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CONSIGLI DI LETTURA: Vineland di Thomas Pynchon

Vineland di Thomas Pynchon (Autore),
Pier Francesco Paolini (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2021
(Ed. Originale: Vineland,
Little, Brown and Company (Boston- Usa), 1990)

Tanto si è scritto su questo romanzo di Thomas Pynchon per i temi trattati, per la comparazione rispetto al monumentale romanzo scritto 17 anni prima ( L’Arcobaleno della gravità: qui una riflessione: https://www.linomilita.com/destino/consigli-di-lettura-larcobaleno-della-gravita-di-thomas-pynchon/ ) per il quale si ebbero critiche relative ad una mancanza di idee, di originalità, e di una vena creativa inaridita. Furono rinnovate le perplessità circa lo stile apparentemente confuso e spiazzante, in particolare nella ricerca di stili diversi per una commistione originale negli intenti, ma fallimentare negli esiti.

Accanto alle valutazioni impietose, con il passare del tempo dalla pubblicazione e per una lettura più attenta e più diffusa di un pubblico crescente, “Vineland” fu progressivamente considerata un’opera magistrale per le innovazioni stilistiche, per i temi trattati, per le sofisticate e parallele vicende dei singoli.

Nonostante le tante recensioni che si possono rilevare nel web o semplicemente chiedendo informazioni ai Large Language Model (modelli linguistici di grandi dimensioni), a mio parere rilevo elementi non pienamente posti in evidenza. Tra questi risalta un primo tratto: la sovrabbondanza.

In ogni pagina, per ogni protagonista introdotto e per ogni luogo descritto, vi sono descrizioni multiple dei luoghi, dei riferimenti geografici, degli oggetti di uso quotidiano, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi. Vi è un contrappunto tra una descrizione microstorica e particolare degli attori via via posti in risalto, e un’analisi circa le tendenze di lungo periodo caratterizzanti il presente della narrazione.

In più, all’interno delle scene e dei dialoghi vi sono digressioni temporali, perché le vicende ondeggiano tra eventi al presente, azioni presenti che narrano del passato, e l’accaduto che nei capitoli successivi è posto in un quadro attuale.

Vi è un participio passato che trasla in un imperfetto, caratterizzandosi poi al presente in modo da lanciare indizi, motivi che spiegano gli stati futuri, i quali poi vibrano tra un futuro anteriore e in un presente attuale rispetto al lettore.

La lettura comporta un senso di vertigine, se si vuole mantenere una linea univoca nella scansione temporale. Se invece si entra nello stile più intimo di Thomas Pynchon e si tiene per fermo che i protagonisti si muovono all’interno di temi universali che implicano dilemmi etici, i piani paralleli e gli eventi aggrovigliati acquisiscono una coerenza di sviluppo narrativa e una congruità dei temi trattati.

Un secondo elemento che sembra più proprio a in termini biografici dell’autore è la passione per il Jazz. Si ha l’impressione talvolta che scriva dentro un locale di concerti Jazz con tante persone intorno e sedute in tavoli disposti in modo disorganico, dove la fruizione varia in base alla distanza e al grado di attenzione del pubblico. I capitoli, nella veste di sessioni musicali, definiscono un’orchestra di personaggi che offrono i temi, variandone le scale, ponendo di volta in volta un orchestrale come solista, mutando i ritmi e le frequenze. Questo romanzo ha un tema centrale nascosto con tanti capitoli che ne costituiscono una sua esecuzione sempre diversa.

Di questi due elementi relativi ad una sovrabbonda delle descrizioni quasi giornalistiche e dello stile musicale dinamico e variazionale, entrambi centrifughi rispetto a porre un ordine tematico, vi è un tratto ulteriore che bilancia una possibile disgregazione interpretativa: una descrizione barocca del mondo.

Vi è una puntigliosa e ricercata presentazione di oggetti, arredi, paesaggi, strade, città, vie, locali che informano delle posture, dei linguaggi e degli atteggiamenti dei protagonisti. Tutto è pieno, perché ogni luogo, nella immaginazione del lettore, ha marcatori del tempo storico, dei cibi, degli snack, delle canzoni, dei tavoli, della moda e degli abbigliamenti.

La forma barocca non è tanto dipendente dai canoni della pittura e della scultura, quanto dalla televisione, dai linguaggi e dai temi proposti dai canali tv tra gli anni sessanta e ottanta negli Stati Uniti. Le serie tv e i protagonisti di ogni trasmissione da quella giornalistica a quella di intrattenimento dettano gli slang, i tempi e i modi di concepire il mondo che sono immediatamente incarnati dai protagonisti.

Vi è uno spartito di base che considera il passato recente come una distopia, perché il libro è ambientato nell’anno 1984, ma lo pubblica nel 1990. Il 1984 è quindi il passato recente (ed è un richiamo al noto romanzo di George Orwell): l’America dell’era Reagan-Bush non rischia di diventare una distopia futuristica; lo è già diventata.

Il controllo si evolve attraverso la “Rivoluzione dell’informazione o Info-Revolution (accessibilità generale e orizzontale dei dati)”. Lo Stato non usa la forza visibile, ma traccia i cittadini tramite computer, le banche dati e l’uso delle carte di credito, ovvero vi è la convinzione da parte dell’autore che l’apparato ideologico usi la cultura pop per annullare il pensiero critico. Vi è la descrizione di un’America anestetizzata dalla televisione e dal rock and roll. Tutto ciò è accompagnato da schemi catartici già apparsi nel primo novecento, riguardo al sesso che è legato al sadomasochismo e all’attrazione erotica che i dissidenti provano verso i leader in uniforme, diventando uno strumento di sottomissione psicologica.

La famiglia nucleare viene vista dai governi autoritari come un potenziale pericolo di resistenza intersoggettiva, e viene quindi smantellata o corrotta, infatti l’ideale della famiglia perfetta mostrato nelle sitcom televisive contrasta con la realtà di famiglie distrutte, assenti o segnate da abusi. Il leader governativo Brock Vond usa il bisogno psicologico di protezione delle persone per presentare lo Stato autoritario come una grande “Famiglia nazionale” a cui obbedire ciecamente.

Con la contraddizione (non originale in realtà nell’uso narrativo) della CIA (Central Intelligence Agency) che favorisce l’introduzione di droghe nel paese sia per sedare la controcultura degli anni ’60 sia per creare artificialmente una categoria di “delinquenti” (i tossicodipendenti) da usare come capro espiatorio e giustificare il potenziamento delle forze di polizia.

Un tema di fondo che permane in ogni capitolo del libro, risiede nell’idea che la razionalità ufficiale e l’irrazionalità non siano due poli opposti. La distopia postmoderna di Thomas Pynchon offre l’ipotesi che l’oppressione moderna non si dichiara nemica dei piaceri umani, ma impara a governarli.

All’interno di questo scenario fosco, nonostante tutto, l’autore mantiene una nota di speranza: la creatività, la cultura pop e le relazioni vive tra le persone sono e saranno comunque il solco che supererà tale momento storico.

Non è un caso che si è proposto il jazz, perché un concerto di questo tipo teoricamente non ha una fine: ognuno può rientrare in vita, pensare, giocare, e porsi in relazione con gli altri.

CONSIGLI DI LETTURA: Spin di Robert Charles Wilson (Autore), Nicola Fantini (Traduttore)

Spin di Robert Charles Wilson (Autore), Nicola Fantini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024 (Ed. Originale: Spin, Ed. Baror International, inc., Armonk, Ny, Usa, 2006)

È un romanzo che può essere inserito nello stile della fantascienza “dura”, perché la trama è incentrata su ipotesi scientifiche plausibili, accompagnate da pratiche tecnologiche e impieghi tecnici dettagliati e coerenti. Come in un ogni opera di questo tipo, l’idea principale è una supposizione che non è suffragata da teorie scientifiche o addirittura negata da esse. Proprio qui risiede il fascino in una composizione letteraria ben realizzata, perché all’interno di uno sforzo stilistico nel rendere logica la trama dal punto vista causale e coerente nel suo sviluppo, permane uno spazio allusivo ed ipotetico che definisce una tensione narrativa verso un climax estetico edificante e catartico.

All’interno di tale struttura narrativa vi è il tentativo di porre problemi concreti del presente in ordine al bisogno che hanno gli ecosistemi del pianeta Terra a confrontarsi con il vincolo delle risorse e la possibilità di acquisire energia utile per il proprio equilibrio. Se poi uno scrittore come Robert Charles Wilson riesce ad innestare dilemmi etici e conflitti universali come quelli tra padri e figli, e le vicende sempre valide del romanzo di formazione, in cui i protagonisti accedono con dolore e patimento verso nuovi stadi di vita adulta, si ha a disposizione un’opera pregevole e degna di essere vissuta in una lettura partecipata e appagante.

Il romanzo tratta dei problemi e dei conflitti civili e interstatali di oggi, traslandoli in scenari relativi ai decenni successivi rispetto a quelli odierni, ma di un futuro prossimo che può essere vissuto dallo stesso lettore, rendendo quindi le vicende congrue alle preoccupazioni e alle aspirazioni di noi contemporanei.

Si susseguono tre fasi relative a un evento inspiegabile che cambia radicalmente la realtà per tutto il pianeta, il faticoso percorso teso alla ricerca delle cause e dei motivi, un tentativo di soluzione, la gestione delle conseguenze che porta ad una nuova consapevolezza e a un ulteriore evento inspiegabile collegato al primo. Ciò impone un nuovo rimedio che espande il suo influsso al di là del sistema solare verso le galassie circostanti. All’interno di questo percorso i protagonisti da adolescenti divengono adulti amando, scontrandosi, e cercandosi tra i conflitti famigliari e le tensioni politiche mondiali.

Il titolo del libro prende proprio alla lettera il significato di “spin” nell’ottica della meccanica quantistica, applicata alle teorie della relatività che è un campo di studi attualmente denso di ipotesi e di tentativi di creare un ponte tra queste due aree che hanno nuclei teorici tra loro distanti in termini euristici ed operativi.

