§CONSIGLI DI LETTURA: IL POPOLO DELL’AUTUNNO

Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury (Autore), Remo Alessi (Traduttore), Oscar Mondadori, Milano, 2013 (Prima edizione: Something Wicked This Way Comes, 1962)

Si piange e si ride, si immagina e si ricorda in questo scritto, perché la sua firma è la meraviglia del mondo e del cuore d’ognuno.

Questo romanzo, è l’ideale prosecuzione del precedente “L’estate incantata” del 1957 (per un’analisi premere QUI). Vi è la stessa città, e questa ruota attorno ai punti di vista di ragazzi quasi adolescenti. Ray Bradbury ha una capacità superlativa di rendere vivi i processi fisici ordinari, e i grandi agglomerati antropici e naturali. Non in un senso allegorico o metaforico, ma in modo diretto. Non è un caso che a tratti la prosa assume toni lirici, quasi di versi in prosa, quando descrive gli ordinari processi metereologici ad esempio. Le albe, e i raggi del Sole, che oltre a illuminare sono dotati di una fisicità tale da dipingere le foglie, sostenere i minuti e smuovere le ombre e i toni che si adagiano, corrono, si inabissano e riemergono dalla terra.

Una formica non è solo un insetto che si muove, cieca del suo destino. No: è un corpo senziente che vive in uno spazio vivo, mutante, dotato di fini nascosti ed obiettivi determinati. Gli insetti, come le foglie, i sassi, le anse dei fiumi, i grovigli dei rovi, i rami degli alberi, parlano tra loro, si muovono e si modificano. Pensano, dormono, riflettono, cantano: usano il vento come mezzo di comunicazione, e usano l’aria e il suono come frecce e faretre.

La narrazione è continuamente tesa a svelare che ogni ente classificabile come “oggetto inanimato” sia in realtà un soggetto dotato di nume, che respira aria, luce, suono, e comunica in piani che oltrepassano i sistemi di riferimento umani instillati nei cinque sensi.

Il linguaggio è mitico. Di prima impressione potrebbe rivestire uno stile favolistico, nello svolgersi degli eventi, il lettore quasi sedotto dal tono fantastico e immaginifico, che lo tranquillizza riportando in luce il suo passato ancestrale di sogno e incanto. Da una lettura più profonda, però, si ricava che il romanzo è tutto il contrario di una favola. Il luogo, il tempo, la coerenza disposta tra le gesta dei protagonisti sono intesi realmente. In modo verosimile.

Il mito qui, non è quello nostro che, in negativo, dilegua rispetto a una descrizione razionale e veritiera degli accadimenti, attraverso la suddivisione tra i principi, le cause, i momenti topici. La poetica ha la pretesa di offrire uno sguardo prospettico e multidimensionale del mondo, e in assonanza con l’universo interiore, che è personale per quanto riguarda le responsabilità delle proprie azioni e della legittimità dei propri scopi, ma che è comune a tutti gli esseri viventi.

Le stagioni scandiscono il ritmo degli avvenimenti, e offrono una idea di un prima e un dopo, ma queste sono destinate a ritornare, e quindi a permettere una partecipazione all’unisono dei giovani e degli adulti, dei figli e dei padri, delle madri e di chi nascerà, dei vecchi e della loro compagna finale: la sorella nera. Ognun di loro cresce, passa da uno stadio all’altro e insieme rispetto al momento di crisi, che vi è sempre, perché ogni stagione ha un limite del prima e del dopo, caratterizza il proprio vivere.

È un autunno che è destino di ogni vivente: dall’uomo, agli animali, alle piante, alle rocce, si interroga, si dispera, ha il timore della propria finitezza e la speranza di comprendere il proprio stare nel tempo che scorre e in ciò che permane mutando.

E quindi ritornano, e son presenti, gli intenti volti a un vivere pieno, e quindi al desiderio d’amare e di gloria, assieme ai corrispettivi volti della decadenza, della malattia, fino alla vecchiaia e alla morte. All’interno della dialettica tra il bene e il male, tra il voler cedere all’arroganza e all’ignoranza, vi è il rischio di voler ignorare i propri limiti e di confondere la propria volontà con ciò che si presume siano gli scopi e gli obiettivi del vivere di ognuno.

