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CONSIGLI DI LETTURA: La resa dei conti di Saul Bellow

La resa dei conti di Saul Bellow,
(ed. originale, Seize the Day, 1956),
traduzione di Floriana Bossi, Mondadori,
Milano, 2000

Il romanzo ci pone una domanda e un dilemma: cosa intendiamo quando giunge un giudizio universale che riguarda noi stessi? Ovvero il decreto indefettibile che si rivolge alla totalità del nostro vivere. Si è soli, totalmente soli, ogni imputazione e recriminazione e difesa è rivolta solo a noi stessi. Vi è un solo specchio e guarda solo te. Non vi è altro. Il giudizio universale che riguarda te, assume che tu sia proprietario e unico responsabile del tuo vivere. Dove il tuo vivere è imputabile e di pertinenza unica, irriproducibile, e libera in base alle tue facoltà senzienti.

Tu sei signore e padrone del tuo vivere, anche nella incertezza del mondo. Certo: non sei in un paradiso stabile e sicuro. Non hai la mappa del divenire. L’ignorare ciò che è al di là della tua vista, e la consapevolezza della tua intrinseca limitatezza nell’universo, però non esclude la certezza che tu sia questo individuo che può pensare e discernere, anche se impotente magari rispetto agli sconvolgimenti cosmici. Nulla toglie la tua esclusiva responsabilità, perché tu, e io, quando diciamo “me” intendiamo una individuazione che pensa e che si reputa un soggetto.

Il giudizio universale rende conto del tuo operare e del tuo scegliere, e usa proprio l’etica che tu formuli. Adegua il linguaggio con quello tuo. Tanto hai giudicato ed agito, quanto riceverai le domande e il giudizio su ciò che è accaduto. E non puoi mentire, perché il giudizio universale rende conto anche delle tue bugie ed omissioni. Niente di ciò che sei, è lasciato nello sfondo.

La reazione istintiva e primaria rispetto a questo annuncio che chiama solo te, è quella di scappare, di non sentire, di mimesi riguardo ai propri pensieri rispetto a ciò che ci circonda. La fuga, la negazione, la bugia di difesa, sono le prime reazioni che però non vengono sminuite, anzi si aggiungono al materiale del tuo vivere, e diventano un ulteriore oggetto di giudizio.

La seconda reazione, che forse è anche concomitante alla prima, è quella di mentire a sé stessi. Convincersi che non si è agito così, anzi, che non si è mai pensato di intendere tale volontà. Ed è qui che si diventa ostinati, perché entra l’orgoglio, la reticenza, l’ostinazione: i baluardi disperati che tentano di coprire la vergogna, che però utilizzano gli stessi materiali e strumenti che hanno comportato lo svilimento, l’ignavia, la corruzione, la viltà, e l’incoerenza.

Tanto più cerchi di nascondere tutto e nasconderti, tanto più accresci ciò che rifiuti. Non puoi combattere contro te stesso. Puoi volontariamente arrecarti del male, ma non lo compie ciò che è oltre te. È sempre la tua persona che si infligge una punizione: non puoi scappare. L’illusione del lamento, e dell’imputazione di colpa al destino, al mondo, e magari anche a chi effettivamente ti ha arrecato del male, non allevia o svia l’annuncio della resa dei conti.

È ben chiaro che chi magari ci ha arrecato del male, sia anche lui responsabile, ma non esclude ciò che sei. Hai il diritto di pretendere giustizia da chi è a te ostile, ma proprio per questo, tale argomento, perché sia consistente, non può non rivolgersi anche a te, indipendentemente da ciò che gli altri hanno compiuto verso la tua persona. Puoi rivendicate tutto contro di loro, ma non puoi scappare da quel piccolo cavo buio che tieni celato dove alberga la tua parte più intima.

Che dilemma: più scappo, e più provo quanto è imputabile dal giudizio. E se accetto, liberamente assumo una relazione necessaria, dove non ho scelta di non subirla.

Eppure su questo, abbiamo fiducia, e ci relazioniamo ogni giorno attraverso la convinzione che esista una coerenza e un senso del nostro vivere e su ciò che siamo.

Se non accetto il giudizio universale, non posso capire e fornire un senso compiuto del mio vissuto, ovvero di me stesso. Rifiuto che io sia stato, cioè che io sia: la massima contraddizione, la follia più radicale, il dolore autoinflitto incommensurabile. Se fuggo, subisco la pena infinita. Se accetto, la subirò comunque, magari attenuata, ma con un dolore sconfinato.

Ed è qui il dubbio argomentativo, il dilemma etico: all’interno di questo dolore sconfinato ho una speranza? Come posso agire?

Il romanzo di Saul Bellow crea uno stato di apnea, perché il protagonista in questo unico giorno affronta problemi che persistono da anni e sono irresoluti, ripete conflitti familiari, e formali, che sa già di aver posto interazioni perdenti, in cui ha mostrato la mediocre viltà. Eppure questo figlio, marito divorziato, fallito economicamente, con una bellezza che sfuma e un fare trasandato che svilisce ciò che è stato, ha però l’intelligenza e il candore di capire ciò. Questo giorno non rifiuta e non scappa al giudizio che lo persegue da anni: ora è costretto per eventi esterni drammatici ad affrontare sé stesso. Passando da avventurieri, dal giudizio e dal disprezzo che il padre ha verso di lui, dal disgusto e dalla vendetta che pone la sua ex moglie, e dal fallimento di tutto, oltre che un inizio del disfacimento fisico, chiede comprensione. Chiede un atto di umanità.

È una richiesta subdola, che cerca di non rispondere alle sue mancanze. Il romanzo si snoda in questa tensione crescente. In questo uomo appeso a un burrone che con le mani cerca di aggrapparsi, e il lettore vuole continuare a leggere per vedere fino a che punto arriva l’abisso.

Si ha l’apnea, perché ognuno di noi, avverte un richiamo: riguarda anche la nostra storia: già è innanzi e non possiamo fuggire. Non possiamo nasconderci a chi ha inventato tutte le bugie e le menzogne che pratichiamo a noi stessi, iniziando la mattina quando ci guardiamo allo specchio.

Saul Bellow ha scritto un romanzo con un ritmo che non ha sbavature, con un lento crescendo e con oscillazioni di ritmo che permette al lettore di lasciar emergere l’intero spettro emotivo.

Nell’estrema tragedia, forse, questo individuo così misero ha però la possibilità di un atto di coraggio, di non rinunciare a una visione per la quale tutto sia abisso, che convola in un sentiero sempre più angusto e senza luce. Forse l’assunzione dell’estremo dolore derivato da una piena consapevolezza del proprio vivere, apre il cuore e la compassione verso l’altro. E questa, nell’estrema disperazione, è possibile che dia il coraggio incommensurabile nell’estendere le proprie cognizioni e sentimenti anche a chi non è la nostra persona. Comprendere la comune natura dei giudizi universali altrui. Il massimo slancio che tenta di andare oltre il proprio sé, ovvero il piccolo cerchio con il quale abbiamo costruito il “io”.

Uno stile inconfondibile, non eccessivamente truculento o isterico. Piano, lento, descrittivo, ma con un ritmo che segue la logica dei concetti espressi e degli stati emotivi dei protagonisti in un modo così naturale da essere quasi trasparente. Già la completa visibilità: ciò che è la base del Giudizio universale.

Una grande opera per il dilemma più terribile o forse la speranza più attesa.

CONSIGLI DI LETTURA: I cronoliti di Robert Charles Wilson

I cronoliti (Urania) di Robert Charles Wilson, 2023
(Prima ed. The Chronoliths, 2001),
trad. Annarita Guarnieri, Mondadori, Milano

È un romanzo avvincente che tiene la curiosità fino allo spasimo mantenendo il mistero e la tensione nei vari climax che si susseguono fino all’epilogo.

Vi è una ottima intuizione fantascientifica che utilizza la nozione del tempo. Questa non è originale in sé, piuttosto l’uso in rapporto alle conoscenze che abbiamo oggi riguardo al campo della ricerca della gravità, della linea temporale dell’universo, alle particelle subatomiche.

Vi è l’idea di usare il paradosso temporale in cui la possibilità di ritornare nel passato implica la possibilità di modificare il futuro, attraverso azioni nel presente che mantengano la memoria di ciò che sarà. È un espediente usato copiosamente nella letteratura fantascientifica. In questo romanzo, però, vi è il tentativo di rendere verosimile la struttura portante della trama, con ipotesi relative alla teoria della gravitazione relativistica, alla geometria differenziale e ai coni temporali che sono patrimonio della ricerca scientifica attuale.

È una composizione letteraria che può inscritta nella categoria della fantascienza dura, per la quale sono utilizzate le particelle subatomiche come i tauoni e la possibilità che il viaggio nel tempo sia considerato come un moto nello spazio. Lo scorrere del tempo è inteso come un piano tangente di due curve (a più dimensioni) che si toccano in un punto (o più in dettaglio un intorno infinitesimo di questo punto) che è il presente.

In una logica classica il tempo è unidirezionale, e quindi la curva del quasi passato trae a sé il presente, mentre quella del futuro, cerca di prenderlo nel verso opposto. Nel momento che il presente è toccato, tale evento annichilisce entrambe le curve nella veste di materia (subatomica) e nel correlato di energia, in un processo continuo che è a più dimensioni, ma dal punto di vista nostro, che è a tre dimensioni (quattro con il tempo relativistico), esso si riduce a un moto unidirezionale.

L’espediente fantascientifico consiste nel ritenere che il piano del presente sia poroso e che la proiezione inversa del futuro verso di esso, per opera di un sapiente uso dei tauoni con livelli controllati di energia e di trasporto di materia, possa essere realizzata in punta di spilli, come se si usasse un pettine per districare le masse informi tra quell’intorno infinitesimo zona di nessuno tra la curva del futuro e il piano del presente, per arrivare alla nuca (cioè l’istante del presente)*.

*in matematica tale pettine richiama la nozione di fibrato tensoriale (è un tipo di spazio vettoriale in cui a ogni punto di una base è associato uno spazio vettoriale che è il prodotto tensoriale delle fibre di un altro fibrato. Questo concetto unisce le idee di fibrati (spazi che associano un fascio di fibre a una base) e di prodotto tensoriale (un modo per combinare spazi vettoriali) per creare una nuova struttura geometrica).

Insomma è come se avessimo un palloncino gonfiato e di tessuto spesso e resistente (cosparso di olio, e quindi scivoloso), in cui nella superficie lentamente appoggiassimo un pettine e poi curvandolo un poco, e operando una pressione, i denti affondassero nella superficie curvandola (senza romperla, altrimenti il presente affonderebbe subito nel passato, portandosi dietro tutto) fino a toccare lo spazio del presente voluto, che, in quel preciso momento con quella determinata energia e materia correlata, trasporta i cronoliti.  

