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CONSIGLI DI LETTURA: La storia di Genji di Murasaki Shikibu

La storia di Genji di Murasaki Shikibu (Autore),
Maria Teresa Orsi (a cura di), Einaudi, Torino, 2015

Finalmente presento un consiglio di lettura relativo alla monumentale opera giapponese nella forma del Monogatari (物語), che significa racconto o narrazione in prosa, simile alla nostra epica, legata alla tradizione orale. Fu scritta e diffusa in più parti dalla scrittrice Murasaki Shikibu tra l’anno 1000 e il 1012 durante l’XI secolo, nel periodo della aristocrazia Heian.

È una pietra miliare della tradizione letteraria giapponese, perché riassume riferimenti storici, letterari e di costume dei quattro secoli precedenti, e in più accoglie (come era da norma nel periodo) le poesie, i racconti, i miti, le forme stilistiche cinesi, integrandole, però, in una nuova forma che è e sarà tipica del Giappone nei secoli a venire. È impressionante leggere come gli episodi, le leggende e le stesse poesie cinesi siano trasformate negli Haiku giapponesi.

È un’opera poderosa che sì può essere letta come un soap opera, ma si otterrebbe molto poco in termini di fruizione e di godimento. Se invece ci si concede il lusso di una lettura e rilettura lenta, si entra in un universo millenario. Delle duemila e più pagine, in ognuna vi sono spunti e riferimenti che abbisognano di calma, per un approccio che intende gustare cibi raffinati e di sostanza, di approfondimenti istantanei e di lungo periodo. Fortunatamente noi lettori oggi abbiamo i supporti tecnologici abilitati a rispondere a sollecitazioni di ricerca e di risposte immediate. Per i più volenterosi nel testo in formato cartaceo e in formato digitale vi è la possibilità di intraprendere percorsi di conoscenza ben più intensi.

Dalle prime pagine si avverte come nel Giappone già più di millecinquecento anni fa, nonostante le continue guerre e sconvolgimenti, vi fosse una cultura altamente sofisticata al pari del grande mondo di mezzo: la Cina.

È sorprendente di come l’aristocrazia e i funzionari comunicassero con le poesie, e all’interno di esse vi fossero sì intenti per storie d’amore, ma anche posizionamenti e interlocuzioni economiche e politiche. I messaggi erano spediti con diversi tipi di carta e con colori vari, le cui combinazioni erano disposte in riferimento ai destinatari. Nelle comunicazioni tra i Governatori, le Signorie, i Principi, gli amministratori, le Corti imperiali, o eventuali amanti e concubine, ogni messaggio era avvolto da una pianta, un ramo, un fiore e corredato da profumi.

Solo per approfondire tale aspetto si diventa esperti di botanica. E lo si può fare per esempio cercando i fiori, i loro significati, i modi di uso, come erano avvolti. E non si finisce mai di stupirci di come fossero attenti a comporre haiku e forme poetiche simili nel rispondere a richieste d’amore, d’affari, di scambio, di azione famigliare che è anche politica. All’interno di questa dialettica poetica si hanno riferimenti a poesie e racconti del passato, quindi nel libro vi sono collegamenti con le forme letterarie coeve, in Giappone, nella Corea dei tre regni di quei secoli, e delle grandi famiglie linguistiche cinesi. Si entra in una pluralità di oceani letterari.

Sorge una lieta commozione nell’essere travolti dalla quotidiana produzione poetica di questi ceti sociali altolocati e anche dal popolo meno abbiente che, anche essendo analfabeta, in forma orale, riproduceva nel racconto (quindi Monogatari), nel canto, nel mito e nella leggenda spunti e figure implete, individuandole nei fatti a loro contemporanei. È una occasione formidabile di leggere e rileggere questa opera anche dal punto di vista antropologico, perché permette di entrare nell’Asia, ovvero nella pluralità a noi distante dei valori, dei modi di vedere il mondo, la morte, il tempo, l’universo con una quantità oceanica di riferimenti storici e culturali.

E non finisce qui, perché nei loro convegni formali e non, avevano l’abitudine di sera fino a notte inoltrata o nelle loro stanze o nei giardini, gareggiare in produzioni poetiche, in scambi di doni, e in canti e balli con gli strumenti del periodo e con le tonalità che vi sono ancora oggi. Si può rileggere il libro, cercando nel mondo digitale le nozioni musicali e di questi strumenti. E ancora si rimane strabiliati della enorme varietà e complessità nel rapporto con il pubblico dei motivi e del modo di godimento.

Noi qui in Europa ci crediamo tanto sofisticati, ma nel vedere con quanta cura scrivessero una lettera e la consegnassero, il giudizio di considerare una forma quasi infantile l’estetica della comunicazione ai tempi del Re Sole di Francia non è poi così esagerato.

Da questi punti di vista l’opera è una vera e propria indigestione estetica, perché non si finirebbe mai di ritornare su questi spunti e approfondire la sterminata quantità di opere musicali, letterarie, di botanica, della costruzione dei giardini e delle case.

Sì perché i templi, i grandi palazzi, e anche i villaggi erano costruiti in sezioni modulari che potevano essere espanse, con corridoi interni, ove si svolgevano attività quotidiane informali e non. Dobbiamo ricordare che il Giappone è una costellazione di isole dove a nord fino al centro vi è un clima canadese con inverni terribili, e a sud, anche essendo freddo d’inverno, si hanno estati roventi, il tutto con una umidità quotidiana che esaspera i picchi di temperatura delle stagioni. Si hanno case non molto alte in cui ogni spazio è strettamente calcolato.

Vi è un aspetto ulteriore relativo alla relazione dell’architettura con le gerarchie sociali, perché la disposizione delle stanze e delle ali dei grandi palazzi rispecchiava la posizione di potere e di vita famigliare. Occorre tener presente che per le donne di corte e di quelle palpabili di matrimonio primario e di concubinaggio, vi era la segregazione anche alla vista di maschi estranei. Vi era la possibilità per i potenti (i poveri non se lo potevano permettere) di avere una compagna che deteneva i diritti di successione e di proprietà per le figlie e i figli, e poi delle concubine che erano concertate con le famiglie di altri governatori, principi, figli illegittimi di corte, di nobiltà varie, di signori della guerra.

Non era automatico per l’uomo sposarsi o aver la concessione di più unioni. Certamente vi erano sottili giochi di alleanze incrociate con sofisticate relazioni che duravano anni, con visite, regali ogni volta per gli ospiti, per i servi e per i messaggeri. Ognuno di essi aveva un preciso significato e anche un modo per stabilire le gerarchie di ricchezza, di potenza e di azione politica.

Agli occhi moderni, la condizione della donna non è che fosse così libera, ma dobbiamo guardare pensando a più di mille anni fa, perché la condizione della popolazione in gran parte era quella agricola, di pesca e boschiva, contraddistinta da povertà e dalle conseguenze di carestie, incendi, morti, dovute anche alle continue guerre interne.

Da tutti era accettata la pratica delle concubine, ma queste non erano disprezzate. Dalle stesse madri e dalle prime mogli, anche quelle imperiali erano prese come alleate, come seconde figlie o sorelle. E tutte e tutti entravano nel gioco delle relazioni di potere e di successione. Se un alto dignitario non aveva figli maschi, o era di basso lignaggio, rispetto a chi lo circondava, le figlie avute con le concubine erano uno strumento di potere, anche per le donne stesse. E attenzione, l’uomo doveva fare la corte, conquistarle a partire dalle poesie. Le donne rispondevano e anzi era considerato disdicevole che si addivenisse ad un’unione in tempi brevi. Passavano mesi se non anni, e addirittura della donna magari si vedeva solo qualcosa tra i veli delle camere.

È godibile leggere la quantità straordinaria dei tentativi di combinare le storie d’amore e anche delle vicende degli amanti, altro che le telenovele di oggi, anzi, forse ne sono una prosecuzione millenaria comune a ogni cultura. Il tratto distintivo però che risalta è relativa alla concessione di una pari dignità intersessuale letteraria e di singolar tenzone d’amore. La donna non era per niente considerata la figlia del demonio o la tentatrice.

Anche se parliamo di aristocrazia e dell’alto ceto degli amministratori e dei guerrieri, le donne erano acculturate. Il lusso, lo sfarzo, la cura dei vestiti, la scrittura dei messaggi, l’economia informale operata dalle donne era qualcosa di strettamente congiunto con le politiche di corte, imperiali, e di guerra. Era la linfa dell’apparato di potere imperiale Heian che stabilizzò le turbolenze e le guerre continue, tra il 700 e il 1100, prima di cedere ai signori della guerra, che avrebbero portato secoli di lotte continue con gli Shogunati tra il 1200 e il 1868.

