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CONSIGLI DI LETTURA: Rumore bianco di Don DeLillo

Rumore bianco di Don DeLillo (Autore), Federica Aceto
(Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2023
(Ed. Originale: White Noise, Penguin Books, Londra, 1985)

La bianchezza sonora evocata dal titolo del libro è un ostacolo per il nostro pensare o vivere, oppure ne è una parte costitutiva e ne permea il senso in modo fondamentale? Il rumore bianco è una sinestesia particolare che mostra la profondità di pensiero di Don DeLillo il quale non è uno scrittore giovane ed esordiente, perché in tarda età iniziò a scrivere in modo costante e in vista di una composizione di un romanzo.

Don DeLillo ha avuto anni di ripensamenti, di soliloqui interiori, accompagnati da letture e appunti letterari con il suo vivere quotidiano, dall’adolescenza e attraversando, poi, vari stadi dell’età adulta. La sua vena creativa riceve una fonte di un fiume che è sceso dai ruscelli dell’intuizione, ricevendo affluenti densi di riflessioni strutturate.

Il rumore di solito ottunde i sensi e inibisce le abilità di comprensione rispetto agli accadimenti circostanti. Nelle composizioni letterarie non a caso è associato al grigio nebbioso, allo stridente acuto d’acciaio che trafigge, o al fuoco che sfrigola i combusti. Il rumore di fondo, al pari di un terremoto, distrugge la base nella quale fondiamo l’equilibrio dello stare nel mondo. È lo scoppiettio sonoro che invade l’universo rendendo tutto un silenzio, rispetto ai suoi colpi secchi consumati in un attimo: frecce sonore che attraversano una sordità inflitta all’ascoltatore.

Il rumore quindi chiude e oscura, perché invita ad inibire i sensi. Distrugge talvolta o pone in disordine l’armonia del tempo e del suono in cui siamo immersi nei movimenti continui del nostro vivere.

Il titolo invece porta inconsciamente a distaccarci da ciò, perché tale candore si accompagna a ogni variazione cromatica, e quindi a fenomeni sonori che divengono parte costitutiva di ogni emissione fonica: quasi un fattore di scala. Il rumore bianco non è improvviso, non lacera, sta con tutto ciò che avviene e che è recepito dai nostri sensi. Ci informa che è un sovrappiù al già visto e sentito, e che esistono significati che da lui prescindono, ma che è impossibile siano da esso indipendenti e isolati.

Non è una avventura metafisica, o una esperienza esclusiva ed intima di un protagonista, perché lo si avverte mentre si comunica e si sta con gli altri, partendo dal quotidiano, e quindi dai propri nuclei famigliari, dalle discussioni a cena, o nella condivisione delle faccende domestiche e quotidiane, fino alla partecipazione, obbligata e subita, dei grandi eventi che coinvolgono le comunità.

Cosa è di fondante rispetto a tale fenomeno pervasivo? Il timore della morte. Il rumore bianco è questo orizzonte di sfondo che permea gli scopi inespressi, le domande avvertite e mai esattamente definite e circoscritte, il senso del nostro stesso parlare che è una domanda continua di senso. Poiché chi professa in modo articolato la filosofia teoretica sa argomentare che ogni domanda è una risposta rovesciata con una ipotesi (dilemma possibile/impossibile) inespressa, si ha che l’interazione sociale con i figli e con i compagni e le compagne, gli amici, i colleghi di lavoro, i passanti, ne è intimamente costituita.

Il protagonista, Jack Gladney, ha una attività di studio storico e letterario preminente per la quale è divenuto un docente universitario, riguardo un personaggio che fu ossessionato dalla morte e ne fu tragicamente uno dei più terribili promotori: un ex imbianchino austriaco con i baffetti.

L’ultima sua compagna, Babette, dopo due mogli precedenti e figli vari, più che del senso dell’al di là che si accompagna a questa visita unica e irripetibile che è questa sorella nera, ha paura semplicemente della sua venuta, in un gelo e soffocamento senza fine. Tale timore non riguarda solo la propria persona, ma anche chi gli sta vicino: il suo compagno, i figli che contribuiscono al suo senso di esistenza. La paura è traslata verso un vivere accompagnato dalla morte che toglie chi ti sta accanto.

Un figlio, Heinrich, che cerca di venire a patti e a scontrarsi con tale rumore bianco, applicando uno scetticismo corrosivo e disarmante nella speranza in realtà di venire a patti con la morte, tentando di smontarla nei suoi significati e nelle manifestazioni del mondo.

Una figlia, Denise, che vuole controllare ogni evento e prevenire ogni pericolo, per scovare scopi ulteriori a quelli di rendere il morire un evento circoscritto.

Un’altra figlia, Steffie, che fa da contro altare alla prima, usando la sorella come ostacolo da sopraffare per ottenere a sua volta un porto sicuro.

Un infante, Wilder, che non ha ancora il senso della morte e compie atti al limite del suicidio, ma che, nonostante tutto, ne riesce a sopravvivere, quasi come se impersonasse l’infante che gioca sentendosi un Dio, proprio della “Gaia Scienza” di Friedrich Nietzsche, suscitando un fascino speciale per gli adulti, nonostante siano consapevoli della caducità di tale posizione edenica.

E così via per gli altri personaggi, ognuno permeato da questa bianchezza che tenta di fare scudo, sia in senso protettivo sia deviante rispetto a quel timbro fondamentale che scandisce il senso dei nostri atti e pensieri.

Nel romanzo vi è una nube venefica fuoriuscita da una fabbrica di elementi chimici. È l’evento minaccioso e concreto, mentre il rumore bianco è il flusso incessante (TV, radio, supermercato) che tenta di assorbirlo e di schermarlo. Tale evento detterà indirettamente, con una consapevole tragicità, il tempo che resta da vivere per ognuno di loro, mostrando nella mera quantità i secondi limitati che abbiamo da vivere. Ecco perché serve il rumore: ci sposta un passo indietro nel quantificare esattamente o almeno in modo approssimato, la piccola quota rispetto all’eternità di quelle poche migliaia o decine di giorni di vita.

Capita di tutto ai protagonisti, in particolare al personaggio principale che, credendosi il centro che direziona indirettamente la vita degli altri, si rende conto invece di esserne da tutti attraversato.

E qui si nota lo stile succinto, ma immaginifico di Don DeLillo, perché nello svolgersi delle vicende, nel costante impegno a interrogare ed interrogarsi su tutto, rende tutti ridicoli, comici, ed autoironici. Pur nei difetti, e vizi, la consapevolezza di essere limitati suscita la simpatia nel lettore, attraverso tentativi goffi di eroismo che si impegnano vanamente riscattarsi da questo giogo colorato, perché tale annuncio che vuole si sia rimandato, come il suo accoglimento.

Vi è molto di lirico che richiama le grandi composizioni tragiche dei classici, ma al fondo di tutto, vi sono atteggiamenti che richiamano il “Don Chisciotte” di Miguel De Cervantes: il ridicolo e infantile senso di attribuire il proprio ordine al mondo, seppure fallace, ha comunque un seme di speranza nella possibilità di qualche fiore sbocciato che potrà essere colto e annusato.

Il libro scorre anche i decenni degli anni sessanta fino ai novanta del secolo scorso negli Stati Uniti, sia nei grandi eventi sia nelle pratiche quotidiane.

È un libro da abbracciare, da ridere, da godere, anche per esorcizzare il timbro quotidiano che ci affligge la sera o nei momenti in cui siamo da soli e meditiamo, alternando la fuga da tali pensieri o l’ostinazione a risolvere quella corda della spada di Damocle che abbiamo appesa sopra la testa.

CONSIGLI DI LETTURA: Vineland di Thomas Pynchon

Vineland di Thomas Pynchon (Autore),
Pier Francesco Paolini (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2021
(Ed. Originale: Vineland,
Little, Brown and Company (Boston- Usa), 1990)

Tanto si è scritto su questo romanzo di Thomas Pynchon per i temi trattati, per la comparazione rispetto al monumentale romanzo scritto 17 anni prima ( L’Arcobaleno della gravità: qui una riflessione: https://www.linomilita.com/destino/consigli-di-lettura-larcobaleno-della-gravita-di-thomas-pynchon/ ) per il quale si ebbero critiche relative ad una mancanza di idee, di originalità, e di una vena creativa inaridita. Furono rinnovate le perplessità circa lo stile apparentemente confuso e spiazzante, in particolare nella ricerca di stili diversi per una commistione originale negli intenti, ma fallimentare negli esiti.

Accanto alle valutazioni impietose, con il passare del tempo dalla pubblicazione e per una lettura più attenta e più diffusa di un pubblico crescente, “Vineland” fu progressivamente considerata un’opera magistrale per le innovazioni stilistiche, per i temi trattati, per le sofisticate e parallele vicende dei singoli.

