Archivi categoria: Avventura

CONSIGLI DI LETTURA: L’oggetto, di Joshua T. Calvert (Autore), Oscar Romano (Traduttore)

L’oggetto, di Joshua T. Calvert (Autore), Oscar Romano (Traduttore), 2025, (Ed. Originale, 2024, auto pubblicato)

Il romanzo richiama i temi tradizionali della fantascienza classica relativa all’incontro con eventuali alieni, ai problemi politici nazionali e internazionali di tale evento, ai contrasti politici tra le grandi potenze che necessitano di accordarsi per cooperare in modo razionale, proficuo e democratico. Se negli anni del dopo guerra del secolo scorso, per la guerra fredda, gli attori principali erano gli Stati Uniti e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, oggi i principali contendenti nelle imprese che coinvolgono il destino del pianeta, e quindi la possibile supremazia indiretta, sono gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese.

Un altro tema che traspare è volto alla promessa di snodare la trama anche attraverso l’ausilio di una scienza futuribile accompagnata da supporti tecnologici verosimili e coerenti con le nozioni di fisica e chimica attuali. Anche questa è una postura classica dei narratori di fantascienza, e da questa però si cerca di rendere contemporanea tale impostazione con l’ausilio delle scienze biologiche e informatiche.

Vi sono riferimenti ad attori politici e imprenditori veri in carne ed ossa, protagonisti del vivere a noi contemporaneo e le istituzioni addette alla ricerca spaziale, e a quelle militari, come la Nasa, l’ESA e il groviglio delle imprese cinesi, oltre che a Space X.

Gli stessi personaggi cercano di presentarsi secondo una complessità di stili di comunicazione e di approcci verso il mondo, la scienza, e i contrasti lavorativi e politici con una sensibilità adiacente al modo di porsi offerto dai mezzi di comunicazione di massa attuali.

Vi sono considerazioni su ciò che non propriamente è riuscito a mantenere di ciò che si è promesso, e di ciò che invece, anche nelle incertezze narrative e punti deboli riguardo alla coerenza delle soluzioni degli eventi apicali, offre un ventaglio di nuove indicazioni per la composizione di nuovi romanzi nel filone in perenne mutamento che è definito la “fantascienza Hard”.

Lo stile di Joshua T. Calvert riflette l’estetica del thriller tecnologico contemporaneo. La scrittura è asciutta, orientata al ritmo e alla descrizione puntuale delle procedure tecniche e burocratiche (la selezione degli astronauti, le riunioni dentro la NASA). Sul piano poetico, il romanzo si inserisce nella tradizione del senso di meraviglia di Arthur C. Clarke. Il fulcro poetico risiede nell’insignificanza dell’essere umano di fronte all’immensità interstellare, incarnata dal “visitatore” (ribattezzato Serenity, un nome ironicamente evocativo e straniante). Il contrasto lirico più forte si genera tra la fredda meccanica del volo spaziale umano (la nave Pangaea) e la natura pulsante e misteriosa dell’oggetto alieno. La voce narrante si stringe attorno alla protagonista, Melody “Mel” Adams, alternando momenti di freddo raziocinio scientifico a derive quasi oniriche e flussi di coscienza legati all’isolamento nello spazio profondo.

Questo è il punto di maggiore dibattito critico e di scontro tra i lettori e gli addetti ai lavori: appaiono usi impropri di termini orbitali/cinematici, come l’utilizzo della parola airspeed – velocità con cui un aeromobile si muove rispetto alla massa d’aria che lo circonda nello spazio vuoto o l’introduzione di elementi che virano bruscamente verso la speculazione biologica fantastica e il paranormale/spirituale — come il fenomeno dei sogni lucidi condivisi dall’equipaggio prima dell’atterraggio. Da un punto di vista strettamente scientifico, il romanzo compie una transizione audace: la hard sci-fi iniziale (fatta di astrodinamica e meccanica celeste) cede il passo a una biologia speculativa estrema. Questa virata sposta il libro da una hard sci-fi ingegneristica (stile Andy Weir) a una fantascienza di esplorazione biologica (vicina alle intuizioni di Stanislaw Lem o di Alien), dove la “scienza” lascia spazio alla bio-filosofia del contatto con una mente radicalmente altra.

Vi è poi una caratterizzazione che vuole aderire ai dibattiti relativi alla condizione della donna che è raffigurata tradizionalmente nei romanzi del secolo scorso. Nella narrativa di genere tradizionale (quella della Golden Age o del machismo spaziale anni ’50-’70), il protagonista maschile era spesso un’isola monolitica: un eroe stoico i cui sentimenti erano accessori, se non del tutto assenti, sacrificati sull’altare dell’azione e della razionalità pura.

Quando la fantascienza moderna ha iniziato — giustamente — a invertire la rotta e a riempire i vuoti storici mettendo al centro donne forti, competenti e ai vertici della catena di comando (come Melody Adams), si è spesso corso il rischio di applicare una correzione di facciata senza ridefinire i motori profondi del conflitto drammatico. Per rendere la protagonista “umana” agli occhi del lettore medio (o forse per timore che un’eroina totalmente algida e concentrata solo sulla scienza risultasse “antipatica” o poco empatica), gli autori tendono a rifugiarsi nei vecchi tropi melodrammatici.

La donna è sì il cervello e il braccio operativo, ma la sua psiche deve necessariamente essere “complicata” da scorie sentimentali, rimpianti, ex partner, abbandoni e traumi d’amore che ne minano la stabilità o che motivano i suoi silenzi interiori. I personaggi maschili, per contraltare, rischiano di ricadere nello stereotipo opposto (ma altrettanto limitante): appaiono monodimensionali, interamente assorbiti dalla missione, privi di una vita emotiva complessa o di ferite sentimentali che ne condizionino il rendimento. Sono ridotti a “funzioni narrative” (il collega affidabile, l’antagonista politico, il superiore burocrate), mentre alla protagonista viene caricata la zavorra del “dramma interiore”.

Questa dinamica riflette un pregiudizio autoriale (spesso inconscio anche in scrittori in buona fede): l’idea che la complessità psicologica di un personaggio femminile debba passare obbligatoriamente per il filtro del cuore, del lutto sentimentale o della crisi relazionale. Se un uomo soffre per amore in un romanzo hard sci-fi, spesso rischia di diventare il protagonista di un romanzo romantico o di una trama marginale; se a soffrirne è una donna, quel dolore viene strutturato come parte integrante della sua “profondità di carattere”.

In modo provocatorio, e non mi rivolgo direttamente all’autore che anzi si sforza di delimitare tale dicotomia riguardo la fragilità congenita della donna, verso una piattezza maschile, di fatto, sembra riproponga una forma di patriarcato narrativo interiorizzato: si prende una donna e la si mette sulla plancia di comando, ma le si nega il lusso di essere fredda, cinica o semplicemente monotematicamente concentrata sul lavoro nello stesso modo in cui lo sono stati per decenni i maschi alfa della fantascienza classica, senza che nessuno rinfacciasse loro di essere “senza cuore”.

Di fatto ritengo che tale contrapposizione sia spuria: cioè sia pre confezionata, ovvero che sia una alternativa truccata. Stante che le emozioni siano un motore fondamentale per le strutture narrative del romanzo o di un racconto, non è una necessità comunque che siano un elemento di discriminazione che fondino la costruzione di un protagonista. Nel senso che gli attori esprimono emozioni di tutti i tipi e in tutti i modi. Vi sono protagonisti maschili che esprimono la fragilità nel gioco, nel carattere, di traumi infantili o di guerre stellari ubriaconi e gelosi. Quello che desta perplessità risiede nell’inclinazione a considerare la fragilità emotiva del lamento dell’essere lasciati o traditi, o di un padre o madre anaffettiva, come se fossero gli elementi pregnanti e il passato e i motivi reconditi attuali della protagonista, e che ciò sia prerogativa di una donna. Certamente per motivi storici, relazionali, oggi le donne e i maschi culturalmente affrontano in modo diverso le emozioni di tale tipo, quindi è possibile ed opportuno utilizzare l’intero spettro emotivo, nei toni della fragilità, del dolore, e del tradimento (come se anche i maschi non potessero essere lasciati o traditi o aver avuto genitori terribili) ma che queste non siano l’unico vestito per il quale io possa definire il protagonista.

Le emozioni sono sì il combustibile della narrazione, ma non possono e non devono diventare la gabbia o il “tratto distintivo tassonomico” di un genere rispetto a un altro.

Vi è un altro elemento critico nel romanzo, che è comune a tante opere in cui è utilizzato l’espediente del sogno come un elemento essenziale del motore narrativo. Quando un’opera si presenta con le credenziali della Hard Sci-Fi (basandosi cioè sulla fisica orbitale, sull’astronomia osservativa, sulla meccanica celeste e sul rigore ingegneristico), il patto narrativo con il lettore è chiaro: “Seguiremo le regole della scienza nota o della speculazione rigorosamente estrapolata da essa”. Nel momento in cui il romanzo compie un doppio salto carpiato — prima introducendo l’elemento onirico/spirituale (i sogni lucidi o le sincronie mentali dell’equipaggio) e poi virando bruscamente verso la biologia speculativa estrema (l’oggetto alieno non come macchina inanimata, ma come un gigantesco organismo vivente bionico con vasi sanguigni e tessuti) — si innesca una reazione critica ben precisa.

