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CONSIGLI DI LETTURA: Underworld, di Don DeLillo (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttrice)

Underworld, di Don DeLillo (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttrice), Torino, Einaudi, 1999, (Ed. Originale, Underwold, Charles Scribner’s Sons, New York, 1997)

Underworld è il capolavoro di Don DeLillo che trasforma 50 anni di storia americana in un’epopea di scarti e segreti. “Cosa succede quando una pallina da baseball smarrita nel 1951 diventa il filo rosso che unisce la Guerra Fredda, l’ossessione per i rifiuti e il trauma di un intero Paese?”

Il romanzo non racconta la storia dai libri di testo, ma attraverso i personaggi che vivono “sotto” la superficie ufficiale. Nick Shay, il protagonista, gestisce rifiuti. Il libro ci ricorda che tutto ciò che gettiamo via – fisicamente o emotivamente – dice chi siamo davvero e lo suggerisce andando avanti e indietro nei decenni, dentro un puzzle dove ogni pezzo (un ricordo, un oggetto, una notizia) acquista un senso nuovo.

“Non è una lettura semplice, è un’esperienza. Don DeLillo ci sfida a fare i conti con memoria singola e collettiva. È un libro che cambia lo sguardo su quello che oggi consideriamo ‘scarto’ o ‘rumore bianco’.”

La struttura complessa del romanzo Underworld di Don DeLillo, i temi della Guerra Fredda, della gestione dei rifiuti, della paranoia tecnologica e nucleare, e la tecnica dell’oggetto misterioso intorno a cui ruota la trama (la celebre pallina da baseball contesa nel prologo) hanno generato una vastissima produzione di saggi critici, monografie e tesi accademiche sia in ambito internazionale sia in italiano.

È un’opera letteraria ambiziosa perché vuole generare un nuovo filone del realismo. Vi è il tentativo di riscrivere la storia dei cinquanta anni degli Stati Uniti che partono dopo la fine della seconda guerra mondiale. Attraverso la definizione di alcuni eventi collettivi e personali dei protagonisti, si dispiegano i fattori sotterranei che generano il mito di questa nuova potenza economica e militare.

Il romanzo è un caleidoscopio di sperimentazioni stilistiche. Il titolo richiama la capacità di Don DeLillo di trattare la struttura del libro come un sistema fisico, attraverso un passaggio narrativo che intende portare dal caos alla forma, di ciò che è denominato il magma della storia americana (la Guerra Fredda, i rifiuti, la paranoia, la frammentazione sociale).

L’opera è caratterizzata da una struttura polifonica e “tentacolare”, che moltiplica le storie e i personaggi, frammentando la linearità temporale, che porta a un Genere collettivo dove la molteplicità delle voci e delle trame concorre a rappresentare un’epoca. Il romanzo, infatti, si apre con una scena collettiva (la sfida di baseball del 1951 tra i Giants e i Dodgers) che funge da collante mnemonico.

La partita, evento reale, è contrappuntata dalla notizia contemporanea di un test nucleare sovietico. L’evento sportivo diviene un momento in cui la Storia “entra nella pelle” dei cittadini in modo più duraturo delle strategie politiche dei leader. La palla da baseball si tramuta in un oggetto che collega i destini di alcuni protagonisti.

Vi sono figure storiche come J. Edgar Hoover, Frank Sinatra, Jackie Gleason i cui pensieri e i discorsi, forzando le convenzioni del romanzo storico tradizionale. Il lettore è spiazzato dall’uso della focalizzazione multipla, dell’apostrofe (il “tu” che coinvolge il lettore) e di un narratore spesso “neutro” che non aiuta a unire i puntini.

D’altro canto il romanzo non è soltanto un affresco enciclopedico dell’era della Guerra Fredda, perché una parte pulsante risiede nel ritratto psicologico del protagonista, Nick Shay, in cui i due livelli pubblici e privati sono interconnessi nella descrizione del trauma, che si afferma indirettamente attraverso la sua riverberazione e la ripetizione compulsiva. Gli eventi traumatici originari — sia a livello personale (l’abbandono del padre di Nick, Jimmy Costanza) sia a livello storico (come l’esplosione di una bomba atomica, mai esplicitata nel testo) — sono appena accennati, ma fungono da poli attrattori nello svolgersi degli eventi.

Don DeLillo privilegia la voce di Nick (narrata in prima persona) rispetto agli altri personaggi, utilizzando una sequenza cronologica invertita che imita il processo di ricostruzione psicologica del trauma. Vi è un uso di espedienti come la ripetizione di frammenti testuali, la numerologia e di rituali ossessivi per rappresentare il disagio e la persistenza del passato nel presente. La trama che segue il percorso della palla da baseball del 1951 riflette le tensioni edipiche. Il rapporto padre-figlio è articolato attraverso atti di tradimento, e il baseball diventa una metafora delle ferite psichiche non rimarginate.

Nel contempo gli eventi storici (la crisi dei missili di Cuba, la guerra di Corea) non sono mai raccontati direttamente, ma filtrati attraverso monologhi o percezioni parziali, confermando che nella logica del romanzo la storia accade altrove.

Vi sono critiche letterarie che ritengono sia evitata la chiusura narrativa, definendo l’impossibilità di inquadrare gli atti originari apicali, ma questa valutazione, data l’opacità di giudizio, ritengo sia opportuna lasciarla al lettore attraverso la sua esperienza estetica.

L’ipotesi che il narratore afferma più volte è relativa alla rimozione del trauma: Per evitare l’ansia del conflitto sociale o personale, la cultura ufficiale e gli individui (come Nick Shay che fugge dal Bronx a Phoenix) reprimono i segreti scomodi e la memoria storica. A livello pubblico i  dossier di J. Edgar Hoover, la vita suburbana e i beni di consumo agiscono come barriere protettive (al pari di profilattici o meccanismi di difesa psicologici) contro l’irruzione del “Reale”, o per meglio dire della eterogeneità del mondo.

La psicologia ci insegna però che il meccanismo della rimozione, non riesce ad occultare completamente i “fantasmi” del passato e i traumi rimossi (simboleggiati dai rifiuti radioattivi in Kazakhistan, dai barattoli di conserve o dai ricordi d’infanzia).

E uno dei tanti rimossi è il fattore di razza, che assume un tono letterario di cripto etnicità, perché Il protagonista, Nick (Costanza) Shay, a causa della misteriosa scomparsa del padre immigrato, Jimmy Costanza, ricostruisce la propria genealogia attraverso le “arti postmoderne della memoria” e la distanza temporale. Più in generale viene rivisto il l’American Dream, che da un paese di Cuccagna è raffigurato dal paesaggio delle discariche.

Non è un caso che il romanzo si apra con la leggendaria partita di baseball del 3 ottobre 1951 tra i Brooklyn Dodgers e i New York Giants (vinta grazie al fuoricampo di Bobby Thomson, noto come “the shot heard round the world”). Nello stesso giorno vi è il test della prima bomba atomica sovietica in Kazakistan (la “bomba rossa”). La pallina da baseball recuperata da un ragazzino diventa un oggetto transizionale, un “medium di liberazione” che attraversa i decenni raccogliendo i segreti, le confessioni e le angosce dei personaggi durante la Guerra Fredda. Don DeLillo lancia un invito diretto al lettore: gli individui hanno una responsabilità morale e intellettuale nei confronti della propria storia.

L’essere umano è tenuto a “fare i conti” con il proprio passato, ad analizzarlo e a comprenderlo a fondo per definire un senso alla propria esistenza e orientarsi nel presente. Underworld dimostra come il romanzo storico postmoderno, mescolando finzione e dati reali, adempia a una funzione etica ed epistemologica fondamentale per la costruzione della coscienza storica.

Uno dei nuclei tematici principali è il modo in cui il mondo naturale e creativo originario si trasforma in un distopico e demoniaco “sottoposto” di rifiuti, dove l’erba cede il posto alla cenere e i processi ecologici lasciano spazio alle discariche e ai funghi atomici. I media — in particolare la televisione (ai tempi di scrittura del libro (1997) – oggi diremmo i “social”) contribuiscono a pervertire la percezione della realtà trasmettendo in una sequenza indefinita i disastri e gli atti di violenza senza alcun contesto. Episodi come quello del Texas Highway Killer (la cui uccisione casuale viene ripresa da una telecamera e riprodotta incessantemente) trasformano l’orrore iniziale in un fascino estetico assuefacente, isolando gli spettatori dalla realtà esterna (vedasi oggi i morti a causa dei bombardamenti e dei droni, che sono visti sui social, intendendoli come giochi a punti, con l’adesione di un “mi piace”).

Il protagonista Nick Shay lavora nel ruolo di gestore di rifiuti (la Waste Containment Co. o Whiz Co.) e definisce la propria mansione attraverso l’etimologia della parola “waste” (vuoto, desolazione, distruzione). La famiglia Shay compie elaborati rituali di differenziazione e riciclaggio, riflettendo un profondo bisogno umano di ordine e controllo. I coniugi arrivano a guardare i prodotti ancora intatti sugli scaffali dei supermercati non in base al cibo che produrranno, bensì pensando direttamente a che tipo di spazzatura diventeranno.

La discarica di Fresh Kills a Staten Island viene descritta con toni quasi religiosi e romantici, paragonandola alla costruzione delle Piramidi di Giza in Egitto o a una montagna in continua crescita organica che sovrasta le torri del World Trade Center (ancora in piedi prima dell’attentato accaduto nell’anno 2001). Un altro personaggio (l’artista Klara Sax) raggiunge la celebrità dipingendo le carcasse di 230 bombardieri B-52 abbandonati nel deserto del New Mexico, creando un cimitero monumentale che incarna un’estetica del rifiuto profondamente affascinante.

Il romanzo sembra offrire un’analisi pre-apocalittica nell’ammonire circa la nostra incapacità di salvare il pianeta, mostrando come la sovversione della natura sia resa insidiosa dalla sua quotidiana onnipresenza, mentre l’essere umano continua a saccheggiare le risorse naturali, voltandosi dall’altra parte e accumulando cimeli nella propria isolata bolla di consumo.

Ciò che si scambia alla fine è la deiezione riciclata, che diventa anche arte, e per questa è sacralizzata. La rappresentazione di un omicidio diviene un oggetto cultuale in una nuova forma di religione secolarizzata, nella pratica della devozione allo scarto.

Il titolo stesso, Underworld, condensa molteplici significati (la Mafia, i reietti, i luoghi di smaltimento dei rifiuti, il regno dei morti). Il romanzo opera un riciclo continuo dei significanti, svuotandoli e riempendoli di nuovi contenuti semantici (come accade etimologicamente alla parola waste o al nome di Pluto). La lingua stessa subisce un processo di logoramento e ripetizione (fino a diventare rumore bianco), visibile nei cambiamenti fonetici, nello slang giovanile o nelle oscenità dissacranti del comico degli anni ’50, Lenny Bruce.

Vi è una sperimentazione colossale delle scansioni temporali, perché si parte dal 1951 e si va subito negli anni novanta per ritornare poi a ritroso, in eventi che lasciano trasparire i sintomi di questo mondo inconscio, con un processo mnemonico imbustato e incasellato.

Tutto ciò però non deve far ritenere che sia una analisi negativa e profetica di una sventura che porta alla distruzione e all’oblio, perché la percezione del rimosso rende vivo ciò che è il mondo, quello che è sopra, limitato, costruito e non propriamente veritiero. Tale sofferenza estetica di lettura però come ogni nevrosi, riconosce di essere tale dalla visione consapevole dei propri sintomi. È un messaggio di speranza offerto da questo romanzo storico dotato di uno stile narrativo innovativo rispetto allo svolgersi delle vicende contemporanee.

CONSIGLI DI LETTURA: Mason & Dixon di Thomas Pynchon (Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore)

Mason & Dixon di Thomas Pynchon Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2024 (Ed. Originale: Mason & Dixon, Little, Henry Holt & co. (New York – Usa), 1997)

Il romanzo mescola la nozione di romanzo storico, di satira, con elementi fantastici e una finta patina linguistica settecentesca (con tanto di sostantivi maiuscoli all’inglese). La trama è strutturata secondo gli stili di un racconto corale e picaresco, e si sviluppa attorno alle figure realmente esistite dell’astronomo Charles Mason e del topografo/agrimensore Jeremiah Dixon.

Nel mese dicembre del 1786 a Filadelfia un gruppo di bambini si raccoglie ad ascoltare le storie dello zio, il Reverendo Wicks Cherrycoke, un ecclesiastico giunto in città per il funerale del suo vecchio amico Charles Mason, appena deceduto. Attraverso i suoi ricordi e i suoi racconti (spesso romanzati o arricchiti da dettagli fantastici), prende vita l’intera epopea della vita e dei viaggi di Mason e Dixon.

