CONSIGLI DI LETTURA: L’oggetto, di Joshua T. Calvert (Autore), Oscar Romano (Traduttore)

L’oggetto, di Joshua T. Calvert (Autore), Oscar Romano (Traduttore), 2025, (Ed. Originale, 2024, auto pubblicato)

Il romanzo richiama i temi tradizionali della fantascienza classica relativa all’incontro con eventuali alieni, ai problemi politici nazionali e internazionali di tale evento, ai contrasti politici tra le grandi potenze che necessitano di accordarsi per cooperare in modo razionale, proficuo e democratico. Se negli anni del dopo guerra del secolo scorso, per la guerra fredda, gli attori principali erano gli Stati Uniti e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, oggi i principali contendenti nelle imprese che coinvolgono il destino del pianeta, e quindi la possibile supremazia indiretta, sono gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare Cinese.

Un altro tema che traspare è volto alla promessa di snodare la trama anche attraverso l’ausilio di una scienza futuribile accompagnata da supporti tecnologici verosimili e coerenti con le nozioni di fisica e chimica attuali. Anche questa è una postura classica dei narratori di fantascienza, e da questa però si cerca di rendere contemporanea tale impostazione con l’ausilio delle scienze biologiche e informatiche.

Vi sono riferimenti ad attori politici e imprenditori veri in carne ed ossa, protagonisti del vivere a noi contemporaneo e le istituzioni addette alla ricerca spaziale, e a quelle militari, come la Nasa, l’ESA e il groviglio delle imprese cinesi, oltre che a Space X.

Gli stessi personaggi cercano di presentarsi secondo una complessità di stili di comunicazione e di approcci verso il mondo, la scienza, e i contrasti lavorativi e politici con una sensibilità adiacente al modo di porsi offerto dai mezzi di comunicazione di massa attuali.

Vi sono considerazioni su ciò che non propriamente è riuscito a mantenere di ciò che si è promesso, e di ciò che invece, anche nelle incertezze narrative e punti deboli riguardo alla coerenza delle soluzioni degli eventi apicali, offre un ventaglio di nuove indicazioni per la composizione di nuovi romanzi nel filone in perenne mutamento che è definito la “fantascienza Hard”.

Lo stile di Joshua T. Calvert riflette l’estetica del thriller tecnologico contemporaneo. La scrittura è asciutta, orientata al ritmo e alla descrizione puntuale delle procedure tecniche e burocratiche (la selezione degli astronauti, le riunioni dentro la NASA). Sul piano poetico, il romanzo si inserisce nella tradizione del senso di meraviglia di Arthur C. Clarke. Il fulcro poetico risiede nell’insignificanza dell’essere umano di fronte all’immensità interstellare, incarnata dal “visitatore” (ribattezzato Serenity, un nome ironicamente evocativo e straniante). Il contrasto lirico più forte si genera tra la fredda meccanica del volo spaziale umano (la nave Pangaea) e la natura pulsante e misteriosa dell’oggetto alieno. La voce narrante si stringe attorno alla protagonista, Melody “Mel” Adams, alternando momenti di freddo raziocinio scientifico a derive quasi oniriche e flussi di coscienza legati all’isolamento nello spazio profondo.

Questo è il punto di maggiore dibattito critico e di scontro tra i lettori e gli addetti ai lavori: appaiono usi impropri di termini orbitali/cinematici, come l’utilizzo della parola airspeed – velocità con cui un aeromobile si muove rispetto alla massa d’aria che lo circonda nello spazio vuoto o l’introduzione di elementi che virano bruscamente verso la speculazione biologica fantastica e il paranormale/spirituale — come il fenomeno dei sogni lucidi condivisi dall’equipaggio prima dell’atterraggio. Da un punto di vista strettamente scientifico, il romanzo compie una transizione audace: la hard sci-fi iniziale (fatta di astrodinamica e meccanica celeste) cede il passo a una biologia speculativa estrema. Questa virata sposta il libro da una hard sci-fi ingegneristica (stile Andy Weir) a una fantascienza di esplorazione biologica (vicina alle intuizioni di Stanislaw Lem o di Alien), dove la “scienza” lascia spazio alla bio-filosofia del contatto con una mente radicalmente altra.

Vi è poi una caratterizzazione che vuole aderire ai dibattiti relativi alla condizione della donna che è raffigurata tradizionalmente nei romanzi del secolo scorso. Nella narrativa di genere tradizionale (quella della Golden Age o del machismo spaziale anni ’50-’70), il protagonista maschile era spesso un’isola monolitica: un eroe stoico i cui sentimenti erano accessori, se non del tutto assenti, sacrificati sull’altare dell’azione e della razionalità pura.