Nella critica dei generi speculativi, si parla spesso di patto di veridizione: l’autore stabilisce fin dall’inizio quali leggi governano il suo universo narrativo. Se un romanzo inizia come un thriller astrofisico (stile The Martian di Andy Weir – https://www.linomilita.com/scienza/%c2%a7consigli-di-lettura-the-martian/ ), il lettore si aspetta che la risoluzione dei problemi avvenga attraverso la fisica, la chimica o l’ingegneria. Quando invece la narrazione si sposta sul piano biologico-viscerale e, peggio ancora, su quello onirico/extrasensoriale, si passa improvvisamente dalla Hard Science Fiction alla Space Fantasy o alla Soft Speculative Fiction.

Per i critici più rigidi, questo spostamento non è una contaminazione feconda, ma un “difetto di coerenza interna”: significa che l’autore ha esaurito gli strumenti della fisica per spiegare il mistero che ha creato e, per risolverlo, ha dovuto “aprire la botola” della magia biologica e del misticismo onirico. È un po’ come se un giallo deduttivo alla Agatha Christie si risolvesse all’ultimo capitolo tirando in ballo i fantasmi o i poteri paranormali del detective: delude le attese logiche del lettore di genere.

Diverso è il discorso per la transizione verso la biologia. La biologia speculativa (Stanislaw Lem, Solaris su tutte, o alla bio-fantascienza di Greg Bear in Eon o Blood Music) ha una lunghissima e nobilissima tradizione letteraria. Non è detto che la scienza debba essere solo fisica o ingegneria spaziale; la biologia molecolare, l’astrobiologia e l’ecologia extraterrestre sono rami scientifici straordinariamente rigorosi.

Molti saggi di critica letteraria notano come questo espediente venga spesso usato dagli autori contemporanei come una shortcut (una scorciatoia narrativa): poiché è impossibile spiegare scientificamente come degli esseri umani possano comprendere immediatamente un’intelligenza aliena, si ricorre al canale dell’inconscio collettivo. È un escamotage poetico affascinante, ma rappresenta una resa della ragione scientifica di fronte al mistero.

Le critiche all’uso dei sogni coinvolgono direttamente la mia persona, perché avendo scritto un romanzo di fantascienza “Dentro l’Apocalisse. Quando tutto è già accaduto” con anche l’uso di particolari “biomi onirici”, la stessa mia opera potrebbe rientrare in questo filone di critiche di una ibridazione scientifica non coerente.

Però qui, perdonate comunque la mia presunzione di usare una mia opera per raffronto al godibilissimo romanzo di cui stiamo discutendo, il sottoscritto ha utilizzato le espressioni oniriche NON in modo collettivo o mistico. Riguardano le singole persone e hanno precisi significati, ma non vi è un oltre passamento dalla realtà all’inconscio: hanno la funzione di una presa di coscienza individuale. Certamente il modo con il quale sono espressi ha un nucleo fantascientifico, ma questo è comune a tutti i romanzi di fantascienza, altrimenti sarebbero tutti saggi universitari e sperimentali di laboratorio. Innestando il livello biologico, però il sottoscritto ha cercato di esporlo in modo coerente, con espedienti che simulano i comportamenti di essere quasi unicellulari che esistono veramente e che nella simulazione onirica, per opera degli elaboratori, li riproducono utilizzando l’energia secondo le leggi classiche della fisica.

Il sogno nella letteratura è sempre stato usato. La questione risiede nel modo in cui è interpretato: se è un segno divino, si volge nel campo religioso, oppure se traspare come un segno metafisico, vi è il rischio di percorre un canto mistico. Ritengo che un tentativo analogo di porre il sogno in modo coerente sia stato tentato da Joshua T. Calvert, seppure vi sia una caduta in una fase della narrazione in cui si usa l’inconscio collettivo, che è appunto una fuoriuscita dalla “fantascienza Hard”.

In sintesi il sogno dovrebbe porsi come uno Spazio di Coscienza” e non come un Oracolo: una via stilistica è rivolta a rivendicare l’esigenza di esprimere l’espediente del sogno come una occasione di domanda e di dubbio, mai come una risposta o una soluzione a un climax riguardo la trama del romanzo.

CONSIGLI DI LETTURA: Mason & Dixon di Thomas Pynchon (Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore)

Mason & Dixon di Thomas Pynchon Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2024 (Ed. Originale: Mason & Dixon, Little, Henry Holt & co. (New York – Usa), 1997)

Il romanzo mescola la nozione di romanzo storico, di satira, con elementi fantastici e una finta patina linguistica settecentesca (con tanto di sostantivi maiuscoli all’inglese). La trama è strutturata secondo gli stili di un racconto corale e picaresco, e si sviluppa attorno alle figure realmente esistite dell’astronomo Charles Mason e del topografo/agrimensore Jeremiah Dixon.

Nel mese dicembre del 1786 a Filadelfia un gruppo di bambini si raccoglie ad ascoltare le storie dello zio, il Reverendo Wicks Cherrycoke, un ecclesiastico giunto in città per il funerale del suo vecchio amico Charles Mason, appena deceduto. Attraverso i suoi ricordi e i suoi racconti (spesso romanzati o arricchiti da dettagli fantastici), prende vita l’intera epopea della vita e dei viaggi di Mason e Dixon.

La narrazione ripercorre le origini e le prime collaborazioni dei due scienziati britannici, le cui personalità sono diametralmente opposte ma complementari, perché Charles Mason ha un carattere malinconico, tormentato, rigidamente razionale ma segnato dal lutto per la morte della moglie Rebekah e incline a rimpiangere la patria. Jeremiah Dixon invece è pratico, ottimista, affascinato dal geomagnetismo, amante del buon bere, tollerante e di vedute larghe (è un quacchero “irregolare”).

Entrambi sono al servizio della Royal Society. La loro prima grande missione li porta a viaggiare verso Sud: si imbarcano per Città del Capo (nella Colonia olandese del Capo) con l’obiettivo scientifico di osservare il celebre Transito di Venere del 1761 sul Sole (un evento fondamentale per calcolare le dimensioni del sistema solare).

Durante questo viaggio e le successive tappe (inclusa l’isola di Sant’Elena), la scienza si mescola a digressioni surreali, incontri bizzarri, cibi esotici e a un universo in cui la magia, le leggende e la tecnologia bizzarra coesistono.

Il cuore pulsante del romanzo si sposta nel Nord America britannico, alla vigilia delle tensioni che porteranno alla Rivoluzione Americana. Mason e Dixon vengono ingaggiati per risolvere una storica e annosa disputa di confine tra le famiglie proprietarie delle colonie della Pennsylvania (i Penn) e del Maryland (i Baltimore).

I due scienziati iniziano così la titanica e faticosa impresa di tracciare la famosa “Linea Mason-Dixon”: una linea retta geometrica e inflessibile che taglia foreste, colline e territori nativi.

Pynchon descrive l’avanzata della spedizione come un’intrusione della modernità e del capitalismo calcolatore in un continente vergine. Per le popolazioni native americane, la linea è un vero e proprio massacro di alberi e una ferita inflitta alla terra. Sebbene all’epoca servisse solo a dividere due proprietà terriere, la linea acquisisce il suo profondo valore profetico e simbolico: diventerà nell’immaginario americano il confine morale e geografico tra gli Stati schiavisti e gli Stati liberi, un solco geometrico che anticipa le future fratture sanguinose della nazione.

La spedizione è costellata di ostacoli grotteschi e drammatici: diserzioni di boscaioli, minacce di attacchi indiani (spesso manipolati o sobillati da forze occulte e gesuite), visioni spettrali, incontri con figure leggendarie e mercanti avidi. Quando i lavori si spingono troppo a ovest, verso i territori contesi e l’Ohio, gli indiani d’America bloccano categoricamente il passaggio, costringendo i cartografi a interrompere il tracciato e a tornare indietro, piantando pali di pietra a marcare la fine della loro fatica.

Tornati in Inghilterra, le strade dei due scienziati riprendono direzioni diverse, ma restano legate da un affetto profondo e malinconico. A Mason viene offerto di guidare una spedizione scientifica a Capo Nord, in Norvegia, ma rifiuta, consumato dalla malattia e dal rimpianto. Dixon viaggia ancora e racconta all’amico storie e leggende tramandate.  

Pynchon abbandona la densità paranoica e tecnologica dei suoi romanzi ambientati nel Novecento (come L’arcobaleno della gravità) per costruire un’opera che è al contempo un pastiche storico-linguistico, un romanzo picaresco, una fiaba filosofica e una riflessione profonda sui miti fondativi dell’America. L’autore riprende l’uso tipico di scrittori come Henry Fielding o Jonathan Swift di scrivere la maiuscola ai sostantivi comuni, oltre a utilizzare una punteggiatura arcaica, termini desueti, ritmi cadenzati e un lessico scientifico-filosofico d’epoca. L’oralità e la narrazione a incastro: la lingua non è solo un esercizio filologico freddo, ma ha un’anima profondamente acustica e orale. Filtrata dalla voce del Reverendo Cherrycoke che intrattiene la famiglia in una notte di neve, la narrazione imita il piacere antico del “contare storie” intorno al focolare, fondendo l’alta letteratura, la ballata popolare, il sermone religioso e la barzelletta triviale.

