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CONSIGLI DI LETTURA: Luce d’agosto di William Faulkner

Luce d’agosto di William Faulkner (Autore), Mario Materassi (a cura di) 2013, Adelphi, Milano (Ed. originale: Light in August, 1932, Harrison Smith & Robert Haas, con New York – USA)

A differenza del romanzo Mentre morivo, ( https://www.linomilita.com/donna/madri-donna/consigli-di-lettura-mentre-morivo-di-william-faulkner-autore-a-cura-di-mario-materassi/ ),  Luce d’agosto adotta una voce narrante in terza persona che si piega alle menti dei singoli personaggi. Il registro passa senza soluzione di continuità dalla lingua colloquiale del Mississippi a un lirismo biblico e visionario.

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L’azione principale si svolge nell’arco di circa dieci giorni a Jefferson (Yoknapatawpha County), ma viene continuamente interrotta da imponenti flashback. L’infanzia e la giovinezza di Joe Christmas occupano quasi un terzo del libro, congelando il presente per rivelare il peso del passato. L’uso del presente è applicato per descrivere azioni dinamiche o itineranti (come il viaggio iniziale di Lena Grove), conferendo un senso di immutabilità alle vicende.

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Anche qui, come nei suoi romanzi precedenti vi è rappresentato un contrasto radicale tra l’individuo e le strutture sociali che lo circondano. Il dramma di Joe Christmas non deriva dall’avere o meno sangue nero (un dato genetico mai confermato nel testo), ma dal dubbio e dallo stigma sociale. È un estraneo rifiutato dai bianchi e dai neri, perché incarna il capro espiatorio di una comunità ossessionata dal confine razziale.

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Cleanth Brooks ne William Faulkner: The Yoknapatawpha Country, New Haven (CT), Yale University Press, 1963. (Saggio caposaldo sul ruolo della comunità e sul determinismo calvinista in Light in August – https://books.google.ie/books/about/William_Faulkner.html?id=bcyIMycs2lAC ) e Leslie Fiedler ne Love and Death in the American Novel, New York, Criterion Books, 1960 (trad. it. Amore e morte nel romanzo americano, Milano, Longanesi, 1963 – https://books.google.it/books/about/Love_and_Death_in_the_American_Novel.html?id=ozb-3_s49MUC&redir_esc=y ), hanno evidenziato come il fanatismo religioso (incarnato dal nonno Doc Hines e dal patrigno McEachern) sia la forza distruttiva del romanzo. La grazia e il perdono sono sostituiti dal giudizio, dalla punizione e dalla ineluttabilità della colpa vetero testamentaria.

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Faulkner analizza i meccanismi di capro espiatorio con la precisione di un antropologo. Studia come una società chiusa costruisce la figura dell’«Alieno» (in questo caso l’emarginato o il presunto “diverso” razziale) per preservare la propria coesione interna. La descrizione della giovinezza di Joe Christmas in orfanotrofio rappresenta uno studio dettagliato sui processi di condizionamento psicologico, sulla dissonanza cognitiva e sul disturbo da stress post-traumatico, in cui si mostra che la “razza” non è un dato biologico misurabile, ma un’idea, un virus mentale instillato dalla cultura dominata dalla paranoia.

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L’apparato critico curato da Mario Materassi per l’edizione Adelphi di Luce d’agosto (Note e apparato critico in William Faulkner, Luce d’agosto, Milano, Adelphi, 2007/2013) pone l’accento sulla statura quasi classica dei personaggi. Sebbene le loro vicende si svolgano in una provincia degradata del Mississippi rurale del primo Novecento, i personaggi di Luce d’agosto appaiono come «fuori dal tempo, sublimi e meschini come gli dèi dell’antica Grecia».

L’avanzare di Lena Grove, ad esempio, non è una semplice camminata, ma un movimento solenne e statuario. Il titolo stesso (Light in August) contiene la particolare luce gialla, densa e senza tempo che investe il Mississippi a fine estate; dall’altro un’espressione del dialetto del Sud (to be light) riferita alle femmine degli animali quando hanno appena partorito, richiamando così il ciclo naturale di Lena. Materassi mette in rilievo l’architettura narrativa del romanzo, costruita su tre vettori paralleli che si incrociano nella cittadina di Jefferson:

– La linea pastorale e ciclica (Lena Grove): Incarna il tempo cosmico, naturale e rigenerativo.

– La linea tragica e rettilinea (Joe Christmas): Incarna la corsa cieca verso la distruzione e il destino inevitabile.

– La linea statica e riflessiva (Gail Hightower): Rappresenta la paralisi storica, l’ossessione del passato (il ricordo della carica di cavalleria del nonno) e l’incapacità di vivere il presente.

La prosa di questo romanzo è costruita con frasi complesse, incisi, parentetiche e improvvisi cambi di registro. Materassi rispetta la sintassi originale senza semplificarla, mantenendo il contrasto tra l’eloquio popolare/colloquiale del Sud e l’incedere visionario e solenne della voce narrante. Tale impostazione fa emergere un Male che non è semplicemente un atto individuale, ma un’atmosfera subdola, un’ossessione collettiva che risucchia l’intera comunità di Jefferson in una spirale di autodistruzione.

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Joe Christmas non è vittima del suo sangue, ma dell’idea che gli altri (e lui stesso) hanno di quel sangue. Faulkner non rivela mai al lettore la verità genetica sul padre di Christmas, dimostrando che l’odio razziale è una proiezione mentale e paranoica della comunità bianca.

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Il pastore sfiduciato Gail Hightower e il rigido patrigno McEachern incarnano le distorsioni del calvinismo e del puritanesimo americano. La religione, anziché veicolo di salvezza e pietà, diventa uno strumento punitivo, rigido e portatore di morte.

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Oltre a una interpretazione tragica nel senso classico, a mio parere, il romando mi sembra rappresenti anche una metafora con analogie implicite riguardo il tema della passione, riferita a colui che nasce con la colpa. La croce di essere figlio di un bianco e di una nera. E che oscilli tra queste due contraddizioni, nella voglia di libertà di un paese che mortifica i neri in tutti i modi, negando (gli USA) le sue stesse fondamenta del diritto riguardo la libertà e la democrazia, sfruttando i neri nella prima guerra mondiale, per poi trattarli in modo segregato.

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In più si somma anche la condizione della donna, usata come operaia coatta per la guerra, trattata male ovunque, e le nere come merce da poter essere usate, e violentate dai bianchi. Ma lo stesso discorso si applica anche per i neri, dove i mariti picchiano le donne, le quali, a prescindere dal colore della pelle sono sotto il rischio di essere abbandonate, proprio nel momento in cui hanno bisogno di una attenzione individuale e sociale: cioè nella fase di maternità e di accudimento della prole.  

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Joe Christmas si dedica anche al contrabbando, si mette in alleanza con Brown, un giovane bianco e vigliacco, approfittatore, ladro che ha ingravidato Lena, abbandonandola quasi subito. Lena lo ritrova, Byron sembra un immolato che si vorrebbe accollare la maternità, anche essendo più vecchio. Si fa prendere a botte anche da Brown, per una sua volontà di martirio e per mostrare a quest’ultimo la sua meschinità.

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Joe Christmas ha una relazione con Joanna Burden, una donna bianca, con cui vive un rapporto intenso ma perverso. Si vedono poche volte di notte, ma lui ogni giorno, o quasi, cena da lei nella sua cucina, con il cibo già preparato e lo consuma in solitudine. Lei gli lava anche i vestiti, e si incontrano quasi sempre al buio per avere rapporti sessuali in tutti i modi. Talvolta è violento con lei. Ma lei ci sta e in maniera indiretta lo comanda. Questa donna sembra un’usuraia e mente dicendo di aspettare un figlio per tenerselo con sé. Dopo l’assassinio di Joanna, Joe fugge, commette varie infrazioni, riesce scappare, ma ritorna in città per farsi prendere, sapendo che è un mezzosangue, disprezzatissimo da tutti.

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Durante la fuga, vive nei boschi sotto una condizione di ascesi delirante, dimenticando quasi di mangiare, per vagare in tondo fino a ritornare in città per farsi catturare, mostrando quindi un percorso di passione in una traversata del deserto, combattendo contro i suoi fantasmi.

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Vi sono assonanze con una sua precedente opera “il Santuario” ( https://www.linomilita.com/memoria/consigli-di-lettura-il-santuario-di-william-faulkner/ ) ove vi è un processo per omicidio, avendo un mezzo sangue come protagonista.

L’ex pastore presbiteriano sfiduciato Gail Hightower, esaltato in gioventù, con una moglie che si suicida, si riduce a rimanere solo, vecchio, sporco, obeso, flaccido, vigliacco e fariseo. E il nonno di Joe assieme alla moglie, esaltati anche loro, quasi ridotti alla follia, prossimi alla morte, maschere di sé stessi, inariditi dalla colpa di averlo abbandonato.

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Per contrasto abbiamo Lena, Marilena, Maddalena, la peccatrice che con la sua tenacia cerca di espiare, e quasi sembra alla fine che possa, tramite il figlio, ridare un’altra possibilità alle generazioni future.

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Per corroborare questa mia interpretazione possono essere evidenziati alcuni elementi emergenti nel corso della narrazione: Il nome stesso Joe Christmas / J.C., trovato sulla soglia dell’orfanotrofio il giorno di Natale, lo predestina al calvario. La sua nascita con la “colpa” del presunto sangue misto è l’equivalente laico del peccato originale. In una società dominata dal razzismo sistemico e dal rigore calvinista, nascere “mezzosangue” equivale a nascere condannato.

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Egli non scappa per salvarsi: la sua è una marcia verso il Golgota. Ritorna in città a Jefferson spontaneamente, facendosi catturare perché ha deciso di portare su di sé i mali e le ipocrisie del mondo.

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Se in Santuario Popeye è l’impotente patologico nato da un ambiente degradato, in Luce d’agosto Christmas è affetto da un’impotenza relazionale ed emotiva. La sua incapacità di generare o volere una famiglia non è biologica, ma nasce dai traumi infantili: l’abbandono nell’orfanotrofio, la severità sadica del patrigno McEachern (che lo picchia con la Bibbia in mano), la rigidità delle suore.  In entrambi i romanzi, la legge e il processo non servono a compiere la giustizia, ma a esporre un colpevole da sacrificare per pacificare il conformismo sociale.

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Faulkner costruisce una trama quasi da romanzo poliziesco (il mistero sull’omicidio di Joanna Burden, la caccia all’uomo, la casa in fiamme), ma la svuota del mero intrattenimento per trasformarla in una tragedia morale. La tensione non serve solo a scoprire “chi è stato”, ma a mostrare come la comunità reagisce di fronte al sospetto e al delitto.

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Si può affermare che nel romanzo Luce d’agosto la tragedia della razza e del genere si fonde con la grande mitologia cristiana e classica, tentando di mostrare la vera “macchia” non era nel sangue di Joe Christmas, ma nella coscienza di un’intera nazione.

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Vi sono dei testi che criticano le impostazioni che abbiamo scritto qui sopra?

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Occorre precisare che le interpretazioni critiche e le impressioni posteriori, ricavate da lettori sempre più lontani rispetto all’anno di edizione, si espandono e prendono una vita propria che esula dalle intenzioni consce dell’autore. Ciò deriva dalle caratteristiche che se si mantiene memoria dell’opera, questa assume vita propria.

Ciò vale anche per la mia associazione tra la tragicità greca e l’esegesi biblica.

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Vi sono anche correnti interpretative e critici avversi alla visione sopra scritta.

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Alfred KazininOn Native Grounds: An Interpretation of Modern American Prose Literature, New York, Reynal & Hitchcock, 1942 ( https://patmos.bibliocommons.com/v2/record/S981C18271453 ) e Donald Heiney inRecent American Literature, New York, Barron’s Educational Series, 1958, https://www.abebooks.com/Recent-American-Literature-Heiney-Donald-Barrons/1185818500/bd ) sostengono che Joe Christmas non sia né un eroe tragico né una figura cristologica se non in modo del tutto distorto e superficiale. Christmas non riscatta l’umanità per un atto d’amore, perché agisce al culmine di una vita segnata dall’odio, dall’aggressività e dall’incapacità di amare. Non vi è alcuna “risurrezione” o redenzione spirituale per la città.

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Intervistato all’Università della Virginia, Faulkner ridimensionò le sovrastrutture simboliche dicendo che l’uso dei paralleli biblici era semplicemente uno “strumento da falegname” per configurare la  forma alla storia, dichiarando: «I personaggi vengono prima, la simbologia viene dopo. Non c’era alcuna intenzione deliberata di ripetere la Passione» ( Faulkner in the University: Class Conferences at the University of Virginia 1957–1958, a cura di Frederick L. Gwynn e Joseph L. Blotner (pubblicato originariamente nel 1959 dalla University of Virginia Press, Charlottesville https://www.amazon.com/Faulkner-University-Introduction-Douglas-Day/dp/0813916127/ref=tmm_pap_swatch_0 )..

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Altri studiosi evidenziano che Christmas, Joanna Burden e Hightower sono “vittime e carnefici di se stessi”. Christmas rifiuta attivamente ogni forma di compassione o aiuto (come quando rifiuta il cibo offerto dai neri o quando distrugge le relazioni con chi prova ad amarlo). La sua non è una Passione subita con pietà, ma una spinta autodistruttiva ed egoica ( The Design and Meaning of “Light in August” in Charles Shapiro (a cura di), Twelve Original Essays on Great American Novels, Detroit (MI), Wayne State University Press, 1958, pp. 278–304 – https://books.google.it/books/about/Twelve_original_essays_on_great_American.html?id=IXseAAAAMAAJ&redir_esc=y ).