La causa efficiente deriva dal comportamento del Sole che sembra iniziare il suo percorso di maturità all’interno del sistema solare e quindi a emettere ben più energia, fino ad una espansione fagocitante tutti i pianeti della sua orbita. Ed è qui che dall’esterno il pianeta Terra sembra essere preservato improvvisamente da uno spin temporale in cui all’interno la scansione degli eventi sembra seguire il suo corso, ma che, rispetto all’esterno dell’atmosfera, è rallentato a livelli di scala di quattro o cinque volte rispetto all’evoluzione della Galassia, ovvero che il tempo fuori scorre indefinitamente più veloce, e quindi anche il mutamento del Sole. Ciò attraverso una analogia di una membrana temporale con quella biologica marina degli organi che traspirano acqua, si ha che all’interno dell’atmosfera la temperatura si mantiene stabile con cicli stagionali regolari.

Il contro altare però comporta il completo oscuramento di tutto ciò che è fuori dall’atmosfera e anche per quanto riguarda le comunicazioni, a parte le onde radio per alcune frequenze, che, per lo scorrimento asimmetrico temporale, obbligano i recettori a ragionare in migliaia di anni solo per ricevere onde radio a partire dalla Luna e dai pianeti vicini.

Ed è qui che si snodano le vicende dei protagonisti con salti avanti e indietro nel tempo rispetto alle loro vicende biografiche. Tale espediente stilistico permette di non rivelare tutto e subito, ma di snodare indizi, premesse, e svolgimenti delle vicende mantenendo il mistero e una tensione da romanzi gialli, dando al lettore lo stimolo a continuare, ad immedesimarsi con i protagonisti e ad immaginare gli sviluppi prossimi, oltre che a correlare le vicende politiche, economiche ed ambientali nel nostro vivere quotidiano.

Si susseguono diversi colpi di scena, e verso la risoluzione del climax si mantiene una porta aperta per futuri sviluppi che lasciando un alone di indefinitezza e quindi di fantasia per il lettore.

Questo apparato stilistico poi si innesta alle vicende dei padri e dei figli, agli amori perduti e rimpianti, alla volontà di riscatto, all’esigenza di venire a patti con la propria vita vissuta, temi universali per le narrazioni mitiche e per le opere letterarie che si nutrono di amore, morte, giovinezza, vecchiezza, speranza, gloria e rimpianto.

Robert Charles Wilson è uno scrittore di alto livello dal punto di vista fantascientifico, un eccellente artigiano nel miscelare gli stili narrativi e un romanziere a tutto tondo nell’appassionare a vicende universali per ogni biografia, il tutto con uno sguardo ai problemi e alle prospettive che oggi abbiamo noi, qui, nel pianeta Terra.

CONSIGLI DI LETTURA: Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky di Giulio Ravizza

È un romanzo incredibile tratto da vicende realmente accadute che furono considerate assurde da coloro che, direttamente e non, ne furono implicati. La materia prima di questa biografia è un sogno incarnato in una illusione che dà corpo a una avventura ancora in divenire.

Un bimbo di una famiglia di aristocratici che subiscono i rivolgimenti della rivoluzione russa del 1917, la guerra civile, l’emergere dei bolscevichi, Lenin, Stalin, le epurazioni, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

Igor subisce i traumi della casa incendiata, gli arresti e la deportazione, le fughe e le vicissitudini della famiglia a sopravvivere alla morte, alla Siberia, combattendo però in una situazione ai margini, dove addirittura la razione quotidiana di cibo non era garantita, se non sottratta.

Dalla famiglia, faticosamente, ricevette una educazione consona al suo stato precedente, rispetto ai rivolgimenti seguenti alla prima guerra mondiale. Nonostante dovette nascondere la conoscenza della lingua francese. Intraprese gli studi di una educazione formale di base e soprattutto riguardo alle arti, in particolare alla pittura, alla serigrafia al disegno. I genitori con tripli salti mortali riuscirono a garantirgli di seguire l’accademia.

Vi sono stati anche parenti realmente vissuti che poi fecero parte del sistema di repressione sovietico, dissimulando le loro origini, causando dolore, morte, con l’inganno, la truffa, il tradimento anche contro i loro stessi cari. Le vicende di Igor mostrano la quotidianità del sistema imperiale, poi sovietico di Stalin e poi ancora quello di Breznev, condito dalla corruzione, dal controllo, dalla repressione costante in ambito pubblico e privato, dove gli avanzamenti in termini di servizi, di tecnologia, erano raggiunti a spese di sacrifici orrendi, usando la minaccia, la carcerazione, il lavoro schiavistico coatto a partire dai campi di lavoro e di morte siberiani.

Oggi diremmo che Igor, forse anche per i traumi e le vicende che visse ogni giorno, non ultimo anche l’alcoolismo e la brutalità del padre, avesse un comportamento bipolare ossessivo, con altre “disfunzioni”. In ogni caso, dovendo subire la repressione artistica e creativa, lui e tutti gli artisti di questo nuovo paradiso sovietico, per dipingere il realismo socialista che celebra il lavoratore modello del nuovo zar – segretario di partito, e considerare una degenerazione capitalista ogni altra forma di arte, intraprese una resistenza attiva che durò per tutta la sua vita.

Le avventure a cui incorse nel romanzo potrebbero sembrare inventate, e invece, dallo stupore e dalla straordinarietà per la meraviglia di godere della lettura, si ricava che è tutto vero. Per fornire un manufatto letterario lo scrittore giornalista Giulio Ravizza ha dovuto inventare alcuni tropi nel descrivere il corso quotidiano dei giorni.

Ciò è dovuto alla condizione di collaborazione che anni fa, prima ancora delle tragedie di guerra attuale, Giulio Ravizza ebbe con gli enti locali alla cultura russa, in particolare in quelle zone del Kazakistan, in una località desertica che fa già fatica a scriverla, e per questo ne consiglio la lettura. Una zona morta dove si svolgevano attività di guerra segreta sperimentando di tutto e di più. Infatti, Stalin volle che in quei luoghi vi fosse la maggiore produzione di cotone nel mondo, ottenendo il risultato, come l’altro suo compare Mao, di desertificare ancora di più il tutto, di creare rivolgimenti ecologici disastrosi con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, anzi delle popolazioni che qui erano miste tra quelle turche e quelle mongole. In un paese come quello delle Russia che ha 140 minoranze linguistiche.

Nei suoi viaggi di conoscenza archeologica, e culturale, che già allo scrittore apparivano assurdi e fuori dal tempo, incappa in una città capoluogo di quel posto (che lascio innominato per invogliarvi alla lettura, e sì esiste veramente e nel romanzo si narrano le vicende di come crebbe: pazzesche anche queste), dove vi è un museo in cui sono raccolte migliaia e migliaia di opere pittoriche e non degli artisti epurati, censurati, incarcerati, uccisi dal regime sovietico dall’avvento di Stalin fino al crollo dell’URSS. Opere che avrebbero dovuto essere state distrutte. Una quantità di libere espressioni artistiche vicine ai dibattiti e alle correnti coeve in Europa, in Usa e negli altri continenti. Opere di critica e di opposizione al regime oppressivo e carcerario.

Igor tra mille avventure, con un’arte di dissimulazione, inganno, creatività, improvvisazione degna dei fratelli Marx (i comici degli anni trenta in USA) con i soldi presi dallo stesso ministero della cultura sovietica per creare un museo sovietico ad hoc per acculturare i popoli alle periferie di questo impero, viaggiò per tutte le Russie, in cerca di questi quadri nelle case delle vedove, nei magazzini abbandonati, in mille altri posti nascosti. Prometteva di pagare, assumendo il ruolo di debitore di tutti, riciclando i soldi per i viaggi, per la possibilità di “acquisire” in modo informale le tele e al di là della legge tutto quello che poteva, al di là della legge. Fino a prendere a prestito illimitato i materiali di uso per la cura delle tele, e tutti i manufatti edili che servivano per la costruzione del museo.

Ebbe per alleati le personalità più importanti del luogo, sobillandole e convincendole di questa pazza impresa volta a creare un doppio museo nascosto, in cui raccogliere tutto ciò che il sistema sovietico opprimeva in termini di creatività, di arte, di libera espressione.

Comici e coinvolgenti i suoi stratagemmi nell’ingannare gli ispettori dei ministeri e dello stesso KGB. Lui, che negli anni, assunse un aspetto più trasandato di uno spaventapasseri, che dimenticava persino di mangiare, riducendosi a uno scheletro, rimettendoci la salute nell’usare composti chimici per la salvaguardia e la ripulitura delle opere archeologiche. Fino a morirne. Ossessionato fino allo sfinimento, obbligato da chi gli stava vicino a dover riposare.

Si rimane stupefatti dall’uso di materiali di scarto, di risulta, per conseguire i suoi scopi, e di come a livello amministrativo usasse la stessa burocrazia sovietica per ingannarla e incepparla. Eppure tutto ciò accadde veramente. Questo romanzo va letto per comprendere l’assurdità delle dittature che vogliono essere totalitarie, crudeli, talvolta efficienti nell’opprimere, ma alla lungo autofaghe, ottuse, fragili, assurde, ma tremendamente reali nel causare il dolore, e la morte.

Il museo esiste ancora oggi. Ancora oggi quel luogo e tutta la Russia subisce la censura e il controllo. Specialmente a livello artistico anche con le nuove tecnologie. La direttrice del museo chiede visibilità e contributi per mantenere vivo questo tesoro unico, che svela tanto di ciò che ancora si deve conoscere dei decenni passati e di questi artisti che anche nella denuncia, nel dolore, hanno portato il bello e l’arte come approdo attorno a un mare nero di violenza.

Va dato un encomio all’autore, che ancor prima di essere un romanziere, ha impiegato mesi e mesi nella veste di un giornalista investigativo a raccogliere, le foto, i ricordi, interviste, tracce di questo personaggio sparse nel tempo, e nei luoghi, e negli archivi in modo da raccordare gli eventi più che decennali che hanno contraddistinto una vita per uno scopo unico volto alla creazione di un luogo nascosto in un deserto nascosto dal regime, creando un museo doppio accondiscendente al potere, usando gli stessi soldi e risorse del regime censorio.

È un inganno comico e tragico. Traspare uno scopo e una tensione commovente, tra l’amore, la speranza, e le vite interrotte di chi voleva solo godere dell’arte, dell’amicizia, degli abbracci e della condivisione, anche quelle artistica che è universale.

È una lettura che ci arricchisce e che fa nascere una tenera compassione almeno per rendere conto di un senso di giustizia nella memoria verso coloro che furono crudelmente affogati nell’oblio.