Nonostante le tante recensioni che si possono rilevare nel web o semplicemente chiedendo informazioni ai Large Language Model (modelli linguistici di grandi dimensioni), a mio parere rilevo elementi non pienamente posti in evidenza. Tra questi risalta un primo tratto: la sovrabbondanza.

In ogni pagina, per ogni protagonista introdotto e per ogni luogo descritto, vi sono descrizioni multiple dei luoghi, dei riferimenti geografici, degli oggetti di uso quotidiano, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi. Vi è un contrappunto tra una descrizione microstorica e particolare degli attori via via posti in risalto, e un’analisi circa le tendenze di lungo periodo caratterizzanti il presente della narrazione.

In più, all’interno delle scene e dei dialoghi vi sono digressioni temporali, perché le vicende ondeggiano tra eventi al presente, azioni presenti che narrano del passato, e l’accaduto che nei capitoli successivi è posto in un quadro attuale.

Vi è un participio passato che trasla in un imperfetto, caratterizzandosi poi al presente in modo da lanciare indizi, motivi che spiegano gli stati futuri, i quali poi vibrano tra un futuro anteriore e in un presente attuale rispetto al lettore.

La lettura comporta un senso di vertigine, se si vuole mantenere una linea univoca nella scansione temporale. Se invece si entra nello stile più intimo di Thomas Pynchon e si tiene per fermo che i protagonisti si muovono all’interno di temi universali che implicano dilemmi etici, i piani paralleli e gli eventi aggrovigliati acquisiscono una coerenza di sviluppo narrativa e una congruità dei temi trattati.

Un secondo elemento che sembra più proprio a in termini biografici dell’autore è la passione per il Jazz. Si ha l’impressione talvolta che scriva dentro un locale di concerti Jazz con tante persone intorno e sedute in tavoli disposti in modo disorganico, dove la fruizione varia in base alla distanza e al grado di attenzione del pubblico. I capitoli, nella veste di sessioni musicali, definiscono un’orchestra di personaggi che offrono i temi, variandone le scale, ponendo di volta in volta un orchestrale come solista, mutando i ritmi e le frequenze. Questo romanzo ha un tema centrale nascosto con tanti capitoli che ne costituiscono una sua esecuzione sempre diversa.

Di questi due elementi relativi ad una sovrabbonda delle descrizioni quasi giornalistiche e dello stile musicale dinamico e variazionale, entrambi centrifughi rispetto a porre un ordine tematico, vi è un tratto ulteriore che bilancia una possibile disgregazione interpretativa: una descrizione barocca del mondo.

Vi è una puntigliosa e ricercata presentazione di oggetti, arredi, paesaggi, strade, città, vie, locali che informano delle posture, dei linguaggi e degli atteggiamenti dei protagonisti. Tutto è pieno, perché ogni luogo, nella immaginazione del lettore, ha marcatori del tempo storico, dei cibi, degli snack, delle canzoni, dei tavoli, della moda e degli abbigliamenti.

La forma barocca non è tanto dipendente dai canoni della pittura e della scultura, quanto dalla televisione, dai linguaggi e dai temi proposti dai canali tv tra gli anni sessanta e ottanta negli Stati Uniti. Le serie tv e i protagonisti di ogni trasmissione da quella giornalistica a quella di intrattenimento dettano gli slang, i tempi e i modi di concepire il mondo che sono immediatamente incarnati dai protagonisti.

Vi è uno spartito di base che considera il passato recente come una distopia, perché il libro è ambientato nell’anno 1984, ma lo pubblica nel 1990. Il 1984 è quindi il passato recente (ed è un richiamo al noto romanzo di George Orwell): l’America dell’era Reagan-Bush non rischia di diventare una distopia futuristica; lo è già diventata.

Il controllo si evolve attraverso la “Rivoluzione dell’informazione o Info-Revolution (accessibilità generale e orizzontale dei dati)”. Lo Stato non usa la forza visibile, ma traccia i cittadini tramite computer, le banche dati e l’uso delle carte di credito, ovvero vi è la convinzione da parte dell’autore che l’apparato ideologico usi la cultura pop per annullare il pensiero critico. Vi è la descrizione di un’America anestetizzata dalla televisione e dal rock and roll. Tutto ciò è accompagnato da schemi catartici già apparsi nel primo novecento, riguardo al sesso che è legato al sadomasochismo e all’attrazione erotica che i dissidenti provano verso i leader in uniforme, diventando uno strumento di sottomissione psicologica.

La famiglia nucleare viene vista dai governi autoritari come un potenziale pericolo di resistenza intersoggettiva, e viene quindi smantellata o corrotta, infatti l’ideale della famiglia perfetta mostrato nelle sitcom televisive contrasta con la realtà di famiglie distrutte, assenti o segnate da abusi. Il leader governativo Brock Vond usa il bisogno psicologico di protezione delle persone per presentare lo Stato autoritario come una grande “Famiglia nazionale” a cui obbedire ciecamente.

Con la contraddizione (non originale in realtà nell’uso narrativo) della CIA (Central Intelligence Agency) che favorisce l’introduzione di droghe nel paese sia per sedare la controcultura degli anni ’60 sia per creare artificialmente una categoria di “delinquenti” (i tossicodipendenti) da usare come capro espiatorio e giustificare il potenziamento delle forze di polizia.

Un tema di fondo che permane in ogni capitolo del libro, risiede nell’idea che la razionalità ufficiale e l’irrazionalità non siano due poli opposti. La distopia postmoderna di Thomas Pynchon offre l’ipotesi che l’oppressione moderna non si dichiara nemica dei piaceri umani, ma impara a governarli.

All’interno di questo scenario fosco, nonostante tutto, l’autore mantiene una nota di speranza: la creatività, la cultura pop e le relazioni vive tra le persone sono e saranno comunque il solco che supererà tale momento storico.

Non è un caso che si è proposto il jazz, perché un concerto di questo tipo teoricamente non ha una fine: ognuno può rientrare in vita, pensare, giocare, e porsi in relazione con gli altri.

CONSIGLI DI LETTURA: L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon

L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (Autore), Giuseppe Natale
(Traduttore), BUR Rizzoli, Milano, 1999
(Ed. Originale: Gravity’s Rainbow, Ed. Viking Press (NY), 1973)

È considerato uno dei cento romanzi più importanti del secolo scorso in termini di sperimentazione narrativa, complessità della trama, giochi temporali, riferimenti enciclopedici, e di strutture stilistiche composte in modo metaforico ed analogico. Gli eventi si incentrano sulle vicende storiche realmente accadute riferite alla produzione e all’arma segreta e poi definita come “V2- Aggregat 4”: Il primo missile balistico a lunga gittata della storia, che raggiungeva velocità supersoniche ed era impossibile da intercettare. Una delle Wunderwaffen (letteralmente “armi miracolose”): il grande razzo intercontinentale progettato dai tedeschi del Reich in prossimità e durante la seconda guerra mondiale.

Non è un caso che Thomas Pynchon abbia preso spunto da tale arma e in particolar modo dal suo attributo “miracoloso”, perché la trama rimanda alla passione cristiana, che è correlata in un congegno narrativo sofisticato con i mandala nella loro struttura della creazione e della distruzione, con la messa in tema delle forze che permettono il mutamento. La polarità tra il percorso irreversibile del tempo in una funzione escatologica ed apocalittica e tra la descrizione ciclica del divenire, incastra la visione della catastrofe universale, con quella del sacrifico messianico, delimitata e descritta con i luoghi e i significati che parlano del mondo, propri della cabala. E non è finita, perché all’interno di queste dimensioni interpretative conflittuali, i luoghi e i protagonisti hanno attributi e funzioni in analogia con l’alchimia e i tarocchi. I nomi sono maschere di significati biblici, alchemici, ed esoterici. Le sostanze segrete, le droghe, le tecnologie, seppure siano state introdotte con precisi e reali riferimenti storici, vengono descritte, ridenominate ed usate con metafore nascoste e profezie oracolari.

Vi è una visione di fondo per la quale l’umanità sia destinata all’estinzione e alla catastrofe finale, proprio e in virtù principalmente per la propria indole, genetica, peccato, colpa originaria, ricerca di conoscenza che non può che non arrivare al desiderio della distruzione totale. E quale migliore luogo se non quello della seconda guerra mondiale e del mondo allucinato dei nazisti, Ove la scienza e la tecnica erano intese come emanazioni di una spinta irrazionale connotata da riti esoterici.

È un libro che sconcerta perché le numerose sperimentazioni linguistiche e narrative riprendono quelle dei grandi romanzi del novecento, fino agli studi del linguaggio e della comunicazione degli anni sessanta. Vi è la volontà di dotarsi di un armamentario poetico analogo a quello del romanzo “Ulisse” di James Joyce, ove quasi in ogni pagina traspare lo sforzo di delineare uno stile proprio al susseguirsi degli eventi e dei dialoghi, che però deve essere incastonato nelle trame più ampie dei luoghi dei capitoli.