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La bellezza dell’opera di Faulkner risiede in questo dibattito che continua ad essere aperto circa l’impostazione e i messaggi sotterranei che ancora continuano a fornire una fecondità di analisi, segno della grandezza di questo scrittore nel cogliere le pieghe buie universali dell’animo umano, traslandole in un contesto sociale come quello USA, preminente ancor oggi come modello in cui ricavare la tensione tra l’individuo e la società, la relazione tra la donna e l’uomo, l’idea del tempo innestato in una direzione segnata dalle segnaletiche stradali del bene e del male.

CONSIGLI DI LETTURA: Zero K, di Don DeLillo

Zero K, di Don DeLillo (Autore), Federica Aceto (Traduttrice), Torino, Einaudi, 2016, (Ed. Originale, Zero K: a novel, Charles Scribner’s Sons, New York, 2016)

Il ritmo è ipnotico e la sintassi instilla sintomi di claustrofobia. Le frasi sono spesso brevi, e scandite da un rigore geometrico che mima l’immobilismo criogenico (e non è un caso, perché nel romanzo si richiamano tecniche assimilabili all’ibernazione) dello zero assoluto. La voce narrante di Jeffrey Lockhart funge da filtro lucido ma straniato. La sua voce adotta un registro sospeso tra un distacco cinico e allo smarrimento di fronte al lutto e al tempo che collassa.

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Il lavoro di traduzione (Federica Aceto) restituisce con precisione chirurgica la secchezza tagliente dell’originale inglese, mantenendo intatta quella musicalità metallica e spettrale che caratterizza i dialoghi e le riflessioni interne ambientate nel complesso di Convergence.

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Il romanzo è strutturato in tre aree tematiche in cui lo spazio narrativo riflette la dislocazione temporale dei personaggi. La prima e la terza parte si muovono in un esterno caotico, urbano, segnato dalle immagini mediatiche di catastrofi e guerre (che richiamano la cifra storica di opere dello stesso autore come Underworld – https://www.linomilita.com/genitori/consigli-di-lettura-underworld-di-don-delillo-autore-delfina-vezzoli-traduttrice/ ).

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La parte centrale, ambientata nel compound sotterraneo di Convergence (nella steppa asiatica, un non-luogo ipertecnologico e labirintico), rappresenta il cuore metafisico del libro: un’architettura fatta di sale asettiche, schermi, corridoi ciclopici e monitor che trasmettono dirette di sofferenza globale. Il tempo non scorre linearmente; si contrae, implode e si dilata nei momenti in cui la morte viene medicalmente anticipata o sospesa.

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La frase d’apertura (“Tutti vogliono possedere la fine del mondo”) richiama il delirio prometeico di Ross Lockhart, il miliardario padre di Jeffrey, che finanzia Convergence non per una semplice paura della morte biologica, ma per il bisogno di gestirla, di sottrarla al caos della contingenza naturale per trasformarla in un evento programmabile.

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La “crionica” in Zero K non è scienza applicata, ma è una forma di fideismo tecnologico. I crioconservati nei cilindri sono i santi di una nuova religione corporativa che promette la resurrezione tramite la tecnica e i nanobot.

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I dilemmi scaturiscono riguardo la propria insufficienza emotiva e conoscitiva di fronte al limite invalicabile della morte, perché Ross vuole salvare la seconda moglie Artis dalla malattia degenerativa, rifiutando l’idea della perdita.

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Collocare Zero K nel perimetro della hard science fiction richiede una precisazione critica fondamentale: DeLillo non fa fantascienza hard nel senso di Arthur C. Clarke o di Greg Egan. Non vi è un interesse primario per la plausibilità ingegneristica rigorosa dei macchinari criogenici o per i dettagli biochimici della vitrificazione cellulare.

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Tuttavia, il romanzo dialoga profondamente con i presupposti della hard SF sotto specifici aspetti: l’ambientazione tecnologica (la criopreservazione avanzata, la sospensione corporea, i protocolli di ibernazione profonda) non è un elemento decorativo o fantasy, ma rappresenta il prolungamento delle ricerche scientifiche contemporanee sul prolungamento della vita. Il titolo stesso evoca il limite fisico della termodinamica, la temperatura in cui l’agitazione termica molecolare si arresta completamente e l’entropia cessa di muoversi. L’uso di questo concetto scientifico diventa una metafora esistenziale: lo zero Kelvin è l’immobilità assoluta, l’assenza di tempo, la negazione biologica della vita per come la conosciamo.

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Si ha invece un approccio filosofico e speculativo analogo ai romanzi di Stanisław Lem o di J.G. Ballard. La tecnologia è lo specchio in cui l’essere umano si interroga sulla propria identità ontologica. La scienza non serve a viaggiare tra le stelle o a combattere guerre galattiche, ma a misurare l’impotenza della coscienza umana di fronte al proprio annientamento.

Sembra che Don DeLillo adotti le premesse della fantascienza scientifica per comporre un requiem laico, un’opera in cui il freddo glaciale della fisica teorica si fonde con il calore dolente e irrisolto degli affetti familiari.

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A mio parere nel testo pare che la morte non sia intesa in modo trascendente, ma come se fosse un “passaggio di stato” fisico. L’essere umano è simile a un gas che si raffredda e diventa liquido dentro un recipiente chiuso, e sempre lì rimane; non svanisce. Il mio azzardo su questa ipotesi scaturisce dall’analogia inversa rispetto alla verticalità ascensionale e divina della piramide faraonica, contro il centro Convergence ubicato nella piatta, monotona e sotterranea zona del Kazakistan. Non si cerca il cielo degli dei, ma si scava nella crosta terrestre, nel deserto della steppa che non muta, per ancorare l’eternità alla geologia del pianeta. La morte diventa un archivio immanente, un monumento laico che “parla con i viventi”, riducendo il trapasso a gestione dello spazio e della materia.

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Don DeLillo sembra che voglia invitare il lettore a entrare nelle sensazioni dei protagonisti. Mentre mangiano, gli avventori pare che ingurgitino materiale plastico insapore, incolore, senza odore, in modo meccanico, simile ad un atto rituale.

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Nelle opere precedenti dell’autore non esiste una delimitazione netta nel personaggio giusto e nell’antagonista avverso, perché entrambi sono collocati in un processo storico denso di contraddizioni, speranze e visioni limitate. “Zero K” è stato scritto intorno agli 80 anni e i dubbi e le prese di posizione sono ancora più sfumate. I protagonisti vorrebbero che la morte fosse una fase all’interno del mondo, ma nei risultati poi vi è un piano che richiama lo gnosticismo.

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Vi sono richiami indiretti alle dottrine di Platone e di Agostino nelle quali l’al di qua esiste ma che non è il tutto, perché è uno stadio che si rivolge al trascendente, ovvero al di là. Oggi diremmo nella filosofia moderna e contemporanea che si ha un orizzonte trascendente e regolativo, almeno dal punto di vista di un agire pratico.

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Tale oscillazione deriva da un cortocircuito per il quale il progetto di Convergence cerca l’annullamento dell’esperienza empirica per preservare un “dato”. Se riduciamo l’uomo ad uno schema informatico o a un tessuto vetrificato, distruggiamo proprio quel soggetto trascendentale che cerca di venire a patti con il morire.

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Ross e gli architetti di Convergence invocano una grandezza filosofica (la gestione sapiente della fine, l’eco dei faraoni, il passaggio di stato), ma la narrazione li inchioda costantemente alla loro patetica, fredda e disperata solitudine. L’oscillazione vi è, ma non è simmetrica: è il pendolo tra il desiderio di fornire un senso al morire e tra la fredda evidenza che la tecnologia offre solo un simulacro muto, esattamente come quel cibo mangiato senza gioia nei corridoi sotterranei.

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L’ambiguità trascritta invoca l‘impossibilità di rappresentare il limite assoluto: Né la tecnologia d’avanguardia né la filosofia possono colmare il vuoto della morte. Quando Jeffrey, nella parte finale, si confronta con il paesaggio esterno e con il ritorno alla vita caotica di New York, avverte che la frattura non risiede asetticamente nei cilindri di Convergence, ma nella coscienza di chi resta. Lo spiraglio di DeLillo non è una porta aperta su una vita ultraterrena o su un paradiso digitale, ma l’accettazione che l’essere umano è costitutivamente incapace di esaurire il mistero del non conosciuto.

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Se si fosse emessa una sentenza del tipo “hanno ragione loro” o “sono solo dei pazzi ridicoli”, il romanzo si sarebbe trasformato in un saggio di sociologia o in una distopia didascalica. Mantenendo invece l’ambiguità, il lettore sperimenta lo smarrimento dei personaggi. La tecnologia fallisce, i corpi si irrigidiscono, le illusioni di controllo si scontrano con la vastità del mondo reale, eppure il desiderio di trascendere il limite rimane lì, ostinato e irrisolto.

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Il figlio di Ross, Jeffrey, che ogni tanto nel libro sembra sia sotto sequestro dentro Convergence o che sia prossimo a seguire il padre, attraverso il ricordo della madre biologica abbandonata dal padre e la morte della medesima, riporta il passato che il padre non ha vissuto come qualcosa di accaduto, e non più raggiungibile o incasellabile nel presente. Jeffrey fa rivedere nel presente la madre morta ma rievocata dalla sua memoria, nel suo tempo di infanzia in cui il padre non vi era.

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Ed ecco qui il secondo aspetto in cui Jeffrey contraddice il padre e quindi il progetto Convergence: riaccompagna per la seconda volta il padre a rivedere la seconda moglie, la sua matrigna, già ibernata, quindi Ross vive in un tempo in cui ha più immagini di lei, quindi ha un sovrappiù di coscienza, e di conseguenza certifica che il tempo passa comunque.

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Jeffrey porta una divergenza insanabile rispetto alle illusioni del padre. Non è un caso che alla fine quando il padre si prepara ad essere ibernato, e quindi rasato, Jeffrey lo vede più magro, smunto, cadente, con poca memoria e con abilità regresse. Il figlio testimonia il qui e ora e lo riporta nel mondo come un fatto accaduto, e non più presente.

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Jeffrey non incarna l’eroe che sconfigge il sistema con la forza o con la lucidità di un intellettuale superiore; al contrario, la sua forza risiede nella sua debole precarietà esistenziale. Il fallimento di Jeffrey nel trovare un lavoro stabile, il logoramento delle relazioni, il peso incomprensibile e doloroso del ragazzo ucraino adottato dall’ex compagna ucciso nel 2016 in Crimea resistendo contro i russi, i dettagli biografici marginali, mostrano che la vita è turbolenta, opaca, irriducibile a qualsiasi griglia algoritmica o criogenica.

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Proprio perché la coscienza umana ci sfugge, non si lascia definire e non può essere ibernata o ridotta a un set di dati ordinati. I custodi di Convergence vorrebbero che Jeffrey uscisse nel mondo esterno non solo come testimone, ma quasi come un “apostolo” involontario di quel credo di una permanenza asettica nel mondo attraverso il morire, ma egli fallisce persino in questo compito di rappresentanza: la sua mente è ingombra di fantasmi, di malinconia, di legami spezzati e di guerre lontane che irrompono nel quotidiano.

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Don DeLillo ci lascia una riflessione magistrale intorno alle domande fondamentali che attraversano l’eternità e lo spazio di un vivere caduco e limitato.

CONSIGLI DI LETTURA: Rumore bianco di Don DeLillo

Rumore bianco di Don DeLillo (Autore), Federica Aceto
(Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2023
(Ed. Originale: White Noise, Penguin Books, Londra, 1985)

La bianchezza sonora evocata dal titolo del libro è un ostacolo per il nostro pensare o vivere, oppure ne è una parte costitutiva e ne permea il senso in modo fondamentale? Il rumore bianco è una sinestesia particolare che mostra la profondità di pensiero di Don DeLillo il quale non è uno scrittore giovane ed esordiente, perché in tarda età iniziò a scrivere in modo costante e in vista di una composizione di un romanzo.

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Don DeLillo ha avuto anni di ripensamenti, di soliloqui interiori, accompagnati da letture e appunti letterari con il suo vivere quotidiano, dall’adolescenza e attraversando, poi, vari stadi dell’età adulta. La sua vena creativa riceve una fonte di un fiume che è sceso dai ruscelli dell’intuizione, ricevendo affluenti densi di riflessioni strutturate.

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Il rumore di solito ottunde i sensi e inibisce le abilità di comprensione rispetto agli accadimenti circostanti. Nelle composizioni letterarie non a caso è associato al grigio nebbioso, allo stridente acuto d’acciaio che trafigge, o al fuoco che sfrigola i combusti. Il rumore di fondo, al pari di un terremoto, distrugge la base nella quale fondiamo l’equilibrio dello stare nel mondo. È lo scoppiettio sonoro che invade l’universo rendendo tutto un silenzio, rispetto ai suoi colpi secchi consumati in un attimo: frecce sonore che attraversano una sordità inflitta all’ascoltatore.

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Il rumore quindi chiude e oscura, perché invita ad inibire i sensi. Distrugge talvolta o pone in disordine l’armonia del tempo e del suono in cui siamo immersi nei movimenti continui del nostro vivere.

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Il titolo invece porta inconsciamente a distaccarci da ciò, perché tale candore si accompagna a ogni variazione cromatica, e quindi a fenomeni sonori che divengono parte costitutiva di ogni emissione fonica: quasi un fattore di scala. Il rumore bianco non è improvviso, non lacera, sta con tutto ciò che avviene e che è recepito dai nostri sensi. Ci informa che è un sovrappiù al già visto e sentito, e che esistono significati che da lui prescindono, ma che è impossibile siano da esso indipendenti e isolati.