CONSIGLI DI LETTURA: Cronache dalla terra dei più felici al mondo di Wole Soyinka

Cronache dalla terra dei più felici al mondo di Wole Soyinka (Autore),
Traduzione di Alessandra di Maio, 2023
(Ed. in lingua originale 2021) La Nave di Teseo Editore, Milano

Sebbene sia un’opera di un autore già affermato e di lunga data, è avvertita già dalla lettura delle prime pagine una irruenza tipica di uno scrittore che dispiega l’energica volontà di affermare la propria personalità. Si è quasi storditi dal bisogno della conferma da parte del proprio estro creativo nel dispiegare il testo ritenuto proprio, originale nella struttura, innovatore nella trama rispetto al proprio passato di lettore, promettente nel delineare gli stili e profondo nella propria poetica. Eppure Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka, è un drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano Premio Nobel per la letteratura nel 1986, considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana, nonché il maggiore drammaturgo africano.

È un’opera con più livelli di narrazione che intersecano generi letterari prettamente europei e americani nella tradizione plurisecolare della forma del romanzo, di resoconto giornalistico e di analisi etnologica, nonché di riflessione antropologica sui motivi delle azioni dei protagonisti. Per una lettura più attenta e anche per una analisi meno pigra, sarebbe opportuno prestare attenzione ai termini trascritti in corsivo. Ci si conceda il lusso del tempo nella ricerca del significato di tali termini, nel relativo uso corrente e il contesto d’uso.

I quattro amici e i nomi topici che rimandano ai classici della letteratura occidentale, sono fusi con i nomi di santi e di guide spirituali sia degli Stati Uniti sia del mondo islamico nella veste araba e in quella nigeriana. E qui si arriva a un punto cruciale nell’accedere a questa nazione centro occidentale africana, che è, in verità, un continente vero e proprio con 250 milioni di individui prossimi a divenire fra qualche lustro, quasi 750 milioni, costituendo probabilmente l’agglomerato statuale più densamente popolato del pianeta.

La lettura di quest’opera ci informa delle generiche e superficiali chiavi di interpretazione che abbiamo dell’Africa e degli africani, perché rivela una quantità sterminata di ottiche inedite per cominciare a pensare di noi e di loro. I nigeriani sono un arcipelago di popoli che hanno lingue formali, idioletti, riti, forme di organizzazioni federali, claniche, di affiliazione, comunitarie, religiose e approcci sincretici in una quantità tale da generare le vertigini solo nell’atto di elencarle.

Lo stupore che potrebbe insorgere in una lettrice o lettore italiano mediamente informati circa le vicende notificate a gocce dai media tradizionali riguardo la Nigeria, sarebbe generato dalla consapevolezza che quei popoli utilizzano i simboli in sincretismo altamente sofisticato.

Il termine “tribale” non è inteso nell’accezione volgare (non certo degli etnologi) che rimanda a ciò che è primitivo, ordalico, contraddistinto da leggi crudeli e semplificanti. Le tribù possono essere costituite da famiglie che vanno dai piccoli villaggi, a intere regioni, fino a costituire ciò che noi intendiamo come ceppo linguistico.

Certamente non ci si deve disperare, perché lo scrittore ci accompagna per mano, e offre di volta in volta i contesti in cui collocare i ruoli e gli agenti sociali che informano di senso e di coerenza l’agire dei protagonisti.

È singolare come dalla persona altolocata e istruita, ricca e potente, a quella più umile nel senso economico e di conduzione di vita, sì aderendo a riti quasi superstiziosi diremmo noi, agiscano tutti credendo fermamente nelle verità scientifiche, nell’uso delle leggi formali del diritto che oscilla tra l’approccio anglosassone e il correlato europeo. Vi è un continuo richiamo di aderenza ai riti e ai valori che sono continuamente concertati dalle comunità, fino alle singole famiglie, con gli stili di vita tipicamente occidentali. Vi è una descrizione e richiami di ricette e cibi tipicamente nigeriani, che variano, come qui in Italia da paese a paese, con le pietanze tipiche dei brand delle multinazionali USA.

Ad una lettura sottile, si nota come l’autore rimanda a situazioni descritte dagli scrittori di gialli e teatrali per i ricevimenti, per i litigi dei famigliari, per i modi di mangiare. Egli attinge alla miniera inesauribile dei racconti, delle leggende, delle opere delle comunità nigeriane e di tutta l’Africa centrale, immergendoli nelle strutture dei drammi e dei romanzi tipici della nostra storia letteraria.

Si avverte una ricchezza creativa di questi popoli irresistibile per la loro voglia di apprendere, la loro curiosità e l’apertura al mondo, evidente per i ceti più elevati che hanno certamente avuto la possibilità di studiare o semplicemente recarsi all’estero, ma che è anche recepita dalle persone ritenute più umili ed indigenti. Mentre sono descritti i loro abiti e i loro riti, nel contempo a tratti sembra di stare dentro gli uffici della borsa di Wall Street, o nelle sedi californiane o di Seattle delle multinazionali tecnologiche, o ancora nelle ipnotiche e suadenti aule degli intrighi cinesi, o in quelle oscure, e purtroppo oggi tragiche, di Mosca.

La questione religiosa è utilizzata per fini politici, per trattare gli affari, per orientare l’opinione pubblica, per fondare diverse modalità di relazioni politiche. Niente di nuovo, sembra di leggere un libro di storia europeo riguardo la guerra dei trenta anni, o i resoconti dei tribunali dell’inquisizione. O dei rapporti di inchiesta riguardo le sette che si stanno propagando nel continente americano. Tutto ciò sta accadendo in Nigeria oggi.

Possiamo, quindi, intuire che è un libro poderoso, complesso, con una quantità di trame parallele, e per fortuna che Wole Soyinka, da gigantesco narratore, sa comporre un percorso ordinato di lettura. Egli infatti assume il ruolo del giornalista che narra i fatti, ma dentro la sequenza degli eventi diventa l’io narrante imponente che richiama eventi del passato per motivare e giustificare le scelte dei protagonisti, la loro storia e la loro intimità. Diventa quindi uno storico degli eventi della Nigeria, e dell’Africa, e un biografo per gli individui, offrendo in più spunti, pastiche e mottetti, in cui l’etologo appare descrivendo le regole dei comportamenti degli umani, indipendentemente dal ruolo assegnato, a quello dell’etnologo spiegando i simboli, le usanze, e le loro origini, che talvolta, in modo quasi comico, provengono dall’Europa, dalla Inghilterra e dalla Francia Imperiale, fondendosi con la tradizione millenaria delle comunità nigeriane, come quella Yoruba, citata più volte.

La sottile analisi politica ci avverte delle dinamiche in corso per tutta l’Africa e ci ricorda, e qui va data una grande onestà intellettuale allo scrittore, di come la schiavitù, la crudeltà metodicamente esibita e la guerra siano state patrimonio autoctono di quei luoghi, molto prima dell’avvento degli occidentali europei. E certamente non è giustificazione per questi ultimi.

Nonostante tutto, il testo assume anche toni comici, che traslano in modo vorticoso in grandi pagine liriche e di passione nel comprendere e accettare il lutto e la perdita. La narrazione però ha la matrice di un giallo avvincente e pieno di colpi di scena. Per questo, come è tradizione del sottoscritto, vi è sempre una riluttanza a rivelare troppo della trama. Un consiglio di lettura a mio parere dovrebbe in primo luogo offrire gli indizi e gli stimoli sull’opera trattandola come un pacco regalo, in cui il lettore annusa e pregusta lo scioglimento dei fiocchi, mentre scarta la confezione, per inoltrarsi nello scrigno segreto, avendo le chiavi di tutte quelle porte che attendono di essere aperte.

A maggior ragione, un’opera come questa subirebbe una grave mutilazione nell’essere rivelata in una trama pigra e scialba di stimoli. Di sicuro possiamo affermare, però, che Wole Soyinka ci invita in questo continente in profonda e veloce mutazione. È un regalo di valore, difficile da maneggiare ma ricco di essenze e di profumi, e di richiami a domande che ancora non abbiamo pienamente formulato per loro e per noi stessi.

CONSIGLI DI LETTURA: Il Signore Delle Mosche

Il signore delle mosche, di William Golding (Autore),
Filippo Donini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024
– (Ed. Originale: Lord of the Flies, 1954)

Il signore delle mosche è l’altra faccia del battito del nostro cuore, ovvero la risonanza che non è voluta sentire. Ciò che è di più intimo di noi nella veste dell’animo, o della psiche o del carattere, considerato come il tesoro del fiore più intimo, ha anche il petalo più orrendo e crudele, secondo William Golding.

In base alle esperienze che visse durante la seconda guerra mondiale e alla sua professione di docente, in particolare rivolta ai bimbi, ebbe quotidiani elementi di riflessione partecipata circa le inclinazioni e i modi spontanei di aggregazione e di determinazione dei ruoli, tra i gruppi informali e le comunità, come quelle scolastiche o più semplicemente tra un gruppo di amici.

Il romanzo ha per matrice originaria quella di una lezione didascalica di fatti narrati in modo incrementale che offrono una conoscenza progressiva del tema posto. Non è un caso infatti che, nonostante le opere successive, i ruoli di docente universitario, di scrittore e di intellettuale, fu sempre considerato un insegnante. Più volte citò gli aneddoti di come i lettori, scrivendo lettere di plauso e di chiarimento, lo considerassero il maestro che rispiega la lezione per far comprendere appieno elementi non del tutto chiari.

Certamente l’opera non è solo una esposizione, perché, se così fosse, risulterebbe alquanto piatta e noiosa in conformità alle aspettative rivolte alla fruizione estetica della lettura di un romanzo. Vi sono gli elementi salienti che pongono tensioni estreme, oscillando tra la sopravvivenza, il gesto eroico e generoso, in contrappunto alla sopraffazione, alle lotte per il potere, alla razzia, e alla violenza più cruda.

La descrizione quasi anatomica dei caratteri fisici e morali è sapientemente connessa al ritmo della narrazione e alla dinamica avvincente degli eventi. Vi è una scrittura giornalistica che muta in una scansione telegrafica degli elementi di conflitto, affinché il lettore senta dentro di sé la tensione della fatica, e il peso del dolore.

Nei momenti di relativa calma, l’apparente stasi, invece, è avvolta dall’angoscia più cupa che si trasforma nel timore, quando i pericoli evocati, compaiono nella loro intera crudezza.

