
Il ritmo è ipnotico e la sintassi instilla sintomi di claustrofobia. Le frasi sono spesso brevi, e scandite da un rigore geometrico che mima l’immobilismo criogenico (e non è un caso, perché nel romanzo si richiamano tecniche assimilabili all’ibernazione) dello zero assoluto. La voce narrante di Jeffrey Lockhart funge da filtro lucido ma straniato. La sua voce adotta un registro sospeso tra un distacco cinico e allo smarrimento di fronte al lutto e al tempo che collassa.
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Il lavoro di traduzione (Federica Aceto) restituisce con precisione chirurgica la secchezza tagliente dell’originale inglese, mantenendo intatta quella musicalità metallica e spettrale che caratterizza i dialoghi e le riflessioni interne ambientate nel complesso di Convergence.
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Il romanzo è strutturato in tre aree tematiche in cui lo spazio narrativo riflette la dislocazione temporale dei personaggi. La prima e la terza parte si muovono in un esterno caotico, urbano, segnato dalle immagini mediatiche di catastrofi e guerre (che richiamano la cifra storica di opere dello stesso autore come Underworld – https://www.linomilita.com/genitori/consigli-di-lettura-underworld-di-don-delillo-autore-delfina-vezzoli-traduttrice/ ).
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La parte centrale, ambientata nel compound sotterraneo di Convergence (nella steppa asiatica, un non-luogo ipertecnologico e labirintico), rappresenta il cuore metafisico del libro: un’architettura fatta di sale asettiche, schermi, corridoi ciclopici e monitor che trasmettono dirette di sofferenza globale. Il tempo non scorre linearmente; si contrae, implode e si dilata nei momenti in cui la morte viene medicalmente anticipata o sospesa.
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La frase d’apertura (“Tutti vogliono possedere la fine del mondo”) richiama il delirio prometeico di Ross Lockhart, il miliardario padre di Jeffrey, che finanzia Convergence non per una semplice paura della morte biologica, ma per il bisogno di gestirla, di sottrarla al caos della contingenza naturale per trasformarla in un evento programmabile.
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La “crionica” in Zero K non è scienza applicata, ma è una forma di fideismo tecnologico. I crioconservati nei cilindri sono i santi di una nuova religione corporativa che promette la resurrezione tramite la tecnica e i nanobot.
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I dilemmi scaturiscono riguardo la propria insufficienza emotiva e conoscitiva di fronte al limite invalicabile della morte, perché Ross vuole salvare la seconda moglie Artis dalla malattia degenerativa, rifiutando l’idea della perdita.
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Collocare Zero K nel perimetro della hard science fiction richiede una precisazione critica fondamentale: DeLillo non fa fantascienza hard nel senso di Arthur C. Clarke o di Greg Egan. Non vi è un interesse primario per la plausibilità ingegneristica rigorosa dei macchinari criogenici o per i dettagli biochimici della vitrificazione cellulare.
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Tuttavia, il romanzo dialoga profondamente con i presupposti della hard SF sotto specifici aspetti: l’ambientazione tecnologica (la criopreservazione avanzata, la sospensione corporea, i protocolli di ibernazione profonda) non è un elemento decorativo o fantasy, ma rappresenta il prolungamento delle ricerche scientifiche contemporanee sul prolungamento della vita. Il titolo stesso evoca il limite fisico della termodinamica, la temperatura in cui l’agitazione termica molecolare si arresta completamente e l’entropia cessa di muoversi. L’uso di questo concetto scientifico diventa una metafora esistenziale: lo zero Kelvin è l’immobilità assoluta, l’assenza di tempo, la negazione biologica della vita per come la conosciamo.
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Si ha invece un approccio filosofico e speculativo analogo ai romanzi di Stanisław Lem o di J.G. Ballard. La tecnologia è lo specchio in cui l’essere umano si interroga sulla propria identità ontologica. La scienza non serve a viaggiare tra le stelle o a combattere guerre galattiche, ma a misurare l’impotenza della coscienza umana di fronte al proprio annientamento.
Sembra che Don DeLillo adotti le premesse della fantascienza scientifica per comporre un requiem laico, un’opera in cui il freddo glaciale della fisica teorica si fonde con il calore dolente e irrisolto degli affetti familiari.
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A mio parere nel testo pare che la morte non sia intesa in modo trascendente, ma come se fosse un “passaggio di stato” fisico. L’essere umano è simile a un gas che si raffredda e diventa liquido dentro un recipiente chiuso, e sempre lì rimane; non svanisce. Il mio azzardo su questa ipotesi scaturisce dall’analogia inversa rispetto alla verticalità ascensionale e divina della piramide faraonica, contro il centro Convergence ubicato nella piatta, monotona e sotterranea zona del Kazakistan. Non si cerca il cielo degli dei, ma si scava nella crosta terrestre, nel deserto della steppa che non muta, per ancorare l’eternità alla geologia del pianeta. La morte diventa un archivio immanente, un monumento laico che “parla con i viventi”, riducendo il trapasso a gestione dello spazio e della materia.
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Don DeLillo sembra che voglia invitare il lettore a entrare nelle sensazioni dei protagonisti. Mentre mangiano, gli avventori pare che ingurgitino materiale plastico insapore, incolore, senza odore, in modo meccanico, simile ad un atto rituale.