Ray Bradbury è abile a definire un equilibrio quasi trasparente tra un approccio arcaico e rituale, a quello di un romanzo di formazione, con un trattato di etica che ha il contrappasso nella pena, e nella personale e conseguente redenzione. Le vicende hanno uno stile d’avventura, ben delineato da uno stile di avventura, che assume caratteristiche quasi etologiche.

Vi sono luoghi retorici che invitano il lettore a colorare gli ambienti con i propri ricordi. Ci si sente pittori nel comporre la narrazione mitica del testo, con la singola vita irripetibile di noi che scorriamo gli eventi di questi due ragazzi, dei loro genitori, dell’intera città, e di ciò che sta ai confini e che entrando, muta gli equilibri ed evoca le paure e gli orrori e ciò che è voluto tenere nascosto dagli stessi cittadini.

Il libro richiama le atmosfere degli scritti dell’ottocento e del primo novecento degli Stati Uniti: il circo è il luogo della scoperta, della magia, e della tentazione. Ne sappiamo qualcosa con il nostro Pinocchio. Vi è un senso della colpa puritana, e una voglia di avventura che dai picari spagnoli, ai guasconi francesi, ai nuovi adolescenti di inizio novecento, che offrono una sedia dove noi, accasandoci, ritroviamo gli stadi precedenti del nostro vivere.

Vi è un tentativo di riavvicinamento tra un padre e un figlio, e una voglia irresistibile di dire sì alla vita, e quindi di riconoscere i propri limiti, per determinare le possibilità di migliorare la propria esistenza. Si ride delle proprie sconfitte, incapacità, e fallimenti. La risata che salva, quella che fa riconoscere il cuore di chi sta vicino. L’autocritica salace previene l’assalto della menzogna e della terra di autunno che disperde i colori dell’estate, e che non vuole mutare per i nuovi impegni dell’inverno che sono faticosi e freddi, ma necessari per custodire un nuovo universo ancora da venire.

Non ho voluto dire nulla sulla trama: è un libro di avventura che va letto senza sapere nulla in anticipo. Si gusta ogni avvenimento, perché chiede il coinvolgimento di tutti noi. E ci fa pensare, commuovere e ridere. Già la sapete: è la storia del v(n)ostro vivere.

§CONSIGLI DI LETTURA: Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica

Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935) di Luciano Mecacci, 2019, Adelphi,Milano

Questi bambini furono una contraddizione vivente rispetto agli intenti e alle narrazioni della edificazione rivoluzionaria della società socialista in URSS. Dai genitori uccisi per la guerra civile, per le carestie subite a fronte degli espropri, delle ricorrenti crisi economiche che contraddicevano i grandi piani emanati dal partito, dallo Holodomor il genocidio per fame voluto scientemente da Stalin e dal suo apparato prevalentemente lì in Ucraina. Il serbatoio agricolo di parte dell’intera Russia Occidentale e dell’Europa Orientale. Lì che si ebbe l’inferno fino al cannibalismo.

Fino alla nuova crisi di produzione degli anni trenta e alle nuove epurazioni volute dall’astro nascente, dal grande padre Giuseppe Stalin, e da gran parte dell’apparato politico, istituzionale e poliziesco, con l’appoggio morale della nuova classe di eletti che avevano potere e ricchezze, come aderenza a questa nuova chiesa vorace di sangue.

Mi sia consentito per una volta un aneddoto biografico. Lessi degli studi del prof. Luciano Mecacci nel lontano 1989, riguardo ai grandi pedagogisti come Makarenko e psicologi, che cercarono scientificamente di ampliare le nozioni delle scienze umane, correlando la nozione di agente sociale con quello delle relazioni di contesto sociale e di processo storico culturale, fino ai processi psichici più profondi.