Quando la fantascienza moderna ha iniziato — giustamente — a invertire la rotta e a riempire i vuoti storici mettendo al centro donne forti, competenti e ai vertici della catena di comando (come Melody Adams), si è spesso corso il rischio di applicare una correzione di facciata senza ridefinire i motori profondi del conflitto drammatico. Per rendere la protagonista “umana” agli occhi del lettore medio (o forse per timore che un’eroina totalmente algida e concentrata solo sulla scienza risultasse “antipatica” o poco empatica), gli autori tendono a rifugiarsi nei vecchi tropi melodrammatici.

La donna è sì il cervello e il braccio operativo, ma la sua psiche deve necessariamente essere “complicata” da scorie sentimentali, rimpianti, ex partner, abbandoni e traumi d’amore che ne minano la stabilità o che motivano i suoi silenzi interiori. I personaggi maschili, per contraltare, rischiano di ricadere nello stereotipo opposto (ma altrettanto limitante): appaiono monodimensionali, interamente assorbiti dalla missione, privi di una vita emotiva complessa o di ferite sentimentali che ne condizionino il rendimento. Sono ridotti a “funzioni narrative” (il collega affidabile, l’antagonista politico, il superiore burocrate), mentre alla protagonista viene caricata la zavorra del “dramma interiore”.

Questa dinamica riflette un pregiudizio autoriale (spesso inconscio anche in scrittori in buona fede): l’idea che la complessità psicologica di un personaggio femminile debba passare obbligatoriamente per il filtro del cuore, del lutto sentimentale o della crisi relazionale. Se un uomo soffre per amore in un romanzo hard sci-fi, spesso rischia di diventare il protagonista di un romanzo romantico o di una trama marginale; se a soffrirne è una donna, quel dolore viene strutturato come parte integrante della sua “profondità di carattere”.

In modo provocatorio, e non mi rivolgo direttamente all’autore che anzi si sforza di delimitare tale dicotomia riguardo la fragilità congenita della donna, verso una piattezza maschile, di fatto, sembra riproponga una forma di patriarcato narrativo interiorizzato: si prende una donna e la si mette sulla plancia di comando, ma le si nega il lusso di essere fredda, cinica o semplicemente monotematicamente concentrata sul lavoro nello stesso modo in cui lo sono stati per decenni i maschi alfa della fantascienza classica, senza che nessuno rinfacciasse loro di essere “senza cuore”.

Di fatto ritengo che tale contrapposizione sia spuria: cioè sia pre confezionata, ovvero che sia una alternativa truccata. Stante che le emozioni siano un motore fondamentale per le strutture narrative del romanzo o di un racconto, non è una necessità comunque che siano un elemento di discriminazione che fondino la costruzione di un protagonista. Nel senso che gli attori esprimono emozioni di tutti i tipi e in tutti i modi. Vi sono protagonisti maschili che esprimono la fragilità nel gioco, nel carattere, di traumi infantili o di guerre stellari ubriaconi e gelosi. Quello che desta perplessità risiede nell’inclinazione a considerare la fragilità emotiva del lamento dell’essere lasciati o traditi, o di un padre o madre anaffettiva, come se fossero gli elementi pregnanti e il passato e i motivi reconditi attuali della protagonista, e che ciò sia prerogativa di una donna. Certamente per motivi storici, relazionali, oggi le donne e i maschi culturalmente affrontano in modo diverso le emozioni di tale tipo, quindi è possibile ed opportuno utilizzare l’intero spettro emotivo, nei toni della fragilità, del dolore, e del tradimento (come se anche i maschi non potessero essere lasciati o traditi o aver avuto genitori terribili) ma che queste non siano l’unico vestito per il quale io possa definire il protagonista.

Le emozioni sono sì il combustibile della narrazione, ma non possono e non devono diventare la gabbia o il “tratto distintivo tassonomico” di un genere rispetto a un altro.

Vi è un altro elemento critico nel romanzo, che è comune a tante opere in cui è utilizzato l’espediente del sogno come un elemento essenziale del motore narrativo. Quando un’opera si presenta con le credenziali della Hard Sci-Fi (basandosi cioè sulla fisica orbitale, sull’astronomia osservativa, sulla meccanica celeste e sul rigore ingegneristico), il patto narrativo con il lettore è chiaro: “Seguiremo le regole della scienza nota o della speculazione rigorosamente estrapolata da essa”. Nel momento in cui il romanzo compie un doppio salto carpiato — prima introducendo l’elemento onirico/spirituale (i sogni lucidi o le sincronie mentali dell’equipaggio) e poi virando bruscamente verso la biologia speculativa estrema (l’oggetto alieno non come macchina inanimata, ma come un gigantesco organismo vivente bionico con vasi sanguigni e tessuti) — si innesca una reazione critica ben precisa.

