CONSIGLI DI LETTURA: Mason & Dixon di Thomas Pynchon (Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore)

Mason & Dixon di Thomas Pynchon Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2024 (Ed. Originale: Mason & Dixon, Little, Henry Holt & co. (New York – Usa), 1997)

Il romanzo mescola la nozione di romanzo storico, di satira, con elementi fantastici e una finta patina linguistica settecentesca (con tanto di sostantivi maiuscoli all’inglese). La trama è strutturata secondo gli stili di un racconto corale e picaresco, e si sviluppa attorno alle figure realmente esistite dell’astronomo Charles Mason e del topografo/agrimensore Jeremiah Dixon.

Nel mese dicembre del 1786 a Filadelfia un gruppo di bambini si raccoglie ad ascoltare le storie dello zio, il Reverendo Wicks Cherrycoke, un ecclesiastico giunto in città per il funerale del suo vecchio amico Charles Mason, appena deceduto. Attraverso i suoi ricordi e i suoi racconti (spesso romanzati o arricchiti da dettagli fantastici), prende vita l’intera epopea della vita e dei viaggi di Mason e Dixon.

La narrazione ripercorre le origini e le prime collaborazioni dei due scienziati britannici, le cui personalità sono diametralmente opposte ma complementari, perché Charles Mason ha un carattere malinconico, tormentato, rigidamente razionale ma segnato dal lutto per la morte della moglie Rebekah e incline a rimpiangere la patria. Jeremiah Dixon invece è pratico, ottimista, affascinato dal geomagnetismo, amante del buon bere, tollerante e di vedute larghe (è un quacchero “irregolare”).

Entrambi sono al servizio della Royal Society. La loro prima grande missione li porta a viaggiare verso Sud: si imbarcano per Città del Capo (nella Colonia olandese del Capo) con l’obiettivo scientifico di osservare il celebre Transito di Venere del 1761 sul Sole (un evento fondamentale per calcolare le dimensioni del sistema solare).

Durante questo viaggio e le successive tappe (inclusa l’isola di Sant’Elena), la scienza si mescola a digressioni surreali, incontri bizzarri, cibi esotici e a un universo in cui la magia, le leggende e la tecnologia bizzarra coesistono.

Il cuore pulsante del romanzo si sposta nel Nord America britannico, alla vigilia delle tensioni che porteranno alla Rivoluzione Americana. Mason e Dixon vengono ingaggiati per risolvere una storica e annosa disputa di confine tra le famiglie proprietarie delle colonie della Pennsylvania (i Penn) e del Maryland (i Baltimore).

I due scienziati iniziano così la titanica e faticosa impresa di tracciare la famosa “Linea Mason-Dixon”: una linea retta geometrica e inflessibile che taglia foreste, colline e territori nativi.

Pynchon descrive l’avanzata della spedizione come un’intrusione della modernità e del capitalismo calcolatore in un continente vergine. Per le popolazioni native americane, la linea è un vero e proprio massacro di alberi e una ferita inflitta alla terra. Sebbene all’epoca servisse solo a dividere due proprietà terriere, la linea acquisisce il suo profondo valore profetico e simbolico: diventerà nell’immaginario americano il confine morale e geografico tra gli Stati schiavisti e gli Stati liberi, un solco geometrico che anticipa le future fratture sanguinose della nazione.

La spedizione è costellata di ostacoli grotteschi e drammatici: diserzioni di boscaioli, minacce di attacchi indiani (spesso manipolati o sobillati da forze occulte e gesuite), visioni spettrali, incontri con figure leggendarie e mercanti avidi. Quando i lavori si spingono troppo a ovest, verso i territori contesi e l’Ohio, gli indiani d’America bloccano categoricamente il passaggio, costringendo i cartografi a interrompere il tracciato e a tornare indietro, piantando pali di pietra a marcare la fine della loro fatica.

Tornati in Inghilterra, le strade dei due scienziati riprendono direzioni diverse, ma restano legate da un affetto profondo e malinconico. A Mason viene offerto di guidare una spedizione scientifica a Capo Nord, in Norvegia, ma rifiuta, consumato dalla malattia e dal rimpianto. Dixon viaggia ancora e racconta all’amico storie e leggende tramandate.  

Pynchon abbandona la densità paranoica e tecnologica dei suoi romanzi ambientati nel Novecento (come L’arcobaleno della gravità) per costruire un’opera che è al contempo un pastiche storico-linguistico, un romanzo picaresco, una fiaba filosofica e una riflessione profonda sui miti fondativi dell’America. L’autore riprende l’uso tipico di scrittori come Henry Fielding o Jonathan Swift di scrivere la maiuscola ai sostantivi comuni, oltre a utilizzare una punteggiatura arcaica, termini desueti, ritmi cadenzati e un lessico scientifico-filosofico d’epoca. L’oralità e la narrazione a incastro: la lingua non è solo un esercizio filologico freddo, ma ha un’anima profondamente acustica e orale. Filtrata dalla voce del Reverendo Cherrycoke che intrattiene la famiglia in una notte di neve, la narrazione imita il piacere antico del “contare storie” intorno al focolare, fondendo l’alta letteratura, la ballata popolare, il sermone religioso e la barzelletta triviale.

La critica ha spesso letto Mason & Dixon come un’indagine sul Secolo dei Lumi (l’Età della Ragione). I due protagonisti sono uomini di scienza devoti alla geometria, agli strumenti di precisione e alle stelle. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è popolato da elementi fantastici, grotteschi e magici (cani che parlano, zombi, la celebre anatra meccanica innamorata, visioni spettrali). Pynchon rifiuta il realismo letterario ottocentesco (definito da alcuni critici come una sorta di “finzione di Stato” che sostiene lo status quo) per spalancare le porte all’irrealismo. La scienza e la magia non si escludono a vicenda; al contrario, la fredda razionalità del tracciato geometrico finisce paradossalmente per generare mostri, divisioni crudeli e oppressione.

Al centro della poetica del romanzo vi è il tropo della Linea. Tracciare la Linea Mason-Dixon non è un atto neutro. Per Pynchon, la linea retta geometrica imposta sul territorio serve a dividere la terra, a recintarla, a strapparla alla sua fluidità originaria e a sottometterla al controllo burocratico. La linea retta, infatti, diventa una ferita ecologica e morale. Sebbene all’epoca servisse a risolvere una lite tra proprietari terrieri coloniali, essa prefigura la spietata espansione verso ovest, lo sradicamento dei nativi americani e, soprattutto, la futura frattura insanguinata della Guerra Civile tra Nord e Sud.

Come nei romanzi precedenti non vi è una trama forte e lineare, perché la narrazione procede per accumuli, digressioni, storie dentro le storie e rimandi intertestuali (fortissimi, ad esempio, con l’Amleto di Shakespeare, dove Mason viene spesso letto come una figura ambigua e tormentata alla stregua di un Amleto illuminista).

La poetica di questo romanzo ci restituisce un Pynchon compassionevole: la storia americana non viene demolita unicamente con la satira dei suoi esordi, ma viene abbracciata con uno sguardo intriso di pietas, in cui la bellezza effimera dell’amicizia tra due uomini agli antipodi (Mason e Dixon, il malinconico e l’ottimista) rimane l’unico argine possibile contro il caos e la violenza della modernità.

E qui sorge un dubbio, perché il lettore si potrebbe chiedere se Pynchon ritenga la modernità e l’occidente come il male rispetto a un passato migliore.

Ridurre la visione di Thomas Pynchon a una semplice nostalgia reazionaria — l’idea tipica nella quale “il passato fosse buono e la modernità occidentale sia il male assoluto” — sarebbe una semplificazione fuorviante, perché nel romanzo non vi è una visione così binaria o consolatoria. Piuttosto, il suo sguardo sulla modernità e sull’Occidente è profondamente ambivalente, tragico e critico.

Vi è un rifiuto del “mito dell’età dell’oro” perché Pynchon non idealizza mai un passato bucolico o incontaminato come un paradiso perduto. Nel romanzo, l’America pre-coloniale o il passato europeo non sono presentati come Eden pacifici: sono già attraversati da conflitti, violenze, superstizioni oppressive e rapporti di forza brutali. L’errore sarebbe pensare che prima della Linea Mason-Dixon ci fosse la perfezione; vi era piuttosto un territorio fluido, un caos aperto che la modernità ha cercato di imbrigliare e recintare con la violenza della geometria.

Ciò su cui Pynchon si concentra non è tanto riguardo alle nozioni di progresso e di modernità, quanto la loro declinazione in una tecnocrazia burocratica volta principalmente al dominio brutale, con la postilla che il calcolo, la brama di profitto e la sottomissione non siano invenzioni nate nel Settecento con l’Illuminismo o con la modernità capitalista. Al contrario, nei suoi romanzi (da V. a L’arcobaleno della gravità, fino a Mason & Dixon), la violenza, la coercizione e la spinta al dominio sono costanti antropologiche e storiche.

Si avverte la secolarizzazione della colpa, perché i precetti religiosi del passato si sono trasformati in dogmi economici e scientifici. Il peccato originale e la predestinazione calvinista (molto presenti nell’immaginario americano e britannico del Settecento) trovano una nuova forma nella legge ineluttabile del mercato, della proprietà privata e del progresso tecnologico.

