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CONSIGLI DI LETTURA: Sogni di robot di Isaac Asimov

Sogni di robot di Isaac Asimov (Autore), Mauro Gaffo (Traduttore),
2014, (ed. Originale: Robot Dreams, 1986), Feltrinelli, Milano

È una serie di racconti più che trentennale che segue quella relativa alla serie pubblicata a puntate sulle riviste di fantascienza tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Nei primi scritti le trame erano incentrate nella applicazione delle tre leggi della robotica cui le macchine avrebbero dovuto attenersi nell’eseguire le attività programmate dagli umani, ovvero:

la sicurezza: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”;

il servizio: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge”, ed infine l’autoconservazione: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.

Questi racconti originari erano essenzialmente statici, quasi teatrali nel loro sviluppo e il climax raggiungeva la sua esposizione nel mostrare le eventuali incoerenze o incompletezze dei dettami suddetti in rapporto alla indefinita varietà delle interazioni che gli umani hanno tra di loro e con l’ambiente esterno. Le macchine, in quel decennio, assunsero nella pubblicazione dei racconti, piano piano una forma che si avvicinava in modo progressivo a quella umanoide. Le tecnologie utilizzate erano per il più elettriche, meccaniche pesanti (oli, pistoni) ed elettroniche in particolare quelle precedenti l’uso del silicio e del germanio.

La fisicità di tali macchine era volta a svolgere funzioni ripetibili, seriali, di assistenza che dal punto di vista della catena di montaggio, semplice, univoca con scopi lineari e definiti, a mansioni sempre più complesse tali da divenire sostitutive rispetto alle attività manuali umane più elementari. L’epilogo dei racconti seguiva la coerenza interna di queste tre leggi della robotica, che mostrava però l’impossibilità di assolvere pienamente alle indicazioni degli umani, e in molti casi il fallimento risultava essere tragico.

Nei racconti di “Sogni dei robot” vi è una evoluzione in una forma umanoide più compiuta da parte di queste macchine, tale da svolgere e rappresentare un soggetto dotato di una propria semi autonomia di giudizio nel valutare i dati e di agire di conseguenza.

Le tecnologie usate sono decisamente più elettroniche, perché dai primi anni cinquanta sono usate le terminologie proprie dei protocolli relativi alle valvole termoioniche e dei transistor, e quindi nella prima riduzione spaziale delle macchine e in una maggiore facilità di interazione nei rapporti sociali con gli umani. Oltre allo sviluppo delle facoltà di calcolo e di elaborazione dei dati. Il linguaggio diventa paritetico a quello umano, e via via i concetti diventano sempre più elaborati fino a investire i domini della conoscenza propri della morale e del diritto.

Tale processo dalla seconda metà degli anni sessanta ai primi anni settanta, coinvolge le nuove tecnologie MOS di miniaturizzazione progressiva dei circuiti, nei quali i robot assumono il ruolo di entità capaci di elaborare in modo autonomo le informazioni, e quindi a intraprendere processi di apprendimento (il “Machine Learning”). Le trame dei racconti, quindi, diventano più complesse e gli umani non si rapportano più ai robot come strumenti utili da dover controllare continuamente per evitare conseguenze indesiderate, ma in quanto antagonisti o alleati da tenere in conto per il perseguimento dei propri scopi. La diade robot-umano si amplia verso una triade tra umani, robot, e scopi sia degli umani sia dei robot stessi.

In questa fase i termini usati non sono più meccanici, ma propri dell’elettronica analogica e ora timidamente digitale, e le macchine sono ora descritte con analogie sempre più dirette alle facoltà cognitive, emotive ed esperienziali umane. Il cervello dei robot è una entità positronica: un soggetto, non più una macchina. Vi sono anche abili intuizioni di Isaac Asimov riguardo lo sviluppo delle tecnologie nella costruzione dei circuiti, le possibili soluzioni nell’uso dell’energia per i voli spaziali.