Nella critica dei generi speculativi, si parla spesso di patto di veridizione: l’autore stabilisce fin dall’inizio quali leggi governano il suo universo narrativo. Se un romanzo inizia come un thriller astrofisico (stile The Martian di Andy Weir – https://www.linomilita.com/scienza/%c2%a7consigli-di-lettura-the-martian/ ), il lettore si aspetta che la risoluzione dei problemi avvenga attraverso la fisica, la chimica o l’ingegneria. Quando invece la narrazione si sposta sul piano biologico-viscerale e, peggio ancora, su quello onirico/extrasensoriale, si passa improvvisamente dalla Hard Science Fiction alla Space Fantasy o alla Soft Speculative Fiction.

Per i critici più rigidi, questo spostamento non è una contaminazione feconda, ma un “difetto di coerenza interna”: significa che l’autore ha esaurito gli strumenti della fisica per spiegare il mistero che ha creato e, per risolverlo, ha dovuto “aprire la botola” della magia biologica e del misticismo onirico. È un po’ come se un giallo deduttivo alla Agatha Christie si risolvesse all’ultimo capitolo tirando in ballo i fantasmi o i poteri paranormali del detective: delude le attese logiche del lettore di genere.

Diverso è il discorso per la transizione verso la biologia. La biologia speculativa (Stanislaw Lem, Solaris su tutte, o alla bio-fantascienza di Greg Bear in Eon o Blood Music) ha una lunghissima e nobilissima tradizione letteraria. Non è detto che la scienza debba essere solo fisica o ingegneria spaziale; la biologia molecolare, l’astrobiologia e l’ecologia extraterrestre sono rami scientifici straordinariamente rigorosi.

Molti saggi di critica letteraria notano come questo espediente venga spesso usato dagli autori contemporanei come una shortcut (una scorciatoia narrativa): poiché è impossibile spiegare scientificamente come degli esseri umani possano comprendere immediatamente un’intelligenza aliena, si ricorre al canale dell’inconscio collettivo. È un escamotage poetico affascinante, ma rappresenta una resa della ragione scientifica di fronte al mistero.

Le critiche all’uso dei sogni coinvolgono direttamente la mia persona, perché avendo scritto un romanzo di fantascienza “Dentro l’Apocalisse. Quando tutto è già accaduto” con anche l’uso di particolari “biomi onirici”, la stessa mia opera potrebbe rientrare in questo filone di critiche di una ibridazione scientifica non coerente.

Però qui, perdonate comunque la mia presunzione di usare una mia opera per raffronto al godibilissimo romanzo di cui stiamo discutendo, il sottoscritto ha utilizzato le espressioni oniriche NON in modo collettivo o mistico. Riguardano le singole persone e hanno precisi significati, ma non vi è un oltre passamento dalla realtà all’inconscio: hanno la funzione di una presa di coscienza individuale. Certamente il modo con il quale sono espressi ha un nucleo fantascientifico, ma questo è comune a tutti i romanzi di fantascienza, altrimenti sarebbero tutti saggi universitari e sperimentali di laboratorio. Innestando il livello biologico, però il sottoscritto ha cercato di esporlo in modo coerente, con espedienti che simulano i comportamenti di essere quasi unicellulari che esistono veramente e che nella simulazione onirica, per opera degli elaboratori, li riproducono utilizzando l’energia secondo le leggi classiche della fisica.

Il sogno nella letteratura è sempre stato usato. La questione risiede nel modo in cui è interpretato: se è un segno divino, si volge nel campo religioso, oppure se traspare come un segno metafisico, vi è il rischio di percorre un canto mistico. Ritengo che un tentativo analogo di porre il sogno in modo coerente sia stato tentato da Joshua T. Calvert, seppure vi sia una caduta in una fase della narrazione in cui si usa l’inconscio collettivo, che è appunto una fuoriuscita dalla “fantascienza Hard”.

In sintesi il sogno dovrebbe porsi come uno Spazio di Coscienza” e non come un Oracolo: una via stilistica è rivolta a rivendicare l’esigenza di esprimere l’espediente del sogno come una occasione di domanda e di dubbio, mai come una risposta o una soluzione a un climax riguardo la trama del romanzo.