Vi sono nozioni di storia, filosofia, religione, matematica, balistica, chimica, fisica atomica, esoterismo, meccanica dei fluidi e dei solidi, astronomia, psicologia. L’autore ha studiato con puntiglio fino agli dettagli non volendo lasciare alcunché di intentato.

I protagonisti sono complessi nella loro dimensione valoriale, con una biografia traumatica, alla ricerca di una normalità impossibile, perché è perseguita da vizi, turbe psichiche, volontaria accettazione del vizio e della corruzione. Con questo non si intende porre una giustificazione politica e storica dei nazisti equiparati alle forze alleate. Non è un romanzo politico e storico che intende distribuire le colpe, e celebrare le forze del bene, oppure perseguire una propria visione del “bene”. Anzi, non si assolve nessuno tenendo però a mente che le perversioni, i crimini e le violenze di ognuno sono a livelli diversi del proprio vivere e nei tempi degli accadimenti che si snodano dagli anni trenta fino ai sessanta, e quindi sono impossibili da catalogare e accostare in una biografia pesata su criteri morali uniformi.

La condanna della storia per Pynchon è già data e fuori discussione, ma non basta, perché i meccanismi che hanno generato il processo di creazione e di uso criminale ed assassino delle V2 sono ben più ampi, sotterranei, epocali, plurisecolari e ancora attivi, proprio in questi giorni dove in quasi ogni continente si bombarda, e si agisce con la volontà di intendere il mondo come una costellazione dinamica di conflitti di guerra, ove i confini sono segnati dal sangue.

Tedeschi, francesi, statunitensi, inglesi, argentini, Herero della Namibia, sovietici, tutti agiscono entro i loro mondi deliranti in uno scenario ancora più assurdo che è la seconda guerra mondiale, la sua fine, e durante la guerra fredda.

Vi sono le lotte tra gli attori impegnati nella costruzione dell’arma segreta, dei servizi nemici che tentano di trovarla, carpirne le tecnologie, annichilire tutti quelli che ne hanno a che fare, e i conflitti di coloro che si distaccano dalle organizzazioni, e dagli eserciti e polizie segrete di riferimento per condurre battaglie personali addirittura contro quelle di propria provenienza.

E lo sconcerto che prende il lettore, scaturisce dalla conseguenza che il tradimento non è favore del nemico, ma contro tutti. Ovvero è come se dalle nazioni, agli eserciti, ai militari, agli agenti dei servizi segreti, alle spie, agli scienziati, ai mariti e alle mogli, ai figli, ognuno prende una propria strada contro tutti gli altri. È una guerra universale che mente promettendo la conquista e la potenza, la soddisfazione infinita delle proprie perversioni, ma che di sotto offre un unico trofeo, il comando di dover continuare a distruggere il più possibile, nello spazio e nel tempo.

In alcuni parti il testo è a dir poco sadico, osceno, truculento, pornografico nel senso più violento del termine. Vi è la droga, il sesso perverso, l’omicidio, il sadismo, la crudeltà, la vendetta meschina e anche qualche tratto di bontà e di affetto, seppure sdraiato su un letto di locuste.

Thomas Pynchon sperimenta in ogni pagina nuovi stili, miscele di dialoghi, monologhi interiori, descrizioni giornalistiche e rievocazioni mitiche, utilizzando le analogie e le assonanze con gli strumenti e i modi di vivere dei diversi periodi e luoghi che vanno appunto dalla Germania, dalla Berlino occupata e divisa tra gli alleati, in Gran Bretagna, negli USA, nel mosaico in movimento dell’est Europa nei mesi appena successivi alla fine della guerra. Vi sono riferimenti alle musiche, ai canali televisivi, agli show, ai cinegiornali, agli oggetti di uso quotidiano, alle marche di cioccolata, ai canti antichi, fino al blouse e al rock, ai canti e ai riti africani. È uno sforzo che il lettore si deve accollare, ma è una bella fatica perché si apprezza la lingua, la bellezza dello scrivere e dello sperimentare nell’estro creativo e nel godimento estetico. Si passa da un realismo ottocentesco, a una narrazione rievocativa, a un monologo interiore a una miscela di poesia beat in stile jazz.

Vi è un grande scenario poetico che tutto avvolge e prosegue con un ritmo ben cadenzato in modo sinfonico.

Una caratteristica che colpisce e disorienta è relativa nel porre in primo piano il corpo, le sue funzioni più elementari, le pulsioni, le emozioni, le sensazioni di piacere e di dolore. Ciò è correlato con la descrizione orizzontale dei luoghi, siano essi panorami o camere anguste senza finestra, ove nelle prime righe sono descritti gli oggetti nei loro particolari materici, dalla consistenza, dal colore, dall’odore e dal tatto. Non è un romanzo che invita alla virtualità, alla generalizzazione astratta, perché parte dal corpo, da questo mio mal di pancia, dalla mia erezione sessuale e dall’orgasmo, dal desiderio dipendente distruttivo come la droga, l’alcool, la vendetta. Tutti concetti presentati dal corpo agli strumenti di guerra a quelli quotidiani domestici.

Non ce la si fa a leggere tante pagine di fila, perché ogni scena è una pietanza ricca, esorbitante e sostanziosa che invita il lettore a partecipare con il proprio corpo. Se ci si lascia andare al piacere della lettura, si perde la trama: più si cerca di mantenere ogni filo e più ci sente paralizzati nella difficoltà a mantenere la lettura.

Il titolo è “L’arcobaleno della Gravità”: non è un caso. L’arcobaleno fornisce lo spettro dei colori, dal paradisiaco a quello più terribile e questi poggiano sul bianco della imprevedibilità e sul nero della dissoluzione. L’arcobaleno descrive una gittata, che guarda caso è proprio quella balistica di un missile, o spada divina, o piovra infernale. La gravità è comune a ogni essere inanimato, perché è l’ineluttabile condizione che volge verso la caduta, e quindi la catastrofe.

CONSIGLI DI LETTURA: Il dono di Humboldt di Saul Bellow

Il dono di Humboldt di Saul Bellow (Autore), Pier Francesco Paolini
(Traduttore), Mondadori, Milano, 2008 (Ed. Originale, 1975,
Secker & Warburg (Londra) e Viking Press (New York))

Il protagonista è uno scrittore versatile che scrive sia in forma di prosa sia in poesia. È una fitta trama di specchi ove Citrine, il giovane di belle speranze che ottiene il successo anche economico, si confronta continuamente con il suo mentore, il poeta Humboldt, il collerico, pazzo, esagitato, esorbitante genio creativo. Tale antagonismo prosegue oltre la morte del poeta decaduto in un colloquio ove sono messe in questione le funzioni dell’intellettuale nei rapporti con la società e nei correlati sistemi morali storicamente determinati.

La storia inizia negli anni venti del millenovecento, attraversa la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, il Vietnam, i mutamenti sociali e le contestazioni. Citrine, nel perseguimento del successo, attraverso la composizione dei suoi scritti teatrali, romanzi e in misura minore delle poesie, si interroga sulla sua funzione politica, sociale e di costume.

Humboldt ha un rapporto conflittuale con il mondo e con il proprio ruolo di presunto vate. Seguito dall’opinione pubblica nonostante la sua autodistruzione sociale ed economica, oltre che psichica, puntella negli anni una scansione degli eventi in rapporto a Citrine, la voce narrante riguardo gli eventi del passato che hanno la funzione di tracciare una successione di causa ed effetto in relazione alle vicende del presente.

L’opera straripa di riferimenti letterali e degli intellettuali che hanno caratterizzato i decenni su indicati. Sia Humboldt sia Citrine a modo loro destrutturano e desacralizzano i miti e riferimenti politici e ideologici che via via incontrano negli anni. Il primo affrontandoli con un sistema etico inflessibile che dichiara la propria aderenza a una funzione di vate delle arti, buone, belle e giuste, attraverso la propria biografia, demolendo il proprio ruolo e distruggendosi per ogni atto di svendita dei propri valori e di mercificazione. Il secondo con uno sguardo cinico, logicamente coerente e robusto di argomenti, rendendo i riferimenti morali e artistici del tempo limitati e velleitari.

Se Humboldt persegue una coerenza inflessibile nel comporre gli scritti, con una dichiarazione esplicita di perseguire una produzione artistica innovativa, così cerca di realizzare tale impegno anche Citrine. Se il primo, però, attinge solo alcuni riferimenti utili alle sue convinzioni, il secondo li usa tutti, nella consapevole e velata intenzione di considerarli meri strumenti di lavoro.

Nonostante che Humboldt lo abbia negli anni calunniato e derubato, così come la ex moglie e le amanti, Citrine accetta tali violenze nel dichiarare alla propria coscienza di agire come un eroe che in modo nobile accetta i soprusi per mantenere integro il proprio genio, il quale risolverà tutto e nella convinzione di agire in un’ottica di lungo periodo tendente alla gloria.