Attenzione il trasporto è temporale, non spaziale, perché nel futuro il cronolite è stato costruito nello stesso luogo.

(perdonate la mia prolissità nel soffermarmi in questo espediente iniziale, ma ho cercato per le mie conoscenze di fisica che non sono quelle di un premio Nobel, di esplicitare l’insieme dei concetti usati. Con un pettine e un palloncino ho cercato per analogia quasi poetica di sintetizzare qualche nozione fondamentale della teoria della relatività, della meccanica quantistica, della fisica teoria applicata a quella subatomica, e della matematica super avanzata dei fibrati tensoriali e delle varietà a n-dimensioni spinoriali!!!! – Se qualcuno ha delle perplessità, non preoccupatevi, rileggendomi non mi sono capito neppure io   )

I cronoliti sono grandi parallelepipedi che appaiono quasi dal nulla, e si innestano come totem in dimensioni sempre più estese. La loro comparsa è preceduta da cambiamenti atmosferici e da campi ionizzati. Nel momento della loro comparsa, risucchiano calore e materia, causando disastri nel raggio di più chilometri, oltre a una momentanea glaciazione. Vi è una ottima spiegazione razionale dei processi fisici e subatomici relativistici che è altamente sofisticata, che però ricordo, si poggia sempre sull’espediente fantascientifico iniziale.

Diciamocelo qui, tra di noi, per non farlo sapere ai futuri scrittori di fantascienza per non tarpare le loro ali creative: seppure nello stesso libro è descritto, ma giustificato con una tecnologia che controlli i tauoni, per poter andare indietro nel tempo, trasportando la massa, oppure una energia tale da farla convertire in materia, occorrerebbe una energia tendenzialmente infinita quasi quanto quella dell’universo.

Comunque il dato di fatto avvincente è che nei cronoliti vi sono immagini e messaggi che avvertono dell’avvento e della vittoria del Kuin. Si suppone che sia un leader, o un regno, o una nuova entità nazionale, che dominerà il mondo a breve e trasformerà tutto. E pone dei messaggi in cui prevede sommovimenti e rivolte in varie parti del mondo.

Il modo con il quale appare bucando letteralmente le città, causando quindi decine di migliaia di morti, innesta processi sociali di fede, idolatria, paura, in un crescendo irrazionale che porta alla ricerca dei santoni, dei profeti di questa era, particolarmente diffusi tra le generazioni più giovani: le più esposte all’apocalisse prossima ventura.

Vi sono gli enti nazionali che tentano di combattere e di contrastare i cronoliti e le correnti temporali unidirezionali che tali messaggi intendono realizzare in questo cortocircuito temporale.

E qui vi sono i protagonisti i quali si impegnano a contrastare la disgregazione sociale, la crisi economica, il conflitto intergenerazionale, e la guerra totale che si sta approssimando nei continenti.

La trama oscilla tra un piano collettivo a quello individuale, di famiglie che nascono e si disgregano, e della incomunicabilità tra le coorti generazionali, tra i genitori e i figli. Tra gli errori dei primi, e quelli ancora più gravi dei secondi. Vi sono descrizioni psicologiche approfondite che vengono centellinate con indizi che portano poi a rendere coerenti le loro azioni, mostrando quindi personaggi che evolvono e mostrano parti sempre più complesse del loro pensare e dei motivi sottostanti.

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Sebbene sia stato scritto nel 2001 in corrispondenza del crollo delle due torri gemelle, e quindi del senso di insicurezza, che svegliò il mondo dal sogno di un futuro senza conflitti, l’autore cerca di analizzare in più aspetti l’insieme dei processi sociali, e dei meccanismi psicologici individuali, e delle elaborazioni simboliche collettive che portano ad assumere l’interazione con gli altri in modo divisivo, apertamente conflittuale, dove si rifiutano parti terze istituzionali che regolano gli scambi, le esigenze, le normali relazioni con il prossimo. E quindi nel ritorno ancestrale della ricerca del Leviatano che tenta di frenare l’essere umano che è sempre un lupo.

Nel romanzo appaiono fenomeni di idolatria che inducono a ritenere sempre vero il proprio punto di vista, con la convinzione che il punto di vista degli altri sia il male, e che quindi non vi è una possibilità di coesistenza. O io o gli altri, e io sono nel giusto, e tutti pensano come me, ovvero gli altri come me, il gruppo, il clan, la nazione che si fonda su valori ancestrali, sul popolo.

Appare il fenomeno del populismo che cerca il leader condottiero, il messia che porta il bene, trasformando il presente in un rivolgimento: In una prossima e salvifica apocalisse.

Sembra un romanzo scritto oggi, per tutto quello che sta accadendo nel mondo, in un ritorno di uno scambio commerciale e di produzione locale, in guerra con gli altri, nel confine delle nazioni come una linea di guerra e di trincea, nel disprezzo delle democrazie e quindi nell’aspirare a colui che esprime i bisogni e le paure di una massa acefala e indistinta, in cui questi individui che credono di essere il mondo, annichiliscono l’un l’altro in un urlo di rivendicazione e di violenza.

Il romanzo gioca tra la razionalità e la pulsione di distruzione. È una ottima palestra per noi stessi, nella vita quotidiana, nel godere di questa lettura che ha più piani di azione paralleli, con dialoghi non banali, con una ottima introspezione psicologica, con scene di azioni avvincenti, e con climax che sanno tenerci in tensione e coinvolgerci nella gamma delle emozioni evocate.

È un bel romanzo di fantascienza hard, la cui lettura va consigliata a tutti.

CONSIGLI DI LETTURA: Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf (Autore), Bertil Lybeck (Illustratore), Laura Cangemi (Traduttore), 2017 (Nils Holgerssons underbara resa genom Sverige, 1906) Iperborea Edizioni, Milano

È un viaggio di formazione di un adolescente che incrocia quello della Svezia nei secoli e nei miti, attraverso un viaggio nei territori e nei mari che ne furono e ne sono il suo guscio.

È un racconto magico che incarna il mito di crescita proprio di Pinocchio e di Peter Pan. Il protagonista è uno scansafatiche dispettoso tenuto faticosamente sotto controllo dai propri genitori, che, nonostante le preoccupazioni per il loro futuro di incertezza economica, lo trattano relativamente con pazienza e comprensione. Un giorno però, per le sue birberie, è trasformato in un troll minuscolo senza però averne i poteri e quindi alla mercede di chiunque, anche animali di piccola taglia. Ha però una qualità: riesce a capire e a esprimersi nei linguaggi degli animali, prevalentemente quelli vertebrati (uccelli, mammiferi, rettili, anfibi e pesci).

Riesce a scampare ai primi pericoli e aggressioni, chiedendo soccorso al papero che soggiornava fuori della sua casa, il quale mostrò una notevole reticenza, dato le angherie ricevute, ma alla fine cedette. E fuggendo dalla casa, e portandolo con sé, entrambi respinti in prima istanza, riuscirono a unirsi a uno stormo di oche selvatiche in viaggio verso il nord per la deposizione delle uova, data la primavera inoltrata.

E qui inizia un viaggio fantastico, pieno di avventure dove percorrono l’intera Svezia, passando per la Finlandia e per la Lapponia, cercando di difendersi dai rapaci, dalle volpi e da tanti altri pericoli, tra i quali quello più letale: l’uomo.

Se in un primo momento Nils è appena sopportato data la pessima fama per cui era noto tra tutti gli animali, piano piano, riesce ad essere di aiuto, per la sua agilità, inventiva e creatività, salvando le oche e tanti altri animali da morte certa.

La scrittrice Selma Lagerlöf è di una bravura impressionante perché non crea un mondo magico separato da quello umano, infatti entrambi convivono e si relazionano in una mutua relazione, in base anche ai mutamenti geologici e più in particolare morfologici dell’intera penisola scandinava.

Il mito non è altro, o posto in un tempo lontano, o in una dimensione parallela. Gli animali assumono un tono antropomorfo, mantenendo però le loro caratteristiche etologiche. L’autrice si sforza di pensare e di immaginare le esigenze, le sensazioni degli animali nel momento in cui noi riuscissimo a intenderli, e lo fa in un modo verosimile da vera etologa.

Ogni paese, o fiume, o affluente, catena montuoso è vista come una entità vivente che si sviluppa, soffre, cresce, anche per mano dell’uomo. Tale relazione tra il mito, il magico, l’incanto, la leggenda, la memoria, le storie quotidiane, i racconti sono intessuti in una narrazione in cui le figure mitiche, gli umani, gli animali, i personaggi delle favole, convivono, parlano, e interagiscono, seppure usando tempi e modi diversi, non direttamente comprensibili, ma intuibili.

Gli umani non possono certamente dialogare con i grandi laghi, gli alberi i boschi in cammino, ma capiscono gli sviluppi futuri e i mutamenti in atto sia per le loro operose attività economiche quotidiane, lo sviluppo della scienza, e le narrazioni mitiche, dove ogni elemento dei luoghi acquisiscono una anima, o per meglio dire uno spirito della materia, degli elementi principali. È una vera cosmogonia animistica.

E qui si sente veramente un tratto ancestrale dei popoli che si approssimano al Polo Nord, e in particolare quello svedese, un senso intimo, diretto del proprio corpo, del proprio destino, e di una teoria del mutamento e del divenire che è corrispondente con quello dei luoghi natii e di confine. I monti parlano e soffrono, come i boschi e i laghi, e se è per opera dell’uomo, ne ricevono il risultato, come è vero anche il contrario. Ovvero la presa di coscienza degli umani circa la responsabilità delle proprie azioni, e quindi la messa in tema di un’etica che spinge ad agire cercando un benessere comune e generalizzato, permette lo sviluppo delle terre, della flora, e quindi una nuova ed equilibrata convivenza con gli animali.

L’autrice poi, mostra in modo avvincente e divertente le gare, i battibecchi, i conflitti e le alleanze tra gli stessi animali. È di un livello narrativo sopra ogni classifica quando narra, ad esempio, la gara di acrobazie e di voli di squadra di diverse specie di uccelli nei luoghi di sosta di ritrovo, dove si cominciano a creare i primi nidi per alcuni. Sembra di stare in una serie di Quark con Piero Angela, ma narrato il tutto con uno stile, e una tensione che lascia a bocca aperta, e ci fa sentire così piccoli, superficiali, ingrati verso gli uccelli e gli animali in genere da non apprezzare le loro qualità intrinseche e le strategie di sopravvivenza, nonché quelle di mutua alleanza e di relazione, non inventate, ma vere, verissime.