Nell’ultima fase di questi racconti l’orizzonte si amplia a quello del sistema solare, ai voli interstellari e galattici, al potenziamento dei robot che diventano unità non più inscrivibili in un corpo umanoide, ma in complessi decentrati che si identificano anche tra le galassie. I robot diventano soggetti completamente autonomi da quelli umani nel perseguire gli scopi originariamente assegnati, ma che ora acquistano una vita propria, perché tali “macchine” hanno una propria filogenesi e alla fine una capacità di una vera e propria evoluzione.

È interessante rilevare che i temi della morale non riguardano più soltanto i robot, ma assumono un ruolo onnicomprensivo di tutti i protagonisti ove i robot per le loro capacità di calcolo, di elaborazione e di previsione portano alle estreme conseguenze i problemi, le aporie, le possibili soluzioni in un modo indefinitamente più ampio di quello umano. E ciò obbliga tutti a porsi nuovi dilemmi, in qualche caso insolubili e forieri di un fallimento tragico nelle narrazioni.

Godibili gli ultimi e più elaborati racconti che oltrepassano il destino del pianeta Terra, per interrogarsi sulla natura dell’universo e il destino degli umani e dei robot, quasi volto a una mutua trasfigurazione.

I modelli matematici che interpretavano il mutamento, come la “psicostoria” utilizzata nei suoi libri e racconti tra gli anni quaranta e cinquanta, ora perdono la loro capacità predittiva, per incentrarsi sulla probabilità relativa a descrivere il presente sempre più esteso e inconosciuto.

La figura della donna risulta essere ancillare e ancorata ai modelli dei primi racconti, ove i ruoli erano principalmente quelli della moglie, della madre, o della segretaria. Occorre dire che Isaac Asimov non aveva una visione “progressista” relativamente ai decenni su indicati. Eppure, in modo tardivo, negli ultimi e più complessi racconti, ecco che i ruoli femminili sono autonomi e veri Deux ex machina delle narrazioni.

Un aspetto ambivalente di tutto l’opera di Isaac Asimov che per un verso è un limite rispetto ad altri suoi colleghi e dall’altro fu anche un motivo del successo immediato dei suoi racconti, è quello di utilizzare principalmente tipi umani, non extraterrestri, se non in modo sporadico, ma sempre in forma umanizzata, e principalmente del tipo bianco, adulto, occidentale che agisce qui sulla Terra e in ogni angolo dell’universo.  Si pensi al ciclo della “Fondazione” per esempio. Vi era un motivo in origine, perché questa analogia di sviluppo dell’impero romano, doveva essere compiuta da quelli considerati “occidentali” e in particolare da quelli che hanno la fiaccola dell’eredità mitica “greco-romana”, come appunto quella degli Stati Uniti. Lo stesso Asimov lo scrisse in alcuni suoi articoli, che l’editore John W. Campbell, direttore della rivista <<Astounding Stories>> gli impose l’uso di tali espedienti retorici, nell’eventualità della pubblicazione delle sue opere.

Va detto comunque che in seguito, indipendentemente da Campbell, Asimov cambiò tale impostazione, se non proprio in questi ultimi racconti sui robot, nei quali il modello tipico umano perde la sua centralità, a favore di nuovi soggetti e ruoli aventi la piena facoltà di divenire antagonisti e protagonisti nella narrazione.

È una raccolta di scritti godibile alla lettura per la verosimiglianza dell’impiego delle tecnologie, seppure in gran parte fantascientifiche, e nella descrizione dei vincoli dei principi della fisica, della chimica e dell’astronomia. Con Asimov infatti siamo nella fantascienza “hard” e non in quella improvvisata e frammista a espedienti banali del tipo “Il coniglio che esce dal cappello”.

