neanche i poveri e gli ignoranti. Ognuno cerca di esibire una parte falsa di sé che è, per paradosso, quella normale, visibile al pubblico e in piazza. Non è la menzogna ad essere il falso collante della società, anzi questa è intessuta di una arcigna mancanza di compassione.

E se si parla degli Uzeda, lo stile non può che essere teatrale, d’una barocca esposizione del potere nella sua continua riconfigurazione, anche mentre si assiste al funerale della principessa Teresa, la madre e sorella dei protagonisti.

Pag. 14  “[…] Ma la chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi ogni quarto d’ora; e tutt’intorno la gente che non riusciva ad andare né avanti né indietro né a veder altro fuorché la cima della piramide, ingannava l’impazienza dell’attesa chiacchierando, dicendo vita, morte e miracoli della principessa: «Adesso i suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro…» «I suoi figli: quali?…» «Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!… Se campava ancora ci avrebbe messo anche l’altra!… Maritò Chiara perché questa non voleva maritarsi!… Tutto per amor d’un solo, del contino Raimondo…» «Ma il padre?…» «Il padre, ai suoi tempi, non contava più del due di briscola; la principessa teneva in un pugno lui e il suocero!…»

Però tutti riconoscevano che, se non fosse stata lei, a quell’ora non avrebbero avuto più niente. Ignorante, sì; ma accorta, calcolatrice!

«È vero che non sapeva leggere né scrivere?»

«Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!» […]”

L’introspezione psicologica di alto livello mostra che l’odio e la rabbia sono gli strumenti per accedere al potere.

L’autore spiega i recessi emotivi dei protagonisti attraverso l’analisi delle loro scelte di vita, o costrizioni, lasciandoli parlare con un linguaggio interiore indiretto, inframmezzato da domande rivolte a se stessi. Attraverso l’analisi emotiva di questa introspezione recitata, l’autore vestendosi dei panni dei protagonisti, rende viva la loro tensione emotiva, e crea le condizioni di sviluppo degli eventi futuri.

Pag. 143  “[…] Don Blasco, da canto suo, non aveva messo piede neppure una sola volta dagli sposi; e Lucrezia, dichiarandosene contenta, diceva anche tutte le pazzie e le porcherie del monaco. Ella l’aveva anche con la sorella Chiara, senza che questa le avesse fatto nulla, e la derideva per l’eterna gravidanza che non veniva a fine, quantunque giunta al decimo mese. Se la prendeva insomma con tutti, e alla contessa Matilde che la veniva a trovare come prima:

«Dillo tu,» diceva, «che razza di gente! Quante te n’han fatto vedere, ah? Quel birbante di tuo marito? Tutti quegli altri che gli hanno tenuto il sacco, quando egli andava dietro a quella?…»

Impallidendo, poi arrossendo a quei discorsi, Matilde tentava nondimeno di metter buone parole; ma l’altra rincarava:

«E li difendi, anche? Lasciali andare!… Tutti di una pasta!… Chi sa quante ne vedrai ancora, povera disgraziata!… Per me, ringrazio Dio d’essere uscita da quella galera!… Credono che io mi debba rinchinare?… M’importa assai di loro e delle loro visite!…» […]”.

176-177  “[…]  E più porco io che gli tenni mano!… Mi manda via perché non ha più da spogliare nessuno?…»

Con le mani in capo, Baldassarre scongiurava: «Don Marco!… Signor Marco!… per carità!… possono udirvi!…» ma l’altro, fuori della grazia di Dio, tremando dall’ira, buttava fuori quel che aveva in corpo contro il padrone e tutta la sua razza:

«Dieci anni! Dieci anni di studio per rubare i suoi parenti! quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!… E non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista, fingendo l’affezione, il rispetto alle volontà di sua madre; pezzo di Gesuita più di quell’altro Sant’Ignazio del Priore, pezzo di porco più di quell’altro maiale di don Blasco! Ah, crede che la gente non sappia quant’è porco, con la ganza in casa, adesso che non ha più nessuno da rubare, con la ganza sotto gli occhi di sua moglie, sotto gli occhi di sua figlia, fino all’altr’ieri?…»

E questo è solo l’inizio in un crescendo di vicende, di complotti e di progetti a lungo termine sempre più vorticosi, fino alle ultime pagine (che non svelo per non rovinare la lettura), in cui si mostrano processi di lungo periodo più che mai attuali nell’Italia di oggi. E, infine, nelle pagine finali, nel culmine di un crescendo quasi lirico che parte dall’inizio del romanzo, Federico De Roberto getta in faccia al lettore una terribile analisi di tutti e di tutto, lì e qui, tra la Sicilia e l’Italia.

È un libro denso, pieno di dialoghi scritti in un italiano che varia dal linguaggio formale, a quello colloquiale, con l’importazione di termini stranieri, eppure leggero, perché il lettore si immedesima nella carne viva che brucia gli occhi e taglia le mani che sfogliano le pagine.