Mentre Morivo di William Faulkner (Autore), a cura di Mario Materassi, Adelphi, Milano, 2000 (Ed. Originale: As I Lay Dying, Cape & Smith, New York, 1930)
“Mentre Morivo” di William Faulkner esprime le innovazioni stilistiche e poetiche dei romanzi sperimentali di primo novecento europeo, come quelli di James Joyce e di Virginia Woolf, coniugandoli con gli ultimi sviluppi delle narrazioni statunitensi rivolte a un pubblico sempre più vasto e con una progressiva acculturazione di base.
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Il libro è ambientato nel sud degli Stati Uniti ed è costituito da capitoli, ognuno dei quali attribuiti a più personaggi che parlano in prima persona, variando il discorso indiretto libero, con il flusso di coscienza, modulando gli eventi descritti nel tempo presente, con fatti biografici tesi a caratterizzarne i motivi contingenti con riferimento al suo agire.
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Ogni parlante descrive il contesto in base al suo singolare modo di pensare intrapsichico con le ripetizioni, i ritorni, i mottetti e le riflessioni sulle risposte e sulle azioni degli antagonisti in un colloquio interiore che permette una finzione letteraria per la quale il lettore ne sia un interlocutore diretto.
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I modi di parlare e i toni variano in base alle facoltà cognitive e alle abilità intellettive dei protagonisti, generando un caleidoscopio di eventi: è un flusso di coscienza incrociato nei cui interstizi traspare una trama lineare.
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La morte di una moglie e madre coinvolge il vedovo e i figli nel compito di costruire una bara e di seppellirla in un luogo lontano da quello di residenza per assolvere a un desiderio da Ella espresso in vita. Ciò comporta problemi di tipo sanitario, logistico ed economico, accentuando i i traumi del passato e i contrasti intra famigliari con anche tutti gli altri personaggi che via via appaiono in questo tragitto settimanale di passione.
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Se il patimento della Pasqua demarca i punti di dolore di colui che sarà a breve compiutamente oltremondano, qui vi è già un cadavere che ritorna in vita attraverso le gesta e la memoria del passato di questi pellegrini improvvisati.
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Costoro affronteranno peripezie paradossali, goffe, quasi mortali, che mineranno la salute fisica e mentale di alcuni, e dalle quali emergeranno le tare, i vizi e meschinità in un atto di autoflagellazione per conseguire in modo inconscio una emendazione. Infatti, gli attori intraprendono gesta pregne di significati allegorici, caratterizzati da una simbologia alchemica in simbiosi con significati escatologici cristiani.
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È espressa la parte più povera ed ignorante degli Stati Uniti. L’autore non nobilita e non mitizza le figure di questi emarginati, i quali, però, per la volontà di assolvere ad una promessa nel subire una pena autoinflitta dalle proprie inclinazioni, dai vizi, e dalle conseguenze di traumi e conflitti irrisolti, mantengono la speranza di possedere un senso al proprio vivere. Il rito del trapasso offre una demarcazione temporale che determina uno spazio comune in cui vi è un riconoscimento del proprio operato, per quanto goffo, umiliante, ridicolo che è stato fino a quel momento il proprio vivere.
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William Faulkner compone un poema epico che accentua la miseria dei protagonisti, risolvendoli in una narrazione nella descrizione di una affermazione della propria dignità nel conseguire ciò che si era ripromessi di compiere, pagando prezzi altissimi e mostrando al pubblico la propria abiezione. È anche una metafora di un paese in costituzione, nato dal mito e dalla fede di una terra promessa, che obbliga alla traversata del deserto, in cui si rimane impregnati del peccato e del male, ma che nella consapevolezza del proprio agire violento, si cerca di porre un nuovo sviluppo.
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William Faulkner tenta la composizione di una epica nordamericana più matura, non solo inscritta nei padri fondatori, che ponga le basi per una creazione di un canto e di un mito di un paese che avrà ed ha un nuovo ruolo nel mondo, da circa centocinquanta anni.
Rumore bianco di Don DeLillo (Autore), Federica Aceto (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2023 (Ed. Originale: White Noise, Penguin Books, Londra, 1985)
La bianchezza sonora evocata dal titolo del libro è un ostacolo per il nostro pensare o vivere, oppure ne è una parte costitutiva e ne permea il senso in modo fondamentale? Il rumore bianco è una sinestesia particolare che mostra la profondità di pensiero di Don DeLillo il quale non è uno scrittore giovane ed esordiente, perché in tarda età iniziò a scrivere in modo costante e in vista di una composizione di un romanzo.
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Don DeLillo ha avuto anni di ripensamenti, di soliloqui interiori, accompagnati da letture e appunti letterari con il suo vivere quotidiano, dall’adolescenza e attraversando, poi, vari stadi dell’età adulta. La sua vena creativa riceve una fonte di un fiume che è sceso dai ruscelli dell’intuizione, ricevendo affluenti densi di riflessioni strutturate.
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Il rumore di solito ottunde i sensi e inibisce le abilità di comprensione rispetto agli accadimenti circostanti. Nelle composizioni letterarie non a caso è associato al grigio nebbioso, allo stridente acuto d’acciaio che trafigge, o al fuoco che sfrigola i combusti. Il rumore di fondo, al pari di un terremoto, distrugge la base nella quale fondiamo l’equilibrio dello stare nel mondo. È lo scoppiettio sonoro che invade l’universo rendendo tutto un silenzio, rispetto ai suoi colpi secchi consumati in un attimo: frecce sonore che attraversano una sordità inflitta all’ascoltatore.
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Il rumore quindi chiude e oscura, perché invita ad inibire i sensi. Distrugge talvolta o pone in disordine l’armonia del tempo e del suono in cui siamo immersi nei movimenti continui del nostro vivere.
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Il titolo invece porta inconsciamente a distaccarci da ciò, perché tale candore si accompagna a ogni variazione cromatica, e quindi a fenomeni sonori che divengono parte costitutiva di ogni emissione fonica: quasi un fattore di scala. Il rumore bianco non è improvviso, non lacera, sta con tutto ciò che avviene e che è recepito dai nostri sensi. Ci informa che è un sovrappiù al già visto e sentito, e che esistono significati che da lui prescindono, ma che è impossibile siano da esso indipendenti e isolati.
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Non è una avventura metafisica, o una esperienza esclusiva ed intima di un protagonista, perché lo si avverte mentre si comunica e si sta con gli altri, partendo dal quotidiano, e quindi dai propri nuclei famigliari, dalle discussioni a cena, o nella condivisione delle faccende domestiche e quotidiane, fino alla partecipazione, obbligata e subita, dei grandi eventi che coinvolgono le comunità.
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Cosa è di fondante rispetto a tale fenomeno pervasivo? Il timore della morte. Il rumore bianco è questo orizzonte di sfondo che permea gli scopi inespressi, le domande avvertite e mai esattamente definite e circoscritte, il senso del nostro stesso parlare che è una domanda continua di senso. Poiché chi professa in modo articolato la filosofia teoretica sa argomentare che ogni domanda è una risposta rovesciata con una ipotesi (dilemma possibile/impossibile) inespressa, si ha che l’interazione sociale con i figli e con i compagni e le compagne, gli amici, i colleghi di lavoro, i passanti, ne è intimamente costituita.
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Il protagonista, Jack Gladney, ha una attività di studio storico e letterario preminente per la quale è divenuto un docente universitario, riguardo un personaggio che fu ossessionato dalla morte e ne fu tragicamente uno dei più terribili promotori: un ex imbianchino austriaco con i baffetti.
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L’ultima sua compagna, Babette, dopo due mogli precedenti e figli vari, più che del senso dell’al di là che si accompagna a questa visita unica e irripetibile che è questa sorella nera, ha paura semplicemente della sua venuta, in un gelo e soffocamento senza fine. Tale timore non riguarda solo la propria persona, ma anche chi gli sta vicino: il suo compagno, i figli che contribuiscono al suo senso di esistenza. La paura è traslata verso un vivere accompagnato dalla morte che toglie chi ti sta accanto.
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Un figlio, Heinrich, che cerca di venire a patti e a scontrarsi con tale rumore bianco, applicando uno scetticismo corrosivo e disarmante nella speranza in realtà di venire a patti con la morte, tentando di smontarla nei suoi significati e nelle manifestazioni del mondo.
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Una figlia, Denise, che vuole controllare ogni evento e prevenire ogni pericolo, per scovare scopi ulteriori a quelli di rendere il morire un evento circoscritto.
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Un’altra figlia, Steffie, che fa da contro altare alla prima, usando la sorella come ostacolo da sopraffare per ottenere a sua volta un porto sicuro.