È una lettura utile anche per capire a livello antropologico la visione dei paradigmi scientifici e degli assetti tecnologici che via via comparivano in quei decenni, e di come ci si districasse tra una visione magica e una riflessione epistemologica coerente.

In ogni caso, è sempre dono la lettura di uno scritto di Asimov, perché porta a confrontarsi con i limiti della propria immaginazione. E ciò è uno stimolo irresistibile a migliorare le proprie attitudini di previsione e di formulazione di ipotesi circa se stessi e il mondo circostante.

§CONSIGLI DI LETTURA: LIBERA NOS A MALO

Libera Nos s Malo, 1963 di Luigi Meneghello,
Settima edizione (8 febbraio 2006), Rizzoli, Milano

“[…] Il titolo è un gioco di parole tra l’espressione evangelica “liberaci dal male” e il paese natale di Malo in provincia di Vicenza. Meneghello propone in una sorta di rivisitazione autobiografica gli usi, i costumi, le figure tipiche, la vita sociale che ha conosciuto nel corso della sua infanzia e giovinezza nel paese natale e traccia un ritratto della provincia vicentina, della sua gente e della sua cultura dagli anni trenta agli anni sessanta […]”

All’interno del discorso relativo alla funzione antropologica e letteraria del dialetto, proprio degli anni sessanta del secolo scorso, Meneghello esplicitamente scrive che esso rappresenta il volume delle correnti sotterranee dell’oceano dei nostri modi di comunicare in noi stessi, nel mondo, e tra il tempo in cui il presente, il passato e il futuro giocano, inventando percorsi temporali infiniti. Ogni percorso è una biografia individuale che si rifrange, si moltiplica, cambia nelle memorie.

Tali correnti dispongono il patrimonio delle coorti generazioni che permette la costruzione infinita delle comunità. Ovvero il luogo in cui i soggetti hanno la fiducia di attribuire simboli, significati, azioni e scopi adeguati, congruenti e conformi nelle interazioni che ognuno ha con l’altro. E in particolare anche a quelli che risiedono nelle fantasie, nelle memorie, e nelle biografie continuamente reinventate.

La lingua formale italiana è vista da Meneghello nella funzione di un artefatto successivo a quello che è originario della comunità, in particolare alla prima manifestazione nella biografia di ognuno: il rapporto con la madre e i genitori, quindi alla casa, e successivamente all’ambiente circostante, come la stia, la via, la cascina, il villaggio.

Nel dibattito dei due decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, relativo alla autonomia conoscitiva e al fondamento della soggettività di ogni agente sociale, tra il linguaggio italiano istituzionale e quello dialettale, all’interno delle variazioni e delle preferenze che attribuivano a una visione polare un peso distintivo tra le due sorgenti creatrici dell’identità e del senso del tempo, Meneghello in via prioritaria non attribuisce uno schema “vero-genuino” per una e “imposto-artefatto” l’altra. O ancora che un polo sia il vero luogo del linguaggio e l’altro una tappa di crescita biografica.

Meneghello imposta la sua visione nella forma dialettale che è in osmosi con la comunità: questa si riconosce tale perché è nel luogo di interazione dei dialetti, in cui è in essa si riconosce, usandola come strumento e fonte di significato nell’attribuire senso e coerenza agli scopi prefissi di sopravvivenza, di relazione e di proiezione rispetto al mondo (ciò che ignoto e lontano).

Carlo Emilio Gadda in quel periodo usava il dialetto per approfondire le tecniche narrative del linguaggio e sue relazioni tra lingua e idiomi. Pierpaolo Pasolini lo intendeva come il luogo della concretezza del singolo rispetto ai mutamenti sociali ed economici, in cui la valenza comunicativa e culturale rappresenta l’affermazione di una propria dignità e di autonomia di rivendicazione sociale diretta. Meneghello ammette che nel dialetto abbiamo una immediatezza originaria tra parola e cosa. L’esperienza infantile, infatti, nell’acquisire il dialetto in modo embrionale e impreciso, definisce una forma vocativa e idiomatica ambigua nell’uso delle parole verso le cose. L’esperienza primigenia è per sua natura metamorfica. La comunità è questa mappa che, crescendo nella biografia, denota una struttura di senso per orientare gli scopi di mantenimento e di riproduzione della comunità stessa.