Le loro tecniche di analisi e di ricerca furono oggetto di studio per tutta la comunità scientifica mondiale nei decenni a venire. Ma non era solo un’attività di laboratorio. SI impegnarono per cercare di offrire un corpus di modelli pedagogici e di teorie e prassi psicologiche, nonché didattiche ed organizzative per offrire una formazione a tutti. E anche morale, seppure poi declinata nella visione del partito e della rivoluzione socialista. E quindi anche e principalmente per questa massa di bambini e adolescenti abbandonati e lasciati nei posti oscurati della società sovietica senza una prospettiva futura.

Questo libro come in tutte le opere di Luciano Mecacci vi è una quantità sterminata di fonti, tutte documentate con la relativa spiegazione a parte del loro ritrovamento, nel modo di rilevazione, di interpretazione e di impiego nella stesura dei testi. È un libro profondo, ma ben spiegato e onesto nel mostrare il corpo delle premesse e i loro procedimenti di sviluppo argomentativo, innestati nella storia della critica e della ricerca per questo terribile processo sociale.

Il testo non descrive cinematograficamente gli eventi o con dati già confezionati senza spiegare le tecniche di valutazione. Vi sono le testimonianze, i pensieri, i ricordi, le emozioni, le speranze dei protagonisti. Luciano Mecacci, infatti, descrive il criterio di Anton Semenovyč Makarenko, per il quale la rieducazione pedagogica si attua attraverso la responsabilizzazione, e i contributi di Lev Vygotskij, oltre alla raccolta dei saggi di Alexander Lurija. Tutti costoro e la quasi totalità degli intellettuali del periodo, oltre ai registi (citati nel libro con i relativi film, disponibili in rete web, che consiglio di vedere), agli scrittori, ai romanzieri che descrissero le condizioni di queste centinaia di migliaia di bimbi e bimbe, furono emarginati, perché il regime già dal 1935 considerò il fenomeno superato e definì la censura fino alla morte di Breznev. Molti di loro furono fucilati o condotti nelle carceri della Lubjanka o nei Gulag.  

(Di questa tragedia dei deportati e degli incarcerati dei lunghi decenni del periodo staliniano e oltre ricordo di averne trattato consigliando quel capolavoro immenso che è “Vita e destino” di Vasilij Grossman, consultabile QUI e nel libro più terribile, ove si arriva nel fondo dell’animo umano di Varlam Salamov “I racconti di Kolyma”, consultabile QUI )

E non è un caso che molti provenissero dall’Ucraina.

Pgg.15-16  Dante Corneli, emigrato in Russia nel 1922, deportato in un lager con l’accusa di trockismo nel 1935 e rilasciato, dopo alterne vicende, solo nel 1960. Nella sua descrizione della caotica situazione a Mosca nel 1922, dove «non era facile mantenere l’ordine pubblico: furti, rapine e violenze di ogni genere erano all’ordine del giorno», e dove «in certi quartieri, spesso teatro di sparatorie, i soldati e i miliziani facevano sistematicamente grandi retate», le scene più impressionanti riguardano i besprizornye. Ma ciò che mi colpiva di più e che mi è poi rimasto impresso per tutta la vita era la vista dei bezprisorni, ragazzi randagi affamati, spesso malati, che si spostavano da una parte all’altra della città e dell’intero paese come branchi di piccoli animali. I più erano bambini, i più grandi avranno avuto non più di sedici anni. Provenivano tutti dalle regioni del Volga, dove nel 1921 una popolazione di quaranta milioni di abitanti era stata colpita da una tremenda siccità. In molti casi erano stati i loro stessi genitori a spingerli a fuggire dai villaggi dove sarebbero sicuramente morti di fame. Invisi a tutti come lebbrosi, neri di sporcizia e cenciosi, si aggiravano per le strade e nei mercati in cerca di cibo. A sera si rintanavano nei negozi e negli stabili abbandonati o semidistrutti. Là passavano la notte, ammucchiati gli uni sugli altri per riscaldarsi.7 Nella prima metà degli anni Venti i besprizornye erano centinaia di migliaia, con un picco di circa sette milioni nel 1922 (nel 1926 la popolazione dell’URSS era di poco superiore ai 147 milioni di abitanti). Nel 1922 a Mosca arrivarono non meno di mille bambini al mese.8