È importante sottolineare che questo testo base della cultura giapponese odierna è stato scritto da una donna.

Certamente gli eventi e gli episodi sono visti dal punto di vista dell’aristocrazia, partendo da punti di vista delle donne di corte e dalle lettrici di tutte le élite giapponesi, quindi non vi sono descrizioni di battaglie, di vicende economiche, di rapporti internazionali, ma proprio per questo il lettore entra nella linfa vitale delle radici di questa cultura millenaria.

Genij è il figlio illegittimo di un imperatore, comunque da lui amato e ammirato per la sua bellezza, grazia, conoscenza, abilità nelle arti quali la poesia, la musica e la danza, nonché nell’età matura per le qualità militari e amministrative. La sua figura è uno spartiacque tra un prima e un dopo, dove generazioni intere convergono e poi si diramano in avvenimenti paralleli oltre la sua morte.

Proprio perché fu denominato universalmente “lo splendente”, l’imperatore e la madre, una delle più potenti concubine, lo vollero porre in disparte nella prima gioventù per tenerlo lontano dall’invidia, dagli intrighi e dalle cospirazioni. Occorre sottolineare che le feste, la ricerca di arredamenti elaborati, il lusso dei vestiti, la cura dei riti e degli avvenimenti, la lista dei regali e dei doni da offrire ai potenti convenuti, ai militari di scorta fino all’ultimo servo, non era uno spreco, o un gioco d’esibizione, ma un mezzo di relazioni. Un tratto di una trama continua di alleanze, accordi, posizioni per una società fortemente gerarchizzata e ordinata in tantissimi gradi amministrativi, regali, militari, e sacerdotali.

La singola commistione tra il buddismo e lo shintoismo come riferimento che accompagna l’al di là nel mondano, in termini trascendenti assolutamente diversi dal nostro, ci offre preziosi tratti nel ricavare indizi dei modi di vedere del mondo asiatico. È una galassia tutta da scoprire pienamente qui da noi, lettori in Italia. L’autrice ci offre uno spaccato che noi diremmo quasi sociologico di come tali pratiche religiose tra il 600 e l’anno Mille, per il nostro calendario, entrano in una forma sincretica e molecolare con le amministrazioni laiche e militari del Giappone.

Genij fu protagonista di tante occasioni mancate, ma proprio per le sue rinunce e sacrifici d’amore, per estrema generosità e rettitudine pensò al bene di chi gli stava accanto, a garantire che gli eredi legittimi fossero destinati a ruoli imperiali e a preservare gli equilibri delle principesse, imperatrici, concubine, mogli dei governatori. Ciò era ed è il principio base dell’ordinamento e della regola cardine della cultura millenaria giapponese: l’equilibrio e l’adesione alla forma imperiale come testimone di riconoscenza ai contemporanei e guida per i discendenti.

Assieme a Genij vi sono storie struggenti, dolorose, commoventi, di tante protagoniste e protagonisti, la cui minima indicazione comporterebbe la scrittura di pagine e pagine.

Una menzione di lode va a Maria Teresa Orsi che ha curato il volume, perché ha compiuto un lavoro titanico di ricerche bibliografiche, di traduzioni, componendo pagine e pagine di note esplicative e di un glossario che permettono al lettore di avviare ricerche personali, che solo un mese per ogni riferimento non basta.  

Se si legge il libro in modo superficiale, dopo poche pagine subentrerà una noia mostruosa, perché sarà impossibile tenere le fila e il senso di tutto. Se si vuole affrontare una lettura veloce, entro poco tempo si avrà un mal di testa generalizzato e una nausea per la quantità di informazioni immagazzinate che porteranno una indigestione cognitiva.

Va letto con calma, come un praticante dei riti buddisti e con una tenacia di uno shintoista che ripete le sue preghiere e compiti decine e decine di volte. Prima di analizzare la struttura sociale, amicale, e famigliare, con i riferimenti storici, consiglio di leggere il testo, in prima istanza, con il proprio corpo in una immersione estetica. Ci si lasci andare alla musica, al canto, ai colori della natura, delle piante, dei giardini, delle case, ai profumi al volgere delle stagioni che queste pagine offrono. Ci si sentirà arricchiti di un universo per noi tanto lontano, ma che a una seconda riflessione e lettura più attenta fornirà indizi di una fratellanza anche con le nostre culture, perché tutte assieme cerchiamo di affrontare il cambiamento, la morte e la decadenza, che è proprio il periodo in cui fu pubblicata l’opera. L’impero iniziava a mostrare i segni di cedimento.

La consapevole decadenza di ciò che fu è sublimata in questa opera d’arte in cui nelle ultime pagine si è travolti da una straripante millenaria dolcezza e commozione nel vivere tutti noi in una fratellanza e sorellanza nel soffrire e nello sperare in un ascolto compassionevole.

CONSIGLI DI LETTURA: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore),

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore,
di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2015, Einaudi, Torino, Ed. Originale: What We Talk About When We Talk About Love, Alfred A. Knopf, New York, 1981)

Raymond Carver mostra di essere uno scrittore di alto livello con questi diciassette racconti ambientati in contesti domestici, suddivisi tra camere di letto, cucine, soggiorni, bar, ristoranti, parcheggi e giardini residenziali, dai quali trae storie universali.

Raymond Carver non si concentra nell’immaginare situazioni eccezionali in luoghi inverosimili, collocati in momenti topici del proprio vivere. La narrativa si snoda nel vivere quotidiano dei protagonisti. Fece scuola per la narrativa nei decenni tra gli anni sessanta e settanta, perché mostrò come il vissuto di chiunque sia integralmente una sorgente di luoghi topici letterali: dall’amore, alla gelosia, al possesso, all’avidità e all’invidia. La meschinità e la vigliaccheria sono descritti come tratti ineliminabili in contrasto perenne con le convenzioni sociali e i tentativi di aderire alla morale comune.

Le richieste di aiuto dirette e non, le rivendicazioni dei torti subiti e delle attenzioni non ricevute dai propri cari e famigliari, costituiscono fattori preminenti delle debolezze e delle inclinazioni dei protagonisti. Tutti e tutte compiono azioni riprovevoli, cercando in modo goffo e contraddittorio di rimediare, ottenendo nella maggior parte dei casi esiti sfavorevoli.

L’epica dei racconti si basa sulla costante lotta di sopravvivere e forse affrontare i fallimenti di ogni giorno, come padre, madre, lavoratore, studente, amante.

Dal punto di vista dello stile, Carver ha una qualità temprata da un esercizio continuo di ricavare un senso lirico da quello che noi riteniamo lo sfondo del racconto: gli ambienti, gli atti irriflessi come quelli di alzarsi dal letto, radersi, cucinare, scegliere un appuntamento al ristorante. Ciò vale anche per le tensioni e liti quotidiani tra le coppie, o coloro che vivono da separati scambiandosi orrori giornalieri, usando anche la prole come arma di offesa.

Vi è un timbro comune che deriva dall’autobiografia dell’autore caratterizzata da alcoolismo, rapporti di coppia tesi, con separazioni lunghe e dolorose, ove la compagna o perlomeno le prime due, hanno inclinazioni simili. Però così come nei racconti e nella vita reale, le donne mostrano di avere una comprensione e una stilla di propensione edificante maggiore di quella degli uomini.

Dalle relazioni interpersonali rispetto agli occhi odierni le donne agiscono in modo remissivo e i maschi hanno atteggiamenti infantili, autoritari, tesi in modo sottile, talvolta inconscio alla sopraffazione. Se, però, si analizza il contesto storico in cui furono scritti tali racconti, si ha che la donna poteva uscire assieme ai maschi, le giovani erano libere e autonome di avere relazioni anche di un solo giorno, nelle uscite del week end. Le discussioni non erano separate in ambito domestico tra coppie, ove i maschi parlavano tra loro di cose di “uomini” e le donne in cucina. I problemi e i temi erano discussi alla pari con tutte le modalità conflittuali, con i maschi alla perenne ricerca di imporre la loro visione, conseguendo però figure meschine.