La lingua formale è sempre posteriore non tanto in senso temporale, per il singolo, ma è derivata in senso logico rispetto al dialetto. È la costellazione delle insegne stradali, ovvero delle regole che devono essere estese alle relazioni tra i singoli prescindendo dall’esclusività del singolo. Occorre un riconoscimento sì, ma una separazione di ogni biografia del linguaggio nelle interazioni sociali tra il nome e la cosa. Emerge allora la necessità di perseguire la coerenza, la distinzione, tra il segno, il simbolo e il soggetto in uno schema riproducibile e riconoscibile, e per questo occorre una mediazione. Ecco allora che per Meneghello sono veri e concomitanti i mondi dei due linguaggi, dove lui bimbo, e altri bimbi si trovano a comunicare. In tale contesto il linguaggio istituzionale è accessibile in virtù della mediazione del linguaggio del nido, quello vernacolare e quindi quello della comunità, che con la sua crescita si amplia sempre più, fino a mutare in un luogo separato simbolico e di memoria con quello sociale (istituzionale).

Ma, vi è un “ma”. È un romanzo sì, ma può essere inteso anche come un gigantesco affresco poetico, che non riesce ad essere tale, perché collassa in una forma in prosa. Un testo di poesia che è proiettato quasi topologicamente in un piano di prosa.

Nel linguaggio dialettale per Meneghello vi è una osmosi tra la parola e la cosa, e ogni variazione fonetica della parola dialettale è unica, e quindi tutte quelle che appaiono, coprono il mondo dell’esperienza. Questa ipotesi genera un dissidio con incoerenze nascoste. Non è un caso che il testo dello scritto inframezza la narrativa con cantilene, proverbi, detti, vocativi: cioè il linguaggio poetico che è voce, suono.

E il linguaggio poetico serve perché è verticale secondo le caratteristiche del dialetto posto da Meneghello stesso, cioè osmosi e non semplice rapporto (come nel linguaggio formale) tra parola e cosa. È un ottimo stratagemma, forse inconsapevole: lui ci si è trovato. Non poteva fare altrimenti. Il libro, se lo si legge anche sentendo la voce interiore e il suono, sembra cantata, più precisamente narrata secondo lo stile un grande vecchio dei paesi dell’Africa che racconta la storia di tutto il villaggio, partendo dall’inizio e non può essere interrotto. Deve percorrere tutto il tragitto per riviverlo, adattandolo in rapporto alla disponibilità, alla memoria e al sistema simbolico dell’ascoltatore. E quindi serve il mito, il ciclo, la paratassi, l’analogia.

E la prima è la voce il suono. Si parte dalla madre per il dialetto, cioè il luogo del vernacolo. Ma è proprio vero che l’osmosi tra la parola e la cosa sia così originaria e immediata? Non può essere che anche essa sia derivata in modo diverso rispetto a quella istituzionale del linguaggio formale?

I suoni e le vibrazioni sono già a livello intrauterino tra madre e figli. Prima ancora degli occhi e del verbo. Le frequenze e le relazioni specifiche uniche e irripetibili tra madre e embrioni, costituiscono la derivazione invece originaria nella nascita dove vi è il vocativo. L’urlo di nascita. Non è già quella una separazione tra nome e cose, tra voce, soggetto e oggetto? Ora tutto ciò è comune per ogni madre di ogni tempo. Ma il punto però è che l’idioma mantiene la sua osmosi anche con lo stratagemma poetico che è verticale, nel tempo attraverso le memorie e queste si nutrono delle interazioni che uno ha verso il mondo. E quindi anche con il linguaggio istituzionale dove egli stesso è un produttore di suoni, significati e simboli. E questi servono poi ai dialetti per offrire simboli coerenti ai percorsi biografici di ognuno.