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Non è una avventura metafisica, o una esperienza esclusiva ed intima di un protagonista, perché lo si avverte mentre si comunica e si sta con gli altri, partendo dal quotidiano, e quindi dai propri nuclei famigliari, dalle discussioni a cena, o nella condivisione delle faccende domestiche e quotidiane, fino alla partecipazione, obbligata e subita, dei grandi eventi che coinvolgono le comunità.

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Cosa è di fondante rispetto a tale fenomeno pervasivo? Il timore della morte. Il rumore bianco è questo orizzonte di sfondo che permea gli scopi inespressi, le domande avvertite e mai esattamente definite e circoscritte, il senso del nostro stesso parlare che è una domanda continua di senso. Poiché chi professa in modo articolato la filosofia teoretica sa argomentare che ogni domanda è una risposta rovesciata con una ipotesi (dilemma possibile/impossibile) inespressa, si ha che l’interazione sociale con i figli e con i compagni e le compagne, gli amici, i colleghi di lavoro, i passanti, ne è intimamente costituita.

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Il protagonista, Jack Gladney, ha una attività di studio storico e letterario preminente per la quale è divenuto un docente universitario, riguardo un personaggio che fu ossessionato dalla morte e ne fu tragicamente uno dei più terribili promotori: un ex imbianchino austriaco con i baffetti.

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L’ultima sua compagna, Babette, dopo due mogli precedenti e figli vari, più che del senso dell’al di là che si accompagna a questa visita unica e irripetibile che è questa sorella nera, ha paura semplicemente della sua venuta, in un gelo e soffocamento senza fine. Tale timore non riguarda solo la propria persona, ma anche chi gli sta vicino: il suo compagno, i figli che contribuiscono al suo senso di esistenza. La paura è traslata verso un vivere accompagnato dalla morte che toglie chi ti sta accanto.

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Un figlio, Heinrich, che cerca di venire a patti e a scontrarsi con tale rumore bianco, applicando uno scetticismo corrosivo e disarmante nella speranza in realtà di venire a patti con la morte, tentando di smontarla nei suoi significati e nelle manifestazioni del mondo.

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Una figlia, Denise, che vuole controllare ogni evento e prevenire ogni pericolo, per scovare scopi ulteriori a quelli di rendere il morire un evento circoscritto.

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Un’altra figlia, Steffie, che fa da contro altare alla prima, usando la sorella come ostacolo da sopraffare per ottenere a sua volta un porto sicuro.

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Un infante, Wilder, che non ha ancora il senso della morte e compie atti al limite del suicidio, ma che, nonostante tutto, ne riesce a sopravvivere, quasi come se impersonasse l’infante che gioca sentendosi un Dio, proprio della “Gaia Scienza” di Friedrich Nietzsche, suscitando un fascino speciale per gli adulti, nonostante siano consapevoli della caducità di tale posizione edenica.

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E così via per gli altri personaggi, ognuno permeato da questa bianchezza che tenta di fare scudo, sia in senso protettivo sia deviante rispetto a quel timbro fondamentale che scandisce il senso dei nostri atti e pensieri.

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Nel romanzo vi è una nube venefica fuoriuscita da una fabbrica di elementi chimici. È l’evento minaccioso e concreto, mentre il rumore bianco è il flusso incessante (TV, radio, supermercato) che tenta di assorbirlo e di schermarlo. Tale evento detterà indirettamente, con una consapevole tragicità, il tempo che resta da vivere per ognuno di loro, mostrando nella mera quantità i secondi limitati che abbiamo da vivere. Ecco perché serve il rumore: ci sposta un passo indietro nel quantificare esattamente o almeno in modo approssimato, la piccola quota rispetto all’eternità di quelle poche migliaia o decine di giorni di vita.

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Capita di tutto ai protagonisti, in particolare al personaggio principale che, credendosi il centro che direziona indirettamente la vita degli altri, si rende conto invece di esserne da tutti attraversato.

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E qui si nota lo stile succinto, ma immaginifico di Don DeLillo, perché nello svolgersi delle vicende, nel costante impegno a interrogare ed interrogarsi su tutto, rende tutti ridicoli, comici, ed autoironici. Pur nei difetti, e vizi, la consapevolezza di essere limitati suscita la simpatia nel lettore, attraverso tentativi goffi di eroismo che si impegnano vanamente riscattarsi da questo giogo colorato, perché tale annuncio che vuole si sia rimandato, come il suo accoglimento.

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Vi è molto di lirico che richiama le grandi composizioni tragiche dei classici, ma al fondo di tutto, vi sono atteggiamenti che richiamano il “Don Chisciotte” di Miguel De Cervantes: il ridicolo e infantile senso di attribuire il proprio ordine al mondo, seppure fallace, ha comunque un seme di speranza nella possibilità di qualche fiore sbocciato che potrà essere colto e annusato.

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Il libro scorre anche i decenni degli anni sessanta fino ai novanta del secolo scorso negli Stati Uniti, sia nei grandi eventi sia nelle pratiche quotidiane.

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È un libro da abbracciare, da ridere, da godere, anche per esorcizzare il timbro quotidiano che ci affligge la sera o nei momenti in cui siamo da soli e meditiamo, alternando la fuga da tali pensieri o l’ostinazione a risolvere quella corda della spada di Damocle che abbiamo appesa sopra la testa.

CONSIGLI DI LETTURA: L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon

L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon (Autore), Giuseppe Natale
(Traduttore), BUR Rizzoli, Milano, 1999
(Ed. Originale: Gravity’s Rainbow, Ed. Viking Press (NY), 1973)

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È considerato uno dei cento romanzi più importanti del secolo scorso in termini di sperimentazione narrativa, complessità della trama, giochi temporali, riferimenti enciclopedici, e di strutture stilistiche composte in modo metaforico ed analogico. Gli eventi si incentrano sulle vicende storiche realmente accadute riferite alla produzione e all’arma segreta e poi definita come “V2- Aggregat 4”: Il primo missile balistico a lunga gittata della storia, che raggiungeva velocità supersoniche ed era impossibile da intercettare. Una delle Wunderwaffen (letteralmente “armi miracolose”): il grande razzo intercontinentale progettato dai tedeschi del Reich in prossimità e durante la seconda guerra mondiale.

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Non è un caso che Thomas Pynchon abbia preso spunto da tale arma e in particolar modo dal suo attributo “miracoloso”, perché la trama rimanda alla passione cristiana, che è correlata in un congegno narrativo sofisticato con i mandala nella loro struttura della creazione e della distruzione, con la messa in tema delle forze che permettono il mutamento. La polarità tra il percorso irreversibile del tempo in una funzione escatologica ed apocalittica e tra la descrizione ciclica del divenire, incastra la visione della catastrofe universale, con quella del sacrifico messianico, delimitata e descritta con i luoghi e i significati che parlano del mondo, propri della cabala. E non è finita, perché all’interno di queste dimensioni interpretative conflittuali, i luoghi e i protagonisti hanno attributi e funzioni in analogia con l’alchimia e i tarocchi. I nomi sono maschere di significati biblici, alchemici, ed esoterici. Le sostanze segrete, le droghe, le tecnologie, seppure siano state introdotte con precisi e reali riferimenti storici, vengono descritte, ridenominate ed usate con metafore nascoste e profezie oracolari.

Vi è una visione di fondo per la quale l’umanità sia destinata all’estinzione e alla catastrofe finale, proprio e in virtù principalmente per la propria indole, genetica, peccato, colpa originaria, ricerca di conoscenza che non può che non arrivare al desiderio della distruzione totale. E quale migliore luogo se non quello della seconda guerra mondiale e del mondo allucinato dei nazisti, Ove la scienza e la tecnica erano intese come emanazioni di una spinta irrazionale connotata da riti esoterici.

È un libro che sconcerta perché le numerose sperimentazioni linguistiche e narrative riprendono quelle dei grandi romanzi del novecento, fino agli studi del linguaggio e della comunicazione degli anni sessanta. Vi è la volontà di dotarsi di un armamentario poetico analogo a quello del romanzo “Ulisse” di James Joyce, ove quasi in ogni pagina traspare lo sforzo di delineare uno stile proprio al susseguirsi degli eventi e dei dialoghi, che però deve essere incastonato nelle trame più ampie dei luoghi dei capitoli.

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Vi sono nozioni di storia, filosofia, religione, matematica, balistica, chimica, fisica atomica, esoterismo, meccanica dei fluidi e dei solidi, astronomia, psicologia. L’autore ha studiato con puntiglio fino agli dettagli non volendo lasciare alcunché di intentato.

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I protagonisti sono complessi nella loro dimensione valoriale, con una biografia traumatica, alla ricerca di una normalità impossibile, perché è perseguita da vizi, turbe psichiche, volontaria accettazione del vizio e della corruzione. Con questo non si intende porre una giustificazione politica e storica dei nazisti equiparati alle forze alleate. Non è un romanzo politico e storico che intende distribuire le colpe, e celebrare le forze del bene, oppure perseguire una propria visione del “bene”. Anzi, non si assolve nessuno tenendo però a mente che le perversioni, i crimini e le violenze di ognuno sono a livelli diversi del proprio vivere e nei tempi degli accadimenti che si snodano dagli anni trenta fino ai sessanta, e quindi sono impossibili da catalogare e accostare in una biografia pesata su criteri morali uniformi.

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La condanna della storia per Pynchon è già data e fuori discussione, ma non basta, perché i meccanismi che hanno generato il processo di creazione e di uso criminale ed assassino delle V2 sono ben più ampi, sotterranei, epocali, plurisecolari e ancora attivi, proprio in questi giorni dove in quasi ogni continente si bombarda, e si agisce con la volontà di intendere il mondo come una costellazione dinamica di conflitti di guerra, ove i confini sono segnati dal sangue.

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Tedeschi, francesi, statunitensi, inglesi, argentini, Herero della Namibia, sovietici, tutti agiscono entro i loro mondi deliranti in uno scenario ancora più assurdo che è la seconda guerra mondiale, la sua fine, e durante la guerra fredda.

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Vi sono le lotte tra gli attori impegnati nella costruzione dell’arma segreta, dei servizi nemici che tentano di trovarla, carpirne le tecnologie, annichilire tutti quelli che ne hanno a che fare, e i conflitti di coloro che si distaccano dalle organizzazioni, e dagli eserciti e polizie segrete di riferimento per condurre battaglie personali addirittura contro quelle di propria provenienza.

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E lo sconcerto che prende il lettore, scaturisce dalla conseguenza che il tradimento non è favore del nemico, ma contro tutti. Ovvero è come se dalle nazioni, agli eserciti, ai militari, agli agenti dei servizi segreti, alle spie, agli scienziati, ai mariti e alle mogli, ai figli, ognuno prende una propria strada contro tutti gli altri. È una guerra universale che mente promettendo la conquista e la potenza, la soddisfazione infinita delle proprie perversioni, ma che di sotto offre un unico trofeo, il comando di dover continuare a distruggere il più possibile, nello spazio e nel tempo.

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In alcuni parti il testo è a dir poco sadico, osceno, truculento, pornografico nel senso più violento del termine. Vi è la droga, il sesso perverso, l’omicidio, il sadismo, la crudeltà, la vendetta meschina e anche qualche tratto di bontà e di affetto, seppure sdraiato su un letto di locuste.

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Thomas Pynchon sperimenta in ogni pagina nuovi stili, miscele di dialoghi, monologhi interiori, descrizioni giornalistiche e rievocazioni mitiche, utilizzando le analogie e le assonanze con gli strumenti e i modi di vivere dei diversi periodi e luoghi che vanno appunto dalla Germania, dalla Berlino occupata e divisa tra gli alleati, in Gran Bretagna, negli USA, nel mosaico in movimento dell’est Europa nei mesi appena successivi alla fine della guerra. Vi sono riferimenti alle musiche, ai canali televisivi, agli show, ai cinegiornali, agli oggetti di uso quotidiano, alle marche di cioccolata, ai canti antichi, fino al blouse e al rock, ai canti e ai riti africani. È uno sforzo che il lettore si deve accollare, ma è una bella fatica perché si apprezza la lingua, la bellezza dello scrivere e dello sperimentare nell’estro creativo e nel godimento estetico. Si passa da un realismo ottocentesco, a una narrazione rievocativa, a un monologo interiore a una miscela di poesia beat in stile jazz.

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Vi è un grande scenario poetico che tutto avvolge e prosegue con un ritmo ben cadenzato in modo sinfonico.

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Una caratteristica che colpisce e disorienta è relativa nel porre in primo piano il corpo, le sue funzioni più elementari, le pulsioni, le emozioni, le sensazioni di piacere e di dolore. Ciò è correlato con la descrizione orizzontale dei luoghi, siano essi panorami o camere anguste senza finestra, ove nelle prime righe sono descritti gli oggetti nei loro particolari materici, dalla consistenza, dal colore, dall’odore e dal tatto. Non è un romanzo che invita alla virtualità, alla generalizzazione astratta, perché parte dal corpo, da questo mio mal di pancia, dalla mia erezione sessuale e dall’orgasmo, dal desiderio dipendente distruttivo come la droga, l’alcool, la vendetta. Tutti concetti presentati dal corpo agli strumenti di guerra a quelli quotidiani domestici.

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Non ce la si fa a leggere tante pagine di fila, perché ogni scena è una pietanza ricca, esorbitante e sostanziosa che invita il lettore a partecipare con il proprio corpo. Se ci si lascia andare al piacere della lettura, si perde la trama: più si cerca di mantenere ogni filo e più ci sente paralizzati nella difficoltà a mantenere la lettura.