Ebbe un enorme successo questa prima opera, sia per lo stile amichevole e confidenziale per il lettore degli anni cinquanta che si formava nei pocket tascabili sia per la complessità delle stratificazioni di pathos crescenti, determinando una tensione da evento sportivo.

I soggetti sono i bambini, che, dispersi su un’isola cercano di sopravvivere, tentando nel contempo di farsi avvistare da qualche aereo o nave. Dopo l’inizio quasi idilliaco di un paradiso che sembra tutto offrire in un clima confortevole, la consapevolezza della limitazione delle risorse e delle preoccupazioni per il futuro, facilita l’emersione di loro inclinazioni tese a compiere atti sempre più tragici e crudeli.

William Golding ha una visione pessimistica dell’animo umano. Volutamente e con metodo non ha voluto porre un piano di una differenza di religioni, o di visioni ideologico-politiche, o di individui fuori della norma, devianti massimi per una sorta di malattia mentale, o di perversione morale.

Non ha voluto neanche porre l’aggregato, la comunità, la società come enti metafisici che determinano primariamente le gesta e i conflitti tra gli umani. No, perché le considera un derivato delle interazioni sociali che avvengono in primo luogo tra gli individui. Non vi sono adulti, per analizzare quasi da etologo, come gli stessi bimbi in determinate circostanze ambientali, e quindi non storiche, crescendo, diventano adulti nel macchiarsi del crimine. La colpa non è solo scaturita dal singolo atto, ma anche dalla consapevolezza di aver dentro il proprio cuore l’inclinazione all’orrore e alla crudeltà. Anzi, l’adulto è tale, perché rivela a sé stesso che l’incanto dell’innocenza degli imberbi è una bugia.

L’autore, però, nel porre i suoi argomenti, rivela alcune criticità di questa visione innata, che diventa a sua volta quasi presupposta, e non ben determinata. È consigliata la lettura della post-fazione, scritta anni dopo, contraddistinta da riflessioni più ponderate e meno apodittiche.

Fanno paura questi bimbi, in particolare nell’elemento più cupo e sotterraneo nel dubbio che siano specchi dei pensieri che abbiamo avuto nell’infanzia e che determinarono alcuni tratti di ciò che siamo ora.

Un libro da leggere tutto di un fiato, senza conoscere in dettaglio la trama, perché è una doccia fredda che si spera sia salutare.

CONSIGLI DI LETTURA: Cassa Depositi e Prestiti. Storia di un capitale dinamico e paziente. Da 170 anni

Cassa Depositi e Prestiti. Storia di un capitale dinamico e paziente. Da 170 anni, 2021, di Paolo Bricco (Autore), Il Mulino, Milano

La lettura di questo libro ci informa della nostra storia istituzionale e della nostra attuale vita quotidiana. Benché da gran parte dei lettori eventuali e della quasi totalità del popolo italico la “Cassa Depositi e Prestiti” sia intesa come un luogo, o un totem fumoso e lontano, in realtà ha a che fare con il nostro portafoglio, con l’orizzonte entro il quale scegliamo cosa e quanto possiamo spendere. L’ammontare di eventuali risparmi e la loro possibile allocazione.

In Italia vi è un problema strutturale di lungo periodo più accentuato rispetto ai paesi a noi vicini per il reddito, il livello di istruzione, e l’assetto tecnologico, rispetto a quelli dell’Unione Europea: un livello quasi totale di analfabetismo finanziario e monetario, anche per ciò che riguarda la gestione istituzionale del patrimonio pubblico e privato, per quanto piccolo o insignificante possa essere quest’ultimo.

Ripercorrendone l’operato dalla fondazione a oggi vediamo scorrere le vicende italiche: l’unificazione, le grandi trasformazioni economiche di fine Ottocento, la modernizzazione industriale dei primi del Novecento e gli effetti della Prima guerra mondiale, la crisi degli anni Trenta e le politiche per il Mezzogiorno del secondo dopoguerra. Oggi, a più di 170 anni dalla sua fondazione e dopo essere divenuta una Società per azioni, ha assunto pienamente un ruolo attivo per lo sviluppo delle infrastrutture e delle società ritenute “strategiche”, e non più solo come un erogatore passivo di risorse sul mandato del ministero del Tesoro e delle Finanze.

Ciò pone interrogativi sulla funzione storica di salvataggio di imprese anche decotte e di ciambella di sopravvivenza in occasione dei grandi sbandamenti finanziari e crisi di produzione, nonché strutturali del nostro paese, rispetto ad una presenza che è stata ritenuta soffocante per uno sviluppo imprenditoriale robusto e all’altezza dello scenario mondiale.

Per decenni l’Istituto fu utilizzato per gestire i debiti e i crediti cercando di mantenere l’assetto contabile e finanziario indipendente dai capitali stranieri, incanalando i risparmi di tutti in quello delle poste. Quintino Sella a suo tempo cercò di ampliare le attività della Cassa, oltre a quelle di erogare i prestiti agli enti locali, negli impieghi in titoli di Stato– di tipo fruttifero e infruttifero – con il ministero del Tesoro, in relazione al debito pubblico.

La “Cassa Depositi e Prestiti” contribuì alla costruzione di una base finanziaria nazionale. Tale processo fu opposto dalle banche rilevandone un possibile concorrente. E questa fu una tensione che ci portammo fino ai giorni nostri, riguardo i prestiti ai comuni e alle province.

Comportò un cambiamento nel modo di risparmiare dei cittadini per il disallineamento fra la raccolta postale e l’impiego di queste risorse, perché la raccolta postale ha tempi brevi e liquidità molto forte (tendenzialmente con rimborsi anticipati, effettuabili in ogni momento e senza vincoli), che si devono misurare con le condizioni di mercato, in termini di tassi e di rendimenti.

Nel 1876 vengono emessi 60.000 libretti di risparmio. In quell’anno, l’80% del denaro va ad alimentare i progetti pubblici del Paese reale e il 20% è destinato alla sottoscrizione dei titoli di Stato. La “Cassa Depositi e Prestiti”, a questo punto, ha una più cospicua forza finanziaria e una nuova centralità strategica. È il cuore dell’infrastruttura finanziaria italiana.

Durante la seconda guerra mondiale per quanto, soprattutto nei primi anni, continui a erogare mutui ai comuni e alle province – estremizza la sua funzione di polmone finanziario dello Stato.

Fino agli Sessanta vi fu un capitalismo manifatturiero privato proiettato sui mercati internazionali, reso debole, però, dall’inflazione nei bilanci e dalla lotta di classe nelle fabbriche. Questo modello basato sulla crescita della spesa pubblica e sui cittadini come “clientes”, è consentito dallo sviluppo internazionale, fino allo shock petrolifero di riduzione dell’offerta fra il 1973 e il 1974, con l’aumento del prezzo del greggio e, a catena, di tutte le materie prime.

Si ha la spinta inflazionistica e in concomitanza vi è lo sfaldamento del sistema di gestione monetaria di Bretton Woods.

Negli anni Settanta si hanno aumenti salariali non corrispondenti agli aumenti di produttività, una forte inflazione, la crescita del debito pubblico e la svalutazione della lira. Problemi strutturali che hanno portato conseguenze fino ai giorni nostri, ancora vive e pressanti.

Negli anni Settanta si hanno quindi l’inflazione e la recessione: la tempesta perfetta. Le monete europee perseguono un equilibrio basato su una parità di cambio, mitigata da un margine di fluttuazione dei loro valori. Nel 1973 l’Italia esce da questo meccanismo, con una svalutazione del 20%, la prima delle «svalutazioni competitive» che avrebbero segnato la storia nazionale nei successivi vent’anni.

Nel 1977 si prova a rimediare. Il ministro del Tesoro del terzo governo “Andreotti”, Stammati, opera un consolidamento dei debiti della finanza locale e nazionale attraverso un’emissione di titoli decennali del Tesoro a favore di “Cassa Depositi e Prestiti”. In linea di principio, da quell’istante comuni e province chiedono prestiti alla “Cassa Depositi e Prestiti” soltanto per gli investimenti e non a copertura dei debiti pregressi. Non è permessa più l’assunzione di nuovo personale e il nuovo indebitamento a breve termine formalmente viene vietato. Sulle urgenze, soltanto la Cassa può erogare mutui a breve scadenza. Questa chiarezza finanziaria non serve solo a evitare le micro-implosioni di province e di comuni, perché costituisce un tentativo di togliere opacità alla finanza pubblica.

Lo stesso Stammati, con la legge 468 del 1978, delinea un bilancio dello Stato sottoponibile alle verifiche e al controllo del Parlamento. Viene introdotto il bilancio annuale di cassa, oltre che quello di competenza. Il bilancio di competenza è esteso a più anni. La legge finanziaria diventa lo strumento di adeguamento della normativa finanziaria alla politica di bilancio, nella programmazione e nell’assestamento. Tutto questo pone le basi per una delle linee di fondo del funzionamento dell’Italia negli anni Ottanta: la determinazione annuale degli aggregati di finanza pubblica e la fissazione dei vincoli amministrativi da parte del governo.

Gli esiti legislativi promossi da Stammati, in realtà, confermano la centralizzazione prevalente delle fonti di finanziamento degli enti locali. Nel sistema di finanziamento degli enti locali, è appunto introdotto il principio di spesa storica quale criterio di riparto dei fondi statali tra gli stessi enti locali. Si tratta di un principio rigido perché cristallizza i differenziali di spesa corrente per abitante. Sembra bloccare l’esplosione della spesa pubblica locale. Si conferma, però, l’accentramento delle entrate (a fine anni Settanta il 95% della spesa regionale e il 65% della spesa locale sono sostenuti dai trasferimenti erariali) e allo stesso tempo si assiste a un irrobustimento della spesa pubblica locale, con il peso delle amministrazioni locali che, nel corso degli anni Settanta, aumenta sul totale delle amministrazioni pubbliche di oltre dieci punti, arrivando a sfiorare nel 1981 il 31%.

La “Cassa Depositi e Prestiti” è autorizzata a concedere mutui decennali ai comuni (garantiti dallo Stato) per portare sul lungo termine tutti i crediti che, a fine 1976, erano a breve termine. I comuni e le province diventano così debitori di lungo periodo della Cassa, che si assume l’onere di soddisfare i crediti delle banche. Lo stesso accade con i mutui che i comuni e le province non riescono a pagare. In generale Cassa fa, a un tasso del 15%, delle anticipazioni sui disavanzi che possono essere pari al massimo alla loro entità. Se, invece, l’ente pubblico è in pareggio nel 1976 ed è in disavanzo nel 1977, la Cassa eroga anticipazioni per il 70%. Diventano a carico dello Stato (e di Cassa) le rate dei mutui a pareggio di disavanzi economici dei bilanci degli enti locali e dei mutui contratti per il consolidamento dei debiti a breve termine. “Cassa Depositi e Prestiti” viene, poi, rimborsata dal Tesoro.