Si parla molto e i monologhi interiori sono densi perché contraddistinti con colloqui immaginari con gli attori del proprio passato. Tutti cercano la catarsi dalle proprie consapevoli debolezze, vizi e negligenze. Le vie di miglioramento non scaturiscono da dialoghi con un Socrate personale, perché ogni consapevolezza emerge dal dolore e dalla vergogna di sé. La sporcizia dei propri pensieri inespressi e dalle ferite autoinflitte fisiche e morali sono i motori che alimentano la speranza di un cambiamento che si vuole migliore per sé e per gli altri.

Non vi sono risposte definitive, perché le tensioni continuano alla fine dei racconti, lasciando un angolo in sospeso, e questo rende tali scritti appetibili per noi comuni mortali, perché riconosciamo i nostri pensieri inespressi, agli altri e a noi stessi consciamente nascosti.

Leggendo di questi personaggi e proiettando su di loro i nostri dubbi, ci permette di essere più rilassati e aperti a comprendere le tentazioni pigre delle soluzioni facili e suicide, e delle posture pigre vigliacche che, seppure convenienti a breve termine, risultano fallimentari per il proprio timbro biografico.

Quest’opera andrebbe letta nella propria dimora, guardando ogni tanto gli oggetti che ci circondano, l’ambiente famigliare e lo specchio che riflette la propria immagine.

CONSIGLI DI LETTURA: Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver

Vuoi star zitta, per favore? di Raymond Carver (Autore), Paolo Cognetti (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2017, Einaudi, Torino (Ed. Originale: Will You Please Be Quiet, Please?,
McGraw-Hill, New York, 1976)

La pubblicazione di questi racconti fu un successo editoriale e fu considerata una novità nell’ambito della editoria degli Stati Uniti. Le vicende sono situate in ambiti famigliari e domestici, che si estendono da un luogo di lavoro, al bar, in un ristorante, oppure in siti desolati simili a quelli descritti dai quadri di Edward Hopper.

Raymond Carver dedicò il romanzo e il titolo alla sua, da poco, ex moglie. Ha una intenzione provocatoria, ma anche di affetto, seppure contorto e malcelato. Era appena uscito da una crisi ultra decennale di alcoolismo. La sua ex consorte svolse la funzione di madre e di semi padre per i figli e lo sostenne nelle sue attività di scrittore con i pochi soldi di stipendio che ella riceveva nel tentativo di tenere in ordine i conti. Considerando poi che Lui passava tra i licenziamenti vari tra le segherie e lavori saltuari, Lei fu sodale, talvolta, di bevute e di tradimenti, ma fu comunque comprensiva nel momento, forse liberatorio per entrambi, della separazione.

Carver in quel momento ebbe una nuova compagna che condivise la restante parte della sua vita di scrittore di successo, fino alla sua morte, lunga e dolorosa, dovuta anche ai sui stravizi.

Il titolo però richiama un aspetto di solito non pienamente espresso che è rivolto alla sua coscienza, perché in ogni racconto vi è un aspetto della sua vita, riguardo ai fallimenti, alle incertezze, alle delusioni, alle paure. Carver si è sempre sentito fuori posto, un impostore in continua fuga dagli insuccessi e anche dalle possibilità di poter migliorare la propria condizione economica, sentimentale, e di speranza per il futuro.

Sì certo, molti personaggi alla fine del racconto sembrano avviarsi in un epilogo catartico, lasciando però a metà tale percorso, per invocare il contributo del lettore che, immedesimandosi possa poi riempirlo con il proprio vissuto. Proprio per questo una quantità crescente di pubblico trovò rispondenza in quegli ambienti così famigliari, tragici, disperati, depressivi.

Il discorso vale anche per gli antagonisti che possono essere i famigliari diretti come un padre, una madre, o i fratelli, la moglie e la fidanzata. Anche le figure femminili di riflesso agiscono secondo tali logiche, ma vi sono in prevalenza coloro che ascoltano, accusano, valutano il protagonista e le sue debolezze, e anche tra gli scontri, cercano di salvarlo. Tale approccio egoriferito non è dovuto a una minore considerazione delle donne, perché, nonostante gli approcci mascolini, sempre perdenti alla fine, sono le donne che attivano il climax del racconto per diventare gli agenti attivi della trasformazione, o della agnizione del protagonista, riguardo la sua vita.

Carver è invitante e si ha una immediata facilità nell’immaginare di trovarsi in quei luoghi, sebbene il tempo, le tecnologie e i manufatti siano cambiati, perché descrive la fisicità, le sensazioni, gli odori. E questi sono universali. La descrizione dei vestiti, dei tic, della corporeità disfatta e invecchiata offrono un quadro comprensibile che invita a immaginare una vita di ognuno, e sempre con quella allusione finale che lascia a noi, quasi inconsciamente, di colorare tutti loro con le nostre personali inclinazioni.  

Noi abbiamo la sensazione di bere e di mangiare quei particolari cibi, i mal di testa, l’eccitazione, il sudore, la voglia di congiungersi con l’altro o l’altra. La rabbia, l’impotenza e lo sconforto. L’incubo e la tortura autoinflitta del peso dei fallimenti o di quello totale che sta per arrivare.

È un viaggio nel profondo degli USA, di quella massa informe tra la provincia e le grandi città, di quella moltitudine che si trova in transizione, con il passato che hanno abbandonato, o che è crollato, e un presente freddo, distaccato e non accogliente.

I dialoghi sono asciutti, ma sapientemente variati in base ai personaggi. Carver usa le sue esperienze, per tradurle in ambienti topici e facilmente riconoscibili dagli statunitensi e da noi qui in Europa, per la montagna di film e di serie televisive che abbiamo seguito tra gli anni settanta e quelle degli inizi del secolo.  

Ci si sente pieni: è una lettura che nutre, perché si ha la sensazione di aver mangiato, di aver bevuto e anche di aver amato, oltre a quella dolorosa di aver preso dei gran pugni in faccia. Tutti loro, maschi e femmine, sono descritti con i tratti dell’avanzare dell’età, relativa alle calvizie, alle smagliature, alla pancia: la normale umanità che tenta di reggere l’età adulta e la vecchiaia, e che qui, in questi racconti, ottiene risultati altalenanti e mai appaganti.

La risposta è no. La coscienza non sta zitta, ed è proprio quella che ti salva: quella che ha permesso a Carver di raccogliere i cocci della sua esistenza e di trasformarla in una attività letteraria.

CONSIGLI DI LETTURA: HERZOG DI SAUL BELLOW

Herzog di Saul Bellow (Autore), Letizia Ciotti Miller
(Traduttore), Mondadori, Milano, 2014
(Ed. Originale, 1964, Viking Press, NY)

Dal punto di vista etimologico “Herzog” richiama il duca, colui che è il condottiero di un popolo, ovvero di una moltitudine che si riconosce in una comunità di valori e di memoria. In questo romanzo il protagonista è colui che si lascia guidare verso i valori e le molteplici versioni della sua biografia attraverso una volontaria espiazione per una ricerca irresistibile nell’aver avuto un senso il suo vivere e nella speranza di accedere a residui sentieri nei territori di là da venire.

La scena di inizio è collocata nell’apice della crisi che svetta tra due abissi: in uno vi è la logica conseguenza degli errori derivati dalla ostinazione, dall’arroganza, dall’orgoglio, dalla rivendicazione astratta contro tutto e tutti che porta alla completa auto distruzione. Nell’altro vi è il sussurro della ricerca di aiuto, di ascolto e infine di essere amato.

Nella tentazione di proseguire in modo conforme ai suoi schemi razionali per mantenere invano il potere di controllare la propria interiorità e l’ambiente, Herzog intuisce, e con stizza non comprende, la possibilità di perdere ciò che gli è più caro e che lo permea come individuo pubblico: una notevole capacità di analisi, di studio, di scrittura e di ricerca, crollando verso un umiliante delirio e decadimento fisico.

Nel riconoscere invece il bisogno di aiuto e dell’esigenza di aprire il proprio cuore, avverte che gran parte dei suoi successi di studio e di lavoro sono stati perseguiti attraverso un istintuale bisogno di sopravvivenza e che dopo la spinta iniziale genuina e spregiudicata, in età matura una piega di mediocre e superficiale riflessione lo avrebbe portato a una totale inconsistenza. Il presentimento di vivere compiendo un giro in tondo per ritornare in una condizione di infante bisognoso di affetto, riporta l’assenza di una risposta alle sue esigenze.

Da entrambi i lati, all’inizio del romanzo, il delirio è la fuga momentanea da questa caduta irreversibile verso un luogo che informa della colpa più grave: non essere stato capace o addirittura di non aver voluto chiaramente interloquire e concedersi all’altro.