La critica ha spesso letto Mason & Dixon come un’indagine sul Secolo dei Lumi (l’Età della Ragione). I due protagonisti sono uomini di scienza devoti alla geometria, agli strumenti di precisione e alle stelle. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è popolato da elementi fantastici, grotteschi e magici (cani che parlano, zombi, la celebre anatra meccanica innamorata, visioni spettrali). Pynchon rifiuta il realismo letterario ottocentesco (definito da alcuni critici come una sorta di “finzione di Stato” che sostiene lo status quo) per spalancare le porte all’irrealismo. La scienza e la magia non si escludono a vicenda; al contrario, la fredda razionalità del tracciato geometrico finisce paradossalmente per generare mostri, divisioni crudeli e oppressione.

Al centro della poetica del romanzo vi è il tropo della Linea. Tracciare la Linea Mason-Dixon non è un atto neutro. Per Pynchon, la linea retta geometrica imposta sul territorio serve a dividere la terra, a recintarla, a strapparla alla sua fluidità originaria e a sottometterla al controllo burocratico. La linea retta, infatti, diventa una ferita ecologica e morale. Sebbene all’epoca servisse a risolvere una lite tra proprietari terrieri coloniali, essa prefigura la spietata espansione verso ovest, lo sradicamento dei nativi americani e, soprattutto, la futura frattura insanguinata della Guerra Civile tra Nord e Sud.

Come nei romanzi precedenti non vi è una trama forte e lineare, perché la narrazione procede per accumuli, digressioni, storie dentro le storie e rimandi intertestuali (fortissimi, ad esempio, con l’Amleto di Shakespeare, dove Mason viene spesso letto come una figura ambigua e tormentata alla stregua di un Amleto illuminista).

La poetica di questo romanzo ci restituisce un Pynchon compassionevole: la storia americana non viene demolita unicamente con la satira dei suoi esordi, ma viene abbracciata con uno sguardo intriso di pietas, in cui la bellezza effimera dell’amicizia tra due uomini agli antipodi (Mason e Dixon, il malinconico e l’ottimista) rimane l’unico argine possibile contro il caos e la violenza della modernità.

E qui sorge un dubbio, perché il lettore si potrebbe chiedere se Pynchon ritenga la modernità e l’occidente come il male rispetto a un passato migliore.

Ridurre la visione di Thomas Pynchon a una semplice nostalgia reazionaria — l’idea tipica nella quale “il passato fosse buono e la modernità occidentale sia il male assoluto” — sarebbe una semplificazione fuorviante, perché nel romanzo non vi è una visione così binaria o consolatoria. Piuttosto, il suo sguardo sulla modernità e sull’Occidente è profondamente ambivalente, tragico e critico.

Vi è un rifiuto del “mito dell’età dell’oro” perché Pynchon non idealizza mai un passato bucolico o incontaminato come un paradiso perduto. Nel romanzo, l’America pre-coloniale o il passato europeo non sono presentati come Eden pacifici: sono già attraversati da conflitti, violenze, superstizioni oppressive e rapporti di forza brutali. L’errore sarebbe pensare che prima della Linea Mason-Dixon ci fosse la perfezione; vi era piuttosto un territorio fluido, un caos aperto che la modernità ha cercato di imbrigliare e recintare con la violenza della geometria.

Ciò su cui Pynchon si concentra non è tanto riguardo alle nozioni di progresso e di modernità, quanto la loro declinazione in una tecnocrazia burocratica volta principalmente al dominio brutale, con la postilla che il calcolo, la brama di profitto e la sottomissione non siano invenzioni nate nel Settecento con l’Illuminismo o con la modernità capitalista. Al contrario, nei suoi romanzi (da V. a L’arcobaleno della gravità, fino a Mason & Dixon), la violenza, la coercizione e la spinta al dominio sono costanti antropologiche e storiche.

Si avverte la secolarizzazione della colpa, perché i precetti religiosi del passato si sono trasformati in dogmi economici e scientifici. Il peccato originale e la predestinazione calvinista (molto presenti nell’immaginario americano e britannico del Settecento) trovano una nuova forma nella legge ineluttabile del mercato, della proprietà privata e del progresso tecnologico.

È una lettura impegnativa per un romanzo corposo, ma vi è un dono che il lettore riceve già dalle prime pagine una accoglienza immersiva, perché in queste impostazioni ad accumulo della narrazione, con le digressioni, le miscele di stili dalla narrazione, alla favola, al racconto, alle gesta, alla cronaca, il lettore è immerso fisicamente nel romanzo. Vi sono particolari della cucina, delle ricette, del modo di mangiare, la descrizione delle sensazioni di sedersi su un tavolo, un giaciglio un letto che sembrano vive. In ogni pagina non vi è mai un solo protagonista.

Come nei romanzi precedenti vi è una sovrabbondanza di persone, di aneddoti, di digressioni orizzontali sulla scena, con nuovi territori, villaggi per un vortice di nuovi incontri. TUTTA L’OPERA DI PYNCHON sembra una grande orchestra jazz dove il pubblico ne sia parte integrata.

Nei dialoghi vi è il contrappunto e l’improvvisazione. Proprio come in un brano jazz, Pynchon imposta un tema principale (la spedizione scientifica, la ricerca di un oggetto misterioso, una cospirazione), ma poi lascia che la narrazione si apra alle digressioni, alle storie secondarie dei personaggi minori, agli aneddoti apparentemente marginali. Ogni personaggio minore suona il proprio “strumento” con una voce unica, spesso eccentrica, creando un contrappunto vertiginoso. Il lettore non segue una melodia lineare e pulita, ma si trova immerso in un jam collettivo dove i confini tra la voce narrante principale e le storie corali si dissolvono.

E quindi non si può far altro che procedere a suonare in questo processo di lettura immersivo.

CONSIGLI DI LETTURA: Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky di Giulio Ravizza

È un romanzo incredibile tratto da vicende realmente accadute che furono considerate assurde da coloro che, direttamente e non, ne furono implicati. La materia prima di questa biografia è un sogno incarnato in una illusione che dà corpo a una avventura ancora in divenire.

Un bimbo di una famiglia di aristocratici che subiscono i rivolgimenti della rivoluzione russa del 1917, la guerra civile, l’emergere dei bolscevichi, Lenin, Stalin, le epurazioni, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

Igor subisce i traumi della casa incendiata, gli arresti e la deportazione, le fughe e le vicissitudini della famiglia a sopravvivere alla morte, alla Siberia, combattendo però in una situazione ai margini, dove addirittura la razione quotidiana di cibo non era garantita, se non sottratta.

Dalla famiglia, faticosamente, ricevette una educazione consona al suo stato precedente, rispetto ai rivolgimenti seguenti alla prima guerra mondiale. Nonostante dovette nascondere la conoscenza della lingua francese. Intraprese gli studi di una educazione formale di base e soprattutto riguardo alle arti, in particolare alla pittura, alla serigrafia al disegno. I genitori con tripli salti mortali riuscirono a garantirgli di seguire l’accademia.

Vi sono stati anche parenti realmente vissuti che poi fecero parte del sistema di repressione sovietico, dissimulando le loro origini, causando dolore, morte, con l’inganno, la truffa, il tradimento anche contro i loro stessi cari. Le vicende di Igor mostrano la quotidianità del sistema imperiale, poi sovietico di Stalin e poi ancora quello di Breznev, condito dalla corruzione, dal controllo, dalla repressione costante in ambito pubblico e privato, dove gli avanzamenti in termini di servizi, di tecnologia, erano raggiunti a spese di sacrifici orrendi, usando la minaccia, la carcerazione, il lavoro schiavistico coatto a partire dai campi di lavoro e di morte siberiani.

Oggi diremmo che Igor, forse anche per i traumi e le vicende che visse ogni giorno, non ultimo anche l’alcoolismo e la brutalità del padre, avesse un comportamento bipolare ossessivo, con altre “disfunzioni”. In ogni caso, dovendo subire la repressione artistica e creativa, lui e tutti gli artisti di questo nuovo paradiso sovietico, per dipingere il realismo socialista che celebra il lavoratore modello del nuovo zar – segretario di partito, e considerare una degenerazione capitalista ogni altra forma di arte, intraprese una resistenza attiva che durò per tutta la sua vita.

Le avventure a cui incorse nel romanzo potrebbero sembrare inventate, e invece, dallo stupore e dalla straordinarietà per la meraviglia di godere della lettura, si ricava che è tutto vero. Per fornire un manufatto letterario lo scrittore giornalista Giulio Ravizza ha dovuto inventare alcuni tropi nel descrivere il corso quotidiano dei giorni.

Ciò è dovuto alla condizione di collaborazione che anni fa, prima ancora delle tragedie di guerra attuale, Giulio Ravizza ebbe con gli enti locali alla cultura russa, in particolare in quelle zone del Kazakistan, in una località desertica che fa già fatica a scriverla, e per questo ne consiglio la lettura. Una zona morta dove si svolgevano attività di guerra segreta sperimentando di tutto e di più. Infatti, Stalin volle che in quei luoghi vi fosse la maggiore produzione di cotone nel mondo, ottenendo il risultato, come l’altro suo compare Mao, di desertificare ancora di più il tutto, di creare rivolgimenti ecologici disastrosi con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, anzi delle popolazioni che qui erano miste tra quelle turche e quelle mongole. In un paese come quello delle Russia che ha 140 minoranze linguistiche.