La narrazione ripercorre le origini e le prime collaborazioni dei due scienziati britannici, le cui personalità sono diametralmente opposte ma complementari, perché Charles Mason ha un carattere malinconico, tormentato, rigidamente razionale ma segnato dal lutto per la morte della moglie Rebekah e incline a rimpiangere la patria. Jeremiah Dixon invece è pratico, ottimista, affascinato dal geomagnetismo, amante del buon bere, tollerante e di vedute larghe (è un quacchero “irregolare”).

Entrambi sono al servizio della Royal Society. La loro prima grande missione li porta a viaggiare verso Sud: si imbarcano per Città del Capo (nella Colonia olandese del Capo) con l’obiettivo scientifico di osservare il celebre Transito di Venere del 1761 sul Sole (un evento fondamentale per calcolare le dimensioni del sistema solare).

Durante questo viaggio e le successive tappe (inclusa l’isola di Sant’Elena), la scienza si mescola a digressioni surreali, incontri bizzarri, cibi esotici e a un universo in cui la magia, le leggende e la tecnologia bizzarra coesistono.

Il cuore pulsante del romanzo si sposta nel Nord America britannico, alla vigilia delle tensioni che porteranno alla Rivoluzione Americana. Mason e Dixon vengono ingaggiati per risolvere una storica e annosa disputa di confine tra le famiglie proprietarie delle colonie della Pennsylvania (i Penn) e del Maryland (i Baltimore).

I due scienziati iniziano così la titanica e faticosa impresa di tracciare la famosa “Linea Mason-Dixon”: una linea retta geometrica e inflessibile che taglia foreste, colline e territori nativi.

Pynchon descrive l’avanzata della spedizione come un’intrusione della modernità e del capitalismo calcolatore in un continente vergine. Per le popolazioni native americane, la linea è un vero e proprio massacro di alberi e una ferita inflitta alla terra. Sebbene all’epoca servisse solo a dividere due proprietà terriere, la linea acquisisce il suo profondo valore profetico e simbolico: diventerà nell’immaginario americano il confine morale e geografico tra gli Stati schiavisti e gli Stati liberi, un solco geometrico che anticipa le future fratture sanguinose della nazione.

La spedizione è costellata di ostacoli grotteschi e drammatici: diserzioni di boscaioli, minacce di attacchi indiani (spesso manipolati o sobillati da forze occulte e gesuite), visioni spettrali, incontri con figure leggendarie e mercanti avidi. Quando i lavori si spingono troppo a ovest, verso i territori contesi e l’Ohio, gli indiani d’America bloccano categoricamente il passaggio, costringendo i cartografi a interrompere il tracciato e a tornare indietro, piantando pali di pietra a marcare la fine della loro fatica.

Tornati in Inghilterra, le strade dei due scienziati riprendono direzioni diverse, ma restano legate da un affetto profondo e malinconico. A Mason viene offerto di guidare una spedizione scientifica a Capo Nord, in Norvegia, ma rifiuta, consumato dalla malattia e dal rimpianto. Dixon viaggia ancora e racconta all’amico storie e leggende tramandate.  

Pynchon abbandona la densità paranoica e tecnologica dei suoi romanzi ambientati nel Novecento (come L’arcobaleno della gravità) per costruire un’opera che è al contempo un pastiche storico-linguistico, un romanzo picaresco, una fiaba filosofica e una riflessione profonda sui miti fondativi dell’America. L’autore riprende l’uso tipico di scrittori come Henry Fielding o Jonathan Swift di scrivere la maiuscola ai sostantivi comuni, oltre a utilizzare una punteggiatura arcaica, termini desueti, ritmi cadenzati e un lessico scientifico-filosofico d’epoca. L’oralità e la narrazione a incastro: la lingua non è solo un esercizio filologico freddo, ma ha un’anima profondamente acustica e orale. Filtrata dalla voce del Reverendo Cherrycoke che intrattiene la famiglia in una notte di neve, la narrazione imita il piacere antico del “contare storie” intorno al focolare, fondendo l’alta letteratura, la ballata popolare, il sermone religioso e la barzelletta triviale.

La critica ha spesso letto Mason & Dixon come un’indagine sul Secolo dei Lumi (l’Età della Ragione). I due protagonisti sono uomini di scienza devoti alla geometria, agli strumenti di precisione e alle stelle. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è popolato da elementi fantastici, grotteschi e magici (cani che parlano, zombi, la celebre anatra meccanica innamorata, visioni spettrali). Pynchon rifiuta il realismo letterario ottocentesco (definito da alcuni critici come una sorta di “finzione di Stato” che sostiene lo status quo) per spalancare le porte all’irrealismo. La scienza e la magia non si escludono a vicenda; al contrario, la fredda razionalità del tracciato geometrico finisce paradossalmente per generare mostri, divisioni crudeli e oppressione.

Al centro della poetica del romanzo vi è il tropo della Linea. Tracciare la Linea Mason-Dixon non è un atto neutro. Per Pynchon, la linea retta geometrica imposta sul territorio serve a dividere la terra, a recintarla, a strapparla alla sua fluidità originaria e a sottometterla al controllo burocratico. La linea retta, infatti, diventa una ferita ecologica e morale. Sebbene all’epoca servisse a risolvere una lite tra proprietari terrieri coloniali, essa prefigura la spietata espansione verso ovest, lo sradicamento dei nativi americani e, soprattutto, la futura frattura insanguinata della Guerra Civile tra Nord e Sud.

Come nei romanzi precedenti non vi è una trama forte e lineare, perché la narrazione procede per accumuli, digressioni, storie dentro le storie e rimandi intertestuali (fortissimi, ad esempio, con l’Amleto di Shakespeare, dove Mason viene spesso letto come una figura ambigua e tormentata alla stregua di un Amleto illuminista).

La poetica di questo romanzo ci restituisce un Pynchon compassionevole: la storia americana non viene demolita unicamente con la satira dei suoi esordi, ma viene abbracciata con uno sguardo intriso di pietas, in cui la bellezza effimera dell’amicizia tra due uomini agli antipodi (Mason e Dixon, il malinconico e l’ottimista) rimane l’unico argine possibile contro il caos e la violenza della modernità.

E qui sorge un dubbio, perché il lettore si potrebbe chiedere se Pynchon ritenga la modernità e l’occidente come il male rispetto a un passato migliore.

Ridurre la visione di Thomas Pynchon a una semplice nostalgia reazionaria — l’idea tipica nella quale “il passato fosse buono e la modernità occidentale sia il male assoluto” — sarebbe una semplificazione fuorviante, perché nel romanzo non vi è una visione così binaria o consolatoria. Piuttosto, il suo sguardo sulla modernità e sull’Occidente è profondamente ambivalente, tragico e critico.

Vi è un rifiuto del “mito dell’età dell’oro” perché Pynchon non idealizza mai un passato bucolico o incontaminato come un paradiso perduto. Nel romanzo, l’America pre-coloniale o il passato europeo non sono presentati come Eden pacifici: sono già attraversati da conflitti, violenze, superstizioni oppressive e rapporti di forza brutali. L’errore sarebbe pensare che prima della Linea Mason-Dixon ci fosse la perfezione; vi era piuttosto un territorio fluido, un caos aperto che la modernità ha cercato di imbrigliare e recintare con la violenza della geometria.

Ciò su cui Pynchon si concentra non è tanto riguardo alle nozioni di progresso e di modernità, quanto la loro declinazione in una tecnocrazia burocratica volta principalmente al dominio brutale, con la postilla che il calcolo, la brama di profitto e la sottomissione non siano invenzioni nate nel Settecento con l’Illuminismo o con la modernità capitalista. Al contrario, nei suoi romanzi (da V. a L’arcobaleno della gravità, fino a Mason & Dixon), la violenza, la coercizione e la spinta al dominio sono costanti antropologiche e storiche.

Si avverte la secolarizzazione della colpa, perché i precetti religiosi del passato si sono trasformati in dogmi economici e scientifici. Il peccato originale e la predestinazione calvinista (molto presenti nell’immaginario americano e britannico del Settecento) trovano una nuova forma nella legge ineluttabile del mercato, della proprietà privata e del progresso tecnologico.

È una lettura impegnativa per un romanzo corposo, ma vi è un dono che il lettore riceve già dalle prime pagine una accoglienza immersiva, perché in queste impostazioni ad accumulo della narrazione, con le digressioni, le miscele di stili dalla narrazione, alla favola, al racconto, alle gesta, alla cronaca, il lettore è immerso fisicamente nel romanzo. Vi sono particolari della cucina, delle ricette, del modo di mangiare, la descrizione delle sensazioni di sedersi su un tavolo, un giaciglio un letto che sembrano vive. In ogni pagina non vi è mai un solo protagonista.

Come nei romanzi precedenti vi è una sovrabbondanza di persone, di aneddoti, di digressioni orizzontali sulla scena, con nuovi territori, villaggi per un vortice di nuovi incontri. TUTTA L’OPERA DI PYNCHON sembra una grande orchestra jazz dove il pubblico ne sia parte integrata.

Nei dialoghi vi è il contrappunto e l’improvvisazione. Proprio come in un brano jazz, Pynchon imposta un tema principale (la spedizione scientifica, la ricerca di un oggetto misterioso, una cospirazione), ma poi lascia che la narrazione si apra alle digressioni, alle storie secondarie dei personaggi minori, agli aneddoti apparentemente marginali. Ogni personaggio minore suona il proprio “strumento” con una voce unica, spesso eccentrica, creando un contrappunto vertiginoso. Il lettore non segue una melodia lineare e pulita, ma si trova immerso in un jam collettivo dove i confini tra la voce narrante principale e le storie corali si dissolvono.

E quindi non si può far altro che procedere a suonare in questo processo di lettura immersivo.

CONSIGLI DI LETTURA: Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky di Giulio Ravizza

È un romanzo incredibile tratto da vicende realmente accadute che furono considerate assurde da coloro che, direttamente e non, ne furono implicati. La materia prima di questa biografia è un sogno incarnato in una illusione che dà corpo a una avventura ancora in divenire.

Un bimbo di una famiglia di aristocratici che subiscono i rivolgimenti della rivoluzione russa del 1917, la guerra civile, l’emergere dei bolscevichi, Lenin, Stalin, le epurazioni, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

Igor subisce i traumi della casa incendiata, gli arresti e la deportazione, le fughe e le vicissitudini della famiglia a sopravvivere alla morte, alla Siberia, combattendo però in una situazione ai margini, dove addirittura la razione quotidiana di cibo non era garantita, se non sottratta.

Dalla famiglia, faticosamente, ricevette una educazione consona al suo stato precedente, rispetto ai rivolgimenti seguenti alla prima guerra mondiale. Nonostante dovette nascondere la conoscenza della lingua francese. Intraprese gli studi di una educazione formale di base e soprattutto riguardo alle arti, in particolare alla pittura, alla serigrafia al disegno. I genitori con tripli salti mortali riuscirono a garantirgli di seguire l’accademia.

Vi sono stati anche parenti realmente vissuti che poi fecero parte del sistema di repressione sovietico, dissimulando le loro origini, causando dolore, morte, con l’inganno, la truffa, il tradimento anche contro i loro stessi cari. Le vicende di Igor mostrano la quotidianità del sistema imperiale, poi sovietico di Stalin e poi ancora quello di Breznev, condito dalla corruzione, dal controllo, dalla repressione costante in ambito pubblico e privato, dove gli avanzamenti in termini di servizi, di tecnologia, erano raggiunti a spese di sacrifici orrendi, usando la minaccia, la carcerazione, il lavoro schiavistico coatto a partire dai campi di lavoro e di morte siberiani.

Oggi diremmo che Igor, forse anche per i traumi e le vicende che visse ogni giorno, non ultimo anche l’alcoolismo e la brutalità del padre, avesse un comportamento bipolare ossessivo, con altre “disfunzioni”. In ogni caso, dovendo subire la repressione artistica e creativa, lui e tutti gli artisti di questo nuovo paradiso sovietico, per dipingere il realismo socialista che celebra il lavoratore modello del nuovo zar – segretario di partito, e considerare una degenerazione capitalista ogni altra forma di arte, intraprese una resistenza attiva che durò per tutta la sua vita.

Le avventure a cui incorse nel romanzo potrebbero sembrare inventate, e invece, dallo stupore e dalla straordinarietà per la meraviglia di godere della lettura, si ricava che è tutto vero. Per fornire un manufatto letterario lo scrittore giornalista Giulio Ravizza ha dovuto inventare alcuni tropi nel descrivere il corso quotidiano dei giorni.