La famiglia del protagonista appartiene agli esuli ebrei fuggiti dai pogrom di fine ottocento dalla Russia, e dalla Polonia, verso gli Stati Uniti. L’elemento che contraddistingue tale comunità esprime il bisogno di una terra in cui stare e ancor di più, il tentativo di assegnare un senso e un destino nel luogo di fuga. L’esodo in costoro è una sintesi inestricabile che si snoda nello spazio delle opportunità e delle città degli Stati Uniti con la ridefinizione della propria individualità cercando di mantenere un filo temporale di memoria con la comunità ancestrale del popolo errante.

È indifferente se Herzog, i suoi genitori, le sue mogli, siano ebree osservanti, convertite al cattolicesimo, atei o semplicemente indifferenti: il tratto di non avere ancora un luogo sicuro e di uno spazio emotivo ed identitario è una conquista che si ripete per ogni fase del proprio vivere.

Non è un caso che a livello stilistico Saul Bellow parta dalla descrizione morfologica e poi del vestiario e infine degli ambienti frequentati e vissuti di ogni personaggio per proseguire in concomitanza a descrivere la personalità e intuire la sua storia e i suoi fini reconditi. Ogni antagonista di Herzog, pur nelle diversissime provenienze di status, cultura, istruzione, sesso, vizi è allo stesso livello di complessità intellettuale. Ognuno di loro è un tesoro di vita, di contraddizioni, di colpe, di esigenze non soddisfatte, di traumi e violenze.

Uomini e donne mostrano un bisogno di affetto e nello stesso tempo alcuni e alcune compiono atti riprovevoli. Vi è una completa equiparazione tra i sessi in fatto di crudele e meschina ricerca dei propri interessi. In gradi diversi, ognuno di loro cammina nel deserto, accollandosi il peso delle proprie colpe e debolezze nella speranza di arrivare a una fonte che dia risposte ed accoglienza.

Herzog scrive lettere a personaggi inventati, morti, pubblici, della sua biografia per poi cestinarle. Ridotto in condizioni pietose in una casa che avrebbe dovuto essere la destinazione finale e che invece mostra di essere l’anticamera della caduta, qui chi sta intorno richiama la sua presenza, il ritorno a ciò che è stato, per affrontare un divorzio, la figlia, gli amici che lo hanno tradito e a coloro che lui stesso volse le spalle. Il tutto in un andirivieni di dialoghi e di monologhi interiori con i personaggi del passato, quali suo padre e altri della sua infanzia con cui ebbe contrasti che lasciarono ferite mai curate.

Lo stile varia da un monologo interiore che è estremamente raffinato e variabile nel descrivere ogni personaggio, a dialoghi quasi teatrali per giungere a un climax ad effetto.

Più volte Herzog cerca di punirsi e di accettare di essere ingiustamente maltratto e sopraffatto per espiare le mancanze che lui sente proprie e che non sono quelle rivendicate dagli antagonisti, per rendersi conto infine che tale atto di umiltà è un tentativo di nascondere le sue negligenze più radicali: nel volere che il mondo, lo spazio e il tempo si adeguino ai suoi modelli di interpretazione. Il bambino che, nel piangere, chiede al mondo di piegarsi alle sue esigenze, invece di esprimere la propria impotenza e di chiedere aiuto, mostrando altresì vera gratitudine.

Se avrà risposta e la saprà accettare, lo lascio al lettore. Il finale è da leggere tutto di un fiato.

A tratti il libro infastidisce perché può richiamare tratti della nostra biografia, in particolare quella non conosciuta dagli altri: quella che rimugina continuamente nei nostri pensieri, quando siamo da soli, prima di addormentarci, nelle situazioni di attesa e di impossibilità di fuggire verso le distrazioni momentanee.

Come in altri romanzi, anche in questo, Saul Bellow ci offre protagonisti che nell’apice delle proprie speranze dei risultati conseguiti, nel continuare in modo coerente a conferire un senso del proprio operato, affrontano il dilemma che porta alla crescita o alla dissoluzione. Vi è la consapevole e dolorosa ammissione di essere limitati e non così onnipotenti e giusti come si crede, e vi è il bisogno del mondo e di chi sta vicino per vivere nella speranza di migliorare e di mantenere il tesoro del proprio sé vivo nella memoria e nelle speranze del futuro.

CONSIGLI DI LETTURA: Autonomous di Annalee Newitz

Autonomous di Annalee Newitz (Autore), Annarita Guarnieri
(Traduttore), 2017, Fanucci Editore, Roma
(Ed. Originale: 2017, Tor Books -NY – USA)

Il romanzo pone il tema del libero arbitrio relativo alla facoltà di poter deliberare rispetto ai dilemmi e alle situazioni che impongono azioni capitali rispetto al proprio orizzonte di valori. Stante la capacità di rendere antropomorfe le cose e le entità biologiche diverse dagli esseri umani, queste se poste in relazione con il vivere quotidiano, entrano di diritto nei nostri sistemi etici. La tesi di fondo è dunque traslata da Annalee Newitz in un futuro fantascientifico ove i robot acquisiscono in modo progressivo una autonomia di azione rispetto a comandi predeterminati, fino a disporre una gamma crescente di proprietà emergenti, nelle capacità di riflessione e nella dotazione di processi mentali e fisici per i quali, in modo analogico, i protagonisti li definiscono come “sentimenti”.

Nel romanzo appaiono temi classici della fantascienza relativi ai robot, a partire da Isaac Asimov, il quale li riprende dal tema del Golem: della capacità dell’uomo di conferire un afflato di vita ad oggetti inanimati, in modo subordinato e difettoso rispetto a quello che era considerato il tocco divino.

La pretesa irresistibile di conferire un significato omologo in termini di agire e di valori a ciò che è esterno rispetto alla comunità degli esseri viventi, è il luogo eminente della contraddizione, la quale in termini narrativi genera i conflitti, ovvero la discrasia della nostra interpretazione del mondo, e il mondo stesso che risponde in modo inconoscibile, imprevedibile e quindi pericoloso perché insensato.

In più, essendo le creature da noi generate, proiezioni del nostro stesso agire, ecco che le trame innestano un climax di nemesi, di punizione o di catarsi.

La trama si innesta in uno sviluppo tecnologico e sociale che impone una sempre maggiore produttività, per la quale gli individui sono costretti a dotarsi di caratteristiche di efficienza tipiche dei robot e di sottostare anche alle loro condizioni di schiavi, o per meglio dire di esecutori inanimati privi di una soggettività rivendicativa alla pari in termini di contratti e di patti relativi al lavoro, al diritto e alla remunerazione. Gli innesti tecnologici e la farmacologia divengono gli strumenti più utili o per sopravvivere o per soccombere. Se i robot sono schiavi, anche gli individui possono esserlo, con il nome di “apprendisti”.

Le multinazionali farmaceutiche e i processi economici di quello che in modo mitico è definito il “capitalismo” sono i due epicentri dati per assodati, nei quali la protagonista assume il ruolo di un Robin Hood di farmaci per tutti. Tale condivisione, però, diffonde il veleno e strumenti che annichiliscono totalmente gli apprendisti. Ingiustamente accusata, cerca di difendersi, anche perché essendo stata una ricercatrice farmaceutica e poi una pirata che rubava i farmaci e ne sintetizzava di propri per donarli a tutti, ora è accusata di essere una avvelenatrice delle masse.

Il romanzo si incentra su tale fuga e nel tentativo di svelare i veri responsabili del misfatto, i quali nel perseguire i profitti a tutti i costi, non tengono conto di distruggere le stesse risorse che intendono sfruttare. Cacciatori e cacciati si servono di robot e di umani ridotti in condizioni di servaggio. Gli stessi robot hanno la possibilità di aver innestato cortecce umane dei deceduti, acquisendo così in modo progressivo tratti simili a quelli umani.

Umani, robot, bot umanoidi, apprendisti, schiavi, tutti assieme cercano di portarsi a un livello paritario di relazione, ognuno perseguendo l’illusione di aver qualche tratto comune. La prosa è diretta, varia e modulata in base alle caratteristiche psicofisiche dei protagonisti che sono via via ben delineati, con una narrazione parallela tra il presente ed eventi che risalgono a più di 25 anni prima, i quali svelano man mano le cause che hanno portato agli assetti attuali, e a continui colpi di scena che rendono i personaggi sempre più complessi.