Nei suoi viaggi di conoscenza archeologica, e culturale, che già allo scrittore apparivano assurdi e fuori dal tempo, incappa in una città capoluogo di quel posto (che lascio innominato per invogliarvi alla lettura, e sì esiste veramente e nel romanzo si narrano le vicende di come crebbe: pazzesche anche queste), dove vi è un museo in cui sono raccolte migliaia e migliaia di opere pittoriche e non degli artisti epurati, censurati, incarcerati, uccisi dal regime sovietico dall’avvento di Stalin fino al crollo dell’URSS. Opere che avrebbero dovuto essere state distrutte. Una quantità di libere espressioni artistiche vicine ai dibattiti e alle correnti coeve in Europa, in Usa e negli altri continenti. Opere di critica e di opposizione al regime oppressivo e carcerario.

Igor tra mille avventure, con un’arte di dissimulazione, inganno, creatività, improvvisazione degna dei fratelli Marx (i comici degli anni trenta in USA) con i soldi presi dallo stesso ministero della cultura sovietica per creare un museo sovietico ad hoc per acculturare i popoli alle periferie di questo impero, viaggiò per tutte le Russie, in cerca di questi quadri nelle case delle vedove, nei magazzini abbandonati, in mille altri posti nascosti. Prometteva di pagare, assumendo il ruolo di debitore di tutti, riciclando i soldi per i viaggi, per la possibilità di “acquisire” in modo informale le tele e al di là della legge tutto quello che poteva, al di là della legge. Fino a prendere a prestito illimitato i materiali di uso per la cura delle tele, e tutti i manufatti edili che servivano per la costruzione del museo.

Ebbe per alleati le personalità più importanti del luogo, sobillandole e convincendole di questa pazza impresa volta a creare un doppio museo nascosto, in cui raccogliere tutto ciò che il sistema sovietico opprimeva in termini di creatività, di arte, di libera espressione.

Comici e coinvolgenti i suoi stratagemmi nell’ingannare gli ispettori dei ministeri e dello stesso KGB. Lui, che negli anni, assunse un aspetto più trasandato di uno spaventapasseri, che dimenticava persino di mangiare, riducendosi a uno scheletro, rimettendoci la salute nell’usare composti chimici per la salvaguardia e la ripulitura delle opere archeologiche. Fino a morirne. Ossessionato fino allo sfinimento, obbligato da chi gli stava vicino a dover riposare.

Si rimane stupefatti dall’uso di materiali di scarto, di risulta, per conseguire i suoi scopi, e di come a livello amministrativo usasse la stessa burocrazia sovietica per ingannarla e incepparla. Eppure tutto ciò accadde veramente. Questo romanzo va letto per comprendere l’assurdità delle dittature che vogliono essere totalitarie, crudeli, talvolta efficienti nell’opprimere, ma alla lungo autofaghe, ottuse, fragili, assurde, ma tremendamente reali nel causare il dolore, e la morte.

Il museo esiste ancora oggi. Ancora oggi quel luogo e tutta la Russia subisce la censura e il controllo. Specialmente a livello artistico anche con le nuove tecnologie. La direttrice del museo chiede visibilità e contributi per mantenere vivo questo tesoro unico, che svela tanto di ciò che ancora si deve conoscere dei decenni passati e di questi artisti che anche nella denuncia, nel dolore, hanno portato il bello e l’arte come approdo attorno a un mare nero di violenza.

Va dato un encomio all’autore, che ancor prima di essere un romanziere, ha impiegato mesi e mesi nella veste di un giornalista investigativo a raccogliere, le foto, i ricordi, interviste, tracce di questo personaggio sparse nel tempo, e nei luoghi, e negli archivi in modo da raccordare gli eventi più che decennali che hanno contraddistinto una vita per uno scopo unico volto alla creazione di un luogo nascosto in un deserto nascosto dal regime, creando un museo doppio accondiscendente al potere, usando gli stessi soldi e risorse del regime censorio.

È un inganno comico e tragico. Traspare uno scopo e una tensione commovente, tra l’amore, la speranza, e le vite interrotte di chi voleva solo godere dell’arte, dell’amicizia, degli abbracci e della condivisione, anche quelle artistica che è universale.

È una lettura che ci arricchisce e che fa nascere una tenera compassione almeno per rendere conto di un senso di giustizia nella memoria verso coloro che furono crudelmente affogati nell’oblio.

CONSIGLI DI LETTURA: Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf (Autore), Bertil Lybeck (Illustratore), Laura Cangemi (Traduttore), 2017 (Nils Holgerssons underbara resa genom Sverige, 1906) Iperborea Edizioni, Milano

È un viaggio di formazione di un adolescente che incrocia quello della Svezia nei secoli e nei miti, attraverso un viaggio nei territori e nei mari che ne furono e ne sono il suo guscio.

È un racconto magico che incarna il mito di crescita proprio di Pinocchio e di Peter Pan. Il protagonista è uno scansafatiche dispettoso tenuto faticosamente sotto controllo dai propri genitori, che, nonostante le preoccupazioni per il loro futuro di incertezza economica, lo trattano relativamente con pazienza e comprensione. Un giorno però, per le sue birberie, è trasformato in un troll minuscolo senza però averne i poteri e quindi alla mercede di chiunque, anche animali di piccola taglia. Ha però una qualità: riesce a capire e a esprimersi nei linguaggi degli animali, prevalentemente quelli vertebrati (uccelli, mammiferi, rettili, anfibi e pesci).

Riesce a scampare ai primi pericoli e aggressioni, chiedendo soccorso al papero che soggiornava fuori della sua casa, il quale mostrò una notevole reticenza, dato le angherie ricevute, ma alla fine cedette. E fuggendo dalla casa, e portandolo con sé, entrambi respinti in prima istanza, riuscirono a unirsi a uno stormo di oche selvatiche in viaggio verso il nord per la deposizione delle uova, data la primavera inoltrata.

E qui inizia un viaggio fantastico, pieno di avventure dove percorrono l’intera Svezia, passando per la Finlandia e per la Lapponia, cercando di difendersi dai rapaci, dalle volpi e da tanti altri pericoli, tra i quali quello più letale: l’uomo.

Se in un primo momento Nils è appena sopportato data la pessima fama per cui era noto tra tutti gli animali, piano piano, riesce ad essere di aiuto, per la sua agilità, inventiva e creatività, salvando le oche e tanti altri animali da morte certa.

La scrittrice Selma Lagerlöf è di una bravura impressionante perché non crea un mondo magico separato da quello umano, infatti entrambi convivono e si relazionano in una mutua relazione, in base anche ai mutamenti geologici e più in particolare morfologici dell’intera penisola scandinava.

Il mito non è altro, o posto in un tempo lontano, o in una dimensione parallela. Gli animali assumono un tono antropomorfo, mantenendo però le loro caratteristiche etologiche. L’autrice si sforza di pensare e di immaginare le esigenze, le sensazioni degli animali nel momento in cui noi riuscissimo a intenderli, e lo fa in un modo verosimile da vera etologa.

Ogni paese, o fiume, o affluente, catena montuoso è vista come una entità vivente che si sviluppa, soffre, cresce, anche per mano dell’uomo. Tale relazione tra il mito, il magico, l’incanto, la leggenda, la memoria, le storie quotidiane, i racconti sono intessuti in una narrazione in cui le figure mitiche, gli umani, gli animali, i personaggi delle favole, convivono, parlano, e interagiscono, seppure usando tempi e modi diversi, non direttamente comprensibili, ma intuibili.

Gli umani non possono certamente dialogare con i grandi laghi, gli alberi i boschi in cammino, ma capiscono gli sviluppi futuri e i mutamenti in atto sia per le loro operose attività economiche quotidiane, lo sviluppo della scienza, e le narrazioni mitiche, dove ogni elemento dei luoghi acquisiscono una anima, o per meglio dire uno spirito della materia, degli elementi principali. È una vera cosmogonia animistica.

E qui si sente veramente un tratto ancestrale dei popoli che si approssimano al Polo Nord, e in particolare quello svedese, un senso intimo, diretto del proprio corpo, del proprio destino, e di una teoria del mutamento e del divenire che è corrispondente con quello dei luoghi natii e di confine. I monti parlano e soffrono, come i boschi e i laghi, e se è per opera dell’uomo, ne ricevono il risultato, come è vero anche il contrario. Ovvero la presa di coscienza degli umani circa la responsabilità delle proprie azioni, e quindi la messa in tema di un’etica che spinge ad agire cercando un benessere comune e generalizzato, permette lo sviluppo delle terre, della flora, e quindi una nuova ed equilibrata convivenza con gli animali.

L’autrice poi, mostra in modo avvincente e divertente le gare, i battibecchi, i conflitti e le alleanze tra gli stessi animali. È di un livello narrativo sopra ogni classifica quando narra, ad esempio, la gara di acrobazie e di voli di squadra di diverse specie di uccelli nei luoghi di sosta di ritrovo, dove si cominciano a creare i primi nidi per alcuni. Sembra di stare in una serie di Quark con Piero Angela, ma narrato il tutto con uno stile, e una tensione che lascia a bocca aperta, e ci fa sentire così piccoli, superficiali, ingrati verso gli uccelli e gli animali in genere da non apprezzare le loro qualità intrinseche e le strategie di sopravvivenza, nonché quelle di mutua alleanza e di relazione, non inventate, ma vere, verissime.

Esteticamente si ha subito un desiderio di porsi in contatto con ciò che noi chiamiamo natura intendendolo un confine inanimato. È invece un universo in cammino nel quale noi stessi ne facciamo parte, dal quale ne traiamo da vivere ed è anche intriso di pericoli.