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Un infante, Wilder, che non ha ancora il senso della morte e compie atti al limite del suicidio, ma che, nonostante tutto, ne riesce a sopravvivere, quasi come se impersonasse l’infante che gioca sentendosi un Dio, proprio della “Gaia Scienza” di Friedrich Nietzsche, suscitando un fascino speciale per gli adulti, nonostante siano consapevoli della caducità di tale posizione edenica.
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E così via per gli altri personaggi, ognuno permeato da questa bianchezza che tenta di fare scudo, sia in senso protettivo sia deviante rispetto a quel timbro fondamentale che scandisce il senso dei nostri atti e pensieri.
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Nel romanzo vi è una nube venefica fuoriuscita da una fabbrica di elementi chimici. È l’evento minaccioso e concreto, mentre il rumore bianco è il flusso incessante (TV, radio, supermercato) che tenta di assorbirlo e di schermarlo. Tale evento detterà indirettamente, con una consapevole tragicità, il tempo che resta da vivere per ognuno di loro, mostrando nella mera quantità i secondi limitati che abbiamo da vivere. Ecco perché serve il rumore: ci sposta un passo indietro nel quantificare esattamente o almeno in modo approssimato, la piccola quota rispetto all’eternità di quelle poche migliaia o decine di giorni di vita.
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Capita di tutto ai protagonisti, in particolare al personaggio principale che, credendosi il centro che direziona indirettamente la vita degli altri, si rende conto invece di esserne da tutti attraversato.
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E qui si nota lo stile succinto, ma immaginifico di Don DeLillo, perché nello svolgersi delle vicende, nel costante impegno a interrogare ed interrogarsi su tutto, rende tutti ridicoli, comici, ed autoironici. Pur nei difetti, e vizi, la consapevolezza di essere limitati suscita la simpatia nel lettore, attraverso tentativi goffi di eroismo che si impegnano vanamente riscattarsi da questo giogo colorato, perché tale annuncio che vuole si sia rimandato, come il suo accoglimento.
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Vi è molto di lirico che richiama le grandi composizioni tragiche dei classici, ma al fondo di tutto, vi sono atteggiamenti che richiamano il “Don Chisciotte” di Miguel De Cervantes: il ridicolo e infantile senso di attribuire il proprio ordine al mondo, seppure fallace, ha comunque un seme di speranza nella possibilità di qualche fiore sbocciato che potrà essere colto e annusato.
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Il libro scorre anche i decenni degli anni sessanta fino ai novanta del secolo scorso negli Stati Uniti, sia nei grandi eventi sia nelle pratiche quotidiane.
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È un libro da abbracciare, da ridere, da godere, anche per esorcizzare il timbro quotidiano che ci affligge la sera o nei momenti in cui siamo da soli e meditiamo, alternando la fuga da tali pensieri o l’ostinazione a risolvere quella corda della spada di Damocle che abbiamo appesa sopra la testa.
Vineland di Thomas Pynchon (Autore), Pier Francesco Paolini (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2021 (Ed. Originale: Vineland, Little, Brown and Company (Boston- Usa), 1990)
Tanto si è scritto su questo romanzo di Thomas Pynchon per i temi trattati, per la comparazione rispetto al monumentale romanzo scritto 17 anni prima ( L’Arcobaleno della gravità: qui una riflessione: https://www.linomilita.com/destino/consigli-di-lettura-larcobaleno-della-gravita-di-thomas-pynchon/ ) per il quale si ebbero critiche relative ad una mancanza di idee, di originalità, e di una vena creativa inaridita. Furono rinnovate le perplessità circa lo stile apparentemente confuso e spiazzante, in particolare nella ricerca di stili diversi per una commistione originale negli intenti, ma fallimentare negli esiti.
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Accanto alle valutazioni impietose, con il passare del tempo dalla pubblicazione e per una lettura più attenta e più diffusa di un pubblico crescente, “Vineland” fu progressivamente considerata un’opera magistrale per le innovazioni stilistiche, per i temi trattati, per le sofisticate e parallele vicende dei singoli.
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Nonostante le tante recensioni che si possono rilevare nel web o semplicemente chiedendo informazioni ai Large Language Model (modelli linguistici di grandi dimensioni), a mio parere rilevo elementi non pienamente posti in evidenza. Tra questi risalta un primo tratto: la sovrabbondanza.
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In ogni pagina, per ogni protagonista introdotto e per ogni luogo descritto, vi sono descrizioni multiple dei luoghi, dei riferimenti geografici, degli oggetti di uso quotidiano, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi. Vi è un contrappunto tra una descrizione microstorica e particolare degli attori via via posti in risalto, e un’analisi circa le tendenze di lungo periodo caratterizzanti il presente della narrazione.
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In più, all’interno delle scene e dei dialoghi vi sono digressioni temporali, perché le vicende ondeggiano tra eventi al presente, azioni presenti che narrano del passato, e l’accaduto che nei capitoli successivi è posto in un quadro attuale.
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Vi è un participio passato che trasla in un imperfetto, caratterizzandosi poi al presente in modo da lanciare indizi, motivi che spiegano gli stati futuri, i quali poi vibrano tra un futuro anteriore e in un presente attuale rispetto al lettore.
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La lettura comporta un senso di vertigine, se si vuole mantenere una linea univoca nella scansione temporale. Se invece si entra nello stile più intimo di Thomas Pynchon e si tiene per fermo che i protagonisti si muovono all’interno di temi universali che implicano dilemmi etici, i piani paralleli e gli eventi aggrovigliati acquisiscono una coerenza di sviluppo narrativa e una congruità dei temi trattati.
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Un secondo elemento che sembra più proprio a in termini biografici dell’autore è la passione per il Jazz. Si ha l’impressione talvolta che scriva dentro un locale di concerti Jazz con tante persone intorno e sedute in tavoli disposti in modo disorganico, dove la fruizione varia in base alla distanza e al grado di attenzione del pubblico. I capitoli, nella veste di sessioni musicali, definiscono un’orchestra di personaggi che offrono i temi, variandone le scale, ponendo di volta in volta un orchestrale come solista, mutando i ritmi e le frequenze. Questo romanzo ha un tema centrale nascosto con tanti capitoli che ne costituiscono una sua esecuzione sempre diversa.
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Di questi due elementi relativi ad una sovrabbonda delle descrizioni quasi giornalistiche e dello stile musicale dinamico e variazionale, entrambi centrifughi rispetto a porre un ordine tematico, vi è un tratto ulteriore che bilancia una possibile disgregazione interpretativa: una descrizione barocca del mondo.
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Vi è una puntigliosa e ricercata presentazione di oggetti, arredi, paesaggi, strade, città, vie, locali che informano delle posture, dei linguaggi e degli atteggiamenti dei protagonisti. Tutto è pieno, perché ogni luogo, nella immaginazione del lettore, ha marcatori del tempo storico, dei cibi, degli snack, delle canzoni, dei tavoli, della moda e degli abbigliamenti.
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La forma barocca non è tanto dipendente dai canoni della pittura e della scultura, quanto dalla televisione, dai linguaggi e dai temi proposti dai canali tv tra gli anni sessanta e ottanta negli Stati Uniti. Le serie tv e i protagonisti di ogni trasmissione da quella giornalistica a quella di intrattenimento dettano gli slang, i tempi e i modi di concepire il mondo che sono immediatamente incarnati dai protagonisti.
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Vi è uno spartito di base che considera il passato recente come una distopia, perché il libro è ambientato nell’anno 1984, ma lo pubblica nel 1990. Il 1984 è quindi il passato recente (ed è un richiamo al noto romanzo di George Orwell): l’America dell’era Reagan-Bush non rischia di diventare una distopia futuristica; lo è già diventata.
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Il controllo si evolve attraverso la “Rivoluzione dell’informazione o Info-Revolution (accessibilità generale e orizzontale dei dati)”. Lo Stato non usa la forza visibile, ma traccia i cittadini tramite computer, le banche dati e l’uso delle carte di credito, ovvero vi è la convinzione da parte dell’autore che l’apparato ideologico usi la cultura pop per annullare il pensiero critico. Vi è la descrizione di un’America anestetizzata dalla televisione e dal rock and roll. Tutto ciò è accompagnato da schemi catartici già apparsi nel primo novecento, riguardo al sesso che è legato al sadomasochismo e all’attrazione erotica che i dissidenti provano verso i leader in uniforme, diventando uno strumento di sottomissione psicologica.
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La famiglia nucleare viene vista dai governi autoritari come un potenziale pericolo di resistenza intersoggettiva, e viene quindi smantellata o corrotta, infatti l’ideale della famiglia perfetta mostrato nelle sitcom televisive contrasta con la realtà di famiglie distrutte, assenti o segnate da abusi. Il leader governativo Brock Vond usa il bisogno psicologico di protezione delle persone per presentare lo Stato autoritario come una grande “Famiglia nazionale” a cui obbedire ciecamente.