Ciò è dovuto alla condizione di collaborazione che anni fa, prima ancora delle tragedie di guerra attuale, Giulio Ravizza ebbe con gli enti locali alla cultura russa, in particolare in quelle zone del Kazakistan, in una località desertica che fa già fatica a scriverla, e per questo ne consiglio la lettura. Una zona morta dove si svolgevano attività di guerra segreta sperimentando di tutto e di più. Infatti, Stalin volle che in quei luoghi vi fosse la maggiore produzione di cotone nel mondo, ottenendo il risultato, come l’altro suo compare Mao, di desertificare ancora di più il tutto, di creare rivolgimenti ecologici disastrosi con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, anzi delle popolazioni che qui erano miste tra quelle turche e quelle mongole. In un paese come quello delle Russia che ha 140 minoranze linguistiche.

Nei suoi viaggi di conoscenza archeologica, e culturale, che già allo scrittore apparivano assurdi e fuori dal tempo, incappa in una città capoluogo di quel posto (che lascio innominato per invogliarvi alla lettura, e sì esiste veramente e nel romanzo si narrano le vicende di come crebbe: pazzesche anche queste), dove vi è un museo in cui sono raccolte migliaia e migliaia di opere pittoriche e non degli artisti epurati, censurati, incarcerati, uccisi dal regime sovietico dall’avvento di Stalin fino al crollo dell’URSS. Opere che avrebbero dovuto essere state distrutte. Una quantità di libere espressioni artistiche vicine ai dibattiti e alle correnti coeve in Europa, in Usa e negli altri continenti. Opere di critica e di opposizione al regime oppressivo e carcerario.

Igor tra mille avventure, con un’arte di dissimulazione, inganno, creatività, improvvisazione degna dei fratelli Marx (i comici degli anni trenta in USA) con i soldi presi dallo stesso ministero della cultura sovietica per creare un museo sovietico ad hoc per acculturare i popoli alle periferie di questo impero, viaggiò per tutte le Russie, in cerca di questi quadri nelle case delle vedove, nei magazzini abbandonati, in mille altri posti nascosti. Prometteva di pagare, assumendo il ruolo di debitore di tutti, riciclando i soldi per i viaggi, per la possibilità di “acquisire” in modo informale le tele e al di là della legge tutto quello che poteva, al di là della legge. Fino a prendere a prestito illimitato i materiali di uso per la cura delle tele, e tutti i manufatti edili che servivano per la costruzione del museo.

Ebbe per alleati le personalità più importanti del luogo, sobillandole e convincendole di questa pazza impresa volta a creare un doppio museo nascosto, in cui raccogliere tutto ciò che il sistema sovietico opprimeva in termini di creatività, di arte, di libera espressione.

Comici e coinvolgenti i suoi stratagemmi nell’ingannare gli ispettori dei ministeri e dello stesso KGB. Lui, che negli anni, assunse un aspetto più trasandato di uno spaventapasseri, che dimenticava persino di mangiare, riducendosi a uno scheletro, rimettendoci la salute nell’usare composti chimici per la salvaguardia e la ripulitura delle opere archeologiche. Fino a morirne. Ossessionato fino allo sfinimento, obbligato da chi gli stava vicino a dover riposare.

Si rimane stupefatti dall’uso di materiali di scarto, di risulta, per conseguire i suoi scopi, e di come a livello amministrativo usasse la stessa burocrazia sovietica per ingannarla e incepparla. Eppure tutto ciò accadde veramente. Questo romanzo va letto per comprendere l’assurdità delle dittature che vogliono essere totalitarie, crudeli, talvolta efficienti nell’opprimere, ma alla lungo autofaghe, ottuse, fragili, assurde, ma tremendamente reali nel causare il dolore, e la morte.

Il museo esiste ancora oggi. Ancora oggi quel luogo e tutta la Russia subisce la censura e il controllo. Specialmente a livello artistico anche con le nuove tecnologie. La direttrice del museo chiede visibilità e contributi per mantenere vivo questo tesoro unico, che svela tanto di ciò che ancora si deve conoscere dei decenni passati e di questi artisti che anche nella denuncia, nel dolore, hanno portato il bello e l’arte come approdo attorno a un mare nero di violenza.

Va dato un encomio all’autore, che ancor prima di essere un romanziere, ha impiegato mesi e mesi nella veste di un giornalista investigativo a raccogliere, le foto, i ricordi, interviste, tracce di questo personaggio sparse nel tempo, e nei luoghi, e negli archivi in modo da raccordare gli eventi più che decennali che hanno contraddistinto una vita per uno scopo unico volto alla creazione di un luogo nascosto in un deserto nascosto dal regime, creando un museo doppio accondiscendente al potere, usando gli stessi soldi e risorse del regime censorio.

È un inganno comico e tragico. Traspare uno scopo e una tensione commovente, tra l’amore, la speranza, e le vite interrotte di chi voleva solo godere dell’arte, dell’amicizia, degli abbracci e della condivisione, anche quelle artistica che è universale.

È una lettura che ci arricchisce e che fa nascere una tenera compassione almeno per rendere conto di un senso di giustizia nella memoria verso coloro che furono crudelmente affogati nell’oblio.

CONSIGLI DI LETTURA: Amatissima di Toni Morrison

Amatissima, 1993  (Prima ed. Beloved, 1987)
di Toni Morrison (Autore), Franca Cavagnoli
(a cura di, Dopo), Alessandro Portelli (Collaboratore),
Giuseppe Natale (Traduttore), Ed. Frassinelli (Torino)

Nell’inconscio collettivo forse noi abbiamo una immagine prevalentemente cinematografica riguardo i milioni di schiavi che furono deportati dal continente africano verso i continenti americani. Nella fattispecie durante il periodo intorno alla guerra civile americana, detta impropriamente di “secessione”.

È un periodo che, per motivi di scontro politico all’interno degli Stati Uniti, e per lo sviluppo delle scienze relative alla etnologia e all’antropologia, si registrarono le voci, le storie degli schiavi, degli schiavi liberati e di quelli inframmezzati nello stato di passaggio più brutale a quello di cittadini semi liberi dal punto di vista civile ed economico che durò per tutto l’ottocento e oltre. In termini quantitativi furono non più di 500 persone su oltre sessanta milioni di schiavi che traversano l’Atlantico, dei quali quindici milioni sopravvissuti, durante due secoli di storia.

In questo romanzo si parla di loro, e certamente non è che prima e nelle altre zone dell’America del nord e del sud tale fenomeno non ci fosse, anzi il contrario. Ancor di più il fenomeno della schiavitù era e fu anche praticato dalle stesse genti africane autoctone da secoli.

La caratteristica peculiare però qui riguarda noi, e cioè la nostra responsabilità storica nel ricordare non soltanto le immagini evocate, ma riportare la concreta presenza. Cioè quando il racconto si fa carne nel testimone e di ciò che è presente ancora qui, oggi nei nostri sistemi valoriali, nei nostri atteggiamenti, nel porci noi stessi come successivi ad una origine che si dice civile, e portatrice di diritti crescenti.

Eppure, tralasciando i pochi specialisti del settore e gli storici di professione, non è così fuori luogo pensare che noi si abbia una immagine stilizzata ed edulcorata delle condizioni di schiavitù, che talvolta ci porta a pensarla come una menomazione quantitativa, o una condizione di indigenza rispetto al vivere dei “bianchi”.

Non è così. La schiavitù fu brutale, dal soggiogamento classico della catena, alla negazione totale della soggettività della persona. Gli schiavi non si potevano sposare, magari unirsi per concepire dei figli utili per lavorare, i quali erano poi venduti, scambiati e tolti dalle madri ancora in fasce. E le stesse madri non potevano allattarli, perché dovevano donare il loro latte agli infanti dei padroni. Una donna poteva avere più figli da uomini diversi, i quali magari dopo sei mesi scappavano, per essere catturati, torturati talvolta nei modi più crudeli, e poi definitivamente uccisi, a meno che non fossero ancora utili per i lavori, ma sempre dopo aver amputato un membro o averli ridotti in condizioni ancora più orribili.

Poter mangiare e bere ogni giorno fu una concessione. Certo talvolta gli schiavi erano tenuti in modo meno inumano, anzi con compiti di fiducia e di cura, in modo ancillare, e talvolta con riconoscenza, specie quando il padrone si faceva debole e vecchio, e quindi bisognoso delle cure ultime, in un sentimentalismo ipocrita e in fondo vampiro.

Questo romanzo cerca di riportare alla voce, le storie, i mondi di questi milioni di persone, ma non è una serie televisiva con una sceneggiatura chiara, piana, e coerente nello sviluppo temporale. La memoria è uno smembramento: questo ricordare non è un processo neutro, perché paga i processi di occultamento e la deformazione congenita in ogni processo di rievocazione. Ancora di più è accentuata la selezione dei fatti e l’uso artefatto quando i soggetti e i testimoni per tutto il loro vivere non ebbero gli strumenti e i linguaggi della memoria, come il testo scritto, il saper leggere e far di conto, nel reclamare il diritto di proprietà delle proprie opere di ingegno e dei manufatti. E ancora peggio di non avere quelle reti sociali e comunitarie, che, anche in processi di trasmissione orale, fossero attive nel passaggio inter generazionale da parte degli anziani, e dei custodi degli spiriti e degli avi a dar senso alla propria storia e alla proiezione del futuro.

La rievocazione quindi, è dolorosa, smembrata, a raggiera, perché non può che partire dagli eventi tragici che hanno indotto anche i padroni ad averne memoria, come ad esempio i resoconti dei tribunali, in cui furono registrati gli atti di ribellione, o i reati universali come ad esempio l’infanticidio, e addirittura sconvolgente se perpetrato da madri schiave nere. Oltre ai pochi racconti di coloro che ebbero la fortuna di saper scrivere e di aver registrato dai bianchi i loro pochi fogli, e dai resoconti degli occhi dei bianchi e delle distonie degli etnologi, dei giornalisti e degli antropologi, si hanno reti della memoria, a sprazzi.

Sono scogli che emergono e spariscono a ridosso delle coste in base ai flutti del tempo, della violenza, di chi comanda, di chi opprime e di chi ha la forza. Lo strumento del racconto quindi si sfrangia in più voci che vanno avanti e indietro nel tempo, e ognuna ondeggia nella memoria, perché lo scavare è doloroso. E con la consapevolezza del canto, della condivisione dei fatti che risalgono a tempi mai precisi e tutti attualizzati, i soggetti aspirano a non essere schiavi, e quindi cercano un attimo di respiro nell’immaginarsi attivi e detentori dei titoli della memoria. Ciò implica la responsabilità e si vede che sì, essendo umani, si è anche capaci a propria volta di commettere la violenza e la crudeltà, come i maschi che picchiano, sfruttano, violentano le compagne. Violenza su violenza. Anche gli schiavi sono umani e hanno anche loro da dover rendere conto nel rievocare la memoria.

Vi è la beffa più grande, non sono solo i padroni ad occultare, selezionare ed ingentilire, ciò che fu, ma anche coloro che oggi furono i figli di quei milioni di individui. Il paradosso ulteriore è che non possono neanche considerarsi altri dai figli dei bianchi di oggi, perché la gran parte dei figli degli schiavi ha nonni, zii e prozii bianchi. Sono figli di violenza, e dentro i loro geni forse vi è più Europa che Africa.

Nel romanzo si ritorna e si gravita nell’evento più orrendo, ove tutti convergono nell’essere protagonisti, inconsapevoli e no nel trarre dagli oceani dell’oblio, estensioni sempre più vaste di questo canto di decine di milioni di individui.

A prima vista il lettore non capisce se in quella casa vi siano effettivamente gli spiriti, se quella bambina sia un fantasma e in carne ed ossa, ma proprio per la logica della storia ciò è ininfluente, perché la memoria non può essere quella di chi ha tutti gli strumenti del linguaggio odierno, ovvero tale oblio può emergere se il ricordo si fa oggetto, ovvero carne, e quindi sangue e dolore.

Le oscillazioni dei protagonisti nel ricordare, permettono di agitare le acque e di lasciar trasparire questi scogli. E i loro echi iniziano a comporre tale immenso processo storico, che fa parte degli Stati Uniti e di tutti noi.

Tony Morrison è una scrittrice a tutto tondo, ha una capacità di scrittura polifonica, ove si passa alla narrazione quasi giornalistica, a quella fiabesca, a quella destrutturata, a quella psicologica per passare a quella realistica. È un romanzo con più scopi, perché vuole dare voce a milioni di persone, e nel contempo non lasciare che le memorie così costruite rimangano fisse e ridotte ad icone sbiadite di un presente che via via si approssima anche esso nel congedo. Non è solo questo, perché tenta un esperimento grandioso nel proiettare tutto ciò in futuro possibile, dove la schiavitù sia solo una parte di ciò che si è stati, e di ciò che si può essere ora: esseri umani a tutto tondo.