L’autrice utilizza lo schema classico e riduttivo del capitalismo e delle cattive case farmaceutiche come un luogo comune e di immediata intesa per il lettore. Ciò rende più accessibile la riflessione etica che propone la narrazione, da diventare quasi irriflessa. Dal punto di vista del ritmo è una scelta che rende la scansione degli eventi avvincente e ipnotica nella possibilità di immedesimarsi con ognuno, rispetto ai dilemmi, alle speranze, ai rimpianti, agli amori, ai desideri erotici. Tale scelta, però, potrebbe essere considerata un limite, perché tale visione è del presente e sembra traslata nel futuro, vista come il limite e il vincolo di una visione messianica secondo la quale questo fantasma di “capitalismo” e delle multinazionali farmaceutiche siano il luogo del male. Certo l’autrice non ha le pretese di porre un trattato economico, o scientifico tecnico, o politico ideologico. Questo tema che è divenuto un luogo comune è sì un veicolo economico e comodo per attirare i lettori con la suggestione, in modo poi da ridursi in un ambito prettamente psicologico e biografico, con pregevoli variazioni di ritmo e di sintassi, oltre che nella relazione intra e inter psichica dei soggetti, ma debole però nella coerenza delle relazioni di fondo.

Non è un caso che verso la fine, molte risposte rimangono aperte. D’altro canto è un romanzo, non un trattato di etica. In ogni caso ci stimola a riflettere non tanto sul dilemma delle singole scelte, ma di noi come persone, nel nostro vivere quotidiano e della nostra capacità di resistere agli ordini imposti o della logica comune, nel prendersi la responsabilità di ragionare e di scegliere in modo onesto, non facile, nel perseguire il bene, più che per la contingente convenienza, ma che comporta comunque una colpa e una mancanza.

Ed è qui il dilemma che emerge, forse inespresso alla stessa autrice: la necessità di adottare scelte radicali, dichiarando la propria autonomia di giudizio, correla una responsabilità senza sconti sul proprio operato. Se la si accetta, si mantiene la speranza di definirsi umani in quanto dotati di libero arbitrio, se la si rifiuta, si scappa dal bisogno di render conto della propria biografia, ma ciò comporta la rinuncia a considerarsi un soggetto autonomo.

Il romanzo tenta di coinvolgere il lettore in una comunità di senzienti che non possono fare a meno di assumere tale onere, perché la fuga di tale peso, comporterebbe la perdita di tutto. E ciò si dispiega tra i desideri degli umani di convincersi e di sperare di poter chiarire il nucleo del proprio io e delle facoltà di oltrepassare le proprie limitate facoltà mentali, sentimentali ed emotive, nella capacità di riflettere sulla propria natura in divenire.

È un romanzo che alterna i ritmi, le situazioni del passato e del futuro, il contrappunto delle speranze e dei rimpianti dei protagonisti, per delineare il nucleo del dilemma: chi sono io nella facoltà di poter deliberare?

CONSIGLI DI LETTURA: Jazz di Toni Morrison

Jazz, 2018 (Prima ed. 1992) di Toni Morrison (Autore), Franca Cavagnoli (traduzione) Ed. Frassinelli (Torino)

Lo scrittore che si fa strumento nello scriver musicando. Il romanzo è un vero e proprio concerto jazz, ove i protagonisti e quindi i musici, esprimono già dalle prime pagine il motivo principale della composizione, e successivamente ognuno lo reinventa con assoli, sperimentando assieme agli altri.

La narrazione oscilla tra il passato e il presente e come un assolo di sax variando le frequenze sonore e il ritmo degli accadimenti, richiamando di volta in volta la tromba, il basso, il piano, la cassa. Gli episodi ripetuti svelano parti inedite dei protagonisti le quali arricchiscono i contesti che hanno portato all’evento topico e alle successive conseguenze. Ogni volta con tonalità diverse.

Quando sembra che il concerto sia finito, e che quindi i protagonisti prendano congedo, ecco che si ricomincia, novando ulteriormente la trama con l’ingresso di nuovi protagonisti, i quali suonano secondo loro specifiche caratteristiche, fino a coinvolgere il pubblico, ovvero l’intera Harlem (New York), lì, attorno all’anno 1926.

Questo ex quartiere divenuto una città a parte, con l’immigrazione sempre più numerosa di neri provenienti dagli stati del sud, per motivi razziali che perduravano da più di cinquanta anni, nonostante che la guerra civile fosse finita, e per le cicliche crisi economiche che avvennero nei decenni, colpendo di più coloro che ancora non erano pienamente cittadini, nel godere dei diritti di studio e di assistenza economica e sanitaria.

Harlem è in quel periodo la patria del jazz, che recepisce il funk e diventa un laboratorio di tutti gli stili che dal gospel, al soul lì trovarono l’accoglienza, la fusione e la sperimentazione. Si suonava nelle scale di ingresso dei palazzi, dove dopo il lavoro, ci si fermava a parlare, ad improvvisare i motivi antichi degli schiavi delle piantagioni, riaggiornati con i nuovi ritmi, le nuove parole, e le tecnologie che si approssimavano in modo sempre più forsennato. La musica non era altra dal vivere quotidiano, ne era il riflesso, dal ballo, dal camminare, dal cantare, nei luoghi di ritrovi domestici e di piazza. Nei locali clandestini, foraggiati dal contrabbando, i neri per la prima volta in America, sperimentarono forme di socialità autonome.

Con tutto ciò che comportava in quella zona di incrocio tra il controllo dei bianchi, della legge ordinaria, degli usi e delle consuetudini in conflitto anche con le generazioni dei neri immigrati. Il commercio e l’industria in profonda espansione, e con la produzione di manufatti domestici sempre più accessibili, anche per il reddito mediamente basso degli abitanti, nonostante tutto, permettevano nuove forme di consumo, e una piena autonomia alimentare.

I mestieri divennero di accesso anche per le donne come le figure dell’infermiera, della sarta, della parrucchiera. Non che prima tali attività non fossero svolte dalle donne, ma che il loro esercizio fosse svolto prevalentemente in un ambito domestico. Ora invece, diventano una professione, che è fonte di reddito e di relativa autonomia. Qui le donne, possono vivere da sole e mantenersi, nonostante le mille difficoltà, la delinquenza, e anche il violento maschilismo.

Il romanzo rende a colori questa città nella città, piena di speranza, di pericoli, di vizi, di criminalità, ma anche di nuove forme di collaborazione, di mutua assistenza, e di nuove rivendicazioni sempre più organiche e pregnanti, come il diritto di voto per le donne, che fu sancito nel 1920, e la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica.  

Harlem all’inizio della grande guerra non aveva una scuola. Vi era una assistenza sanitaria meno che residuale. In quegli anni quel luogo fu un ritrovo di coloro che si qualificarono come intellettuali nel richiedere una piena cittadinanza per i neri.

La musica è un sinonimo di appartenenza in questo luogo, e contribuisce a definirsi, non più per negazione o in termini residuali rispetto ai bianchi, come avvenne anche alla fine della grande guerra, in cui i reduci di colore non ebbero un riconoscimento come i loro commilitoni bianchi. In quegli anni inizia un cambiamento radicale, e una propria rivendicazione di parlare e di creare. Il Jazz è questo patrimonio.

Il romanzo inizia con un tragico evento criminoso. Da qui, le vittime, i colpevoli, i testimoni, e coloro che ne furono indirettamente partecipi, iniziano a comparire nel presente scontrandosi, e poi man mano che la trama, e quindi lo spartito viene eseguito, diventano sempre più autonomi, mostrando nuove parti di sé e della propria biografia. Come nel jazz il ruolo degli strumenti cambia nell’essere l’assolo, l’accompagnamento, il solista, fino a essere orchestra, o cantante, così i protagonisti mostrano lati in luce e in ombra. L’amore e la crudeltà, la tragedia, e la bellezza.

Ognuno però contribuisce a delineare una base comune, un motivo che ritma dal fondo, al di là di ogni strumento, la secolare storia dei deportati e degli schiavi dall’Africa, e la vita di coloro che in America nacquero sia dai nativi africani sia, come per la maggior parte di loro, dai bianchi che violentano sistematicamente le donne nere.

Toni Morrison conosce il Jazz, conosce l’oralità e il dolore delle moltitudini degli schiavi che si sono susseguiti, sa narrare e in più conosce la letteratura americana e nord Europea, sa usare e reinventare le tecniche dell’introspezione piscologica degli autori di inizio secolo come Virginia Woolf.