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Con la contraddizione (non originale in realtà nell’uso narrativo) della CIA (Central Intelligence Agency) che favorisce l’introduzione di droghe nel paese sia per sedare la controcultura degli anni ’60 sia per creare artificialmente una categoria di “delinquenti” (i tossicodipendenti) da usare come capro espiatorio e giustificare il potenziamento delle forze di polizia.
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Un tema di fondo che permane in ogni capitolo del libro, risiede nell’idea che la razionalità ufficiale e l’irrazionalità non siano due poli opposti. La distopia postmoderna di Thomas Pynchon offre l’ipotesi che l’oppressione moderna non si dichiara nemica dei piaceri umani, ma impara a governarli.
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All’interno di questo scenario fosco, nonostante tutto, l’autore mantiene una nota di speranza: la creatività, la cultura pop e le relazioni vive tra le persone sono e saranno comunque il solco che supererà tale momento storico.
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Non è un caso che si è proposto il jazz, perché un concerto di questo tipo teoricamente non ha una fine: ognuno può rientrare in vita, pensare, giocare, e porsi in relazione con gli altri.
Spin di Robert Charles Wilson (Autore), Nicola Fantini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024 (Ed. Originale: Spin, Ed. Baror International, inc., Armonk, Ny, Usa, 2006)
È un romanzo che può essere inserito nello stile della fantascienza “dura”, perché la trama è incentrata su ipotesi scientifiche plausibili, accompagnate da pratiche tecnologiche e impieghi tecnici dettagliati e coerenti. Come in un ogni opera di questo tipo, l’idea principale è una supposizione che non è suffragata da teorie scientifiche o addirittura negata da esse. Proprio qui risiede il fascino in una composizione letteraria ben realizzata, perché all’interno di uno sforzo stilistico nel rendere logica la trama dal punto vista causale e coerente nel suo sviluppo, permane uno spazio allusivo ed ipotetico che definisce una tensione narrativa verso un climax estetico edificante e catartico.
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All’interno di tale struttura narrativa vi è il tentativo di porre problemi concreti del presente in ordine al bisogno che hanno gli ecosistemi del pianeta Terra a confrontarsi con il vincolo delle risorse e la possibilità di acquisire energia utile per il proprio equilibrio. Se poi uno scrittore come Robert Charles Wilson riesce ad innestare dilemmi etici e conflitti universali come quelli tra padri e figli, e le vicende sempre valide del romanzo di formazione, in cui i protagonisti accedono con dolore e patimento verso nuovi stadi di vita adulta, si ha a disposizione un’opera pregevole e degna di essere vissuta in una lettura partecipata e appagante.
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Il romanzo tratta dei problemi e dei conflitti civili e interstatali di oggi, traslandoli in scenari relativi ai decenni successivi rispetto a quelli odierni, ma di un futuro prossimo che può essere vissuto dallo stesso lettore, rendendo quindi le vicende congrue alle preoccupazioni e alle aspirazioni di noi contemporanei.
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Si susseguono tre fasi relative a un evento inspiegabile che cambia radicalmente la realtà per tutto il pianeta, il faticoso percorso teso alla ricerca delle cause e dei motivi, un tentativo di soluzione, la gestione delle conseguenze che porta ad una nuova consapevolezza e a un ulteriore evento inspiegabile collegato al primo. Ciò impone un nuovo rimedio che espande il suo influsso al di là del sistema solare verso le galassie circostanti. All’interno di questo percorso i protagonisti da adolescenti divengono adulti amando, scontrandosi, e cercandosi tra i conflitti famigliari e le tensioni politiche mondiali.
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Il titolo del libro prende proprio alla lettera il significato di “spin” nell’ottica della meccanica quantistica, applicata alle teorie della relatività che è un campo di studi attualmente denso di ipotesi e di tentativi di creare un ponte tra queste due aree che hanno nuclei teorici tra loro distanti in termini euristici ed operativi.
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La causa efficiente deriva dal comportamento del Sole che sembra iniziare il suo percorso di maturità all’interno del sistema solare e quindi a emettere ben più energia, fino ad una espansione fagocitante tutti i pianeti della sua orbita. Ed è qui che dall’esterno il pianeta Terra sembra essere preservato improvvisamente da uno spin temporale in cui all’interno la scansione degli eventi sembra seguire il suo corso, ma che, rispetto all’esterno dell’atmosfera, è rallentato a livelli di scala di quattro o cinque volte rispetto all’evoluzione della Galassia, ovvero che il tempo fuori scorre indefinitamente più veloce, e quindi anche il mutamento del Sole. Ciò attraverso una analogia di una membrana temporale con quella biologica marina degli organi che traspirano acqua, si ha che all’interno dell’atmosfera la temperatura si mantiene stabile con cicli stagionali regolari.
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Il contro altare però comporta il completo oscuramento di tutto ciò che è fuori dall’atmosfera e anche per quanto riguarda le comunicazioni, a parte le onde radio per alcune frequenze, che, per lo scorrimento asimmetrico temporale, obbligano i recettori a ragionare in migliaia di anni solo per ricevere onde radio a partire dalla Luna e dai pianeti vicini.
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Ed è qui che si snodano le vicende dei protagonisti con salti avanti e indietro nel tempo rispetto alle loro vicende biografiche. Tale espediente stilistico permette di non rivelare tutto e subito, ma di snodare indizi, premesse, e svolgimenti delle vicende mantenendo il mistero e una tensione da romanzi gialli, dando al lettore lo stimolo a continuare, ad immedesimarsi con i protagonisti e ad immaginare gli sviluppi prossimi, oltre che a correlare le vicende politiche, economiche ed ambientali nel nostro vivere quotidiano.
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Si susseguono diversi colpi di scena, e verso la risoluzione del climax si mantiene una porta aperta per futuri sviluppi che lasciando un alone di indefinitezza e quindi di fantasia per il lettore.
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Questo apparato stilistico poi si innesta alle vicende dei padri e dei figli, agli amori perduti e rimpianti, alla volontà di riscatto, all’esigenza di venire a patti con la propria vita vissuta, temi universali per le narrazioni mitiche e per le opere letterarie che si nutrono di amore, morte, giovinezza, vecchiezza, speranza, gloria e rimpianto.
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Robert Charles Wilson è uno scrittore di alto livello dal punto di vista fantascientifico, un eccellente artigiano nel miscelare gli stili narrativi e un romanziere a tutto tondo nell’appassionare a vicende universali per ogni biografia, il tutto con uno sguardo ai problemi e alle prospettive che oggi abbiamo noi, qui, nel pianeta Terra.
La storia di Genji di Murasaki Shikibu (Autore), Maria Teresa Orsi (a cura di), Einaudi, Torino, 2015
Finalmente presento un consiglio di lettura relativo alla monumentale opera giapponese nella forma del Monogatari (物語), che significa racconto o narrazione in prosa, simile alla nostra epica, legata alla tradizione orale. Fu scritta e diffusa in più parti dalla scrittrice Murasaki Shikibu tra l’anno 1000 e il 1012 durante l’XI secolo, nel periodo della aristocrazia Heian.
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È una pietra miliare della tradizione letteraria giapponese, perché riassume riferimenti storici, letterari e di costume dei quattro secoli precedenti, e in più accoglie (come era da norma nel periodo) le poesie, i racconti, i miti, le forme stilistiche cinesi, integrandole, però, in una nuova forma che è e sarà tipica del Giappone nei secoli a venire. È impressionante leggere come gli episodi, le leggende e le stesse poesie cinesi siano trasformate negli Haiku giapponesi.
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È un’opera poderosa che sì può essere letta come un soap opera, ma si otterrebbe molto poco in termini di fruizione e di godimento. Se invece ci si concede il lusso di una lettura e rilettura lenta, si entra in un universo millenario. Delle duemila e più pagine, in ognuna vi sono spunti e riferimenti che abbisognano di calma, per un approccio che intende gustare cibi raffinati e di sostanza, di approfondimenti istantanei e di lungo periodo. Fortunatamente noi lettori oggi abbiamo i supporti tecnologici abilitati a rispondere a sollecitazioni di ricerca e di risposte immediate. Per i più volenterosi nel testo in formato cartaceo e in formato digitale vi è la possibilità di intraprendere percorsi di conoscenza ben più intensi.
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Dalle prime pagine si avverte come nel Giappone già più di millecinquecento anni fa, nonostante le continue guerre e sconvolgimenti, vi fosse una cultura altamente sofisticata al pari del grande mondo di mezzo: la Cina.
