
Il romanzo mescola la nozione di romanzo storico, di satira, con elementi fantastici e una finta patina linguistica settecentesca (con tanto di sostantivi maiuscoli all’inglese). La trama è strutturata secondo gli stili di un racconto corale e picaresco, e si sviluppa attorno alle figure realmente esistite dell’astronomo Charles Mason e del topografo/agrimensore Jeremiah Dixon.
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Nel mese dicembre del 1786 a Filadelfia un gruppo di bambini si raccoglie ad ascoltare le storie dello zio, il Reverendo Wicks Cherrycoke, un ecclesiastico giunto in città per il funerale del suo vecchio amico Charles Mason, appena deceduto. Attraverso i suoi ricordi e i suoi racconti (spesso romanzati o arricchiti da dettagli fantastici), prende vita l’intera epopea della vita e dei viaggi di Mason e Dixon.
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La narrazione ripercorre le origini e le prime collaborazioni dei due scienziati britannici, le cui personalità sono diametralmente opposte ma complementari, perché Charles Mason ha un carattere malinconico, tormentato, rigidamente razionale ma segnato dal lutto per la morte della moglie Rebekah e incline a rimpiangere la patria. Jeremiah Dixon invece è pratico, ottimista, affascinato dal geomagnetismo, amante del buon bere, tollerante e di vedute larghe (è un quacchero “irregolare”).
Entrambi sono al servizio della Royal Society. La loro prima grande missione li porta a viaggiare verso Sud: si imbarcano per Città del Capo (nella Colonia olandese del Capo) con l’obiettivo scientifico di osservare il celebre Transito di Venere del 1761 sul Sole (un evento fondamentale per calcolare le dimensioni del sistema solare).
Durante questo viaggio e le successive tappe (inclusa l’isola di Sant’Elena), la scienza si mescola a digressioni surreali, incontri bizzarri, cibi esotici e a un universo in cui la magia, le leggende e la tecnologia bizzarra coesistono.
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Il cuore pulsante del romanzo si sposta nel Nord America britannico, alla vigilia delle tensioni che porteranno alla Rivoluzione Americana. Mason e Dixon vengono ingaggiati per risolvere una storica e annosa disputa di confine tra le famiglie proprietarie delle colonie della Pennsylvania (i Penn) e del Maryland (i Baltimore).
I due scienziati iniziano così la titanica e faticosa impresa di tracciare la famosa “Linea Mason-Dixon”: una linea retta geometrica e inflessibile che taglia foreste, colline e territori nativi.
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Pynchon descrive l’avanzata della spedizione come un’intrusione della modernità e del capitalismo calcolatore in un continente vergine. Per le popolazioni native americane, la linea è un vero e proprio massacro di alberi e una ferita inflitta alla terra. Sebbene all’epoca servisse solo a dividere due proprietà terriere, la linea acquisisce il suo profondo valore profetico e simbolico: diventerà nell’immaginario americano il confine morale e geografico tra gli Stati schiavisti e gli Stati liberi, un solco geometrico che anticipa le future fratture sanguinose della nazione.
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La spedizione è costellata di ostacoli grotteschi e drammatici: diserzioni di boscaioli, minacce di attacchi indiani (spesso manipolati o sobillati da forze occulte e gesuite), visioni spettrali, incontri con figure leggendarie e mercanti avidi. Quando i lavori si spingono troppo a ovest, verso i territori contesi e l’Ohio, gli indiani d’America bloccano categoricamente il passaggio, costringendo i cartografi a interrompere il tracciato e a tornare indietro, piantando pali di pietra a marcare la fine della loro fatica.
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Tornati in Inghilterra, le strade dei due scienziati riprendono direzioni diverse, ma restano legate da un affetto profondo e malinconico. A Mason viene offerto di guidare una spedizione scientifica a Capo Nord, in Norvegia, ma rifiuta, consumato dalla malattia e dal rimpianto. Dixon viaggia ancora e racconta all’amico storie e leggende tramandate.
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Pynchon abbandona la densità paranoica e tecnologica dei suoi romanzi ambientati nel Novecento (come L’arcobaleno della gravità) per costruire un’opera che è al contempo un pastiche storico-linguistico, un romanzo picaresco, una fiaba filosofica e una riflessione profonda sui miti fondativi dell’America. L’autore riprende l’uso tipico di scrittori come Henry Fielding o Jonathan Swift di scrivere la maiuscola ai sostantivi comuni, oltre a utilizzare una punteggiatura arcaica, termini desueti, ritmi cadenzati e un lessico scientifico-filosofico d’epoca. L’oralità e la narrazione a incastro: la lingua non è solo un esercizio filologico freddo, ma ha un’anima profondamente acustica e orale. Filtrata dalla voce del Reverendo Cherrycoke che intrattiene la famiglia in una notte di neve, la narrazione imita il piacere antico del “contare storie” intorno al focolare, fondendo l’alta letteratura, la ballata popolare, il sermone religioso e la barzelletta triviale.
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La critica ha spesso letto Mason & Dixon come un’indagine sul Secolo dei Lumi (l’Età della Ragione). I due protagonisti sono uomini di scienza devoti alla geometria, agli strumenti di precisione e alle stelle. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è popolato da elementi fantastici, grotteschi e magici (cani che parlano, zombi, la celebre anatra meccanica innamorata, visioni spettrali). Pynchon rifiuta il realismo letterario ottocentesco (definito da alcuni critici come una sorta di “finzione di Stato” che sostiene lo status quo) per spalancare le porte all’irrealismo. La scienza e la magia non si escludono a vicenda; al contrario, la fredda razionalità del tracciato geometrico finisce paradossalmente per generare mostri, divisioni crudeli e oppressione.