Citrine però sa che il suo atteggiamento apparentemente generoso nasconde secondi fini, tra i quali il bisogno, che, comunque vadano le cose, lui dovrà essere ricordato come il genio eroico, bravo, buono e bello. Negli anni mostra debolezze e comportamenti meschini, per i quali accetta la punizione che è inconsciamente voluta, inflitta dai suoi cari, dai suoi amici, e da coloro per i quali intrattiene affari. Per la sua vanità si trova invischiato con malfattori che lo ricattano e perseguitano, da avvocati che lo sfruttano in cause continue, da una ex moglie piena di conflitti irrisolti e di traumi psichici, che lo infama e cerca di derubarlo, e da amanti che lo usano.

Citrine è consapevole di ciò e come tutti i protagonisti dei romanzi di Saul Bellow camminano nei cigli degli abissi, sempre nel punto di naufragare definitivamente. In forme diverse è lo stesso atteggiamento di Humboldt, ma tradotto in modo passivo in rapporto alle catastrofi che lo perseguitano.

È un romanzo lungo, denso, emotivamente teso, che chiede molto al lettore, perché esige una attenzione costante ai riferimenti sociali, politici e intellettuali degli Stati Uniti e di tutto il mondo, con lunghe digressioni del passato, ove ognuna di esse è già un nucleo di un romanzo a sé stante. Nel contempo, però, si passa a una narrativa stringata ed avvincente che porta a picchi di climax emotivi improvvisi.

Saul Bellow qui raggiunge la propria maturità di scrittore, perché mostra le sue profonde conoscenze letterarie, politiche, artistiche e filosofiche e le affronta attraverso i protagonisti, i quali cercano di incarnare gli spiriti del mondo che via via si susseguono, ottenendo lo svuotamento delle proprie biografie e uno sguardo critico delle istanze, accettando però della loro necessità per continuare a vivere e cercare un progresso per tutti, in particolare di quello morale.

Gli esiti mostrano il fluire del vivere e la trasformazione di ogni modello interpretativo che si ritiene intransigente e coerente nelle proprie direttive.

Qui Saul Bellow parla anche della sua funzione di scrittore, perché i protagonisti sembrano suoi specchi, in un gioco dove ogni immagine e la relativa biografia, divengono entrambi un “oggetto” creato dalle stesse concezioni letterarie da loro dichiarate.

È una narrazione ammaliante che serve a non esplicitare in modo diretto, la volontà dell’autore di farsi egli stesso un prodotto narrativo, quasi a tentare di incarnare uno spirito creativo totale dove il mondo stesso e il suo divenire siano sussunti nel testo letterario.

Il protagonista che cade non rimanda a un dilemma etico che deve risolvere il lettore attraverso la propria biografia intellettuale e morale, come nelle opere precedenti, perché è Saul Bellow che si fa materia diretta per ognuno, in una spregiudicata ambizione di incarnare l’atto creativo.

Questo dono vuole condividere la gloria in un omaggio incartato di spine che costringe al dolore di affrontare le proprie aspirazioni nascoste, le sconfitte e le rinunce, e, ferita dolorosa più grave, i compromessi a cui ci si è adeguati tradendo il proprio sistema di valori.

Che il lettore accetti assieme a me, autore, la volontà di gioire nell’atto creativo e il desiderio meschino e mediocre di perseguire la gloria.

CONSIGLI DI LETTURA: HERZOG DI SAUL BELLOW

Herzog di Saul Bellow (Autore), Letizia Ciotti Miller
(Traduttore), Mondadori, Milano, 2014
(Ed. Originale, 1964, Viking Press, NY)

Dal punto di vista etimologico “Herzog” richiama il duca, colui che è il condottiero di un popolo, ovvero di una moltitudine che si riconosce in una comunità di valori e di memoria. In questo romanzo il protagonista è colui che si lascia guidare verso i valori e le molteplici versioni della sua biografia attraverso una volontaria espiazione per una ricerca irresistibile nell’aver avuto un senso il suo vivere e nella speranza di accedere a residui sentieri nei territori di là da venire.

La scena di inizio è collocata nell’apice della crisi che svetta tra due abissi: in uno vi è la logica conseguenza degli errori derivati dalla ostinazione, dall’arroganza, dall’orgoglio, dalla rivendicazione astratta contro tutto e tutti che porta alla completa auto distruzione. Nell’altro vi è il sussurro della ricerca di aiuto, di ascolto e infine di essere amato.

Nella tentazione di proseguire in modo conforme ai suoi schemi razionali per mantenere invano il potere di controllare la propria interiorità e l’ambiente, Herzog intuisce, e con stizza non comprende, la possibilità di perdere ciò che gli è più caro e che lo permea come individuo pubblico: una notevole capacità di analisi, di studio, di scrittura e di ricerca, crollando verso un umiliante delirio e decadimento fisico.

Nel riconoscere invece il bisogno di aiuto e dell’esigenza di aprire il proprio cuore, avverte che gran parte dei suoi successi di studio e di lavoro sono stati perseguiti attraverso un istintuale bisogno di sopravvivenza e che dopo la spinta iniziale genuina e spregiudicata, in età matura una piega di mediocre e superficiale riflessione lo avrebbe portato a una totale inconsistenza. Il presentimento di vivere compiendo un giro in tondo per ritornare in una condizione di infante bisognoso di affetto, riporta l’assenza di una risposta alle sue esigenze.

Da entrambi i lati, all’inizio del romanzo, il delirio è la fuga momentanea da questa caduta irreversibile verso un luogo che informa della colpa più grave: non essere stato capace o addirittura di non aver voluto chiaramente interloquire e concedersi all’altro.

La famiglia del protagonista appartiene agli esuli ebrei fuggiti dai pogrom di fine ottocento dalla Russia, e dalla Polonia, verso gli Stati Uniti. L’elemento che contraddistingue tale comunità esprime il bisogno di una terra in cui stare e ancor di più, il tentativo di assegnare un senso e un destino nel luogo di fuga. L’esodo in costoro è una sintesi inestricabile che si snoda nello spazio delle opportunità e delle città degli Stati Uniti con la ridefinizione della propria individualità cercando di mantenere un filo temporale di memoria con la comunità ancestrale del popolo errante.

È indifferente se Herzog, i suoi genitori, le sue mogli, siano ebree osservanti, convertite al cattolicesimo, atei o semplicemente indifferenti: il tratto di non avere ancora un luogo sicuro e di uno spazio emotivo ed identitario è una conquista che si ripete per ogni fase del proprio vivere.

Non è un caso che a livello stilistico Saul Bellow parta dalla descrizione morfologica e poi del vestiario e infine degli ambienti frequentati e vissuti di ogni personaggio per proseguire in concomitanza a descrivere la personalità e intuire la sua storia e i suoi fini reconditi. Ogni antagonista di Herzog, pur nelle diversissime provenienze di status, cultura, istruzione, sesso, vizi è allo stesso livello di complessità intellettuale. Ognuno di loro è un tesoro di vita, di contraddizioni, di colpe, di esigenze non soddisfatte, di traumi e violenze.

Uomini e donne mostrano un bisogno di affetto e nello stesso tempo alcuni e alcune compiono atti riprovevoli. Vi è una completa equiparazione tra i sessi in fatto di crudele e meschina ricerca dei propri interessi. In gradi diversi, ognuno di loro cammina nel deserto, accollandosi il peso delle proprie colpe e debolezze nella speranza di arrivare a una fonte che dia risposte ed accoglienza.

Herzog scrive lettere a personaggi inventati, morti, pubblici, della sua biografia per poi cestinarle. Ridotto in condizioni pietose in una casa che avrebbe dovuto essere la destinazione finale e che invece mostra di essere l’anticamera della caduta, qui chi sta intorno richiama la sua presenza, il ritorno a ciò che è stato, per affrontare un divorzio, la figlia, gli amici che lo hanno tradito e a coloro che lui stesso volse le spalle. Il tutto in un andirivieni di dialoghi e di monologhi interiori con i personaggi del passato, quali suo padre e altri della sua infanzia con cui ebbe contrasti che lasciarono ferite mai curate.

Lo stile varia da un monologo interiore che è estremamente raffinato e variabile nel descrivere ogni personaggio, a dialoghi quasi teatrali per giungere a un climax ad effetto.

Più volte Herzog cerca di punirsi e di accettare di essere ingiustamente maltratto e sopraffatto per espiare le mancanze che lui sente proprie e che non sono quelle rivendicate dagli antagonisti, per rendersi conto infine che tale atto di umiltà è un tentativo di nascondere le sue negligenze più radicali: nel volere che il mondo, lo spazio e il tempo si adeguino ai suoi modelli di interpretazione. Il bambino che, nel piangere, chiede al mondo di piegarsi alle sue esigenze, invece di esprimere la propria impotenza e di chiedere aiuto, mostrando altresì vera gratitudine.

Se avrà risposta e la saprà accettare, lo lascio al lettore. Il finale è da leggere tutto di un fiato.