È una lettura impegnativa per un romanzo corposo, ma vi è un dono che il lettore riceve già dalle prime pagine una accoglienza immersiva, perché in queste impostazioni ad accumulo della narrazione, con le digressioni, le miscele di stili dalla narrazione, alla favola, al racconto, alle gesta, alla cronaca, il lettore è immerso fisicamente nel romanzo. Vi sono particolari della cucina, delle ricette, del modo di mangiare, la descrizione delle sensazioni di sedersi su un tavolo, un giaciglio un letto che sembrano vive. In ogni pagina non vi è mai un solo protagonista.

Come nei romanzi precedenti vi è una sovrabbondanza di persone, di aneddoti, di digressioni orizzontali sulla scena, con nuovi territori, villaggi per un vortice di nuovi incontri. TUTTA L’OPERA DI PYNCHON sembra una grande orchestra jazz dove il pubblico ne sia parte integrata.

Nei dialoghi vi è il contrappunto e l’improvvisazione. Proprio come in un brano jazz, Pynchon imposta un tema principale (la spedizione scientifica, la ricerca di un oggetto misterioso, una cospirazione), ma poi lascia che la narrazione si apra alle digressioni, alle storie secondarie dei personaggi minori, agli aneddoti apparentemente marginali. Ogni personaggio minore suona il proprio “strumento” con una voce unica, spesso eccentrica, creando un contrappunto vertiginoso. Il lettore non segue una melodia lineare e pulita, ma si trova immerso in un jam collettivo dove i confini tra la voce narrante principale e le storie corali si dissolvono.

E quindi non si può far altro che procedere a suonare in questo processo di lettura immersivo.

CONSIGLI DI LETTURA: Mentre Morivo di William Faulkner (Autore), a cura di Mario Materassi

Mentre Morivo di William Faulkner (Autore), a cura di Mario Materassi, Adelphi, Milano, 2000 (Ed. Originale: As I Lay Dying, Cape & Smith, New York, 1930)

“Mentre Morivo” di William Faulkner esprime le innovazioni stilistiche e poetiche dei romanzi sperimentali di primo novecento europeo, come quelli di James Joyce e di Virginia Woolf, coniugandoli con gli ultimi sviluppi delle narrazioni statunitensi rivolte a un pubblico sempre più vasto e con una progressiva acculturazione di base.

Il libro è ambientato nel sud degli Stati Uniti ed è costituito da capitoli, ognuno dei quali attribuiti a più personaggi che parlano in prima persona, variando il discorso indiretto libero, con il flusso di coscienza, modulando gli eventi descritti nel tempo presente, con fatti biografici tesi a caratterizzarne i motivi contingenti con riferimento al suo agire.

Ogni parlante descrive il contesto in base al suo singolare modo di pensare intrapsichico con le ripetizioni, i ritorni, i mottetti e le riflessioni sulle risposte e sulle azioni degli antagonisti in un colloquio interiore che permette una finzione letteraria per la quale il lettore ne sia un interlocutore diretto.

I modi di parlare e i toni variano in base alle facoltà cognitive e alle abilità intellettive dei protagonisti, generando un caleidoscopio di eventi: è un flusso di coscienza incrociato nei cui interstizi traspare una trama lineare.

La morte di una moglie e madre coinvolge il vedovo e i figli nel compito di costruire una bara e di seppellirla in un luogo lontano da quello di residenza per assolvere a un desiderio da Ella espresso in vita. Ciò comporta problemi di tipo sanitario, logistico ed economico, accentuando i i traumi del passato e i contrasti intra famigliari con anche tutti gli altri personaggi che via via appaiono in questo tragitto settimanale di passione.

Se il patimento della Pasqua demarca i punti di dolore di colui che sarà a breve compiutamente oltremondano, qui vi è già un cadavere che ritorna in vita attraverso le gesta e la memoria del passato di questi pellegrini improvvisati.

Costoro affronteranno peripezie paradossali, goffe, quasi mortali, che mineranno la salute fisica e mentale di alcuni, e dalle quali emergeranno le tare, i vizi e meschinità in un atto di autoflagellazione per conseguire in modo inconscio una emendazione. Infatti, gli attori intraprendono gesta pregne di significati allegorici, caratterizzati da una simbologia alchemica in simbiosi con significati escatologici cristiani.

È espressa la parte più povera ed ignorante degli Stati Uniti. L’autore non nobilita e non mitizza le figure di questi emarginati, i quali, però, per la volontà di assolvere ad una promessa nel subire una pena autoinflitta dalle proprie inclinazioni, dai vizi, e dalle conseguenze di traumi e conflitti irrisolti, mantengono la speranza di possedere un senso al proprio vivere. Il rito del trapasso offre una demarcazione temporale che determina uno spazio comune in cui vi è un riconoscimento del proprio operato, per quanto goffo, umiliante, ridicolo che è stato fino a quel momento il proprio vivere.

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William Faulkner compone un poema epico che accentua la miseria dei protagonisti, risolvendoli in una narrazione nella descrizione di una affermazione della propria dignità nel conseguire ciò che si era ripromessi di compiere, pagando prezzi altissimi e mostrando al pubblico la propria abiezione. È anche una metafora di un paese in costituzione, nato dal mito e dalla fede di una terra promessa, che obbliga alla traversata del deserto, in cui si rimane impregnati del peccato e del male, ma che nella consapevolezza del proprio agire violento, si cerca di porre un nuovo sviluppo.  

William Faulkner tenta la composizione di una epica nordamericana più matura, non solo inscritta nei padri fondatori, che ponga le basi per una creazione di un canto e di un mito di un paese che avrà ed ha un nuovo ruolo nel mondo, da circa centocinquanta anni.

CONSIGLI DI LETTURA: Rumore bianco di Don DeLillo

Rumore bianco di Don DeLillo (Autore), Federica Aceto
(Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2023
(Ed. Originale: White Noise, Penguin Books, Londra, 1985)

La bianchezza sonora evocata dal titolo del libro è un ostacolo per il nostro pensare o vivere, oppure ne è una parte costitutiva e ne permea il senso in modo fondamentale? Il rumore bianco è una sinestesia particolare che mostra la profondità di pensiero di Don DeLillo il quale non è uno scrittore giovane ed esordiente, perché in tarda età iniziò a scrivere in modo costante e in vista di una composizione di un romanzo.

Don DeLillo ha avuto anni di ripensamenti, di soliloqui interiori, accompagnati da letture e appunti letterari con il suo vivere quotidiano, dall’adolescenza e attraversando, poi, vari stadi dell’età adulta. La sua vena creativa riceve una fonte di un fiume che è sceso dai ruscelli dell’intuizione, ricevendo affluenti densi di riflessioni strutturate.

Il rumore di solito ottunde i sensi e inibisce le abilità di comprensione rispetto agli accadimenti circostanti. Nelle composizioni letterarie non a caso è associato al grigio nebbioso, allo stridente acuto d’acciaio che trafigge, o al fuoco che sfrigola i combusti. Il rumore di fondo, al pari di un terremoto, distrugge la base nella quale fondiamo l’equilibrio dello stare nel mondo. È lo scoppiettio sonoro che invade l’universo rendendo tutto un silenzio, rispetto ai suoi colpi secchi consumati in un attimo: frecce sonore che attraversano una sordità inflitta all’ascoltatore.

Il rumore quindi chiude e oscura, perché invita ad inibire i sensi. Distrugge talvolta o pone in disordine l’armonia del tempo e del suono in cui siamo immersi nei movimenti continui del nostro vivere.

Il titolo invece porta inconsciamente a distaccarci da ciò, perché tale candore si accompagna a ogni variazione cromatica, e quindi a fenomeni sonori che divengono parte costitutiva di ogni emissione fonica: quasi un fattore di scala. Il rumore bianco non è improvviso, non lacera, sta con tutto ciò che avviene e che è recepito dai nostri sensi. Ci informa che è un sovrappiù al già visto e sentito, e che esistono significati che da lui prescindono, ma che è impossibile siano da esso indipendenti e isolati.

Non è una avventura metafisica, o una esperienza esclusiva ed intima di un protagonista, perché lo si avverte mentre si comunica e si sta con gli altri, partendo dal quotidiano, e quindi dai propri nuclei famigliari, dalle discussioni a cena, o nella condivisione delle faccende domestiche e quotidiane, fino alla partecipazione, obbligata e subita, dei grandi eventi che coinvolgono le comunità.

Cosa è di fondante rispetto a tale fenomeno pervasivo? Il timore della morte. Il rumore bianco è questo orizzonte di sfondo che permea gli scopi inespressi, le domande avvertite e mai esattamente definite e circoscritte, il senso del nostro stesso parlare che è una domanda continua di senso. Poiché chi professa in modo articolato la filosofia teoretica sa argomentare che ogni domanda è una risposta rovesciata con una ipotesi (dilemma possibile/impossibile) inespressa, si ha che l’interazione sociale con i figli e con i compagni e le compagne, gli amici, i colleghi di lavoro, i passanti, ne è intimamente costituita.