CONSIGLI DI LETTURA: Underworld, di Don DeLillo (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttrice)

Underworld, di Don DeLillo (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttrice), Torino, Einaudi, 1999, (Ed. Originale, Underwold, Charles Scribner’s Sons, New York, 1997)

Underworld è il capolavoro di Don DeLillo che trasforma 50 anni di storia americana in un’epopea di scarti e segreti. “Cosa succede quando una pallina da baseball smarrita nel 1951 diventa il filo rosso che unisce la Guerra Fredda, l’ossessione per i rifiuti e il trauma di un intero Paese?”

Il romanzo non racconta la storia dai libri di testo, ma attraverso i personaggi che vivono “sotto” la superficie ufficiale. Nick Shay, il protagonista, gestisce rifiuti. Il libro ci ricorda che tutto ciò che gettiamo via – fisicamente o emotivamente – dice chi siamo davvero e lo suggerisce andando avanti e indietro nei decenni, dentro un puzzle dove ogni pezzo (un ricordo, un oggetto, una notizia) acquista un senso nuovo.

“Non è una lettura semplice, è un’esperienza. Don DeLillo ci sfida a fare i conti con memoria singola e collettiva. È un libro che cambia lo sguardo su quello che oggi consideriamo ‘scarto’ o ‘rumore bianco’.”

La struttura complessa del romanzo Underworld di Don DeLillo, i temi della Guerra Fredda, della gestione dei rifiuti, della paranoia tecnologica e nucleare, e la tecnica dell’oggetto misterioso intorno a cui ruota la trama (la celebre pallina da baseball contesa nel prologo) hanno generato una vastissima produzione di saggi critici, monografie e tesi accademiche sia in ambito internazionale sia in italiano.

È un’opera letteraria ambiziosa perché vuole generare un nuovo filone del realismo. Vi è il tentativo di riscrivere la storia dei cinquanta anni degli Stati Uniti che partono dopo la fine della seconda guerra mondiale. Attraverso la definizione di alcuni eventi collettivi e personali dei protagonisti, si dispiegano i fattori sotterranei che generano il mito di questa nuova potenza economica e militare.

Il romanzo è un caleidoscopio di sperimentazioni stilistiche. Il titolo richiama la capacità di Don DeLillo di trattare la struttura del libro come un sistema fisico, attraverso un passaggio narrativo che intende portare dal caos alla forma, di ciò che è denominato il magma della storia americana (la Guerra Fredda, i rifiuti, la paranoia, la frammentazione sociale).

L’opera è caratterizzata da una struttura polifonica e “tentacolare”, che moltiplica le storie e i personaggi, frammentando la linearità temporale, che porta a un Genere collettivo dove la molteplicità delle voci e delle trame concorre a rappresentare un’epoca. Il romanzo, infatti, si apre con una scena collettiva (la sfida di baseball del 1951 tra i Giants e i Dodgers) che funge da collante mnemonico.

La partita, evento reale, è contrappuntata dalla notizia contemporanea di un test nucleare sovietico. L’evento sportivo diviene un momento in cui la Storia “entra nella pelle” dei cittadini in modo più duraturo delle strategie politiche dei leader. La palla da baseball si tramuta in un oggetto che collega i destini di alcuni protagonisti.

Vi sono figure storiche come J. Edgar Hoover, Frank Sinatra, Jackie Gleason i cui pensieri e i discorsi, forzando le convenzioni del romanzo storico tradizionale. Il lettore è spiazzato dall’uso della focalizzazione multipla, dell’apostrofe (il “tu” che coinvolge il lettore) e di un narratore spesso “neutro” che non aiuta a unire i puntini.

D’altro canto il romanzo non è soltanto un affresco enciclopedico dell’era della Guerra Fredda, perché una parte pulsante risiede nel ritratto psicologico del protagonista, Nick Shay, in cui i due livelli pubblici e privati sono interconnessi nella descrizione del trauma, che si afferma indirettamente attraverso la sua riverberazione e la ripetizione compulsiva. Gli eventi traumatici originari — sia a livello personale (l’abbandono del padre di Nick, Jimmy Costanza) sia a livello storico (come l’esplosione di una bomba atomica, mai esplicitata nel testo) — sono appena accennati, ma fungono da poli attrattori nello svolgersi degli eventi.

Don DeLillo privilegia la voce di Nick (narrata in prima persona) rispetto agli altri personaggi, utilizzando una sequenza cronologica invertita che imita il processo di ricostruzione psicologica del trauma. Vi è un uso di espedienti come la ripetizione di frammenti testuali, la numerologia e di rituali ossessivi per rappresentare il disagio e la persistenza del passato nel presente. La trama che segue il percorso della palla da baseball del 1951 riflette le tensioni edipiche. Il rapporto padre-figlio è articolato attraverso atti di tradimento, e il baseball diventa una metafora delle ferite psichiche non rimarginate.