Dall’evento iniziale, la trama si infittisce sempre di più, fino a che ogni protagonista da figura classica di una tragedia, diventa un mondo insondabile, difficile da racchiudere in pigre definizioni, così come è la storia delle Americhe, e ancor di più di questa nuova popolazione di neri amerindi.

Toni Morrison tenta di esprimere la scrittura dalla musica, non il contrario. Vuole che la narrazione sia musicata, non tanto in un testo da cantare, o per un’opera lirica. Lì semmai è l’inverso: la scrittura diventa un ausilio per la musica. Qui il tentativo è rivolto alla funzione che il Jazz esprima la propria scrittura, e che quindi i dialoghi e il testo scritto ne siano una emanazione. Ecco allora perché la trama non ha una sequenza lineare degli eventi: i protagonisti ripetono alcune loro caratteristiche mentali, biografiche e fisiche, ripetendo il motivo musicale e variandolo di volta in volta rispecchiandosi negli altri antagonisti. Harlem e l’America assumono il ruolo di una grande banda Jazz che suona all’unisono tra le piazze e le strade.

E qui alla fine però Toni Morrison si accorge che la sua funzione di autore non può essere distaccata, signora e padrona di tutte le assonanze e strutture linguistico – musicali. È costretta ad entrare nella scena.

Nelle ultime pagine abbiamo un ultimo assolo: una potente, magnifica, coinvolgente dichiarazione d’amore dell’autrice per questa città, per questa storia tragica e meravigliosa dei neri d’America, e per questo flusso vivo che è in cammino, tra il passato e il futuro.

CONSIGLI DI LETTURA: La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf

La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf (Autore),
G. Pozzo (Traduttore), 2010 (prima edizione 1891),
Iperborea, Milano

La saga è avvincente e parla dei luoghi atavici della Svezia anche in relazione con le comunità finniche. Vi sono come nelle saghe a noi vicine, i luoghi universali dell’eroe che lotta contra il nemico, l’estraneo, il bosco, le entità sovra mondane e quelle degli abissi. Il pericolo e le minacce provengono anche dal cuore degli esseri umani, sì virtuosi, ma passibili di cadere nel male.

Il bisogno di crescere, di procreare, e di accedere nell’aldilà, è continuamente ostacolato dall’imprevedibilità del mondo. Il racconto, come in ogni saga, e quindi in ogni narrazione che tesse i miti, tenta di porre un ordine e di chiudere i cicli, per continuare a a dotare di senso lo scorrere del tempo.

Dagli ordini ciclici della natura, si passa a quello degli stadi della nascita, alla giovinezza, fino alla morte, in modo che l’ostacolo e l’attrito che si ha contro gli altri, il mondo, il mistero, si accordino come i criteri morali e leggi del mondo, che sono anche etiche, aventi a fondamento quelle ultra mondane.

Poiché nelle storie che riproducono il senso del mondo, alcunché può esser lasciato fuori, ogni oggetto e manifestazione naturale hanno un senso che oltrepassa la semplice presenza; il solo stare. Vi è sempre una intenzione talvolta non immediatamente manifesta, una caratteristica della materia, l’influsso di uno spirito, il moto dell’intero mondo. Lo scopo è quello di avere un “se e un allora”, che fornisca al tempo, una comune ragione del “cosa è”, del “chi è”, e del “perché dell’agire e del divenire”. I luoghi sono quelli dell’eroismo, dell’amore, dell’avidità, del coraggio, della cedevolezza, della prole, e della morte.

La saga di Selma Lagerlöf è tutto questo e di più. Ebbe un successo che diede all’autrice la possibilità di continuare a scrivere e a divenire una delle prime scrittrici quotate ed autonome nella attività imprenditoriale tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento in Svezia.

L’opera è qualcosa di più di una saga, perché, essendo un’opera che fu scritta in tempi lunghi e con racconti autonomi, anche nella pubblicazione preliminare nelle riviste, si snoda cambiando le prospettive, in base agli affinamenti dello scrivere dell’autrice. Da una serie di racconti a tema, si passa ai tempi di un romanzo. Da precetti già dati nel piano della morale, e dalla meccanica dei conflitti del protagonista contro il mondo, l’animo, la virtù, i precetti morali, la seduzione, il vizio, diventano la trama che descrive una comunità negli accadimenti della storia ciclica.

Se nelle saghe tradizionali ed arcaiche che hanno un sapore orale, prima ancora della loro trascrizione, i protagonisti sono netti, chiari, aventi qualità e debolezze che fanno già intuire i loro appuntamenti nefasti o gioiosi con il destino, qui i cavalieri, i nobili, i fabbri, i sacerdoti, il male stesso, da reali e concreti, diventano di volta in volta, i luoghi mitici del racconto post datato, o figure implete, o emanazioni delle divinità paniche, fino a quelle religiose per ritornare poi ad essere in carne ed ossa. Stesso percorso è subito dai boschi, dai fiumi, dai mulini, dai guadi dei fiumi, agli animali e agli spiriti dei boschi che assumono un percorso speculare.

Vi sono in verità più racconti paralleli che si manifestano nei diversi episodi, incrociandosi talvolta.

Si passa dai toni picareschi, a quelli di formazione adolescenziali, a quelli di amor sacro e profano, fino alle storie edificanti. Non mancano riferimenti embrionali dell’orrore a quelli lirici.

L’autrice è abile, spregiudicata, curiosa nell’attraversare i generi entro la struttura della saga. La forza, la distorce, cerca di creare un nuovo stile, anzi più di uno. Invece di definirli compiutamente, però, li lascia incompiuti e li fa cozzare uno con l’altro. Lasciando l’idea che non è detta l’ultima parola sugli eventi narrati.

È una saga che esce fuori dalle regole canoniche. È un romanzo dell’ottocento che trasforma i protagonisti con più personalità in una forma novecentesca, perché usano la razionalità e le parti nascoste di sé per porsi in relazione con gli spiriti dei boschi e le allegorie monoteistiche.

In alcuni episodi l’epica volge in un’avventura sulle navi, sulle coste e sui fiumi, ma anche lì rimane inceppata, per ritornare sui luoghi saldi della terra.

È comunque coinvolgente: i dialoghi non sono banali, e, nonostante le dichiarazioni di virtù e di sacrificio, le norme e gli usi e le consuetudini vengono continuamente poste a critica.  

È un arcipelago di stili che si tengono insieme e stimolano la fantasia del lettore, solleticando l’indole a vedere con occhi nuovi e più profondi, i meccanismi con quali attribuiamo senso alle cose.

Quest’opera è un tesoro pieno di monete di diverso conio, che sta a noi, raccogliere e inquadrare in base ai nostri bisogni di progettare il futuro, e i vincoli morali.

CONSIGLI DI LETTURA: Racconti di Isaac Bashevis Singer

Racconti di Isaac Bashevis Singer, Editore Corbaccio,
Milano, 2013, traduttori: Bruno Oddera,
Maria Vasta Dazzi, Mario Biondi

Il corpo di questi racconti che hanno attraversato il vivere di Isaac Bashevis Singer mostrano le sue eccellenti doti nel creare storie brevi e concise, tali da esprimere un climax coerente nello svolgimento delle scene. Il lettore si sente a suo agio nell’introdursi nei mondi evocati dalle singole narrazioni. Non vi sono ambiguità nel delineare i personaggi, perché sono descritti fisicamente con un involucro di segni distintivi dei loro caratteri e con le rispettive morali e biografie.

La presenza di ogni personaggio dispiega immediatamente il suo mondo, le origini dei suoi modi e delle sue inclinazioni nei rapporti verso gli altri, la divinità e il tempo.

Nella brevità delle composizioni vi sono, però, più piani concomitanti di lettura, perché si rileva la descrizione di un mondo intero, che parte da una stanza, una via, un villaggio, una città, un paese, un popolo, una nazione, un intero continente. Non è solo una descrizione fotografica, perché ogni uso e consuetudine ha una sua storia, un tratto distintivo di regole morali e di rapporti con le autorità mondane e con le dimensioni religiose.

I protagonisti esprimono il carico di un popolo nell’interrogarsi sull’umanità di ognuno e degli altri individui appartenenti a religioni e paesi diversi e lontani.

Il nucleo narrativo è innestato nelle comunità degli ebrei aschenaziti: il gruppo religioso ebraico originario dell’Europa centrale e orientale, tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. I racconti sono ambientati nei periodi che intercorrono tra la seconda metà dell’ottocento e nella prima metà del novecento, per intersecarsi, infine, con la biografia dell’autore, passando dalla giovinezza, fino ai racconti della vecchiezza.