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Il titolo è “L’arcobaleno della Gravità”: non è un caso. L’arcobaleno fornisce lo spettro dei colori, dal paradisiaco a quello più terribile e questi poggiano sul bianco della imprevedibilità e sul nero della dissoluzione. L’arcobaleno descrive una gittata, che guarda caso è proprio quella balistica di un missile, o spada divina, o piovra infernale. La gravità è comune a ogni essere inanimato, perché è l’ineluttabile condizione che volge verso la caduta, e quindi la catastrofe.

CONSIGLI DI LETTURA: La storia di Genji di Murasaki Shikibu

La storia di Genji di Murasaki Shikibu (Autore),
Maria Teresa Orsi (a cura di), Einaudi, Torino, 2015

Finalmente presento un consiglio di lettura relativo alla monumentale opera giapponese nella forma del Monogatari (物語), che significa racconto o narrazione in prosa, simile alla nostra epica, legata alla tradizione orale. Fu scritta e diffusa in più parti dalla scrittrice Murasaki Shikibu tra l’anno 1000 e il 1012 durante l’XI secolo, nel periodo della aristocrazia Heian.

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È una pietra miliare della tradizione letteraria giapponese, perché riassume riferimenti storici, letterari e di costume dei quattro secoli precedenti, e in più accoglie (come era da norma nel periodo) le poesie, i racconti, i miti, le forme stilistiche cinesi, integrandole, però, in una nuova forma che è e sarà tipica del Giappone nei secoli a venire. È impressionante leggere come gli episodi, le leggende e le stesse poesie cinesi siano trasformate negli Haiku giapponesi.

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È un’opera poderosa che sì può essere letta come un soap opera, ma si otterrebbe molto poco in termini di fruizione e di godimento. Se invece ci si concede il lusso di una lettura e rilettura lenta, si entra in un universo millenario. Delle duemila e più pagine, in ognuna vi sono spunti e riferimenti che abbisognano di calma, per un approccio che intende gustare cibi raffinati e di sostanza, di approfondimenti istantanei e di lungo periodo. Fortunatamente noi lettori oggi abbiamo i supporti tecnologici abilitati a rispondere a sollecitazioni di ricerca e di risposte immediate. Per i più volenterosi nel testo in formato cartaceo e in formato digitale vi è la possibilità di intraprendere percorsi di conoscenza ben più intensi.

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Dalle prime pagine si avverte come nel Giappone già più di millecinquecento anni fa, nonostante le continue guerre e sconvolgimenti, vi fosse una cultura altamente sofisticata al pari del grande mondo di mezzo: la Cina.

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È sorprendente di come l’aristocrazia e i funzionari comunicassero con le poesie, e all’interno di esse vi fossero sì intenti per storie d’amore, ma anche posizionamenti e interlocuzioni economiche e politiche. I messaggi erano spediti con diversi tipi di carta e con colori vari, le cui combinazioni erano disposte in riferimento ai destinatari. Nelle comunicazioni tra i Governatori, le Signorie, i Principi, gli amministratori, le Corti imperiali, o eventuali amanti e concubine, ogni messaggio era avvolto da una pianta, un ramo, un fiore e corredato da profumi.

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Solo per approfondire tale aspetto si diventa esperti di botanica. E lo si può fare per esempio cercando i fiori, i loro significati, i modi di uso, come erano avvolti. E non si finisce mai di stupirci di come fossero attenti a comporre haiku e forme poetiche simili nel rispondere a richieste d’amore, d’affari, di scambio, di azione famigliare che è anche politica. All’interno di questa dialettica poetica si hanno riferimenti a poesie e racconti del passato, quindi nel libro vi sono collegamenti con le forme letterarie coeve, in Giappone, nella Corea dei tre regni di quei secoli, e delle grandi famiglie linguistiche cinesi. Si entra in una pluralità di oceani letterari.

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Sorge una lieta commozione nell’essere travolti dalla quotidiana produzione poetica di questi ceti sociali altolocati e anche dal popolo meno abbiente che, anche essendo analfabeta, in forma orale, riproduceva nel racconto (quindi Monogatari), nel canto, nel mito e nella leggenda spunti e figure implete, individuandole nei fatti a loro contemporanei. È una occasione formidabile di leggere e rileggere questa opera anche dal punto di vista antropologico, perché permette di entrare nell’Asia, ovvero nella pluralità a noi distante dei valori, dei modi di vedere il mondo, la morte, il tempo, l’universo con una quantità oceanica di riferimenti storici e culturali.

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E non finisce qui, perché nei loro convegni formali e non, avevano l’abitudine di sera fino a notte inoltrata o nelle loro stanze o nei giardini, gareggiare in produzioni poetiche, in scambi di doni, e in canti e balli con gli strumenti del periodo e con le tonalità che vi sono ancora oggi. Si può rileggere il libro, cercando nel mondo digitale le nozioni musicali e di questi strumenti. E ancora si rimane strabiliati della enorme varietà e complessità nel rapporto con il pubblico dei motivi e del modo di godimento.

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Noi qui in Europa ci crediamo tanto sofisticati, ma nel vedere con quanta cura scrivessero una lettera e la consegnassero, il giudizio di considerare una forma quasi infantile l’estetica della comunicazione ai tempi del Re Sole di Francia non è poi così esagerato.

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Da questi punti di vista l’opera è una vera e propria indigestione estetica, perché non si finirebbe mai di ritornare su questi spunti e approfondire la sterminata quantità di opere musicali, letterarie, di botanica, della costruzione dei giardini e delle case.

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Sì perché i templi, i grandi palazzi, e anche i villaggi erano costruiti in sezioni modulari che potevano essere espanse, con corridoi interni, ove si svolgevano attività quotidiane informali e non. Dobbiamo ricordare che il Giappone è una costellazione di isole dove a nord fino al centro vi è un clima canadese con inverni terribili, e a sud, anche essendo freddo d’inverno, si hanno estati roventi, il tutto con una umidità quotidiana che esaspera i picchi di temperatura delle stagioni. Si hanno case non molto alte in cui ogni spazio è strettamente calcolato.

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Vi è un aspetto ulteriore relativo alla relazione dell’architettura con le gerarchie sociali, perché la disposizione delle stanze e delle ali dei grandi palazzi rispecchiava la posizione di potere e di vita famigliare. Occorre tener presente che per le donne di corte e di quelle palpabili di matrimonio primario e di concubinaggio, vi era la segregazione anche alla vista di maschi estranei. Vi era la possibilità per i potenti (i poveri non se lo potevano permettere) di avere una compagna che deteneva i diritti di successione e di proprietà per le figlie e i figli, e poi delle concubine che erano concertate con le famiglie di altri governatori, principi, figli illegittimi di corte, di nobiltà varie, di signori della guerra.

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Non era automatico per l’uomo sposarsi o aver la concessione di più unioni. Certamente vi erano sottili giochi di alleanze incrociate con sofisticate relazioni che duravano anni, con visite, regali ogni volta per gli ospiti, per i servi e per i messaggeri. Ognuno di essi aveva un preciso significato e anche un modo per stabilire le gerarchie di ricchezza, di potenza e di azione politica.

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Agli occhi moderni, la condizione della donna non è che fosse così libera, ma dobbiamo guardare pensando a più di mille anni fa, perché la condizione della popolazione in gran parte era quella agricola, di pesca e boschiva, contraddistinta da povertà e dalle conseguenze di carestie, incendi, morti, dovute anche alle continue guerre interne.

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Da tutti era accettata la pratica delle concubine, ma queste non erano disprezzate. Dalle stesse madri e dalle prime mogli, anche quelle imperiali erano prese come alleate, come seconde figlie o sorelle. E tutte e tutti entravano nel gioco delle relazioni di potere e di successione. Se un alto dignitario non aveva figli maschi, o era di basso lignaggio, rispetto a chi lo circondava, le figlie avute con le concubine erano uno strumento di potere, anche per le donne stesse. E attenzione, l’uomo doveva fare la corte, conquistarle a partire dalle poesie. Le donne rispondevano e anzi era considerato disdicevole che si addivenisse ad un’unione in tempi brevi. Passavano mesi se non anni, e addirittura della donna magari si vedeva solo qualcosa tra i veli delle camere.

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È godibile leggere la quantità straordinaria dei tentativi di combinare le storie d’amore e anche delle vicende degli amanti, altro che le telenovele di oggi, anzi, forse ne sono una prosecuzione millenaria comune a ogni cultura. Il tratto distintivo però che risalta è relativa alla concessione di una pari dignità intersessuale letteraria e di singolar tenzone d’amore. La donna non era per niente considerata la figlia del demonio o la tentatrice.

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Anche se parliamo di aristocrazia e dell’alto ceto degli amministratori e dei guerrieri, le donne erano acculturate. Il lusso, lo sfarzo, la cura dei vestiti, la scrittura dei messaggi, l’economia informale operata dalle donne era qualcosa di strettamente congiunto con le politiche di corte, imperiali, e di guerra. Era la linfa dell’apparato di potere imperiale Heian che stabilizzò le turbolenze e le guerre continue, tra il 700 e il 1100, prima di cedere ai signori della guerra, che avrebbero portato secoli di lotte continue con gli Shogunati tra il 1200 e il 1868.

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È importante sottolineare che questo testo base della cultura giapponese odierna è stato scritto da una donna.

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Certamente gli eventi e gli episodi sono visti dal punto di vista dell’aristocrazia, partendo da punti di vista delle donne di corte e dalle lettrici di tutte le élite giapponesi, quindi non vi sono descrizioni di battaglie, di vicende economiche, di rapporti internazionali, ma proprio per questo il lettore entra nella linfa vitale delle radici di questa cultura millenaria.

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Genij è il figlio illegittimo di un imperatore, comunque da lui amato e ammirato per la sua bellezza, grazia, conoscenza, abilità nelle arti quali la poesia, la musica e la danza, nonché nell’età matura per le qualità militari e amministrative. La sua figura è uno spartiacque tra un prima e un dopo, dove generazioni intere convergono e poi si diramano in avvenimenti paralleli oltre la sua morte.

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Proprio perché fu denominato universalmente “lo splendente”, l’imperatore e la madre, una delle più potenti concubine, lo vollero porre in disparte nella prima gioventù per tenerlo lontano dall’invidia, dagli intrighi e dalle cospirazioni. Occorre sottolineare che le feste, la ricerca di arredamenti elaborati, il lusso dei vestiti, la cura dei riti e degli avvenimenti, la lista dei regali e dei doni da offrire ai potenti convenuti, ai militari di scorta fino all’ultimo servo, non era uno spreco, o un gioco d’esibizione, ma un mezzo di relazioni. Un tratto di una trama continua di alleanze, accordi, posizioni per una società fortemente gerarchizzata e ordinata in tantissimi gradi amministrativi, regali, militari, e sacerdotali.

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La singola commistione tra il buddismo e lo shintoismo come riferimento che accompagna l’al di là nel mondano, in termini trascendenti assolutamente diversi dal nostro, ci offre preziosi tratti nel ricavare indizi dei modi di vedere del mondo asiatico. È una galassia tutta da scoprire pienamente qui da noi, lettori in Italia. L’autrice ci offre uno spaccato che noi diremmo quasi sociologico di come tali pratiche religiose tra il 600 e l’anno Mille, per il nostro calendario, entrano in una forma sincretica e molecolare con le amministrazioni laiche e militari del Giappone.

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Genij fu protagonista di tante occasioni mancate, ma proprio per le sue rinunce e sacrifici d’amore, per estrema generosità e rettitudine pensò al bene di chi gli stava accanto, a garantire che gli eredi legittimi fossero destinati a ruoli imperiali e a preservare gli equilibri delle principesse, imperatrici, concubine, mogli dei governatori. Ciò era ed è il principio base dell’ordinamento e della regola cardine della cultura millenaria giapponese: l’equilibrio e l’adesione alla forma imperiale come testimone di riconoscenza ai contemporanei e guida per i discendenti.

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Assieme a Genij vi sono storie struggenti, dolorose, commoventi, di tante protagoniste e protagonisti, la cui minima indicazione comporterebbe la scrittura di pagine e pagine.

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Una menzione di lode va a Maria Teresa Orsi che ha curato il volume, perché ha compiuto un lavoro titanico di ricerche bibliografiche, di traduzioni, componendo pagine e pagine di note esplicative e di un glossario che permettono al lettore di avviare ricerche personali, che solo un mese per ogni riferimento non basta.  

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Se si legge il libro in modo superficiale, dopo poche pagine subentrerà una noia mostruosa, perché sarà impossibile tenere le fila e il senso di tutto. Se si vuole affrontare una lettura veloce, entro poco tempo si avrà un mal di testa generalizzato e una nausea per la quantità di informazioni immagazzinate che porteranno una indigestione cognitiva.

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Va letto con calma, come un praticante dei riti buddisti e con una tenacia di uno shintoista che ripete le sue preghiere e compiti decine e decine di volte. Prima di analizzare la struttura sociale, amicale, e famigliare, con i riferimenti storici, consiglio di leggere il testo, in prima istanza, con il proprio corpo in una immersione estetica. Ci si lasci andare alla musica, al canto, ai colori della natura, delle piante, dei giardini, delle case, ai profumi al volgere delle stagioni che queste pagine offrono. Ci si sentirà arricchiti di un universo per noi tanto lontano, ma che a una seconda riflessione e lettura più attenta fornirà indizi di una fratellanza anche con le nostre culture, perché tutte assieme cerchiamo di affrontare il cambiamento, la morte e la decadenza, che è proprio il periodo in cui fu pubblicata l’opera. L’impero iniziava a mostrare i segni di cedimento.