Esteticamente si ha subito un desiderio di porsi in contatto con ciò che noi chiamiamo natura intendendolo un confine inanimato. È invece un universo in cammino nel quale noi stessi ne facciamo parte, dal quale ne traiamo da vivere ed è anche intriso di pericoli.

E questa conoscenza e storia di apprendimento vale per il piccolo Nils, perché viaggiando in groppa alle oche, vede tanto della Svezia, e sente i racconti degli animali che fanno dei luoghi, e apprende tutto quello che non studiò a scuola, anzi di più, sentendolo in carne ed ossa, ponendosi in relazione anche conflittuale, per salvare gli stessi compagni di viaggio, dalle figure storiche che riprendono vita, come anche quelle delle fiabe e delle leggende.

Oltre ad essere un cammino magico alla Peter Pan, è però anche reale, perché è ambientato al tempo contemporaneo della scrittrice, che è di inizio novecento, un momento storico di grande industrializzazione della Svezia, accompagnato da una diffusione della conoscenza scientifica e dallo sviluppo della tecnica e della tecnologia, avendo un senso della ricerca scientifica sempre più sviluppato. È quindi anche un percorso di formazione simile a Pel di Carota e di Gianburrasca, bimbi che diventano adulti in senso alla società reale, non magica.

Nils, continuando ad avere le fattezze di un troll, con solo una capacità a correre veloce come un furetto e una agilità di uno scoiattolo, abbraccia l’intera penisola Scandinava e acquisisce una responsabilità da adulto e prova affetto sincero per tutti.

È un romanzo che fa sorridere, commuovere, e apre il cuore del lettore e il desiderio di volare e di guardare oltre il proprio orizzonte. Invita a venire a patti con il proprio luogo d’origine, a ritornare alle proprie radici, ma non per rimanerne lì protetti e immoti come in un guscio primordiale. Sarebbe innaturale con la conseguenza di ottenere una vecchiaia muta e ignara. No. Si ritorna a guardare sé stessi nel proprio inconscio collettivo storico, per rinascere assieme a tutti. Non si vuole soltanto che quell’albero cresca con nuovi rami, ma che l’intero bosco in tutte le sue varietà si allarghi ed evolve, pensandosi appunto a se stessi come un territorio dotato di flora, di fauna, di torrenti e di monti. In tutte le sue varietà.

Attraverso il racconto e il mito, si porta il proprio passato nel presente cercando rielaborarlo e nell’estenderlo assieme agli altri.

Non è un caso che Selma Lagerlöf sia stata designata del premio Nobel per la letteratura, e che da subito divenne una delle autrici più famose in Svezia e nei paesi nordici.

È un libro tutto da godere che fa sorridere ed evolvere in nuovi stadi del nostro vivere.

CONSIGLI DI LETTURA: Amatissima di Toni Morrison

Amatissima, 1993  (Prima ed. Beloved, 1987)
di Toni Morrison (Autore), Franca Cavagnoli
(a cura di, Dopo), Alessandro Portelli (Collaboratore),
Giuseppe Natale (Traduttore), Ed. Frassinelli (Torino)

Nell’inconscio collettivo forse noi abbiamo una immagine prevalentemente cinematografica riguardo i milioni di schiavi che furono deportati dal continente africano verso i continenti americani. Nella fattispecie durante il periodo intorno alla guerra civile americana, detta impropriamente di “secessione”.

È un periodo che, per motivi di scontro politico all’interno degli Stati Uniti, e per lo sviluppo delle scienze relative alla etnologia e all’antropologia, si registrarono le voci, le storie degli schiavi, degli schiavi liberati e di quelli inframmezzati nello stato di passaggio più brutale a quello di cittadini semi liberi dal punto di vista civile ed economico che durò per tutto l’ottocento e oltre. In termini quantitativi furono non più di 500 persone su oltre sessanta milioni di schiavi che traversano l’Atlantico, dei quali quindici milioni sopravvissuti, durante due secoli di storia.

In questo romanzo si parla di loro, e certamente non è che prima e nelle altre zone dell’America del nord e del sud tale fenomeno non ci fosse, anzi il contrario. Ancor di più il fenomeno della schiavitù era e fu anche praticato dalle stesse genti africane autoctone da secoli.

La caratteristica peculiare però qui riguarda noi, e cioè la nostra responsabilità storica nel ricordare non soltanto le immagini evocate, ma riportare la concreta presenza. Cioè quando il racconto si fa carne nel testimone e di ciò che è presente ancora qui, oggi nei nostri sistemi valoriali, nei nostri atteggiamenti, nel porci noi stessi come successivi ad una origine che si dice civile, e portatrice di diritti crescenti.

Eppure, tralasciando i pochi specialisti del settore e gli storici di professione, non è così fuori luogo pensare che noi si abbia una immagine stilizzata ed edulcorata delle condizioni di schiavitù, che talvolta ci porta a pensarla come una menomazione quantitativa, o una condizione di indigenza rispetto al vivere dei “bianchi”.

Non è così. La schiavitù fu brutale, dal soggiogamento classico della catena, alla negazione totale della soggettività della persona. Gli schiavi non si potevano sposare, magari unirsi per concepire dei figli utili per lavorare, i quali erano poi venduti, scambiati e tolti dalle madri ancora in fasce. E le stesse madri non potevano allattarli, perché dovevano donare il loro latte agli infanti dei padroni. Una donna poteva avere più figli da uomini diversi, i quali magari dopo sei mesi scappavano, per essere catturati, torturati talvolta nei modi più crudeli, e poi definitivamente uccisi, a meno che non fossero ancora utili per i lavori, ma sempre dopo aver amputato un membro o averli ridotti in condizioni ancora più orribili.

Poter mangiare e bere ogni giorno fu una concessione. Certo talvolta gli schiavi erano tenuti in modo meno inumano, anzi con compiti di fiducia e di cura, in modo ancillare, e talvolta con riconoscenza, specie quando il padrone si faceva debole e vecchio, e quindi bisognoso delle cure ultime, in un sentimentalismo ipocrita e in fondo vampiro.

Questo romanzo cerca di riportare alla voce, le storie, i mondi di questi milioni di persone, ma non è una serie televisiva con una sceneggiatura chiara, piana, e coerente nello sviluppo temporale. La memoria è uno smembramento: questo ricordare non è un processo neutro, perché paga i processi di occultamento e la deformazione congenita in ogni processo di rievocazione. Ancora di più è accentuata la selezione dei fatti e l’uso artefatto quando i soggetti e i testimoni per tutto il loro vivere non ebbero gli strumenti e i linguaggi della memoria, come il testo scritto, il saper leggere e far di conto, nel reclamare il diritto di proprietà delle proprie opere di ingegno e dei manufatti. E ancora peggio di non avere quelle reti sociali e comunitarie, che, anche in processi di trasmissione orale, fossero attive nel passaggio inter generazionale da parte degli anziani, e dei custodi degli spiriti e degli avi a dar senso alla propria storia e alla proiezione del futuro.

La rievocazione quindi, è dolorosa, smembrata, a raggiera, perché non può che partire dagli eventi tragici che hanno indotto anche i padroni ad averne memoria, come ad esempio i resoconti dei tribunali, in cui furono registrati gli atti di ribellione, o i reati universali come ad esempio l’infanticidio, e addirittura sconvolgente se perpetrato da madri schiave nere. Oltre ai pochi racconti di coloro che ebbero la fortuna di saper scrivere e di aver registrato dai bianchi i loro pochi fogli, e dai resoconti degli occhi dei bianchi e delle distonie degli etnologi, dei giornalisti e degli antropologi, si hanno reti della memoria, a sprazzi.

Sono scogli che emergono e spariscono a ridosso delle coste in base ai flutti del tempo, della violenza, di chi comanda, di chi opprime e di chi ha la forza. Lo strumento del racconto quindi si sfrangia in più voci che vanno avanti e indietro nel tempo, e ognuna ondeggia nella memoria, perché lo scavare è doloroso. E con la consapevolezza del canto, della condivisione dei fatti che risalgono a tempi mai precisi e tutti attualizzati, i soggetti aspirano a non essere schiavi, e quindi cercano un attimo di respiro nell’immaginarsi attivi e detentori dei titoli della memoria. Ciò implica la responsabilità e si vede che sì, essendo umani, si è anche capaci a propria volta di commettere la violenza e la crudeltà, come i maschi che picchiano, sfruttano, violentano le compagne. Violenza su violenza. Anche gli schiavi sono umani e hanno anche loro da dover rendere conto nel rievocare la memoria.

Vi è la beffa più grande, non sono solo i padroni ad occultare, selezionare ed ingentilire, ciò che fu, ma anche coloro che oggi furono i figli di quei milioni di individui. Il paradosso ulteriore è che non possono neanche considerarsi altri dai figli dei bianchi di oggi, perché la gran parte dei figli degli schiavi ha nonni, zii e prozii bianchi. Sono figli di violenza, e dentro i loro geni forse vi è più Europa che Africa.

Nel romanzo si ritorna e si gravita nell’evento più orrendo, ove tutti convergono nell’essere protagonisti, inconsapevoli e no nel trarre dagli oceani dell’oblio, estensioni sempre più vaste di questo canto di decine di milioni di individui.

A prima vista il lettore non capisce se in quella casa vi siano effettivamente gli spiriti, se quella bambina sia un fantasma e in carne ed ossa, ma proprio per la logica della storia ciò è ininfluente, perché la memoria non può essere quella di chi ha tutti gli strumenti del linguaggio odierno, ovvero tale oblio può emergere se il ricordo si fa oggetto, ovvero carne, e quindi sangue e dolore.

Le oscillazioni dei protagonisti nel ricordare, permettono di agitare le acque e di lasciar trasparire questi scogli. E i loro echi iniziano a comporre tale immenso processo storico, che fa parte degli Stati Uniti e di tutti noi.

Tony Morrison è una scrittrice a tutto tondo, ha una capacità di scrittura polifonica, ove si passa alla narrazione quasi giornalistica, a quella fiabesca, a quella destrutturata, a quella psicologica per passare a quella realistica. È un romanzo con più scopi, perché vuole dare voce a milioni di persone, e nel contempo non lasciare che le memorie così costruite rimangano fisse e ridotte ad icone sbiadite di un presente che via via si approssima anche esso nel congedo. Non è solo questo, perché tenta un esperimento grandioso nel proiettare tutto ciò in futuro possibile, dove la schiavitù sia solo una parte di ciò che si è stati, e di ciò che si può essere ora: esseri umani a tutto tondo.