Il protagonista, Jack Gladney, ha una attività di studio storico e letterario preminente per la quale è divenuto un docente universitario, riguardo un personaggio che fu ossessionato dalla morte e ne fu tragicamente uno dei più terribili promotori: un ex imbianchino austriaco con i baffetti.

L’ultima sua compagna, Babette, dopo due mogli precedenti e figli vari, più che del senso dell’al di là che si accompagna a questa visita unica e irripetibile che è questa sorella nera, ha paura semplicemente della sua venuta, in un gelo e soffocamento senza fine. Tale timore non riguarda solo la propria persona, ma anche chi gli sta vicino: il suo compagno, i figli che contribuiscono al suo senso di esistenza. La paura è traslata verso un vivere accompagnato dalla morte che toglie chi ti sta accanto.

Un figlio, Heinrich, che cerca di venire a patti e a scontrarsi con tale rumore bianco, applicando uno scetticismo corrosivo e disarmante nella speranza in realtà di venire a patti con la morte, tentando di smontarla nei suoi significati e nelle manifestazioni del mondo.

Una figlia, Denise, che vuole controllare ogni evento e prevenire ogni pericolo, per scovare scopi ulteriori a quelli di rendere il morire un evento circoscritto.

Un’altra figlia, Steffie, che fa da contro altare alla prima, usando la sorella come ostacolo da sopraffare per ottenere a sua volta un porto sicuro.

Un infante, Wilder, che non ha ancora il senso della morte e compie atti al limite del suicidio, ma che, nonostante tutto, ne riesce a sopravvivere, quasi come se impersonasse l’infante che gioca sentendosi un Dio, proprio della “Gaia Scienza” di Friedrich Nietzsche, suscitando un fascino speciale per gli adulti, nonostante siano consapevoli della caducità di tale posizione edenica.

E così via per gli altri personaggi, ognuno permeato da questa bianchezza che tenta di fare scudo, sia in senso protettivo sia deviante rispetto a quel timbro fondamentale che scandisce il senso dei nostri atti e pensieri.

Nel romanzo vi è una nube venefica fuoriuscita da una fabbrica di elementi chimici. È l’evento minaccioso e concreto, mentre il rumore bianco è il flusso incessante (TV, radio, supermercato) che tenta di assorbirlo e di schermarlo. Tale evento detterà indirettamente, con una consapevole tragicità, il tempo che resta da vivere per ognuno di loro, mostrando nella mera quantità i secondi limitati che abbiamo da vivere. Ecco perché serve il rumore: ci sposta un passo indietro nel quantificare esattamente o almeno in modo approssimato, la piccola quota rispetto all’eternità di quelle poche migliaia o decine di giorni di vita.

Capita di tutto ai protagonisti, in particolare al personaggio principale che, credendosi il centro che direziona indirettamente la vita degli altri, si rende conto invece di esserne da tutti attraversato.

E qui si nota lo stile succinto, ma immaginifico di Don DeLillo, perché nello svolgersi delle vicende, nel costante impegno a interrogare ed interrogarsi su tutto, rende tutti ridicoli, comici, ed autoironici. Pur nei difetti, e vizi, la consapevolezza di essere limitati suscita la simpatia nel lettore, attraverso tentativi goffi di eroismo che si impegnano vanamente riscattarsi da questo giogo colorato, perché tale annuncio che vuole si sia rimandato, come il suo accoglimento.

Vi è molto di lirico che richiama le grandi composizioni tragiche dei classici, ma al fondo di tutto, vi sono atteggiamenti che richiamano il “Don Chisciotte” di Miguel De Cervantes: il ridicolo e infantile senso di attribuire il proprio ordine al mondo, seppure fallace, ha comunque un seme di speranza nella possibilità di qualche fiore sbocciato che potrà essere colto e annusato.

Il libro scorre anche i decenni degli anni sessanta fino ai novanta del secolo scorso negli Stati Uniti, sia nei grandi eventi sia nelle pratiche quotidiane.

È un libro da abbracciare, da ridere, da godere, anche per esorcizzare il timbro quotidiano che ci affligge la sera o nei momenti in cui siamo da soli e meditiamo, alternando la fuga da tali pensieri o l’ostinazione a risolvere quella corda della spada di Damocle che abbiamo appesa sopra la testa.

CONSIGLI DI LETTURA: Vineland di Thomas Pynchon

Vineland di Thomas Pynchon (Autore),
Pier Francesco Paolini (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2021
(Ed. Originale: Vineland,
Little, Brown and Company (Boston- Usa), 1990)

Tanto si è scritto su questo romanzo di Thomas Pynchon per i temi trattati, per la comparazione rispetto al monumentale romanzo scritto 17 anni prima ( L’Arcobaleno della gravità: qui una riflessione: https://www.linomilita.com/destino/consigli-di-lettura-larcobaleno-della-gravita-di-thomas-pynchon/ ) per il quale si ebbero critiche relative ad una mancanza di idee, di originalità, e di una vena creativa inaridita. Furono rinnovate le perplessità circa lo stile apparentemente confuso e spiazzante, in particolare nella ricerca di stili diversi per una commistione originale negli intenti, ma fallimentare negli esiti.

Accanto alle valutazioni impietose, con il passare del tempo dalla pubblicazione e per una lettura più attenta e più diffusa di un pubblico crescente, “Vineland” fu progressivamente considerata un’opera magistrale per le innovazioni stilistiche, per i temi trattati, per le sofisticate e parallele vicende dei singoli.

Nonostante le tante recensioni che si possono rilevare nel web o semplicemente chiedendo informazioni ai Large Language Model (modelli linguistici di grandi dimensioni), a mio parere rilevo elementi non pienamente posti in evidenza. Tra questi risalta un primo tratto: la sovrabbondanza.

In ogni pagina, per ogni protagonista introdotto e per ogni luogo descritto, vi sono descrizioni multiple dei luoghi, dei riferimenti geografici, degli oggetti di uso quotidiano, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi. Vi è un contrappunto tra una descrizione microstorica e particolare degli attori via via posti in risalto, e un’analisi circa le tendenze di lungo periodo caratterizzanti il presente della narrazione.

In più, all’interno delle scene e dei dialoghi vi sono digressioni temporali, perché le vicende ondeggiano tra eventi al presente, azioni presenti che narrano del passato, e l’accaduto che nei capitoli successivi è posto in un quadro attuale.

Vi è un participio passato che trasla in un imperfetto, caratterizzandosi poi al presente in modo da lanciare indizi, motivi che spiegano gli stati futuri, i quali poi vibrano tra un futuro anteriore e in un presente attuale rispetto al lettore.

La lettura comporta un senso di vertigine, se si vuole mantenere una linea univoca nella scansione temporale. Se invece si entra nello stile più intimo di Thomas Pynchon e si tiene per fermo che i protagonisti si muovono all’interno di temi universali che implicano dilemmi etici, i piani paralleli e gli eventi aggrovigliati acquisiscono una coerenza di sviluppo narrativa e una congruità dei temi trattati.

Un secondo elemento che sembra più proprio a in termini biografici dell’autore è la passione per il Jazz. Si ha l’impressione talvolta che scriva dentro un locale di concerti Jazz con tante persone intorno e sedute in tavoli disposti in modo disorganico, dove la fruizione varia in base alla distanza e al grado di attenzione del pubblico. I capitoli, nella veste di sessioni musicali, definiscono un’orchestra di personaggi che offrono i temi, variandone le scale, ponendo di volta in volta un orchestrale come solista, mutando i ritmi e le frequenze. Questo romanzo ha un tema centrale nascosto con tanti capitoli che ne costituiscono una sua esecuzione sempre diversa.

Di questi due elementi relativi ad una sovrabbonda delle descrizioni quasi giornalistiche e dello stile musicale dinamico e variazionale, entrambi centrifughi rispetto a porre un ordine tematico, vi è un tratto ulteriore che bilancia una possibile disgregazione interpretativa: una descrizione barocca del mondo.

Vi è una puntigliosa e ricercata presentazione di oggetti, arredi, paesaggi, strade, città, vie, locali che informano delle posture, dei linguaggi e degli atteggiamenti dei protagonisti. Tutto è pieno, perché ogni luogo, nella immaginazione del lettore, ha marcatori del tempo storico, dei cibi, degli snack, delle canzoni, dei tavoli, della moda e degli abbigliamenti.

La forma barocca non è tanto dipendente dai canoni della pittura e della scultura, quanto dalla televisione, dai linguaggi e dai temi proposti dai canali tv tra gli anni sessanta e ottanta negli Stati Uniti. Le serie tv e i protagonisti di ogni trasmissione da quella giornalistica a quella di intrattenimento dettano gli slang, i tempi e i modi di concepire il mondo che sono immediatamente incarnati dai protagonisti.

Vi è uno spartito di base che considera il passato recente come una distopia, perché il libro è ambientato nell’anno 1984, ma lo pubblica nel 1990. Il 1984 è quindi il passato recente (ed è un richiamo al noto romanzo di George Orwell): l’America dell’era Reagan-Bush non rischia di diventare una distopia futuristica; lo è già diventata.