CONSIGLI DI LETTURA: Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra

Le avventure del bravo soldato Svejk nella
Grande Guerra di Jaroslav Hasek (Autore),
Annalisa Cosentino (a cura di), Mondadori, Milano, 2016

Il bravo soldato Svejk: l’anti Socrate moderno.  

“Le avventure del bravo soldato Svejk nella grande guerra” talvolta è reputato un romanzo, sebbene sia una sequenza di racconti scritti per le riviste, successivamente accorpati in tomi pubblicati via via che raggiungevano un nucleo narrativo autonomo.

È un’opera unica incompiuta e non poteva che essere così, dato che retrospettivamente narra la biografia intellettuale dello scrittore durante la grande guerra, traslandola nel protagonista. Nelle intenzioni dell’autore i racconti erano coevi quasi alla fine della grande guerra, ma nella scrittura si giunse ad una critica degli assetti istituzionali e di potere precedenti e successivi all’evento catastrofico di distruzione immane, inconcepibile rispetto ai secoli passati per l’intensità e il numero delle vittime.

Jaroslav Hasek era un anarchico e più volte perseguitato, multato e condotto in guardina per i suoi articoli e racconti irriverenti, verso gli imperatori, i re, i principi, i generali, gli affaristi, i giudici, i poliziotti e i militari. Ridicolizzò i nazionalismi, ogni etnia appartenente all’ex impero asburgico e tutti i popoli confinanti. Non risparmiò nessuno.

I racconti hanno un’impronta satirica e umoristica che fu la base del successo immediato da parte del pubblico, perché si trovavano soddisfatte le invettive che il semplice cittadino rivolgeva ai preti, alle religioni, ai potenti, ai re, a chiunque altro fosse indicato come prevaricatore, o approfittatore.

Jaroslav Hasek scriveva nelle osterie, nelle birrerie, nei locali malfamati. Si nutriva dei modi di dire, degli improperi coloriti, delle questioni del giorno che catturavano l’interesse delle comunità: dal ricco all’ubriacone, dal mendicante al rinomato professionista. Lui stesso era incapace di regolare il proprio vivere: un matrimonio effervescente e contrastato. L’alcoolismo fu una delle cause principali alla fine del suo vivere all’approssimarsi dei 42 anni, con una degenerazione progressiva nel suo ultimo anno di vita. Mantenne, comunque, l’idea originaria di descrivere gli anni a ridosso e lungo la guerra, per offrire un affresco delle società del periodo, le loro nefandezze e atrocità, i pregiudizi e i rispettivi limiti.

Nonostante che ritenesse il vivere comune sotto una continua oppressione da parte delle ideologie, delle parole di ordine, riteneva, senza averne un pensiero strutturato, che tutte le istituzioni del secolo passato e quello appena iniziato, fossero destinate al crollo, se non altro per i propri limiti interni, per i vizi, le furberie di piccola visione, e per l’incapacità congenita dei più.

Hasek, tra debiti, denunce, litigi, ottenne un successo diffuso. Scriveva in modo accattivante. Sapeva variare gli stili, utilizzava i modi di dire e i doppi sensi irriverenti, non solo dei cechi, ma di tutte le popolazioni della Germania e dell’ex impero asburgico. Da questo punto di vista si può considerare un etnologo e un antropologo moderno, perché era uno spugna (non solo per l’alcool) ad assorbire gli usi, i costumi, i pregiudizi, le nefandezze, il ridicolo costante degli scopi infranti, da parte delle comunità che lo circondavano.

È una traduzione di alto livello dove sono alternate scritte in lingua originale e la loro relativa trasposizione, in modo che si possano intuire anche foneticamente i doppi sensi, e le incomprensioni possibili, enucleate dai protagonisti, varianti dall’ungherese, al ceco, al tedesco, al polacco, all’yiddish, al russo, al croato, al rumeno, ai dialetti locali.

È un’opera complessa, perché nel suo farsi, migliora progressivamente nella variazione degli stili, nella precisione e nell’inquadramento delle scene nel coinvolgere i protagonisti, che, se agli inizi, erano semplici casse di risonanza dei vaneggiamenti del bravo soldato Svejk, assumono una vita propria, diventando tipiche figure dell’animo umano, nei suoi sogni, nelle sue debolezze e meschinità. La biografia e le caratteristiche morali di ognuno di questi, al di là delle intenzioni originarie dell’autore, configurano una vera e propria commedia umana, che non è idealizzata, ma concretamente sentita vicina e propria alle comunità dei lettori coevi.

Non è solo questa caratteristica stupefacente di partorire un affresco di un romanzo corale, partendo da piccole “pastiche” satiriche per le riviste settimanali o mensili, perché ne emerge un’altra ancora più sorprendente: il prototipo del “cretino” impersonato dal protagonista, si trasforma in un idiota candido come il principe Miskin del romanzo “L’idiota”di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, per evolvere in una sorta di Socrate moderno.

A differenza del Socrate originale che con la sua dialettica rendeva incoerenti le visioni del mondo dei suoi antagonisti e di conseguenza fallace il loro modo di vivere, per spingerli in una tensione verso il vero, il buono e il giusto, il bravo soldato Svejk nella sua candida limitatezza cognitiva assume per valido, migliore, universale ogni concetto, ordine, e parola dei suoi interlocutori, comportando così l’assurdità delle loro visioni del mondo, assolutizzandole come criterio universale della validità del buon vivere e dell’attendibilità della loro efficacia.

Se Socrate portava alla negazione di quanto offerto, Svejk accetta tutto quello che gli si dice come se fosse necessario nel perseguire gli scopi asseriti e indubitabili da parte di ognuno: il risultato è il collasso degli apparati normativi, delle costruzioni morali, perché proprio nella loro diretta messa in opera, mostrano l’inapplicabilità, l’inconsistenza e il ridicolo.

Se Socrate è ironico, Sveik serissimo nei suoi racconti prolissi e talvolta inventati, a sua stessa insaputa agisce in modo satirico, irriverente, che lo porta a subire le punizioni, il carcere, il rischio di essere fucilato, ma come per magia riesce a sopravvivere, perché lui non si difende, dato che conviene a quanto detto da tutti, anche le accuse, determinando la collisione delle volontà e delle autorità che lo vogliono punire.

Hasek vuole mostrare come le istituzioni, il potere, l’ordine e l’onore siano valori finti, che mantengono il controllo dei cittadini indirizzando le loro aspirazioni e limitandoli nei timori, siano vuoti e riescono momentaneamente a mantenere la preminenza solo per la cieca, sciocca, stupida volontà di comandare, producendo così i semi della sua stessa scomparsa, per far posto a un’altra oppressione.

Ciò che affascina è la capacità di Hasek di non aver bisogno di argomentare in modo astruso, ma di raccontare tali avventure in formati in cui miticamente vengono riproposti i topos dei nuclei narrativi della tradizione, riducendoli a una sequenza di scene che via via si connettono l’un con l’altro per costruire un vero e proprio romanzo di formazione, ove Svejk continua a essere un idiota, con tutti gli altri affondando di ridicolo, nel mostrare l’autorità e il potere nel tentativo di prevaricare gli altri.

Quest’opera mostra un affresco reale del vivere quotidiano dell’impero asburgico, assieme a popoli ed etnie diverse, in una disorganizzazione vertiginosa tale, da stupire di come tale apparato sia durato per secoli. In più, mostra tensioni razziali e conflitti territoriali, purtroppo ancora presenti fino ai giorni nostri.

È un romanzo incompleto e non poteva che essere così, sia per la morte dell’autore sia per la struttura stessa dell’opera, dato che narra una vicenda che non è conclusa, ove però i protagonisti ridicoli, letali, pericolosi, ma destinati al fallimento, suggeriscono ancora oggi una malia nel relazionarci con gli altri.

Il lettore si goda quest’opera dove troverà tanti spunti ed analogie nel proprio vivere quotidiano.

CONSIGLI DI LETTURA: Cassa Depositi e Prestiti. Storia di un capitale dinamico e paziente. Da 170 anni

Cassa Depositi e Prestiti. Storia di un capitale dinamico e paziente. Da 170 anni, 2021, di Paolo Bricco (Autore), Il Mulino, Milano

La lettura di questo libro ci informa della nostra storia istituzionale e della nostra attuale vita quotidiana. Benché da gran parte dei lettori eventuali e della quasi totalità del popolo italico la “Cassa Depositi e Prestiti” sia intesa come un luogo, o un totem fumoso e lontano, in realtà ha a che fare con il nostro portafoglio, con l’orizzonte entro il quale scegliamo cosa e quanto possiamo spendere. L’ammontare di eventuali risparmi e la loro possibile allocazione.

In Italia vi è un problema strutturale di lungo periodo più accentuato rispetto ai paesi a noi vicini per il reddito, il livello di istruzione, e l’assetto tecnologico, rispetto a quelli dell’Unione Europea: un livello quasi totale di analfabetismo finanziario e monetario, anche per ciò che riguarda la gestione istituzionale del patrimonio pubblico e privato, per quanto piccolo o insignificante possa essere quest’ultimo.

Ripercorrendone l’operato dalla fondazione a oggi vediamo scorrere le vicende italiche: l’unificazione, le grandi trasformazioni economiche di fine Ottocento, la modernizzazione industriale dei primi del Novecento e gli effetti della Prima guerra mondiale, la crisi degli anni Trenta e le politiche per il Mezzogiorno del secondo dopoguerra. Oggi, a più di 170 anni dalla sua fondazione e dopo essere divenuta una Società per azioni, ha assunto pienamente un ruolo attivo per lo sviluppo delle infrastrutture e delle società ritenute “strategiche”, e non più solo come un erogatore passivo di risorse sul mandato del ministero del Tesoro e delle Finanze.

Ciò pone interrogativi sulla funzione storica di salvataggio di imprese anche decotte e di ciambella di sopravvivenza in occasione dei grandi sbandamenti finanziari e crisi di produzione, nonché strutturali del nostro paese, rispetto ad una presenza che è stata ritenuta soffocante per uno sviluppo imprenditoriale robusto e all’altezza dello scenario mondiale.

Per decenni l’Istituto fu utilizzato per gestire i debiti e i crediti cercando di mantenere l’assetto contabile e finanziario indipendente dai capitali stranieri, incanalando i risparmi di tutti in quello delle poste. Quintino Sella a suo tempo cercò di ampliare le attività della Cassa, oltre a quelle di erogare i prestiti agli enti locali, negli impieghi in titoli di Stato– di tipo fruttifero e infruttifero – con il ministero del Tesoro, in relazione al debito pubblico.

La “Cassa Depositi e Prestiti” contribuì alla costruzione di una base finanziaria nazionale. Tale processo fu opposto dalle banche rilevandone un possibile concorrente. E questa fu una tensione che ci portammo fino ai giorni nostri, riguardo i prestiti ai comuni e alle province.

Comportò un cambiamento nel modo di risparmiare dei cittadini per il disallineamento fra la raccolta postale e l’impiego di queste risorse, perché la raccolta postale ha tempi brevi e liquidità molto forte (tendenzialmente con rimborsi anticipati, effettuabili in ogni momento e senza vincoli), che si devono misurare con le condizioni di mercato, in termini di tassi e di rendimenti.

Nel 1876 vengono emessi 60.000 libretti di risparmio. In quell’anno, l’80% del denaro va ad alimentare i progetti pubblici del Paese reale e il 20% è destinato alla sottoscrizione dei titoli di Stato. La “Cassa Depositi e Prestiti”, a questo punto, ha una più cospicua forza finanziaria e una nuova centralità strategica. È il cuore dell’infrastruttura finanziaria italiana.

Durante la seconda guerra mondiale per quanto, soprattutto nei primi anni, continui a erogare mutui ai comuni e alle province – estremizza la sua funzione di polmone finanziario dello Stato.

Fino agli Sessanta vi fu un capitalismo manifatturiero privato proiettato sui mercati internazionali, reso debole, però, dall’inflazione nei bilanci e dalla lotta di classe nelle fabbriche. Questo modello basato sulla crescita della spesa pubblica e sui cittadini come “clientes”, è consentito dallo sviluppo internazionale, fino allo shock petrolifero di riduzione dell’offerta fra il 1973 e il 1974, con l’aumento del prezzo del greggio e, a catena, di tutte le materie prime.

Si ha la spinta inflazionistica e in concomitanza vi è lo sfaldamento del sistema di gestione monetaria di Bretton Woods.

Negli anni Settanta si hanno aumenti salariali non corrispondenti agli aumenti di produttività, una forte inflazione, la crescita del debito pubblico e la svalutazione della lira. Problemi strutturali che hanno portato conseguenze fino ai giorni nostri, ancora vive e pressanti.