La poesia aiuta, ma proprio perché è verticale, è libera di nuotare tra correnti superficiali e sotterranee e agire e parlare in modo concomitante (e non stratificato) all’interno di ogni vocativo co tutti i livelli e profondità.

Ciò comporta allora l’ipotesi che i dialetti e i linguaggi formali siano mediati entrambi, rispetto a qualcosa di altro, e la forma poetica ci avverte come una sonda di questo “nascosto”.

Ecco perché questo libro di Meneghello è da vivere, percorrendo consapevolmente con la propria biografia, per incorporarlo nel nostro sentire vocativo, evocativo, comunitario e sociale. Ci ritroveremo in esso. Sentiremo che siamo tutti collassati, ma non per questo ridotti a una stenografia di un mondo. Anzi, siamo molto di più e abbiamo tanto da parlare, e poetare di ciò che è il nostro tesoro.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL DIARIO DI VIAGGIO DI ARTHUR GORDON PYM

di Edgar Allan Poe, Prima Edizione 1838

La trama del romanzo è ascendente, perché non vi pause. Sopraggiungono onde di pericoli: la morte a causa della mano amica che si tramuta in quella della morte. Il lettore avverte le sensazioni infantili relative al terrore di affogare, allo stimolo irato della fame, all’abbraccio gelido del buio, alla vertigine della caduta, all’oppressione della malattia. E quando sembra di aver percorso il girone infernale, si acquista la consapevolezza di aver compiuto il primo passo, perché l’altra gamba inciampa nel naufragio che porta allo scoramento della solitudine, liquefatto poi dalla tempesta, per arrestarsi infine nella voce che evapora dentro il gorgo della pestilenza. La nave incanutisce in una zattera, in cui vi è il cannibalismo. La crescita e lo scorrere del tempo è già la dichiarazione di osare per vivere, e questa è la porta che apre al pericolo. L’esperienza è il dolore e la conoscenza può richiedere il prezzo della propria vita.

Anche chi non ha letto il libro, in realtà lo ha già vissuto. I pericoli e le vicende le ritroviamo nei racconti antichi e nei libri a lui contemporanei, come il vascello fantasma e l’ammutinamento, cioè lo stravolgimento delle condizioni di fiducia. Il pericolo è intorno e dentro la barca, cioè la casa, che è la metafora del proprio vivere. Gli elementi della natura sono un pericolo. Ogni giorno nel ciclo del Sole e della Luna, scandisce il ritmo del morire.

È un romanzo di formazione, in cui si diventa adulti, attraverso gocce di sangue, tramutate in secondi. Non si può fare a meno di andare avanti ed osare, per evitare la stasi della morte, ma il cammino si alimenta del sangue e della sofferenza.

La paura è una delle conseguenze del pericolo, che introietta se stessi nella gabbia dell’orrore con le sbarre della solitudine e con il giaciglio dell’angoscia e il timore. La collaborazione con gli altri è un azzardo, perché è un salto nel buio, scaturito dalla fiducia che è sempre senza fondatezza.

Per Edgard Allan Poe la fiducia è una corda tesa sopra l’abisso che definisce ogni orientamento nel proprio vivere.

L’orrore e il dolore sono due piani che si intersecano nella linea sottile della sopravvivenza. È una concezione analoga alla “linea d’ombra” descritta da Joseph Conrad: l’orizzonte tra i due oceani dove naviga la propria biografia. La rotta si crede sia quella giusta, attraverso le vele della razionalità e che conducano ad un approdo sicuro.