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La consapevole decadenza di ciò che fu è sublimata in questa opera d’arte in cui nelle ultime pagine si è travolti da una straripante millenaria dolcezza e commozione nel vivere tutti noi in una fratellanza e sorellanza nel soffrire e nello sperare in un ascolto compassionevole.

CONSIGLI DI LETTURA: L’oscuro visibile di William Golding

L’oscuro visibile di William Golding (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttore), 2022, Mondadori, Milano,
(Ed. originale. Darkness Visible, 1979)

Il destino di personaggi di varia umanità intrisi della propria mediocre crudele meschinità, con l’appuntamento verso il proprio naufragio, nel tentativo flebile di mantenere una luce di consapevolezza su sé e il proprio vivere.

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È una lettura che disturba l’emotività, perché la commozione eventuale non svolge una funzione catartica e la rabbia cresce fino ad implodere contro di sé. L’oscuro visibile non è una zona di ombra scura tra due pareti soleggiate e non è neanche una via che si inoltra nel bosco, ove nell’ingresso finiscono le file dei lampioni stradali.

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Avvertiamo l’oscurità nella mancanza di luce, o per meglio dire nell’impossibilità manifesta di guardare che è un indice della cecità. In questo luogo possiamo scorgere le forme, perché indichiamo e nominiamo gli ambienti, e tra essi qualifichiamo quelli nitidi ed opachi, la notte e il giorno. Abbiamo gli oggetti e gli attributi. L’oscuro visibile non è mostrato nell’oggetto indistinguibile, nella notte di nebbia senza le stelle e senza la Luna. Non è il cono d’ombra tra due fiamme. Non è il luogo della mancanza di luce, tra gli altri luoghi quotidiani. L’oscuro visibile è avvertito per negazione, ovvero nell’impossibilità del visibile da parte dei nostri apparati visivi, tattili e cognitivi di qualificare ciò che innanzi si manifesta. La totalità del mondo si presenta con una radicale mancanza nel poter affermare di essere tutto quello che esiste e che vi è.

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L’oscuro visibile non è in un luogo specifico, o in un qui, o in dopo, perché è connaturato ad ogni oggetto che ci pare chiaro, godibile, descrivibile, giudicabile, è invece, ovunque, in ogni parola ed elemento per noi familiare.

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Se, poi, tra i vari oggetti spaziali, ci rivolgiamo ai nostri stati emotivi, alle nostre volizioni, ai pensieri che moralmente si avvicinano ai tabù, ecco che il peso del nostro corpo avverte tale oscurità, ma non tanto perché vi è un masso esterno che ci schiaccia, quanto invece nell’emergere del presentimento che tutto ciò che ci definisce nel corpo, nella persona e nell’io sia flebile e intrinsecamente fragile. Ci pesa tutto, perché rischiamo continuamente di implodere nella possibilità di non reggere i nostri sistemi valoriali e comportamentali.

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I protagonisti sono stati vittime dei loro genitori, e a loro volta carnefici del proprio passato, dell’esser stati infanti e violenti contro il prossimo nell’aggressione fisica, nella manipolazione, nella calunnia, nel piacere del male e nella voluttà verso i vizi capitali. Il piacere si paga e non soddisfa. Si cede alla pigra visione della sopravvivenza e della fuga delle proprie bugie, attuando riti sacrificali in cerca di vittime che certifichino un sistema di vita coerente con i propri modelli del mondo che si sa, nel fondo, essere incoerenti, incompleti, falsi, truffaldini.

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Si scava con le mani la parte di una cava in cui si sta sprofondando, nel risalire su con le ossa strappate a chi, ignaro, si fida della richiesta di aiuto.

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Un pedofilo che condanna il suo vivere in una risposta finale, un ragazzo uscito vivo per miracolo dai bombardamenti e sfigurato per sempre in un destino che lo accompagnerà in un sacrificio all’interno di un tragitto di passione, una figlia in preda a desideri incestuosi e in una consapevole ricerca di sopraffazione contro il prossimo, una sorella perennemente assente e vuota se non di cospirazione e fuga da tutto. È una costellazione di varia umanità inchiodata nei propri vizi e nelle proprie debolezze, che cerca di rivestirsi in una maleodorante ed ipocrita esistenza, che permette di rimanere a galla, ma in una pozza sempre più fetida e stagnante, prima dell’attimo finale di sprofondare in un mediocre oblio.

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La scrittura è sovrabbondante, a tratti, di dialoghi, e di primo impatto si ha l’impressione di un lungo indugio nella scansione degli eventi, comportando uno sforzo emotivo costante nel reggere la tensione dei vari climax che si susseguono. Tale ridondanza, però, ha lo scopo di analizzare quasi in modo chimico le intenzioni, le posture, gli atteggiamenti, le bugie, i sotto intensi, per offrire un quadro prospettico della condizione di esistenza terribile che è il tratto comune di ogni individuo. La stanchezza che ne risulta dalla lettura ha lo scopo di ingannarci, perché vuole sedurci in modo sottile a immedesimarci nei protagonisti, svuotandoli però delle loro caratteristiche, affinché noi si sia costretti a prenderne in loro posto. E quindi, piano piano, gli oggetti della tesi del libro, diventiamo noi stessi. Se andiamo avanti a leggere in modo più profondo ed emotivo, ci si rende conto che noi stessi possiamo diventare così, anche in una ipotesi assurda e improbabile.  

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Il regalo amaro di questo volume è la consapevolezza che non è impossibile diventare così abietti, perché è anche un nostro tratto distintivo in potenza.

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Arrivato a questo approccio, il lettore si potrebbe domandare il motivo di giungere fino in fondo, dato che si avverte sempre più la sensazione di non avere una via di uscita. Eppure, nonostante lo scoramento, Golding ci offre una porta: se accettiamo questa passione dolorosa, è possibile che la luce fioca che siamo, anche essendo intrisa di una oscurità infinita e indicibile, ha la possibilità di vedersi.

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Quest’opera è una locomotiva che ci arriva addosso. Non si può scappare. Si ferma istantaneamente nel momento in cui si ammette che il mostro che sta arrivando, è semplicemente la nostra terribile intimità.

Se si adotta una lettura superficiale, si rimane nelle rive della lettura pruriginosa nel contemplare la voluttà malata. Se si ha la volontà di immergersi veramente nell’opera, si ha in dono tutto se stessi, ma ciò costa una dolorosa fatica. Sì, nonostante il cinismo che impregna ogni riga, il fuoco, il segno del volto sfigurato da parte di alcuni protagonisti, i percorsi tragici hanno un significato escatologico di speranza. Golding non li argomenta in modo esplicito, ma ci invita a viverli a percorrerli a ripercorrerli, nella speranza della propria Pasqua personale.

CONSIGLI DI LETTURA: La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf

La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf (Autore),
G. Pozzo (Traduttore), 2010 (prima edizione 1891),
Iperborea, Milano

La saga è avvincente e parla dei luoghi atavici della Svezia anche in relazione con le comunità finniche. Vi sono come nelle saghe a noi vicine, i luoghi universali dell’eroe che lotta contra il nemico, l’estraneo, il bosco, le entità sovra mondane e quelle degli abissi. Il pericolo e le minacce provengono anche dal cuore degli esseri umani, sì virtuosi, ma passibili di cadere nel male.

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Il bisogno di crescere, di procreare, e di accedere nell’aldilà, è continuamente ostacolato dall’imprevedibilità del mondo. Il racconto, come in ogni saga, e quindi in ogni narrazione che tesse i miti, tenta di porre un ordine e di chiudere i cicli, per continuare a a dotare di senso lo scorrere del tempo.

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Dagli ordini ciclici della natura, si passa a quello degli stadi della nascita, alla giovinezza, fino alla morte, in modo che l’ostacolo e l’attrito che si ha contro gli altri, il mondo, il mistero, si accordino come i criteri morali e leggi del mondo, che sono anche etiche, aventi a fondamento quelle ultra mondane.

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Poiché nelle storie che riproducono il senso del mondo, alcunché può esser lasciato fuori, ogni oggetto e manifestazione naturale hanno un senso che oltrepassa la semplice presenza; il solo stare. Vi è sempre una intenzione talvolta non immediatamente manifesta, una caratteristica della materia, l’influsso di uno spirito, il moto dell’intero mondo. Lo scopo è quello di avere un “se e un allora”, che fornisca al tempo, una comune ragione del “cosa è”, del “chi è”, e del “perché dell’agire e del divenire”. I luoghi sono quelli dell’eroismo, dell’amore, dell’avidità, del coraggio, della cedevolezza, della prole, e della morte.

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La saga di Selma Lagerlöf è tutto questo e di più. Ebbe un successo che diede all’autrice la possibilità di continuare a scrivere e a divenire una delle prime scrittrici quotate ed autonome nella attività imprenditoriale tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento in Svezia.

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L’opera è qualcosa di più di una saga, perché, essendo un’opera che fu scritta in tempi lunghi e con racconti autonomi, anche nella pubblicazione preliminare nelle riviste, si snoda cambiando le prospettive, in base agli affinamenti dello scrivere dell’autrice. Da una serie di racconti a tema, si passa ai tempi di un romanzo. Da precetti già dati nel piano della morale, e dalla meccanica dei conflitti del protagonista contro il mondo, l’animo, la virtù, i precetti morali, la seduzione, il vizio, diventano la trama che descrive una comunità negli accadimenti della storia ciclica.

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Se nelle saghe tradizionali ed arcaiche che hanno un sapore orale, prima ancora della loro trascrizione, i protagonisti sono netti, chiari, aventi qualità e debolezze che fanno già intuire i loro appuntamenti nefasti o gioiosi con il destino, qui i cavalieri, i nobili, i fabbri, i sacerdoti, il male stesso, da reali e concreti, diventano di volta in volta, i luoghi mitici del racconto post datato, o figure implete, o emanazioni delle divinità paniche, fino a quelle religiose per ritornare poi ad essere in carne ed ossa. Stesso percorso è subito dai boschi, dai fiumi, dai mulini, dai guadi dei fiumi, agli animali e agli spiriti dei boschi che assumono un percorso speculare.

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Vi sono in verità più racconti paralleli che si manifestano nei diversi episodi, incrociandosi talvolta.

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Si passa dai toni picareschi, a quelli di formazione adolescenziali, a quelli di amor sacro e profano, fino alle storie edificanti. Non mancano riferimenti embrionali dell’orrore a quelli lirici.

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L’autrice è abile, spregiudicata, curiosa nell’attraversare i generi entro la struttura della saga. La forza, la distorce, cerca di creare un nuovo stile, anzi più di uno. Invece di definirli compiutamente, però, li lascia incompiuti e li fa cozzare uno con l’altro. Lasciando l’idea che non è detta l’ultima parola sugli eventi narrati.

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È una saga che esce fuori dalle regole canoniche. È un romanzo dell’ottocento che trasforma i protagonisti con più personalità in una forma novecentesca, perché usano la razionalità e le parti nascoste di sé per porsi in relazione con gli spiriti dei boschi e le allegorie monoteistiche.

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In alcuni episodi l’epica volge in un’avventura sulle navi, sulle coste e sui fiumi, ma anche lì rimane inceppata, per ritornare sui luoghi saldi della terra.

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È comunque coinvolgente: i dialoghi non sono banali, e, nonostante le dichiarazioni di virtù e di sacrificio, le norme e gli usi e le consuetudini vengono continuamente poste a critica.  

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È un arcipelago di stili che si tengono insieme e stimolano la fantasia del lettore, solleticando l’indole a vedere con occhi nuovi e più profondi, i meccanismi con quali attribuiamo senso alle cose.

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Quest’opera è un tesoro pieno di monete di diverso conio, che sta a noi, raccogliere e inquadrare in base ai nostri bisogni di progettare il futuro, e i vincoli morali.

CONSIGLI DI LETTURA: Racconti di Isaac Bashevis Singer

Racconti di Isaac Bashevis Singer, Editore Corbaccio,
Milano, 2013, traduttori: Bruno Oddera,
Maria Vasta Dazzi, Mario Biondi

Il corpo di questi racconti che hanno attraversato il vivere di Isaac Bashevis Singer mostrano le sue eccellenti doti nel creare storie brevi e concise, tali da esprimere un climax coerente nello svolgimento delle scene. Il lettore si sente a suo agio nell’introdursi nei mondi evocati dalle singole narrazioni. Non vi sono ambiguità nel delineare i personaggi, perché sono descritti fisicamente con un involucro di segni distintivi dei loro caratteri e con le rispettive morali e biografie.

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La presenza di ogni personaggio dispiega immediatamente il suo mondo, le origini dei suoi modi e delle sue inclinazioni nei rapporti verso gli altri, la divinità e il tempo.

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Nella brevità delle composizioni vi sono, però, più piani concomitanti di lettura, perché si rileva la descrizione di un mondo intero, che parte da una stanza, una via, un villaggio, una città, un paese, un popolo, una nazione, un intero continente. Non è solo una descrizione fotografica, perché ogni uso e consuetudine ha una sua storia, un tratto distintivo di regole morali e di rapporti con le autorità mondane e con le dimensioni religiose.

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I protagonisti esprimono il carico di un popolo nell’interrogarsi sull’umanità di ognuno e degli altri individui appartenenti a religioni e paesi diversi e lontani.

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Il nucleo narrativo è innestato nelle comunità degli ebrei aschenaziti: il gruppo religioso ebraico originario dell’Europa centrale e orientale, tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. I racconti sono ambientati nei periodi che intercorrono tra la seconda metà dell’ottocento e nella prima metà del novecento, per intersecarsi, infine, con la biografia dell’autore, passando dalla giovinezza, fino ai racconti della vecchiezza.