E questa conoscenza e storia di apprendimento vale per il piccolo Nils, perché viaggiando in groppa alle oche, vede tanto della Svezia, e sente i racconti degli animali che fanno dei luoghi, e apprende tutto quello che non studiò a scuola, anzi di più, sentendolo in carne ed ossa, ponendosi in relazione anche conflittuale, per salvare gli stessi compagni di viaggio, dalle figure storiche che riprendono vita, come anche quelle delle fiabe e delle leggende.

Oltre ad essere un cammino magico alla Peter Pan, è però anche reale, perché è ambientato al tempo contemporaneo della scrittrice, che è di inizio novecento, un momento storico di grande industrializzazione della Svezia, accompagnato da una diffusione della conoscenza scientifica e dallo sviluppo della tecnica e della tecnologia, avendo un senso della ricerca scientifica sempre più sviluppato. È quindi anche un percorso di formazione simile a Pel di Carota e di Gianburrasca, bimbi che diventano adulti in senso alla società reale, non magica.

Nils, continuando ad avere le fattezze di un troll, con solo una capacità a correre veloce come un furetto e una agilità di uno scoiattolo, abbraccia l’intera penisola Scandinava e acquisisce una responsabilità da adulto e prova affetto sincero per tutti.

È un romanzo che fa sorridere, commuovere, e apre il cuore del lettore e il desiderio di volare e di guardare oltre il proprio orizzonte. Invita a venire a patti con il proprio luogo d’origine, a ritornare alle proprie radici, ma non per rimanerne lì protetti e immoti come in un guscio primordiale. Sarebbe innaturale con la conseguenza di ottenere una vecchiaia muta e ignara. No. Si ritorna a guardare sé stessi nel proprio inconscio collettivo storico, per rinascere assieme a tutti. Non si vuole soltanto che quell’albero cresca con nuovi rami, ma che l’intero bosco in tutte le sue varietà si allarghi ed evolve, pensandosi appunto a se stessi come un territorio dotato di flora, di fauna, di torrenti e di monti. In tutte le sue varietà.

Attraverso il racconto e il mito, si porta il proprio passato nel presente cercando rielaborarlo e nell’estenderlo assieme agli altri.

Non è un caso che Selma Lagerlöf sia stata designata del premio Nobel per la letteratura, e che da subito divenne una delle autrici più famose in Svezia e nei paesi nordici.

È un libro tutto da godere che fa sorridere ed evolvere in nuovi stadi del nostro vivere.

CONSIGLI DI LETTURA: Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra

Le avventure del bravo soldato Svejk nella
Grande Guerra di Jaroslav Hasek (Autore),
Annalisa Cosentino (a cura di), Mondadori, Milano, 2016

Il bravo soldato Svejk: l’anti Socrate moderno.  

“Le avventure del bravo soldato Svejk nella grande guerra” talvolta è reputato un romanzo, sebbene sia una sequenza di racconti scritti per le riviste, successivamente accorpati in tomi pubblicati via via che raggiungevano un nucleo narrativo autonomo.

È un’opera unica incompiuta e non poteva che essere così, dato che retrospettivamente narra la biografia intellettuale dello scrittore durante la grande guerra, traslandola nel protagonista. Nelle intenzioni dell’autore i racconti erano coevi quasi alla fine della grande guerra, ma nella scrittura si giunse ad una critica degli assetti istituzionali e di potere precedenti e successivi all’evento catastrofico di distruzione immane, inconcepibile rispetto ai secoli passati per l’intensità e il numero delle vittime.

Jaroslav Hasek era un anarchico e più volte perseguitato, multato e condotto in guardina per i suoi articoli e racconti irriverenti, verso gli imperatori, i re, i principi, i generali, gli affaristi, i giudici, i poliziotti e i militari. Ridicolizzò i nazionalismi, ogni etnia appartenente all’ex impero asburgico e tutti i popoli confinanti. Non risparmiò nessuno.

I racconti hanno un’impronta satirica e umoristica che fu la base del successo immediato da parte del pubblico, perché si trovavano soddisfatte le invettive che il semplice cittadino rivolgeva ai preti, alle religioni, ai potenti, ai re, a chiunque altro fosse indicato come prevaricatore, o approfittatore.

Jaroslav Hasek scriveva nelle osterie, nelle birrerie, nei locali malfamati. Si nutriva dei modi di dire, degli improperi coloriti, delle questioni del giorno che catturavano l’interesse delle comunità: dal ricco all’ubriacone, dal mendicante al rinomato professionista. Lui stesso era incapace di regolare il proprio vivere: un matrimonio effervescente e contrastato. L’alcoolismo fu una delle cause principali alla fine del suo vivere all’approssimarsi dei 42 anni, con una degenerazione progressiva nel suo ultimo anno di vita. Mantenne, comunque, l’idea originaria di descrivere gli anni a ridosso e lungo la guerra, per offrire un affresco delle società del periodo, le loro nefandezze e atrocità, i pregiudizi e i rispettivi limiti.

Nonostante che ritenesse il vivere comune sotto una continua oppressione da parte delle ideologie, delle parole di ordine, riteneva, senza averne un pensiero strutturato, che tutte le istituzioni del secolo passato e quello appena iniziato, fossero destinate al crollo, se non altro per i propri limiti interni, per i vizi, le furberie di piccola visione, e per l’incapacità congenita dei più.

Hasek, tra debiti, denunce, litigi, ottenne un successo diffuso. Scriveva in modo accattivante. Sapeva variare gli stili, utilizzava i modi di dire e i doppi sensi irriverenti, non solo dei cechi, ma di tutte le popolazioni della Germania e dell’ex impero asburgico. Da questo punto di vista si può considerare un etnologo e un antropologo moderno, perché era uno spugna (non solo per l’alcool) ad assorbire gli usi, i costumi, i pregiudizi, le nefandezze, il ridicolo costante degli scopi infranti, da parte delle comunità che lo circondavano.

È una traduzione di alto livello dove sono alternate scritte in lingua originale e la loro relativa trasposizione, in modo che si possano intuire anche foneticamente i doppi sensi, e le incomprensioni possibili, enucleate dai protagonisti, varianti dall’ungherese, al ceco, al tedesco, al polacco, all’yiddish, al russo, al croato, al rumeno, ai dialetti locali.

È un’opera complessa, perché nel suo farsi, migliora progressivamente nella variazione degli stili, nella precisione e nell’inquadramento delle scene nel coinvolgere i protagonisti, che, se agli inizi, erano semplici casse di risonanza dei vaneggiamenti del bravo soldato Svejk, assumono una vita propria, diventando tipiche figure dell’animo umano, nei suoi sogni, nelle sue debolezze e meschinità. La biografia e le caratteristiche morali di ognuno di questi, al di là delle intenzioni originarie dell’autore, configurano una vera e propria commedia umana, che non è idealizzata, ma concretamente sentita vicina e propria alle comunità dei lettori coevi.

Non è solo questa caratteristica stupefacente di partorire un affresco di un romanzo corale, partendo da piccole “pastiche” satiriche per le riviste settimanali o mensili, perché ne emerge un’altra ancora più sorprendente: il prototipo del “cretino” impersonato dal protagonista, si trasforma in un idiota candido come il principe Miskin del romanzo “L’idiota”di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, per evolvere in una sorta di Socrate moderno.

A differenza del Socrate originale che con la sua dialettica rendeva incoerenti le visioni del mondo dei suoi antagonisti e di conseguenza fallace il loro modo di vivere, per spingerli in una tensione verso il vero, il buono e il giusto, il bravo soldato Svejk nella sua candida limitatezza cognitiva assume per valido, migliore, universale ogni concetto, ordine, e parola dei suoi interlocutori, comportando così l’assurdità delle loro visioni del mondo, assolutizzandole come criterio universale della validità del buon vivere e dell’attendibilità della loro efficacia.

Se Socrate portava alla negazione di quanto offerto, Svejk accetta tutto quello che gli si dice come se fosse necessario nel perseguire gli scopi asseriti e indubitabili da parte di ognuno: il risultato è il collasso degli apparati normativi, delle costruzioni morali, perché proprio nella loro diretta messa in opera, mostrano l’inapplicabilità, l’inconsistenza e il ridicolo.

Se Socrate è ironico, Sveik serissimo nei suoi racconti prolissi e talvolta inventati, a sua stessa insaputa agisce in modo satirico, irriverente, che lo porta a subire le punizioni, il carcere, il rischio di essere fucilato, ma come per magia riesce a sopravvivere, perché lui non si difende, dato che conviene a quanto detto da tutti, anche le accuse, determinando la collisione delle volontà e delle autorità che lo vogliono punire.

Hasek vuole mostrare come le istituzioni, il potere, l’ordine e l’onore siano valori finti, che mantengono il controllo dei cittadini indirizzando le loro aspirazioni e limitandoli nei timori, siano vuoti e riescono momentaneamente a mantenere la preminenza solo per la cieca, sciocca, stupida volontà di comandare, producendo così i semi della sua stessa scomparsa, per far posto a un’altra oppressione.

Ciò che affascina è la capacità di Hasek di non aver bisogno di argomentare in modo astruso, ma di raccontare tali avventure in formati in cui miticamente vengono riproposti i topos dei nuclei narrativi della tradizione, riducendoli a una sequenza di scene che via via si connettono l’un con l’altro per costruire un vero e proprio romanzo di formazione, ove Svejk continua a essere un idiota, con tutti gli altri affondando di ridicolo, nel mostrare l’autorità e il potere nel tentativo di prevaricare gli altri.