CONSIGLI DI LETTURA: Cronache dalla terra dei più felici al mondo di Wole Soyinka

Cronache dalla terra dei più felici al mondo di Wole Soyinka (Autore),
Traduzione di Alessandra di Maio, 2023
(Ed. in lingua originale 2021) La Nave di Teseo Editore, Milano

Sebbene sia un’opera di un autore già affermato e di lunga data, è avvertita già dalla lettura delle prime pagine una irruenza tipica di uno scrittore che dispiega l’energica volontà di affermare la propria personalità. Si è quasi storditi dal bisogno della conferma da parte del proprio estro creativo nel dispiegare il testo ritenuto proprio, originale nella struttura, innovatore nella trama rispetto al proprio passato di lettore, promettente nel delineare gli stili e profondo nella propria poetica. Eppure Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka, è un drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano Premio Nobel per la letteratura nel 1986, considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana, nonché il maggiore drammaturgo africano.

È un’opera con più livelli di narrazione che intersecano generi letterari prettamente europei e americani nella tradizione plurisecolare della forma del romanzo, di resoconto giornalistico e di analisi etnologica, nonché di riflessione antropologica sui motivi delle azioni dei protagonisti. Per una lettura più attenta e anche per una analisi meno pigra, sarebbe opportuno prestare attenzione ai termini trascritti in corsivo. Ci si conceda il lusso del tempo nella ricerca del significato di tali termini, nel relativo uso corrente e il contesto d’uso.

I quattro amici e i nomi topici che rimandano ai classici della letteratura occidentale, sono fusi con i nomi di santi e di guide spirituali sia degli Stati Uniti sia del mondo islamico nella veste araba e in quella nigeriana. E qui si arriva a un punto cruciale nell’accedere a questa nazione centro occidentale africana, che è, in verità, un continente vero e proprio con 250 milioni di individui prossimi a divenire fra qualche lustro, quasi 750 milioni, costituendo probabilmente l’agglomerato statuale più densamente popolato del pianeta.

La lettura di quest’opera ci informa delle generiche e superficiali chiavi di interpretazione che abbiamo dell’Africa e degli africani, perché rivela una quantità sterminata di ottiche inedite per cominciare a pensare di noi e di loro. I nigeriani sono un arcipelago di popoli che hanno lingue formali, idioletti, riti, forme di organizzazioni federali, claniche, di affiliazione, comunitarie, religiose e approcci sincretici in una quantità tale da generare le vertigini solo nell’atto di elencarle.

Lo stupore che potrebbe insorgere in una lettrice o lettore italiano mediamente informati circa le vicende notificate a gocce dai media tradizionali riguardo la Nigeria, sarebbe generato dalla consapevolezza che quei popoli utilizzano i simboli in sincretismo altamente sofisticato.

Il termine “tribale” non è inteso nell’accezione volgare (non certo degli etnologi) che rimanda a ciò che è primitivo, ordalico, contraddistinto da leggi crudeli e semplificanti. Le tribù possono essere costituite da famiglie che vanno dai piccoli villaggi, a intere regioni, fino a costituire ciò che noi intendiamo come ceppo linguistico.

Certamente non ci si deve disperare, perché lo scrittore ci accompagna per mano, e offre di volta in volta i contesti in cui collocare i ruoli e gli agenti sociali che informano di senso e di coerenza l’agire dei protagonisti.

È singolare come dalla persona altolocata e istruita, ricca e potente, a quella più umile nel senso economico e di conduzione di vita, sì aderendo a riti quasi superstiziosi diremmo noi, agiscano tutti credendo fermamente nelle verità scientifiche, nell’uso delle leggi formali del diritto che oscilla tra l’approccio anglosassone e il correlato europeo. Vi è un continuo richiamo di aderenza ai riti e ai valori che sono continuamente concertati dalle comunità, fino alle singole famiglie, con gli stili di vita tipicamente occidentali. Vi è una descrizione e richiami di ricette e cibi tipicamente nigeriani, che variano, come qui in Italia da paese a paese, con le pietanze tipiche dei brand delle multinazionali USA.

Ad una lettura sottile, si nota come l’autore rimanda a situazioni descritte dagli scrittori di gialli e teatrali per i ricevimenti, per i litigi dei famigliari, per i modi di mangiare. Egli attinge alla miniera inesauribile dei racconti, delle leggende, delle opere delle comunità nigeriane e di tutta l’Africa centrale, immergendoli nelle strutture dei drammi e dei romanzi tipici della nostra storia letteraria.

Si avverte una ricchezza creativa di questi popoli irresistibile per la loro voglia di apprendere, la loro curiosità e l’apertura al mondo, evidente per i ceti più elevati che hanno certamente avuto la possibilità di studiare o semplicemente recarsi all’estero, ma che è anche recepita dalle persone ritenute più umili ed indigenti. Mentre sono descritti i loro abiti e i loro riti, nel contempo a tratti sembra di stare dentro gli uffici della borsa di Wall Street, o nelle sedi californiane o di Seattle delle multinazionali tecnologiche, o ancora nelle ipnotiche e suadenti aule degli intrighi cinesi, o in quelle oscure, e purtroppo oggi tragiche, di Mosca.

La questione religiosa è utilizzata per fini politici, per trattare gli affari, per orientare l’opinione pubblica, per fondare diverse modalità di relazioni politiche. Niente di nuovo, sembra di leggere un libro di storia europeo riguardo la guerra dei trenta anni, o i resoconti dei tribunali dell’inquisizione. O dei rapporti di inchiesta riguardo le sette che si stanno propagando nel continente americano. Tutto ciò sta accadendo in Nigeria oggi.

Possiamo, quindi, intuire che è un libro poderoso, complesso, con una quantità di trame parallele, e per fortuna che Wole Soyinka, da gigantesco narratore, sa comporre un percorso ordinato di lettura. Egli infatti assume il ruolo del giornalista che narra i fatti, ma dentro la sequenza degli eventi diventa l’io narrante imponente che richiama eventi del passato per motivare e giustificare le scelte dei protagonisti, la loro storia e la loro intimità. Diventa quindi uno storico degli eventi della Nigeria, e dell’Africa, e un biografo per gli individui, offrendo in più spunti, pastiche e mottetti, in cui l’etologo appare descrivendo le regole dei comportamenti degli umani, indipendentemente dal ruolo assegnato, a quello dell’etnologo spiegando i simboli, le usanze, e le loro origini, che talvolta, in modo quasi comico, provengono dall’Europa, dalla Inghilterra e dalla Francia Imperiale, fondendosi con la tradizione millenaria delle comunità nigeriane, come quella Yoruba, citata più volte.

La sottile analisi politica ci avverte delle dinamiche in corso per tutta l’Africa e ci ricorda, e qui va data una grande onestà intellettuale allo scrittore, di come la schiavitù, la crudeltà metodicamente esibita e la guerra siano state patrimonio autoctono di quei luoghi, molto prima dell’avvento degli occidentali europei. E certamente non è giustificazione per questi ultimi.

Nonostante tutto, il testo assume anche toni comici, che traslano in modo vorticoso in grandi pagine liriche e di passione nel comprendere e accettare il lutto e la perdita. La narrazione però ha la matrice di un giallo avvincente e pieno di colpi di scena. Per questo, come è tradizione del sottoscritto, vi è sempre una riluttanza a rivelare troppo della trama. Un consiglio di lettura a mio parere dovrebbe in primo luogo offrire gli indizi e gli stimoli sull’opera trattandola come un pacco regalo, in cui il lettore annusa e pregusta lo scioglimento dei fiocchi, mentre scarta la confezione, per inoltrarsi nello scrigno segreto, avendo le chiavi di tutte quelle porte che attendono di essere aperte.

A maggior ragione, un’opera come questa subirebbe una grave mutilazione nell’essere rivelata in una trama pigra e scialba di stimoli. Di sicuro possiamo affermare, però, che Wole Soyinka ci invita in questo continente in profonda e veloce mutazione. È un regalo di valore, difficile da maneggiare ma ricco di essenze e di profumi, e di richiami a domande che ancora non abbiamo pienamente formulato per loro e per noi stessi.

CONSIGLI DI LETTURA: IL SANGUE DELLE MADRI

Il sangue delle madri (Urania Jumbo)
di Francesca Cavallero, 2022,
Mondadori, Milano

Perdonatemi tutti, se almeno per questo consiglio di lettura entra la mia personale senile vanità, perché ho ritrovato molto dello spirito e dei modi con i quali io scrissi il mio romanzo “Dentro l’Apocalisse”. Con questo non voglio assolutamente paragonarmi o accodarmi allo stile e alla caratura del romanzo di Francesca Cavallero, ma, a differenza di molti romanzi contemporanei, qui mi sono scaturite assonanze profonde: lo stile che talvolta straborda nelle espressioni poetiche. Vi sono aggettivazioni, predicati oggettivanti, allitterazioni, sinestesie che si innestano in modo fluido nella prosa.

Lo stile è composito e varia in diversi ritmi e climax che si incrociano. La trama è a più livelli e coinvolge la biologia, la terra, il corpo, la relazione sociale, e l’inconscio in modo integrato e non separato, cui la sintesi rimanda a ciò che non è totalmente esprimibile dal linguaggio. Ciò crea il mistero e quindi lo sviluppo degli avvenimenti, la cui proiezione è avvertita in modo lirico e individuale, come se, appunto, il lettore fosse invitato ad abbracciare una visione estetica complessiva nel dolore, nella speranza e nello struggimento.

I personaggi non sono banali. E come anche nel mio libro vi sono digressioni nelle descrizioni politiche ed economiche dello scenario offerto. Sì, Francesca Cavallero non ha scritto un romanzo usa e getta ripetibile, facile da indossare e scartare un secondo dopo la fruizione veloce per un altro manufatto quasi simile.

Non è una lettura facile per chi legge con altre fonti di distrazioni, o per facilitare il sonno. È una lettura che richiede la tua entrata nella scena, con tutto il tuo corpo, e il pulsare delle vene, oltre al godimento intellettuale di seguire percorsi a più dimensioni interpretative e con domande non banali circa le questioni fondamentali della nostra esistenza caduca nel proprio e ciclo di vita.

Vi è infatti un notevole stile lirico e poetico con una sovrabbondanza di descrizioni dei fenomeni atmosferici, delle situazioni, degli ambienti, dei manufatti con le allegorie, le metafore, le sinestesie.

Si ha un’ottima conoscenza di più registri linguistici. Vi è una cura particolare della scelta degli aggettivi, delle attribuzioni.

Le predicazioni poi slittano in referenti testuali che partono anche dalla impressione che fanno sui protagonisti, i quali le ricevono dando l’illusione di conservarle così integre, fornendo l’occasione al lettore di goderne appieno.

Una finzione che è anche propria del poeta che usa i correlati oggettivi, per lasciarli presentare direttamente al lettore.