Il controllo si evolve attraverso la “Rivoluzione dell’informazione o Info-Revolution (accessibilità generale e orizzontale dei dati)”. Lo Stato non usa la forza visibile, ma traccia i cittadini tramite computer, le banche dati e l’uso delle carte di credito, ovvero vi è la convinzione da parte dell’autore che l’apparato ideologico usi la cultura pop per annullare il pensiero critico. Vi è la descrizione di un’America anestetizzata dalla televisione e dal rock and roll. Tutto ciò è accompagnato da schemi catartici già apparsi nel primo novecento, riguardo al sesso che è legato al sadomasochismo e all’attrazione erotica che i dissidenti provano verso i leader in uniforme, diventando uno strumento di sottomissione psicologica.

La famiglia nucleare viene vista dai governi autoritari come un potenziale pericolo di resistenza intersoggettiva, e viene quindi smantellata o corrotta, infatti l’ideale della famiglia perfetta mostrato nelle sitcom televisive contrasta con la realtà di famiglie distrutte, assenti o segnate da abusi. Il leader governativo Brock Vond usa il bisogno psicologico di protezione delle persone per presentare lo Stato autoritario come una grande “Famiglia nazionale” a cui obbedire ciecamente.

Con la contraddizione (non originale in realtà nell’uso narrativo) della CIA (Central Intelligence Agency) che favorisce l’introduzione di droghe nel paese sia per sedare la controcultura degli anni ’60 sia per creare artificialmente una categoria di “delinquenti” (i tossicodipendenti) da usare come capro espiatorio e giustificare il potenziamento delle forze di polizia.

Un tema di fondo che permane in ogni capitolo del libro, risiede nell’idea che la razionalità ufficiale e l’irrazionalità non siano due poli opposti. La distopia postmoderna di Thomas Pynchon offre l’ipotesi che l’oppressione moderna non si dichiara nemica dei piaceri umani, ma impara a governarli.

All’interno di questo scenario fosco, nonostante tutto, l’autore mantiene una nota di speranza: la creatività, la cultura pop e le relazioni vive tra le persone sono e saranno comunque il solco che supererà tale momento storico.

Non è un caso che si è proposto il jazz, perché un concerto di questo tipo teoricamente non ha una fine: ognuno può rientrare in vita, pensare, giocare, e porsi in relazione con gli altri.

CONSIGLI DI LETTURA: Spin di Robert Charles Wilson (Autore), Nicola Fantini (Traduttore)

Spin di Robert Charles Wilson (Autore), Nicola Fantini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024 (Ed. Originale: Spin, Ed. Baror International, inc., Armonk, Ny, Usa, 2006)

È un romanzo che può essere inserito nello stile della fantascienza “dura”, perché la trama è incentrata su ipotesi scientifiche plausibili, accompagnate da pratiche tecnologiche e impieghi tecnici dettagliati e coerenti. Come in un ogni opera di questo tipo, l’idea principale è una supposizione che non è suffragata da teorie scientifiche o addirittura negata da esse. Proprio qui risiede il fascino in una composizione letteraria ben realizzata, perché all’interno di uno sforzo stilistico nel rendere logica la trama dal punto vista causale e coerente nel suo sviluppo, permane uno spazio allusivo ed ipotetico che definisce una tensione narrativa verso un climax estetico edificante e catartico.

All’interno di tale struttura narrativa vi è il tentativo di porre problemi concreti del presente in ordine al bisogno che hanno gli ecosistemi del pianeta Terra a confrontarsi con il vincolo delle risorse e la possibilità di acquisire energia utile per il proprio equilibrio. Se poi uno scrittore come Robert Charles Wilson riesce ad innestare dilemmi etici e conflitti universali come quelli tra padri e figli, e le vicende sempre valide del romanzo di formazione, in cui i protagonisti accedono con dolore e patimento verso nuovi stadi di vita adulta, si ha a disposizione un’opera pregevole e degna di essere vissuta in una lettura partecipata e appagante.

Il romanzo tratta dei problemi e dei conflitti civili e interstatali di oggi, traslandoli in scenari relativi ai decenni successivi rispetto a quelli odierni, ma di un futuro prossimo che può essere vissuto dallo stesso lettore, rendendo quindi le vicende congrue alle preoccupazioni e alle aspirazioni di noi contemporanei.

Si susseguono tre fasi relative a un evento inspiegabile che cambia radicalmente la realtà per tutto il pianeta, il faticoso percorso teso alla ricerca delle cause e dei motivi, un tentativo di soluzione, la gestione delle conseguenze che porta ad una nuova consapevolezza e a un ulteriore evento inspiegabile collegato al primo. Ciò impone un nuovo rimedio che espande il suo influsso al di là del sistema solare verso le galassie circostanti. All’interno di questo percorso i protagonisti da adolescenti divengono adulti amando, scontrandosi, e cercandosi tra i conflitti famigliari e le tensioni politiche mondiali.

Il titolo del libro prende proprio alla lettera il significato di “spin” nell’ottica della meccanica quantistica, applicata alle teorie della relatività che è un campo di studi attualmente denso di ipotesi e di tentativi di creare un ponte tra queste due aree che hanno nuclei teorici tra loro distanti in termini euristici ed operativi.

La causa efficiente deriva dal comportamento del Sole che sembra iniziare il suo percorso di maturità all’interno del sistema solare e quindi a emettere ben più energia, fino ad una espansione fagocitante tutti i pianeti della sua orbita. Ed è qui che dall’esterno il pianeta Terra sembra essere preservato improvvisamente da uno spin temporale in cui all’interno la scansione degli eventi sembra seguire il suo corso, ma che, rispetto all’esterno dell’atmosfera, è rallentato a livelli di scala di quattro o cinque volte rispetto all’evoluzione della Galassia, ovvero che il tempo fuori scorre indefinitamente più veloce, e quindi anche il mutamento del Sole. Ciò attraverso una analogia di una membrana temporale con quella biologica marina degli organi che traspirano acqua, si ha che all’interno dell’atmosfera la temperatura si mantiene stabile con cicli stagionali regolari.

Il contro altare però comporta il completo oscuramento di tutto ciò che è fuori dall’atmosfera e anche per quanto riguarda le comunicazioni, a parte le onde radio per alcune frequenze, che, per lo scorrimento asimmetrico temporale, obbligano i recettori a ragionare in migliaia di anni solo per ricevere onde radio a partire dalla Luna e dai pianeti vicini.

Ed è qui che si snodano le vicende dei protagonisti con salti avanti e indietro nel tempo rispetto alle loro vicende biografiche. Tale espediente stilistico permette di non rivelare tutto e subito, ma di snodare indizi, premesse, e svolgimenti delle vicende mantenendo il mistero e una tensione da romanzi gialli, dando al lettore lo stimolo a continuare, ad immedesimarsi con i protagonisti e ad immaginare gli sviluppi prossimi, oltre che a correlare le vicende politiche, economiche ed ambientali nel nostro vivere quotidiano.

Si susseguono diversi colpi di scena, e verso la risoluzione del climax si mantiene una porta aperta per futuri sviluppi che lasciando un alone di indefinitezza e quindi di fantasia per il lettore.

Questo apparato stilistico poi si innesta alle vicende dei padri e dei figli, agli amori perduti e rimpianti, alla volontà di riscatto, all’esigenza di venire a patti con la propria vita vissuta, temi universali per le narrazioni mitiche e per le opere letterarie che si nutrono di amore, morte, giovinezza, vecchiezza, speranza, gloria e rimpianto.

Robert Charles Wilson è uno scrittore di alto livello dal punto di vista fantascientifico, un eccellente artigiano nel miscelare gli stili narrativi e un romanziere a tutto tondo nell’appassionare a vicende universali per ogni biografia, il tutto con uno sguardo ai problemi e alle prospettive che oggi abbiamo noi, qui, nel pianeta Terra.

CONSIGLI DI LETTURA: L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon

L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (Autore), Giuseppe Natale
(Traduttore), BUR Rizzoli, Milano, 1999
(Ed. Originale: Gravity’s Rainbow, Ed. Viking Press (NY), 1973)

È considerato uno dei cento romanzi più importanti del secolo scorso in termini di sperimentazione narrativa, complessità della trama, giochi temporali, riferimenti enciclopedici, e di strutture stilistiche composte in modo metaforico ed analogico. Gli eventi si incentrano sulle vicende storiche realmente accadute riferite alla produzione e all’arma segreta e poi definita come “V2- Aggregat 4”: Il primo missile balistico a lunga gittata della storia, che raggiungeva velocità supersoniche ed era impossibile da intercettare. Una delle Wunderwaffen (letteralmente “armi miracolose”): il grande razzo intercontinentale progettato dai tedeschi del Reich in prossimità e durante la seconda guerra mondiale.

Non è un caso che Thomas Pynchon abbia preso spunto da tale arma e in particolar modo dal suo attributo “miracoloso”, perché la trama rimanda alla passione cristiana, che è correlata in un congegno narrativo sofisticato con i mandala nella loro struttura della creazione e della distruzione, con la messa in tema delle forze che permettono il mutamento. La polarità tra il percorso irreversibile del tempo in una funzione escatologica ed apocalittica e tra la descrizione ciclica del divenire, incastra la visione della catastrofe universale, con quella del sacrifico messianico, delimitata e descritta con i luoghi e i significati che parlano del mondo, propri della cabala. E non è finita, perché all’interno di queste dimensioni interpretative conflittuali, i luoghi e i protagonisti hanno attributi e funzioni in analogia con l’alchimia e i tarocchi. I nomi sono maschere di significati biblici, alchemici, ed esoterici. Le sostanze segrete, le droghe, le tecnologie, seppure siano state introdotte con precisi e reali riferimenti storici, vengono descritte, ridenominate ed usate con metafore nascoste e profezie oracolari.