Negli anni Settanta si hanno quindi l’inflazione e la recessione: la tempesta perfetta. Le monete europee perseguono un equilibrio basato su una parità di cambio, mitigata da un margine di fluttuazione dei loro valori. Nel 1973 l’Italia esce da questo meccanismo, con una svalutazione del 20%, la prima delle «svalutazioni competitive» che avrebbero segnato la storia nazionale nei successivi vent’anni.

Nel 1977 si prova a rimediare. Il ministro del Tesoro del terzo governo “Andreotti”, Stammati, opera un consolidamento dei debiti della finanza locale e nazionale attraverso un’emissione di titoli decennali del Tesoro a favore di “Cassa Depositi e Prestiti”. In linea di principio, da quell’istante comuni e province chiedono prestiti alla “Cassa Depositi e Prestiti” soltanto per gli investimenti e non a copertura dei debiti pregressi. Non è permessa più l’assunzione di nuovo personale e il nuovo indebitamento a breve termine formalmente viene vietato. Sulle urgenze, soltanto la Cassa può erogare mutui a breve scadenza. Questa chiarezza finanziaria non serve solo a evitare le micro-implosioni di province e di comuni, perché costituisce un tentativo di togliere opacità alla finanza pubblica.

Lo stesso Stammati, con la legge 468 del 1978, delinea un bilancio dello Stato sottoponibile alle verifiche e al controllo del Parlamento. Viene introdotto il bilancio annuale di cassa, oltre che quello di competenza. Il bilancio di competenza è esteso a più anni. La legge finanziaria diventa lo strumento di adeguamento della normativa finanziaria alla politica di bilancio, nella programmazione e nell’assestamento. Tutto questo pone le basi per una delle linee di fondo del funzionamento dell’Italia negli anni Ottanta: la determinazione annuale degli aggregati di finanza pubblica e la fissazione dei vincoli amministrativi da parte del governo.

Gli esiti legislativi promossi da Stammati, in realtà, confermano la centralizzazione prevalente delle fonti di finanziamento degli enti locali. Nel sistema di finanziamento degli enti locali, è appunto introdotto il principio di spesa storica quale criterio di riparto dei fondi statali tra gli stessi enti locali. Si tratta di un principio rigido perché cristallizza i differenziali di spesa corrente per abitante. Sembra bloccare l’esplosione della spesa pubblica locale. Si conferma, però, l’accentramento delle entrate (a fine anni Settanta il 95% della spesa regionale e il 65% della spesa locale sono sostenuti dai trasferimenti erariali) e allo stesso tempo si assiste a un irrobustimento della spesa pubblica locale, con il peso delle amministrazioni locali che, nel corso degli anni Settanta, aumenta sul totale delle amministrazioni pubbliche di oltre dieci punti, arrivando a sfiorare nel 1981 il 31%.

La “Cassa Depositi e Prestiti” è autorizzata a concedere mutui decennali ai comuni (garantiti dallo Stato) per portare sul lungo termine tutti i crediti che, a fine 1976, erano a breve termine. I comuni e le province diventano così debitori di lungo periodo della Cassa, che si assume l’onere di soddisfare i crediti delle banche. Lo stesso accade con i mutui che i comuni e le province non riescono a pagare. In generale Cassa fa, a un tasso del 15%, delle anticipazioni sui disavanzi che possono essere pari al massimo alla loro entità. Se, invece, l’ente pubblico è in pareggio nel 1976 ed è in disavanzo nel 1977, la Cassa eroga anticipazioni per il 70%. Diventano a carico dello Stato (e di Cassa) le rate dei mutui a pareggio di disavanzi economici dei bilanci degli enti locali e dei mutui contratti per il consolidamento dei debiti a breve termine. “Cassa Depositi e Prestiti” viene, poi, rimborsata dal Tesoro.

Il decreto legge 269/2003 diventa la legge 326/2003, con cui la Cassa si trasforma in una «vera e propria market unit, fuori dal perimetro delle amministrazioni pubbliche». La Cassa continua a svolgere il suo compito originario: il finanziamento di Stato, regioni, enti locali, enti pubblici, organismi di diritto pubblico mediante l’utilizzo del risparmio postale e di altra «provvista» che può essere garantita dallo Stato (la così detta «gestione separata 1», qualificata dal decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 6 ottobre 2004 quale «servizio di interesse economico generale», insieme al risparmio postale).

Così la Cassa svolge il suo ruolo più classico: prende il risparmio postale, su cui permane la garanzia dello Stato, e lo dà in prestito al settore pubblico perché faccia investimenti. Inoltre, sul piano giuridico e operativo, la Cassa può svolgere operazioni anche in regime di «gestione ordinaria» (tecnicamente definita «provvista non garantita dallo Stato») per finanziare – fra l’altro – opere e impianti, reti e dotazioni destinati alla fornitura di servizi pubblici. La gestione ordinaria viene sostenuta con l’emissione di strumenti finanziari – per esempio obbligazioni – ma appunto senza la garanzia dello Stato.

La chiusura del cerchio avviene anche a livello regolamentare e istituzionale: la Cassa è assimilata dalla Banca d’Italia a intermediario finanziario non bancario. Nella contabilità nazionale, dalla fine del 2006, la Cassa è classificata come una istituzione finanziaria monetaria, soggetta alla riserva obbligatoria, anche se non è assimilata a una banca: non è iscritta all’albo delle banche e non è soggetta al complesso delle regole prudenziali di vigilanza. La sua attività rientra in quella svolta dagli enti creditizi: la Cassa, assoggettata al regime di riserva obbligatoria prevista dalla regolamentazione della Banca centrale europea, diventa «controparte» nelle operazioni di politica monetaria di Francoforte, per esempio le operazioni di rifinanziamento.

La Cassa, diversamente dalle banche, è esclusa dalla vigilanza prudenziale fissata dalla Capital requirements directive. È quindi portata al di fuori dal debito pubblico. Poi, assolve al suo secondo compito ricevendo in dote dal ministero dell’Economia e delle Finanze i pacchetti azionari delle imprese post-pubbliche e, in cambio, apportando denaro fresco al ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) che, con questo, può abbattere ulteriormente il debito.

Ricordando che sono sempre soldi dei cittadini, nel 2003 viene acquistata dal Mef (Ministero Economia e Finanza) la prima tranche dell’Eni: il valore della transazione è di 5,3 miliardi di euro e corrisponde al 10% del capitale. Nello stesso anno “Cassa Depositi e Prestiti” diventa azionista di Enel e di Poste italiane. Acquisisce dal Mef il 10,35% di Enel per 3,1 miliardi di euro e nel 2009 sottoscrive un aumento di capitale per altri 3,1 miliardi arrivando al 17,36% del capitale. Nel 2003, rileva, sempre dal Mef, il 35% di Poste italiane per 2,5 miliardi di euro.

Nel 2004 vi è l’acquisto dalla allora Finmeccanica (oggi Leonardo) per 1,4 miliardi di euro di una partecipazione indiretta del 10,07% in STMicroelectronics NV, uno dei grandi gestori del settore della ricerca e della produzione dei semiconduttori e dell’alta tecnologia, attraverso l’acquisto del 30,44% della società di diritto olandese STMicroelectronics holding NV.

Nel 2005 rileva il 29,99% di Terna, la società della rete elettrica nazionale nata nel 1999, come primo effetto della liberalizzazione del mercato, in seno all’Enel, che poi l’aveva quotata nel 2004. L’acquisto vale 1,3 miliardi di euro. A condizioni radicalmente mutate, si verifica il meccanismo opposto di dieci anni prima con le privatizzazioni: negli anni Novanta le partecipazioni in capo alla Cassa sono state spostate, senza compensazioni, nel perimetro del Tesoro, che ha provveduto a trasformarle in Spa e poi a privatizzarle. Adesso, invece, quote significative dei gruppi di antica matrice Iri – ormai già riplasmati dalla membrana delle privatizzazioni – entrano nel perimetro della Cassa.

Intanto, dalle crisi finanziarie del 2008, a quelle dei fondi sovrani del 2011, fino ai giorni nostri con il Covid e le guerre che ci circondano, continua il declino economico e produttivo, di un paese vecchio, antimeritocratico, in crisi di Welfare, con una amministrazione sempre più pervasiva, ed inefficiente, la “Cassa Depositi e Prestiti” mantiene e sviluppa una ossatura solida che la rende un soggetto attivo di movimenti sui mercati secondari e primari, sugli investimenti e sulle acquisizioni.

Agisce da e con il settore pubblico. È un ente privato che sostiene e, in concomitanza, appare in concorrenza con le società privata. Attraverso le sue acquisizioni, si ha una idea dell’assetto presente e prossimo del paese. Ma, e qui vi è il nodo, tanto più il paese decade, la Cassa per converso acquisisce sempre più forza e incidenza sino al cuore infrastrutturale, economico e produttivo del paese. In un’ottica di breve periodo è un salvagente per i bilanci pubblici e anche per una minima sostenibilità del denaro di ognuno, ma nella visione strategica, sembra anche soffocare ogni altra attività che possa crescere e svilupparsi in ambito privato.

Proprio per la sua commistione opaca talvolta, incestuosa per tanti anni, ibrida e ambigua con il settore pubblico, e con l’agire politico sempre più debole nel riuscire nei suoi intenti, la Cassa incrementa e amplia il suo spazio di azione.

Tutto ciò apre un dibattito sul cuore dei nostri assetti istituzionali e dei rapporti di comunità che ognuno ha con l’altro.

La lettura di questo saggio che è quasi un romanzo storico per il modo agile e scorrevole di stesura, corredato da fonti bibliografiche corpose dagli archivi primari ufficiali dei soggetti coinvolti, è un’utile risorsa per approfondire cosa accade quando investiamo, depositiamo, risparmiamo e consumiamo, anche per la compravendita di oggetti quotidiani di facile consumo.

La “Cassa Depositi e Prestiti” è dentro i nostri bancomat e nei nostri portafogli. Fornisce le mappe delle scelte che compiamo credendo di esserne i soggetti autonomi, capaci di valutare in modo appropriato i nostri progetti di vita assicurativa, sanitaria, pensionistica e di investimento per noi e i nostri figli, o più in generale per le coorti generazionali future.

In un paese ove l’analfabetismo economico è drammatico in tutti i livelli, indipendentemente anche dal titolo di studio, sarebbe auspicabile riflettere in modo lento, pacato, e lontano dalle chiacchiere e dalle polemiche quotidiane, che, di fronte a questi temi, sembrano una matassa di fuochi fatui stagnanti in un’aria paludosa e mefitica.

Certamente le righe soprascritte in modo così polemico sono una provocazione, ma sarebbe il caso di conoscere chi è il nostro vicino di banco che ci accompagna ogni volta che prendiamo in mano il denaro in qualsiasi forma quest’ultimo sia.

CONSIGLI DI LETTURA: Il cucchiaino scomparso e altre storie della tavola periodica degli elementi

Il cucchiaino scomparso e altre storie della tavola periodica degli elementi Copertina flessibile – 18 giugno 2014, ed. originale The Disappearing Spoon…and other true tales from the Periodic Table, 28 luglio 2011, di Sam Kean (Autore), Luigi Civalleri (Traduttore), Adelphi, Milano

È probabile che per la maggior parte degli studenti, almeno agli inizi dello studio degli argomenti afferenti alla “chimica”, si siano trovati in un universo intellettuale irto di angosce e di fatiche. Uno dei primi scogli titanici in cui naufragano le certezze delle proprie capacità cognitive, ritenute dopo tale evento meno che adeguate, è il totem della tavola periodica degli elementi.

Fonte di angosce talvolta è questa disposizione di simboli affissa nel muro delle classi, mentre si tenta di rispondere a un test, sperando miseramente che una sua visione fugace possa risolvere i dilemmi. Alcuni tentano di comprenderla in modo fotografico, incasellando regolarità che hanno una congruenza simile a un castello di carte. I più avveduti con la bacchetta da rabdomante scavano nel caos, per delineare tracce di regolarità che siano adeguate ai propri processi logici, dimenticando di apprestarsi a edificare castelli di sabbia sopra una pentola in ebollizione.

Sam Kean in questo libro, come in altre sue opere, mostra una eccellente capacità di coniugare una presentazione storica ben documentata con fonti e riferimenti bibliografici numericamente imponenti, assumendo nel contempo uno stile di un romanzo avvincente, in cui un protagonista nascosto, che è lo spirito di ricerca scientifico, agisce per risolvere il mistero.

Si pone la certezza mitica che un demone colpevole si diverta a celare la soluzione dei dubbi che uomini e donne tentano di risolvere, spinti da un bisogno che è impossibile ignorare. L’illusione narrativa delinea una trama verso un futuro incerto, costituita dalla sfida dell’eroe contro l’errore, l’antagonista mai domo, in una disfida senza fine. Lo stile del libro assume un andamento armonico con il premio di un avanzamento della conoscenza e un ritorno alle posizioni di partenza per le smentite delle ipotesi iniziali.