Le caratteristiche qualitative dei manufatti, e quelle morali degli individui, si concretizzano in stati della realtà e indicatori di senso degli avvenimenti: sono un crocevia dei timbri che scandiscono la trama del racconto. Si vuole stimolare continuamente a creare analogie e simboli nell’interpretare gli eventi.

Vi è una sovrabbondanza di significati in ogni scena che è incastonata in modo certosino. Una descrizione così barocca da fornire l’illusione di porre una realtà concreta, carnale, emotiva diretta.

Le protagoniste, tre donne, hanno avuto madri biologiche morte, o lontane, o madri putative morte ma che sono putative e nume per indirizzare gli eventi. Occorre vedere se anche loro diventeranno madri e creeranno il futuro e la speranza, ed è qui che convergeranno in un destino comune di rinnovamento, nella crescita, nella nascita e nella morte.

Sya, Nebra, Nadja.

Qui le donne sono viste a tutto tondo, non vi è neanche bisogno di distinzioni di genere. Sono individui, persone: ognuna ha una soggettività integra. Le protagoniste coprono la vasta gamma delle tipologie dei comportamenti sociali, delle situazioni emotive, degli odi, degli amori, delle meschinità e delle speranze.

Gli innesti tecnologici ampliano le possibilità di diversificare le prestazioni. In questo le donne e gli uomini sono alla pari. Anzi non vi è bisogno di un criterio di mediazione, perché la distinzione e la relativa metrica non hanno più senso. I personaggi sono robusti, poliedrici, complessi, e compongono le mille sfaccettature del cuore umano: dalla possibilità di compiere atti di generosità commovente e nel contempo di attrezzarsi ad agire nel modo più orrendo e crudele.

La sopravvivenza, l’accesso alle risorse, a un luogo stabile, a difendersi dalle comunità ostili, in perenne conflitto per il vincolo delle fonti di sussistenza, costituiscono i luoghi universali in cui le comunità evolvono in gruppi sociali, alleanze, strutture statuali più complesse, concertando i diritti, le norme, e gli stili di comunicazione.

Senza declamare, ma semplicemente narrando le loro avventure, di per sé nella trama, traspare la ricchezza e la centralità della donna come il perno della sopravvivenza del genere umano e come la fonte primaria di energia, che, sì può confliggere come quella dei maschi, ma che, parallelamente, costruisce e stabilisce l’ambiente in cui possano definirsi agglomerati sociali robusti e duraturi.

255-256 “[…] Il calore del terreno gonfio e il freddo che striscia via dalla notte si contendono il suo corpo in un caos termico che, è certa, pagherà caro. Da tempo cammina nel grigio/verde di un mattino flaccido, senza ore né minuti, arrancando fra gli acquitrini e le prime distese di tundra rigonfie di gas caldi: rottami adunchi e cavi di veicoli aerospaziali emergono dai liquami come ossa di antichi cetacei. Su alcuni Nebra registra, senza vederle, ottuse successioni di numeri, scoloriti stemmi di una o l’altra città-Stato e acronimi che per lei non hanno alcun senso. Trascina i piedi, pesanti della melma che le colma gli scarponi, attraverso la gelatina di vegetali in macerazione, sperando che i crampi bastino a tenerla cosciente. Lentamente la vegetazione cambia, si raggruma in macchie, si abbassa e infoltisce: la temperatura del terreno aumenta man mano che Nebra si avvicina alle Rowdy Mountains […]”

323-324 […] Penso che potrebbero essere trascorsi eoni dall’incidente: il tempo non ha significato mentre lo sento sgretolarsi intorno a me. Le grida sono cessate, l’intera miniera ogni livello ogni nicchia, pozzo, cunicolo sepolti nella montagna risuona di frequenze liquide. Un battito. Una consonanza. Un cuore. Nel tempo ogni suono si acquieta, riflettendosi e assorbendosi mille e mille volte fra le pareti della miniera, animandone il corpo. Nascono e crescono lussureggianti banchi floreali di profondità, che s’impadroniscono dei macchinari abbandonati e li riempiono di bisbigli. La loro è… un’acusintesi che si spiega solo ascoltando la voce dei morti, e gronda di misteri che si schiudono per me. La terra fiorisce nell’oscurità, ogni radice è fatta di suono, sangue e respiri. Sprofondano, lentamente, fino a raggiungere le cavità interne di antichi e colossali ammonoidi fossili, sepolti in sterminate colonie di madreperla. Non mi occorre vedere, ne ascolto la forma. Do loro un nome perché vivono attraverso me. I miei sensi ne ricostruiscono lo spettro dai suoni raccolti, una sinfonia discontinua che risale lungo labirinti giganti, formati dai corpi asciutti di organismi bentonici che milioni di anni hanno animato con un canto di creazione e morte

Qui, nella risacca antica di un oceano preistorico che si è fatto roccia, echeggia il pianto delle Madri.

 «Le Madri…» mi sfugge.

 La culla del nostro dolore.

La nostra eco.

 Sangue e grida.

Evoluzione.

[…]”

CONSIGLI DI LETTURA: Racconti di Isaac Bashevis Singer

Racconti di Isaac Bashevis Singer, Editore Corbaccio,
Milano, 2013, traduttori: Bruno Oddera,
Maria Vasta Dazzi, Mario Biondi

Il corpo di questi racconti che hanno attraversato il vivere di Isaac Bashevis Singer mostrano le sue eccellenti doti nel creare storie brevi e concise, tali da esprimere un climax coerente nello svolgimento delle scene. Il lettore si sente a suo agio nell’introdursi nei mondi evocati dalle singole narrazioni. Non vi sono ambiguità nel delineare i personaggi, perché sono descritti fisicamente con un involucro di segni distintivi dei loro caratteri e con le rispettive morali e biografie.

La presenza di ogni personaggio dispiega immediatamente il suo mondo, le origini dei suoi modi e delle sue inclinazioni nei rapporti verso gli altri, la divinità e il tempo.

Nella brevità delle composizioni vi sono, però, più piani concomitanti di lettura, perché si rileva la descrizione di un mondo intero, che parte da una stanza, una via, un villaggio, una città, un paese, un popolo, una nazione, un intero continente. Non è solo una descrizione fotografica, perché ogni uso e consuetudine ha una sua storia, un tratto distintivo di regole morali e di rapporti con le autorità mondane e con le dimensioni religiose.

I protagonisti esprimono il carico di un popolo nell’interrogarsi sull’umanità di ognuno e degli altri individui appartenenti a religioni e paesi diversi e lontani.

Il nucleo narrativo è innestato nelle comunità degli ebrei aschenaziti: il gruppo religioso ebraico originario dell’Europa centrale e orientale, tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. I racconti sono ambientati nei periodi che intercorrono tra la seconda metà dell’ottocento e nella prima metà del novecento, per intersecarsi, infine, con la biografia dell’autore, passando dalla giovinezza, fino ai racconti della vecchiezza.

I protagonisti sono tutti appartenenti alle comunità aschenazite si fondono con le vicende verosimili accadute in Prussia, Germania, Svezia, Russia, Ucraina, Lituania, Olanda, Francia, Israele, fino agli Stati Uniti.

La struttura narrativa esprime una tensione costante tra i precetti religiosi yiddish, densi di regole, consigli, dibattiti, interpretazione del divino e di ogni aspetto pubblico e privato delle proprie interazioni sociali ed amicali.

I demoni intervengono come attori in gioco, mostrando anch’essi le debolezze, i dubbi e i crucci sul proprio operato. Dibattono con i protagonisti, nel tentativo di dominarli e di soggiogarli in una tensione continua tra la fede, l’aderenza ai precetti religiosi, e l’esigenza di esprimere le proprie convinzioni.

Si ammirano le multiformi culture yiddish, nelle loro inclinazioni a dibattere circa la bontà dell’operato di ognuno dalle azioni e dalle scelte capitali fino alle pratiche quotidiane nell’osservanza dei precetti delle feste e delle preghiere. Vi è una esorbitante pervasività della religione che è correlata, però, alla sua messa in discussione perenne. Sono godibili, e in certi casi comici, i dissidi, e i conflitti tra chi agisce, chi giudica, chi si oppone, chi cerca di comporre una giustificazione del proprio operato, fino all’intera biografia personale. Si dibatte e si litiga anche da morti. L’ultramondano è un elemento essenziale del senso e dello scopo che si dà al tempo e allo spazio del mondo.

Ognuno si sente un estraneo nel suo tempo e in ogni luogo, ma ogni ambiente è famigliare, perché è passibile ad accogliere le comunità aschenazite, in perenne bisogno di un luogo stanziale, che è però accompagnato dalla consapevolezza di poter risiedere ovunque. Ogni sito è la propria casa, seppure litigiosa, instabile, sotto i colpi delle violenze altrui, dei pogrom, del razzismo, dell’odio e dell’ostilità preconcetta.

Si sopravvive, nonostante tutto, alle avversità esogene, e alle proprie debolezze e peccati. Nella pena subita, e nella disperazione, vi è comunque una speranza inconscia di poter rimediare e di avere una seconda possibilità, anche di fronte alla divinità giudicante.

Vi è una infinita, inestinguibile e incrollabile ricerca di senso. I messaggi e i tempi sottostanti travalicano questo popolo, per interpretare l’esigenza di ogni individuo: narrare il proprio vivere in una coerenza tale da permettere un giudizio su di sé e quindi uno scopo per il futuro e per l’eterno. La condizione universale della speranza.

Una ironica compassione è distesa nei ruoli e nei caratteri degli agenti sociali. L’amaro disincanto che trasuda nel ritmo dei dialoghi e degli eventi, però, non è mai sarcastico, perché l’autore parla di sé, assimilando le inclinazioni dei protagonisti.

Questi racconti gravitano presso una domanda che Isaac Singer rivolge a se stesso: sono stato degno? Di quanto il mio vivere è stato coerente con i precetti che mi sono imposto e a cui credo e mi identifico? E se ho, come sicuramente lo è per me, e per il mio popolo, oltre che per il genere umano, la possibilità di rimediare e di migliorare?

Che speranze abbiamo nonostante i limiti, i pregiudizi e la superficiale ignoranza che ci contraddistingue?

La lettura dei racconti è già una risposta ai quesiti dell’autore, perché si è invitati a contribuire con la propria fruizione e i propri giudizi in questo percorso infinito della fruizione estetica, tale da renderci più aperti a sentire il mondo e ad immaginare uno scopo commendevole.

Emerge la speranza di un uomo, di un popolo, del genere umano, di noi stessi che leggiamo: acconsentire al proprio vivere, testimoniare il proprio vissuto, pregare di poter ancora vivere, se non altro per rimediare alle parti più oscure che appesantiscono il cuore e l’anima.

La lingua yiddish ride di se stessa, svelando la sua limitatezza e dichiarando quindi la volontà di apprendere, quindi di affermare la volontà di vivere, nonostante tutto.