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È sorprendente di come l’aristocrazia e i funzionari comunicassero con le poesie, e all’interno di esse vi fossero sì intenti per storie d’amore, ma anche posizionamenti e interlocuzioni economiche e politiche. I messaggi erano spediti con diversi tipi di carta e con colori vari, le cui combinazioni erano disposte in riferimento ai destinatari. Nelle comunicazioni tra i Governatori, le Signorie, i Principi, gli amministratori, le Corti imperiali, o eventuali amanti e concubine, ogni messaggio era avvolto da una pianta, un ramo, un fiore e corredato da profumi.
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Solo per approfondire tale aspetto si diventa esperti di botanica. E lo si può fare per esempio cercando i fiori, i loro significati, i modi di uso, come erano avvolti. E non si finisce mai di stupirci di come fossero attenti a comporre haiku e forme poetiche simili nel rispondere a richieste d’amore, d’affari, di scambio, di azione famigliare che è anche politica. All’interno di questa dialettica poetica si hanno riferimenti a poesie e racconti del passato, quindi nel libro vi sono collegamenti con le forme letterarie coeve, in Giappone, nella Corea dei tre regni di quei secoli, e delle grandi famiglie linguistiche cinesi. Si entra in una pluralità di oceani letterari.
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Sorge una lieta commozione nell’essere travolti dalla quotidiana produzione poetica di questi ceti sociali altolocati e anche dal popolo meno abbiente che, anche essendo analfabeta, in forma orale, riproduceva nel racconto (quindi Monogatari), nel canto, nel mito e nella leggenda spunti e figure implete, individuandole nei fatti a loro contemporanei. È una occasione formidabile di leggere e rileggere questa opera anche dal punto di vista antropologico, perché permette di entrare nell’Asia, ovvero nella pluralità a noi distante dei valori, dei modi di vedere il mondo, la morte, il tempo, l’universo con una quantità oceanica di riferimenti storici e culturali.
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E non finisce qui, perché nei loro convegni formali e non, avevano l’abitudine di sera fino a notte inoltrata o nelle loro stanze o nei giardini, gareggiare in produzioni poetiche, in scambi di doni, e in canti e balli con gli strumenti del periodo e con le tonalità che vi sono ancora oggi. Si può rileggere il libro, cercando nel mondo digitale le nozioni musicali e di questi strumenti. E ancora si rimane strabiliati della enorme varietà e complessità nel rapporto con il pubblico dei motivi e del modo di godimento.
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Noi qui in Europa ci crediamo tanto sofisticati, ma nel vedere con quanta cura scrivessero una lettera e la consegnassero, il giudizio di considerare una forma quasi infantile l’estetica della comunicazione ai tempi del Re Sole di Francia non è poi così esagerato.
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Da questi punti di vista l’opera è una vera e propria indigestione estetica, perché non si finirebbe mai di ritornare su questi spunti e approfondire la sterminata quantità di opere musicali, letterarie, di botanica, della costruzione dei giardini e delle case.
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Sì perché i templi, i grandi palazzi, e anche i villaggi erano costruiti in sezioni modulari che potevano essere espanse, con corridoi interni, ove si svolgevano attività quotidiane informali e non. Dobbiamo ricordare che il Giappone è una costellazione di isole dove a nord fino al centro vi è un clima canadese con inverni terribili, e a sud, anche essendo freddo d’inverno, si hanno estati roventi, il tutto con una umidità quotidiana che esaspera i picchi di temperatura delle stagioni. Si hanno case non molto alte in cui ogni spazio è strettamente calcolato.
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Vi è un aspetto ulteriore relativo alla relazione dell’architettura con le gerarchie sociali, perché la disposizione delle stanze e delle ali dei grandi palazzi rispecchiava la posizione di potere e di vita famigliare. Occorre tener presente che per le donne di corte e di quelle palpabili di matrimonio primario e di concubinaggio, vi era la segregazione anche alla vista di maschi estranei. Vi era la possibilità per i potenti (i poveri non se lo potevano permettere) di avere una compagna che deteneva i diritti di successione e di proprietà per le figlie e i figli, e poi delle concubine che erano concertate con le famiglie di altri governatori, principi, figli illegittimi di corte, di nobiltà varie, di signori della guerra.
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Non era automatico per l’uomo sposarsi o aver la concessione di più unioni. Certamente vi erano sottili giochi di alleanze incrociate con sofisticate relazioni che duravano anni, con visite, regali ogni volta per gli ospiti, per i servi e per i messaggeri. Ognuno di essi aveva un preciso significato e anche un modo per stabilire le gerarchie di ricchezza, di potenza e di azione politica.
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Agli occhi moderni, la condizione della donna non è che fosse così libera, ma dobbiamo guardare pensando a più di mille anni fa, perché la condizione della popolazione in gran parte era quella agricola, di pesca e boschiva, contraddistinta da povertà e dalle conseguenze di carestie, incendi, morti, dovute anche alle continue guerre interne.
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Da tutti era accettata la pratica delle concubine, ma queste non erano disprezzate. Dalle stesse madri e dalle prime mogli, anche quelle imperiali erano prese come alleate, come seconde figlie o sorelle. E tutte e tutti entravano nel gioco delle relazioni di potere e di successione. Se un alto dignitario non aveva figli maschi, o era di basso lignaggio, rispetto a chi lo circondava, le figlie avute con le concubine erano uno strumento di potere, anche per le donne stesse. E attenzione, l’uomo doveva fare la corte, conquistarle a partire dalle poesie. Le donne rispondevano e anzi era considerato disdicevole che si addivenisse ad un’unione in tempi brevi. Passavano mesi se non anni, e addirittura della donna magari si vedeva solo qualcosa tra i veli delle camere.
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È godibile leggere la quantità straordinaria dei tentativi di combinare le storie d’amore e anche delle vicende degli amanti, altro che le telenovele di oggi, anzi, forse ne sono una prosecuzione millenaria comune a ogni cultura. Il tratto distintivo però che risalta è relativa alla concessione di una pari dignità intersessuale letteraria e di singolar tenzone d’amore. La donna non era per niente considerata la figlia del demonio o la tentatrice.
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Anche se parliamo di aristocrazia e dell’alto ceto degli amministratori e dei guerrieri, le donne erano acculturate. Il lusso, lo sfarzo, la cura dei vestiti, la scrittura dei messaggi, l’economia informale operata dalle donne era qualcosa di strettamente congiunto con le politiche di corte, imperiali, e di guerra. Era la linfa dell’apparato di potere imperiale Heian che stabilizzò le turbolenze e le guerre continue, tra il 700 e il 1100, prima di cedere ai signori della guerra, che avrebbero portato secoli di lotte continue con gli Shogunati tra il 1200 e il 1868.
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È importante sottolineare che questo testo base della cultura giapponese odierna è stato scritto da una donna.
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Certamente gli eventi e gli episodi sono visti dal punto di vista dell’aristocrazia, partendo da punti di vista delle donne di corte e dalle lettrici di tutte le élite giapponesi, quindi non vi sono descrizioni di battaglie, di vicende economiche, di rapporti internazionali, ma proprio per questo il lettore entra nella linfa vitale delle radici di questa cultura millenaria.
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Genij è il figlio illegittimo di un imperatore, comunque da lui amato e ammirato per la sua bellezza, grazia, conoscenza, abilità nelle arti quali la poesia, la musica e la danza, nonché nell’età matura per le qualità militari e amministrative. La sua figura è uno spartiacque tra un prima e un dopo, dove generazioni intere convergono e poi si diramano in avvenimenti paralleli oltre la sua morte.
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Proprio perché fu denominato universalmente “lo splendente”, l’imperatore e la madre, una delle più potenti concubine, lo vollero porre in disparte nella prima gioventù per tenerlo lontano dall’invidia, dagli intrighi e dalle cospirazioni. Occorre sottolineare che le feste, la ricerca di arredamenti elaborati, il lusso dei vestiti, la cura dei riti e degli avvenimenti, la lista dei regali e dei doni da offrire ai potenti convenuti, ai militari di scorta fino all’ultimo servo, non era uno spreco, o un gioco d’esibizione, ma un mezzo di relazioni. Un tratto di una trama continua di alleanze, accordi, posizioni per una società fortemente gerarchizzata e ordinata in tantissimi gradi amministrativi, regali, militari, e sacerdotali.
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La singola commistione tra il buddismo e lo shintoismo come riferimento che accompagna l’al di là nel mondano, in termini trascendenti assolutamente diversi dal nostro, ci offre preziosi tratti nel ricavare indizi dei modi di vedere del mondo asiatico. È una galassia tutta da scoprire pienamente qui da noi, lettori in Italia. L’autrice ci offre uno spaccato che noi diremmo quasi sociologico di come tali pratiche religiose tra il 600 e l’anno Mille, per il nostro calendario, entrano in una forma sincretica e molecolare con le amministrazioni laiche e militari del Giappone.