Il decreto legge 269/2003 diventa la legge 326/2003, con cui la Cassa si trasforma in una «vera e propria market unit, fuori dal perimetro delle amministrazioni pubbliche». La Cassa continua a svolgere il suo compito originario: il finanziamento di Stato, regioni, enti locali, enti pubblici, organismi di diritto pubblico mediante l’utilizzo del risparmio postale e di altra «provvista» che può essere garantita dallo Stato (la così detta «gestione separata 1», qualificata dal decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 6 ottobre 2004 quale «servizio di interesse economico generale», insieme al risparmio postale).

Così la Cassa svolge il suo ruolo più classico: prende il risparmio postale, su cui permane la garanzia dello Stato, e lo dà in prestito al settore pubblico perché faccia investimenti. Inoltre, sul piano giuridico e operativo, la Cassa può svolgere operazioni anche in regime di «gestione ordinaria» (tecnicamente definita «provvista non garantita dallo Stato») per finanziare – fra l’altro – opere e impianti, reti e dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici. La gestione ordinaria viene sostenuta con l’emissione di strumenti finanziari – per esempio obbligazioni – ma appunto senza la garanzia dello Stato.

La chiusura del cerchio avviene anche a livello regolamentare e istituzionale: la Cassa è assimilata dalla Banca d’Italia a intermediario finanziario non bancario. Nella contabilità nazionale, dalla fine del 2006, la Cassa è classificata come una istituzione finanziaria monetaria, soggetta alla riserva obbligatoria, anche se non è assimilata a una banca: non è iscritta all’albo delle banche e non è soggetta al complesso delle regole prudenziali di vigilanza. La sua attività rientra in quella svolta dagli enti creditizi: la Cassa, assoggettata al regime di riserva obbligatoria prevista dalla regolamentazione della Banca centrale europea, diventa «controparte» nelle operazioni di politica monetaria di Francoforte, per esempio le operazioni di rifinanziamento.

La Cassa, diversamente dalle banche, è esclusa dalla vigilanza prudenziale fissata dalla Capital requirements directive. È quindi portata al di fuori dal debito pubblico. Poi, assolve al suo secondo compito ricevendo in dote dal ministero dell’Economia e delle Finanze i pacchetti azionari delle imprese post-pubbliche e, in cambio, apportando denaro fresco al ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) che, con questo, può abbattere ulteriormente il debito.

Ricordando che sono sempre soldi dei cittadini, nel 2003 viene acquistata dal Mef (Ministero Economia e Finanza) la prima tranche dell’Eni: il valore della transazione è di 5,3 miliardi di euro e corrisponde al 10% del capitale. Nello stesso anno “Cassa Depositi e Prestiti” diventa azionista di Enel e di Poste italiane. Acquisisce dal Mef il 10,35% di Enel per 3,1 miliardi di euro e nel 2009 sottoscrive un aumento di capitale per altri 3,1 miliardi arrivando al 17,36% del capitale. Nel 2003, rileva, sempre dal Mef, il 35% di Poste italiane per 2,5 miliardi di euro.

Nel 2004 vi è l’acquisto dalla allora Finmeccanica (oggi Leonardo) per 1,4 miliardi di euro di una partecipazione indiretta del 10,07% in STMicroelectronics NV, uno dei grandi gestori del settore della ricerca e della produzione dei semiconduttori e dell’alta tecnologia, attraverso l’acquisto del 30,44% della società di diritto olandese STMicroelectronics holding NV.

Nel 2005 rileva il 29,99% di Terna, la società della rete elettrica nazionale nata nel 1999, come primo effetto della liberalizzazione del mercato, in seno all’Enel, che poi l’aveva quotata nel 2004. L’acquisto vale 1,3 miliardi di euro. A condizioni radicalmente mutate, si verifica il meccanismo opposto di dieci anni prima con le privatizzazioni: negli anni Novanta le partecipazioni in capo alla Cassa sono state spostate, senza compensazioni, nel perimetro del Tesoro, che ha provveduto a trasformarle in Spa e poi a privatizzarle. Adesso, invece, quote significative dei gruppi di antica matrice Iri – ormai già riplasmati dalla membrana delle privatizzazioni – entrano nel perimetro della Cassa.

Intanto, dalle crisi finanziarie del 2008, a quelle dei fondi sovrani del 2011, fino ai giorni nostri con il Covid e le guerre che ci circondano, continua il declino economico e produttivo, di un paese vecchio, antimeritocratico, in crisi di Welfare, con una amministrazione sempre più pervasiva, ed inefficiente, la “Cassa Depositi e Prestiti” mantiene e sviluppa una ossatura solida che la rende un soggetto attivo di movimenti sui mercati secondari e primari, sugli investimenti e sulle acquisizioni.

Agisce da e con il settore pubblico. È un ente privato che sostiene e, in concomitanza, appare in concorrenza con le società privata. Attraverso le sue acquisizioni, si ha una idea dell’assetto presente e prossimo del paese. Ma, e qui vi è il nodo, tanto più il paese decade, la Cassa per converso acquisisce sempre più forza e incidenza sino al cuore infrastrutturale, economico e produttivo del paese. In un’ottica di breve periodo è un salvagente per i bilanci pubblici e anche per una minima sostenibilità del denaro di ognuno, ma nella visione strategica, sembra anche soffocare ogni altra attività che possa crescere e svilupparsi in ambito privato.

Proprio per la sua commistione opaca talvolta, incestuosa per tanti anni, ibrida e ambigua con il settore pubblico, e con l’agire politico sempre più debole nel riuscire nei suoi intenti, la Cassa incrementa e amplia il suo spazio di azione.

Tutto ciò apre un dibattito sul cuore dei nostri assetti istituzionali e dei rapporti di comunità che ognuno ha con l’altro.

La lettura di questo saggio che è quasi un romanzo storico per il modo agile e scorrevole di stesura, corredato da fonti bibliografiche corpose dagli archivi primari ufficiali dei soggetti coinvolti, è un’utile risorsa per approfondire cosa accade quando investiamo, depositiamo, risparmiamo e consumiamo, anche per la compravendita di oggetti quotidiani di facile consumo.

La “Cassa Depositi e Prestiti” è dentro i nostri bancomat e nei nostri portafogli. Fornisce le mappe delle scelte che compiamo credendo di esserne i soggetti autonomi, capaci di valutare in modo appropriato i nostri progetti di vita assicurativa, sanitaria, pensionistica e di investimento per noi e i nostri figli, o più in generale per le coorti generazionali future.

In un paese ove l’analfabetismo economico è drammatico in tutti i livelli, indipendentemente anche dal titolo di studio, sarebbe auspicabile riflettere in modo lento, pacato, e lontano dalle chiacchiere e dalle polemiche quotidiane, che, di fronte a questi temi, sembrano una matassa di fuochi fatui stagnanti in un’aria paludosa e mefitica.

Certamente le righe soprascritte in modo così polemico sono una provocazione, ma sarebbe il caso di conoscere chi è il nostro vicino di banco che ci accompagna ogni volta che prendiamo in mano il denaro in qualsiasi forma quest’ultimo sia.

§CONSIGLI DI LETTURA: Storia dell’Ucraina. Dai tempi più antichi ad oggi di Massimo Vassallo, 2020, Mimesis Editore, Milano

Questo libro è stato concepito e pubblicato documentando gli eventi fino al 2020. È una poderosa ricerca della storia dell’Ucraina e di tutte le terre ad essa afferenti e confinanti. Il mondo slavo che va dalla Siberia fino qui da noi ai confini dell’Italia e giù, più a sud della Grecia.

Vi è una spiegazione delle teorie e delle ricerche circa l’origine e l’autorappresentazione dei popoli, dei nomadi, che attraversarono, si fermarono e difesero queste terre. Lungo il corso dei decenni che partono dall’Ottocento Dopo Cristo fino ad oggi.

Dalle prime pagine si comprende immediatamente come i nostri dibattiti, qui in Italia, nel definire e giudicare le contese e addirittura ad inquadrare le comunità di riferimento, siano errati e superficiali, e sotto sotto, hanno la funzione di nascondere o di rivendicare parti della nostra storia che sono ancor oggi presenti e foriere di conflitto.

Credere che rivendicare questo o quel confine, o ritenere che gli Ucraini siano Russi dispettosi e che entrambe siano comunità monolitiche, composte da un solo popolo, con una sola lingua in un territorio in costante e lineare configurazione, consegue la produzione di giudizi e di valutazioni errate, ignave, e forse anche in malafede.

Esistono ondate di modifiche nell’antico slavo che portano differenze vistose tra il bielorusso, il russo, l’ucraino e tutte le altre forme linguistiche, in un vortice forsennato per l’orda mongola che sconvolge a più riprese tutto quel vasto territorio, senza contare l’avvento delle tribù nomadi turche, nonché farsi, oltre a quelle vichinghe. Per ogni secolo si rilevano ondate e miscele continue che hanno relazioni prima con Bisanzio, e con Roma, e poi anche con i turchi, e poi gli ottomani.

Con l’ausilio di una miniera di fonti, le vicende dei personaggi sono ricostruite in parallelo, ritornando da vari punti di vista per ogni capitolo, nel descrivere l’evoluzione di una comunità. E se si crede di aver circoscritto l’intero quadro storico, dopo l’anno mille arrivano quelli che saranno detti polacchi, casciubi, ungari, lettoni e lituani.

Tutti questi eventi millenari hanno a che fare con noi, e lo ebbero con i Papi, le Repubbliche di Venezia e di Genova, con l’impero germanico, con i Franchi, con l’impero austroungarico, e più recentemente con gli slavi del sud, tra Bulgari, Croati, Serbi, Sloveni, Slovacchi.

E per ognuno di loro, sono ripercorse le vicende che gravitano attorno a quel territorio che denominiamo Ucraina.

Chi ha un minimo di dignità comprende immediatamente quanto poco conosce e quanto qui in Italia vi sia un dibattito omissivo che in ogni caso pagheremo in futuro. Dimentichiamo e non vogliamo vedere che quello che capita laggiù, ricade qui in termini materiali, di risorse e di confine.