Ecco allora che in secoli di ricerca, con una accelerazione di scoperte a partire dalla seconda metà dell’ottocento, la tavola periodica degli elementi assume quella forma a noi pervenuta, Non va vista in modo bidimensionale, come se fosse una mappa di un gioco dell’oca. No. In realtà la tavola periodica degli elementi è un incrocio di diverse teorie e ricerche descritte attraverso simboli e correlazioni, incastonati in ipotesi divergenti.

Immaginiamo di intersecare origami di leggi, elementi, codici, ognuno diverso dagli altri, per opera di decennali esperimenti compiuti in tutto il mondo. Quella singola colonna che scorriamo nella tavola periodica degli elementi, non è una traccia di un colore depositata da un pennello, quanto l’ombra di più arcobaleni aventi sequenze diverse di toni che si inframmezzano in una sola linea.

La tavola periodica degli elementi non è uno scheletro riassuntivo di concetti, quanto l’espressione di processi di ricerca ancora in atto. Offre una minima carta di identità di ogni elemento e le loro eterogenee relazioni. La cornice e la forma stessa della tavola periodica è a sua volta, una sovrapposizione di teorie ritenute all’inizio congruenti, poi sostituite da altre, e riaggiustate come se si portasse la propria autovettura dal carrozziere.

Non è un caso che agli studenti, di primo impatto, venga il mal di testa, e aggiungiamo poi che se è spiegata davanti a una lavagna digitale o non, senza mai sperimentare nel contempo, ovvero senza porsi in via PRIORITARIA in uno studio laboratoriale, ciò è una vera tortura che allontana tutti dalla bellezza, dal valore fondamentale che essa ha per ogni nostra attività quotidiana, anche quella del dormire.

È un libro meraviglioso che ci introduce dentro i processi di ricerca, in modo carnale, empatico, vivo, vero, percorrendo la prima tappa con la vita, le caratteristiche, le aspirazioni dei ricercatori, dei tecnici e degli scienziati. Le loro capacità di ideazione, la loro cocciutaggine, le visioni, e anche le loro meschinità. Sì, perché come per gli altri ambiti di ricerca, il lavoro delle donne è stato osteggiato, rubato, misconosciuto e oppresso.

Nonostante che in questi ultimi decenni vi sia una lenta ricostruzione storica del ruolo delle donne nell’ambito delle scienze chimiche, è plausibile ritenere che sia ancora troppo lo scavo. Le donne si sono cimentate con difficoltà economiche e istituzionali, proibizioni, dileggi, e poi sotto sotto, circuite, ritrovandosi misconosciute nelle loro scoperte.

È una precisazione doverosa anche per la maschilista teoria per la quale le donne non siano portate per la ricerca scientifica, ancora, a mia personalissima e debole opinione, purtroppo imperante, anche se formalmente osteggiata dalle autorità politiche e della morale.

155-56 Segrè, che in seguito divenne un noto storico della scienza (nonché celebre cercatore di funghi), tornò sulla questione con grande lucidità in due suoi libri. In uno di questi si legge: «La possibilità della scissione del nucleo di uranio ci sfuggì nonostante ci fosse stata segnalata da Ida Noddack … che ci inviò un estratto di un suo articolo in cui indicava chiaramente la possibilità di interpretare taluni dei nostri risultati come conseguenza della scissione dell’uranio … La ragione della nostra cecità non è chiara nemmeno oggi».3 (Curiosità storica: le due persone che si avvicinarono più di tutte alla scoperta della fissione – Ida Noddack e Irène Joliot-Curie, figlia di Marie Curie – e quella che la scoprii per davvero – Lise Meitner – erano tutte donne).

Questo libro è un tesoro che ci riappacifica con noi stessi, con le nostre capacità di sperimentare e di inventare bloccate negli anni passate. Ci invita verso nuovi orizzonti nel pensare a nuovi modi di intendere il reale, ponendo in relazione le nostre esperienze e i nostri dubbi in una foresta rigogliosa, alimentata dalla gioia della scoperta. La nostra intima capacità di domandarsi su di noi e sul mondo.

Lo stile è ben scandito e scorrevole, corredato da numerose note con piccoli riassunti in esse, per chiarire i luoghi e i riferimenti storici.

E più di tutto ci riappacificheremo con quell’incubo di totem minaccioso, che in realtà è una traccia della nostra storia intellettuale. Uno spicchio di noi stessi che attende di essere finalmente abbracciato.

Un romanzo che è veramente un dono verso noi stessi e la nostra storia individuale.

§CONSIGLI DI LETTURA: Storia dell’Ucraina. Dai tempi più antichi ad oggi di Massimo Vassallo, 2020, Mimesis Editore, Milano

Questo libro è stato concepito e pubblicato documentando gli eventi fino al 2020. È una poderosa ricerca della storia dell’Ucraina e di tutte le terre ad essa afferenti e confinanti. Il mondo slavo che va dalla Siberia fino qui da noi ai confini dell’Italia e giù, più a sud della Grecia.

Vi è una spiegazione delle teorie e delle ricerche circa l’origine e l’autorappresentazione dei popoli, dei nomadi, che attraversarono, si fermarono e difesero queste terre. Lungo il corso dei decenni che partono dall’Ottocento Dopo Cristo fino ad oggi.

Dalle prime pagine si comprende immediatamente come i nostri dibattiti, qui in Italia, nel definire e giudicare le contese e addirittura ad inquadrare le comunità di riferimento, siano errati e superficiali, e sotto sotto, hanno la funzione di nascondere o di rivendicare parti della nostra storia che sono ancor oggi presenti e foriere di conflitto.

Credere che rivendicare questo o quel confine, o ritenere che gli Ucraini siano Russi dispettosi e che entrambe siano comunità monolitiche, composte da un solo popolo, con una sola lingua in un territorio in costante e lineare configurazione, consegue la produzione di giudizi e di valutazioni errate, ignave, e forse anche in malafede.

Esistono ondate di modifiche nell’antico slavo che portano differenze vistose tra il bielorusso, il russo, l’ucraino e tutte le altre forme linguistiche, in un vortice forsennato per l’orda mongola che sconvolge a più riprese tutto quel vasto territorio, senza contare l’avvento delle tribù nomadi turche, nonché farsi, oltre a quelle vichinghe. Per ogni secolo si rilevano ondate e miscele continue che hanno relazioni prima con Bisanzio, e con Roma, e poi anche con i turchi, e poi gli ottomani.

Con l’ausilio di una miniera di fonti, le vicende dei personaggi sono ricostruite in parallelo, ritornando da vari punti di vista per ogni capitolo, nel descrivere l’evoluzione di una comunità. E se si crede di aver circoscritto l’intero quadro storico, dopo l’anno mille arrivano quelli che saranno detti polacchi, casciubi, ungari, lettoni e lituani.

Tutti questi eventi millenari hanno a che fare con noi, e lo ebbero con i Papi, le Repubbliche di Venezia e di Genova, con l’impero germanico, con i Franchi, con l’impero austroungarico, e più recentemente con gli slavi del sud, tra Bulgari, Croati, Serbi, Sloveni, Slovacchi.

E per ognuno di loro, sono ripercorse le vicende che gravitano attorno a quel territorio che denominiamo Ucraina.

Chi ha un minimo di dignità comprende immediatamente quanto poco conosce e quanto qui in Italia vi sia un dibattito omissivo che in ogni caso pagheremo in futuro. Dimentichiamo e non vogliamo vedere che quello che capita laggiù, ricade qui in termini materiali, di risorse e di confine.

Vi è una avvincente spiegazione linguistica e delle forme di ordinamento giuridico e statuale.

Perché li vediamo così lontani nonostante tutto? Possiamo ipotizzare più risposte. Per esempio dimentichiamo che anche noi qui in territorio italico nei secoli, ancora prima dei latini e dei Romani, vi erano le guerre tra le comunità e i popoli provenienti da continenti e da mari diversi. Prima, durante e fino all’età moderna, l’Italia è stato il luogo di scontro di quasi tutti i conflitti che avvennero in Europa. Settanta e più anni di pace, e meno male (non riflettiamo mai quanto siamo fortunati, noi e i nostri padri per questo), ci hanno reso ciechi e sordi rispetto al nostro recente passato.

Non vogliamo pensare al concetto di difesa del territorio e delle vie di commercio, perché da decenni vi è qualcun altro che pensa a questo per noi. E in più, qui è il nostro specchio nascosto, nascondiamo il nostro passato. Se pensassimo con profonda umiltà, alla volontà degli Ucraini di emergere come popolo unito, dovremmo in conseguenza pensare a ciò che siamo stati nel fascismo, a come abbiamo condotto l’unità d’Italia, e ripensare a ciò che è stato il Risorgimento. Non è una riscoperta indolore. Gli italiani non sono stati “brava gente”.

Si rimane stupiti dalla capacità dell’autore di padroneggiare così tante lingue, di aver raccolto e coordinato una tale quantità di materiale a dir poco oceanica, e di aver mantenuto più fili conduttori coerenti e avvincenti alla lettura.

Questo lavoro è un tomo fondamentale per capire ciò che è fuori dalla nostra porta, perché offre una chiave per accedere quella stanza nel centro delle nostre case che teniamo chiuse.

Tutto ciò non è facile, ma l’apertura degli antri, permette il passaggio di aria buona, che richiama l’umiltà, la prudenza e l’umanità. Dapprima è doloroso respirare questa aria fredda e corposa, ma dopo si avverte una maggiore leggerezza di pensieri e di cuore, nel dire sì: IO VI VEDO.

Compratelo: è una sorgente di umanità senza fine.

51-53 La scelta di privilegiare il punto di vista ucraino non deriva assolutamente da una inesistente “scelta di campo” né tantomeno da una sottovalutazione delle esperienze viste da un angolo extra-ucraino, quanto dalla constatazione della (quasi) assoluta mancanza a tutt’oggi, in lingua italiana, di una storia continua di quella Nazione che tenga in debita considerazione anche i lavori della migliore storiografia ucraina, novecentesca e contemporanea, le cui conclusioni possono senza dubbio essere criticate con forza e comunque debbono sempre essere valutate criticamente, ma non dovrebbero restare ignote ad un più largo pubblico, non fosse altro perché senza conoscerle si corre il rischio di non riuscire a inquadrare in modo chiaro, adeguato e lineare molti sviluppi dei nostri giorni, dietro i quali vi è sovente una lunga e complessa storia. Ho quindi deciso di utilizzare sempre, tranne in casi rarissimi ove sarebbe stato pedante e potrebbe indurre all’errore, le forme ucraine dei nomi di persona, di regione e di luogo, senza per questo (lo ribadisco) voler fare una scelta di campo né sminuire le altre tradizioni, che conosco, rispetto e ammiro, come credo sarà evidente da una lettura non superficiale; per questi motivi, talora nel testo ma più spesso in nota per non appesantire la già non sempre scorrevole lettura, ho messo le forme in altre lingue (spesso più d’una). Ho deciso di trattare, seppur brevemente, la storia delle terre oggi ucraine sin dall’Antichità, un’epoca in cui colà fiorirono altre civiltà, alcune quasi ignote altre ben conosciute in quanto propaggini estreme del mondo classico, prima greco e poi romano: tali civiltà non possono però essere definite “ucraine”, se non appunto in senso territoriale, ad onta delle rivendicazioni dei nazionalisti che in alcuni casi estremi hanno ascritto agli ucraini (visti come gruppo etnico già in sostanza distinto) pure la cultura di Trypillja del III millennio a.C!é…]”

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51-53 La scelta di privilegiare il punto di vista ucraino non deriva assolutamente da una inesistente “scelta di campo” né tantomeno da una sottovalutazione delle esperienze viste da un angolo extra-ucraino, quanto dalla constatazione della (quasi) assoluta mancanza a tutt’oggi, in lingua italiana, di una storia continua di quella Nazione che tenga in debita considerazione anche i lavori della migliore storiografia ucraina, novecentesca e contemporanea, le cui conclusioni possono senza dubbio essere criticate con forza e comunque debbono sempre essere valutate criticamente, ma non dovrebbero restare ignote ad un più largo pubblico, non fosse altro perché senza conoscerle si corre il rischio di non riuscire a inquadrare in modo chiaro, adeguato e lineare molti sviluppi dei nostri giorni, dietro i quali vi è sovente una lunga e complessa storia. Ho quindi deciso di utilizzare sempre, tranne in casi rarissimi ove sarebbe stato pedante e potrebbe indurre all’errore, le forme ucraine dei nomi di persona, di regione e di luogo, senza per questo (lo ribadisco) voler fare una scelta di campo né sminuire le altre tradizioni, che conosco, rispetto e ammiro, come credo sarà evidente da una lettura non superficiale; per questi motivi, talora nel testo ma più spesso in nota per non appesantire la già non sempre scorrevole lettura, ho messo le forme in altre lingue (spesso più d’una). Ho deciso di trattare, seppur brevemente, la storia delle terre oggi ucraine sin dall’Antichità, un’epoca in cui colà fiorirono altre civiltà, alcune quasi ignote altre ben conosciute in quanto propaggini estreme del mondo classico, prima greco e poi romano: tali civiltà non possono però essere definite “ucraine”, se non appunto in senso territoriale, ad onta delle rivendicazioni dei nazionalisti che in alcuni casi estremi hanno ascritto agli ucraini (visti come gruppo etnico già in sostanza distinto) pure la cultura di Trypillja del III millennio a.C!