Nel contempo gli eventi storici (la crisi dei missili di Cuba, la guerra di Corea) non sono mai raccontati direttamente, ma filtrati attraverso monologhi o percezioni parziali, confermando che nella logica del romanzo la storia accade altrove.

Vi sono critiche letterarie che ritengono sia evitata la chiusura narrativa, definendo l’impossibilità di inquadrare gli atti originari apicali, ma questa valutazione, data l’opacità di giudizio, ritengo sia opportuna lasciarla al lettore attraverso la sua esperienza estetica.

L’ipotesi che il narratore afferma più volte è relativa alla rimozione del trauma: Per evitare l’ansia del conflitto sociale o personale, la cultura ufficiale e gli individui (come Nick Shay che fugge dal Bronx a Phoenix) reprimono i segreti scomodi e la memoria storica. A livello pubblico i  dossier di J. Edgar Hoover, la vita suburbana e i beni di consumo agiscono come barriere protettive (al pari di profilattici o meccanismi di difesa psicologici) contro l’irruzione del “Reale”, o per meglio dire della eterogeneità del mondo.

La psicologia ci insegna però che il meccanismo della rimozione, non riesce ad occultare completamente i “fantasmi” del passato e i traumi rimossi (simboleggiati dai rifiuti radioattivi in Kazakhistan, dai barattoli di conserve o dai ricordi d’infanzia).

E uno dei tanti rimossi è il fattore di razza, che assume un tono letterario di cripto etnicità, perché Il protagonista, Nick (Costanza) Shay, a causa della misteriosa scomparsa del padre immigrato, Jimmy Costanza, ricostruisce la propria genealogia attraverso le “arti postmoderne della memoria” e la distanza temporale. Più in generale viene rivisto il l’American Dream, che da un paese di Cuccagna è raffigurato dal paesaggio delle discariche.

Non è un caso che il romanzo si apra con la leggendaria partita di baseball del 3 ottobre 1951 tra i Brooklyn Dodgers e i New York Giants (vinta grazie al fuoricampo di Bobby Thomson, noto come “the shot heard round the world”). Nello stesso giorno vi è il test della prima bomba atomica sovietica in Kazakistan (la “bomba rossa”). La pallina da baseball recuperata da un ragazzino diventa un oggetto transizionale, un “medium di liberazione” che attraversa i decenni raccogliendo i segreti, le confessioni e le angosce dei personaggi durante la Guerra Fredda. Don DeLillo lancia un invito diretto al lettore: gli individui hanno una responsabilità morale e intellettuale nei confronti della propria storia.

L’essere umano è tenuto a “fare i conti” con il proprio passato, ad analizzarlo e a comprenderlo a fondo per definire un senso alla propria esistenza e orientarsi nel presente. Underworld dimostra come il romanzo storico postmoderno, mescolando finzione e dati reali, adempia a una funzione etica ed epistemologica fondamentale per la costruzione della coscienza storica.

Uno dei nuclei tematici principali è il modo in cui il mondo naturale e creativo originario si trasforma in un distopico e demoniaco “sottoposto” di rifiuti, dove l’erba cede il posto alla cenere e i processi ecologici lasciano spazio alle discariche e ai funghi atomici. I media — in particolare la televisione (ai tempi di scrittura del libro (1997) – oggi diremmo i “social”) contribuiscono a pervertire la percezione della realtà trasmettendo in una sequenza indefinita i disastri e gli atti di violenza senza alcun contesto. Episodi come quello del Texas Highway Killer (la cui uccisione casuale viene ripresa da una telecamera e riprodotta incessantemente) trasformano l’orrore iniziale in un fascino estetico assuefacente, isolando gli spettatori dalla realtà esterna (vedasi oggi i morti a causa dei bombardamenti e dei droni, che sono visti sui social, intendendoli come giochi a punti, con l’adesione di un “mi piace”).

Il protagonista Nick Shay lavora nel ruolo di gestore di rifiuti (la Waste Containment Co. o Whiz Co.) e definisce la propria mansione attraverso l’etimologia della parola “waste” (vuoto, desolazione, distruzione). La famiglia Shay compie elaborati rituali di differenziazione e riciclaggio, riflettendo un profondo bisogno umano di ordine e controllo. I coniugi arrivano a guardare i prodotti ancora intatti sugli scaffali dei supermercati non in base al cibo che produrranno, bensì pensando direttamente a che tipo di spazzatura diventeranno.