A tratti il libro infastidisce perché può richiamare tratti della nostra biografia, in particolare quella non conosciuta dagli altri: quella che rimugina continuamente nei nostri pensieri, quando siamo da soli, prima di addormentarci, nelle situazioni di attesa e di impossibilità di fuggire verso le distrazioni momentanee.

Come in altri romanzi, anche in questo, Saul Bellow ci offre protagonisti che nell’apice delle proprie speranze dei risultati conseguiti, nel continuare in modo coerente a conferire un senso del proprio operato, affrontano il dilemma che porta alla crescita o alla dissoluzione. Vi è la consapevole e dolorosa ammissione di essere limitati e non così onnipotenti e giusti come si crede, e vi è il bisogno del mondo e di chi sta vicino per vivere nella speranza di migliorare e di mantenere il tesoro del proprio sé vivo nella memoria e nelle speranze del futuro.

CONSIGLI DI LETTURA: Autonomous di Annalee Newitz

Autonomous di Annalee Newitz (Autore), Annarita Guarnieri
(Traduttore), 2017, Fanucci Editore, Roma
(Ed. Originale: 2017, Tor Books -NY – USA)

Il romanzo pone il tema del libero arbitrio relativo alla facoltà di poter deliberare rispetto ai dilemmi e alle situazioni che impongono azioni capitali rispetto al proprio orizzonte di valori. Stante la capacità di rendere antropomorfe le cose e le entità biologiche diverse dagli esseri umani, queste se poste in relazione con il vivere quotidiano, entrano di diritto nei nostri sistemi etici. La tesi di fondo è dunque traslata da Annalee Newitz in un futuro fantascientifico ove i robot acquisiscono in modo progressivo una autonomia di azione rispetto a comandi predeterminati, fino a disporre una gamma crescente di proprietà emergenti, nelle capacità di riflessione e nella dotazione di processi mentali e fisici per i quali, in modo analogico, i protagonisti li definiscono come “sentimenti”.

Nel romanzo appaiono temi classici della fantascienza relativi ai robot, a partire da Isaac Asimov, il quale li riprende dal tema del Golem: della capacità dell’uomo di conferire un afflato di vita ad oggetti inanimati, in modo subordinato e difettoso rispetto a quello che era considerato il tocco divino.

La pretesa irresistibile di conferire un significato omologo in termini di agire e di valori a ciò che è esterno rispetto alla comunità degli esseri viventi, è il luogo eminente della contraddizione, la quale in termini narrativi genera i conflitti, ovvero la discrasia della nostra interpretazione del mondo, e il mondo stesso che risponde in modo inconoscibile, imprevedibile e quindi pericoloso perché insensato.

In più, essendo le creature da noi generate, proiezioni del nostro stesso agire, ecco che le trame innestano un climax di nemesi, di punizione o di catarsi.

La trama si innesta in uno sviluppo tecnologico e sociale che impone una sempre maggiore produttività, per la quale gli individui sono costretti a dotarsi di caratteristiche di efficienza tipiche dei robot e di sottostare anche alle loro condizioni di schiavi, o per meglio dire di esecutori inanimati privi di una soggettività rivendicativa alla pari in termini di contratti e di patti relativi al lavoro, al diritto e alla remunerazione. Gli innesti tecnologici e la farmacologia divengono gli strumenti più utili o per sopravvivere o per soccombere. Se i robot sono schiavi, anche gli individui possono esserlo, con il nome di “apprendisti”.

Le multinazionali farmaceutiche e i processi economici di quello che in modo mitico è definito il “capitalismo” sono i due epicentri dati per assodati, nei quali la protagonista assume il ruolo di un Robin Hood di farmaci per tutti. Tale condivisione, però, diffonde il veleno e strumenti che annichiliscono totalmente gli apprendisti. Ingiustamente accusata, cerca di difendersi, anche perché essendo stata una ricercatrice farmaceutica e poi una pirata che rubava i farmaci e ne sintetizzava di propri per donarli a tutti, ora è accusata di essere una avvelenatrice delle masse.

Il romanzo si incentra su tale fuga e nel tentativo di svelare i veri responsabili del misfatto, i quali nel perseguire i profitti a tutti i costi, non tengono conto di distruggere le stesse risorse che intendono sfruttare. Cacciatori e cacciati si servono di robot e di umani ridotti in condizioni di servaggio. Gli stessi robot hanno la possibilità di aver innestato cortecce umane dei deceduti, acquisendo così in modo progressivo tratti simili a quelli umani.

Umani, robot, bot umanoidi, apprendisti, schiavi, tutti assieme cercano di portarsi a un livello paritario di relazione, ognuno perseguendo l’illusione di aver qualche tratto comune. La prosa è diretta, varia e modulata in base alle caratteristiche psicofisiche dei protagonisti che sono via via ben delineati, con una narrazione parallela tra il presente ed eventi che risalgono a più di 25 anni prima, i quali svelano man mano le cause che hanno portato agli assetti attuali, e a continui colpi di scena che rendono i personaggi sempre più complessi.

L’autrice utilizza lo schema classico e riduttivo del capitalismo e delle cattive case farmaceutiche come un luogo comune e di immediata intesa per il lettore. Ciò rende più accessibile la riflessione etica che propone la narrazione, da diventare quasi irriflessa. Dal punto di vista del ritmo è una scelta che rende la scansione degli eventi avvincente e ipnotica nella possibilità di immedesimarsi con ognuno, rispetto ai dilemmi, alle speranze, ai rimpianti, agli amori, ai desideri erotici. Tale scelta, però, potrebbe essere considerata un limite, perché tale visione è del presente e sembra traslata nel futuro, vista come il limite e il vincolo di una visione messianica secondo la quale questo fantasma di “capitalismo” e delle multinazionali farmaceutiche siano il luogo del male. Certo l’autrice non ha le pretese di porre un trattato economico, o scientifico tecnico, o politico ideologico. Questo tema che è divenuto un luogo comune è sì un veicolo economico e comodo per attirare i lettori con la suggestione, in modo poi da ridursi in un ambito prettamente psicologico e biografico, con pregevoli variazioni di ritmo e di sintassi, oltre che nella relazione intra e inter psichica dei soggetti, ma debole però nella coerenza delle relazioni di fondo.

Non è un caso che verso la fine, molte risposte rimangono aperte. D’altro canto è un romanzo, non un trattato di etica. In ogni caso ci stimola a riflettere non tanto sul dilemma delle singole scelte, ma di noi come persone, nel nostro vivere quotidiano e della nostra capacità di resistere agli ordini imposti o della logica comune, nel prendersi la responsabilità di ragionare e di scegliere in modo onesto, non facile, nel perseguire il bene, più che per la contingente convenienza, ma che comporta comunque una colpa e una mancanza.

Ed è qui il dilemma che emerge, forse inespresso alla stessa autrice: la necessità di adottare scelte radicali, dichiarando la propria autonomia di giudizio, correla una responsabilità senza sconti sul proprio operato. Se la si accetta, si mantiene la speranza di definirsi umani in quanto dotati di libero arbitrio, se la si rifiuta, si scappa dal bisogno di render conto della propria biografia, ma ciò comporta la rinuncia a considerarsi un soggetto autonomo.

Il romanzo tenta di coinvolgere il lettore in una comunità di senzienti che non possono fare a meno di assumere tale onere, perché la fuga di tale peso, comporterebbe la perdita di tutto. E ciò si dispiega tra i desideri degli umani di convincersi e di sperare di poter chiarire il nucleo del proprio io e delle facoltà di oltrepassare le proprie limitate facoltà mentali, sentimentali ed emotive, nella capacità di riflettere sulla propria natura in divenire.

È un romanzo che alterna i ritmi, le situazioni del passato e del futuro, il contrappunto delle speranze e dei rimpianti dei protagonisti, per delineare il nucleo del dilemma: chi sono io nella facoltà di poter deliberare?

CONSIGLI DI LETTURA: La resa dei conti di Saul Bellow

La resa dei conti di Saul Bellow,
(ed. originale, Seize the Day, 1956),
traduzione di Floriana Bossi, Mondadori,
Milano, 2000

Il romanzo ci pone una domanda e un dilemma: cosa intendiamo quando giunge un giudizio universale che riguarda noi stessi? Ovvero il decreto indefettibile che si rivolge alla totalità del nostro vivere. Si è soli, totalmente soli, ogni imputazione e recriminazione e difesa è rivolta solo a noi stessi. Vi è un solo specchio e guarda solo te. Non vi è altro. Il giudizio universale che riguarda te, assume che tu sia proprietario e unico responsabile del tuo vivere. Dove il tuo vivere è imputabile e di pertinenza unica, irriproducibile, e libera in base alle tue facoltà senzienti.