I protagonisti sono tutti appartenenti alle comunità aschenazite si fondono con le vicende verosimili accadute in Prussia, Germania, Svezia, Russia, Ucraina, Lituania, Olanda, Francia, Israele, fino agli Stati Uniti.

La struttura narrativa esprime una tensione costante tra i precetti religiosi yiddish, densi di regole, consigli, dibattiti, interpretazione del divino e di ogni aspetto pubblico e privato delle proprie interazioni sociali ed amicali.

I demoni intervengono come attori in gioco, mostrando anch’essi le debolezze, i dubbi e i crucci sul proprio operato. Dibattono con i protagonisti, nel tentativo di dominarli e di soggiogarli in una tensione continua tra la fede, l’aderenza ai precetti religiosi, e l’esigenza di esprimere le proprie convinzioni.

Si ammirano le multiformi culture yiddish, nelle loro inclinazioni a dibattere circa la bontà dell’operato di ognuno dalle azioni e dalle scelte capitali fino alle pratiche quotidiane nell’osservanza dei precetti delle feste e delle preghiere. Vi è una esorbitante pervasività della religione che è correlata, però, alla sua messa in discussione perenne. Sono godibili, e in certi casi comici, i dissidi, e i conflitti tra chi agisce, chi giudica, chi si oppone, chi cerca di comporre una giustificazione del proprio operato, fino all’intera biografia personale. Si dibatte e si litiga anche da morti. L’ultramondano è un elemento essenziale del senso e dello scopo che si dà al tempo e allo spazio del mondo.

Ognuno si sente un estraneo nel suo tempo e in ogni luogo, ma ogni ambiente è famigliare, perché è passibile ad accogliere le comunità aschenazite, in perenne bisogno di un luogo stanziale, che è però accompagnato dalla consapevolezza di poter risiedere ovunque. Ogni sito è la propria casa, seppure litigiosa, instabile, sotto i colpi delle violenze altrui, dei pogrom, del razzismo, dell’odio e dell’ostilità preconcetta.

Si sopravvive, nonostante tutto, alle avversità esogene, e alle proprie debolezze e peccati. Nella pena subita, e nella disperazione, vi è comunque una speranza inconscia di poter rimediare e di avere una seconda possibilità, anche di fronte alla divinità giudicante.

Vi è una infinita, inestinguibile e incrollabile ricerca di senso. I messaggi e i tempi sottostanti travalicano questo popolo, per interpretare l’esigenza di ogni individuo: narrare il proprio vivere in una coerenza tale da permettere un giudizio su di sé e quindi uno scopo per il futuro e per l’eterno. La condizione universale della speranza.

Una ironica compassione è distesa nei ruoli e nei caratteri degli agenti sociali. L’amaro disincanto che trasuda nel ritmo dei dialoghi e degli eventi, però, non è mai sarcastico, perché l’autore parla di sé, assimilando le inclinazioni dei protagonisti.

Questi racconti gravitano presso una domanda che Isaac Singer rivolge a se stesso: sono stato degno? Di quanto il mio vivere è stato coerente con i precetti che mi sono imposto e a cui credo e mi identifico? E se ho, come sicuramente lo è per me, e per il mio popolo, oltre che per il genere umano, la possibilità di rimediare e di migliorare?

Che speranze abbiamo nonostante i limiti, i pregiudizi e la superficiale ignoranza che ci contraddistingue?

La lettura dei racconti è già una risposta ai quesiti dell’autore, perché si è invitati a contribuire con la propria fruizione e i propri giudizi in questo percorso infinito della fruizione estetica, tale da renderci più aperti a sentire il mondo e ad immaginare uno scopo commendevole.

Emerge la speranza di un uomo, di un popolo, del genere umano, di noi stessi che leggiamo: acconsentire al proprio vivere, testimoniare il proprio vissuto, pregare di poter ancora vivere, se non altro per rimediare alle parti più oscure che appesantiscono il cuore e l’anima.

La lingua yiddish ride di se stessa, svelando la sua limitatezza e dichiarando quindi la volontà di apprendere, quindi di affermare la volontà di vivere, nonostante tutto.

CONSIGLI DI LETTURA: NEL PAESE DELLE ULTIME COSE

“Nel paese delle ultime cose (In the Country of Last Things) 1987, Ed. Italiano 2018, Einaudi, Torino, di Paul Auster (Autore), Monica Sperandini (Traduttore)

Con Paul Auster si respira alta lettura con un’aria di montagna che non lascia spazio a pigre sensazioni. Si arriva subito in una posizione panoramica che invita ad una lettura che segnerà il proprio senso estetico.

Soltanto per la sapiente commistione di stili, questo romanzo è un capolavoro. A prima vista sembra una lunga lettera che però assume, nel corso della lettura, la struttura di un lungo diario. Nelle prime pagine è narrato nel tempo presente, ma è intervallato nei salti temporali e nelle spiegazioni circa gli eventi generali che oltrepassano le gesta dei momentanei protagonisti in una narrativa di memoria.

È un diario di bordo, perché la narratrice man mano che prosegue nella descrizione delle sue avventure, colloca i luoghi e le vicende in una spirale, in cui ella ne diviene parte. Il punto di vista dell’esterno e lo spazio di confine, nel flusso delle parole, sono risucchiati all’interno del luogo circoscritto: il paese delle ultime cose.

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Paul Auster descrive con una eccellente capacità i personaggi attraverso una tecnica che rimanda alla descrizione dei tratti somatici e dalle loro posture in linea con la tradizione dei romanzi psicologici dell’inizio del 1900. Però non si ferma solo in questa linea di presentazione: ed è qui che mostra di essere uno scrittore di altissimo livello. La narratrice descrivendo i personaggi, nel contempo, attribuisce qualità morali e caratteriali che non hanno soltanto lo scopo di inquadrare ed eventualmente collocare la figura in un quadro che delinea l’eroe, l’antieroe, il buono, il meschino, perché le loro inclinazioni ed attitudini variano di scopo e di valore. Il mutamento è in relazione ai continui climax di sopravvivenze cui sono sottoposti.

Vi è una tecnica sopraffina nel ritmo della scrittura che offre dapprima un quadro morale sicuro in cui collocare i tipi e indurre le loro eventuali azioni, il quale, in modo sotterraneo con i richiami del loro passato, è trasformato in un complesso di cause efficienti per gli avvenimenti che da lì a poco appariranno. Le figure topiche che via via scorrono, lasciano emergere nuovi luoghi di narrazione che proiettano il diario di memoria, e quindi al passato, in un fiume del presente. Il lettore è accompagnato in questa navigazione, senza che perda il pathos e il godimento estetico derivato dalla fruizione del testo, per soffermarsi a ricollegare le situazioni e le condizioni che hanno generato i singoli eventi.

Paul Auster dispiega una palestra dotata di infinite risorse conoscitive e di strumenti per chiunque voglia esprimere il suo mondo interiore nella forma della scrittura. In primo luogo, in forza diaristica, quindi personale, e per avventurarsi nell’acquisizione e nella produzione autonoma di propri stili espressivi.

Gli ambienti acquisiscono una vita propria che è dipinta dalle metamorfiche caratteristiche fisiche e morali dei personaggi. La narratrice entra ed esce dagli avvenimenti, perché in un primo momento configura un timbro complessivo di questa cascata sovrabbondante di stimoli che in modo alternato fa scorrere i dialoghi nei momenti topici. In seguito trasla gli scenari in un participio passato per riassumere il vortice di caduta di questo paese in un capolinea: la linea sicura cui il lettore possa appoggiarsi nel mantenere un filo temporale compiuto.

Il lettore ha in dotazione la possibilità di poter modificare la vista del paesaggio in negativo, a colori, in bianco e nero, di vederlo muovere o di collocarlo in un fermo immagine, e tutto ciò accade nello spazio di uno o due pagine. La bellezza di questo romanzo, è che nella lettura, se ci si lascia appassionare, non vi è bisogno di soffermarcisi, o di accorgersi di questa giravolta stroboscopica dei punti di vista.

La protagonista, ama, odia, dispera, reagisce, avanza in modo tenace anche nel dolore e nello scoramento. Gli avvenimenti accadono sull’orlo di un baratro, in una tensione per la quale si possa perdere tutto: cose, persone, ricordi, criteri di ordine delle relazioni sociali. Vi è una spasmodica ricerca di ordine e di senso, per definire una prospettiva verso il futuro, all’interno di uno stato carcerario di continua sopravvivenza, ove sembra impossibile uscirne.