Vi è una visione di fondo per la quale l’umanità sia destinata all’estinzione e alla catastrofe finale, proprio e in virtù principalmente per la propria indole, genetica, peccato, colpa originaria, ricerca di conoscenza che non può che non arrivare al desiderio della distruzione totale. E quale migliore luogo se non quello della seconda guerra mondiale e del mondo allucinato dei nazisti, Ove la scienza e la tecnica erano intese come emanazioni di una spinta irrazionale connotata da riti esoterici.

È un libro che sconcerta perché le numerose sperimentazioni linguistiche e narrative riprendono quelle dei grandi romanzi del novecento, fino agli studi del linguaggio e della comunicazione degli anni sessanta. Vi è la volontà di dotarsi di un armamentario poetico analogo a quello del romanzo “Ulisse” di James Joyce, ove quasi in ogni pagina traspare lo sforzo di delineare uno stile proprio al susseguirsi degli eventi e dei dialoghi, che però deve essere incastonato nelle trame più ampie dei luoghi dei capitoli.

Vi sono nozioni di storia, filosofia, religione, matematica, balistica, chimica, fisica atomica, esoterismo, meccanica dei fluidi e dei solidi, astronomia, psicologia. L’autore ha studiato con puntiglio fino agli dettagli non volendo lasciare alcunché di intentato.

I protagonisti sono complessi nella loro dimensione valoriale, con una biografia traumatica, alla ricerca di una normalità impossibile, perché è perseguita da vizi, turbe psichiche, volontaria accettazione del vizio e della corruzione. Con questo non si intende porre una giustificazione politica e storica dei nazisti equiparati alle forze alleate. Non è un romanzo politico e storico che intende distribuire le colpe, e celebrare le forze del bene, oppure perseguire una propria visione del “bene”. Anzi, non si assolve nessuno tenendo però a mente che le perversioni, i crimini e le violenze di ognuno sono a livelli diversi del proprio vivere e nei tempi degli accadimenti che si snodano dagli anni trenta fino ai sessanta, e quindi sono impossibili da catalogare e accostare in una biografia pesata su criteri morali uniformi.

La condanna della storia per Pynchon è già data e fuori discussione, ma non basta, perché i meccanismi che hanno generato il processo di creazione e di uso criminale ed assassino delle V2 sono ben più ampi, sotterranei, epocali, plurisecolari e ancora attivi, proprio in questi giorni dove in quasi ogni continente si bombarda, e si agisce con la volontà di intendere il mondo come una costellazione dinamica di conflitti di guerra, ove i confini sono segnati dal sangue.

Tedeschi, francesi, statunitensi, inglesi, argentini, Herero della Namibia, sovietici, tutti agiscono entro i loro mondi deliranti in uno scenario ancora più assurdo che è la seconda guerra mondiale, la sua fine, e durante la guerra fredda.

Vi sono le lotte tra gli attori impegnati nella costruzione dell’arma segreta, dei servizi nemici che tentano di trovarla, carpirne le tecnologie, annichilire tutti quelli che ne hanno a che fare, e i conflitti di coloro che si distaccano dalle organizzazioni, e dagli eserciti e polizie segrete di riferimento per condurre battaglie personali addirittura contro quelle di propria provenienza.

E lo sconcerto che prende il lettore, scaturisce dalla conseguenza che il tradimento non è favore del nemico, ma contro tutti. Ovvero è come se dalle nazioni, agli eserciti, ai militari, agli agenti dei servizi segreti, alle spie, agli scienziati, ai mariti e alle mogli, ai figli, ognuno prende una propria strada contro tutti gli altri. È una guerra universale che mente promettendo la conquista e la potenza, la soddisfazione infinita delle proprie perversioni, ma che di sotto offre un unico trofeo, il comando di dover continuare a distruggere il più possibile, nello spazio e nel tempo.

In alcuni parti il testo è a dir poco sadico, osceno, truculento, pornografico nel senso più violento del termine. Vi è la droga, il sesso perverso, l’omicidio, il sadismo, la crudeltà, la vendetta meschina e anche qualche tratto di bontà e di affetto, seppure sdraiato su un letto di locuste.

Thomas Pynchon sperimenta in ogni pagina nuovi stili, miscele di dialoghi, monologhi interiori, descrizioni giornalistiche e rievocazioni mitiche, utilizzando le analogie e le assonanze con gli strumenti e i modi di vivere dei diversi periodi e luoghi che vanno appunto dalla Germania, dalla Berlino occupata e divisa tra gli alleati, in Gran Bretagna, negli USA, nel mosaico in movimento dell’est Europa nei mesi appena successivi alla fine della guerra. Vi sono riferimenti alle musiche, ai canali televisivi, agli show, ai cinegiornali, agli oggetti di uso quotidiano, alle marche di cioccolata, ai canti antichi, fino al blouse e al rock, ai canti e ai riti africani. È uno sforzo che il lettore si deve accollare, ma è una bella fatica perché si apprezza la lingua, la bellezza dello scrivere e dello sperimentare nell’estro creativo e nel godimento estetico. Si passa da un realismo ottocentesco, a una narrazione rievocativa, a un monologo interiore a una miscela di poesia beat in stile jazz.

Vi è un grande scenario poetico che tutto avvolge e prosegue con un ritmo ben cadenzato in modo sinfonico.

Una caratteristica che colpisce e disorienta è relativa nel porre in primo piano il corpo, le sue funzioni più elementari, le pulsioni, le emozioni, le sensazioni di piacere e di dolore. Ciò è correlato con la descrizione orizzontale dei luoghi, siano essi panorami o camere anguste senza finestra, ove nelle prime righe sono descritti gli oggetti nei loro particolari materici, dalla consistenza, dal colore, dall’odore e dal tatto. Non è un romanzo che invita alla virtualità, alla generalizzazione astratta, perché parte dal corpo, da questo mio mal di pancia, dalla mia erezione sessuale e dall’orgasmo, dal desiderio dipendente distruttivo come la droga, l’alcool, la vendetta. Tutti concetti presentati dal corpo agli strumenti di guerra a quelli quotidiani domestici.

Non ce la si fa a leggere tante pagine di fila, perché ogni scena è una pietanza ricca, esorbitante e sostanziosa che invita il lettore a partecipare con il proprio corpo. Se ci si lascia andare al piacere della lettura, si perde la trama: più si cerca di mantenere ogni filo e più ci sente paralizzati nella difficoltà a mantenere la lettura.

Il titolo è “L’arcobaleno della Gravità”: non è un caso. L’arcobaleno fornisce lo spettro dei colori, dal paradisiaco a quello più terribile e questi poggiano sul bianco della imprevedibilità e sul nero della dissoluzione. L’arcobaleno descrive una gittata, che guarda caso è proprio quella balistica di un missile, o spada divina, o piovra infernale. La gravità è comune a ogni essere inanimato, perché è l’ineluttabile condizione che volge verso la caduta, e quindi la catastrofe.

CONSIGLI DI LETTURA: La storia di Genji di Murasaki Shikibu

La storia di Genji di Murasaki Shikibu (Autore),
Maria Teresa Orsi (a cura di), Einaudi, Torino, 2015

Finalmente presento un consiglio di lettura relativo alla monumentale opera giapponese nella forma del Monogatari (物語), che significa racconto o narrazione in prosa, simile alla nostra epica, legata alla tradizione orale. Fu scritta e diffusa in più parti dalla scrittrice Murasaki Shikibu tra l’anno 1000 e il 1012 durante l’XI secolo, nel periodo della aristocrazia Heian.

È una pietra miliare della tradizione letteraria giapponese, perché riassume riferimenti storici, letterari e di costume dei quattro secoli precedenti, e in più accoglie (come era da norma nel periodo) le poesie, i racconti, i miti, le forme stilistiche cinesi, integrandole, però, in una nuova forma che è e sarà tipica del Giappone nei secoli a venire. È impressionante leggere come gli episodi, le leggende e le stesse poesie cinesi siano trasformate negli Haiku giapponesi.

È un’opera poderosa che sì può essere letta come un soap opera, ma si otterrebbe molto poco in termini di fruizione e di godimento. Se invece ci si concede il lusso di una lettura e rilettura lenta, si entra in un universo millenario. Delle duemila e più pagine, in ognuna vi sono spunti e riferimenti che abbisognano di calma, per un approccio che intende gustare cibi raffinati e di sostanza, di approfondimenti istantanei e di lungo periodo. Fortunatamente noi lettori oggi abbiamo i supporti tecnologici abilitati a rispondere a sollecitazioni di ricerca e di risposte immediate. Per i più volenterosi nel testo in formato cartaceo e in formato digitale vi è la possibilità di intraprendere percorsi di conoscenza ben più intensi.