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Genij fu protagonista di tante occasioni mancate, ma proprio per le sue rinunce e sacrifici d’amore, per estrema generosità e rettitudine pensò al bene di chi gli stava accanto, a garantire che gli eredi legittimi fossero destinati a ruoli imperiali e a preservare gli equilibri delle principesse, imperatrici, concubine, mogli dei governatori. Ciò era ed è il principio base dell’ordinamento e della regola cardine della cultura millenaria giapponese: l’equilibrio e l’adesione alla forma imperiale come testimone di riconoscenza ai contemporanei e guida per i discendenti.
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Assieme a Genij vi sono storie struggenti, dolorose, commoventi, di tante protagoniste e protagonisti, la cui minima indicazione comporterebbe la scrittura di pagine e pagine.
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Una menzione di lode va a Maria Teresa Orsi che ha curato il volume, perché ha compiuto un lavoro titanico di ricerche bibliografiche, di traduzioni, componendo pagine e pagine di note esplicative e di un glossario che permettono al lettore di avviare ricerche personali, che solo un mese per ogni riferimento non basta.
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Se si legge il libro in modo superficiale, dopo poche pagine subentrerà una noia mostruosa, perché sarà impossibile tenere le fila e il senso di tutto. Se si vuole affrontare una lettura veloce, entro poco tempo si avrà un mal di testa generalizzato e una nausea per la quantità di informazioni immagazzinate che porteranno una indigestione cognitiva.
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Va letto con calma, come un praticante dei riti buddisti e con una tenacia di uno shintoista che ripete le sue preghiere e compiti decine e decine di volte. Prima di analizzare la struttura sociale, amicale, e famigliare, con i riferimenti storici, consiglio di leggere il testo, in prima istanza, con il proprio corpo in una immersione estetica. Ci si lasci andare alla musica, al canto, ai colori della natura, delle piante, dei giardini, delle case, ai profumi al volgere delle stagioni che queste pagine offrono. Ci si sentirà arricchiti di un universo per noi tanto lontano, ma che a una seconda riflessione e lettura più attenta fornirà indizi di una fratellanza anche con le nostre culture, perché tutte assieme cerchiamo di affrontare il cambiamento, la morte e la decadenza, che è proprio il periodo in cui fu pubblicata l’opera. L’impero iniziava a mostrare i segni di cedimento.
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La consapevole decadenza di ciò che fu è sublimata in questa opera d’arte in cui nelle ultime pagine si è travolti da una straripante millenaria dolcezza e commozione nel vivere tutti noi in una fratellanza e sorellanza nel soffrire e nello sperare in un ascolto compassionevole.
Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2015, Einaudi, Torino, Ed. Originale: What We Talk About When We Talk About Love, Alfred A. Knopf, New York, 1981)
Raymond Carver mostra di essere uno scrittore di alto livello con questi diciassette racconti ambientati in contesti domestici, suddivisi tra camere di letto, cucine, soggiorni, bar, ristoranti, parcheggi e giardini residenziali, dai quali trae storie universali.
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Raymond Carver non si concentra nell’immaginare situazioni eccezionali in luoghi inverosimili, collocati in momenti topici del proprio vivere. La narrativa si snoda nel vivere quotidiano dei protagonisti. Fece scuola per la narrativa nei decenni tra gli anni sessanta e settanta, perché mostrò come il vissuto di chiunque sia integralmente una sorgente di luoghi topici letterali: dall’amore, alla gelosia, al possesso, all’avidità e all’invidia. La meschinità e la vigliaccheria sono descritti come tratti ineliminabili in contrasto perenne con le convenzioni sociali e i tentativi di aderire alla morale comune.
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Le richieste di aiuto dirette e non, le rivendicazioni dei torti subiti e delle attenzioni non ricevute dai propri cari e famigliari, costituiscono fattori preminenti delle debolezze e delle inclinazioni dei protagonisti. Tutti e tutte compiono azioni riprovevoli, cercando in modo goffo e contraddittorio di rimediare, ottenendo nella maggior parte dei casi esiti sfavorevoli.
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L’epica dei racconti si basa sulla costante lotta di sopravvivere e forse affrontare i fallimenti di ogni giorno, come padre, madre, lavoratore, studente, amante.
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Dal punto di vista dello stile, Carver ha una qualità temprata da un esercizio continuo di ricavare un senso lirico da quello che noi riteniamo lo sfondo del racconto: gli ambienti, gli atti irriflessi come quelli di alzarsi dal letto, radersi, cucinare, scegliere un appuntamento al ristorante. Ciò vale anche per le tensioni e liti quotidiani tra le coppie, o coloro che vivono da separati scambiandosi orrori giornalieri, usando anche la prole come arma di offesa.
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Vi è un timbro comune che deriva dall’autobiografia dell’autore caratterizzata da alcoolismo, rapporti di coppia tesi, con separazioni lunghe e dolorose, ove la compagna o perlomeno le prime due, hanno inclinazioni simili. Però così come nei racconti e nella vita reale, le donne mostrano di avere una comprensione e una stilla di propensione edificante maggiore di quella degli uomini.
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Dalle relazioni interpersonali rispetto agli occhi odierni le donne agiscono in modo remissivo e i maschi hanno atteggiamenti infantili, autoritari, tesi in modo sottile, talvolta inconscio alla sopraffazione. Se, però, si analizza il contesto storico in cui furono scritti tali racconti, si ha che la donna poteva uscire assieme ai maschi, le giovani erano libere e autonome di avere relazioni anche di un solo giorno, nelle uscite del week end. Le discussioni non erano separate in ambito domestico tra coppie, ove i maschi parlavano tra loro di cose di “uomini” e le donne in cucina. I problemi e i temi erano discussi alla pari con tutte le modalità conflittuali, con i maschi alla perenne ricerca di imporre la loro visione, conseguendo però figure meschine.
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Si parla molto e i monologhi interiori sono densi perché contraddistinti con colloqui immaginari con gli attori del proprio passato. Tutti cercano la catarsi dalle proprie consapevoli debolezze, vizi e negligenze. Le vie di miglioramento non scaturiscono da dialoghi con un Socrate personale, perché ogni consapevolezza emerge dal dolore e dalla vergogna di sé. La sporcizia dei propri pensieri inespressi e dalle ferite autoinflitte fisiche e morali sono i motori che alimentano la speranza di un cambiamento che si vuole migliore per sé e per gli altri.
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Non vi sono risposte definitive, perché le tensioni continuano alla fine dei racconti, lasciando un angolo in sospeso, e questo rende tali scritti appetibili per noi comuni mortali, perché riconosciamo i nostri pensieri inespressi, agli altri e a noi stessi consciamente nascosti.
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Leggendo di questi personaggi e proiettando su di loro i nostri dubbi, ci permette di essere più rilassati e aperti a comprendere le tentazioni pigre delle soluzioni facili e suicide, e delle posture pigre vigliacche che, seppure convenienti a breve termine, risultano fallimentari per il proprio timbro biografico.
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Quest’opera andrebbe letta nella propria dimora, guardando ogni tanto gli oggetti che ci circondano, l’ambiente famigliare e lo specchio che riflette la propria immagine.
Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver (Autore), Paolo Cognetti (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2017, Einaudi, Torino (Ed. Originale: Will You Please Be Quiet, Please?, McGraw-Hill, New York, 1976)
La pubblicazione di questi racconti fu un successo editoriale e fu considerata una novità nell’ambito della editoria degli Stati Uniti. Le vicende sono situate in ambiti famigliari e domestici, che si estendono da un luogo di lavoro, al bar, in un ristorante, oppure in siti desolati simili a quelli descritti dai quadri di Edward Hopper.
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Raymond Carver dedicò il romanzo e il titolo alla sua, da poco, ex moglie. Ha una intenzione provocatoria, ma anche di affetto, seppure contorto e malcelato. Era appena uscito da una crisi ultra decennale di alcoolismo. La sua ex consorte svolse la funzione di madre e di semi padre per i figli e lo sostenne nelle sue attività di scrittore con i pochi soldi di stipendio che ella riceveva nel tentativo di tenere in ordine i conti. Considerando poi che Lui passava tra i licenziamenti vari tra le segherie e lavori saltuari, Lei fu sodale, talvolta, di bevute e di tradimenti, ma fu comunque comprensiva nel momento, forse liberatorio per entrambi, della separazione.
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Carver in quel momento ebbe una nuova compagna che condivise la restante parte della sua vita di scrittore di successo, fino alla sua morte, lunga e dolorosa, dovuta anche ai sui stravizi.