Quest’opera mostra un affresco reale del vivere quotidiano dell’impero asburgico, assieme a popoli ed etnie diverse, in una disorganizzazione vertiginosa tale, da stupire di come tale apparato sia durato per secoli. In più, mostra tensioni razziali e conflitti territoriali, purtroppo ancora presenti fino ai giorni nostri.

È un romanzo incompleto e non poteva che essere così, sia per la morte dell’autore sia per la struttura stessa dell’opera, dato che narra una vicenda che non è conclusa, ove però i protagonisti ridicoli, letali, pericolosi, ma destinati al fallimento, suggeriscono ancora oggi una malia nel relazionarci con gli altri.

Il lettore si goda quest’opera dove troverà tanti spunti ed analogie nel proprio vivere quotidiano.

CONSIGLI DI LETTURA: Il Signore Delle Mosche

Il signore delle mosche, di William Golding (Autore),
Filippo Donini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024
– (Ed. Originale: Lord of the Flies, 1954)

Il signore delle mosche è l’altra faccia del battito del nostro cuore, ovvero la risonanza che non è voluta sentire. Ciò che è di più intimo di noi nella veste dell’animo, o della psiche o del carattere, considerato come il tesoro del fiore più intimo, ha anche il petalo più orrendo e crudele, secondo William Golding.

In base alle esperienze che visse durante la seconda guerra mondiale e alla sua professione di docente, in particolare rivolta ai bimbi, ebbe quotidiani elementi di riflessione partecipata circa le inclinazioni e i modi spontanei di aggregazione e di determinazione dei ruoli, tra i gruppi informali e le comunità, come quelle scolastiche o più semplicemente tra un gruppo di amici.

Il romanzo ha per matrice originaria quella di una lezione didascalica di fatti narrati in modo incrementale che offrono una conoscenza progressiva del tema posto. Non è un caso infatti che, nonostante le opere successive, i ruoli di docente universitario, di scrittore e di intellettuale, fu sempre considerato un insegnante. Più volte citò gli aneddoti di come i lettori, scrivendo lettere di plauso e di chiarimento, lo considerassero il maestro che rispiega la lezione per far comprendere appieno elementi non del tutto chiari.

Certamente l’opera non è solo una esposizione, perché, se così fosse, risulterebbe alquanto piatta e noiosa in conformità alle aspettative rivolte alla fruizione estetica della lettura di un romanzo. Vi sono gli elementi salienti che pongono tensioni estreme, oscillando tra la sopravvivenza, il gesto eroico e generoso, in contrappunto alla sopraffazione, alle lotte per il potere, alla razzia, e alla violenza più cruda.

La descrizione quasi anatomica dei caratteri fisici e morali è sapientemente connessa al ritmo della narrazione e alla dinamica avvincente degli eventi. Vi è una scrittura giornalistica che muta in una scansione telegrafica degli elementi di conflitto, affinché il lettore senta dentro di sé la tensione della fatica, e il peso del dolore.

Nei momenti di relativa calma, l’apparente stasi, invece, è avvolta dall’angoscia più cupa che si trasforma nel timore, quando i pericoli evocati, compaiono nella loro intera crudezza.

Ebbe un enorme successo questa prima opera, sia per lo stile amichevole e confidenziale per il lettore degli anni cinquanta che si formava nei pocket tascabili sia per la complessità delle stratificazioni di pathos crescenti, determinando una tensione da evento sportivo.

I soggetti sono i bambini, che, dispersi su un’isola cercano di sopravvivere, tentando nel contempo di farsi avvistare da qualche aereo o nave. Dopo l’inizio quasi idilliaco di un paradiso che sembra tutto offrire in un clima confortevole, la consapevolezza della limitazione delle risorse e delle preoccupazioni per il futuro, facilita l’emersione di loro inclinazioni tese a compiere atti sempre più tragici e crudeli.

William Golding ha una visione pessimistica dell’animo umano. Volutamente e con metodo non ha voluto porre un piano di una differenza di religioni, o di visioni ideologico-politiche, o di individui fuori della norma, devianti massimi per una sorta di malattia mentale, o di perversione morale.

Non ha voluto neanche porre l’aggregato, la comunità, la società come enti metafisici che determinano primariamente le gesta e i conflitti tra gli umani. No, perché le considera un derivato delle interazioni sociali che avvengono in primo luogo tra gli individui. Non vi sono adulti, per analizzare quasi da etologo, come gli stessi bimbi in determinate circostanze ambientali, e quindi non storiche, crescendo, diventano adulti nel macchiarsi del crimine. La colpa non è solo scaturita dal singolo atto, ma anche dalla consapevolezza di aver dentro il proprio cuore l’inclinazione all’orrore e alla crudeltà. Anzi, l’adulto è tale, perché rivela a sé stesso che l’incanto dell’innocenza degli imberbi è una bugia.

L’autore, però, nel porre i suoi argomenti, rivela alcune criticità di questa visione innata, che diventa a sua volta quasi presupposta, e non ben determinata. È consigliata la lettura della post-fazione, scritta anni dopo, contraddistinta da riflessioni più ponderate e meno apodittiche.

Fanno paura questi bimbi, in particolare nell’elemento più cupo e sotterraneo nel dubbio che siano specchi dei pensieri che abbiamo avuto nell’infanzia e che determinarono alcuni tratti di ciò che siamo ora.

Un libro da leggere tutto di un fiato, senza conoscere in dettaglio la trama, perché è una doccia fredda che si spera sia salutare.

CONSIGLI DI LETTURA: La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf

La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf (Autore),
G. Pozzo (Traduttore), 2010 (prima edizione 1891),
Iperborea, Milano

La saga è avvincente e parla dei luoghi atavici della Svezia anche in relazione con le comunità finniche. Vi sono come nelle saghe a noi vicine, i luoghi universali dell’eroe che lotta contra il nemico, l’estraneo, il bosco, le entità sovra mondane e quelle degli abissi. Il pericolo e le minacce provengono anche dal cuore degli esseri umani, sì virtuosi, ma passibili di cadere nel male.

Il bisogno di crescere, di procreare, e di accedere nell’aldilà, è continuamente ostacolato dall’imprevedibilità del mondo. Il racconto, come in ogni saga, e quindi in ogni narrazione che tesse i miti, tenta di porre un ordine e di chiudere i cicli, per continuare a a dotare di senso lo scorrere del tempo.

Dagli ordini ciclici della natura, si passa a quello degli stadi della nascita, alla giovinezza, fino alla morte, in modo che l’ostacolo e l’attrito che si ha contro gli altri, il mondo, il mistero, si accordino come i criteri morali e leggi del mondo, che sono anche etiche, aventi a fondamento quelle ultra mondane.

Poiché nelle storie che riproducono il senso del mondo, alcunché può esser lasciato fuori, ogni oggetto e manifestazione naturale hanno un senso che oltrepassa la semplice presenza; il solo stare. Vi è sempre una intenzione talvolta non immediatamente manifesta, una caratteristica della materia, l’influsso di uno spirito, il moto dell’intero mondo. Lo scopo è quello di avere un “se e un allora”, che fornisca al tempo, una comune ragione del “cosa è”, del “chi è”, e del “perché dell’agire e del divenire”. I luoghi sono quelli dell’eroismo, dell’amore, dell’avidità, del coraggio, della cedevolezza, della prole, e della morte.

La saga di Selma Lagerlöf è tutto questo e di più. Ebbe un successo che diede all’autrice la possibilità di continuare a scrivere e a divenire una delle prime scrittrici quotate ed autonome nella attività imprenditoriale tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento in Svezia.

L’opera è qualcosa di più di una saga, perché, essendo un’opera che fu scritta in tempi lunghi e con racconti autonomi, anche nella pubblicazione preliminare nelle riviste, si snoda cambiando le prospettive, in base agli affinamenti dello scrivere dell’autrice. Da una serie di racconti a tema, si passa ai tempi di un romanzo. Da precetti già dati nel piano della morale, e dalla meccanica dei conflitti del protagonista contro il mondo, l’animo, la virtù, i precetti morali, la seduzione, il vizio, diventano la trama che descrive una comunità negli accadimenti della storia ciclica.

Se nelle saghe tradizionali ed arcaiche che hanno un sapore orale, prima ancora della loro trascrizione, i protagonisti sono netti, chiari, aventi qualità e debolezze che fanno già intuire i loro appuntamenti nefasti o gioiosi con il destino, qui i cavalieri, i nobili, i fabbri, i sacerdoti, il male stesso, da reali e concreti, diventano di volta in volta, i luoghi mitici del racconto post datato, o figure implete, o emanazioni delle divinità paniche, fino a quelle religiose per ritornare poi ad essere in carne ed ossa. Stesso percorso è subito dai boschi, dai fiumi, dai mulini, dai guadi dei fiumi, agli animali e agli spiriti dei boschi che assumono un percorso speculare.

Vi sono in verità più racconti paralleli che si manifestano nei diversi episodi, incrociandosi talvolta.

Si passa dai toni picareschi, a quelli di formazione adolescenziali, a quelli di amor sacro e profano, fino alle storie edificanti. Non mancano riferimenti embrionali dell’orrore a quelli lirici.