Dalle prime pagine si avverte come nel Giappone già più di millecinquecento anni fa, nonostante le continue guerre e sconvolgimenti, vi fosse una cultura altamente sofisticata al pari del grande mondo di mezzo: la Cina.

È sorprendente di come l’aristocrazia e i funzionari comunicassero con le poesie, e all’interno di esse vi fossero sì intenti per storie d’amore, ma anche posizionamenti e interlocuzioni economiche e politiche. I messaggi erano spediti con diversi tipi di carta e con colori vari, le cui combinazioni erano disposte in riferimento ai destinatari. Nelle comunicazioni tra i Governatori, le Signorie, i Principi, gli amministratori, le Corti imperiali, o eventuali amanti e concubine, ogni messaggio era avvolto da una pianta, un ramo, un fiore e corredato da profumi.

Solo per approfondire tale aspetto si diventa esperti di botanica. E lo si può fare per esempio cercando i fiori, i loro significati, i modi di uso, come erano avvolti. E non si finisce mai di stupirci di come fossero attenti a comporre haiku e forme poetiche simili nel rispondere a richieste d’amore, d’affari, di scambio, di azione famigliare che è anche politica. All’interno di questa dialettica poetica si hanno riferimenti a poesie e racconti del passato, quindi nel libro vi sono collegamenti con le forme letterarie coeve, in Giappone, nella Corea dei tre regni di quei secoli, e delle grandi famiglie linguistiche cinesi. Si entra in una pluralità di oceani letterari.

Sorge una lieta commozione nell’essere travolti dalla quotidiana produzione poetica di questi ceti sociali altolocati e anche dal popolo meno abbiente che, anche essendo analfabeta, in forma orale, riproduceva nel racconto (quindi Monogatari), nel canto, nel mito e nella leggenda spunti e figure implete, individuandole nei fatti a loro contemporanei. È una occasione formidabile di leggere e rileggere questa opera anche dal punto di vista antropologico, perché permette di entrare nell’Asia, ovvero nella pluralità a noi distante dei valori, dei modi di vedere il mondo, la morte, il tempo, l’universo con una quantità oceanica di riferimenti storici e culturali.

E non finisce qui, perché nei loro convegni formali e non, avevano l’abitudine di sera fino a notte inoltrata o nelle loro stanze o nei giardini, gareggiare in produzioni poetiche, in scambi di doni, e in canti e balli con gli strumenti del periodo e con le tonalità che vi sono ancora oggi. Si può rileggere il libro, cercando nel mondo digitale le nozioni musicali e di questi strumenti. E ancora si rimane strabiliati della enorme varietà e complessità nel rapporto con il pubblico dei motivi e del modo di godimento.

Noi qui in Europa ci crediamo tanto sofisticati, ma nel vedere con quanta cura scrivessero una lettera e la consegnassero, il giudizio di considerare una forma quasi infantile l’estetica della comunicazione ai tempi del Re Sole di Francia non è poi così esagerato.

Da questi punti di vista l’opera è una vera e propria indigestione estetica, perché non si finirebbe mai di ritornare su questi spunti e approfondire la sterminata quantità di opere musicali, letterarie, di botanica, della costruzione dei giardini e delle case.

Sì perché i templi, i grandi palazzi, e anche i villaggi erano costruiti in sezioni modulari che potevano essere espanse, con corridoi interni, ove si svolgevano attività quotidiane informali e non. Dobbiamo ricordare che il Giappone è una costellazione di isole dove a nord fino al centro vi è un clima canadese con inverni terribili, e a sud, anche essendo freddo d’inverno, si hanno estati roventi, il tutto con una umidità quotidiana che esaspera i picchi di temperatura delle stagioni. Si hanno case non molto alte in cui ogni spazio è strettamente calcolato.

Vi è un aspetto ulteriore relativo alla relazione dell’architettura con le gerarchie sociali, perché la disposizione delle stanze e delle ali dei grandi palazzi rispecchiava la posizione di potere e di vita famigliare. Occorre tener presente che per le donne di corte e di quelle palpabili di matrimonio primario e di concubinaggio, vi era la segregazione anche alla vista di maschi estranei. Vi era la possibilità per i potenti (i poveri non se lo potevano permettere) di avere una compagna che deteneva i diritti di successione e di proprietà per le figlie e i figli, e poi delle concubine che erano concertate con le famiglie di altri governatori, principi, figli illegittimi di corte, di nobiltà varie, di signori della guerra.

Non era automatico per l’uomo sposarsi o aver la concessione di più unioni. Certamente vi erano sottili giochi di alleanze incrociate con sofisticate relazioni che duravano anni, con visite, regali ogni volta per gli ospiti, per i servi e per i messaggeri. Ognuno di essi aveva un preciso significato e anche un modo per stabilire le gerarchie di ricchezza, di potenza e di azione politica.

Agli occhi moderni, la condizione della donna non è che fosse così libera, ma dobbiamo guardare pensando a più di mille anni fa, perché la condizione della popolazione in gran parte era quella agricola, di pesca e boschiva, contraddistinta da povertà e dalle conseguenze di carestie, incendi, morti, dovute anche alle continue guerre interne.

Da tutti era accettata la pratica delle concubine, ma queste non erano disprezzate. Dalle stesse madri e dalle prime mogli, anche quelle imperiali erano prese come alleate, come seconde figlie o sorelle. E tutte e tutti entravano nel gioco delle relazioni di potere e di successione. Se un alto dignitario non aveva figli maschi, o era di basso lignaggio, rispetto a chi lo circondava, le figlie avute con le concubine erano uno strumento di potere, anche per le donne stesse. E attenzione, l’uomo doveva fare la corte, conquistarle a partire dalle poesie. Le donne rispondevano e anzi era considerato disdicevole che si addivenisse ad un’unione in tempi brevi. Passavano mesi se non anni, e addirittura della donna magari si vedeva solo qualcosa tra i veli delle camere.

È godibile leggere la quantità straordinaria dei tentativi di combinare le storie d’amore e anche delle vicende degli amanti, altro che le telenovele di oggi, anzi, forse ne sono una prosecuzione millenaria comune a ogni cultura. Il tratto distintivo però che risalta è relativa alla concessione di una pari dignità intersessuale letteraria e di singolar tenzone d’amore. La donna non era per niente considerata la figlia del demonio o la tentatrice.

Anche se parliamo di aristocrazia e dell’alto ceto degli amministratori e dei guerrieri, le donne erano acculturate. Il lusso, lo sfarzo, la cura dei vestiti, la scrittura dei messaggi, l’economia informale operata dalle donne era qualcosa di strettamente congiunto con le politiche di corte, imperiali, e di guerra. Era la linfa dell’apparato di potere imperiale Heian che stabilizzò le turbolenze e le guerre continue, tra il 700 e il 1100, prima di cedere ai signori della guerra, che avrebbero portato secoli di lotte continue con gli Shogunati tra il 1200 e il 1868.

È importante sottolineare che questo testo base della cultura giapponese odierna è stato scritto da una donna.

Certamente gli eventi e gli episodi sono visti dal punto di vista dell’aristocrazia, partendo da punti di vista delle donne di corte e dalle lettrici di tutte le élite giapponesi, quindi non vi sono descrizioni di battaglie, di vicende economiche, di rapporti internazionali, ma proprio per questo il lettore entra nella linfa vitale delle radici di questa cultura millenaria.

Genij è il figlio illegittimo di un imperatore, comunque da lui amato e ammirato per la sua bellezza, grazia, conoscenza, abilità nelle arti quali la poesia, la musica e la danza, nonché nell’età matura per le qualità militari e amministrative. La sua figura è uno spartiacque tra un prima e un dopo, dove generazioni intere convergono e poi si diramano in avvenimenti paralleli oltre la sua morte.

Proprio perché fu denominato universalmente “lo splendente”, l’imperatore e la madre, una delle più potenti concubine, lo vollero porre in disparte nella prima gioventù per tenerlo lontano dall’invidia, dagli intrighi e dalle cospirazioni. Occorre sottolineare che le feste, la ricerca di arredamenti elaborati, il lusso dei vestiti, la cura dei riti e degli avvenimenti, la lista dei regali e dei doni da offrire ai potenti convenuti, ai militari di scorta fino all’ultimo servo, non era uno spreco, o un gioco d’esibizione, ma un mezzo di relazioni. Un tratto di una trama continua di alleanze, accordi, posizioni per una società fortemente gerarchizzata e ordinata in tantissimi gradi amministrativi, regali, militari, e sacerdotali.

La singola commistione tra il buddismo e lo shintoismo come riferimento che accompagna l’al di là nel mondano, in termini trascendenti assolutamente diversi dal nostro, ci offre preziosi tratti nel ricavare indizi dei modi di vedere del mondo asiatico. È una galassia tutta da scoprire pienamente qui da noi, lettori in Italia. L’autrice ci offre uno spaccato che noi diremmo quasi sociologico di come tali pratiche religiose tra il 600 e l’anno Mille, per il nostro calendario, entrano in una forma sincretica e molecolare con le amministrazioni laiche e militari del Giappone.