§CONSIGLI DI LETTURA: DISERTORI: UNA STORIA MAI RACCONTATA DELLE SECONDA GUERRA MONDIALE

Disertori: Una storia mai raccontata
della seconda guerra mondiale
di Mimmo Franzinelli, 2016,
Mondadori, Milano

È un libro che fa piangere e che fa infuriare. Non lascia uno stato di indifferenza.

In epoche arcaiche il disertore fu riferito a colui che guasta un ampio tratto di terra. Colui che devasta, che vuota l’area di abitatori. Ciò che riduce tutto in un deserto. La spogliazione.

In epoche riferite alla storia moderna il disertore è colui che lascia la bandiera, lo stendardo, l’insegna. Dal latino Desertare intensivo di Deserere abbandonare, composto della partic. DE che suppone il senso contrario a Serere, interesse, legare insieme, annodare, quasi dica, disunire, staccare.

Colui che scioglie la relazione sociale, il patto che rendeva un collettivo all’interno di unità di intenti, all’interno di valori comuni.

In un primo livello di analisi la diserzione, oggi, è riferita in modo irriflesso, quasi automatico, al singolo che, per deficienza morale, fisica e caratteriale rompe il patto e indirettamente indebolisce il gruppo a cui era in quel momento in piena interazione sociale.

È disertore quel colpevole che rende il deserto di un collettivo che combatte un nemico, qualcosa di altro da sé che si presenta in modo oppositivo. O loro o noi. La colpa è in primo luogo quella morale: è la vigliaccheria che induce alla ritrosia di affrontare la contesa. È la debolezza congenita e alimentata che nega il proprio ruolo per celarlo a fronte da quel contesto collettivo. Nel caso ritenuto più pericoloso è il traditore, colui che passa dall’altra parte della linea: il limes di guerra. Colui che non solo diserba le energie e le risorse che alimentano il collettivo, ma che addirittura sottraendole, e quindi anche contribuendo con le personali, indossa il ruolo del nemico. Della nemesi, quella che inverte il mio corso di vita e di significato che attribuisco al mondo: ciò che contraddice le mie azioni tendenti a uno scopo, e le mie convinzioni che rendono un ordine verso il mondo.

In questa visione il disertore è il male, colui che determina la possibilità del fallimento. Il disertore è la causa dell’indebolimento. Dalla sua persona parte il disfacimento, l’errore, la disfatta, cioè l’essicazione delle energie e delle qualità di questo fare: il fare che non riesce a legare il grano raccolto: appunto un disfare. Ciò che fa evaporare la mia irrigazione del buon terreno che offre vita e frutti: il diserbare, il disertare, che si compone nel rendere deserto, senza memoria e con conseguenze non volute la mia opera: l’azione con scopo, che si traduce nel perseguimento di obiettivi.

Certamente ciò è accaduto. Ma il disertore è solo questo? È solo questo vigliacco, traditore, di una morale viscida e sporca che innesta il processo di abbandono e di sconfitta, se parliamo di scontro di guerra diretto?

Non vi è forse da riflettere che anche il piano istituzionale, direttivo e statuale tradisca il collettivo che combatte e difende la comunità di riferimento? Che cambia quindi il significato della stessa bandiera con la quale si riconosce?

Non è possibile invece che il collettivo rimanendo immutato, improvvisamente si ritrova appellato come disertore perché la sua comunità di riferimento è presa da altri rappresentanti, oppure si frammenta in una serie di organismi antagonisti e che, quindi, agli occhi della nuova situazione è oggettivamente già un corpo estraneo?

Non si può concepire l’idea che i condottieri e coloro che forniscono gli obiettivi e gli scopi della composizione e della natura del collettivo che combatte, siano loro stessi a disertare? Ad esempio un Re guerriero che abbandona il proprio esercito, con i propri generali e lo stato maggiore (gli angeli che vegliano sulla morale), rende il collettivo senza la parola, l’acqua, il cibo, lo scopo, la direzione, la sostenibilità?

E ancora che questi nuovi organismi, invece di combattere l’originario orizzonte che sta oltre il Limes, per crescere, come masse tumorali, invece, aggrediscono il loro corpo di origine?

Sì: è possibile ed è accaduto: Il regno italico nella sua veste di dittatura fascista durante la seconda guerra mondiale.

Questo libro parla dei singoli disertori degli eserciti italici, e mostra indirettamente come furono perseguitati dai disertori primari del valor di patria secondo le loro stesse retoriche e come questi disertori originari si avventarono contro la propria popolazione di riferimento, dopo aver dichiarato la guerra a mezzo mondo.

Le vicende commoventi, strazianti, terribili di questi giovani e delle lor famiglie, mostra proprio da documenti dei primi disertori, di come questi ultimi con le loro condanne, fucilazioni, persecuzioni, ottusità, siano stati i primi a rendere un deserto di diritto, di vita, questo territorio italico, e di aver piantato malanimo, odio, vendetta, complesso di colpa, divisioni che durano ancora oggi riconfigurandosi come un’erba cattiva in nuove, sporche e viscide sterpaglie. Questi agricoltori del disonore con a capo un Re, la sua famiglia e corte, e i quadri di quel regime fascista, riprodotto poi in quell’orrore putrido che fu la Repubblica Sociale Italia: la serva sciocca dei nazisti che si concentrò a uccidere gli italiani stessi.

Vi sono state diverse forme di diserzione lungo la linea temporale degli avvenimenti e in concomitanza di eventi ben precisi che scandirono l’andamento apicale e poi di riflusso negli scontri armati.

Vi furono coloro che si rifiutarono di partire per il fronte nella Seconda guerra mondiale, non rientrarono da una licenza, fuggirono dalle lande gelate durante la Campagna di Russia, non vollero accettare la Repubblica sociale dopo l’8 settembre: migliaia di ragazzi – giovanissimi, anche se molti già padri di famiglia, spesso gli unici a portare a casa uno stipendio – finirono davanti ai Tribunali di guerra.

Mimmo Franzinelli rivisita questo complesso periodo storico per delineare la tipologia e le motivazioni dei disertori, analizzando le dinamiche repressive (Codice penale di guerra, Tribunali militari, modalità delle esecuzioni capitali) e ricostruendo le storie di tanti soldati, nei più disparati scenari, le cui drammatiche vicende sono sottratte all’oblio non solo grazie ai diari inediti ma anche al ricordo ancora attuale dei loro parenti.

“ […] Dalla «non belligeranza» (settembre 1939 – giugno 1940), quando due distinti flussi di soldati fuggono in Francia e Iugoslavia, alla prima fase dell’intervento italiano, quando disertori sono soprattutto i contadini e gli artigiani, poco disposti a morire in una guerra in cui non credono, sino all’estate 1943, quando, con lo sbarco in Sicilia, molti considerano persa la guerra, si battono di malavoglia e il fenomeno della diserzione aumenta a dismisura, acuendo la durezza della repressione, con «fucilazioni pedagogiche» dinanzi alle reclute. Con l’armistizio e la divisione dell’Italia in due governi (e sotto contrapposte occupazioni militari), la diserzione diventa il tarlo che rode l’impalcatura della Repubblica sociale e del Regno del Sud: i Tribunali militari lavorano a pieno ritmo e a Salò le fucilazioni si estendono anche a chi aiuta i «traditori», donne incluse. […]”

Questa storia, peraltro, non si conclude nel 1945: per oltre un ventennio la magistratura militare perseguirà gli ex disertori, inquisiti o imprigionati (e persino rinchiusi in manicomio) per essersi rifiutati di continuare a combattere.

 103-104 “[…] Eppure, settori della popolazione diffidano del demiurgo e vedono come un incubo la prospettiva di indossare la divisa e marciare all’unisono. Tre mesi più tardi, un rapporto di polizia sullo stato d’animo dei romani è decisamente allarmistico: «La paura dello scoppio della guerra è ormai estesa e generale». In quei giorni, il capo della polizia, Arturo Bocchini, confida al ministro Ciano che «in caso di sommossa a carattere neutralista, carabinieri e agenti di polizia farebbero causa comune col popolo». In questo clima c’è chi, silenziosamente e dopo angosciate riflessioni, prepara l’espatrio clandestino, sentendosi straniero in patria. Nel momento in cui il Paese viene mobilitato per la prevedibile guerra, la diserzione costituisce il più clamoroso segnale di dissenso da parte dei giovani chiamati alle armi. Mussolini sa bene come la storia italiana sia segnata da diserzioni di massa: lo ricorda l’11 aprile 1940 a Ciano, indicando la guerra quale banco di prova del valore delle nazioni: «Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento, magari anche a calci in culo. Così farò io! Non dimentico che nel 1918 in Italia c’erano 540.000 disertori». In precedenza si era lamentato con il ministro degli Esteri a proposito dei legionari inviati in Spagna: «I casi di indisciplina sono più frequenti e cominciano, per la prima volta, le diserzioni». Il Tribunale militare del Corpo truppe volontarie italiane celebrò nel 1937-38 ben 260 processi per diserzione, 190 per disobbedienza e insubordinazione. Fughe dai reparti sono sempre in agguato, rileva il dittatore a metà settembre 1939, commentando con Claretta Petacci le difficoltà belliche anglo-francesi: «Sono già convinti di perdere… e intanto immagina che spirito alto… In Francia, poi, è un pianto. Pensa che non sanno più come arginare i disertori: decine di migliaia di disertori fuggono, non vogliono fare la guerra, capisci?».6 Mussolini, aggiornato sulla situazione interna inglese, ironizza sulle leggi «democratiche» che non infliggono la pena di morte ai disertori e consentono l’obiezione di coscienza […]”

I Tribunali militari di guerra puniscono la diserzione con la morte, per dissuadere i potenziali disertori, mettendoli davanti alle conseguenze della fuga dall’esercito. Dall’entrata in guerra sino all’armistizio, vengono condannati a morte circa 130 militari e circa 550 civili (41 in contumacia), in grande maggioranza nei Balcani.

Dati assai parziali, in quanto le statistiche non includono – se non saltuariamente – i procedimenti sommari da parte dei tribunali straordinari e ignorano le fucilazioni di partigiani catturati in combattimento e uccisi a freddo. I criteri di giudizio seguiti dai magistrati sono influenzati dalle contingenze belliche: blandi nel primo anno di combattimenti, s’inaspriscono nel 1942 e toccano nel 1943 picchi rivelatori del malessere aleggiante tra i soldati e dell’insicurezza dei comandanti.

Contro le sentenze, non è ammessa impugnazione; se pronunciate in territorio nazionale sono eseguite dopo ventiquattro ore; all’estero divengono immediatamente esecutive. I Tribunali di guerra più propensi a infliggere la pena capitale operano in Africa settentrionale e nei territori dell’ex Iugoslavia. Il pugno di ferro riguarda anzitutto i nativi accusati di «ribellione» e – dopo di loro – i disertori. Laddove si avvertono segnali di indisciplina e disgregazione, si usa il pugno di ferro. Il periodo di maggiore spietatezza coincide con l’addensarsi dell’odio popolare su Mussolini, dal dicembre 1942 al luglio 1943, quando la polizia politica non riesce più a contenere le proteste contro il dittatore: vi sono centinaia di arresti per il reato di «offese al Capo del Governo»; il duce è infatti definito affamatore del popolo (sono censiti 138 casi), responsabile della guerra (113), traditore della Patria (103), carnefice e brigante sanguinario (69), vigliacco e vile (63), colpevole di lutti e sofferenze (59).

Vi fu l’impunità di Stato dopo la fine della guerra, anche per l’amnistia che fu concessa a chi commise crimini di guerra, come i generali e alti ufficiali comminarono fucilazioni senza la parvenza di rispettare il proprio “aberrante” ordinamento giuridico militare. Il caso del generale Chatrian fu emblematico, perché si attivò per uccidere quanti più possibile, proprio nei giorni intorno all’8 settembre 1943, anche per soldati che compirono ritardi di uno o due giorni.