Pgg. 17-19 Anche André Gide durante il suo viaggio in Russia nel 1936 ne incontrò, con rammarico, ancora molti: «speravo proprio di non vedere più besprizorni».12 I besprizornye dei primi anni Venti avevano in genere tra i sette e i quindici anni, e quindi a metà degli anni Trenta non erano più bambini. Ma alla passata ondata se ne aggiungeva ora una nuova, seppure inferiore per dimensione, costituita dai figli dei «nemici del popolo» spediti nei campi di lavoro o fucilati. E un’ulteriore ondata sarebbe arrivata durante la Seconda guerra mondiale: gli orfani di genitori uccisi dalla guerra e i bambini che scappavano dalle proprie case per la fame e la disperazione. Una volta diventati adulti, che ne fu dei besprizornye? Nonostante il trionfalismo della propaganda stalinista – quei ragazzi che vivevano di aria e di sventura sarebbero stati recuperati e reintegrati operosamente nella società sovietica – per buona parte di loro la sorte fu decisamente meno gloriosa: in genere entrarono nelle file della criminalità, e molti finirono nei lager, destino su cui ha scritto pagine terribili Aleksandr Solženicyn in Arcipelago Gulag. Nei lager i ragazzini, che potevano avere anche dodici anni, erano chiamati dai detenuti adulti maloletki (malo = poco e leta = anni), marmocchi. I maloletki anche da liberi capivano benissimo che la vita è basata sull’ingiustizia. Ma allora non era tutto crudamente messo a nudo, qualcosa era coperto da una patina di decenza, qualcos’altro addolcito da una parola buona della madre. Nell’Arcipelago, invece, i marmocchi videro il mondo come appare agli occhi dei quadrupedi: soltanto la forza è giustizia! soltanto il rapace ha diritto di vivere! Così vediamo l’Arcipelago anche in età adulta, ma siamo capaci di contrapporgli la nostra esperienza, le nostre riflessioni, i nostri ideali e quanto abbiamo letto fino a quel giorno. I bambini invece recepiscono l’Arcipelago con la divina ricettività della fanciullezza. E in pochi giorni diventano bestie! le peggiori bestie, senza alcun concetto etico (se si guardano gli enormi occhi tranquilli di un cavallo o si accarezzano le orecchie abbassate di un cane colpevole, come si può negare che abbiano un’etica?). Il marmocchio impara che se qualcuno ha i denti più deboli dei suoi, deve strappargli il boccone, è suo.

Pg. 13 Dmitrij Lichačëv, grande studioso della cultura russa antica, arrivato da detenuto nel 1928 alle isole Solovki, primo nucleo del sistema concentrazionario sovietico, rimase impressionato da ciò che vide svegliandosi dopo la prima notte di detenzione: Sui tavolacci [dove dormivano i detenuti] superiori giacevano dei malati, e sotto di noi c’erano delle braccia protese a mendicare un pezzo di pane. Quelle braccia smunte erano il dito indice della sorte. Sotto i tavolacci vivevano i «pidocchiosi», gli adolescenti che non avevano più vestiti e vivevano da «fuorilegge»: non uscivano per le ispezioni, non avevano diritto al cibo, vivevano sotto i tavolacci perché non li facessero uscire, nudi, al freddo e ai lavori pesanti. Le autorità sapevano della loro esistenza, ma per eliminarli si limitavano a non dare loro la razione di pane, minestra o kaša. Finché riuscivano, vivevano del buon cuore altrui. Quando poi morivano, li portavano fuori e li chiudevano in una cassa per poi trasportarli al cimitero. Erano i besprizorniki, ragazzini abbandonati o senza famiglia, spesso condannati per vagabondaggio o per piccoli furti. Quanti ce n’erano in Russia! Bambini senza più genitori, che nel frattempo erano morti ammazzati o di fame, cacciati oltre confine con l’Armata Bianca o emigrati. Ne ricordo uno che sosteneva di essere figlio del filosofo Cereteli. Da liberi dormivano nei calderoni dove si prepara l’asfalto e vagavano per la Russia in cerca di tepore e frutta fresca dentro le casse poste sotto le carrozze viaggiatori o nei vagoni vuoti dei treni merci. Sniffavano la cocaina, che durante la rivoluzione arrivava dalla Germania, il tabacco e l’hascisc. Molti avevano le mucose del setto nasale bruciate. Mi facevano tanta pena quei «pidocchiosi» che mi trovavo a barcollare come un ubriaco, stordito dal dolore. La mia non era una sensazione, quanto vera sofferenza, e sono grato alla sorte che di lì a sei mesi mi mise in grado di aiutare alcuni di loro.