Genij fu protagonista di tante occasioni mancate, ma proprio per le sue rinunce e sacrifici d’amore, per estrema generosità e rettitudine pensò al bene di chi gli stava accanto, a garantire che gli eredi legittimi fossero destinati a ruoli imperiali e a preservare gli equilibri delle principesse, imperatrici, concubine, mogli dei governatori. Ciò era ed è il principio base dell’ordinamento e della regola cardine della cultura millenaria giapponese: l’equilibrio e l’adesione alla forma imperiale come testimone di riconoscenza ai contemporanei e guida per i discendenti.

Assieme a Genij vi sono storie struggenti, dolorose, commoventi, di tante protagoniste e protagonisti, la cui minima indicazione comporterebbe la scrittura di pagine e pagine.

Una menzione di lode va a Maria Teresa Orsi che ha curato il volume, perché ha compiuto un lavoro titanico di ricerche bibliografiche, di traduzioni, componendo pagine e pagine di note esplicative e di un glossario che permettono al lettore di avviare ricerche personali, che solo un mese per ogni riferimento non basta.  

Se si legge il libro in modo superficiale, dopo poche pagine subentrerà una noia mostruosa, perché sarà impossibile tenere le fila e il senso di tutto. Se si vuole affrontare una lettura veloce, entro poco tempo si avrà un mal di testa generalizzato e una nausea per la quantità di informazioni immagazzinate che porteranno una indigestione cognitiva.

Va letto con calma, come un praticante dei riti buddisti e con una tenacia di uno shintoista che ripete le sue preghiere e compiti decine e decine di volte. Prima di analizzare la struttura sociale, amicale, e famigliare, con i riferimenti storici, consiglio di leggere il testo, in prima istanza, con il proprio corpo in una immersione estetica. Ci si lasci andare alla musica, al canto, ai colori della natura, delle piante, dei giardini, delle case, ai profumi al volgere delle stagioni che queste pagine offrono. Ci si sentirà arricchiti di un universo per noi tanto lontano, ma che a una seconda riflessione e lettura più attenta fornirà indizi di una fratellanza anche con le nostre culture, perché tutte assieme cerchiamo di affrontare il cambiamento, la morte e la decadenza, che è proprio il periodo in cui fu pubblicata l’opera. L’impero iniziava a mostrare i segni di cedimento.

La consapevole decadenza di ciò che fu è sublimata in questa opera d’arte in cui nelle ultime pagine si è travolti da una straripante millenaria dolcezza e commozione nel vivere tutti noi in una fratellanza e sorellanza nel soffrire e nello sperare in un ascolto compassionevole.

CONSIGLI DI LETTURA: Il dono di Humboldt di Saul Bellow

Il dono di Humboldt di Saul Bellow (Autore), Pier Francesco Paolini
(Traduttore), Mondadori, Milano, 2008 (Ed. Originale, 1975,
Secker & Warburg (Londra) e Viking Press (New York))

Il protagonista è uno scrittore versatile che scrive sia in forma di prosa sia in poesia. È una fitta trama di specchi ove Citrine, il giovane di belle speranze che ottiene il successo anche economico, si confronta continuamente con il suo mentore, il poeta Humboldt, il collerico, pazzo, esagitato, esorbitante genio creativo. Tale antagonismo prosegue oltre la morte del poeta decaduto in un colloquio ove sono messe in questione le funzioni dell’intellettuale nei rapporti con la società e nei correlati sistemi morali storicamente determinati.

La storia inizia negli anni venti del millenovecento, attraversa la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, il Vietnam, i mutamenti sociali e le contestazioni. Citrine, nel perseguimento del successo, attraverso la composizione dei suoi scritti teatrali, romanzi e in misura minore delle poesie, si interroga sulla sua funzione politica, sociale e di costume.

Humboldt ha un rapporto conflittuale con il mondo e con il proprio ruolo di presunto vate. Seguito dall’opinione pubblica nonostante la sua autodistruzione sociale ed economica, oltre che psichica, puntella negli anni una scansione degli eventi in rapporto a Citrine, la voce narrante riguardo gli eventi del passato che hanno la funzione di tracciare una successione di causa ed effetto in relazione alle vicende del presente.

L’opera straripa di riferimenti letterali e degli intellettuali che hanno caratterizzato i decenni su indicati. Sia Humboldt sia Citrine a modo loro destrutturano e desacralizzano i miti e riferimenti politici e ideologici che via via incontrano negli anni. Il primo affrontandoli con un sistema etico inflessibile che dichiara la propria aderenza a una funzione di vate delle arti, buone, belle e giuste, attraverso la propria biografia, demolendo il proprio ruolo e distruggendosi per ogni atto di svendita dei propri valori e di mercificazione. Il secondo con uno sguardo cinico, logicamente coerente e robusto di argomenti, rendendo i riferimenti morali e artistici del tempo limitati e velleitari.

Se Humboldt persegue una coerenza inflessibile nel comporre gli scritti, con una dichiarazione esplicita di perseguire una produzione artistica innovativa, così cerca di realizzare tale impegno anche Citrine. Se il primo, però, attinge solo alcuni riferimenti utili alle sue convinzioni, il secondo li usa tutti, nella consapevole e velata intenzione di considerarli meri strumenti di lavoro.

Nonostante che Humboldt lo abbia negli anni calunniato e derubato, così come la ex moglie e le amanti, Citrine accetta tali violenze nel dichiarare alla propria coscienza di agire come un eroe che in modo nobile accetta i soprusi per mantenere integro il proprio genio, il quale risolverà tutto e nella convinzione di agire in un’ottica di lungo periodo tendente alla gloria.

Citrine però sa che il suo atteggiamento apparentemente generoso nasconde secondi fini, tra i quali il bisogno, che, comunque vadano le cose, lui dovrà essere ricordato come il genio eroico, bravo, buono e bello. Negli anni mostra debolezze e comportamenti meschini, per i quali accetta la punizione che è inconsciamente voluta, inflitta dai suoi cari, dai suoi amici, e da coloro per i quali intrattiene affari. Per la sua vanità si trova invischiato con malfattori che lo ricattano e perseguitano, da avvocati che lo sfruttano in cause continue, da una ex moglie piena di conflitti irrisolti e di traumi psichici, che lo infama e cerca di derubarlo, e da amanti che lo usano.

Citrine è consapevole di ciò e come tutti i protagonisti dei romanzi di Saul Bellow camminano nei cigli degli abissi, sempre nel punto di naufragare definitivamente. In forme diverse è lo stesso atteggiamento di Humboldt, ma tradotto in modo passivo in rapporto alle catastrofi che lo perseguitano.

È un romanzo lungo, denso, emotivamente teso, che chiede molto al lettore, perché esige una attenzione costante ai riferimenti sociali, politici e intellettuali degli Stati Uniti e di tutto il mondo, con lunghe digressioni del passato, ove ognuna di esse è già un nucleo di un romanzo a sé stante. Nel contempo, però, si passa a una narrativa stringata ed avvincente che porta a picchi di climax emotivi improvvisi.

Saul Bellow qui raggiunge la propria maturità di scrittore, perché mostra le sue profonde conoscenze letterarie, politiche, artistiche e filosofiche e le affronta attraverso i protagonisti, i quali cercano di incarnare gli spiriti del mondo che via via si susseguono, ottenendo lo svuotamento delle proprie biografie e uno sguardo critico delle istanze, accettando però della loro necessità per continuare a vivere e cercare un progresso per tutti, in particolare di quello morale.

Gli esiti mostrano il fluire del vivere e la trasformazione di ogni modello interpretativo che si ritiene intransigente e coerente nelle proprie direttive.

Qui Saul Bellow parla anche della sua funzione di scrittore, perché i protagonisti sembrano suoi specchi, in un gioco dove ogni immagine e la relativa biografia, divengono entrambi un “oggetto” creato dalle stesse concezioni letterarie da loro dichiarate.

È una narrazione ammaliante che serve a non esplicitare in modo diretto, la volontà dell’autore di farsi egli stesso un prodotto narrativo, quasi a tentare di incarnare uno spirito creativo totale dove il mondo stesso e il suo divenire siano sussunti nel testo letterario.

Il protagonista che cade non rimanda a un dilemma etico che deve risolvere il lettore attraverso la propria biografia intellettuale e morale, come nelle opere precedenti, perché è Saul Bellow che si fa materia diretta per ognuno, in una spregiudicata ambizione di incarnare l’atto creativo.

Questo dono vuole condividere la gloria in un omaggio incartato di spine che costringe al dolore di affrontare le proprie aspirazioni nascoste, le sconfitte e le rinunce, e, ferita dolorosa più grave, i compromessi a cui ci si è adeguati tradendo il proprio sistema di valori.

Che il lettore accetti assieme a me, autore, la volontà di gioire nell’atto creativo e il desiderio meschino e mediocre di perseguire la gloria.

CONSIGLI DI LETTURA: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore),

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore,
di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2015, Einaudi, Torino, Ed. Originale: What We Talk About When We Talk About Love, Alfred A. Knopf, New York, 1981)

Raymond Carver mostra di essere uno scrittore di alto livello con questi diciassette racconti ambientati in contesti domestici, suddivisi tra camere di letto, cucine, soggiorni, bar, ristoranti, parcheggi e giardini residenziali, dai quali trae storie universali.