Vi è una avvincente spiegazione linguistica e delle forme di ordinamento giuridico e statuale.

Perché li vediamo così lontani nonostante tutto? Possiamo ipotizzare più risposte. Per esempio dimentichiamo che anche noi qui in territorio italico nei secoli, ancora prima dei latini e dei Romani, vi erano le guerre tra le comunità e i popoli provenienti da continenti e da mari diversi. Prima, durante e fino all’età moderna, l’Italia è stato il luogo di scontro di quasi tutti i conflitti che avvennero in Europa. Settanta e più anni di pace, e meno male (non riflettiamo mai quanto siamo fortunati, noi e i nostri padri per questo), ci hanno reso ciechi e sordi rispetto al nostro recente passato.

Non vogliamo pensare al concetto di difesa del territorio e delle vie di commercio, perché da decenni vi è qualcun altro che pensa a questo per noi. E in più, qui è il nostro specchio nascosto, nascondiamo il nostro passato. Se pensassimo con profonda umiltà, alla volontà degli Ucraini di emergere come popolo unito, dovremmo in conseguenza pensare a ciò che siamo stati nel fascismo, a come abbiamo condotto l’unità d’Italia, e ripensare a ciò che è stato il Risorgimento. Non è una riscoperta indolore. Gli italiani non sono stati “brava gente”.

Si rimane stupiti dalla capacità dell’autore di padroneggiare così tante lingue, di aver raccolto e coordinato una tale quantità di materiale a dir poco oceanica, e di aver mantenuto più fili conduttori coerenti e avvincenti alla lettura.

Questo lavoro è un tomo fondamentale per capire ciò che è fuori dalla nostra porta, perché offre una chiave per accedere quella stanza nel centro delle nostre case che teniamo chiuse.

Tutto ciò non è facile, ma l’apertura degli antri, permette il passaggio di aria buona, che richiama l’umiltà, la prudenza e l’umanità. Dapprima è doloroso respirare questa aria fredda e corposa, ma dopo si avverte una maggiore leggerezza di pensieri e di cuore, nel dire sì: IO VI VEDO.

Compratelo: è una sorgente di umanità senza fine.

51-53 La scelta di privilegiare il punto di vista ucraino non deriva assolutamente da una inesistente “scelta di campo” né tantomeno da una sottovalutazione delle esperienze viste da un angolo extra-ucraino, quanto dalla constatazione della (quasi) assoluta mancanza a tutt’oggi, in lingua italiana, di una storia continua di quella Nazione che tenga in debita considerazione anche i lavori della migliore storiografia ucraina, novecentesca e contemporanea, le cui conclusioni possono senza dubbio essere criticate con forza e comunque debbono sempre essere valutate criticamente, ma non dovrebbero restare ignote ad un più largo pubblico, non fosse altro perché senza conoscerle si corre il rischio di non riuscire a inquadrare in modo chiaro, adeguato e lineare molti sviluppi dei nostri giorni, dietro i quali vi è sovente una lunga e complessa storia. Ho quindi deciso di utilizzare sempre, tranne in casi rarissimi ove sarebbe stato pedante e potrebbe indurre all’errore, le forme ucraine dei nomi di persona, di regione e di luogo, senza per questo (lo ribadisco) voler fare una scelta di campo né sminuire le altre tradizioni, che conosco, rispetto e ammiro, come credo sarà evidente da una lettura non superficiale; per questi motivi, talora nel testo ma più spesso in nota per non appesantire la già non sempre scorrevole lettura, ho messo le forme in altre lingue (spesso più d’una). Ho deciso di trattare, seppur brevemente, la storia delle terre oggi ucraine sin dall’Antichità, un’epoca in cui colà fiorirono altre civiltà, alcune quasi ignote altre ben conosciute in quanto propaggini estreme del mondo classico, prima greco e poi romano: tali civiltà non possono però essere definite “ucraine”, se non appunto in senso territoriale, ad onta delle rivendicazioni dei nazionalisti che in alcuni casi estremi hanno ascritto agli ucraini (visti come gruppo etnico già in sostanza distinto) pure la cultura di Trypillja del III millennio a.C!é…]”

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51-53 La scelta di privilegiare il punto di vista ucraino non deriva assolutamente da una inesistente “scelta di campo” né tantomeno da una sottovalutazione delle esperienze viste da un angolo extra-ucraino, quanto dalla constatazione della (quasi) assoluta mancanza a tutt’oggi, in lingua italiana, di una storia continua di quella Nazione che tenga in debita considerazione anche i lavori della migliore storiografia ucraina, novecentesca e contemporanea, le cui conclusioni possono senza dubbio essere criticate con forza e comunque debbono sempre essere valutate criticamente, ma non dovrebbero restare ignote ad un più largo pubblico, non fosse altro perché senza conoscerle si corre il rischio di non riuscire a inquadrare in modo chiaro, adeguato e lineare molti sviluppi dei nostri giorni, dietro i quali vi è sovente una lunga e complessa storia. Ho quindi deciso di utilizzare sempre, tranne in casi rarissimi ove sarebbe stato pedante e potrebbe indurre all’errore, le forme ucraine dei nomi di persona, di regione e di luogo, senza per questo (lo ribadisco) voler fare una scelta di campo né sminuire le altre tradizioni, che conosco, rispetto e ammiro, come credo sarà evidente da una lettura non superficiale; per questi motivi, talora nel testo ma più spesso in nota per non appesantire la già non sempre scorrevole lettura, ho messo le forme in altre lingue (spesso più d’una). Ho deciso di trattare, seppur brevemente, la storia delle terre oggi ucraine sin dall’Antichità, un’epoca in cui colà fiorirono altre civiltà, alcune quasi ignote altre ben conosciute in quanto propaggini estreme del mondo classico, prima greco e poi romano: tali civiltà non possono però essere definite “ucraine”, se non appunto in senso territoriale, ad onta delle rivendicazioni dei nazionalisti che in alcuni casi estremi hanno ascritto agli ucraini (visti come gruppo etnico già in sostanza distinto) pure la cultura di Trypillja del III millennio a.C!

§CONSIGLI DI LETTURA: POSTDIRITTO. NUOVE FONTI. NUOVE CATEGORIE

Giuseppe Zaccaria, Postdiritto.
Nuove Fonti, nuove categorie,
Il Mulino, Milano, 2022

È un libro denso per opera di un eminente studioso del diritto, ancora in attività. Come intendiamo il diritto e la sua applicazione? Che relazioni vi sono oggi tra il diritto, i valori, le norme? Come valutiamo l’incidenza delle pratiche giuridiche in coerenza con gli schemi formali del diritto in rapporto alla Costituzione e allo Stato, ove questi subiscono una riduzione di applicazione in conformità verso enti privati transnazionali e istituzioni sovranazionali?

È percorso un dibattito a tema che cerca di ridefinire qui in Italia le nozioni di giusnaturalismo, giuspositivismo, tra originalismo ed ermeneutica.

Vi sono temi antichi che si ripropongono assieme a dilemmi, controversie e ai limiti delle interpretazioni, delle pratiche e delle giustificazioni di fondazione del diritto e delle giurisprudenze correlate.

Il dibattito storicamente ha attinto anche agli strumenti propri della filosofia del linguaggio, della logica, della retorica, e della storia giuridica relativa alla nozione della definizione dei principi e delle tecniche di giustificazione.

Se è concesso esprimere qualche perplessità, che non inficia l’inarrivabile autorità e preparazione dell’autore, rispetto al sottoscritto, per chi conosce i dibattiti della filosofia teoretica e delle questioni di sociologia, sembra che vi sia una ripetizione di ciò che già decenni fa, fu considerato già sorpassato.

D’altra parte per chi ne è a digiuno, tale approccio, invece è un ottimo viatico per offrire la possibilità di porsi nuove domande indefinitamente più articolate.

Per quanto riguarda lo stile, a tratti sembra vi siano toni di arringa innanzi a un tribunale, ma questa inclinazione verso una scrittura che richiama una dizione orale, rende più colorita e partecipe una narrazione altrimenti astratta per i neofiti.

A mio parere non bisognerebbe subito cadere nel giudizio che il diritto sia in crisi relativamente alla nozione di universalità, con la coerenza e la validità della sua applicazione. La questione è relativa a quell’articolo determinativo “il”. Il diritto è antecedente all’apparizione della forma statuale di nazione, ovvero attraverso una Carta di Identità di un testo Costituzionale.

È un libro ricchissimo che offre al lettore di rivedere parole che usa ogni giorno in un’ottica più ampia, rilevando come la collettività, la nostra Repubblica, e tutti i soggetti correlati a livello interno e internazionale, provengono da lontano, essendo in continua mutazione.

Mi si perdoni questo egocentrismo, ma sto prendendo alla lettera l’insieme delle indicazioni evocate dal testo, perché il diritto non è astratto, infatti si realizza nei casi e nel fatto concreto. A mio parere, dunque, EMERGE UNA SPINTA ETICA: ESSERE PRESENTI NEL PROPRIO TEMPO, nel comprendere la propria relazione rispetto agli altri e alle istituzioni, all’interno di valori indisponibili in una concezione universale degli ambiti di definizione e di giudizio.

Ovvero rendere grazie a coloro che ci hanno offerto un mondo ben più amichevole e materno rispetto al passato, per adempiere alla responsabilità di conservarlo, al fine di renderlo disponibile per le generazioni future.

Dal Codice Pandettistico si passa alla necessità di un ritorno a logiche plurali del diritto in cui la relazione diretta, fatto, caso, norma non sia l’unica matrice dove si inscrive la prescrizione, la regola, la coattività, la tutela, il titolo.

È un libro urticante. Ci fa riflettere. Prende una posizione, inducendo il lettore ad oscillare nell’essere a favore o contro rispetto agli argomenti trattati

È uno stimolo comunque per essere presenti nel nostro tempo, in modo di non subire l’effetto inconsapevole dei processi storici e sociali in atto.