Il fiume non si ferma, sicché si cerca di galleggiare tra i flutti delle onde su una zattera che affonda. Si afferra un suo relitto, che successivamente è travolto da una nuova tempesta. Si cerca, allora, un appiglio a ridosso di scogli taglienti, ma anche qui ricomincia l’instabilità.

Vi è il tempo che divora. Questo paese si vuol mostrare come un luogo in cui i bimbi decidono di non nascere e i vecchi di non trapassare. I secondi sono cannibali, cloni di Crono, e i primi olive avvizzite cadute dal ramo, prima della trasformazione in olio.

La trama del romanzo è definita da una metafora della scrittura che oscilla nell’invenzione del mondo, e nel tentativo di descrivere quello che è presunto reale, cadendo quindi nella onnipresente contraddizione di scrivere del fantastico, e di definire in modo infondato ciò che non lo è, partendo proprio dall’invenzione. È una prigione dalla quale è impossibile uscirne.

Ciò spiega allora il modo indiretto in cui sono sovrapposti gli stili. È impossibile dichiararli compiutamente in un elenco esplicito, perché diverrebbero un polo dei due di questa insanabile contraddizione che appare in un regresso all’infinito.

Ed è qui che il tempo della narrazione, nel suo complesso, si svolge in questo vortice senza fine di distruzione di senso, se non in quello della contraddizione, che è l’ultima stazione degli eventi cui è impossibile ripartire.

Vi sono situazioni che richiamano le tragiche e mondiali vicende accadute nella prima metà del novecento, e quelle attuali tra gli anni settanta e ottanta, coeve alla generazione dello scritto. Si parla di ieri e di oggi, perché appunto qui sono entrambi fermi in questo “fine” capolinea.

È un romanzo che suscita forti emozioni e impegna il lettore a sostenere questa integrale tensione fisica che però dona la possibilità di sublimare la sensazione di greve precarietà che avvolge ognuno di noi. Siamo tutti sorelle e fratelli in questa grama condizione che lascia trasparire qualche fiore nelle paludi delle lacrime. La bellezza che strugge.

È sentitamente consigliato avventurarsi in questa tremenda consapevolezza, avendo comunque accanto la narratrice che ci protegge e ci accompagna durante la lettura.

CONSIGLI DI LETTURA: LA RAGAZZA DELLA PALUDE

LA RAGAZZA DELLA PALUDE, di Delia Owens (Autore), Lucia Fochi (Traduttore), Solferino Editore (2022), Rizzoli, Milano, ed. originale in lingua inglese, 2018

Non è un caso che appena uscito, fu un successo per tutto il mondo anglosassone e poi europeo, e da cui fu tratto un film, famosissimo. Il romanzo, però, al di là delle stesse intenzioni dell’autrice, ed è questo il bello delle opere mirabili, è ben più articolato e denso del film e della pubblicistica. Qui siamo innanzi all’evento di questa ragazza che oltrepassa il suo luogo d’ideazione e diviene veramente la “La Ragazza della Palude”.

Gli anni vanno e vengono nella narrazione come onde, flutti e riflussi sulle coste. Ritornano lì nel pantano, e tutto ritorna accolto nella palude. La mappa fornisce i luoghi topici e mitici. La città è una escrescenza tra l’oceano, la pozzanghera, l’umido e il fiume, conservata per poco dal sale, e poi corrosa. Tra schiume del tempo e brezza del ricordo.

In quel luogo vi è la ragazza della palude che ognuno abbandona nella solitudine. Però, lì, quasi tutti ritornano. Nel pantano le onde e i rami schiumano, interrompendo il loro flusso ben coordinato e veloce rispetto allo scandire del tempo. Ciò che sembra lineare, nel pantano sembra arrestarsi. Acqua, fango, uova di uccelli, molluschi, insetti, rami, radici, foglie morte, ognun si tampona con l’altro. Il grande cumulo, dove anche i secondi restano intrappolati nella sabbia che, accogliendoli e disgregandosi, inclina lo spazio, e lo proietta in una immagine statica, senza che vi sia movimento: in modo carsico. L’acqua pian piano fluisce e lega ogni oggetto in un groviglio, vivo o decomposto, in un grande grumo, che continuamente si dispiega, in una metamorfosi di insetti, di larve, di fusti d’acquitrino, di alghe, di pesci che lì stazionano e nascono. È una danza da fermi che roteando genera strutture ben più corpose, come le aree costruite dagli uccelli migratori e da quelli stanziali, i quali, come provetti carpentieri, impastano l’acqua nell’edificare le spiagge, i nidi, gli isolotti e le dighe.

Prede e predatori lì convergono, attirati da tutti i loro secondi impigliati.

Delia Owens, prima di scrivere il suo romanzo d’esordio, e anche dopo, è stata una valente etologa e ornitologa, e lo si nota dalla descrizione minuziosa degli animali, dei pesci, degli insetti, i quali agiscono, entro e con la palude, assieme ai personaggi canonici.

L’ecologia, intesa come un nido d’infanzia, la casa di cura e di nascita, segue un filo narrativo parallelo con le azioni dei singoli, oscillando su intervalli temporali che, come il giorno e la notte della nebbia e della rugiada della palude, vanno avanti negli anni e ritornano indietro. Gli eventi iniziano in modo invertito, collegandosi con situazioni accadute mesi e decenni prima, e viceversa. Il perno di questo vortice temporale che conferisce la stabilità alla narrazione è LEI: la ragazza della palude. La fragile bimba vessata ed abbandonata, disprezzata, osteggiata, isolata, che, però, trae da sé stessa le forze e le capacità per sopravvivere e crescere e venire in relazione con ciò che è al di fuori della palude, nel tempo della società. Quella particolare comunità che però ondeggia tra il fiume e l’oceano. Due canne d’acqua in balia delle onde del tempo, delle quali, la palude, è ancor di più, a pelo d’aria e d’acqua, sospesa tra il reale e il fantastico, che risponde nel mito, nel ricordo e nel racconto.

Quando la ragazza della palude è estremamente debole ed indigente, fortunatamente riceve l’aiuto di alcuni, che però, guarda caso, sono anch’essi quasi reietti dal mondo del tempo lineare. E quando acquisisce l’autonomia, altri ancora, però, tentano di sopraffarla e acquisirle la vitalità, l’eccitazione e la propria affermazione. La palude e la ragazza sono i luoghi in cui l’inconscio di ogni personaggio emerge nei lati non visti e non espressi magari, volutamente celati, oppure strenuamente perseguiti.

All’inizio il romanzo assume uno stile quasi dell’ottocento, nel raffigurare una famiglia disgraziata, con l’abbandono di questa figlia. Dopodiché assume il tono di un thriller, fino a quello del mistero, passando per l’avventura della sopravvivenza, ma poi declina in una descrizione etologica di tutti gli esseri viventi, non fredda, ma partecipata e quasi compassionevole. Il lettore si ritrova a convivere con famigliarità in questo ambiente di più dimensioni temporali dove i mutamenti non si disperdono, ma si raccolgono in quella memora ciclica di nascita, crescita, mutamento che è la palude, con il suo ingresso che è il pantano: il luogo che risponde alle proprie inclinazioni. Dure, crudeli, di riparo, edificanti, in base agli angoli nascosti dei protagonisti.

È anche una storia indiretta del sud degli Stati Uniti, visti però da lontano, dove gli avvenimenti giungono sfocati, lenti, in punta di piedi e questi subiscono l’erosione dell’ambiente salino, salmastro, sornione della palude. La riposante umidità che ipnotizza, impigrisce, richiama, affonda, e fa naufragare le parole a una sola dimensione. Si riesce a muoversi e a vivere, solo se si ha la capacità di osservare la realtà e di comprendersi in più livelli interpretativi. I ruoli si moltiplicano nello stesso personaggio, connettendosi, però, attraverso contorni laschi e sfumati.

Violenza, delitto, amore, passione, fuga, tristezza, dolore, speranza, eroismo, generosità, tutto vi è un questo quadro che prende vita ogni volta che il lettore ha la spinta a percorrerlo. E lì quell’incrocio tra il fiume e l’oceano ad esprimere questa comunità piccola e modesta, ma universale tra l’angoscia della caduta, il timore dell’attacco, la speranza del guado, come è appunto la vita di una libellula d’acqua, cioè la ragazza della palude.