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Il titolo però richiama un aspetto di solito non pienamente espresso che è rivolto alla sua coscienza, perché in ogni racconto vi è un aspetto della sua vita, riguardo ai fallimenti, alle incertezze, alle delusioni, alle paure. Carver si è sempre sentito fuori posto, un impostore in continua fuga dagli insuccessi e anche dalle possibilità di poter migliorare la propria condizione economica, sentimentale, e di speranza per il futuro.
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Sì certo, molti personaggi alla fine del racconto sembrano avviarsi in un epilogo catartico, lasciando però a metà tale percorso, per invocare il contributo del lettore che, immedesimandosi possa poi riempirlo con il proprio vissuto. Proprio per questo una quantità crescente di pubblico trovò rispondenza in quegli ambienti così famigliari, tragici, disperati, depressivi.
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Il discorso vale anche per gli antagonisti che possono essere i famigliari diretti come un padre, una madre, o i fratelli, la moglie e la fidanzata. Anche le figure femminili di riflesso agiscono secondo tali logiche, ma vi sono in prevalenza coloro che ascoltano, accusano, valutano il protagonista e le sue debolezze, e anche tra gli scontri, cercano di salvarlo. Tale approccio egoriferito non è dovuto a una minore considerazione delle donne, perché, nonostante gli approcci mascolini, sempre perdenti alla fine, sono le donne che attivano il climax del racconto per diventare gli agenti attivi della trasformazione, o della agnizione del protagonista, riguardo la sua vita.
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Carver è invitante e si ha una immediata facilità nell’immaginare di trovarsi in quei luoghi, sebbene il tempo, le tecnologie e i manufatti siano cambiati, perché descrive la fisicità, le sensazioni, gli odori. E questi sono universali. La descrizione dei vestiti, dei tic, della corporeità disfatta e invecchiata offrono un quadro comprensibile che invita a immaginare una vita di ognuno, e sempre con quella allusione finale che lascia a noi, quasi inconsciamente, di colorare tutti loro con le nostre personali inclinazioni.
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Noi abbiamo la sensazione di bere e di mangiare quei particolari cibi, i mal di testa, l’eccitazione, il sudore, la voglia di congiungersi con l’altro o l’altra. La rabbia, l’impotenza e lo sconforto. L’incubo e la tortura autoinflitta del peso dei fallimenti o di quello totale che sta per arrivare.
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È un viaggio nel profondo degli USA, di quella massa informe tra la provincia e le grandi città, di quella moltitudine che si trova in transizione, con il passato che hanno abbandonato, o che è crollato, e un presente freddo, distaccato e non accogliente.
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I dialoghi sono asciutti, ma sapientemente variati in base ai personaggi. Carver usa le sue esperienze, per tradurle in ambienti topici e facilmente riconoscibili dagli statunitensi e da noi qui in Europa, per la montagna di film e di serie televisive che abbiamo seguito tra gli anni settanta e quelle degli inizi del secolo.
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Ci si sente pieni: è una lettura che nutre, perché si ha la sensazione di aver mangiato, di aver bevuto e anche di aver amato, oltre a quella dolorosa di aver preso dei gran pugni in faccia. Tutti loro, maschi e femmine, sono descritti con i tratti dell’avanzare dell’età, relativa alle calvizie, alle smagliature, alla pancia: la normale umanità che tenta di reggere l’età adulta e la vecchiaia, e che qui, in questi racconti, ottiene risultati altalenanti e mai appaganti.
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La risposta è no. La coscienza non sta zitta, ed è proprio quella che ti salva: quella che ha permesso a Carver di raccogliere i cocci della sua esistenza e di trasformarla in una attività letteraria.
Herzog di Saul Bellow (Autore), Letizia Ciotti Miller (Traduttore), Mondadori, Milano, 2014 (Ed. Originale, 1964, Viking Press, NY)
Dal punto di vista etimologico “Herzog” richiama il duca, colui che è il condottiero di un popolo, ovvero di una moltitudine che si riconosce in una comunità di valori e di memoria. In questo romanzo il protagonista è colui che si lascia guidare verso i valori e le molteplici versioni della sua biografia attraverso una volontaria espiazione per una ricerca irresistibile nell’aver avuto un senso il suo vivere e nella speranza di accedere a residui sentieri nei territori di là da venire.
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La scena di inizio è collocata nell’apice della crisi che svetta tra due abissi: in uno vi è la logica conseguenza degli errori derivati dalla ostinazione, dall’arroganza, dall’orgoglio, dalla rivendicazione astratta contro tutto e tutti che porta alla completa auto distruzione. Nell’altro vi è il sussurro della ricerca di aiuto, di ascolto e infine di essere amato.
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Nella tentazione di proseguire in modo conforme ai suoi schemi razionali per mantenere invano il potere di controllare la propria interiorità e l’ambiente, Herzog intuisce, e con stizza non comprende, la possibilità di perdere ciò che gli è più caro e che lo permea come individuo pubblico: una notevole capacità di analisi, di studio, di scrittura e di ricerca, crollando verso un umiliante delirio e decadimento fisico.
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Nel riconoscere invece il bisogno di aiuto e dell’esigenza di aprire il proprio cuore, avverte che gran parte dei suoi successi di studio e di lavoro sono stati perseguiti attraverso un istintuale bisogno di sopravvivenza e che dopo la spinta iniziale genuina e spregiudicata, in età matura una piega di mediocre e superficiale riflessione lo avrebbe portato a una totale inconsistenza. Il presentimento di vivere compiendo un giro in tondo per ritornare in una condizione di infante bisognoso di affetto, riporta l’assenza di una risposta alle sue esigenze.
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Da entrambi i lati, all’inizio del romanzo, il delirio è la fuga momentanea da questa caduta irreversibile verso un luogo che informa della colpa più grave: non essere stato capace o addirittura di non aver voluto chiaramente interloquire e concedersi all’altro.
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La famiglia del protagonista appartiene agli esuli ebrei fuggiti dai pogrom di fine ottocento dalla Russia, e dalla Polonia, verso gli Stati Uniti. L’elemento che contraddistingue tale comunità esprime il bisogno di una terra in cui stare e ancor di più, il tentativo di assegnare un senso e un destino nel luogo di fuga. L’esodo in costoro è una sintesi inestricabile che si snoda nello spazio delle opportunità e delle città degli Stati Uniti con la ridefinizione della propria individualità cercando di mantenere un filo temporale di memoria con la comunità ancestrale del popolo errante.
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È indifferente se Herzog, i suoi genitori, le sue mogli, siano ebree osservanti, convertite al cattolicesimo, atei o semplicemente indifferenti: il tratto di non avere ancora un luogo sicuro e di uno spazio emotivo ed identitario è una conquista che si ripete per ogni fase del proprio vivere.
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Non è un caso che a livello stilistico Saul Bellow parta dalla descrizione morfologica e poi del vestiario e infine degli ambienti frequentati e vissuti di ogni personaggio per proseguire in concomitanza a descrivere la personalità e intuire la sua storia e i suoi fini reconditi. Ogni antagonista di Herzog, pur nelle diversissime provenienze di status, cultura, istruzione, sesso, vizi è allo stesso livello di complessità intellettuale. Ognuno di loro è un tesoro di vita, di contraddizioni, di colpe, di esigenze non soddisfatte, di traumi e violenze.
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Uomini e donne mostrano un bisogno di affetto e nello stesso tempo alcuni e alcune compiono atti riprovevoli. Vi è una completa equiparazione tra i sessi in fatto di crudele e meschina ricerca dei propri interessi. In gradi diversi, ognuno di loro cammina nel deserto, accollandosi il peso delle proprie colpe e debolezze nella speranza di arrivare a una fonte che dia risposte ed accoglienza.
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Herzog scrive lettere a personaggi inventati, morti, pubblici, della sua biografia per poi cestinarle. Ridotto in condizioni pietose in una casa che avrebbe dovuto essere la destinazione finale e che invece mostra di essere l’anticamera della caduta, qui chi sta intorno richiama la sua presenza, il ritorno a ciò che è stato, per affrontare un divorzio, la figlia, gli amici che lo hanno tradito e a coloro che lui stesso volse le spalle. Il tutto in un andirivieni di dialoghi e di monologhi interiori con i personaggi del passato, quali suo padre e altri della sua infanzia con cui ebbe contrasti che lasciarono ferite mai curate.
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Lo stile varia da un monologo interiore che è estremamente raffinato e variabile nel descrivere ogni personaggio, a dialoghi quasi teatrali per giungere a un climax ad effetto.
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Più volte Herzog cerca di punirsi e di accettare di essere ingiustamente maltratto e sopraffatto per espiare le mancanze che lui sente proprie e che non sono quelle rivendicate dagli antagonisti, per rendersi conto infine che tale atto di umiltà è un tentativo di nascondere le sue negligenze più radicali: nel volere che il mondo, lo spazio e il tempo si adeguino ai suoi modelli di interpretazione. Il bambino che, nel piangere, chiede al mondo di piegarsi alle sue esigenze, invece di esprimere la propria impotenza e di chiedere aiuto, mostrando altresì vera gratitudine.