CONSIGLI DI LETTURA: Tutti i romanzi di Beppe Fenoglio

Tutti i romanzi (Einaudi tascabili. Biblioteca Vol. 62) di Beppe Fenoglio (Autore), G. Pedullà (a cura di), Torino, 2012

Signore e signori lui va letto integralmente.

Beppe Fenoglio fu considerato uno scrittore controverso per le sue sperimentazioni linguistiche, per la sua visione dei processi storici appena terminati in seguito alla fine della seconda guerra mondiale, per gli avvenimenti politico e sociali che apparvero in Italia fino all’anno della sua morte, nel 1963.

Fu criticato da editori e da letterati aderenti alle ideologie di sinistra e da quelle comuniste filosovietiche. Essendo stato un partigiano, fu radicalmente avverso al mondo fascista e alle destre a cui esse nel dopoguerra si richiamavano. Disincantato rispetto all’assetto statuale risorgimentale monarchico, guardò con distacco l’evoluzione delle interazioni sociali e civili della Repubblica Italiana.

Negli anni successivi alla morte e in corrispondenza delle dispute letterarie che tenevano conto di quelle ideologiche investite dalle posizioni di campo della guerra fredda, fu considerato un novelliere non tanto eccelso e un mediocre romanziere. Fu reputato un goffo sperimentatore linguistico nel tentativo di miscelare il linguaggio formale letterario con quello dialettale delle comunità codificate nelle nuove estetiche del neorealismo degli anni cinquanta. Impietosamente appellato come un dilettante nell’introduzione di neologismi stranieri nel suo stile di scrittura, nel tentativo di dispiegare nuovi orizzonti narrativi in cui inserire le vicende dei personaggi bassi, devianti e normali, grigi nelle loro vite assenti di un climax tragico.

Rimproverato nella sua indifferenza all’uso delle tradizioni narrative italiche, variando topi stilistici nel porli come meri strumenti sussidiari nel linguaggio parlato, sincopato nel ritmo, scarno nelle descrizioni dei luoghi, se non nella caratterizzazione degli eventi. Le trame dei suoi romanzi, anche incompiuti, vertono su un evento da assolvere, da ricevere, da subire, in cui innestare una linea narrativa concentrica in cui il passato e il presente entrano in gioco per suggerire il destino del protagonista e il giogo che sembra già assegnato. Una visione arcaica per alcuni, senza che ci si potesse raccapezzare nella totale mancanza di enfasi tra la dialettica dell’eroe e dell’antagonista, la quale non si chiude mai, se non per l’evanescente finale dell’attore delle gesta, in cui il presente rimane sospeso.

Avversato, quindi dagli scrittori ortodossi, da quelli antisistema, e dagli sperimentatori delle nuove possibilità linguistiche che provenivano dall’estero.

Eppure, nonostante l’alluvione di perplessità che investì in vita e dopo, questo scrittore schivo e radicato nel suo Piemonte, le istituzioni, le parti politiche, i mondi intellettuali, e il pubblico che man mano si faceva più letterato, lo posero come un riferimento rispetto ai temi letterari, sociali e politici dei decenni successivi.

E se ciò già negli ultimi anni della sua vita, fu richiamato nei dibattiti per usarlo come un esempio negativo, il fatto è che indirettamente e inconsciamente fu considerato un interlocutore. Le critiche che si sono susseguite in realtà, agli occhi nostri, ora, mostrano invece i limiti e le esigenze dei loro punti di vista specifici. Nonostante tutto Beppe Fenoglio sembra essere molto di più di come fu inteso e descritto dai luoghi di discussione politici, letterari e di costume dei vari decenni del novecento fino ad ora.

Insomma, chi fu Beppe Fenoglio?

Prima di tutto, ed è questa la sua specificità quasi originale nel ventennio fascista, fu un giovane innamorato della cultura albionica. Per sua spinta personale, con l’avvio di alcuni docenti che avversavano le politiche autarchiche fasciste nel piano linguistico, ideologico, e dottrinale, studiò ed acquisì le nozioni sulla lingua e sulla cultura inglese. Divorò intere raccolte di poesie e romanzi degli scrittori moderni e contemporanei del mondo anglosassone. Li visse nel suo immaginario.

Vi è un elemento, che forse non traspare immediatamente nelle descrizioni ultradecennali di questo giovane che si appassionò a tradurre autonomamente interi passi di drammi teatrali, di poesie, di racconti della letteratura inglese e poi statunitense: l’immedesimazione viva, concreta, presente verso i mondi letterari e le vicende trascritte in quelle opere.

Così schivo, già rispetto alla sua famiglia, dato che si chiudeva nella sua camera, a studiare e a scrivere, divenne, nel parlare e nel pensare i termini e i luoghi tradotti, una parte viva di essi, in cui la sua città, il suo paese, il quartiere, il negozio, si fusero con le campagne d’Irlanda, d’Inghilterra, con i castelli e le magioni dei nobili, con le baracche dei contadini e le fortificazioni dei guerrieri e degli eserciti.

In mondo italico meno che provinciale, lì tra i paesi e le campagne del Piemonte, questo ragazzo pensava e parlava del mondo e dei secoli oltre le Alpi e gli Oceani.

Lo strumento narrativo principale per riannodare eventi così scollegati, fu quello dell’analogia e della ripetizione in cui la metafora e l’allegoria furono spianate in una narrazione ciclica, e quindi mitica. Ma anche qui in un’ottica moderna, da romanzo d’appendice, aperto a tutti, con un linguaggio piano e parlato, con idiomi locali dei luoghi descritti.

E proprio perché Fenoglio vuole vivere ciò che scrive, lo ripete come se si svegliasse ogni mattina, perché poi dalle traduzioni e dalle uscite serali in osteria, dai giochi a carte, dal lavoro di impiegato quotidiano, la notte ricomponeva l’ideazione estetica nella traduzione operativa nella scrittura. Ed ecco, quasi inconscio, l’uso degli stessi protagonisti con l’identico nome per romanzi diversi, in cui le storie prendono percorsi alternativi, come se fosse un racconto orale, con continue variazioni a tema.

E proprio perché fu un partigiano, ritorna a parlare di quello scarto di storia italica, in cui il regno non ci fu più, dal giorno dell’otto settembre 1943 fino all’inverno del 1944. Non arriva neanche alla fine della seconda guerra mondiale, in quasi tutti i romanzi che scrisse.  

Perché? Certamente noi non possiamo entrare nella testa dello scrittore, ma abbiamo indirizzi manifesti che permangono quasi un secolo dopo. Noi non abbiamo fatto i conti con il nostro passato fascista. Abbiamo, in più, dichiarato guerra a tutto il mondo. Siamo stati alleati con l’orrore. Abbiamo chiuso gli occhi, coprendoci di disonore, esibendo la vigliacca mediocrità. E non affrontiamo quella guerra civile che iniziò già con gli scontri del 1919 che portò il partito fascista al potere, fino al 1943, in cui il regime dichiarò guerra contro il suo stesso popolo per mano della Repubblica Sociale Italiana. Non vogliamo pensare di essere stati salvati da quelli che oggi guardiamo con ironia, e che ci hanno dato la mano più volte anche economicamente e che ci hanno protetto da eventuali conflitti fino ad oggi.

E se la parte progressista guardò a un altro regime terribile come quello staliniano, la parte laica e liberale mostrò un’anemica e viscida visione del mondo.

Beppe Fenoglio volle parlare anche del nostro disonore, e di come gli stessi partigiani, dopo la guerra fossero usati in modo mitico e settario, per gli scontri politici e sociali della seconda metà del novecento. Non erano tutti uguali, non erano tutti eroi, non erano tutti dalla stessa parte e si sono avversati ed odiati. E in più Fenoglio parlò dell’altra parte: lo scandalo più orrendo del nostro passato: la Repubblica Sociale Italiana. La caratteristica che diede fastidio ai contemporanei (perché parlava di loro) e di noi ancora oggi, fu quella di rappresentarli come persone normali, che non avevano una idea complessiva degli attori politici, dei leader, dei processi mondiali in corso. Gente analfabeta che a malapena uscì a poche decine di chilometri dal proprio paese.

Narrò gli scontri e le vicende delle varie parti in gioco, in modo volutamente non artefatto, con persone aventi difetti, meschinità, paure, speranze, di trovarsi addirittura quasi per caso e in modo irriflesso da una parte o dall’altra. Ma, attenzione, lui fu un partigiano ed aveva ben chiara la condanna morale dei repubblichini, che condannò moralmente ancor di più dei tedeschi. Non a caso fece dire ai suoi protagonisti partigiani, che loro arrivavano fino alla fine per uccidere un repubblichino e viceversa, perché a differenza dei tedeschi che agivano in modo tattico e logistico, tra di loro ci si voleva “bene”, e quindi si cercava di uccidersi anche in modo strategicamente suicida.

Beppe Fenoglio narrò di sé. I protagonisti sono quei partigiani maschi istruiti, quasi sempre solitari, distaccati, con uno sguardo critico, conoscitori della lingua inglese. Lui non inventa tutto. Parte proprio in modo traslato dalla sua famiglia. Dai rapporti con il padre e con la madre, con i parenti, con i vicini, con il paese natio, con il territorio atavico, con i partigiani badogliani e rossi, con i fascisti, con i repubblichini, con i traditori e i collaborazionisti.

Fu causa di dispute, perché la matrice da cui partiva era vera, in carne ed ossa, ed era di testimonianza diretta, anche se fu edulcorata, ampliata e sublimata nell’opera letteraria. Ecco perché i suoi scritti non potevano essere intesi come opinioni, o visioni settarie dilaganti negli anni cinquanta della guerra fredda.

Si scrisse che non fu però a livello meramente estetico, preciso e coerente nelle sue sperimentazioni linguistiche. Può essere, ma queste sono istanze che furono definite negli anni sessanta, quando appunto le nuove correnti letterarie di retorica, di filosofia del linguaggio, delle nuove tecnologie di scrittura, fornirono interi sistemi di strutture semiotiche e narrative.

Beppe Fenoglio le usava in modo strumentale rispetto alle sue specifiche esigenze narrative. Il modo in cui intervalla i termini gergali inglesi, con quelli dialettali piemontesi, con il parlato urbano e dei villici illetterati, era funzionale a caratterizzare il suo percorso narrativo, innestato nella visione della persona comune, come quella del contadino. Delle donne e degli uomini dei monti, che vivevano in modo aspro, al limite della sopravvivenza.