La condizione in cui si trovarono gettati i besprizornye durante la Prima guerra mondiale, la guerra civile, la carestia del 1921-22, la grande carestia dei primi anni Trenta, le repressioni staliniane e infine la Seconda guerra mondiale fu segnata dal bisogno primario della fame, e dagli espedienti per soddisfarlo: mendicare, rubare, uccidere.

Appena dieci anni dopo il discorso tenuto dalla Krupskaja al congresso di Mosca del 1924, alla progettualità rieducativa era ormai subentrata la soluzione repressiva. La svolta decisiva avvenne con la risoluzione congiunta del Comitato esecutivo centrale dell’URSS e del Consiglio dei commissari del popolo, approvata il 7 aprile 1935: si decise di abbassare il limite d’età per perseguire penalmente i giovani delinquenti e i besprizornye. A partire dai dodici anni di età, i minorenni riconosciuti colpevoli di furto, violenze, lesioni personali, menomazioni, omicidio o tentato omicidio, sono passibili di giudizio penale, con l’applicazione di tutte le misure punitive.16 Il limite dei dodici anni fu aggiunto personalmente da Stalin sulla bozza di proposta preparata da Andrej Vyšinskij, il procuratore generale dell’URSS che di lì a poco avrebbe rappresentato l’accusa nei grandi processi di Mosca. Pochi giorni dopo, il 20 aprile 1935, una nota segreta fu trasmessa agli organi competenti: vi si chiariva che tra le «misure punitive» andava annoverata anche «la pena capitale (fucilazione)». Non è noto il numero dei besprizornye che furono fucilati in applicazione di questa «nota esplicativa», ma testimonianze e documenti indicano che già negli anni precedenti si era fatto ricorso ai proiettili per «liquidare» quei ragazzi vestiti di stracci. Da ultimo, il decreto del 31 maggio 1935 sanciva la fine del fenomeno dell’infanzia abbandonata.

Negli anni venti fino a metà degli anni trenta, la condizione dei besprizornye fu alleviata dagli operatori e dai volontari della Croce Rossa internazionale, tra le quali, anche quella italiana, dalle fondazioni inglesi, francesi e Usa. Furono poi cacciate tutte, perché il partito decise che il problema era risolto. Non esistevano più besprizornye nella gloriosa società sovietica!

In questo volume vi sono una miniera di indicazioni, di nomi, di volti, di luoghi, che svelano processi di lungo periodo, tristemente ancora attivi oggi: un paese, una cultura, un mondo che divora i propri figli.

§CONSIGLI DI LETTURA: HAIL MARY

Project Hail Mary di Andy Weir (Autore),
Vanessa Valentinuzzi (Traduttore),
Prima edizione 2021, Edizione Italiana 2023,
Mondadori, Milano

Il romanzo di Andy Weir segue lo stile dei due precedenti come Martians (Premere qui per leggere un consiglio scritto di lettura) e (Premere qui per leggere un consiglio scritto di lettura) Artemis. Vi sono protagonisti, maschile nel primo, femminile nel secondo, che hanno un rapporto conflittuale con le autorità. Mostrano una distonia tra ciò che il potere e il diritto pretendono per il mantenimento dell’ordine sociale e per risolvere problemi scaturiti da pericoli incombenti, a fronte dei valori di libertà e democrazia che conferiscono a loro autorità.