Tu sei signore e padrone del tuo vivere, anche nella incertezza del mondo. Certo: non sei in un paradiso stabile e sicuro. Non hai la mappa del divenire. L’ignorare ciò che è al di là della tua vista, e la consapevolezza della tua intrinseca limitatezza nell’universo, però non esclude la certezza che tu sia questo individuo che può pensare e discernere, anche se impotente magari rispetto agli sconvolgimenti cosmici. Nulla toglie la tua esclusiva responsabilità, perché tu, e io, quando diciamo “me” intendiamo una individuazione che pensa e che si reputa un soggetto.

Il giudizio universale rende conto del tuo operare e del tuo scegliere, e usa proprio l’etica che tu formuli. Adegua il linguaggio con quello tuo. Tanto hai giudicato ed agito, quanto riceverai le domande e il giudizio su ciò che è accaduto. E non puoi mentire, perché il giudizio universale rende conto anche delle tue bugie ed omissioni. Niente di ciò che sei, è lasciato nello sfondo.

La reazione istintiva e primaria rispetto a questo annuncio che chiama solo te, è quella di scappare, di non sentire, di mimesi riguardo ai propri pensieri rispetto a ciò che ci circonda. La fuga, la negazione, la bugia di difesa, sono le prime reazioni che però non vengono sminuite, anzi si aggiungono al materiale del tuo vivere, e diventano un ulteriore oggetto di giudizio.

La seconda reazione, che forse è anche concomitante alla prima, è quella di mentire a sé stessi. Convincersi che non si è agito così, anzi, che non si è mai pensato di intendere tale volontà. Ed è qui che si diventa ostinati, perché entra l’orgoglio, la reticenza, l’ostinazione: i baluardi disperati che tentano di coprire la vergogna, che però utilizzano gli stessi materiali e strumenti che hanno comportato lo svilimento, l’ignavia, la corruzione, la viltà, e l’incoerenza.

Tanto più cerchi di nascondere tutto e nasconderti, tanto più accresci ciò che rifiuti. Non puoi combattere contro te stesso. Puoi volontariamente arrecarti del male, ma non lo compie ciò che è oltre te. È sempre la tua persona che si infligge una punizione: non puoi scappare. L’illusione del lamento, e dell’imputazione di colpa al destino, al mondo, e magari anche a chi effettivamente ti ha arrecato del male, non allevia o svia l’annuncio della resa dei conti.

È ben chiaro che chi magari ci ha arrecato del male, sia anche lui responsabile, ma non esclude ciò che sei. Hai il diritto di pretendere giustizia da chi è a te ostile, ma proprio per questo, tale argomento, perché sia consistente, non può non rivolgersi anche a te, indipendentemente da ciò che gli altri hanno compiuto verso la tua persona. Puoi rivendicate tutto contro di loro, ma non puoi scappare da quel piccolo cavo buio che tieni celato dove alberga la tua parte più intima.

Che dilemma: più scappo, e più provo quanto è imputabile dal giudizio. E se accetto, liberamente assumo una relazione necessaria, dove non ho scelta di non subirla.

Eppure su questo, abbiamo fiducia, e ci relazioniamo ogni giorno attraverso la convinzione che esista una coerenza e un senso del nostro vivere e su ciò che siamo.

Se non accetto il giudizio universale, non posso capire e fornire un senso compiuto del mio vissuto, ovvero di me stesso. Rifiuto che io sia stato, cioè che io sia: la massima contraddizione, la follia più radicale, il dolore autoinflitto incommensurabile. Se fuggo, subisco la pena infinita. Se accetto, la subirò comunque, magari attenuata, ma con un dolore sconfinato.

Ed è qui il dubbio argomentativo, il dilemma etico: all’interno di questo dolore sconfinato ho una speranza? Come posso agire?

Il romanzo di Saul Bellow crea uno stato di apnea, perché il protagonista in questo unico giorno affronta problemi che persistono da anni e sono irresoluti, ripete conflitti familiari, e formali, che sa già di aver posto interazioni perdenti, in cui ha mostrato la mediocre viltà. Eppure questo figlio, marito divorziato, fallito economicamente, con una bellezza che sfuma e un fare trasandato che svilisce ciò che è stato, ha però l’intelligenza e il candore di capire ciò. Questo giorno non rifiuta e non scappa al giudizio che lo persegue da anni: ora è costretto per eventi esterni drammatici ad affrontare sé stesso. Passando da avventurieri, dal giudizio e dal disprezzo che il padre ha verso di lui, dal disgusto e dalla vendetta che pone la sua ex moglie, e dal fallimento di tutto, oltre che un inizio del disfacimento fisico, chiede comprensione. Chiede un atto di umanità.

È una richiesta subdola, che cerca di non rispondere alle sue mancanze. Il romanzo si snoda in questa tensione crescente. In questo uomo appeso a un burrone che con le mani cerca di aggrapparsi, e il lettore vuole continuare a leggere per vedere fino a che punto arriva l’abisso.

Si ha l’apnea, perché ognuno di noi, avverte un richiamo: riguarda anche la nostra storia: già è innanzi e non possiamo fuggire. Non possiamo nasconderci a chi ha inventato tutte le bugie e le menzogne che pratichiamo a noi stessi, iniziando la mattina quando ci guardiamo allo specchio.

Saul Bellow ha scritto un romanzo con un ritmo che non ha sbavature, con un lento crescendo e con oscillazioni di ritmo che permette al lettore di lasciar emergere l’intero spettro emotivo.

Nell’estrema tragedia, forse, questo individuo così misero ha però la possibilità di un atto di coraggio, di non rinunciare a una visione per la quale tutto sia abisso, che convola in un sentiero sempre più angusto e senza luce. Forse l’assunzione dell’estremo dolore derivato da una piena consapevolezza del proprio vivere, apre il cuore e la compassione verso l’altro. E questa, nell’estrema disperazione, è possibile che dia il coraggio incommensurabile nell’estendere le proprie cognizioni e sentimenti anche a chi non è la nostra persona. Comprendere la comune natura dei giudizi universali altrui. Il massimo slancio che tenta di andare oltre il proprio sé, ovvero il piccolo cerchio con il quale abbiamo costruito il “io”.

Uno stile inconfondibile, non eccessivamente truculento o isterico. Piano, lento, descrittivo, ma con un ritmo che segue la logica dei concetti espressi e degli stati emotivi dei protagonisti in un modo così naturale da essere quasi trasparente. Già la completa visibilità: ciò che è la base del Giudizio universale.

Una grande opera per il dilemma più terribile o forse la speranza più attesa.

CONSIGLI DI LETTURA: Sogni di robot di Isaac Asimov

Sogni di robot di Isaac Asimov (Autore), Mauro Gaffo (Traduttore),
2014, (ed. Originale: Robot Dreams, 1986), Feltrinelli, Milano

È una serie di racconti più che trentennale che segue quella relativa alla serie pubblicata a puntate sulle riviste di fantascienza tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Nei primi scritti le trame erano incentrate nella applicazione delle tre leggi della robotica cui le macchine avrebbero dovuto attenersi nell’eseguire le attività programmate dagli umani, ovvero:

la sicurezza: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”;

il servizio: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge”, ed infine l’autoconservazione: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.

Questi racconti originari erano essenzialmente statici, quasi teatrali nel loro sviluppo e il climax raggiungeva la sua esposizione nel mostrare le eventuali incoerenze o incompletezze dei dettami suddetti in rapporto alla indefinita varietà delle interazioni che gli umani hanno tra di loro e con l’ambiente esterno. Le macchine, in quel decennio, assunsero nella pubblicazione dei racconti, piano piano una forma che si avvicinava in modo progressivo a quella umanoide. Le tecnologie utilizzate erano per il più elettriche, meccaniche pesanti (oli, pistoni) ed elettroniche in particolare quelle precedenti l’uso del silicio e del germanio.

La fisicità di tali macchine era volta a svolgere funzioni ripetibili, seriali, di assistenza che dal punto di vista della catena di montaggio, semplice, univoca con scopi lineari e definiti, a mansioni sempre più complesse tali da divenire sostitutive rispetto alle attività manuali umane più elementari. L’epilogo dei racconti seguiva la coerenza interna di queste tre leggi della robotica, che mostrava però l’impossibilità di assolvere pienamente alle indicazioni degli umani, e in molti casi il fallimento risultava essere tragico.

Nei racconti di “Sogni dei robot” vi è una evoluzione in una forma umanoide più compiuta da parte di queste macchine, tale da svolgere e rappresentare un soggetto dotato di una propria semi autonomia di giudizio nel valutare i dati e di agire di conseguenza.

Le tecnologie usate sono decisamente più elettroniche, perché dai primi anni cinquanta sono usate le terminologie proprie dei protocolli relativi alle valvole termoioniche e dei transistor, e quindi nella prima riduzione spaziale delle macchine e in una maggiore facilità di interazione nei rapporti sociali con gli umani. Oltre allo sviluppo delle facoltà di calcolo e di elaborazione dei dati. Il linguaggio diventa paritetico a quello umano, e via via i concetti diventano sempre più elaborati fino a investire i domini della conoscenza propri della morale e del diritto.