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Nelle opere precedenti dell’autore non esiste una delimitazione netta nel personaggio giusto e nell’antagonista avverso, perché entrambi sono collocati in un processo storico denso di contraddizioni, speranze e visioni limitate. “Zero K” è stato scritto intorno agli 80 anni e i dubbi e le prese di posizione sono ancora più sfumate. I protagonisti vorrebbero che la morte fosse una fase all’interno del mondo, ma nei risultati poi vi è un piano che richiama lo gnosticismo.
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Vi sono richiami indiretti alle dottrine di Platone e di Agostino nelle quali l’al di qua esiste ma che non è il tutto, perché è uno stadio che si rivolge al trascendente, ovvero al di là. Oggi diremmo nella filosofia moderna e contemporanea che si ha un orizzonte trascendente e regolativo, almeno dal punto di vista di un agire pratico.
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Tale oscillazione deriva da un cortocircuito per il quale il progetto di Convergence cerca l’annullamento dell’esperienza empirica per preservare un “dato”. Se riduciamo l’uomo ad uno schema informatico o a un tessuto vetrificato, distruggiamo proprio quel soggetto trascendentale che cerca di venire a patti con il morire.
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Ross e gli architetti di Convergence invocano una grandezza filosofica (la gestione sapiente della fine, l’eco dei faraoni, il passaggio di stato), ma la narrazione li inchioda costantemente alla loro patetica, fredda e disperata solitudine. L’oscillazione vi è, ma non è simmetrica: è il pendolo tra il desiderio di fornire un senso al morire e tra la fredda evidenza che la tecnologia offre solo un simulacro muto, esattamente come quel cibo mangiato senza gioia nei corridoi sotterranei.
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L’ambiguità trascritta invoca l‘impossibilità di rappresentare il limite assoluto: Né la tecnologia d’avanguardia né la filosofia possono colmare il vuoto della morte. Quando Jeffrey, nella parte finale, si confronta con il paesaggio esterno e con il ritorno alla vita caotica di New York, avverte che la frattura non risiede asetticamente nei cilindri di Convergence, ma nella coscienza di chi resta. Lo spiraglio di DeLillo non è una porta aperta su una vita ultraterrena o su un paradiso digitale, ma l’accettazione che l’essere umano è costitutivamente incapace di esaurire il mistero del non conosciuto.
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Se si fosse emessa una sentenza del tipo “hanno ragione loro” o “sono solo dei pazzi ridicoli”, il romanzo si sarebbe trasformato in un saggio di sociologia o in una distopia didascalica. Mantenendo invece l’ambiguità, il lettore sperimenta lo smarrimento dei personaggi. La tecnologia fallisce, i corpi si irrigidiscono, le illusioni di controllo si scontrano con la vastità del mondo reale, eppure il desiderio di trascendere il limite rimane lì, ostinato e irrisolto.
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Il figlio di Ross, Jeffrey, che ogni tanto nel libro sembra sia sotto sequestro dentro Convergence o che sia prossimo a seguire il padre, attraverso il ricordo della madre biologica abbandonata dal padre e la morte della medesima, riporta il passato che il padre non ha vissuto come qualcosa di accaduto, e non più raggiungibile o incasellabile nel presente. Jeffrey fa rivedere nel presente la madre morta ma rievocata dalla sua memoria, nel suo tempo di infanzia in cui il padre non vi era.
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Ed ecco qui il secondo aspetto in cui Jeffrey contraddice il padre e quindi il progetto Convergence: riaccompagna per la seconda volta il padre a rivedere la seconda moglie, la sua matrigna, già ibernata, quindi Ross vive in un tempo in cui ha più immagini di lei, quindi ha un sovrappiù di coscienza, e di conseguenza certifica che il tempo passa comunque.
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Jeffrey porta una divergenza insanabile rispetto alle illusioni del padre. Non è un caso che alla fine quando il padre si prepara ad essere ibernato, e quindi rasato, Jeffrey lo vede più magro, smunto, cadente, con poca memoria e con abilità regresse. Il figlio testimonia il qui e ora e lo riporta nel mondo come un fatto accaduto, e non più presente.
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Jeffrey non incarna l’eroe che sconfigge il sistema con la forza o con la lucidità di un intellettuale superiore; al contrario, la sua forza risiede nella sua debole precarietà esistenziale. Il fallimento di Jeffrey nel trovare un lavoro stabile, il logoramento delle relazioni, il peso incomprensibile e doloroso del ragazzo ucraino adottato dall’ex compagna ucciso nel 2016 in Crimea resistendo contro i russi, i dettagli biografici marginali, mostrano che la vita è turbolenta, opaca, irriducibile a qualsiasi griglia algoritmica o criogenica.
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Proprio perché la coscienza umana ci sfugge, non si lascia definire e non può essere ibernata o ridotta a un set di dati ordinati. I custodi di Convergence vorrebbero che Jeffrey uscisse nel mondo esterno non solo come testimone, ma quasi come un “apostolo” involontario di quel credo di una permanenza asettica nel mondo attraverso il morire, ma egli fallisce persino in questo compito di rappresentanza: la sua mente è ingombra di fantasmi, di malinconia, di legami spezzati e di guerre lontane che irrompono nel quotidiano.
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Don DeLillo ci lascia una riflessione magistrale intorno alle domande fondamentali che attraversano l’eternità e lo spazio di un vivere caduco e limitato.