La discarica di Fresh Kills a Staten Island viene descritta con toni quasi religiosi e romantici, paragonandola alla costruzione delle Piramidi di Giza in Egitto o a una montagna in continua crescita organica che sovrasta le torri del World Trade Center (ancora in piedi prima dell’attentato accaduto nell’anno 2001). Un altro personaggio (l’artista Klara Sax) raggiunge la celebrità dipingendo le carcasse di 230 bombardieri B-52 abbandonati nel deserto del New Mexico, creando un cimitero monumentale che incarna un’estetica del rifiuto profondamente affascinante.

Il romanzo sembra offrire un’analisi pre-apocalittica nell’ammonire circa la nostra incapacità di salvare il pianeta, mostrando come la sovversione della natura sia resa insidiosa dalla sua quotidiana onnipresenza, mentre l’essere umano continua a saccheggiare le risorse naturali, voltandosi dall’altra parte e accumulando cimeli nella propria isolata bolla di consumo.

Ciò che si scambia alla fine è la deiezione riciclata, che diventa anche arte, e per questa è sacralizzata. La rappresentazione di un omicidio diviene un oggetto cultuale in una nuova forma di religione secolarizzata, nella pratica della devozione allo scarto.

Il titolo stesso, Underworld, condensa molteplici significati (la Mafia, i reietti, i luoghi di smaltimento dei rifiuti, il regno dei morti). Il romanzo opera un riciclo continuo dei significanti, svuotandoli e riempendoli di nuovi contenuti semantici (come accade etimologicamente alla parola waste o al nome di Pluto). La lingua stessa subisce un processo di logoramento e ripetizione (fino a diventare rumore bianco), visibile nei cambiamenti fonetici, nello slang giovanile o nelle oscenità dissacranti del comico degli anni ’50, Lenny Bruce.

Vi è una sperimentazione colossale delle scansioni temporali, perché si parte dal 1951 e si va subito negli anni novanta per ritornare poi a ritroso, in eventi che lasciano trasparire i sintomi di questo mondo inconscio, con un processo mnemonico imbustato e incasellato.

Tutto ciò però non deve far ritenere che sia una analisi negativa e profetica di una sventura che porta alla distruzione e all’oblio, perché la percezione del rimosso rende vivo ciò che è il mondo, quello che è sopra, limitato, costruito e non propriamente veritiero. Tale sofferenza estetica di lettura però come ogni nevrosi, riconosce di essere tale dalla visione consapevole dei propri sintomi. È un messaggio di speranza offerto da questo romanzo storico dotato di uno stile narrativo innovativo rispetto allo svolgersi delle vicende contemporanee.

CONSIGLI DI LETTURA: Mason & Dixon di Thomas Pynchon (Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore)

Mason & Dixon di Thomas Pynchon Autore), Massimo Bocchiola (Traduttore), Giulio Einaudi Editore, 2024 (Ed. Originale: Mason & Dixon, Little, Henry Holt & co. (New York – Usa), 1997)

Il romanzo mescola la nozione di romanzo storico, di satira, con elementi fantastici e una finta patina linguistica settecentesca (con tanto di sostantivi maiuscoli all’inglese). La trama è strutturata secondo gli stili di un racconto corale e picaresco, e si sviluppa attorno alle figure realmente esistite dell’astronomo Charles Mason e del topografo/agrimensore Jeremiah Dixon.

Nel mese dicembre del 1786 a Filadelfia un gruppo di bambini si raccoglie ad ascoltare le storie dello zio, il Reverendo Wicks Cherrycoke, un ecclesiastico giunto in città per il funerale del suo vecchio amico Charles Mason, appena deceduto. Attraverso i suoi ricordi e i suoi racconti (spesso romanzati o arricchiti da dettagli fantastici), prende vita l’intera epopea della vita e dei viaggi di Mason e Dixon.

La narrazione ripercorre le origini e le prime collaborazioni dei due scienziati britannici, le cui personalità sono diametralmente opposte ma complementari, perché Charles Mason ha un carattere malinconico, tormentato, rigidamente razionale ma segnato dal lutto per la morte della moglie Rebekah e incline a rimpiangere la patria. Jeremiah Dixon invece è pratico, ottimista, affascinato dal geomagnetismo, amante del buon bere, tollerante e di vedute larghe (è un quacchero “irregolare”).

Entrambi sono al servizio della Royal Society. La loro prima grande missione li porta a viaggiare verso Sud: si imbarcano per Città del Capo (nella Colonia olandese del Capo) con l’obiettivo scientifico di osservare il celebre Transito di Venere del 1761 sul Sole (un evento fondamentale per calcolare le dimensioni del sistema solare).