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I protagonisti sono tutti appartenenti alle comunità aschenazite si fondono con le vicende verosimili accadute in Prussia, Germania, Svezia, Russia, Ucraina, Lituania, Olanda, Francia, Israele, fino agli Stati Uniti.

La struttura narrativa esprime una tensione costante tra i precetti religiosi yiddish, densi di regole, consigli, dibattiti, interpretazione del divino e di ogni aspetto pubblico e privato delle proprie interazioni sociali ed amicali.

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I demoni intervengono come attori in gioco, mostrando anch’essi le debolezze, i dubbi e i crucci sul proprio operato. Dibattono con i protagonisti, nel tentativo di dominarli e di soggiogarli in una tensione continua tra la fede, l’aderenza ai precetti religiosi, e l’esigenza di esprimere le proprie convinzioni.

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Si ammirano le multiformi culture yiddish, nelle loro inclinazioni a dibattere circa la bontà dell’operato di ognuno dalle azioni e dalle scelte capitali fino alle pratiche quotidiane nell’osservanza dei precetti delle feste e delle preghiere. Vi è una esorbitante pervasività della religione che è correlata, però, alla sua messa in discussione perenne. Sono godibili, e in certi casi comici, i dissidi, e i conflitti tra chi agisce, chi giudica, chi si oppone, chi cerca di comporre una giustificazione del proprio operato, fino all’intera biografia personale. Si dibatte e si litiga anche da morti. L’ultramondano è un elemento essenziale del senso e dello scopo che si dà al tempo e allo spazio del mondo.

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Ognuno si sente un estraneo nel suo tempo e in ogni luogo, ma ogni ambiente è famigliare, perché è passibile ad accogliere le comunità aschenazite, in perenne bisogno di un luogo stanziale, che è però accompagnato dalla consapevolezza di poter risiedere ovunque. Ogni sito è la propria casa, seppure litigiosa, instabile, sotto i colpi delle violenze altrui, dei pogrom, del razzismo, dell’odio e dell’ostilità preconcetta.

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Si sopravvive, nonostante tutto, alle avversità esogene, e alle proprie debolezze e peccati. Nella pena subita, e nella disperazione, vi è comunque una speranza inconscia di poter rimediare e di avere una seconda possibilità, anche di fronte alla divinità giudicante.

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Vi è una infinita, inestinguibile e incrollabile ricerca di senso. I messaggi e i tempi sottostanti travalicano questo popolo, per interpretare l’esigenza di ogni individuo: narrare il proprio vivere in una coerenza tale da permettere un giudizio su di sé e quindi uno scopo per il futuro e per l’eterno. La condizione universale della speranza.

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Una ironica compassione è distesa nei ruoli e nei caratteri degli agenti sociali. L’amaro disincanto che trasuda nel ritmo dei dialoghi e degli eventi, però, non è mai sarcastico, perché l’autore parla di sé, assimilando le inclinazioni dei protagonisti.

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Questi racconti gravitano presso una domanda che Isaac Singer rivolge a se stesso: sono stato degno? Di quanto il mio vivere è stato coerente con i precetti che mi sono imposto e a cui credo e mi identifico? E se ho, come sicuramente lo è per me, e per il mio popolo, oltre che per il genere umano, la possibilità di rimediare e di migliorare?

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Che speranze abbiamo nonostante i limiti, i pregiudizi e la superficiale ignoranza che ci contraddistingue?

La lettura dei racconti è già una risposta ai quesiti dell’autore, perché si è invitati a contribuire con la propria fruizione e i propri giudizi in questo percorso infinito della fruizione estetica, tale da renderci più aperti a sentire il mondo e ad immaginare uno scopo commendevole.

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Emerge la speranza di un uomo, di un popolo, del genere umano, di noi stessi che leggiamo: acconsentire al proprio vivere, testimoniare il proprio vissuto, pregare di poter ancora vivere, se non altro per rimediare alle parti più oscure che appesantiscono il cuore e l’anima.

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La lingua yiddish ride di se stessa, svelando la sua limitatezza e dichiarando quindi la volontà di apprendere, quindi di affermare la volontà di vivere, nonostante tutto.

IO è UN ALTRO. Settologia. Vol. 3-5 di Jon Fosse

Io è un altro. Settologia. Vol. 3-5 di Jon Fosse, Margherita Podestà Heir (Traduttore)
La nave di Teseo, Milano, 2021.

Questo romanzo, sebbene sia autonomo nella lettura, segue idealmente il precedente in ordine temporale: “L’altro nome. Settologia. Vol. 1-2” del quale ne scrissi qui nel mese di giugno del 2022 – https://www.linomilita.com/uncategorized/%c2%a7laltro-nome-settologia-vol-1-2/

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Di certo è auspicabile una lettura di entrambe le opere.  Comunque, poiché lo stile di entrambi è corredato da rimandi continui, in cui i personaggi, il tempo, gli avvenimenti, riemergono in una ripetizione concentrica per l’acquisizione di sempre nuovi elementi e in parallelo, in una dinamica a spirale, nel ritorno degli scenari, ma da punti di vista sempre diversi, si ha che ogni pagina è una vertigine cui attingere senso e significato.

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Lo stile di “Io è un altro” è un flusso di coscienza, ma non nel senso tradizionale letterario cui siamo abituati dalle letture scolastiche circa gli scrittori del primo novecento. Benché i segni di interpunzione siano latitanti, vi sono strutture nascoste che facilitano il lettore senza che se ne possa rendere conto in modo immediato.

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Tale stratagemma non è offerto per una dimostrazione virtuosistica delle straordinarie capacità di scrittura dell’autore. Seguono infatti precise logiche dei temi dispiegati nella composizione letteraria.

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Questo romanzo, come il precedente, dispiega una imponente richiesta di Dio. Della divinità che appartiene alla comunità culturale del protagonista, Asle, che è cattolico, e si estende a interpretarla nelle indefinite variazioni di ogni essere umano, anche di quelli che dichiarano un orientamento prevalentemente laico, agnostico, ateo, o di istintiva aderenza alla mistica e al mistero mondano.

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E per questo richiamo universale lo stile di scrittura individua una precisa forma di preghiera. La speranza è la manifestazione di una concezione del futuro, in cui si richiede una possibilità a ricevere una risposta. La preghiera è il senso di una mancanza, ovvero della dichiarazione che vi è ciò che è ulteriore rispetto a sé, che vi è l’altro, il mondo, me stesso, un altro me stesso, un altro in tempi paralleli, o incomunicabili, oppure ancora traslati. Che vi è la possibilità in cui il tempo fluisce in una memoria che è viva e concreta.

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Lo stesso vivere del protagonista, assieme a quello dell’altro e degli altri, costituisce un coro, che estende la richiesta all’onnipotenza in un crescendo indefinito e quindi universale. Questa preghiera è il significato del vivere nel tempo verso uno scopo.

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Il romanzo offre molteplici chiavi di lettura, che, però a mio modestissimo parere consiglio di lasciarle emergere nel corso della lettura, perché ed è qui la grandezza di Jon Fosse, che è prima di tutto una trascrizione orale. Nei dialetti della lingua norvegese vi sono cantilene tipiche di un luogo di provenienza dello stesso autore, contraddistinte dalla ripetizione delle frasi, ove si genera un contrappunto tra i dialoganti. Tale caratteristica permette al lettore di avere un filo che ricostruisce ogni volta la trama degli eventi.

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È una lettura ipnotica, e non può che essere tale, perché è rivolta ad un pubblico, cui si richiede di divenire parte del coro. Se il lettore non fugge, quasi per incanto, si trova in modo prosodico quasi “rapito” da questa preghiera così semplice, ma impressionante nel suo crescendo, da divenire familiare.

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E diventa proprio una parte di sé, perché richiama il nostro passato, il nostro vernacolo: mamma, nonno, nonna, zia, fratello, sorella, il luogo dei giochi e quello della crescita, la lacrima del dolore e l’urlo della paura, e la meraviglia giocosa del mondo e dell’amore, tra la nascita, il vivere, l’invecchiare e il morire.

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Consiglio, ogni tanto, di ricercare, anche in rete i significati dei nomi norvegesi utilizzati: si avranno ulteriori chiavi di lettura, segno questo che l’opera non è un flusso inconscio scritto in modo disordinato e veloce. No, e sebbene magari pagina per pagina per le singole situazioni, possano essere state impiegate tecniche stilistiche poetiche e drammaturgiche (ricordiamoci che Jon Fosse è anche un autore di sceneggiature teatrali), in queste appaiono connessioni altamente sofisticate.

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E non può che essere così, perché è la stessa matrice di questo scritto: una preghiera che si snoda in un rosario, il quale è il diario del nostro vivere.

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In questa confessione corale l’antagonista, il pubblico, il palcoscenico della memoria sdoppiano e triplicano i personaggi in base alla speranza di richiamare un tempo circolare, che non è perduto, ma presente, perché contiene il destino e le vite parallele che oscillano tra il presente e il passato. Codesto vivere non segue una linearità verticale da un prima e un dopo, ma è ad esso ortogonali: oscilla nell’attimo della confessione. In tale postura il lettore non è un sacerdote seduto e separato, ma partecipa con lui, e di lui.

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Il rosario è la preghiera, cioè il richiamo all’ultramondano, il contatto nel tempo, la rimessa in atto del tempo ciclico.

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145-48 a stabilire del tutto se sia Dio o lei a essermi accanto e Ales dice che non serve che io ci pensi, mi dice e rimango seduto stringendo la croce in fondo al rosario e poi prego che, lì dove si trova, Ales stia bene, che Dio sia buono con lei e Ales mi chiede come io faccia a non capire che sta bene e allora le dico che sì, me lo sento dentro, dico e che avverto la sensazione di non voler dipingere mai più, dico e Ales dice che mi capisce, ho dipinto così tanti quadri, ho fatto la mia parte, forse ho dipinto i miei quadri, ciò che avevo bisogno di dipingere, dice e anche se non dipingerò più me la caverò, ho abbastanza di che vivere, dice Ales e io dico di sì e lei dice che forse non manca ancora molto tempo prima che anch’io ritorni a Dio, ritornerò là da dove sono giunto, a ciò dove è lei adesso, dice Ales e penso che è così, una persona viene da Dio e ritorna a Dio, penso, perché il corpo viene concepito, cresce, decade, muore e scompare, invece lo spirito è un’unità di corpo e anima, così come in un buon quadro forma e contenuto rappresentano un’unità invisibile, sì, che costituisce lo spirito del quadro, per dirla così, proprio come avviene in tutte le opere d’arte, e anche in una buona poesia, sì, in un buon brano musicale, sì, è quest’unità a essere lo spirito presente nell’opera ed è lo spirito, l’unità di corpo e anima, a sorgere dai morti, sì, che è resuscitata nella carne, e questa resurrezione avviene in continuazione ed è eterna perché, non appena muore, un essere umano viene mondato della colpa, ciò che lo separava da Dio è scomparso perché è di nuovo presso Dio, sì, è questa l’immagine più profonda che ho dentro di me, quella a cui tutte le altre che ho cercato di dipingere si sforzano di somigliare, questa immagine interiore che è una specie di anima e una specie di corpo in uno, sì, che è il mio spirito, e quello che chiamo spirito, ritorna a Dio e diventa parte di Dio e al contempo rimane sé stessa, penso e Ales dice che è così, fino a dove ci si può spingere con il pensiero e a parole è così, ma non lo si può dire a parole, dice Ales e dico che no, certo che no, e dico che tutte le religioni e le confessioni dicono, o cercano di dire qualcosa al riguardo, e tutte ci riescono ma in modi diversi, sono come la lingua, dico e in realtà tutte dicono soltanto una piccolissima parte della realtà, sì, e come io stesso ho ripetuto così tante volte, pensa che infinità di nomi ci sarebbe stata se tutti i colori avessero un nome, dico e Ales dice che anche senza la lingua non sarebbe stato meglio e adesso possiamo parlare insieme perché abbiamo la stessa fede, la stessa lingua, sì, ma sono i nostri angeli a renderlo possibile, dice Ales, perché in realtà adesso sono il suo angelo e il mio a parlare insieme e affinché un angelo esista bisogna credere che sia così e per dirlo servono le parole, avere la parola angelo, e se uno non crede che Dio esiste, allora Dio non esiste, né durante la sua vita né quando è morto, per cui la parola Dio è necessaria, ma nel profondo tutti credono in Dio, semplicemente non lo sanno, perché Dio è così vicino che non lo notano ed è così lontano che anche per questo motivo non lo notano, ed è così anche con l’angelo, con gli angeli, e comunque tutti i morti sono presso Dio, sono ritornati a Dio, semplicemente non lo sanno, dice Ales e io non so se capisco del tutto quello che dice e non so del tutto cosa dire e allora le dico che sento la sua mancanza e Ales dice che anche lei sente la mia ma, anche se non siamo più insieme sulla terra in maniera visibile, siamo comunque insieme in maniera invisibile e in effetti lo sento, mi dice e le dico che lo stesso vale per me e io e lei riusciamo persino a parlare insieme, dico e Ales dice che possiamo farlo, ma solo perché ci sono i nostri angeli e perché io dico o penso le sue parole, non è lei a pronunciarle, per lei tutto quanto esiste è lingua poiché Dio è la purezza della lingua, la totalità della lingua, la lingua priva di divisioni e fratture, sì, lo si può anche esprimere così, dice Ales e poi aggiunge che tra non molto saremo inseparabilmente insieme in Dio, noi due insieme, come sulla terra, ma in Dio, dice Ales e non può dirmi com’è perché risulta inimmaginabile all’essere umano, dice Ales e le dico che sono stanco e Ales dice che posso andare a coricarmi, sì, è quello che devo fare, mi dice e seduto sulla mia sedia guardo la mia linea di orientamento sull’acqua, quasi al centro del mare di Sygnesjøen, verso le onde e la voce di Ales svanisce e stringo la croce del Rosario, vedo le parole davanti a me e dico dentro di me Pater noster Qui es in cælis Sanctificetur nomen tuum Adveniat regnum tuum Fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra Panem nostrum quotidianum da nobis hodie et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris Et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a malo e sposto il pollice e l’indice in alto, sul primo grano che si trova tra la croce e i tre grani successivi e recito dentro di me Padre nostro che sei nei cieli Sia santificato il tuo nome Venga il tuo regno Sia fatta la tua volontà così in cielo come in terra Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male e sposto il pollice e l’indice in basso, sulla croce marrone di legno, la stringo e ripeto in continuazione dentro di me mentre inspiro profondamente Signore e mentre espiro lentamente Gesù e mentre inspiro profondamente Cristo e mentre espiro lentamente Abbi pietà e mentre inspiro profondamente Di me