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Al centro della poetica del romanzo vi è il tropo della Linea. Tracciare la Linea Mason-Dixon non è un atto neutro. Per Pynchon, la linea retta geometrica imposta sul territorio serve a dividere la terra, a recintarla, a strapparla alla sua fluidità originaria e a sottometterla al controllo burocratico. La linea retta, infatti, diventa una ferita ecologica e morale. Sebbene all’epoca servisse a risolvere una lite tra proprietari terrieri coloniali, essa prefigura la spietata espansione verso ovest, lo sradicamento dei nativi americani e, soprattutto, la futura frattura insanguinata della Guerra Civile tra Nord e Sud.
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Come nei romanzi precedenti non vi è una trama forte e lineare, perché la narrazione procede per accumuli, digressioni, storie dentro le storie e rimandi intertestuali (fortissimi, ad esempio, con l’Amleto di Shakespeare, dove Mason viene spesso letto come una figura ambigua e tormentata alla stregua di un Amleto illuminista).
La poetica di questo romanzo ci restituisce un Pynchon compassionevole: la storia americana non viene demolita unicamente con la satira dei suoi esordi, ma viene abbracciata con uno sguardo intriso di pietas, in cui la bellezza effimera dell’amicizia tra due uomini agli antipodi (Mason e Dixon, il malinconico e l’ottimista) rimane l’unico argine possibile contro il caos e la violenza della modernità.
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E qui sorge un dubbio, perché il lettore si potrebbe chiedere se Pynchon ritenga la modernità e l’occidente come il male rispetto a un passato migliore.
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Ridurre la visione di Thomas Pynchon a una semplice nostalgia reazionaria — l’idea tipica nella quale “il passato fosse buono e la modernità occidentale sia il male assoluto” — sarebbe una semplificazione fuorviante, perché nel romanzo non vi è una visione così binaria o consolatoria. Piuttosto, il suo sguardo sulla modernità e sull’Occidente è profondamente ambivalente, tragico e critico.
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Vi è un rifiuto del “mito dell’età dell’oro” perché Pynchon non idealizza mai un passato bucolico o incontaminato come un paradiso perduto. Nel romanzo, l’America pre-coloniale o il passato europeo non sono presentati come Eden pacifici: sono già attraversati da conflitti, violenze, superstizioni oppressive e rapporti di forza brutali. L’errore sarebbe pensare che prima della Linea Mason-Dixon ci fosse la perfezione; vi era piuttosto un territorio fluido, un caos aperto che la modernità ha cercato di imbrigliare e recintare con la violenza della geometria.
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Ciò su cui Pynchon si concentra non è tanto riguardo alle nozioni di progresso e di modernità, quanto la loro declinazione in una tecnocrazia burocratica volta principalmente al dominio brutale, con la postilla che il calcolo, la brama di profitto e la sottomissione non siano invenzioni nate nel Settecento con l’Illuminismo o con la modernità capitalista. Al contrario, nei suoi romanzi (da V. a L’arcobaleno della gravità, fino a Mason & Dixon), la violenza, la coercizione e la spinta al dominio sono costanti antropologiche e storiche.
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Si avverte la secolarizzazione della colpa, perché i precetti religiosi del passato si sono trasformati in dogmi economici e scientifici. Il peccato originale e la predestinazione calvinista (molto presenti nell’immaginario americano e britannico del Settecento) trovano una nuova forma nella legge ineluttabile del mercato, della proprietà privata e del progresso tecnologico.
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È una lettura impegnativa per un romanzo corposo, ma vi è un dono che il lettore riceve già dalle prime pagine una accoglienza immersiva, perché in queste impostazioni ad accumulo della narrazione, con le digressioni, le miscele di stili dalla narrazione, alla favola, al racconto, alle gesta, alla cronaca, il lettore è immerso fisicamente nel romanzo. Vi sono particolari della cucina, delle ricette, del modo di mangiare, la descrizione delle sensazioni di sedersi su un tavolo, un giaciglio un letto che sembrano vive. In ogni pagina non vi è mai un solo protagonista.
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Come nei romanzi precedenti vi è una sovrabbondanza di persone, di aneddoti, di digressioni orizzontali sulla scena, con nuovi territori, villaggi per un vortice di nuovi incontri. TUTTA L’OPERA DI PYNCHON sembra una grande orchestra jazz dove il pubblico ne sia parte integrata.
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Nei dialoghi vi è il contrappunto e l’improvvisazione. Proprio come in un brano jazz, Pynchon imposta un tema principale (la spedizione scientifica, la ricerca di un oggetto misterioso, una cospirazione), ma poi lascia che la narrazione si apra alle digressioni, alle storie secondarie dei personaggi minori, agli aneddoti apparentemente marginali. Ogni personaggio minore suona il proprio “strumento” con una voce unica, spesso eccentrica, creando un contrappunto vertiginoso. Il lettore non segue una melodia lineare e pulita, ma si trova immerso in un jam collettivo dove i confini tra la voce narrante principale e le storie corali si dissolvono.
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E quindi non si può far altro che procedere a suonare in questo processo di lettura immersivo.








