
Lo scrittore che si fa strumento nello scriver musicando. Il romanzo è un vero e proprio concerto jazz, ove i protagonisti e quindi i musici, esprimono già dalle prime pagine il motivo principale della composizione, e successivamente ognuno lo reinventa con assoli, sperimentando assieme agli altri.
–
La narrazione oscilla tra il passato e il presente e come un assolo di sax variando le frequenze sonore e il ritmo degli accadimenti, richiamando di volta in volta la tromba, il basso, il piano, la cassa. Gli episodi ripetuti svelano parti inedite dei protagonisti le quali arricchiscono i contesti che hanno portato all’evento topico e alle successive conseguenze. Ogni volta con tonalità diverse.
–
Quando sembra che il concerto sia finito, e che quindi i protagonisti prendano congedo, ecco che si ricomincia, novando ulteriormente la trama con l’ingresso di nuovi protagonisti, i quali suonano secondo loro specifiche caratteristiche, fino a coinvolgere il pubblico, ovvero l’intera Harlem (New York), lì, attorno all’anno 1926.
–
Questo ex quartiere divenuto una città a parte, con l’immigrazione sempre più numerosa di neri provenienti dagli stati del sud, per motivi razziali che perduravano da più di cinquanta anni, nonostante che la guerra civile fosse finita, e per le cicliche crisi economiche che avvennero nei decenni, colpendo di più coloro che ancora non erano pienamente cittadini, nel godere dei diritti di studio e di assistenza economica e sanitaria.
–
Harlem è in quel periodo la patria del jazz, che recepisce il funk e diventa un laboratorio di tutti gli stili che dal gospel, al soul lì trovarono l’accoglienza, la fusione e la sperimentazione. Si suonava nelle scale di ingresso dei palazzi, dove dopo il lavoro, ci si fermava a parlare, ad improvvisare i motivi antichi degli schiavi delle piantagioni, riaggiornati con i nuovi ritmi, le nuove parole, e le tecnologie che si approssimavano in modo sempre più forsennato. La musica non era altra dal vivere quotidiano, ne era il riflesso, dal ballo, dal camminare, dal cantare, nei luoghi di ritrovi domestici e di piazza. Nei locali clandestini, foraggiati dal contrabbando, i neri per la prima volta in America, sperimentarono forme di socialità autonome.
–
Con tutto ciò che comportava in quella zona di incrocio tra il controllo dei bianchi, della legge ordinaria, degli usi e delle consuetudini in conflitto anche con le generazioni dei neri immigrati. Il commercio e l’industria in profonda espansione, e con la produzione di manufatti domestici sempre più accessibili, anche per il reddito mediamente basso degli abitanti, nonostante tutto, permettevano nuove forme di consumo, e una piena autonomia alimentare.
–
I mestieri divennero di accesso anche per le donne come le figure dell’infermiera, della sarta, della parrucchiera. Non che prima tali attività non fossero svolte dalle donne, ma che il loro esercizio fosse svolto prevalentemente in un ambito domestico. Ora invece, diventano una professione, che è fonte di reddito e di relativa autonomia. Qui le donne, possono vivere da sole e mantenersi, nonostante le mille difficoltà, la delinquenza, e anche il violento maschilismo.
–
Il romanzo rende a colori questa città nella città, piena di speranza, di pericoli, di vizi, di criminalità, ma anche di nuove forme di collaborazione, di mutua assistenza, e di nuove rivendicazioni sempre più organiche e pregnanti, come il diritto di voto per le donne, che fu sancito nel 1920, e la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica.
–
Harlem all’inizio della grande guerra non aveva una scuola. Vi era una assistenza sanitaria meno che residuale. In quegli anni quel luogo fu un ritrovo di coloro che si qualificarono come intellettuali nel richiedere una piena cittadinanza per i neri.
–
La musica è un sinonimo di appartenenza in questo luogo, e contribuisce a definirsi, non più per negazione o in termini residuali rispetto ai bianchi, come avvenne anche alla fine della grande guerra, in cui i reduci di colore non ebbero un riconoscimento come i loro commilitoni bianchi. In quegli anni inizia un cambiamento radicale, e una propria rivendicazione di parlare e di creare. Il Jazz è questo patrimonio.
–
Il romanzo inizia con un tragico evento criminoso. Da qui, le vittime, i colpevoli, i testimoni, e coloro che ne furono indirettamente partecipi, iniziano a comparire nel presente scontrandosi, e poi man mano che la trama, e quindi lo spartito viene eseguito, diventano sempre più autonomi, mostrando nuove parti di sé e della propria biografia. Come nel jazz il ruolo degli strumenti cambia nell’essere l’assolo, l’accompagnamento, il solista, fino a essere orchestra, o cantante, così i protagonisti mostrano lati in luce e in ombra. L’amore e la crudeltà, la tragedia, e la bellezza.
–
Ognuno però contribuisce a delineare una base comune, un motivo che ritma dal fondo, al di là di ogni strumento, la secolare storia dei deportati e degli schiavi dall’Africa, e la vita di coloro che in America nacquero sia dai nativi africani sia, come per la maggior parte di loro, dai bianchi che violentano sistematicamente le donne nere.
–
Toni Morrison conosce il Jazz, conosce l’oralità e il dolore delle moltitudini degli schiavi che si sono susseguiti, sa narrare e in più conosce la letteratura americana e nord Europea, sa usare e reinventare le tecniche dell’introspezione piscologica degli autori di inizio secolo come Virginia Woolf.
–
Dall’evento iniziale, la trama si infittisce sempre di più, fino a che ogni protagonista da figura classica di una tragedia, diventa un mondo insondabile, difficile da racchiudere in pigre definizioni, così come è la storia delle Americhe, e ancor di più di questa nuova popolazione di neri amerindi.
–
Toni Morrison tenta di esprimere la scrittura dalla musica, non il contrario. Vuole che la narrazione sia musicata, non tanto in un testo da cantare, o per un’opera lirica. Lì semmai è l’inverso: la scrittura diventa un ausilio per la musica. Qui il tentativo è rivolto alla funzione che il Jazz esprima la propria scrittura, e che quindi i dialoghi e il testo scritto ne siano una emanazione. Ecco allora perché la trama non ha una sequenza lineare degli eventi: i protagonisti ripetono alcune loro caratteristiche mentali, biografiche e fisiche, ripetendo il motivo musicale e variandolo di volta in volta rispecchiandosi negli altri antagonisti. Harlem e l’America assumono il ruolo di una grande banda Jazz che suona all’unisono tra le piazze e le strade.
–
E qui alla fine però Toni Morrison si accorge che la sua funzione di autore non può essere distaccata, signora e padrona di tutte le assonanze e strutture linguistico – musicali. È costretta ad entrare nella scena.
–
Nelle ultime pagine abbiamo un ultimo assolo: una potente, magnifica, coinvolgente dichiarazione d’amore dell’autrice per questa città, per questa storia tragica e meravigliosa dei neri d’America, e per questo flusso vivo che è in cammino, tra il passato e il futuro.