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Se avrà risposta e la saprà accettare, lo lascio al lettore. Il finale è da leggere tutto di un fiato.
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A tratti il libro infastidisce perché può richiamare tratti della nostra biografia, in particolare quella non conosciuta dagli altri: quella che rimugina continuamente nei nostri pensieri, quando siamo da soli, prima di addormentarci, nelle situazioni di attesa e di impossibilità di fuggire verso le distrazioni momentanee.
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Come in altri romanzi, anche in questo, Saul Bellow ci offre protagonisti che nell’apice delle proprie speranze dei risultati conseguiti, nel continuare in modo coerente a conferire un senso del proprio operato, affrontano il dilemma che porta alla crescita o alla dissoluzione. Vi è la consapevole e dolorosa ammissione di essere limitati e non così onnipotenti e giusti come si crede, e vi è il bisogno del mondo e di chi sta vicino per vivere nella speranza di migliorare e di mantenere il tesoro del proprio sé vivo nella memoria e nelle speranze del futuro.
La resa dei conti di Saul Bellow, (ed. originale, Seize the Day, 1956), traduzione di Floriana Bossi, Mondadori, Milano, 2000
Il romanzo ci pone una domanda e un dilemma: cosa intendiamo quando giunge un giudizio universale che riguarda noi stessi? Ovvero il decreto indefettibile che si rivolge alla totalità del nostro vivere. Si è soli, totalmente soli, ogni imputazione e recriminazione e difesa è rivolta solo a noi stessi. Vi è un solo specchio e guarda solo te. Non vi è altro. Il giudizio universale che riguarda te, assume che tu sia proprietario e unico responsabile del tuo vivere. Dove il tuo vivere è imputabile e di pertinenza unica, irriproducibile, e libera in base alle tue facoltà senzienti.
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Tu sei signore e padrone del tuo vivere, anche nella incertezza del mondo. Certo: non sei in un paradiso stabile e sicuro. Non hai la mappa del divenire. L’ignorare ciò che è al di là della tua vista, e la consapevolezza della tua intrinseca limitatezza nell’universo, però non esclude la certezza che tu sia questo individuo che può pensare e discernere, anche se impotente magari rispetto agli sconvolgimenti cosmici. Nulla toglie la tua esclusiva responsabilità, perché tu, e io, quando diciamo “me” intendiamo una individuazione che pensa e che si reputa un soggetto.
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Il giudizio universale rende conto del tuo operare e del tuo scegliere, e usa proprio l’etica che tu formuli. Adegua il linguaggio con quello tuo. Tanto hai giudicato ed agito, quanto riceverai le domande e il giudizio su ciò che è accaduto. E non puoi mentire, perché il giudizio universale rende conto anche delle tue bugie ed omissioni. Niente di ciò che sei, è lasciato nello sfondo.
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La reazione istintiva e primaria rispetto a questo annuncio che chiama solo te, è quella di scappare, di non sentire, di mimesi riguardo ai propri pensieri rispetto a ciò che ci circonda. La fuga, la negazione, la bugia di difesa, sono le prime reazioni che però non vengono sminuite, anzi si aggiungono al materiale del tuo vivere, e diventano un ulteriore oggetto di giudizio.
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La seconda reazione, che forse è anche concomitante alla prima, è quella di mentire a sé stessi. Convincersi che non si è agito così, anzi, che non si è mai pensato di intendere tale volontà. Ed è qui che si diventa ostinati, perché entra l’orgoglio, la reticenza, l’ostinazione: i baluardi disperati che tentano di coprire la vergogna, che però utilizzano gli stessi materiali e strumenti che hanno comportato lo svilimento, l’ignavia, la corruzione, la viltà, e l’incoerenza.
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Tanto più cerchi di nascondere tutto e nasconderti, tanto più accresci ciò che rifiuti. Non puoi combattere contro te stesso. Puoi volontariamente arrecarti del male, ma non lo compie ciò che è oltre te. È sempre la tua persona che si infligge una punizione: non puoi scappare. L’illusione del lamento, e dell’imputazione di colpa al destino, al mondo, e magari anche a chi effettivamente ti ha arrecato del male, non allevia o svia l’annuncio della resa dei conti.
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È ben chiaro che chi magari ci ha arrecato del male, sia anche lui responsabile, ma non esclude ciò che sei. Hai il diritto di pretendere giustizia da chi è a te ostile, ma proprio per questo, tale argomento, perché sia consistente, non può non rivolgersi anche a te, indipendentemente da ciò che gli altri hanno compiuto verso la tua persona. Puoi rivendicate tutto contro di loro, ma non puoi scappare da quel piccolo cavo buio che tieni celato dove alberga la tua parte più intima.
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Che dilemma: più scappo, e più provo quanto è imputabile dal giudizio. E se accetto, liberamente assumo una relazione necessaria, dove non ho scelta di non subirla.
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Eppure su questo, abbiamo fiducia, e ci relazioniamo ogni giorno attraverso la convinzione che esista una coerenza e un senso del nostro vivere e su ciò che siamo.
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Se non accetto il giudizio universale, non posso capire e fornire un senso compiuto del mio vissuto, ovvero di me stesso. Rifiuto che io sia stato, cioè che io sia: la massima contraddizione, la follia più radicale, il dolore autoinflitto incommensurabile. Se fuggo, subisco la pena infinita. Se accetto, la subirò comunque, magari attenuata, ma con un dolore sconfinato.
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Ed è qui il dubbio argomentativo, il dilemma etico: all’interno di questo dolore sconfinato ho una speranza? Come posso agire?
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Il romanzo di Saul Bellow crea uno stato di apnea, perché il protagonista in questo unico giorno affronta problemi che persistono da anni e sono irresoluti, ripete conflitti familiari, e formali, che sa già di aver posto interazioni perdenti, in cui ha mostrato la mediocre viltà. Eppure questo figlio, marito divorziato, fallito economicamente, con una bellezza che sfuma e un fare trasandato che svilisce ciò che è stato, ha però l’intelligenza e il candore di capire ciò. Questo giorno non rifiuta e non scappa al giudizio che lo persegue da anni: ora è costretto per eventi esterni drammatici ad affrontare sé stesso. Passando da avventurieri, dal giudizio e dal disprezzo che il padre ha verso di lui, dal disgusto e dalla vendetta che pone la sua ex moglie, e dal fallimento di tutto, oltre che un inizio del disfacimento fisico, chiede comprensione. Chiede un atto di umanità.
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È una richiesta subdola, che cerca di non rispondere alle sue mancanze. Il romanzo si snoda in questa tensione crescente. In questo uomo appeso a un burrone che con le mani cerca di aggrapparsi, e il lettore vuole continuare a leggere per vedere fino a che punto arriva l’abisso.
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Si ha l’apnea, perché ognuno di noi, avverte un richiamo: riguarda anche la nostra storia: già è innanzi e non possiamo fuggire. Non possiamo nasconderci a chi ha inventato tutte le bugie e le menzogne che pratichiamo a noi stessi, iniziando la mattina quando ci guardiamo allo specchio.
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Saul Bellow ha scritto un romanzo con un ritmo che non ha sbavature, con un lento crescendo e con oscillazioni di ritmo che permette al lettore di lasciar emergere l’intero spettro emotivo.
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Nell’estrema tragedia, forse, questo individuo così misero ha però la possibilità di un atto di coraggio, di non rinunciare a una visione per la quale tutto sia abisso, che convola in un sentiero sempre più angusto e senza luce. Forse l’assunzione dell’estremo dolore derivato da una piena consapevolezza del proprio vivere, apre il cuore e la compassione verso l’altro. E questa, nell’estrema disperazione, è possibile che dia il coraggio incommensurabile nell’estendere le proprie cognizioni e sentimenti anche a chi non è la nostra persona. Comprendere la comune natura dei giudizi universali altrui. Il massimo slancio che tenta di andare oltre il proprio sé, ovvero il piccolo cerchio con il quale abbiamo costruito il “io”.
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Uno stile inconfondibile, non eccessivamente truculento o isterico. Piano, lento, descrittivo, ma con un ritmo che segue la logica dei concetti espressi e degli stati emotivi dei protagonisti in un modo così naturale da essere quasi trasparente. Già la completa visibilità: ciò che è la base del Giudizio universale.
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Una grande opera per il dilemma più terribile o forse la speranza più attesa.
I cronoliti (Urania) di Robert Charles Wilson, 2023 (Prima ed. The Chronoliths, 2001), trad. Annarita Guarnieri, Mondadori, Milano
È un romanzo avvincente che tiene la curiosità fino allo spasimo mantenendo il mistero e la tensione nei vari climax che si susseguono fino all’epilogo.
