
È un viaggio di formazione di un adolescente che incrocia quello della Svezia nei secoli e nei miti, attraverso un viaggio nei territori e nei mari che ne furono e ne sono il suo guscio.
È un racconto magico che incarna il mito di crescita proprio di Pinocchio e di Peter Pan. Il protagonista è uno scansafatiche dispettoso tenuto faticosamente sotto controllo dai propri genitori, che, nonostante le preoccupazioni per il loro futuro di incertezza economica, lo trattano relativamente con pazienza e comprensione. Un giorno però, per le sue birberie, è trasformato in un troll minuscolo senza però averne i poteri e quindi alla mercede di chiunque, anche animali di piccola taglia. Ha però una qualità: riesce a capire e a esprimersi nei linguaggi degli animali, prevalentemente quelli vertebrati (uccelli, mammiferi, rettili, anfibi e pesci).
Riesce a scampare ai primi pericoli e aggressioni, chiedendo soccorso al papero che soggiornava fuori della sua casa, il quale mostrò una notevole reticenza, dato le angherie ricevute, ma alla fine cedette. E fuggendo dalla casa, e portandolo con sé, entrambi respinti in prima istanza, riuscirono a unirsi a uno stormo di oche selvatiche in viaggio verso il nord per la deposizione delle uova, data la primavera inoltrata.
E qui inizia un viaggio fantastico, pieno di avventure dove percorrono l’intera Svezia, passando per la Finlandia e per la Lapponia, cercando di difendersi dai rapaci, dalle volpi e da tanti altri pericoli, tra i quali quello più letale: l’uomo.
Se in un primo momento Nils è appena sopportato data la pessima fama per cui era noto tra tutti gli animali, piano piano, riesce ad essere di aiuto, per la sua agilità, inventiva e creatività, salvando le oche e tanti altri animali da morte certa.
La scrittrice Selma Lagerlöf è di una bravura impressionante perché non crea un mondo magico separato da quello umano, infatti entrambi convivono e si relazionano in una mutua relazione, in base anche ai mutamenti geologici e più in particolare morfologici dell’intera penisola scandinava.
Il mito non è altro, o posto in un tempo lontano, o in una dimensione parallela. Gli animali assumono un tono antropomorfo, mantenendo però le loro caratteristiche etologiche. L’autrice si sforza di pensare e di immaginare le esigenze, le sensazioni degli animali nel momento in cui noi riuscissimo a intenderli, e lo fa in un modo verosimile da vera etologa.
Ogni paese, o fiume, o affluente, catena montuoso è vista come una entità vivente che si sviluppa, soffre, cresce, anche per mano dell’uomo. Tale relazione tra il mito, il magico, l’incanto, la leggenda, la memoria, le storie quotidiane, i racconti sono intessuti in una narrazione in cui le figure mitiche, gli umani, gli animali, i personaggi delle favole, convivono, parlano, e interagiscono, seppure usando tempi e modi diversi, non direttamente comprensibili, ma intuibili.
Gli umani non possono certamente dialogare con i grandi laghi, gli alberi i boschi in cammino, ma capiscono gli sviluppi futuri e i mutamenti in atto sia per le loro operose attività economiche quotidiane, lo sviluppo della scienza, e le narrazioni mitiche, dove ogni elemento dei luoghi acquisiscono una anima, o per meglio dire uno spirito della materia, degli elementi principali. È una vera cosmogonia animistica.
E qui si sente veramente un tratto ancestrale dei popoli che si approssimano al Polo Nord, e in particolare quello svedese, un senso intimo, diretto del proprio corpo, del proprio destino, e di una teoria del mutamento e del divenire che è corrispondente con quello dei luoghi natii e di confine. I monti parlano e soffrono, come i boschi e i laghi, e se è per opera dell’uomo, ne ricevono il risultato, come è vero anche il contrario. Ovvero la presa di coscienza degli umani circa la responsabilità delle proprie azioni, e quindi la messa in tema di un’etica che spinge ad agire cercando un benessere comune e generalizzato, permette lo sviluppo delle terre, della flora, e quindi una nuova ed equilibrata convivenza con gli animali.
L’autrice poi, mostra in modo avvincente e divertente le gare, i battibecchi, i conflitti e le alleanze tra gli stessi animali. È di un livello narrativo sopra ogni classifica quando narra, ad esempio, la gara di acrobazie e di voli di squadra di diverse specie di uccelli nei luoghi di sosta di ritrovo, dove si cominciano a creare i primi nidi per alcuni. Sembra di stare in una serie di Quark con Piero Angela, ma narrato il tutto con uno stile, e una tensione che lascia a bocca aperta, e ci fa sentire così piccoli, superficiali, ingrati verso gli uccelli e gli animali in genere da non apprezzare le loro qualità intrinseche e le strategie di sopravvivenza, nonché quelle di mutua alleanza e di relazione, non inventate, ma vere, verissime.
Esteticamente si ha subito un desiderio di porsi in contatto con ciò che noi chiamiamo natura intendendolo un confine inanimato. È invece un universo in cammino nel quale noi stessi ne facciamo parte, dal quale ne traiamo da vivere ed è anche intriso di pericoli.
E questa conoscenza e storia di apprendimento vale per il piccolo Nils, perché viaggiando in groppa alle oche, vede tanto della Svezia, e sente i racconti degli animali che fanno dei luoghi, e apprende tutto quello che non studiò a scuola, anzi di più, sentendolo in carne ed ossa, ponendosi in relazione anche conflittuale, per salvare gli stessi compagni di viaggio, dalle figure storiche che riprendono vita, come anche quelle delle fiabe e delle leggende.
Oltre ad essere un cammino magico alla Peter Pan, è però anche reale, perché è ambientato al tempo contemporaneo della scrittrice, che è di inizio novecento, un momento storico di grande industrializzazione della Svezia, accompagnato da una diffusione della conoscenza scientifica e dallo sviluppo della tecnica e della tecnologia, avendo un senso della ricerca scientifica sempre più sviluppato. È quindi anche un percorso di formazione simile a Pel di Carota e di Gianburrasca, bimbi che diventano adulti in senso alla società reale, non magica.
Nils, continuando ad avere le fattezze di un troll, con solo una capacità a correre veloce come un furetto e una agilità di uno scoiattolo, abbraccia l’intera penisola Scandinava e acquisisce una responsabilità da adulto e prova affetto sincero per tutti.
È un romanzo che fa sorridere, commuovere, e apre il cuore del lettore e il desiderio di volare e di guardare oltre il proprio orizzonte. Invita a venire a patti con il proprio luogo d’origine, a ritornare alle proprie radici, ma non per rimanerne lì protetti e immoti come in un guscio primordiale. Sarebbe innaturale con la conseguenza di ottenere una vecchiaia muta e ignara. No. Si ritorna a guardare sé stessi nel proprio inconscio collettivo storico, per rinascere assieme a tutti. Non si vuole soltanto che quell’albero cresca con nuovi rami, ma che l’intero bosco in tutte le sue varietà si allarghi ed evolve, pensandosi appunto a se stessi come un territorio dotato di flora, di fauna, di torrenti e di monti. In tutte le sue varietà.
Attraverso il racconto e il mito, si porta il proprio passato nel presente cercando rielaborarlo e nell’estenderlo assieme agli altri.
Non è un caso che Selma Lagerlöf sia stata designata del premio Nobel per la letteratura, e che da subito divenne una delle autrici più famose in Svezia e nei paesi nordici.
È un libro tutto da godere che fa sorridere ed evolvere in nuovi stadi del nostro vivere.