La visione organica e ben delineata a livello storico era tale nei nuovi canoni degli anni sessanta e settanta, dove entrano le nozioni delle ricerche sociologiche e psicologico sociali. Beppe Fenoglio parla di quel mondo tra il 1943 e il 1944 in uno stato di sospensione dentro un inferno, dove i politici, i miti, le religioni, erano visti senza mediazioni dalle persone illetterate, dal popolo. Dagli italiani, ovvero da come eravamo. Toglie l’eroismo, se non nell’atto individuale.

In questi romanzi si percepiscono gli odori, i sudori, le paure, le speranze, le angosce, le prove di sopravvivenza. Fenoglio ci prende con le mani i fianchi e l’intestino.

È fonte di irritazione, perché parla di noi. Un popolo più vecchio di quel periodo. Un popolo che continua a far voler dimenticare, negando il passato, sperando di seguire l’illusione di vivere in un’isola autarchica fuori dal mondo.

Va letto e goduto, perché nella letteratura, appare il godimento estetico, in cui riconosciamo parti sopite di noi stessi: un tesoro da spolverare a mani nude. È una pratica che forse all’inizio irrita la pelle, ma promette una possibilità per ritornare a guardar ciò che fummo e siamo.

CONSIGLI DI LETTURA: L’INVENZIONE DELLA SOLITUDINE

“L’invenzione della solitudine (The Invention of Solitude) 1982, Ed. Italiano 1997, Einaudi, Torino, di Paul Auster (Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore)

Cosa si potrebbe dire di Paul Auster? Il ritmo della narrazione è intimamente correlato con l’evento, tradotto nel fatto narrato. Lo stile è parte integrante del messaggio, e, nello scorrere del testo si apre come una gondola che culla il lettore navigando nelle acque della scrittura.

Sembra così naturale il modo in cui narra. Rievoca riflettendo nell’uso di stili diversi e cambiando con una eccellente appropriatezza il timbro degli aggettivi, li aggroviglia con partitivi aggettivali e predicativi in una spirale senza fine. Eppure ciò si integra in una cadenza piana, traslata in una esposizione lineare delle linee del racconto che, in modo armonico, espone lo sviluppo della trama.

La soffice e leggera scansione degli eventi, nasconde il pensiero a più dimensioni parallele di Paul Auster, mentre scrive. Non è dato sapere se avesse già in mente una disposizione così complessa e ben integrata. Il punto è che o se all’inizio, o durante la scrittura, o nelle successive revisioni, alla fine, emerge questo fiume lento di parole che è in realtà una individuazione di diversi piani tematici, innestati su una varietà impressionante di stili di scrittura. Il monologo apre una doppia finzione di un dialogo tra lo scrittore e i personaggi assenti. Dai tempi passati, a quelli rievocati, che giocano con l’interpretazione della loro relazione in un participio passato che allontana lo scrittore nel momento in cui rievoca.

I verbi e i modi sembrano orbite di un sistema solare, dove la stella pulsa una ciclica riflessione a una domanda.

Il libro è composto in due racconti. Si parte dell’esperienza luttuosa della morte del padre, con la quale si inizia un percorso inverso di memoria per riportarlo in vita rispetto al figlio, che già lo vedeva assente da anni. La seconda parte è dedicata a suo figlio, e qui vi sono giochi di specchi rispetto alla precedente sezione.

Il protagonista è lo stesso scrittore che declina in una serie di rimandi a più opere che viaggiano parallele a un tratto, incidenti in un altro, coincidenti fino ad essere completamente divergenti, mantenendo ognuna la gamma degli espedienti letterari classici di narrazione.

Quest’opera forse può essere anche intesa come un diario di memorie che fabbrica un romanzo per creare una vita di relazione tra il padre e il figlio, mai accaduta, e una riformulazione di domande fondamentali che rappresentano il vivere stesso dell’autore, attraverso la sua individuazione di scrittore.

Questo romanzo rende di più nella lettura in lingua, in particolare dell’anglo americano del nord est, che si immerge in una variazione armonica da un tono alto, elegiaco, a quello colloquiale, aneddotico e popolare. Il tono umoristico nella lingua italiana è più attenuato nei mottetti di spirito, nei giochi di parole, nei riferimenti alle ricette culinarie, ai personaggi televisivi, e più in generale alla cultura pop rievocata in lampi di frasi. Questi ultimi, però, nella cultura profonda degli USA, hanno significati che rimandano a luoghi retorici e a stereotipi sui caratteri delle persone, sui modi di dire, sulle frasi fatte, sul patrimonio di senso comune.

33-34 “[…] Quando ho iniziato credevo che tutto sarebbe sgorgato spontaneamente, come l’effetto di una trance. Tanta era l’urgenza di scrivere che pensavo che la storia si sarebbe fatta da sé. Ma fin qui le parole sono uscite cosí lentamente: anche nelle giornate piú produttive non sono mai riuscito a scrivere piú di una pagina o due. Come fossi malato, inchiodato da un’incapacità della mente a concentrarsi su quello che sto facendo. Piú volte ho visto i miei pensieri volare via dal lavoro che ho di fronte. Non fa in tempo a venirmi un’idea che questa ne evoca un’altra, e poi un’altra, finché i dettagli non si accumulano cosí fitti che mi sento soffocare. Mai prima d’ora avevo percepito tanto chiaramente lo spazio che divide pensiero e scrittura. Negli ultimi giorni, in realtà, ho avuto la sensazione che la storia che sto tentando di scrivere sia come incompatibile con il linguaggio, e che il suo grado di resistenza a esso dia la misura esatta di come sono vicino a dire qualcosa di importante. Poi, quando arriverà il momento di dire l’unica cosa importante (sempre ammesso che esista), non ci riuscirò. C’è stata una ferita, e scopro adesso quanto fosse profonda. Invece di guarirmi come pensavo, l’atto di scrivere l’ha tenuta aperta. Ne ho sentito anche il dolore, concentrato nella mia mano destra, al punto che ogni volta che prendevo la penna e la premevo sul foglio la sentivo straziata, dilaniata. Invece di compiere la sepoltura di mio padre queste parole l’hanno tenuto in vita, forse adesso piú che mai. Non solo lo vedo com’era, ma com’è ancora, come sarà, e tutti i giorni è qui a invadere i miei pensieri penetrandovi furtivo, senza preavviso; disteso nella bara sotto terra, col corpo ancora intatto, le unghie e i capelli che continuano a crescere. Ho l’impressione che, se voglio capire qualcosa, dovrò entrare in quell’icona di tenebra, penetrando l’oscurità assoluta della terra. […]”

7-12 “[…] Ancor prima di fare i bagagli e partire per le tre ore d’auto che ci separavano dal New Jersey, sapevo che avrei dovuto scrivere di lui. Non avevo un progetto, né una precisa idea di che cosa questo volesse dire. Non ricordo nemmeno di averlo stabilito. Semplicemente era lí, come una certezza, un comandamento che cominciò a imporre la sua legge nel momento in cui appresi la notizia. Pensai: mio padre non c’è piú. Se non faccio in fretta, tutta la sua vita scomparirà con lui. Riflettendoci adesso, anche da una distanza breve come tre settimane, quella reazione mi pare molto strana. Da sempre ero convinto che la morte mi avrebbe stordito, paralizzato di dolore; ma adesso che era accaduto, non versai una lacrima, non mi sentii come se il mondo attorno a me fosse crollato. Chissà come, mi scoprii preparato ad accettare la sua morte, per inaspettata che fosse. A turbarmi era un altro pensiero, staccato dalla morte di mio padre e dalla reazione che mi suscitava: il constatare che non aveva lasciato tracce. Non aveva moglie, né una famiglia che dipendesse da lui, nessuna vita sarebbe stata modificata dalla sua assenza. Forse per un attimo avrebbe spaventato un gruppetto di amici, scossi non meno dall’idea dei capricci della morte che dalla perdita subita; ma sarebbe stato solo un breve cordoglio, poi piú nulla. Come se non fosse mai vissuto. Era assente già prima di morire, e le persone piú vicine a lui avevano imparato da un pezzo ad accettarne l’assenza, considerandola il tratto piú essenziale del suo essere. Adesso che se n’era andato, non sarebbe stato difficile per il mondo assimilarne la scomparsa definitiva: la natura della sua vita – una specie di morte anticipata – aveva preparato il mondo circostante alla sua morte, e se e quando lo avessero ricordato, sarebbe stato una memoria vaga, niente piú che vaga. Digiuno di passioni per le cose, le persone o le idee, incapace o avverso a svelarsi in qualsiasi circostanza, era riuscito a mantenersi staccato dalla vita evitando di tuffarsi nel vivo delle cose. Mangiava, andava al lavoro, aveva amici, giocava a tennis, eppure non era presente. Era un uomo invisibile nel senso piú profondo e piú concreto: invisibile agli altri, e molto probabilmente anche a se stesso. Se da vivo continuavo a sondarlo cercando in lui il padre che non c’era, sento ancora il bisogno di cercarlo da morto. La sua morte non ha cambiato nulla. L’unica differenza è che mi manca il tempo. È vissuto da solo quindici anni. Caparbio, opaco, come immune dal mondo. Piú che un uomo che occupa uno spazio, sembrava un blocco di spazio impenetrabile in forma di uomo. Il mondo lo colpiva di rimbalzo, gli sbatteva contro, a volte aderiva a lui, ma non lo attraversava mai […]”

53-55 “[…]  Per tutta la vita sogno di diventare milionario, di essere l’uomo piú ricco del mondo. Non desiderava tanto il denaro in sé, ma ciò che esso rappresentava: non solo il successo agli occhi del mondo, ma uno strumento per rendersi intoccabile. Possedere denaro non significa soltanto la possibilità di comprare le cose, ma anche la certezza che il bisogno universale non ti toccherà mai. Denaro come protezione, dunque, non come voluttà. La povertà sofferta da bambino, e la conseguente vulnerabilità ai capricci del mondo, gli resero la ricchezza sinonimo di immunità dal male, dalle sofferenze, dall’essere vittima. Non cercava tanto di comprarsi la felicità quanto l’assenza di infelicità, e i soldi divennero la panacea, l’oggettivazione dei suoi desideri piú profondi e inesprimibili. Non ambiva a spenderli, ma a possederli, alla certezza di poter contare su di loro. Insomma, il denaro non era un elisir, ma un antidoto: la bottiglietta che ti porti in tasca avventurandoti nella giungla… nel caso ti mordesse un serpente velenoso […]”

Dal secondo racconto lui, lo scrittore che è padre anch’esso appena separato dalla moglie, cerca però un contatto con suo figlio e lo richiama nella sua biografia adolescenziale.Rimane affascinato dalla scoperta che Anne Frank è nata lo stesso giorno di suo figlio. Il dodici giugno. Sotto il segno dei Gemelli. Un’immagine gemellare: un mondo dove tutto è duplice, e ogni cosa si ripete sempre due volte. La memoria: lo spazio in cui le cose accadono per la seconda volta.