Tale processo dalla seconda metà degli anni sessanta ai primi anni settanta, coinvolge le nuove tecnologie MOS di miniaturizzazione progressiva dei circuiti, nei quali i robot assumono il ruolo di entità capaci di elaborare in modo autonomo le informazioni, e quindi a intraprendere processi di apprendimento (il “Machine Learning”). Le trame dei racconti, quindi, diventano più complesse e gli umani non si rapportano più ai robot come strumenti utili da dover controllare continuamente per evitare conseguenze indesiderate, ma in quanto antagonisti o alleati da tenere in conto per il perseguimento dei propri scopi. La diade robot-umano si amplia verso una triade tra umani, robot, e scopi sia degli umani sia dei robot stessi.

In questa fase i termini usati non sono più meccanici, ma propri dell’elettronica analogica e ora timidamente digitale, e le macchine sono ora descritte con analogie sempre più dirette alle facoltà cognitive, emotive ed esperienziali umane. Il cervello dei robot è una entità positronica: un soggetto, non più una macchina. Vi sono anche abili intuizioni di Isaac Asimov riguardo lo sviluppo delle tecnologie nella costruzione dei circuiti, le possibili soluzioni nell’uso dell’energia per i voli spaziali.

Nell’ultima fase di questi racconti l’orizzonte si amplia a quello del sistema solare, ai voli interstellari e galattici, al potenziamento dei robot che diventano unità non più inscrivibili in un corpo umanoide, ma in complessi decentrati che si identificano anche tra le galassie. I robot diventano soggetti completamente autonomi da quelli umani nel perseguire gli scopi originariamente assegnati, ma che ora acquistano una vita propria, perché tali “macchine” hanno una propria filogenesi e alla fine una capacità di una vera e propria evoluzione.

È interessante rilevare che i temi della morale non riguardano più soltanto i robot, ma assumono un ruolo onnicomprensivo di tutti i protagonisti ove i robot per le loro capacità di calcolo, di elaborazione e di previsione portano alle estreme conseguenze i problemi, le aporie, le possibili soluzioni in un modo indefinitamente più ampio di quello umano. E ciò obbliga tutti a porsi nuovi dilemmi, in qualche caso insolubili e forieri di un fallimento tragico nelle narrazioni.

Godibili gli ultimi e più elaborati racconti che oltrepassano il destino del pianeta Terra, per interrogarsi sulla natura dell’universo e il destino degli umani e dei robot, quasi volto a una mutua trasfigurazione.

I modelli matematici che interpretavano il mutamento, come la “psicostoria” utilizzata nei suoi libri e racconti tra gli anni quaranta e cinquanta, ora perdono la loro capacità predittiva, per incentrarsi sulla probabilità relativa a descrivere il presente sempre più esteso e inconosciuto.

La figura della donna risulta essere ancillare e ancorata ai modelli dei primi racconti, ove i ruoli erano principalmente quelli della moglie, della madre, o della segretaria. Occorre dire che Isaac Asimov non aveva una visione “progressista” relativamente ai decenni su indicati. Eppure, in modo tardivo, negli ultimi e più complessi racconti, ecco che i ruoli femminili sono autonomi e veri Deux ex machina delle narrazioni.

Un aspetto ambivalente di tutto l’opera di Isaac Asimov che per un verso è un limite rispetto ad altri suoi colleghi e dall’altro fu anche un motivo del successo immediato dei suoi racconti, è quello di utilizzare principalmente tipi umani, non extraterrestri, se non in modo sporadico, ma sempre in forma umanizzata, e principalmente del tipo bianco, adulto, occidentale che agisce qui sulla Terra e in ogni angolo dell’universo.  Si pensi al ciclo della “Fondazione” per esempio. Vi era un motivo in origine, perché questa analogia di sviluppo dell’impero romano, doveva essere compiuta da quelli considerati “occidentali” e in particolare da quelli che hanno la fiaccola dell’eredità mitica “greco-romana”, come appunto quella degli Stati Uniti. Lo stesso Asimov lo scrisse in alcuni suoi articoli, che l’editore John W. Campbell, direttore della rivista <<Astounding Stories>> gli impose l’uso di tali espedienti retorici, nell’eventualità della pubblicazione delle sue opere.

Va detto comunque che in seguito, indipendentemente da Campbell, Asimov cambiò tale impostazione, se non proprio in questi ultimi racconti sui robot, nei quali il modello tipico umano perde la sua centralità, a favore di nuovi soggetti e ruoli aventi la piena facoltà di divenire antagonisti e protagonisti nella narrazione.

È una raccolta di scritti godibile alla lettura per la verosimiglianza dell’impiego delle tecnologie, seppure in gran parte fantascientifiche, e nella descrizione dei vincoli dei principi della fisica, della chimica e dell’astronomia. Con Asimov infatti siamo nella fantascienza “hard” e non in quella improvvisata e frammista a espedienti banali del tipo “Il coniglio che esce dal cappello”.

È una lettura utile anche per capire a livello antropologico la visione dei paradigmi scientifici e degli assetti tecnologici che via via comparivano in quei decenni, e di come ci si districasse tra una visione magica e una riflessione epistemologica coerente.

In ogni caso, è sempre dono la lettura di uno scritto di Asimov, perché porta a confrontarsi con i limiti della propria immaginazione. E ciò è uno stimolo irresistibile a migliorare le proprie attitudini di previsione e di formulazione di ipotesi circa se stessi e il mondo circostante.

CONSIGLI DI LETTURA: Il Signore Delle Mosche

Il signore delle mosche, di William Golding (Autore),
Filippo Donini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024
– (Ed. Originale: Lord of the Flies, 1954)

Il signore delle mosche è l’altra faccia del battito del nostro cuore, ovvero la risonanza che non è voluta sentire. Ciò che è di più intimo di noi nella veste dell’animo, o della psiche o del carattere, considerato come il tesoro del fiore più intimo, ha anche il petalo più orrendo e crudele, secondo William Golding.

In base alle esperienze che visse durante la seconda guerra mondiale e alla sua professione di docente, in particolare rivolta ai bimbi, ebbe quotidiani elementi di riflessione partecipata circa le inclinazioni e i modi spontanei di aggregazione e di determinazione dei ruoli, tra i gruppi informali e le comunità, come quelle scolastiche o più semplicemente tra un gruppo di amici.

Il romanzo ha per matrice originaria quella di una lezione didascalica di fatti narrati in modo incrementale che offrono una conoscenza progressiva del tema posto. Non è un caso infatti che, nonostante le opere successive, i ruoli di docente universitario, di scrittore e di intellettuale, fu sempre considerato un insegnante. Più volte citò gli aneddoti di come i lettori, scrivendo lettere di plauso e di chiarimento, lo considerassero il maestro che rispiega la lezione per far comprendere appieno elementi non del tutto chiari.

Certamente l’opera non è solo una esposizione, perché, se così fosse, risulterebbe alquanto piatta e noiosa in conformità alle aspettative rivolte alla fruizione estetica della lettura di un romanzo. Vi sono gli elementi salienti che pongono tensioni estreme, oscillando tra la sopravvivenza, il gesto eroico e generoso, in contrappunto alla sopraffazione, alle lotte per il potere, alla razzia, e alla violenza più cruda.

La descrizione quasi anatomica dei caratteri fisici e morali è sapientemente connessa al ritmo della narrazione e alla dinamica avvincente degli eventi. Vi è una scrittura giornalistica che muta in una scansione telegrafica degli elementi di conflitto, affinché il lettore senta dentro di sé la tensione della fatica, e il peso del dolore.

Nei momenti di relativa calma, l’apparente stasi, invece, è avvolta dall’angoscia più cupa che si trasforma nel timore, quando i pericoli evocati, compaiono nella loro intera crudezza.

Ebbe un enorme successo questa prima opera, sia per lo stile amichevole e confidenziale per il lettore degli anni cinquanta che si formava nei pocket tascabili sia per la complessità delle stratificazioni di pathos crescenti, determinando una tensione da evento sportivo.

I soggetti sono i bambini, che, dispersi su un’isola cercano di sopravvivere, tentando nel contempo di farsi avvistare da qualche aereo o nave. Dopo l’inizio quasi idilliaco di un paradiso che sembra tutto offrire in un clima confortevole, la consapevolezza della limitazione delle risorse e delle preoccupazioni per il futuro, facilita l’emersione di loro inclinazioni tese a compiere atti sempre più tragici e crudeli.

William Golding ha una visione pessimistica dell’animo umano. Volutamente e con metodo non ha voluto porre un piano di una differenza di religioni, o di visioni ideologico-politiche, o di individui fuori della norma, devianti massimi per una sorta di malattia mentale, o di perversione morale.