L’autrice è abile, spregiudicata, curiosa nell’attraversare i generi entro la struttura della saga. La forza, la distorce, cerca di creare un nuovo stile, anzi più di uno. Invece di definirli compiutamente, però, li lascia incompiuti e li fa cozzare uno con l’altro. Lasciando l’idea che non è detta l’ultima parola sugli eventi narrati.

È una saga che esce fuori dalle regole canoniche. È un romanzo dell’ottocento che trasforma i protagonisti con più personalità in una forma novecentesca, perché usano la razionalità e le parti nascoste di sé per porsi in relazione con gli spiriti dei boschi e le allegorie monoteistiche.

In alcuni episodi l’epica volge in un’avventura sulle navi, sulle coste e sui fiumi, ma anche lì rimane inceppata, per ritornare sui luoghi saldi della terra.

È comunque coinvolgente: i dialoghi non sono banali, e, nonostante le dichiarazioni di virtù e di sacrificio, le norme e gli usi e le consuetudini vengono continuamente poste a critica.  

È un arcipelago di stili che si tengono insieme e stimolano la fantasia del lettore, solleticando l’indole a vedere con occhi nuovi e più profondi, i meccanismi con quali attribuiamo senso alle cose.

Quest’opera è un tesoro pieno di monete di diverso conio, che sta a noi, raccogliere e inquadrare in base ai nostri bisogni di progettare il futuro, e i vincoli morali.

CONSIGLI DI LETTURA: Racconti di Isaac Bashevis Singer

Racconti di Isaac Bashevis Singer, Editore Corbaccio,
Milano, 2013, traduttori: Bruno Oddera,
Maria Vasta Dazzi, Mario Biondi

Il corpo di questi racconti che hanno attraversato il vivere di Isaac Bashevis Singer mostrano le sue eccellenti doti nel creare storie brevi e concise, tali da esprimere un climax coerente nello svolgimento delle scene. Il lettore si sente a suo agio nell’introdursi nei mondi evocati dalle singole narrazioni. Non vi sono ambiguità nel delineare i personaggi, perché sono descritti fisicamente con un involucro di segni distintivi dei loro caratteri e con le rispettive morali e biografie.

La presenza di ogni personaggio dispiega immediatamente il suo mondo, le origini dei suoi modi e delle sue inclinazioni nei rapporti verso gli altri, la divinità e il tempo.

Nella brevità delle composizioni vi sono, però, più piani concomitanti di lettura, perché si rileva la descrizione di un mondo intero, che parte da una stanza, una via, un villaggio, una città, un paese, un popolo, una nazione, un intero continente. Non è solo una descrizione fotografica, perché ogni uso e consuetudine ha una sua storia, un tratto distintivo di regole morali e di rapporti con le autorità mondane e con le dimensioni religiose.

I protagonisti esprimono il carico di un popolo nell’interrogarsi sull’umanità di ognuno e degli altri individui appartenenti a religioni e paesi diversi e lontani.

Il nucleo narrativo è innestato nelle comunità degli ebrei aschenaziti: il gruppo religioso ebraico originario dell’Europa centrale e orientale, tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. I racconti sono ambientati nei periodi che intercorrono tra la seconda metà dell’ottocento e nella prima metà del novecento, per intersecarsi, infine, con la biografia dell’autore, passando dalla giovinezza, fino ai racconti della vecchiezza.

I protagonisti sono tutti appartenenti alle comunità aschenazite si fondono con le vicende verosimili accadute in Prussia, Germania, Svezia, Russia, Ucraina, Lituania, Olanda, Francia, Israele, fino agli Stati Uniti.

La struttura narrativa esprime una tensione costante tra i precetti religiosi yiddish, densi di regole, consigli, dibattiti, interpretazione del divino e di ogni aspetto pubblico e privato delle proprie interazioni sociali ed amicali.

I demoni intervengono come attori in gioco, mostrando anch’essi le debolezze, i dubbi e i crucci sul proprio operato. Dibattono con i protagonisti, nel tentativo di dominarli e di soggiogarli in una tensione continua tra la fede, l’aderenza ai precetti religiosi, e l’esigenza di esprimere le proprie convinzioni.

Si ammirano le multiformi culture yiddish, nelle loro inclinazioni a dibattere circa la bontà dell’operato di ognuno dalle azioni e dalle scelte capitali fino alle pratiche quotidiane nell’osservanza dei precetti delle feste e delle preghiere. Vi è una esorbitante pervasività della religione che è correlata, però, alla sua messa in discussione perenne. Sono godibili, e in certi casi comici, i dissidi, e i conflitti tra chi agisce, chi giudica, chi si oppone, chi cerca di comporre una giustificazione del proprio operato, fino all’intera biografia personale. Si dibatte e si litiga anche da morti. L’ultramondano è un elemento essenziale del senso e dello scopo che si dà al tempo e allo spazio del mondo.

Ognuno si sente un estraneo nel suo tempo e in ogni luogo, ma ogni ambiente è famigliare, perché è passibile ad accogliere le comunità aschenazite, in perenne bisogno di un luogo stanziale, che è però accompagnato dalla consapevolezza di poter risiedere ovunque. Ogni sito è la propria casa, seppure litigiosa, instabile, sotto i colpi delle violenze altrui, dei pogrom, del razzismo, dell’odio e dell’ostilità preconcetta.

Si sopravvive, nonostante tutto, alle avversità esogene, e alle proprie debolezze e peccati. Nella pena subita, e nella disperazione, vi è comunque una speranza inconscia di poter rimediare e di avere una seconda possibilità, anche di fronte alla divinità giudicante.

Vi è una infinita, inestinguibile e incrollabile ricerca di senso. I messaggi e i tempi sottostanti travalicano questo popolo, per interpretare l’esigenza di ogni individuo: narrare il proprio vivere in una coerenza tale da permettere un giudizio su di sé e quindi uno scopo per il futuro e per l’eterno. La condizione universale della speranza.

Una ironica compassione è distesa nei ruoli e nei caratteri degli agenti sociali. L’amaro disincanto che trasuda nel ritmo dei dialoghi e degli eventi, però, non è mai sarcastico, perché l’autore parla di sé, assimilando le inclinazioni dei protagonisti.

Questi racconti gravitano presso una domanda che Isaac Singer rivolge a se stesso: sono stato degno? Di quanto il mio vivere è stato coerente con i precetti che mi sono imposto e a cui credo e mi identifico? E se ho, come sicuramente lo è per me, e per il mio popolo, oltre che per il genere umano, la possibilità di rimediare e di migliorare?

Che speranze abbiamo nonostante i limiti, i pregiudizi e la superficiale ignoranza che ci contraddistingue?

La lettura dei racconti è già una risposta ai quesiti dell’autore, perché si è invitati a contribuire con la propria fruizione e i propri giudizi in questo percorso infinito della fruizione estetica, tale da renderci più aperti a sentire il mondo e ad immaginare uno scopo commendevole.

Emerge la speranza di un uomo, di un popolo, del genere umano, di noi stessi che leggiamo: acconsentire al proprio vivere, testimoniare il proprio vissuto, pregare di poter ancora vivere, se non altro per rimediare alle parti più oscure che appesantiscono il cuore e l’anima.

La lingua yiddish ride di se stessa, svelando la sua limitatezza e dichiarando quindi la volontà di apprendere, quindi di affermare la volontà di vivere, nonostante tutto.

CONSIGLI DI LETTURA: Le stelle dei giganti di James P. Hogan

 Le stelle dei giganti (Urania),  di James P. Hogan,
Beata della Frattina (Traduttore),
Mondadori, Milano, 2016

La trilogia creata da James P. Hogan fu scritta dal 1977 al 1981 circa. I raccordi tra le opere non risultano essere eccessivamente ridondanti nei loro richiami e, sebbene tra la fine del secondo volume e l’inizio del terzo si avvertono forzature nello sviluppo degli eventi in una probabile previsione di un’altra opera, nel complesso riesce a innescare un proprio “pathos”.

I protagonisti compaiono nell’intera composizione, ma hanno una diversa rilevanza in base alle specifiche trame ove l’antagonista diventa poi il cardine del volume successivo. Ciò mostra una profonda elaborazione delle trame dei tre volumi.

James P. Hogan mostra il suo notevole estro nel creare l’attesa, circondando la narrazione di un mistero avvolgente che spinge il lettore nella curiosità di giungere al termine in un godimento dello spirito di avventura e dello svelamento dei fili nascosti.

Si parla di noi e delle nostre origini. Le teorie dell’evoluzione autoctona sono messe in relazione con quelle di un intervento extraterrestre. L’originalità di quest’opera risiede nell’imputare le epifanie galattiche anch’esse avvolte nel mistero, e dipendenti da fattori che diventano sempre più larghi e numerosi.

Siamo nella guerra fredda. I temi della scomparsa delle civiltà, e dei conflitti nazionali, risentono delle logiche degli scontri tra l’URSS, gli USA, e la Cina. Paradossalmente di questi ultimi due anni, purtroppo, su piani diversi, quelle atmosfere sono ritornate e in modo molto più complicato di allora, nella tensione tra i due blocchi. E già da allora l’autore ha una visione più articolata dei livelli di conflitto.

James P. Hogan è particolarmente versato nello stendere intrighi in modo coerente e drammatico, quasi a livello teatrale. Conosce i tempi del climax, per giungere poi a una conclusione, che però poi si mostra limitata e provvisoria. Questo intento perseguito in modo sistematico, ha lo scopo di porre la necessità di avere un approccio scientifico e sperimentale e non ideologico, o mistico religioso nell’elaborare spiegazioni e nel formulare teorie.