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172-175 aveva scritto Meister Eckhart, diceva Ales e diceva che quando sentiva il modo in cui molti cristiani abusavano del nome di Dio allora pensava che, se Dio fosse stato così come loro credevano fosse, allora lei non avrebbe potuto credere in Lui, sosteneva, ricordo che me l’aveva detto uno dei primi giorni in cui stavamo insieme, penso e ho letto sicuramente troppo poco, ma ogni tanto ho avuto modo di leggere la Bibbia e ci sono dei passi che mi hanno dato molto, forse più di tutti dove dice che il regno di Dio è dentro di te, dentro di noi, dentro di me, perché avverto perennemente qualcosa di paragonabile alla presenza di Dio, penso e Ales diceva che forse quello che percepivo era l’angelo custode? o forse lo Spirito Santo che era vicino a me? diceva, penso, ma quelle erano solo parole, perché in realtà qual è la differenza? penso e penso che la Bibbia vada interpretata, vada letta metaforicamente, sì, come un’immagine, come un quadro, con la propria verità, perché la Bibbia è letteratura e quando si arriva al nocciolo della questione la letteratura e l’arte visiva sono la stessa cosa, credo, e la Bibbia va capita partendo dal suo stesso spirito, perché la lettera dell’alfabeto uccide, mentre lo Spirito dà vita, come scrive Paolo, penso, perché, anche se la Bibbia è letteratura, è anche molto più di essa, penso e per quanto mi riguarda, sono quasi al limite di ciò che significa far parte della Chiesa cattolica, penso, o forse sono un outsider, visto come la penso, eppure ho trovato il mio posto nella Chiesa, penso, e considerarsi cattolici non è soltanto una questione di fede, ma è un modo di vivere la propria vita e nel mondo che può somigliare all’essere un artista, perché anche essere pittore è un modo di vivere, un modo di esistere nel mondo, e per me questi due modi di essere nel mondo si sposano bene perché entrambi creano, per dirla così, una certa distanza dal mondo mentre al contempo indicano qualcos’altro, qualcosa che è presente nel mondo, qualcosa di immanente, come dicono, e qualcosa di lontano dal mondo, qualcosa di trascendente, come dicono, e tutto questo è alquanto incomprensibile, penso e penso ancora una volta che il regno di Dio è presente dentro di me, perché esiste un regno di Dio, penso e lo si può percepire quando mi faccio il segno della croce, penso e mi faccio il segno della croce, e mi faccio il segno della croce in continuazione, ma soltanto quando sono solo, tranne in Chiesa, e sono capace di ripetere questo gesto più volte al giorno, quando vengo sopraffatto dal dolore, ma anche quando mi sento colmo di un profondo senso di gratitudine, sì, anche in quel caso, e mi faccio il segno della croce in continuazione e in esso è presente una forza, sì, e questa forza c’è di sicuro, per quanto sia impossibile stabilirne la natura, perché è priva di parole, ma c’è e questo è un dato di fatto ed è impossibile capire perché è così, ci risulta incomprensibile, penso e guardo tutti i rosari appesi alla parete più corta, sopra la panca, perché ne ho tanti, me li ha dati tutti Ales, e adesso quelli che mi ha dato Ales sono appesi insieme ai suoi otto a un gancio sopra l’estremità della panca, a parte quello che porto sempre indosso, penso e penso che anche nell’eucarestia ci sia una strana forza, sì, ogni volta che il sacerdote solleva il pane durante la consacrazione, come la chiamano, affinché diventi il corpo di Cristo, dall’ostia si sprigiona una sorta di luce, sì, la vedo, la vedo con i miei occhi, dall’ostia si diffonde una debole luce che può essere più forte o più fioca, oppure proviene dall’aureola che la circonda, a volte questa luce la si intravede soltanto, sì, come se fosse avvolta da una nebbia, però è possibile percepirla anche in questa specie di foschia, o invece appare come un’aureola distinta intorno all’ostia, è qualcosa di incomprensibile, ma sono consapevole di ciò che vivo, so ciò che percepisco, e sicuramente potrebbe anche essere frutto della mia immaginazione, e allora? penso e penso che le parole, sì, la lingua, ci connettono a Dio e allo stesso tempo ci separano da Lui, penso e adesso fa così freddo che devo accendere la stufa, penso e mi alzo e Brage cade per terra, mi ero dimenticato che dormiva sulle mie gambe, anche questo non va bene, penso e Brage mi guarda con i suoi occhi di cane, mi dirigo verso la stufa e aggiungo un po’ di trucioli, dei rametti e un ciocco, accendo e il fuoco comincia subito ad ardere, aggiungo un altro ciocco e guardo la legna e penso che non sarei mai diventato cattolico se Ales non lo fosse stata a sua volta, ma lo sono diventato anche perché non potevo continuare a bere come facevo, alla fine bevevo quasi ininterrottamente, ed era impensabile che continuassi così perché, se volevo dipingere bene, dovevo essere sobrio e anche se bevevo poco, perdevo la concentrazione e la precisione che richiede la pittura, quindi o la pittura o l’alcol, penso e quando è sparito l’alcol, il suo posto è stato preso dalla messa, perché in un certo senso tutti hanno bisogno di qualcosa, penso e penso che nell’ultimo periodo in cui io e Ales abitavamo a Bjørgvin, trascorrevo la maggior parte del tempo al Pub, penso e Ales era venuta a prendermi in più occasioni, penso, perché mi capitava di bere giorno e notte e non mi sono mai pentito di essermi convertito, perché diventare cattolico, e non solo avvertire costantemente la presenza di Dio come facevo anche prima della mia conversione, mi ha fatto solo bene

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210-213 richiudo la porta e penso che avrei dovuto dipingere un po’ e in quello stesso istante è come se una sorta di buio cadesse sopra e dentro di me e penso di non avere più la forza per dipingere, ho fatto la mia parte, ho dipinto tutto ciò che dovevo dipingere, adesso ho chiuso con la pittura, non voglio più dipingere, penso, adesso basta, penso e vado in soggiorno e vedo sul cavalletto quel brutto quadro con le due linee che s’intersecano, no, non mi va più di vederlo, e non ho neanche la forza di toglierlo dal cavalletto e aggiungerlo alla pila di dipinti che non sono ancora finiti, quelli di cui non sono del tutto soddisfatto, non ne ho la voglia e non ne ho la forza, penso e guardo il cavalletto e penso che, ora che lo sto guardando, non è come se, è il pensiero che mi passa per la testa in questo momento, sì, non è come se in esso ci fosse anche Dio, nel cavalletto? e di sicuro sto impazzendo, penso, perché è come se Dio mi guardasse da ogni piccola cosa, penso e mi guardo intorno ed è come se Dio fosse presente in tutto ciò che mi circonda, penso, ed è come se mi guardasse da ogni cosa, penso e penso che il tavolo rotondo non mi sta forse dicendo con il suo silenzio che Dio è vicino? e le due sedie? e in maniera così netta quella dove si sedeva Ales, Dio mi vede assolutamente da quella sedia, penso e penso che è quando sono solo nella mia oscurità, nella mia solitudine, perché a essere sinceri si tratta proprio di solitudine, è quando riesco a stare il più possibile in silenzio che Dio è più vicino, nella sua lontananza, e sono, sì, quasi come un monaco, penso e mi viene da ridere perché è difficile immaginarsi qualcuno che sia tanto più diverso da un monaco di me, o forse c’è una certa somiglianza perché anch’io mi sono ritirato dalla vita, un po’ come un monaco, penso, per immergermi in questo dipingere privo di parole, sì, nella solitudine, come mi verrebbe da dire se non suonasse così sbagliato, penso, però in effetti mi sono ritirato nella preghiera silenziosa della pittura, forse questo modo di esprimersi è più corretto, eppure anche così suona sbagliato, penso, e mi sono ritirato anche nella quiete che infonde la pittura, penso, ma si tratta di parole troppo grandi, e false, la verità è molto semplicemente che, giorno dopo giorno, per tutti questi anni non ho fatto altro che dipingere, con tutta l’umiltà che possiedo ho continuato a dipingere e probabilmente devo continuare, perché cos’altro saprei fare? ma non voglio più dipingere, penso e se non voglio più dipingere, non ne ho più bisogno, penso e penso che Dio si celi sempre, è come se si mostrasse nascondendosi, nella vita, nelle cose, in tutto ciò che è, sì, certamente anche in un quadro, e forse è proprio così, che più Dio si nasconde più Lui si mostra, e viceversa, sì, più Lo si vuole mostrare, viene mostrato o si suppone che sia questo o quello, più si nasconde, penso, Dio si manifesta nascondendosi ed è in questo nascondimento che c’è Dio, è nel nascondimento di Dio che posso dimenticare me stesso e nascondere me stesso, soltanto lì, penso, ed è una cosa impossibile da capire, è incomprensibile, ma è proprio quando capisci di non poter capire Dio che allora Lo capisci, ed è così ovvio che non c’è neppure bisogno di essere detto, e non c’è bisogno di essere pensato, sì, è palese come il fatto che le parole di Dio sono silenziose, penso, perché in realtà è quello che sono, ma anche questo è ovvio, perché Dio parla in silenzio da tutto ciò che è, e questo silenzio è stato spezzato solo quando la Parola è venuta nel mondo, quando Cristo è giunto sulla Terra, soltanto in quel momento si è potuta sentire la parola di Dio, sì, la si può pensare anche così, ma ci credo veramente? penso, ma ha senso? penso, no, forse no, o forse uno può essere nascosto in Cristo, nelle sue parole, ed è per questo che c’è speranza nel grande silenzio di Dio? ma ci credo? no, forse no, non alle parole, ma non ho bisogno di credere alla presenza di Dio, perché più sono buio più Dio è vicino, penso, è un fatto, penso ed è qualcosa che penso sempre anche se con questo mio pensiero non riesco a spingermi oltre, l’unico modo in cui ci riesco è con la pittura, oltre? cosa intendo dire? penso, perché ho appena pensato che non voglio, non ho più la forza di continuare a dipingere, penso e guardo la sedia dove si sedeva Ales e penso che la lingua silenziosa che proviene dalla sedia è reale, è ridicolo, ma lo penso seriamente, sì, che il parlare silenzioso di Dio viene dalla sedia, sì, Dio mi guarda e mi parla in silenzio dalla sedia di Ales, penso, perché vi è nascosta una quiete in tutto ciò che è ed è questa quiete silenziosa a costituire l’elemento più intimo di tutta la realtà, penso, ed è questa quiete muta a incarnare il silenzio creatore di Dio, come diceva Ales, perché Dio è una luce non-creata, diceva e io stesso sperimento di persona che è il buio più nero a essere la luce di Dio, questo buio che può essere dentro e intorno a me, sì, il buio che ora mi sento di essere, perché nel buio c’è una quiete dove risuona silenziosa la voce di Dio, penso e guardo la sedia vicino al tavolo dove mi siedo sempre e vado verso la sedia, mi siedo, trovo il mio punto di riferimento e guardo verso quel punto, guardo le onde e penso che, quando guardo come in questo momento il mare, spesso prego in silenzio e allora anche Ales è vicina, e i miei genitori, e mia sorella Alida, e Nonna, e Sigve, e divento quieto e muto dentro di me e penso che in tutti gli esseri umani alberghi un anelito profondo, perché aneliamo sempre, sempre, a qualcosa e crediamo che sia questo o quello, questa cosa o quella, ma in realtà aneliamo a Dio, perché l’essere umano è una continua preghiera, attraverso il suo anelito l’essere umano è una preghiera, penso e guardo la sedia accanto a me