Non ha voluto neanche porre l’aggregato, la comunità, la società come enti metafisici che determinano primariamente le gesta e i conflitti tra gli umani. No, perché le considera un derivato delle interazioni sociali che avvengono in primo luogo tra gli individui. Non vi sono adulti, per analizzare quasi da etologo, come gli stessi bimbi in determinate circostanze ambientali, e quindi non storiche, crescendo, diventano adulti nel macchiarsi del crimine. La colpa non è solo scaturita dal singolo atto, ma anche dalla consapevolezza di aver dentro il proprio cuore l’inclinazione all’orrore e alla crudeltà. Anzi, l’adulto è tale, perché rivela a sé stesso che l’incanto dell’innocenza degli imberbi è una bugia.

L’autore, però, nel porre i suoi argomenti, rivela alcune criticità di questa visione innata, che diventa a sua volta quasi presupposta, e non ben determinata. È consigliata la lettura della post-fazione, scritta anni dopo, contraddistinta da riflessioni più ponderate e meno apodittiche.

Fanno paura questi bimbi, in particolare nell’elemento più cupo e sotterraneo nel dubbio che siano specchi dei pensieri che abbiamo avuto nell’infanzia e che determinarono alcuni tratti di ciò che siamo ora.

Un libro da leggere tutto di un fiato, senza conoscere in dettaglio la trama, perché è una doccia fredda che si spera sia salutare.

CONSIGLI DI LETTURA: IL SANGUE DELLE MADRI

Il sangue delle madri (Urania Jumbo)
di Francesca Cavallero, 2022,
Mondadori, Milano

Perdonatemi tutti, se almeno per questo consiglio di lettura entra la mia personale senile vanità, perché ho ritrovato molto dello spirito e dei modi con i quali io scrissi il mio romanzo “Dentro l’Apocalisse”. Con questo non voglio assolutamente paragonarmi o accodarmi allo stile e alla caratura del romanzo di Francesca Cavallero, ma, a differenza di molti romanzi contemporanei, qui mi sono scaturite assonanze profonde: lo stile che talvolta straborda nelle espressioni poetiche. Vi sono aggettivazioni, predicati oggettivanti, allitterazioni, sinestesie che si innestano in modo fluido nella prosa.

Lo stile è composito e varia in diversi ritmi e climax che si incrociano. La trama è a più livelli e coinvolge la biologia, la terra, il corpo, la relazione sociale, e l’inconscio in modo integrato e non separato, cui la sintesi rimanda a ciò che non è totalmente esprimibile dal linguaggio. Ciò crea il mistero e quindi lo sviluppo degli avvenimenti, la cui proiezione è avvertita in modo lirico e individuale, come se, appunto, il lettore fosse invitato ad abbracciare una visione estetica complessiva nel dolore, nella speranza e nello struggimento.

I personaggi non sono banali. E come anche nel mio libro vi sono digressioni nelle descrizioni politiche ed economiche dello scenario offerto. Sì, Francesca Cavallero non ha scritto un romanzo usa e getta ripetibile, facile da indossare e scartare un secondo dopo la fruizione veloce per un altro manufatto quasi simile.

Non è una lettura facile per chi legge con altre fonti di distrazioni, o per facilitare il sonno. È una lettura che richiede la tua entrata nella scena, con tutto il tuo corpo, e il pulsare delle vene, oltre al godimento intellettuale di seguire percorsi a più dimensioni interpretative e con domande non banali circa le questioni fondamentali della nostra esistenza caduca nel proprio e ciclo di vita.

Vi è infatti un notevole stile lirico e poetico con una sovrabbondanza di descrizioni dei fenomeni atmosferici, delle situazioni, degli ambienti, dei manufatti con le allegorie, le metafore, le sinestesie.

Si ha un’ottima conoscenza di più registri linguistici. Vi è una cura particolare della scelta degli aggettivi, delle attribuzioni.

Le predicazioni poi slittano in referenti testuali che partono anche dalla impressione che fanno sui protagonisti, i quali le ricevono dando l’illusione di conservarle così integre, fornendo l’occasione al lettore di goderne appieno.

Una finzione che è anche propria del poeta che usa i correlati oggettivi, per lasciarli presentare direttamente al lettore.

Le caratteristiche qualitative dei manufatti, e quelle morali degli individui, si concretizzano in stati della realtà e indicatori di senso degli avvenimenti: sono un crocevia dei timbri che scandiscono la trama del racconto. Si vuole stimolare continuamente a creare analogie e simboli nell’interpretare gli eventi.

Vi è una sovrabbondanza di significati in ogni scena che è incastonata in modo certosino. Una descrizione così barocca da fornire l’illusione di porre una realtà concreta, carnale, emotiva diretta.

Le protagoniste, tre donne, hanno avuto madri biologiche morte, o lontane, o madri putative morte ma che sono putative e nume per indirizzare gli eventi. Occorre vedere se anche loro diventeranno madri e creeranno il futuro e la speranza, ed è qui che convergeranno in un destino comune di rinnovamento, nella crescita, nella nascita e nella morte.

Sya, Nebra, Nadja.

Qui le donne sono viste a tutto tondo, non vi è neanche bisogno di distinzioni di genere. Sono individui, persone: ognuna ha una soggettività integra. Le protagoniste coprono la vasta gamma delle tipologie dei comportamenti sociali, delle situazioni emotive, degli odi, degli amori, delle meschinità e delle speranze.

Gli innesti tecnologici ampliano le possibilità di diversificare le prestazioni. In questo le donne e gli uomini sono alla pari. Anzi non vi è bisogno di un criterio di mediazione, perché la distinzione e la relativa metrica non hanno più senso. I personaggi sono robusti, poliedrici, complessi, e compongono le mille sfaccettature del cuore umano: dalla possibilità di compiere atti di generosità commovente e nel contempo di attrezzarsi ad agire nel modo più orrendo e crudele.

La sopravvivenza, l’accesso alle risorse, a un luogo stabile, a difendersi dalle comunità ostili, in perenne conflitto per il vincolo delle fonti di sussistenza, costituiscono i luoghi universali in cui le comunità evolvono in gruppi sociali, alleanze, strutture statuali più complesse, concertando i diritti, le norme, e gli stili di comunicazione.

Senza declamare, ma semplicemente narrando le loro avventure, di per sé nella trama, traspare la ricchezza e la centralità della donna come il perno della sopravvivenza del genere umano e come la fonte primaria di energia, che, sì può confliggere come quella dei maschi, ma che, parallelamente, costruisce e stabilisce l’ambiente in cui possano definirsi agglomerati sociali robusti e duraturi.

255-256 “[…] Il calore del terreno gonfio e il freddo che striscia via dalla notte si contendono il suo corpo in un caos termico che, è certa, pagherà caro. Da tempo cammina nel grigio/verde di un mattino flaccido, senza ore né minuti, arrancando fra gli acquitrini e le prime distese di tundra rigonfie di gas caldi: rottami adunchi e cavi di veicoli aerospaziali emergono dai liquami come ossa di antichi cetacei. Su alcuni Nebra registra, senza vederle, ottuse successioni di numeri, scoloriti stemmi di una o l’altra città-Stato e acronimi che per lei non hanno alcun senso. Trascina i piedi, pesanti della melma che le colma gli scarponi, attraverso la gelatina di vegetali in macerazione, sperando che i crampi bastino a tenerla cosciente. Lentamente la vegetazione cambia, si raggruma in macchie, si abbassa e infoltisce: la temperatura del terreno aumenta man mano che Nebra si avvicina alle Rowdy Mountains […]”

323-324 […] Penso che potrebbero essere trascorsi eoni dall’incidente: il tempo non ha significato mentre lo sento sgretolarsi intorno a me. Le grida sono cessate, l’intera miniera ogni livello ogni nicchia, pozzo, cunicolo sepolti nella montagna risuona di frequenze liquide. Un battito. Una consonanza. Un cuore. Nel tempo ogni suono si acquieta, riflettendosi e assorbendosi mille e mille volte fra le pareti della miniera, animandone il corpo. Nascono e crescono lussureggianti banchi floreali di profondità, che s’impadroniscono dei macchinari abbandonati e li riempiono di bisbigli. La loro è… un’acusintesi che si spiega solo ascoltando la voce dei morti, e gronda di misteri che si schiudono per me. La terra fiorisce nell’oscurità, ogni radice è fatta di suono, sangue e respiri. Sprofondano, lentamente, fino a raggiungere le cavità interne di antichi e colossali ammonoidi fossili, sepolti in sterminate colonie di madreperla. Non mi occorre vedere, ne ascolto la forma. Do loro un nome perché vivono attraverso me. I miei sensi ne ricostruiscono lo spettro dai suoni raccolti, una sinfonia discontinua che risale lungo labirinti giganti, formati dai corpi asciutti di organismi bentonici che milioni di anni hanno animato con un canto di creazione e morte

Qui, nella risacca antica di un oceano preistorico che si è fatto roccia, echeggia il pianto delle Madri.

 «Le Madri…» mi sfugge.

 La culla del nostro dolore.

La nostra eco.

 Sangue e grida.

Evoluzione.

[…]”