Le esigenze del collettivo, o delle élite, se sopravanzano le richieste e le aspirazioni del singolo, spingono il protagonista del romanzo a opporsi a seguire una accondiscendenza formale ed acritica, fino a incorrere in reati penali come in Artemis. Il protagonista, come qui, in Hail Mary, cioè Randy Grace è una reincarnazione del Cow Boy Usa che è si fedele ai valori della comunità tutta, ma che è capace di azioni di rivolta, di rinuncia, di conflitto. Intraprende una vera ribellione, non tanto per sovvertire l’ordine costituito, quando, secondo la sua ottica, di renderlo più aderente e non contraddittorio nell’esercizio del suo potere, rispetto a ciò che dichiara e a ciò cui si appella in ordine all’etica, alla morale e al diritto.

A fronte di un pericolo mortale per l’intero pianeta Terra, Randy Grace accetta di collaborare mantenendo un atteggiamento da battitore libero sia nell’effettuare una ricerca di biologia e di ritrovarsi poi coinvolto in una missione spaziale, a dir poco suicida.

Lo scrittore Andy Weir, qui, affina sempre più, come nei due romanzi precedenti, il suo stile ironico e avvincente, per coinvolgere il lettore come se stesse seguendo un serial in tv. Offre una rappresentazione scenica in cui si ha la sensazione di essere immersi accanto ai personaggi. Anche qui, in modo mirabile, segue il filone della Hard Fiction, ovvero la scrittura di fantascienza che ha sì una idea attualmente irrealizzabile, ma che, se presa per vera, tutto il contorno tecnologico e le nozioni di fisica, chimica e astronomia, sono vere e coerenti nella loro relazione. Vi è una attenzione maniacale dei moti dell’astronave. Si rileva che ha studiato molto di microbiologia, e delle relazioni tra la luce e lo scambio di energia negli organismi viventi.

È uno scrittore superlativo, e non è un caso il suo successo, anche nella riproduzione filmica dei suoi romanzi, in merito a una narrazione attenta ai ritmi di comprensione di ciò che è esposto. Non è un caso che ci si senta portare per mano nel comprendere l’ambiente ipertecnologico che fa da contesto. Anche qui ha frasi “slang” che possono essere comprese in modo compiuto solo da chi vive negli USA, anche per i riferimenti a particolari modi di dire riferiti a luoghi e a persone specifiche. E questo è un limite delle traduzioni di tutta l’opera di Andy Weir: sarebbe il caso di corredare con note esplicative, quella massa di riferimenti quotidiani che è offerta. Si dovrebbe avere la capacità, la voglia, e il tempo, come solitamente il sottoscritto compie, di avviare ricerche laterali per quei termini e per quei rimandi oscuri, che in realtà però sono rivelatori di analogie e di riferimenti che offrono nuove chiavi interpretative circa lo sviluppo della narrazione.

È un peccato che non siano esplicitate, perché queste rendono più concreti i personaggi, e in particolare il loro vissuto. Senza contare poi, che lo stile è comico, con battute e motti di spirito, che potrebbero essere più ficcanti, nell’inquadrare i contesti in modo meno approssimato.

Nei romanzi di Weir, come in questo, il monologo del protagonista la fa da padrone: scandisce l’intervallo con i dialoghi con gli altri personaggi. In Martians il soliloquio mentale traccia il prima e il dopo con i dialoghi e spiega lo svolgersi dei momenti topici nell’atto del loro svolgersi. In Artemis si riprende tale stile, aggiungendo un doppio dialogo che la protagonista ha con gli eventi del passato, in modo che siano incasellati nelle scelte dell’azione presente. Anche in Hail Mary vi sono queste due caratteristiche, ma il ricordo qui, non è solo un elemento per coordinare il monologo interiore, quanto un vero e proprio antagonista. Randy Grace all’inizio del romanzo è smemorato, e i ricordi arrivano goccia a goccia, non soltanto come elementi inerti, ma come un groviglio di situazioni reali che si accostano nelle vicende del presente.