Il diritto penale del nostro tempo è composto da un corpo di leggi, spesso promulgate in funzione pedagogica, più che sanzionatoria rispetto a determinati comportamenti sociali: con una conseguente tendenza ad un aumento dei reati e ad un inasprimento delle pene, non più caratterizzate da certezza e dal principio di proporzionalità. La proliferazione incontrollata, la cattiva qualità e l’ambiguità di una legislazione frutto di compromessi, minano dall’interno il principio di legalità ed accentuano notevolmente lo spazio di discrezionalità dei giudici, privando nei fatti il cittadino di quelle garanzie di libertà dagli abusi del potere punitivo dello Stato e di ragionevole prevedibilità delle conseguenze dei propri comportamenti – come precondizione di libertà nelle proprie scelte – che sulla carta dovrebbero essergli riconosciute.

Nel mondo globale il diritto perde il suo rapporto esclusivo con un determinato territorio e tramonta il monopolio degli Stati nel produrre diritto. Regimi giuridici di diversa origine convivono e si moltiplicano in una pluralità di istanze che interagiscono e spesso si pongono in reciproca competizione. Nuovi soggetti, ufficiali e non ufficiali, non solo statali né solo pubblici, producono una serie di prassi non più riconducibili a logiche unitarie.

Ampie zone del mondo giuridico vengono privatizzate, preferendo la scelta del foro più conveniente agli interessi che si intendono perseguire. Contestualmente, per risolvere controversie e conflitti, accanto ai giudici nazionali, si diffondono organismi giudiziari e para giudiziari che espandono i diritti individuali, introducendo garanzie e rispetto delle forme contro le violazioni dei diritti.

Al pluralismo sociale si affianca un pluralismo giuridico con fonti pubbliche e private, tra loro non più disposte in un rigido rapporto gerarchico. Al diritto «scritto» (basato esclusivamente sulla legge) si affianca il diritto di fonte giurisprudenziale. Si ingigantisce il ruolo degli interpreti, soprattutto degli interpreti giudici in qualità di protagonisti per risolvere le difficoltà o le carenze prodotte dalla cattiva qualità o dall’assenza degli interventi legislativi.

Il rimprovero alla pervasività dell’intervento giudiziale è frequentemente mosso da quella stessa politica che lo rende inevitabile con la propria mancanza di scelte nette. I pilastri del moderno Stato di diritto, il principio di legalità e di separazione dei poteri, trasformati in luoghi comuni e dogmi intangibili, denotano una maggiore difficoltà, rispetto al recente passato, nel tenere il passo circa l’imprevedibilità di casi concreti in cui ciascuno pretende una giustizia personalizzata.

L’attuale mutazione del diritto, non più imperniata sulla legge ma sui due poli della Costituzione da un lato e delle corti dall’altro, ridimensiona fortemente, in questa forma parzialmente destatalizzata del diritto, il modello continentale moderno con le sue istanze di potere statale e di preminenza del legislativo.

Si consuma la rottura del monopolio e del rigido controllo statuale sul diritto. Si tratta in ogni caso di processi di adattamento e di cambiamento che indubbiamente mettono in discussione antichi confini e storici assetti, ma che non possiedono ancora sufficienti elementi di univocità e di chiarezza.

L’uso smodato del ricorso alla sanzione penale (secondo recenti ricerche 7.000 norme penali in Italia, tra codici e leggi complementari) alimenta infatti disposizioni ben lontane dalla chiarezza e dalla precisione.

La conseguenza è quella di un tasso rilevante di ideologicità e di genericità in molte disposizioni di legge, tutte piegate al perseguimento di obiettivi contingenti di immediata utilità politica, e non di rado contenenti espressioni con funzione emotiva più che normativa. Tutto ciò inevitabilmente implica proprio la rinuncia alla funzione di orientamento dei comportamenti che sarebbe propria di una norma penale precisa e circoscritta.

 L’idea che tramite il diritto penale si possa rimediare ad ogni ingiustizia e ad ogni male sociale e che di conseguenza si debba ricorrere più intensivamente alla punizione ed alla repressione, origina un diritto penale non volutamente frammentario, ma duramente sanzionatorio.

Insomma, si fatica ancora nel mondo penalistico a riconoscere che l’ipertrofia legislativa, soprattutto quella dettata da emotività più che da razionalità, non è una deprecabile deviazione dalla retta via, ma una condizione strutturale della legislazione contemporanea.

Lo stesso processo rischia così di legittimare provvedimenti di natura amministrativa ed ispirati all’opportunità politica. Esorbitando nel suo potere, il giudice rischia di divenire così non colui che colma delle lacune, ma il giudice moralizzatore e giustiziere, il vero protagonista di una politica criminale soltanto declamata in modi strumentali dal legislatore ma in realtà propria e dotata di una forte funzione di prevenzione generale.

Il dilemma ritorna alla relazione tra i principi entro i quali il diritto si forma e i contesti della giustificazione nei quali le pratiche della giurisprudenza devono tener conto.

La dimensione giustificativa, relativa tanto alla giustificazione delle regole quanto a quella dei fatti, implica il fatto di parlare di casi concreti, di applicazione normativa nella prassi giuridica e di giustificare le ragioni addotte a sostegno della correttezza della soluzione individuata. Il giudice deve fornire le ragioni che hanno orientato il modo con cui la sua decisione compone gli interessi in gioco ed i valori in competizione.

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Il ragionamento giuridico presenta caratteristiche specifiche, che lo differenziano da altri tipi di ragionamento. Vale a contraddistinguerlo, anzitutto, la sua funzione pratico-normativa, il fatto che muovendo da premesse normative esso ricavi conclusioni normative. In secondo luogo, sarebbe auspicabile un suo uso all’interno di un contesto istituzionale da soggetti pubblici tenuti a giustificare le loro decisioni.

La teoria del ragionamento giuridico indaga le condizioni alle quali la conclusione di un ragionamento giuridico possa dirsi giustificata, e dunque razionalmente accettabile. Occorre ancor di più una funzione di controllo e di garanzia circa il rispetto di principi fondamentali dello Stato costituzionale di diritto, dal principio di legalità a quello di uguaglianza di fronte alla legge, per non dire di quello di separazione dei poteri.

Vi è nelle scelte del giudice un aspetto di discrezionalità ineliminabile, rispetto al quale la necessità di argomentare e di fornire ragioni rappresenta un antidoto ed un elemento di verifica. Molto meglio – anche ai fini di controllo dei modi di esercizio di tale discrezionalità – è che tali scelte non restino occultate all’interno delle pieghe del ragionamento e vengano anzi esplicitate, evidenziandone i presupposti e dando ragione delle regole di inferenza impiegate. Il controllo è momento essenziale del procedimento interpretativo e ad esso funzionalmente connesso.

In una tendenza storica che prevede un diritto crescentemente incerto, il giudice non deve essere lasciato solo. La decisione ed il relativo consenso rappresentano entrambi aspetti fondamentali della giustizia.

§CONSIGLI DI LETTURA: ANTONIN SCALIA

Antonin Scalia di Giuseppe Portonera, 2022,
Istituto Bruno Leoni Libri, Torino

L’operato del giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Antonin Scalia (1933-2016) fornisce un’occasione per comprendere lo spirito più profondo circa l’intima struttura su cui poggia la nazione degli Stati Uniti.

Logica e argomento versus fede e opinione. Scalia afferma che il soggetto, l’individuo, l’attore, colui che impersona un ruolo, un giudice, è sì fondamentale, ma non è il fondamento della validità del giudizio, e non è l’origine esclusiva di ciò che è vero, tradotto nella pratica di ciò che è bene e opportuno fare.

In vita fu un cattolico osservante e un conservatore, ma ciò non fu determinante nei suoi orientamenti, scritti e sentenze che contribuì a stilare e ad approvare in più di trenta anni di attività in qualità di giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti.

“[…] [Al] contrario di presidenti, ministri, senatori e deputati, i giudici federali non svolgono (o non dovrebbero svolgere) un’attività politica, dovendo invece discernere accuratamente e applicare onestamente le scelte politiche fissate, dai rappresentanti del popolo, nelle leggi, tranne quando queste ultime sono in conflitto con il testo della Costituzione, le tradizioni che fanno da sfondo a quest’ultimo o i precedenti vincolanti della Corte suprema. Proprio come non c’è un modo cattolico di cucinare un hamburger, così non c’è un modo cattolico di interpretare un testo, analizzare una tradizione storica, o stabilire il significato e la legittimità di precedenti decisioni giudiziarie – eccetto, naturalmente, fare queste cose onestamente e perfettamente[4] […]”

La fiducia in una giurisprudenza dell’intenzione originaria riflette una profonda adesione all’idea di democrazia. La Costituzione rappresenta il consenso che il popolo ha espresso nei confronti delle istituzioni e dei poteri del governo. La Costituzione è la volontà fondamentale del popolo: ecco perché è la legge fondamentale.

Scalia ha perfezionato e sviluppato all’interno delle prassi proprie della giurisprudenza, il senso «politico» dell’originalismo e del testualismo.

L’originalismo oltre a essere un metodo interpretativo è una teoria sulla genesi dell’obbligazione politica, fondata su due assiomi:

primo: in un sistema democratico imperniato sulla separazione dei poteri, l’autorità di legiferare spetta ai rappresentanti investiti della legittimazione popolare;

secondo: gli individui osservano le regole perché ne riconoscono la legittimità, e ne riconoscono la legittimità perché hanno avuto parte, diretta o indiretta, nella loro formazione.

I giudici devono quindi applicare lealmente le leggi, lasciando che sia l’elettorato a premere per una loro modifica là dove esse dovessero risultare inadeguate. Si tratta, in altre parole, di mantenere viva la ripartizione di poteri e responsabilità tra elettori, eletti e magistrati, senza accedere a un modello che potrebbe invece definirsi «collaborativo», ossia uno in cui, semplificando, l’istituzione giudiziaria sia parte attiva della promozione del cambiamento sociale.

Questa impostazione è stata considerata nell’ultimo trentennio del secolo scorso una pratica ad alto tasso di conservatorismo, considerando però che nei parametri moderni degli ultimi anni andrebbe distinto il conservatorismo politico-partitico dal conservatorismo proprio delle attitudini giudiziali.