Questi personaggi aderirono alla Repubblica Italiana partecipando come parlamentari e in qualità di alti funzionari delle istituzioni. E questo generale come molti altri poi, furono i primi ad arrendersi al nemico. Loro che scrivevano ad ogni riga appesantendo anche la condanna con l’invettiva, per la quale: non si scappa di fronte al nemico, o si vince o si muore!

Loro che fecero uccidere giovani contadini che ritardarono di alcuni giorni il rientro dalla convalescenza perché feriti, o dalla licenza, per coltivare la terra della famiglia, perché la madre vedova con i figli piccoli non aveva di che sostentarsi, e a quei tempi senza il raccolto si crepava di fame e di malattie.

Lui, il grande Duce, che fu un disertore della prima guerra mondiale. Lui che fu il primo a cambiare idea su tutto: da anarchico, poi socialista. Poi repubblicano, poi pacifista, poi interventista, poi anticomunista, reazionario, baciapile, e alla fine scrivano dei nazisti.

E come dimenticare l’altro Lui in piccolo, il nostro disonore permanente: il maresciallo Graziani. Lui che fece stragi in Africa, terribili, che noi italiani continuiamo a dimenticare da decenni. Lui che fece scuola ai nazisti per l’efferatezza, divenendo poi subito lamentoso e spaventato quando le cose si posero al peggio e naturalmente si consegnò, in qualità di capo delle forze armate della Repubblica Sociale Italiana, agli alleati, mica ai sovietici: chissà perché.

Non solo loro però, giovani italiani allo sbando, senza scarpe, munizioni, da mangiare, senza vestiti, arruolati a forza e poi fucilati e seviziati anche dalle camicie nere, magari gli ex vicini di casa. Ci deve far riflettere. Troppo comodo prendersela con quella fogna morale che furono le alte sfere, purtroppo per noi, e non lo vogliamo vedere che anche a livello popolare commettemmo atrocità.

La figura degli italiani “brava gente” di buon cuore, è successiva alla fine della guerra, e fu anche agevolata dagli Usa che per motivi strategici chiusero un occhio su di noi. 

3538 – 3595 “[…] La nemesi della diserzione Soldato di leva della classe 1883 del Distretto di Forlì, il 27 marzo 1904 Benito Mussolini non si presenta al servizio militare e il successivo 30 aprile viene «dichiarato disertore per non aver risposto alla chiamata alle armi della sua classe». Denunciato al Tribunale militare di Bologna, il 2 agosto è condannato a un anno per diserzione semplice. La Svizzera rifiuta di estradarlo e gli concede asilo. In quel periodo il ventunenne rivoluzionario romagnolo raccomanda un mezzo infallibile per abbattere l’infame coartazione militarista: disertare! Egli, tuttavia, è un disertore dimezzato: a fine novembre cede alle insistenze materne e rimpatria, regolarizzando la sua posizione. Assegnato al 10° reggimento bersaglieri, in una caserma di punizione di Verona, beneficia dell’amnistia per la nascita del principe Umberto. Smobilitato nel settembre 1906, non ha mutato le proprie idee. Nell’ottobre 1911, con il repubblicano Pietro Nenni, capeggia violente manifestazioni contro la guerra di Libia, per bloccare le tradotte dei soldati: i due agitatori sono arrestati e condannati. Mussolini, liberato nell’aprile 1912 e divenuto direttore dell’«Avanti!», sino all’estate 1914 inneggia alla diserzione, «mezzo infallibile per annientare l’infame militarismo», arma micidiale contro la guerra voluta dalla borghesia internazionale. Di lì a poco salta la barricata e diviene interventista. Per i corsi e i ricorsi della storia, trent’anni più tardi combatterà i disertori, sabotatori della «sua» guerra. […]”

I bandi di arruolamento del maresciallo Rodolfo Graziani (ministro delle Forze armate) spingono i giovani sulle montagne, per istintiva autodifesa più che per valutazioni politiche, possedute da ben pochi. Ragazzi disorientati e confusi affluiscono ai distretti militari, per poi eclissarsi appena possibile. La renitenza, dilagante tra fine 1943 e inizio 1944, nell’incalzare degli eventi diviene resistenza. Nell’estate 1944 il rimpatrio delle quattro divisioni addestrate in Germania prelude alla diserzione di migliaia di militari, che se ne vanno alla spicciolata o incolonnati in lunghe file. Le bande dei patrioti ne traggono notevole beneficio, anche per l’armamento.

Dal 10 giugno 1940 al luglio 1943 il ministero della Guerra annota meticolosamente i reati militari e la loro repressione. Le vicende dell’armistizio disperderanno quel materiale statistico, di cui rimangono schemi settimanali lacunosi e il solo registro annuale del 1941, dal quale risultano per l’esercito circa 11.000 condannati, 3746 assolti e 45.000 processi ancora in corso, in aggiunta ai 3000 condannati dei rimanenti comparti militari.

 Il 46,52 per cento dei reati riguarda la diserzione, che esplode nel corso del 1942 e dilaga nel 1943. Il dossier commissionato da Mussolini sui «processi definiti dall’11 giugno 1940 al 9 maggio 1943» con condanne superiori ai dieci anni, annovera per l’esercito 71.307 condanne e 95.082 assoluzioni. Si devono poi considerare le decine di migliaia di condanne sotto i dieci anni e le 11.000 assoluzioni. Dati comunque inferiori alla realtà, utili soprattutto a livello orientativo. Da notare che in quei 2 anni e 11 mesi le diserzioni crescono e gli altri reati diminuiscono.

 I numeri, pur impressionanti, sono inferiori a quelli della Grande guerra, quando i tribunali militari aprirono oltre un milione di processi, infliggendo 40.028 condanne a morte, 746 delle quali eseguite, in aggiunta a 141 esecuzioni sommarie. Nel 98 per cento dei casi, le pene capitali riguardavano la diserzione.

Il fenomeno dei disertori ricomparve in Europa nell’autunno 1991 – sotto forma di obiezione di coscienza, renitenza e «assenze arbitrarie» dai reparti armati –, quando il governo della Serbia mobilitò i suoi cittadini nella prospettiva della guerra civile, etnica e religiosa che avrebbe presto dilaniato le regioni della ex Iugoslavia. Oggi le diserzioni si sviluppano sottotraccia in Siria, Ucraina, Libia, laddove i vari contendenti impongono arruolamenti coatti nelle zone da essi controllate. E la strage continua.

§CONSIGLI DI LETTURA: LA BRIGATA DEI BASTARDI.

La Brigata dei bastardi. La vera storia degli
scienziati e delle spie che sabotarono
la bomba atomica nazista, di Sam Kean,
Traduzione di Luigi Civalleri,
La collana dei casi, 2022, Adelphi, Milan
o

Prima ancora della trasmissione nei cinema del film “Oppenheimer” del 2023, questa ricostruzione storica in forma di romanzo, è sorprendente nel rivelare il gran numero di persone coinvolte, alcune impensabili, e altre dimenticate. Vi è un’ottima documentazione che parte dagli archivi dei servizi segreti delle nazioni che furono coinvolte nella seconda guerra mondiale.

Tutto ciò che è accaduto è reale. Personaggi, biografia, avvenimenti, avventure, esperimenti, vita privata. Persone famose come i ragazzi di Via Panisperna, la famiglia Curie, sportivi famosissimi un secolo fa, tutti, agirono per non permettere ai tedeschi di sviluppare la bomba atomica. Chi agì come una spia, chi intraprese attività di guerriglia durante il conflitto, chi, da lontano, accelerò nelle ricerche per nuove scoperte scientifiche.

Il libro ha una struttura di un romanzo con una grande quantità di protagonisti, l’uno ignaro dell’altro, ma tutti agenti in modo corale lungo gli anni. E sebbene la struttura narrativa dia l’impressione che sia immaginifica, in realtà le vicende narrate, sono tutte ben documentate, anche dagli stessi attori, mentre erano ancora in vita.

È un libro che trasforma resoconti di ciò che accadde in un insieme di storie parallele avvincenti che non inventano alcunché, perché la Brigata dei Bastardi fu un accrocco simile a una sporca dozzina composto da campioni sportivi, premi Nobel per la fisica, agenti segreti improvvisati, esuli militari e politici dalla unione Sovietica, e dalla Germania nazista, nonché dall’Italia fascista.

Alcuni mesi prima dell’inizio della seconda guerra mondiale in Europa e negli Stati Uniti cominciò a esser sempre più viva la preoccupazione che la Germania Nazista stesse compiendo velocemente la capacità di ottenere energia atomica atta per un a riconversione di tipo militare.

Tra alti e bassi di costituirono nuove organizzazioni di spionaggio coinvolgendo personaggi famosi alcuni, oscuri altri, diversissimi tra loro, ma consapevoli del pericolo.

Le vicende coinvolsero anche chimici e fisici che decenni prima scoprirono alcune leggi relative al comportamento fissile di alcuni elementi chimici e le correlative ricadute in ambito fisico. Mancava una concreta possibilità di applicazione ingegneristica. Adolf Hitler diede una sveglia a tutti.

Le letture in cartaceo o in formato digitale dovrebbero essere accompagnate da ricerche su web in contemporanea alla presentazione dei personaggi, e al richiamo di nozioni di fisica e di chimica. È un ottimo indicatore per approfondire conoscenze reperite distrattamente e in modo forse episodico negli anni, ma anche per recuperare il nostro passato. Sì, in questo libro ritroviamo noi stessi, perché tutti costoro sono stati la nostra storia. Hanno determinato indirettamente paradigmi di opinioni con le quali ancora oggi, tentiamo di valutare ciò che intorno ci accade.

Da segnalare le chiarissime spiegazioni relative ai processi fisici che portarono alla fissione nucleare.

Commoventi sono state le biografie di resistenza dei Marie Curie e di sua figlia, anch’essa valente scienziata Irène Curie con il suo marito, altro premio Nobel, Frédéric Joliot, il quale divenne poi un capo segreto dei partigiani francesi.

Le vicende dei nostri ragazzi di Panisperna, da Enrico Fermi a Edoardo Amaldi, e di come cercarono ognuno a suo modo di mantenere l’umanità e di resistere contro la barbarie.

Irresistibili le vicende di Moe Berg, la spia più improbabile, ma incredibilmente letale contro la Germania, il campione di Baseball, poliglotta, gran affabulatore, mestatore, irrecuperabile spendaccione, fuori da ogni regola. E non si può non sospettare che sia stato l’ispirazione per migliaia di film di spionaggio del dopoguerra.

Senza contare il Generale Leslie Groves e i suoi collaboratori: dei veri e propri “bastardi”. E vi sono anche le vicende di coloro che affrontano pericoli consapevoli di poter morire da un momento all’altro, come Joe Kennedy Jr, fratello maggiore di John e Robert Kennedy.

E naturalmente ai dubbi, e ai nuovi problemi morali conseguenti, perché conoscenze così imponenti nei loro possibili ambiti di applicazione, comportano nuovi paradigmi interpretativi su ciò che è la responsabilità relativa all’uso della conoscenza. Ad esempio, tra i tanti, il chimico Otto Hahn e il fisico Robert Oppenheimer che portarono un dolore infinito per tutta la loro vita, a causa dei complessi di colpa. E si rimane, forse per l’opinione pubblica di bassa lega, dalla quantità di scienziate che contribuirono alla ricerca e alla resistenza contro tutto e tutti, ad esempio Lise Meitner.

E però, si provano grandi turbamenti sull’animo umano che ha una doppia faccia. Un cuore pieno e generoso che però nello stesso tempo, ha lati oscuri e riprovevoli, come il premio Nobel per la fisica Werner Karl Heisenberg che rimase a lavorare per i nazisti fino alla fine. Che ebbe la convinzione di salvare la scienza e la ricerca comunque anche in Germania, nonostante e contro Hitler. Colui che assieme ad altri suoi collaboratori, si diede da fare per salvare di nascosto tantissimi ebrei, organizzando una struttura operativa per farli fuggire dalla Germania. Colui che durante i bombardamenti degli alleati, si comportò eroicamente per salvare individui sconosciuti dagli incendi e dai crolli dei palazzi, rischiando in prima persona, mentre un momento prima parlava di come inventare nuove soluzioni per costruire una bomba atomica a servizio della Germania. Colui che non aiutò a salvare i genitori di un suo amico che lo favorì tantissime volte, fisico come lui, ovvero Samuel Abraham Goudsmit.

Vi è un campionario di varia umanità ricchissimo, inesauribile di spunti. Irritante e ammirevole nello stesso tempo. Leggendo il libro è impossibile non immedesimarsi con questi personaggi, perché sono il nostro specchio. Sono proprio come noi.