Il passato viaggia in parallelo con il presente, e la riflessione, e la chiave dell’interpretazione viaggiano entrambe nel participio passato. Il futuro, invece, si ritrae continuamente. Tutto ciò rende dinamica la storia. Va vissuta fino all’ultimo senza farsi prendere dalla voglia di sapere immediatamente la fine. Una chiave dei successi di questi libri, risiede nell’abilità dell’autore di moltiplicare il personaggio principale in tanti se stessi sia nei dilemmi morali sia nel corso della narrazione, in modo che tutti siano presenti, offrendo quindi una riflessione autoironica, disincantata e briosa.

È facile immedesimarsi con i protagonisti, perché, nonostante le avversità, i disastri, i propri limiti, hanno comunque uno spirito positivo. Cercano di capire l’oscura minaccia che si avvicina e affrontano il pericolo nel tentativo di elaborare tattiche e strategie di risoluzione. Si rimane stupiti di quante risorse emotive e cognitive i protagonisti tirino fuori dal cappello, ma Andy Weir è abile nel mostrarcele nei momenti di massima tensione, offrendo quindi l’immagine che anche noi, in condizioni di necessità, saremmo capaci di reagire in modo proficuo ed adeguato.

Per questo stile che definirei fresco e corroborante, questo libro andrebbe vissuto e sperimentato nel chiedersi quali siano i propri limiti, e nel pensare le soluzioni più adeguate per risolverli o perlomeno ridurli.

Dietro l’apparente comicità del romanzo, però sono trattati temi capitali, come l’ambiente, il senso della propria esistenza qui in questo pianeta, e l’anomalia stessa che è la Terra rispetto agli astri. Vi è un tributo alla volontà di vivere associata a una genuina sete di conoscenza.

Come in ogni sua opera Andy Weir si documenta in modo minuzioso chiedendo la collaborazione di esperti e di scienziati circa gli argomenti e gli ambiti scientifici e tecnologici in cui la narrazione è intessuta. Vi sono descrizioni della biologia molecolare e quella dei batteri. Vi è anche una ideazione comparativa riguardo le diverse forme ucroniche di evoluzioni della vita in pianeti diversi. Vi è un’ottima applicazione dei modelli delle teorie dell’evoluzione. E alla base di tutto, vi è una descrizione precisa ed attendibile dei fenomeni astrofisici e delle leggi di rotazione e di spinta per i viaggi interstellari.

La lettura di questo libro offre un’occasione per approfondire l’ostico concetto delle teorie della relatività, in particolare per le relazioni tra lo spazio e il tempo in funzione di velocità quasi prossime a quella della luce. L’esposizione, infatti, è accessibile, lineare, senza scorciatoie “gergali” o ad “effetto” che mascherano eventuali incongruenze fisiche e astronomiche.

È uno scrittore onesto: parte da una idea che è fantascientifica, ma l’ambiente e lo sviluppo della narrazione è coerente con le nostre effettive conoscenze teoriche e con le possibilità tecnologiche di oggi.

Per questo l’autore può essere considerato un rappresentante dei nostri giorni degli approcci dei grandi scrittori di fantascienza della “Età dell’oro” che oggi si definisce tra gli anni quaranta e metà anni sessanta del secolo scorso.

Vi è un elemento ulteriore che è più strettamente estetico. All’interno della trama, vi sono due grandi proiezioni dei modelli dei cicli vitali qui nella Terra e delle diverse forme di un paradigma finalistico di ciò che è il futuro e delle responsabilità delle specie più evolute. Qui siamo in un campo in cui è lo scrittore che si confronta con l’etica e la speranza.

È un’opera a tutto tondo che riempie i polmoni d’aria fresca e pulita e si sorride con piacere nell’adagiarsi a una lettura avvincente, onesta, e tutt’altro che superficiale.