E da qui si esplicita la solitudine come spinta a utilizzare il potere della memoria e il suo ruolo nel plasmare la nostra identità.

Il secondo racconto è suddiviso in paragrafi numerati ove ogni volta si ricomincia a porre lo schema del richiamo del ricordo. Talvolta è autobiografico, altrove è inventato, ed entrambi gli inizi sono riproposti in modo ciclico con persone e tempi diversi. La memoria è lo sfondo di un oceano che, in base alle nostre attuali presenze, lascia riaffiorare frammenti temporali.

L’uso di analogie e assonanze tra nomi di figli, luoghi e personaggi serve a creare un’atmosfera onirica e a sottolineare la fluidità della memoria. I confini tra la realtà e l’immaginazione si sfumano, e il lettore è invitato a immergersi nel flusso di coscienza del narratore.

L’archeologia della memoria ha anche la funzione di connettersi con le persone amate e con quelle fissate in rapporti interrotti.

Vi è un paragrafo in cui Auster sempre nel secondo racconto, analizza dal francese “x, persona, me stesso, vuole dire”. Questa locuzione composta non è banale. Egli scrive che sotto sotto “intende dire”. Cioè questa è la sua intenzione di dire, dove questo dire ancora deve uscire fuori, ovvero entrare nel linguaggio che si manifesta nel dire orale, nella scrittura, nella rilettura. Questo “dire” non è una semplice asserzione, un sasso gettato lì, intero, intonso, immutato. È una selezione di altri detti, di memorie, di situazioni, di tutti i se stessi del passato, dimenticati e di poco ora riaffiorati. Sono tracce indirette che hanno costruito le prime esperienze del bimbo con il padre. Le esperienze primigenie sono a noi oscure, perché sono servite a creare le strutture del ricordo. Ciò implica che noi siamo individuazioni limitati nel “dire”.

Non è un caso che alla fine del racconto si propone la lettera di Nadežda Jakovlevna Mandel’štam che scrive al suo amato Osip Ėmil’evič Mandel’štam imprigionato nel gulag sovietico, non sapendo se sia vivo o no. Da un ricordo rievocato Ella immagina che Osip stia pensando a Lei e che stiano insieme in questa memoria del futuro inventata. La meraviglia fu che Osip scrisse veramente una lettera analoga dal gulag prima di morire.  

Il linguaggio è uno strumento potente, ma non è in grado di esprimere tutto. Ci sono cose che non possiamo dire perché non le conosciamo o perché non abbiamo le parole per farlo. Il “dire” che non può essere detto rimane nell’ombra, come una parte di noi stessi che non può essere completamente espressa. La consapevolezza della nostra finitezza ci spinge a vivere con maggiore intensità, rendendo giustizia al tempo che abbiamo a disposizione. La lettera su indicata è un esempio di come la memoria possa creare un ponte tra il passato, il presente e il futuro.

La “solitudine” è posta come una condizione necessariamente legata alla creazione artistica, e in particolar modo all’atto della scrittura, che non è intesa univocamente nell’isolamento, ma in una meditazione che tenta di ricongiungere ciò che è separato, all’interno di una nuova prospettiva che tenta di allargare la vita, un attimo prima della fine, attraverso la produzione e la fruizione artistica. Il centro della narrazione, infatti, non è un evento accaduto e raccontato, ma l’atto stesso del racconto e della parola. In questa oscillazione vi è uno spostamento continuo della voce narrativa, che si tramuta in quella del racconto stesso che visita i personaggi.

Qui si mostra anche il paradosso insito nella condizione della solitudine dello scrittore che, sebbene sia fisicamente solo in una stanza, è accompagnato dai fantasmi della letteratura e della scrittura degli altri. La “solitudine si mette a parlare”, ed è attraversata da citazioni esplicitate o semplicemente incorporate nel testo, che rimandano alla tradizione della letteratura e della cultura universale, da Pinocchio alle Mille e una notte, dalle riflessioni sulla mnemotecnica ai Pensieri di Pascal, dalle poesie di Holderlin fino alle riflessioni di Freud sul perturbante.

La scrittura si ripiega e parla di se stessa, del suo infinito cominciare a dire l’evento che non può più tornare ad essere, ma è continuamente. Non resta che dire questa impossibilità, e l’unico modo in cui ciò è possibile, è quello della scomparsa di un io narrante che si fonde con la pluralità e l’instabilità di una voce neutra, quella della voce narrativa. Così, tra la scomparsa e la solitudine si viene a creare una risonanza fondamentale che riguarda il modo di creazione dell’opera. La scomparsa non è causa della solitudine e la solitudine non è uno stato di abbandono.

E di ciò il lettore ne è testimone.

CONSIGLI DI LETTURA: LA RAGAZZA DELLA PALUDE

LA RAGAZZA DELLA PALUDE, di Delia Owens (Autore), Lucia Fochi (Traduttore), Solferino Editore (2022), Rizzoli, Milano, ed. originale in lingua inglese, 2018

Non è un caso che appena uscito, fu un successo per tutto il mondo anglosassone e poi europeo, e da cui fu tratto un film, famosissimo. Il romanzo, però, al di là delle stesse intenzioni dell’autrice, ed è questo il bello delle opere mirabili, è ben più articolato e denso del film e della pubblicistica. Qui siamo innanzi all’evento di questa ragazza che oltrepassa il suo luogo d’ideazione e diviene veramente la “La Ragazza della Palude”.

Gli anni vanno e vengono nella narrazione come onde, flutti e riflussi sulle coste. Ritornano lì nel pantano, e tutto ritorna accolto nella palude. La mappa fornisce i luoghi topici e mitici. La città è una escrescenza tra l’oceano, la pozzanghera, l’umido e il fiume, conservata per poco dal sale, e poi corrosa. Tra schiume del tempo e brezza del ricordo.

In quel luogo vi è la ragazza della palude che ognuno abbandona nella solitudine. Però, lì, quasi tutti ritornano. Nel pantano le onde e i rami schiumano, interrompendo il loro flusso ben coordinato e veloce rispetto allo scandire del tempo. Ciò che sembra lineare, nel pantano sembra arrestarsi. Acqua, fango, uova di uccelli, molluschi, insetti, rami, radici, foglie morte, ognun si tampona con l’altro. Il grande cumulo, dove anche i secondi restano intrappolati nella sabbia che, accogliendoli e disgregandosi, inclina lo spazio, e lo proietta in una immagine statica, senza che vi sia movimento: in modo carsico. L’acqua pian piano fluisce e lega ogni oggetto in un groviglio, vivo o decomposto, in un grande grumo, che continuamente si dispiega, in una metamorfosi di insetti, di larve, di fusti d’acquitrino, di alghe, di pesci che lì stazionano e nascono. È una danza da fermi che roteando genera strutture ben più corpose, come le aree costruite dagli uccelli migratori e da quelli stanziali, i quali, come provetti carpentieri, impastano l’acqua nell’edificare le spiagge, i nidi, gli isolotti e le dighe.

Prede e predatori lì convergono, attirati da tutti i loro secondi impigliati.

Delia Owens, prima di scrivere il suo romanzo d’esordio, e anche dopo, è stata una valente etologa e ornitologa, e lo si nota dalla descrizione minuziosa degli animali, dei pesci, degli insetti, i quali agiscono, entro e con la palude, assieme ai personaggi canonici.

L’ecologia, intesa come un nido d’infanzia, la casa di cura e di nascita, segue un filo narrativo parallelo con le azioni dei singoli, oscillando su intervalli temporali che, come il giorno e la notte della nebbia e della rugiada della palude, vanno avanti negli anni e ritornano indietro. Gli eventi iniziano in modo invertito, collegandosi con situazioni accadute mesi e decenni prima, e viceversa. Il perno di questo vortice temporale che conferisce la stabilità alla narrazione è LEI: la ragazza della palude. La fragile bimba vessata ed abbandonata, disprezzata, osteggiata, isolata, che, però, trae da sé stessa le forze e le capacità per sopravvivere e crescere e venire in relazione con ciò che è al di fuori della palude, nel tempo della società. Quella particolare comunità che però ondeggia tra il fiume e l’oceano. Due canne d’acqua in balia delle onde del tempo, delle quali, la palude, è ancor di più, a pelo d’aria e d’acqua, sospesa tra il reale e il fantastico, che risponde nel mito, nel ricordo e nel racconto.

Quando la ragazza della palude è estremamente debole ed indigente, fortunatamente riceve l’aiuto di alcuni, che però, guarda caso, sono anch’essi quasi reietti dal mondo del tempo lineare. E quando acquisisce l’autonomia, altri ancora, però, tentano di sopraffarla e acquisirle la vitalità, l’eccitazione e la propria affermazione. La palude e la ragazza sono i luoghi in cui l’inconscio di ogni personaggio emerge nei lati non visti e non espressi magari, volutamente celati, oppure strenuamente perseguiti.

All’inizio il romanzo assume uno stile quasi dell’ottocento, nel raffigurare una famiglia disgraziata, con l’abbandono di questa figlia. Dopodiché assume il tono di un thriller, fino a quello del mistero, passando per l’avventura della sopravvivenza, ma poi declina in una descrizione etologica di tutti gli esseri viventi, non fredda, ma partecipata e quasi compassionevole. Il lettore si ritrova a convivere con famigliarità in questo ambiente di più dimensioni temporali dove i mutamenti non si disperdono, ma si raccolgono in quella memora ciclica di nascita, crescita, mutamento che è la palude, con il suo ingresso che è il pantano: il luogo che risponde alle proprie inclinazioni. Dure, crudeli, di riparo, edificanti, in base agli angoli nascosti dei protagonisti.

È anche una storia indiretta del sud degli Stati Uniti, visti però da lontano, dove gli avvenimenti giungono sfocati, lenti, in punta di piedi e questi subiscono l’erosione dell’ambiente salino, salmastro, sornione della palude. La riposante umidità che ipnotizza, impigrisce, richiama, affonda, e fa naufragare le parole a una sola dimensione. Si riesce a muoversi e a vivere, solo se si ha la capacità di osservare la realtà e di comprendersi in più livelli interpretativi. I ruoli si moltiplicano nello stesso personaggio, connettendosi, però, attraverso contorni laschi e sfumati.

Violenza, delitto, amore, passione, fuga, tristezza, dolore, speranza, eroismo, generosità, tutto vi è un questo quadro che prende vita ogni volta che il lettore ha la spinta a percorrerlo. E lì quell’incrocio tra il fiume e l’oceano ad esprimere questa comunità piccola e modesta, ma universale tra l’angoscia della caduta, il timore dell’attacco, la speranza del guado, come è appunto la vita di una libellula d’acqua, cioè la ragazza della palude.