Raymond Carver non si concentra nell’immaginare situazioni eccezionali in luoghi inverosimili, collocati in momenti topici del proprio vivere. La narrativa si snoda nel vivere quotidiano dei protagonisti. Fece scuola per la narrativa nei decenni tra gli anni sessanta e settanta, perché mostrò come il vissuto di chiunque sia integralmente una sorgente di luoghi topici letterali: dall’amore, alla gelosia, al possesso, all’avidità e all’invidia. La meschinità e la vigliaccheria sono descritti come tratti ineliminabili in contrasto perenne con le convenzioni sociali e i tentativi di aderire alla morale comune.

Le richieste di aiuto dirette e non, le rivendicazioni dei torti subiti e delle attenzioni non ricevute dai propri cari e famigliari, costituiscono fattori preminenti delle debolezze e delle inclinazioni dei protagonisti. Tutti e tutte compiono azioni riprovevoli, cercando in modo goffo e contraddittorio di rimediare, ottenendo nella maggior parte dei casi esiti sfavorevoli.

L’epica dei racconti si basa sulla costante lotta di sopravvivere e forse affrontare i fallimenti di ogni giorno, come padre, madre, lavoratore, studente, amante.

Dal punto di vista dello stile, Carver ha una qualità temprata da un esercizio continuo di ricavare un senso lirico da quello che noi riteniamo lo sfondo del racconto: gli ambienti, gli atti irriflessi come quelli di alzarsi dal letto, radersi, cucinare, scegliere un appuntamento al ristorante. Ciò vale anche per le tensioni e liti quotidiani tra le coppie, o coloro che vivono da separati scambiandosi orrori giornalieri, usando anche la prole come arma di offesa.

Vi è un timbro comune che deriva dall’autobiografia dell’autore caratterizzata da alcoolismo, rapporti di coppia tesi, con separazioni lunghe e dolorose, ove la compagna o perlomeno le prime due, hanno inclinazioni simili. Però così come nei racconti e nella vita reale, le donne mostrano di avere una comprensione e una stilla di propensione edificante maggiore di quella degli uomini.

Dalle relazioni interpersonali rispetto agli occhi odierni le donne agiscono in modo remissivo e i maschi hanno atteggiamenti infantili, autoritari, tesi in modo sottile, talvolta inconscio alla sopraffazione. Se, però, si analizza il contesto storico in cui furono scritti tali racconti, si ha che la donna poteva uscire assieme ai maschi, le giovani erano libere e autonome di avere relazioni anche di un solo giorno, nelle uscite del week end. Le discussioni non erano separate in ambito domestico tra coppie, ove i maschi parlavano tra loro di cose di “uomini” e le donne in cucina. I problemi e i temi erano discussi alla pari con tutte le modalità conflittuali, con i maschi alla perenne ricerca di imporre la loro visione, conseguendo però figure meschine.

Si parla molto e i monologhi interiori sono densi perché contraddistinti con colloqui immaginari con gli attori del proprio passato. Tutti cercano la catarsi dalle proprie consapevoli debolezze, vizi e negligenze. Le vie di miglioramento non scaturiscono da dialoghi con un Socrate personale, perché ogni consapevolezza emerge dal dolore e dalla vergogna di sé. La sporcizia dei propri pensieri inespressi e dalle ferite autoinflitte fisiche e morali sono i motori che alimentano la speranza di un cambiamento che si vuole migliore per sé e per gli altri.

Non vi sono risposte definitive, perché le tensioni continuano alla fine dei racconti, lasciando un angolo in sospeso, e questo rende tali scritti appetibili per noi comuni mortali, perché riconosciamo i nostri pensieri inespressi, agli altri e a noi stessi consciamente nascosti.

Leggendo di questi personaggi e proiettando su di loro i nostri dubbi, ci permette di essere più rilassati e aperti a comprendere le tentazioni pigre delle soluzioni facili e suicide, e delle posture pigre vigliacche che, seppure convenienti a breve termine, risultano fallimentari per il proprio timbro biografico.

Quest’opera andrebbe letta nella propria dimora, guardando ogni tanto gli oggetti che ci circondano, l’ambiente famigliare e lo specchio che riflette la propria immagine.

CONSIGLI DI LETTURA: Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver

Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver (Autore), Paolo Cognetti (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2017, Einaudi, Torino (Ed. Originale: Will You Please Be Quiet, Please?,
McGraw-Hill, New York, 1976)

La pubblicazione di questi racconti fu un successo editoriale e fu considerata una novità nell’ambito della editoria degli Stati Uniti. Le vicende sono situate in ambiti famigliari e domestici, che si estendono da un luogo di lavoro, al bar, in un ristorante, oppure in siti desolati simili a quelli descritti dai quadri di Edward Hopper.

Raymond Carver dedicò il romanzo e il titolo alla sua, da poco, ex moglie. Ha una intenzione provocatoria, ma anche di affetto, seppure contorto e malcelato. Era appena uscito da una crisi ultra decennale di alcoolismo. La sua ex consorte svolse la funzione di madre e di semi padre per i figli e lo sostenne nelle sue attività di scrittore con i pochi soldi di stipendio che ella riceveva nel tentativo di tenere in ordine i conti. Considerando poi che Lui passava tra i licenziamenti vari tra le segherie e lavori saltuari, Lei fu sodale, talvolta, di bevute e di tradimenti, ma fu comunque comprensiva nel momento, forse liberatorio per entrambi, della separazione.

Carver in quel momento ebbe una nuova compagna che condivise la restante parte della sua vita di scrittore di successo, fino alla sua morte, lunga e dolorosa, dovuta anche ai sui stravizi.

Il titolo però richiama un aspetto di solito non pienamente espresso che è rivolto alla sua coscienza, perché in ogni racconto vi è un aspetto della sua vita, riguardo ai fallimenti, alle incertezze, alle delusioni, alle paure. Carver si è sempre sentito fuori posto, un impostore in continua fuga dagli insuccessi e anche dalle possibilità di poter migliorare la propria condizione economica, sentimentale, e di speranza per il futuro.

Sì certo, molti personaggi alla fine del racconto sembrano avviarsi in un epilogo catartico, lasciando però a metà tale percorso, per invocare il contributo del lettore che, immedesimandosi possa poi riempirlo con il proprio vissuto. Proprio per questo una quantità crescente di pubblico trovò rispondenza in quegli ambienti così famigliari, tragici, disperati, depressivi.

Il discorso vale anche per gli antagonisti che possono essere i famigliari diretti come un padre, una madre, o i fratelli, la moglie e la fidanzata. Anche le figure femminili di riflesso agiscono secondo tali logiche, ma vi sono in prevalenza coloro che ascoltano, accusano, valutano il protagonista e le sue debolezze, e anche tra gli scontri, cercano di salvarlo. Tale approccio egoriferito non è dovuto a una minore considerazione delle donne, perché, nonostante gli approcci mascolini, sempre perdenti alla fine, sono le donne che attivano il climax del racconto per diventare gli agenti attivi della trasformazione, o della agnizione del protagonista, riguardo la sua vita.

Carver è invitante e si ha una immediata facilità nell’immaginare di trovarsi in quei luoghi, sebbene il tempo, le tecnologie e i manufatti siano cambiati, perché descrive la fisicità, le sensazioni, gli odori. E questi sono universali. La descrizione dei vestiti, dei tic, della corporeità disfatta e invecchiata offrono un quadro comprensibile che invita a immaginare una vita di ognuno, e sempre con quella allusione finale che lascia a noi, quasi inconsciamente, di colorare tutti loro con le nostre personali inclinazioni.  

Noi abbiamo la sensazione di bere e di mangiare quei particolari cibi, i mal di testa, l’eccitazione, il sudore, la voglia di congiungersi con l’altro o l’altra. La rabbia, l’impotenza e lo sconforto. L’incubo e la tortura autoinflitta del peso dei fallimenti o di quello totale che sta per arrivare.

È un viaggio nel profondo degli USA, di quella massa informe tra la provincia e le grandi città, di quella moltitudine che si trova in transizione, con il passato che hanno abbandonato, o che è crollato, e un presente freddo, distaccato e non accogliente.

I dialoghi sono asciutti, ma sapientemente variati in base ai personaggi. Carver usa le sue esperienze, per tradurle in ambienti topici e facilmente riconoscibili dagli statunitensi e da noi qui in Europa, per la montagna di film e di serie televisive che abbiamo seguito tra gli anni settanta e quelle degli inizi del secolo.  

Ci si sente pieni: è una lettura che nutre, perché si ha la sensazione di aver mangiato, di aver bevuto e anche di aver amato, oltre a quella dolorosa di aver preso dei gran pugni in faccia. Tutti loro, maschi e femmine, sono descritti con i tratti dell’avanzare dell’età, relativa alle calvizie, alle smagliature, alla pancia: la normale umanità che tenta di reggere l’età adulta e la vecchiaia, e che qui, in questi racconti, ottiene risultati altalenanti e mai appaganti.

La risposta è no. La coscienza non sta zitta, ed è proprio quella che ti salva: quella che ha permesso a Carver di raccogliere i cocci della sua esistenza e di trasformarla in una attività letteraria.

Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…