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Vi è una ottima intuizione fantascientifica che utilizza la nozione del tempo. Questa non è originale in sé, piuttosto l’uso in rapporto alle conoscenze che abbiamo oggi riguardo al campo della ricerca della gravità, della linea temporale dell’universo, alle particelle subatomiche.
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Vi è l’idea di usare il paradosso temporale in cui la possibilità di ritornare nel passato implica la possibilità di modificare il futuro, attraverso azioni nel presente che mantengano la memoria di ciò che sarà. È un espediente usato copiosamente nella letteratura fantascientifica. In questo romanzo, però, vi è il tentativo di rendere verosimile la struttura portante della trama, con ipotesi relative alla teoria della gravitazione relativistica, alla geometria differenziale e ai coni temporali che sono patrimonio della ricerca scientifica attuale.
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È una composizione letteraria che può inscritta nella categoria della fantascienza dura, per la quale sono utilizzate le particelle subatomiche come i tauoni e la possibilità che il viaggio nel tempo sia considerato come un moto nello spazio. Lo scorrere del tempo è inteso come un piano tangente di due curve (a più dimensioni) che si toccano in un punto (o più in dettaglio un intorno infinitesimo di questo punto) che è il presente.
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In una logica classica il tempo è unidirezionale, e quindi la curva del quasi passato trae a sé il presente, mentre quella del futuro, cerca di prenderlo nel verso opposto. Nel momento che il presente è toccato, tale evento annichilisce entrambe le curve nella veste di materia (subatomica) e nel correlato di energia, in un processo continuo che è a più dimensioni, ma dal punto di vista nostro, che è a tre dimensioni (quattro con il tempo relativistico), esso si riduce a un moto unidirezionale.
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L’espediente fantascientifico consiste nel ritenere che il piano del presente sia poroso e che la proiezione inversa del futuro verso di esso, per opera di un sapiente uso dei tauoni con livelli controllati di energia e di trasporto di materia, possa essere realizzata in punta di spilli, come se si usasse un pettine per districare le masse informi tra quell’intorno infinitesimo zona di nessuno tra la curva del futuro e il piano del presente, per arrivare alla nuca (cioè l’istante del presente)*.
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*in matematica tale pettine richiama la nozione di fibrato tensoriale (è un tipo di spazio vettoriale in cui a ogni punto di una base è associato uno spazio vettoriale che è il prodotto tensoriale delle fibre di un altro fibrato. Questo concetto unisce le idee di fibrati (spazi che associano un fascio di fibre a una base) e di prodotto tensoriale (un modo per combinare spazi vettoriali) per creare una nuova struttura geometrica).
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Insomma è come se avessimo un palloncino gonfiato e di tessuto spesso e resistente (cosparso di olio, e quindi scivoloso), in cui nella superficie lentamente appoggiassimo un pettine e poi curvandolo un poco, e operando una pressione, i denti affondassero nella superficie curvandola (senza romperla, altrimenti il presente affonderebbe subito nel passato, portandosi dietro tutto) fino a toccare lo spazio del presente voluto, che, in quel preciso momento con quella determinata energia e materia correlata, trasporta i cronoliti.
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Attenzione il trasporto è temporale, non spaziale, perché nel futuro il cronolite è stato costruito nello stesso luogo.
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(perdonate la mia prolissità nel soffermarmi in questo espediente iniziale, ma ho cercato per le mie conoscenze di fisica che non sono quelle di un premio Nobel, di esplicitare l’insieme dei concetti usati. Con un pettine e un palloncino ho cercato per analogia quasi poetica di sintetizzare qualche nozione fondamentale della teoria della relatività, della meccanica quantistica, della fisica teoria applicata a quella subatomica, e della matematica super avanzata dei fibrati tensoriali e delle varietà a n-dimensioni spinoriali!!!! – Se qualcuno ha delle perplessità, non preoccupatevi, rileggendomi non mi sono capito neppure io )
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I cronoliti sono grandi parallelepipedi che appaiono quasi dal nulla, e si innestano come totem in dimensioni sempre più estese. La loro comparsa è preceduta da cambiamenti atmosferici e da campi ionizzati. Nel momento della loro comparsa, risucchiano calore e materia, causando disastri nel raggio di più chilometri, oltre a una momentanea glaciazione. Vi è una ottima spiegazione razionale dei processi fisici e subatomici relativistici che è altamente sofisticata, che però ricordo, si poggia sempre sull’espediente fantascientifico iniziale.
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Diciamocelo qui, tra di noi, per non farlo sapere ai futuri scrittori di fantascienza per non tarpare le loro ali creative: seppure nello stesso libro è descritto, ma giustificato con una tecnologia che controlli i tauoni, per poter andare indietro nel tempo, trasportando la massa, oppure una energia tale da farla convertire in materia, occorrerebbe una energia tendenzialmente infinita quasi quanto quella dell’universo.
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Comunque il dato di fatto avvincente è che nei cronoliti vi sono immagini e messaggi che avvertono dell’avvento e della vittoria del Kuin. Si suppone che sia un leader, o un regno, o una nuova entità nazionale, che dominerà il mondo a breve e trasformerà tutto. E pone dei messaggi in cui prevede sommovimenti e rivolte in varie parti del mondo.
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Il modo con il quale appare bucando letteralmente le città, causando quindi decine di migliaia di morti, innesta processi sociali di fede, idolatria, paura, in un crescendo irrazionale che porta alla ricerca dei santoni, dei profeti di questa era, particolarmente diffusi tra le generazioni più giovani: le più esposte all’apocalisse prossima ventura.
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Vi sono gli enti nazionali che tentano di combattere e di contrastare i cronoliti e le correnti temporali unidirezionali che tali messaggi intendono realizzare in questo cortocircuito temporale.
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E qui vi sono i protagonisti i quali si impegnano a contrastare la disgregazione sociale, la crisi economica, il conflitto intergenerazionale, e la guerra totale che si sta approssimando nei continenti.
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La trama oscilla tra un piano collettivo a quello individuale, di famiglie che nascono e si disgregano, e della incomunicabilità tra le coorti generazionali, tra i genitori e i figli. Tra gli errori dei primi, e quelli ancora più gravi dei secondi. Vi sono descrizioni psicologiche approfondite che vengono centellinate con indizi che portano poi a rendere coerenti le loro azioni, mostrando quindi personaggi che evolvono e mostrano parti sempre più complesse del loro pensare e dei motivi sottostanti.
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Sebbene sia stato scritto nel 2001 in corrispondenza del crollo delle due torri gemelle, e quindi del senso di insicurezza, che svegliò il mondo dal sogno di un futuro senza conflitti, l’autore cerca di analizzare in più aspetti l’insieme dei processi sociali, e dei meccanismi psicologici individuali, e delle elaborazioni simboliche collettive che portano ad assumere l’interazione con gli altri in modo divisivo, apertamente conflittuale, dove si rifiutano parti terze istituzionali che regolano gli scambi, le esigenze, le normali relazioni con il prossimo. E quindi nel ritorno ancestrale della ricerca del Leviatano che tenta di frenare l’essere umano che è sempre un lupo.
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Nel romanzo appaiono fenomeni di idolatria che inducono a ritenere sempre vero il proprio punto di vista, con la convinzione che il punto di vista degli altri sia il male, e che quindi non vi è una possibilità di coesistenza. O io o gli altri, e io sono nel giusto, e tutti pensano come me, ovvero gli altri come me, il gruppo, il clan, la nazione che si fonda su valori ancestrali, sul popolo.
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Appare il fenomeno del populismo che cerca il leader condottiero, il messia che porta il bene, trasformando il presente in un rivolgimento: In una prossima e salvifica apocalisse.
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Sembra un romanzo scritto oggi, per tutto quello che sta accadendo nel mondo, in un ritorno di uno scambio commerciale e di produzione locale, in guerra con gli altri, nel confine delle nazioni come una linea di guerra e di trincea, nel disprezzo delle democrazie e quindi nell’aspirare a colui che esprime i bisogni e le paure di una massa acefala e indistinta, in cui questi individui che credono di essere il mondo, annichiliscono l’un l’altro in un urlo di rivendicazione e di violenza.
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Il romanzo gioca tra la razionalità e la pulsione di distruzione. È una ottima palestra per noi stessi, nella vita quotidiana, nel godere di questa lettura che ha più piani di azione paralleli, con dialoghi non banali, con una ottima introspezione psicologica, con scene di azioni avvincenti, e con climax che sanno tenerci in tensione e coinvolgerci nella gamma delle emozioni evocate.
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È un bel romanzo di fantascienza hard, la cui lettura va consigliata a tutti.
Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…