In un discorso tenuto all’Università Gregoriana di Roma nel 1996, Scalia affermò che il ricorso alla tradizione del diritto naturale è incompatibile con un sistema democratico, giacché autorizzerebbe i giudici a imporre alla maggioranza della popolazione ciò che questa potrebbe non volere. Venti anni dopo, proprio qualche giorno prima di morire ribadì ancora il concetto: “[…] Non ci si può sottrarre al dettato della legge. Questo condurrà a un mondo perfetto? Certo che no: alcune leggi sono stupide, e alcune sono malvagie; ciò, però, condurrà a un mondo migliore di quello in cui i giudici sono liberi di applicare la loro idea di diritto naturale ed equità. Il primato del diritto sarà sempre secondo al primato dell’amore, ma dobbiamo lasciare quest’ultimo per il prossimo mondo […]”

È opportuno chiarire che l’originalismo/testualismo, come lo stesso Scalia ha sempre riconosciuto, non è in verità una sua invenzione. L’idea che il significato delle parole della legge sia fissato al momento dell’adozione della legge stessa, e che quest’ultima possa essere modificata solo per via legislativa, era dominante nel primo abbondante secolo di giurisprudenza statunitense.

A partire dalla New Deal Revolution, però, l’originalismo/testualismo perse importanza, per poi apparentemente tramontare del tutto durante gli anni sessanta per un’idea di una giurisprudenza propositiva verso una legislazione avente un orientamento teso ad una ridefinizione positiva dei diritti civili e sociali e nelle relazioni istituzionali tra gli Stati e gli organismi federali.

Scalia, invece, ridette vita nuova a ciò che fu obliato nelle pratiche giuridiche e negli studi dottrinali. Durante i suoi trent’anni alla Corte suprema, infatti, soltanto lui e Thomas (due giudici su nove) impiegavano coerentemente la metodologia testualista e originalista. Oggi, dopo poco più di cinque anni dalla sua morte, è l’orientamento prevalente nella Corte (cinque su nove).

In questo libro sono trattati gli sviluppi, le critiche e la messa a punto dell’impostazione testualista e originalista e si rimanda alla lettura del testo, che è redatto da copiosi contributi ben sintetizzati.

Quello però che potrebbe interessare un lettore italiano, che vive in una Repubblica orleanista e non basato sul Common Law (orale) del Commonwealth e di quello scritto che è proprio degli USA, è il rapporto che potrebbe avere l’approccio di Scalia nella comparazione con l’approccio che noi abbiamo con il diritto.

Luigi Mengoni ritiene che l’approccio di Scalia sia distante dalle posizioni del normativismo puro che riduce l’interpretazione ad una attività che coglie significati normativi già compiutamente precostituiti e immutabili, ritenuto non sostenibile, perché il giudice partecipa comunque al processo di formazione del diritto, attraverso un atto di decisione che individui, fra i vari possibili, il significato normativo applicabile al caso in questione. D’altro canto, il vincolo letterale delimita il senso del testo. In altri termini “[…] l’interpretazione resta subordinata alla legge, in quanto circoscritta dal vincolo di congruenza con le parole del testo e con la razionalità complessiva in cui la decisione deve integrarsi […]”

Dalla valutazione del giurista Mengoni si potrebbe ritenere che tutto ciò sia il vero intendere di Scalia che è quindi inscrivibile nella cultura giuridica italiana.

Un altro giurista Nicolò Zanon, invece, argomenta che Scalia abbia portato una procedura di trasparenza: “[…]  «mentre negli Stati Uniti il dibattito sulle teorie dell’interpretazione pare assai vivace, […] ed è quindi sintomo di un pluralismo assai ricco», nella dottrina italiana manca «altrettanta vivacità di pensiero» e pare, anzi, che in essa si diano un po’ per scontate tante cose. Un atteggiamento vagamente «neocostituzionalista», un’adesione tendenzialmente acritica a teorie interpretative per «valori», senza alcuna consapevolezza di quel che le teorie dei valori sono e implicano, l’esaltazione di ogni scelta giurisprudenziale, la quale deve, ovviamente, ampliare l’area dei diritti dell’individuo («più diritti per tutti»), la conseguente adesione, spesso acritica, a tutto ciò che la giurisprudenza decide, meglio se in contrapposizione a ciò che il legislatore voleva. Con scarsa consapevolezza delle implicazioni politico-costituzionali di quel che si sostiene. Ed è possibile che questa scarsa vivacità finisca per riflettersi anche sulla giurisprudenza costituzionale, che non viene stimolata o criticata su questi terreni, e perciò non vi si impegna[65] […]”

Vi è, quindi, nel dibattito attuale un dissidio tra una visione «maggioritarista» di Scalia che intende il giudice impotente, rispetto all’operato delle maggioranze che hanno il compito di definire soluzioni nuove a problemi non coperti dalla legge, a quella che ritiene la funzione giudiziaria necessariamente impegnata a interpretare e rendere concrete le aspirazioni di rinnovamento sociale, attraverso l’organo giudiziale.

I due poli suddetti se presi alla lettera avrebbero la conseguenza o di creare una struttura giudiziale che diventerebbe o un puro meccanismo di trasmissione di parole di ordine politico, o un ceto detentore del vero interpretare i processi sociali per coordinarli, con il rischio di generare una struttura a dir poco dittatoriale.

All’interno di questi dibattiti, più che mai attuali, in particolar modo relativi all’aborto, all’eutanasia, alla nozione di nucleo famigliare, ai nuovi spazi di azione tra l’individuo e l’ambiente e tra l’individuo e le strutture amministrative locali e nazionali, le impostazioni metodologiche e le indicazioni operative di Antonin Scalia si caratterizzano per un approccio prevalentemente pragmatico con la concezione del carattere «limitato» delle Costituzioni, così da riscoprire la maggiore flessibilità dello strumento della legge ordinaria.

La ricchezza degli argomenti definiti da Scalia, si esprime nel sollecitare nuovi modi nel porsi domande circa le relazioni tra la giustizia, la democrazia e la mutevole ridefinizione del bilanciamento tra i poteri.

§CONSIGLI DI LETTURA: LA VOCE DEL PADRONE

La Voce del Padrone, di Stanislaw Lem (Autore),
Vera Verdiani (Traduttore), 2022, Mondadori, Milan
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[La sfida: ecco il tuo specchio personale: guardati…. fino in fondo. ]

Il singolo e l’umanità che si spogliano innanzi allo specchio. Lo scrittore e il protagonista si presentano all’inizio in un gioco di riflessi fino a coincidere in una forma che ripropone il passato, vero per il primo, inventato per l’altro. Nel futuro, ricostruendolo, comprendono l’intimità più nascosta della loro natura. Capaci entrambi, immorale il primo, severo il secondo, incline a seguire le sirene della vanità e dell’orgoglio.

Pregevoli le prime pagine nell’offrire temi storici incastonati a questioni moderne, nel porre una loro analisi impietosa, cruda, ma onesta riferita a come il singolo cresca e si relazioni con la collettività e quindi ancora, per analogia, tra l’individuo e la sua rappresentazione immaginaria sociale. Il conflitto permane attraverso l’ipocrisia e il compromesso laido: le catene rivoltanti, ma efficaci per tenere in gabbia la crudeltà e la volontà di sopraffazione nel ritenere il mondo un oggetto nelle proprie mani.

Eppure il mondo risponde con un segnale che arriva dalle profondità dell’universo, costituito da un raggio neutrinico portante agglomerati di frequenze, ampiezze e fasi non casuali. Con fissi cicli di ripetizioni settimanali.

Il libro è stato scritto nel 1968 in piena guerra fredda e si descrive la ripetizione di un “Centro Manhattan” di scienziati che usano le tecnologie nucleari per decifrare e comprendere cosa sia questo flusso, da dove viene ed eventualmente intuire chi e cosa sia il mittente, e se comunica qualcosa: il relativo messaggio.

Il protagonista, un grande matematico, con riluttanza accetta la chiamata. E qui inizia un percorso biennale nel tentativo di capire qualcosa in merito. L’attività è dissimulata rispetto al pubblico ed entro questo centro tantissimi gruppi di scienziati sono posti di in condizione di lavorare uno in modo indipendente dall’altro. Il protagonista descrive le meschinità, le aspirazioni e le bassezze dei suoi colleghi, tra i quali anche lui ci si mette come grande saggio e conoscitore della (propria) meschinità.

E in più si passa ai politici e ai ministri di governo, che assieme ai militari, sono preoccupati di eventuali minacce extraterrestri, dalla possibilità di dover gestire la conoscenza di altre società intelligenti e forse più evolute da parte dell’opinione pubblica e ancor di più di dover dire che l’intelligenza umana e forse la stessa specie umana, siano un prodotto di qualche altra forma di vita.

È un libro formidabile perché attraverso i tentativi di decifrazione la narrazione, in una forma di monologo interiore retrospettivo, tramutato in forma di diario, che si traveste come in un gioco degli specchi in un diario intimo, analizza in modo epistemologico gli approcci scientifici nell’accostarsi questo mistero.

Attraverso le attività dei singoli scienziati, dai biologi, dai fisici, dai matematici, dagli ingegneri, dai chimici, vengono sviscerate (sì proprio nel senso di scarnificare) senza indulgenza i pregiudizi, gli stereotipi di fondo, gli assunti infondati, i precetti di fede nell’intendere la propria attività di ricerca, il senso del mondo, e le domande che riducono il flusso neutrinico secondo la propria visione limitata della realtà.

Il flusso neutrinico è un solo messaggio? Oppure è una struttura che ha all’interno gli stessi comandi per creare qualcosa di inedito? Sono più messaggi? È rivolta a noi o è di passaggio? È un brandello di qualcosa di più complesso? E poi non potrebbero essere caratteristiche della fisica a noi sconosciute? E ancora esisterebbero veramente esseri viventi come mittente? E chi lo ha detto che sia emanato da qualcosa che noi definiamo intelligente?

Queste sono le prime domande che via via nei capitoli assumono un senso filosofico, in cui si argomenta circa la limitatezza dell’essere umano, dei nostri modi di ragionare, sul senso del nostro mondo, e della nostra esigenza di demarcare l’inconoscibile. E in più il gran dilemma su ciò che è il mistero e di come noi si possa esserne parte.

Il terrore e l’orrore, la speranza e la gioia, il senso dell’angoscia e del timore.

È un romanzo che non ha una trama lineare. Non va letto in modo rilassato. È un libro che sfida il lettore e lo invita a guardarsi di fronte allo specchio, dicendo che la prima immagine che vedi è la prima bugia che ti sei creato.

La prima pagina è una porta in cui vi è un segnale che indica una via per conoscere noi stessi, senza sconti. Sono argomenti che ci sfidano e interrogano il lettore, il quale se accetta la fatica del rispondere all’invito, sicuramente avrà più punti di vista in regalo per poter parlare di sé e del futuro.