Durante questo viaggio e le successive tappe (inclusa l’isola di Sant’Elena), la scienza si mescola a digressioni surreali, incontri bizzarri, cibi esotici e a un universo in cui la magia, le leggende e la tecnologia bizzarra coesistono.

Il cuore pulsante del romanzo si sposta nel Nord America britannico, alla vigilia delle tensioni che porteranno alla Rivoluzione Americana. Mason e Dixon vengono ingaggiati per risolvere una storica e annosa disputa di confine tra le famiglie proprietarie delle colonie della Pennsylvania (i Penn) e del Maryland (i Baltimore).

I due scienziati iniziano così la titanica e faticosa impresa di tracciare la famosa “Linea Mason-Dixon”: una linea retta geometrica e inflessibile che taglia foreste, colline e territori nativi.

Pynchon descrive l’avanzata della spedizione come un’intrusione della modernità e del capitalismo calcolatore in un continente vergine. Per le popolazioni native americane, la linea è un vero e proprio massacro di alberi e una ferita inflitta alla terra. Sebbene all’epoca servisse solo a dividere due proprietà terriere, la linea acquisisce il suo profondo valore profetico e simbolico: diventerà nell’immaginario americano il confine morale e geografico tra gli Stati schiavisti e gli Stati liberi, un solco geometrico che anticipa le future fratture sanguinose della nazione.

La spedizione è costellata di ostacoli grotteschi e drammatici: diserzioni di boscaioli, minacce di attacchi indiani (spesso manipolati o sobillati da forze occulte e gesuite), visioni spettrali, incontri con figure leggendarie e mercanti avidi. Quando i lavori si spingono troppo a ovest, verso i territori contesi e l’Ohio, gli indiani d’America bloccano categoricamente il passaggio, costringendo i cartografi a interrompere il tracciato e a tornare indietro, piantando pali di pietra a marcare la fine della loro fatica.

Tornati in Inghilterra, le strade dei due scienziati riprendono direzioni diverse, ma restano legate da un affetto profondo e malinconico. A Mason viene offerto di guidare una spedizione scientifica a Capo Nord, in Norvegia, ma rifiuta, consumato dalla malattia e dal rimpianto. Dixon viaggia ancora e racconta all’amico storie e leggende tramandate.  

Pynchon abbandona la densità paranoica e tecnologica dei suoi romanzi ambientati nel Novecento (come L’arcobaleno della gravità) per costruire un’opera che è al contempo un pastiche storico-linguistico, un romanzo picaresco, una fiaba filosofica e una riflessione profonda sui miti fondativi dell’America. L’autore riprende l’uso tipico di scrittori come Henry Fielding o Jonathan Swift di scrivere la maiuscola ai sostantivi comuni, oltre a utilizzare una punteggiatura arcaica, termini desueti, ritmi cadenzati e un lessico scientifico-filosofico d’epoca. L’oralità e la narrazione a incastro: la lingua non è solo un esercizio filologico freddo, ma ha un’anima profondamente acustica e orale. Filtrata dalla voce del Reverendo Cherrycoke che intrattiene la famiglia in una notte di neve, la narrazione imita il piacere antico del “contare storie” intorno al focolare, fondendo l’alta letteratura, la ballata popolare, il sermone religioso e la barzelletta triviale.

La critica ha spesso letto Mason & Dixon come un’indagine sul Secolo dei Lumi (l’Età della Ragione). I due protagonisti sono uomini di scienza devoti alla geometria, agli strumenti di precisione e alle stelle. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è popolato da elementi fantastici, grotteschi e magici (cani che parlano, zombi, la celebre anatra meccanica innamorata, visioni spettrali). Pynchon rifiuta il realismo letterario ottocentesco (definito da alcuni critici come una sorta di “finzione di Stato” che sostiene lo status quo) per spalancare le porte all’irrealismo. La scienza e la magia non si escludono a vicenda; al contrario, la fredda razionalità del tracciato geometrico finisce paradossalmente per generare mostri, divisioni crudeli e oppressione.

Al centro della poetica del romanzo vi è il tropo della Linea. Tracciare la Linea Mason-Dixon non è un atto neutro. Per Pynchon, la linea retta geometrica imposta sul territorio serve a dividere la terra, a recintarla, a strapparla alla sua fluidità originaria e a sottometterla al controllo burocratico. La linea retta, infatti, diventa una ferita ecologica e morale. Sebbene all’epoca servisse a risolvere una lite tra proprietari terrieri coloniali, essa prefigura la spietata espansione verso ovest, lo sradicamento dei nativi americani e, soprattutto, la futura frattura insanguinata della Guerra Civile tra Nord e Sud.