Gli obiettivi polemici nel primo libro sono rivolti a chi valuta la selezione naturale e le teorie dell’evoluzione in modo pigro, semplicistico, o razzista. Vi sono passi di una chiarezza estrema nel mostrare la capacità di ragionamento e di prova nel validare le ipotesi, non nell’imporle con la retorica che convince o con la violenza, ma con un appoggio investigativo, teso a metterle alla prova, a negarle, a rilevare la loro attitudine a superare le prove.

Nonostante che l’autore fosse un tipico inglese, e traspare dai comportamenti ora ritenuti alquanto testosteronici, con una visione delle donne talvolta svalutanti, però, in particolare nella seconda parte del secondo volume e nel terzo, l’autoironia velata ne mostra la ridicola postura e la severa inconsistenza.

Nel secondo volume vi è un approccio critico verso il centrismo culturale, ovvero di credere noi, tutti gli uomini del pianeta, si sia il centro dell’universo e che il mondo “occidentale” ne sia il parametro assoluto.

Vi è una maggiore dignità rivolta a tutte le specie viventi, nella consapevolezza che noi e loro si stia insieme in un percorso comune all’interno della galassia, extraterrestri compresi.

Nel terzo volume vi è un messaggio di pace che può essere perseguita nel rispetto degli interlocutori, nel condividere una storia comune, mantenendo però a mente che siamo dotati di lati oscuri e di tendenze aggressive. Proprio per questo occorre l’equilibrio delle forze, la garanzia di poter vivere e sviluppare le proprie capacità, nello sforzo della conoscenza e nell’elaborazione di politiche e di relazione sempre più complesse.

Il futuro è sia una proiezione di ciò che già accadde in luoghi tecnologicamente più avanzati rispetto a noi oggi, ed è anche una previsione di possibili scenari. Si nota che l’autore si è preparato in modo certosino nel descrivere i processi evoluzionistici, i fattori biologici, le teorie della relatività, l’astronomia e la meccanica di volo.

È ambientato nel nostro decennio e nel successivo. È divertente notare come alcune tecnologie descritte siano per oggi teoricamente e tecnicamente impossibili, come quelle di gestire i neutroni come combustibile per le navi, e ancor di più sfruttare la curvatura dello spazio nel senso della relatività generale, nel correlarla con le onde gravitazionali. Qui mostra una fantasia compositiva ben innestata con i processi fisici.

Poi vi è anche l’uso di tecnologie di comunicazione, e degli oggetti di uso quotidiano il cui impiego parte dalle logiche derivate dal livello scientifico degli anni settanta e ottanta. Noi oggi sorridiamo a leggerne la descrizione, avendo vicino manufatti che hanno avuto uno sviluppo diverso e molto più efficace. Tale valutazione però, potrebbe essere utile per noi contemporanei in un esercizio di previsione (a priori infondato) di come sarà il nostro agire quotidiano tra dieci o quindici anni con i supporti tecnologici e di come li intenderemo, ovvero le logiche di uso.

L’analisi riguardo le nostre tendenze di uso e di sviluppo delle tecnologie, è una base per applicare la logica del procedimento scientifico, allo scopo di considerarlo un modo naturale di operare. L’autore continuamente sottolinea che un atteggiamento settario, superstizioso e rigido porta alla morte e all’estinzione delle specie.

Vi è inoltre un risvolto morale nel porre in primo piano che anche le etiche, necessarie per formulare i giudizi e indirizzare le decisioni, non sono scritte nella pietra e che possono mutare in virtù delle nuove conoscenze e di nuove situazioni mai concepite cui si è costretti ad agire.

La prudenza nel giudicare accompagnata da una costante autocritica è la chiave per mantenersi aperti all’imprevedibilità, e quindi a non esserne fagocitati.

Da buon inglese, James P. Hogan sa essere pungente nel praticare una ironia discreta e puntuale sui luoghi comuni e sulle caratteristiche dei gruppi umani e di quelli extraterrestri.

Il messaggio, più incisivo, e forse neanche pianificato dall’autore, risultante, quindi dallo svolgersi dele vicende, risiede nella consapevolezza che ogni gruppo umano e extraterrestre, e ogni specie, nonostante marcate deficienze, o pericolose inclinazioni foriere di possibili estinzioni proprie altrui, sono anche essere passibili di risultare una risorsa per essere sublimate nell’affrontare pericoli mortali.

Ogni individuo e ogni gruppo ha la sua dignità di esistenza e di possibilità di inventare il proprio futuro.

Lo stile è avvincente, con variazioni di ritmo e con una buona descrizione psicologica dei protagonisti.

È un libro di etica mascherato da fantascienza Hard.

Tutto da godere.

Tutti i racconti di Beppe Fenoglio

Tutti i racconti di Beppe Fenoglio, Luca Bufano
(Curatore), Einaudi, 2018, Torino

I racconti di Beppe Fenoglio raccolti in questo tomo, suddivisi nelle aree temporali cui sono ambientati e precisamente dagli inizi del 900, passando per la grande guerra fino alla prima metà circa del regno fascista, per poi, infine distribuirsi negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale.

È una mole impressionante di scritti che mostra un luogo preferito di composizione. Non sono solo cicli a tema, o raccolte sporadiche di episodi. I racconti sono un diario vivente che non è un resoconto di ciò è accaduto in una giornata o in un anno, ma una fucina sempre accesa che cola la materia del passato e del presente, individuata dal singolo esperire dell’autore.

Gli attori, i linguaggi, gli accadimenti, sono presenti e vicini alla sua vita lì, nelle langhe, e si rifanno a personaggi veri e alcuni a lui contemporanei. I luoghi sono quelli della sua origine, del suo lavoro, e delle faccende quotidiane. I racconti del novecento che sembrano rivestiti dal mito e sfumati dalle innumerevoli variazioni sul tema, per il passaparola intergenerazionale, rimangono comunque negli ambiti della cronaca, e dell’avventura, perché gli aedi che narrano le gesta, sono in carne ed ossa ed ascoltati da Beppe Fenoglio, per le vie della città e dei paesi, delle osterie, del suo luogo di lavoro, del cortile fuori della sua casa. In più questi hanno conosciuto in gioventù i protagonisti effettivi degli eventi passati.

Non sono neanche concepiti in modo seriale e rapsodico, perché si hanno rimandi a protagonisti di racconti ulteriori e di eventi già trascritti. Beppe Fenoglio non pensa episodicamente con la creatività dell’attimo, perché in mente ha già in mondo. Forse questa complessità del suo estro immaginifico, è una causa preminente che lo porta a preferire istintivamente il racconto breve. Distilla, infatti, in un flusso ordinato il ritmo degli accadimenti. Non è un caso, allora, che i suoi romanzi, sembrano quasi espansioni dei racconti lunghi, che attingono appunto a questo lavoro quasi quotidiano di scrittura, dato che un’opera chiusa e compatta in un mondo esclusivo, avrebbe ristretto la visione panoramica dell’autore.

Nei romanzi, e ancor di più nei racconti, quindi, si rilevano collegamenti e presenze di modi di dire, esperimenti linguistici e attori che compaiono in modo orizzontale nelle composizioni. Da qui emerge una caratteristica di Beppe Fenoglio: la scelta dei nomi e la variazione di alcuni finali per questi attori cui le caratteristiche fisiche, l’idioma, il soprannome, portano già una chiave del loro destino.

Il mito narrato da Beppe Fenoglio, allora non è una trama collegata dai fili del presente e così intessuta: sembra quasi la matrice che produce la cronaca del presente, conferendo ad esso un significato, attraverso un collegamento logico con il passato.

Egli visse in modo distaccato. Lucido rispetto alle battaglie ideologiche e politiche dei contemporanei e quindi da tutti criticato. Prudente ma disinvolto a sfruttare i nuovi stimoli di retorica e di stile moderno che ricevettero idee e modelli dalle letterature estere, come quella inglese. Era presente e attento a ciò che fermentava nel dopoguerra fino alla sua morte, ma non volle mai porsi come un rappresentante esplicito di nuovi corsi, nonostante che iniziasse a usare termini inglesi, e gli stili diretti dei romanzi di largo consumo che si stavano espandendo anche oltre oceano. Anzi, negli anni ‘50, importò anche il gergo giornalistico, sportivo, e di cronaca popolare. Cercò di porre in relazione gli idiomi natii con la lingua italiana nelle versioni formali ed autoritarie fasciste, per quelle auliche delle tradizioni letteraria, a quelle dell’italiano che si stava formando con la televisione.

Beppe Fenoglio reperiva e ad inventava le storie vivendo ogni giorno con i suoi concittadini. La difficoltà risiedeva nell’impegno a sublimarle nell’opera poetica, mantenendo però, la verosimiglianza, la coerenza compositiva, la creatività stilistica.

In questi racconti il lettore riceverà un tesoro di spunti negli approcci alla composizione e alla rifinitura quotidiana, senza sconti, con una disciplina ed una rara onestà intellettuale nel sottoporsi a severe auto analisi. Quest’opera in divenire è continuamente modellata da mani che impastano la creta delle idee con un’estrema e delicata precisione e che scolpiscono il marmo delle forme letterarie con il sudore e il dolore, al fine di ricavare un contrappunto per una tensione di ricerca estetica senza fine.

Un tesoro di fatica a noi donato.