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245-47 Sì, dico E Sorella si chiama Guro, anche se la chiamo sempre e soltanto Sorella, dice Guro, sì, dico Allora siamo d’accordo che quest’anno andiamo insieme con la mia Barca a festeggiare il Natale a casa di Sorella? dice Åsleik Sì, dico Dobbiamo fare un brindisi, dice e Åsleik alza il suo bicchierino d’acquavite e io il mio con l’acqua e brindiamo e di colpo qualcosa mi assale, come una paura, sì, mi sento quasi sopraffatto dallo stesso terrore, dalla stessa angoscia che mi veniva quando dovevo leggere ad alta voce al Liceo e dico che ho bisogno di tornare a casa, dico e Åsleik mi guarda senza capire Accidenti, che fretta, dice Sì, dico e mi sono alzato e lo ringrazio per l’ottima cena, il cibo era buonissimo, dico Ma perché te ne devi andare così all’improvviso? dice Åsleik e non so cosa rispondergli e dico solo che mi è venuta in mente una cosa e aggiungo che ci sentiamo presto e mi dirigo verso la macchina e noto che la paura è diminuita, accendo l’auto e penso che adesso ho bisogno di recitare dentro di me un’Ave Maria, di solito mi aiuta quando vengo assalito dal terrore, cosa che capita, anche se non così spesso, e mai senza un motivo specifico, e dico l’Ave Maria e di solito serve, penso e, seduto in macchina, tiro fuori il rosario da sotto il maglione e penso se ci credo davvero in tutto questo, no, in realtà no, penso e stringo la croce tra il pollice e l’indice e dentro di me dico Ave Maria Gratia plena Dominus tecum Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui Iesus Sancta Maria Mater Dei Ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostræ e sposto il pollice e l’indice in alto sul primo grano e dico dentro di me Pater noster Qui es in cælis Sanctificetur nomen tuum Adveniat regnum tuum Fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra Panem nostrum quotidianum da nobis hodie et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris Et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a malo e sposto il pollice e l’indice in basso sulla croce e dico Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male e stringo la croce marrone di legno tra il pollice e l’indice e poi dico, continuo a ripetere dentro di me, mentre inspiro profondamente Signore e mentre espiro lentamente Gesù e mentre inspiro profondamente Cristo e mentre espiro lentamente Abbi pietà e mentre inspiro profondamente Di me

§CONSIGLI DI LETTURA: MONDI SENZA FINE

Mondi senza fine, 2023, Urania, Mondadori, Milano, di Clifford D. Simak (Autore), Davide De Boni (Traduttore)

Il volume contiene 4 romanzi di Clifford Donald Simak: “Oltre l’invisibile”; “City”; “Way Sation” e “L’Ospite Del Senatore Horton”. Sono contraddistinti da una narrativa immaginifica con un senso della meraviglia, che invita il lettore a espandere il suo orizzonte visivo nel cosmo, mentre ci si immerge nel profondo dell’animo umano.

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Il cuore del singolo e l’infinito del cosmo che convergono in una domanda: “Perché io Esisto?” e “Cosa è l’umanità?”

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Domande terribili, che, però, sono dispiegate in una narrazione fantascientifica, evocativa, pudica e discreta, con una poetica magica, che effonde una pacifica suggestione di rilassatezza e di buona disposizione a pensare l’incertezza.

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È impossibile leggere questi romanzi in modo distaccato, perché l’autore esige la collaborazione e la compassione del lettore rivolta a tutte le creature viventi e a quella particolare manifestazione del cosmo che è l’uomo, anche nelle sue gesta violente e distruttive.

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Vi sono domande radicali, cui il lettore non può evitare di interrogarsi. Nel romanzo “Oltre L’invisibile” è posto principalmente il tema della presunta superiorità e del diritto dell’essere umano di disporre di ogni essere vivente dell’universo.

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59-60 “ […] «Per farla breve,» proseguì Stevens «siamo portavoce dell’idea che agli androidi dovrebbe essere garantita l’uguaglianza con il genere umano. Di fatto, sono umani sotto ogni aspetto tranne uno.» «Non possono avere figli»

[…]

«Migliaia di anni fa è stato cancellato ogni legame di schiavitù tra esseri umani biologici. Ma oggi esiste un altro tipo di schiavitù, che lega l’umano fabbricato a quello biologico. Perché gli androidi sono una proprietà. Non vivono come padroni del proprio destino, ma al servizio di una forma di vita identica alla loro… identica sotto ogni aspetto, tranne per il fatto che una è biologicamente fertile, mentre l’altra è sterile» […]”

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203-204   Tutta la vita possiede un destino, non soltanto quella umana. Esiste una creatura del destino per ogni altro essere vivente. Per ogni essere vivente e anche di più. Aspettano che la vita accada, e ogni volta che si manifesta una di loro è lì, e ci rimane fino alla conclusione di quella specifica vita. Non so come, né perché. Non so se il vero Johnny sia alloggiato nella mia mente e nel mio essere o se rimanga semplicemente in contatto con me da 61 Cygni. Ma so che è con me. So che resterà.

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“City. Anni senza fine” si compone di una sapiente architettura di racconti mitici circa l’esistenza della presunta “razza umana”. E qui si arriva alla definizione del ciclo della nascita e della morte di ogni età del mondo, e delle specie viventi in essa coeve. Il timore della memoria e della ricerca di senso di ciò che si è stati e dello scopo di ogni senziente è mostrato, in una riflessione dolorosa, sperduta, alla ricerca di almeno una rispondenza temporale della veridicità del proprio esser stati in vita.

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622-624 “”[…] «Ci sono altri mondi là fuori,» stava dicendo Andrew «e in alcuni di essi c’è vita. E persino una qualche forma di intelligenza. C’è del lavoro da fare.» Non poteva trasferirsi nel mondo delle ombre in cui si erano stabiliti i Cani. Molto tempo prima, quando tutto era iniziato, i Webster se n’erano andati per far sì che i Cani fossero liberi di sviluppare la propria civiltà senza interferenze da parte degli umani. E lui non poteva essere da meno rispetto ai Webster, perché anche lui, dopotutto, era un Webster. Non poteva intromettersi nelle loro vite; non poteva interferire. Aveva tentato la strada dell’oblio, provando a ignorare il tempo, ma non aveva funzionato, perché nessun robot poteva dimenticare. Si era convinto che le formiche non avrebbero mai avuto importanza. Si era risentito per la loro presenza, certe volte le aveva persino odiate, perché se non fosse stato per loro, i Cani sarebbero stati ancora lì. Ma adesso si rendeva conto che tutta la vita aveva importanza. C’erano ancora i topi, ma quelli stavano meglio da soli. Erano gli ultimi mammiferi rimasti sulla Terra, e non dovevano esserci interferenze. Loro non ne volevano e non ne avevano bisogno, se la sarebbero cavata bene. Avrebbero forgiato da soli il proprio destino, e se il loro destino non fosse stato altro che rimanere semplici topi, non ci sarebbe stato niente di male in questo.

[…]

 Col tempo non ci sarebbe stata più nessuna casa, ma solo un tumulo d’argilla a contrassegnare il punto in cui in passato ne sorgeva una. Tutto derivava dal fatto di aver vissuto troppo a lungo, meditò Jenkins – aver vissuto troppo a lungo e non essere in grado di dimenticare. Quella sarebbe stata la parte più difficile: lui non avrebbe mai dimenticato. Si voltò e riattraversò la porta e il patio. Andrew lo stava aspettando ai piedi della scala che portava a bordo dell’astronave. Jenkins tentò di dire addio, ma non ne fu capace. Se solo avesse potuto piangere, pensò… ma i robot non potevano piangere […]”

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“Way Station. La casa delle finestre nere” accoglie tutti noi in una sensazione di struggimento, nostalgia di amore, di una civiltà, del tempo, il passato e il presente, che si confronta con l’eternità, per venirne a patti. Il dilemma scaturito dalla consapevolezza che la mortalità ha le idee, i pensieri, la memoria, le aspirazioni, la fantasia.

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Se diventassimo immortali, d’altro canto e se fosse impossibile cambiare il proprio sé rispetto ai tempi più lunghi imposti al proprio io e alla propria mente, ciò colliderebbe con la nostra specifica individualità: la nozione dell’<Io>. Simak suggerisce che il sottoscritto, voi, e ogni mortale che ancora deve nascere, ha dei limiti nella sua evoluzione.

Il dubbio che l’evoluzione trascenda la mia intelligenza: informa che io sono destinato a diventare un passato, ovvero una parte di ciò che avverrà, o semplicemente di comporsi in un magma che sprofonda nell’oblio.

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La volontà di sopravvivere, mantenendo la memoria e la biografia del proprio animo, nella sua tensione di espandersi verso il tutto, ha la sua evoluzione in una sublimazione in un futuro che ingloba il passato.

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Il mortale, quindi, ha come suo elemento costitutivo la perenne oscillazione di senso tra l’oblio e la negazione della realtà come altra da sé. Si rimane quindi imprigionati in questo dilemma, avendo la tentazione della scappatoia verso la morte. Con il terribile timore che l’eternità  possa soltanto promettere l’angoscia del fallimento.

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Certamente Simak non pensava nel modo in cui il sottoscritto sta radicalizzando i suoi intenti e la sua poetica, ma egli è un grande scrittore che supera il genere della fantascienza, perché i suoi romanzi sfuggono dalle sue stesse premesse e intenti. Diventano dei classici. Acquisiscono una vita propria e si nutrono del fascino e delle sensibilità del pubblico che sopravviene nel tempo e nei luoghi ulteriori a quelli di riferimento all’atto della pubblicazione dello stesso autore.

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I suoi romanzi hanno un lirismo poetico, una struttura mitica, una passione commovente nel cercare un abbraccio di consapevolezza circa i propri dilemmi, verso qualunque essere umano, anzi oltre esso: qualsiasi forma del vivere.

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Sono il protagonista del mondo? Certamente i valori, i criteri della verità sono tali, coerenti e adeguati entro la mia specie, che si vede unica e il resto dell’universo un residuo. Mi concedo, quindi, il lusso di guerreggiare e distruggere. Ma l’intelligenza e l’idea dell’anima, questo mio “io” e “destino” correlato, sono i punti insondabili di ciò che è la rappresentazione del mondo. Oppure ne sono un epifenomeno tra i tanti? E quindi ancora la nozione del vivere e la rappresentazione di esso, nei modelli di vita, non potrebbero essere di più e diversi da noi?

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L’insignificanza, ancora prima dell’oblio, comporta in questi romanzi, dalla paura della supremazia del primo romanzo, a quella della estinzione del secondo, al terrore della propria insignificanza nel terzo, la percezione dell’abisso e nel contempo la visione di una prospettiva più ampia dell’universo. Fino alla irresistibile richiesta di un perché della realtà nel quarto romanzo “L’ospite del senatore Horton”.

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E qui che vi è il poetico e lo struggimento, perché Simak utilizza la vastità delle galassie per mostrare la periferia infima del nostro settore dell’universo e noi in esso, ma offrendo, con questa amara consapevolezza, un arricchimento del proprio vivere, qui ed ora.

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È impossibile che noi non ci si possa porre le domande sul nostro senso dell’essere, del luogo, e dell’anima, nonostante che l’insensatezza sembra essere l’unica conclusione.

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Eppure nei romanzi si mantiene un filo di speranza nel mantenere la memoria e una costanza di comprensione, ove il luogo è una semplice, pudica, ma universale compassione, forse anche al di là della volontà dell’autore. Tra i monologhi interiori, le domande retoriche, i picchi drammatici, le scene d’azione, sublimano in un lirismo in cui il proprio dolore di una nostalgia di ciò che non è mai accaduto e di ciò che da sempre fu impossibile sperare, rivela la capacità infinità di subire la sconfitta della morte, mantenendo l’attitudine a cantare e a poetare della propria condizione, tra il ritmo della caduta ultima, al verso stilistico dell’insignificanza.

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L’accoglienza del dolore invita alla lettura, al richiamo, all’acclamazione di un segno di speranza all’infinito, in uno spiraglio di insensatezza eterno, tra gli spazi e i millenni.

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I romanzi sono contraddistinti da una iniziale descrizione dell’eroe che, in primo luogo, esce fuori dalla comunità. È il deviante. Chi per il tempo, chi perché deve compiere una impresa per conto di potenti organizzazioni, ovvero quelle che costituiscono la trasfigurazione del “grande padre”. L’eroe intuisce il mistero, e in quell’istante diventa il pericoloso deviante.

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L’uomo che viaggia nel tempo. Il mutante con i tre corpi. L’uomo immortale. Protagonisti solitari al limite del crimine e della follia. Ogni loro individuazione è aiutata dalla donna “Beatrice” che assume il ruolo di una guida, che offre un luogo, una risorsa, una parte umana di sé che riaffiora. Ella è sempre la figlia di un padre che è l’autorità, che dipende da quella organizzazione dove il protagonista ha avuto lo scopo e la missione. Ma che ritorna contravvenendo agli scopi iniziali.

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Il deviante consegna un messaggio che rende insensato lo scopo iniziale e quindi la stessa organizzazione, ovvero la specie umana. La nazione che si crede la più potente. La razza umana che si crede di dominare le altre. Di essere unica. La razza umana che pretende la galassia. Ognuna di queste trame della follia, diventa arcaica, una facezia, un soffio d’aria dileguante.

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Simak si interroga sul messaggio religioso del mistero. Non è un caso che gran parte dei nomi dei personaggi hanno riferimenti a caratteristiche di virtù, di inclinazioni, di debolezze, di luoghi che hanno avuto significati storici e religiosi. Tali assonanze sono poste in corrispondenza con le capacità, le attitudini, le capacità fisiche, e l’aspetto. Attraverso i termini scientifici, usa i miti medioevali, traslati in altri tempi, in altri mondi. Il mostro, il lupo, la minaccia del pericolo, e del male, che è proiettato fuori e che forse è dentro di sé. L’eroe difende i più deboli, e quindi cerca la parte più debole di sé.

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È la canzone dell’eroe che cerca il Graal, tuffandosi nella realtà. Il protagonista sopravvive se la sua visione del mondo volge nel pietismo, nella compassione, e nell’accettazione dei limiti. È il messaggio morale nascosto di Simak forse a lui stesso non esplicito, ma che si trova nei decenni traslato in sempre nuovi romanzi.