Come nei romanzi precedenti non vi è una trama forte e lineare, perché la narrazione procede per accumuli, digressioni, storie dentro le storie e rimandi intertestuali (fortissimi, ad esempio, con l’Amleto di Shakespeare, dove Mason viene spesso letto come una figura ambigua e tormentata alla stregua di un Amleto illuminista).

La poetica di questo romanzo ci restituisce un Pynchon compassionevole: la storia americana non viene demolita unicamente con la satira dei suoi esordi, ma viene abbracciata con uno sguardo intriso di pietas, in cui la bellezza effimera dell’amicizia tra due uomini agli antipodi (Mason e Dixon, il malinconico e l’ottimista) rimane l’unico argine possibile contro il caos e la violenza della modernità.

E qui sorge un dubbio, perché il lettore si potrebbe chiedere se Pynchon ritenga la modernità e l’occidente come il male rispetto a un passato migliore.

Ridurre la visione di Thomas Pynchon a una semplice nostalgia reazionaria — l’idea tipica nella quale “il passato fosse buono e la modernità occidentale sia il male assoluto” — sarebbe una semplificazione fuorviante, perché nel romanzo non vi è una visione così binaria o consolatoria. Piuttosto, il suo sguardo sulla modernità e sull’Occidente è profondamente ambivalente, tragico e critico.

Vi è un rifiuto del “mito dell’età dell’oro” perché Pynchon non idealizza mai un passato bucolico o incontaminato come un paradiso perduto. Nel romanzo, l’America pre-coloniale o il passato europeo non sono presentati come Eden pacifici: sono già attraversati da conflitti, violenze, superstizioni oppressive e rapporti di forza brutali. L’errore sarebbe pensare che prima della Linea Mason-Dixon ci fosse la perfezione; vi era piuttosto un territorio fluido, un caos aperto che la modernità ha cercato di imbrigliare e recintare con la violenza della geometria.

Ciò su cui Pynchon si concentra non è tanto riguardo alle nozioni di progresso e di modernità, quanto la loro declinazione in una tecnocrazia burocratica volta principalmente al dominio brutale, con la postilla che il calcolo, la brama di profitto e la sottomissione non siano invenzioni nate nel Settecento con l’Illuminismo o con la modernità capitalista. Al contrario, nei suoi romanzi (da V. a L’arcobaleno della gravità, fino a Mason & Dixon), la violenza, la coercizione e la spinta al dominio sono costanti antropologiche e storiche.

Si avverte la secolarizzazione della colpa, perché i precetti religiosi del passato si sono trasformati in dogmi economici e scientifici. Il peccato originale e la predestinazione calvinista (molto presenti nell’immaginario americano e britannico del Settecento) trovano una nuova forma nella legge ineluttabile del mercato, della proprietà privata e del progresso tecnologico.

È una lettura impegnativa per un romanzo corposo, ma vi è un dono che il lettore riceve già dalle prime pagine una accoglienza immersiva, perché in queste impostazioni ad accumulo della narrazione, con le digressioni, le miscele di stili dalla narrazione, alla favola, al racconto, alle gesta, alla cronaca, il lettore è immerso fisicamente nel romanzo. Vi sono particolari della cucina, delle ricette, del modo di mangiare, la descrizione delle sensazioni di sedersi su un tavolo, un giaciglio un letto che sembrano vive. In ogni pagina non vi è mai un solo protagonista.

Come nei romanzi precedenti vi è una sovrabbondanza di persone, di aneddoti, di digressioni orizzontali sulla scena, con nuovi territori, villaggi per un vortice di nuovi incontri. TUTTA L’OPERA DI PYNCHON sembra una grande orchestra jazz dove il pubblico ne sia parte integrata.

Nei dialoghi vi è il contrappunto e l’improvvisazione. Proprio come in un brano jazz, Pynchon imposta un tema principale (la spedizione scientifica, la ricerca di un oggetto misterioso, una cospirazione), ma poi lascia che la narrazione si apra alle digressioni, alle storie secondarie dei personaggi minori, agli aneddoti apparentemente marginali. Ogni personaggio minore suona il proprio “strumento” con una voce unica, spesso eccentrica, creando un contrappunto vertiginoso. Il lettore non segue una melodia lineare e pulita, ma si trova immerso in un jam collettivo dove i confini tra la voce narrante principale e le storie corali si dissolvono.

E quindi non si può far altro che procedere a suonare in questo processo di lettura immersivo.