La morale e il diritto sono generate dalla sublimazione della violenza e del sangue. L’esperienza acquisisce un senso compiuto, attraverso la scarnificazione delle proprie speranze e del proprio corpo. Questi sono gli effetti, forse in gran parte oscuri allo stesso Edgar Allan Poe che certamente aveva lo scopo di usare lo sgomento e il panico come strumenti narrativi per catturare l’attenzione e fornire dinamicità agli eventi. La vita è il fior di loto che emerge e galleggia precario sullo stagno del terrore che poggia su un fondale di morte.

L’intensità emotiva che regala questo romanzo, ci informa, nonostante tutto, di essere ancora vivi e di pulsare la volontà di sopravvivere. Il lettore non può fermarsi, perché deve proseguire la lettura.

§CONSIGLI DI LETTURA: LA SIGNORA DELLE CAMELIE

La signora delle camelie – Alexandre Dumas Pubblicato su www.booksandbooks.itGrafica copertina © Mirabilia

La signora delle camelie – Alexandre Dumas Pubblicato su www.booksandbooks.it – Grafica copertina © Mirabilia

La signora delle camelie è l’opera di Alexander Dumas figlio che fu più riprodotta nei decenni successivi alla pubblicazione nei teatri con testi progressivamente adattati al senso del tempo contingente. Lo Stesso Giuseppe Verdi usò la trama per comporre la sua “La Traviata”. Nel novecento fu riprodotta nel cinema in innumerevoli varianti.

Narra di una storia vera. Anzi di storie vere tra le quali vi sono quelle biografiche e dissimulate, da parte dello stesso autore. I personaggi e gli eventi, nonostante una regolarità che agli occhi dei contemporanei sembra classica e nota, è invece innovativa. La psicologia nascosta è analoga a quella maschile dei secoli vicini e passati a quelli di Alexander Dumas. In un ambiente sociale più laico, l’oggetto del peccato che è detto “donna” e che conferisce senso e moralità alla visione della divinità maschile che tutto ordina e dispone, conferendo senso e valore alle etiche, si trasferisce nella sublimazione dell’incanto e della passione.

Da fonte di conoscenza che porta il peccato, la donna diventa alternativamente nume, scoglio, abisso, via di elevazione. È ora uno strumento ed un oggetto verso il bello e il buon dire per opera dell’amante e dell’artista. Il prodotto letterario è buono e bello: bello perché buono: buono perché prodotto dall’estro e dal buon cuore dello scrittore.

La “donna” è un luogo di produzione letteraria che induce energia creativa per mezzo dell’autore. In questa accezione l’artista è colui che eleva la donna, trasfigurandola in figure floreali che emettono spore: la camelia. Il fiore che rappresenta l’unione perfetta, perché integro, non perde petali. Eppure si scrive di una prostituta che rimane perfetta più volte a pagamento.

Nel testo però, nonostante le intenzioni dell’autore che propone la millenaria visione della prostituta come il male, emerge quella che la intende come una vittima dei sistemi etici e come una schiava da parte degli uomini.

Lo stesso autore inconsciamente, lo avverte e vuole schermarsi, lasciando intendere che questa vittima, è per natura mutevole e bella, ma inevitabilmente infida e vampiresca, perché ha ceduto alla corruzione.

L’opera sfugge anche al lettore. In quegli anni (1848) vi fu un’espansione del pubblico ancillare che acquisì una valenza economica autonoma: quello femminile. Lo stesso Dumas figlio nel voler giustificare l’operato e gli errori e le meschinità dei presunti amanti, in realtà clienti che rimangono poi gabbati, valorizza e descrive le capacità intellettuali di questa donna. Marguerite Gautier  diventa una figura esemplare, non perché sia una prostituta, ma in quanto agisce in modo senziente e autonomo, mostrando capacità cognitive e strategiche che prescindono dall’antagonista e dall’eroe maschio.

Nonostante tutto nelle rappresentazioni teatrali fino ai fotoromanzi vi è il tentativo inconscio di occultare la piena soggettività della protagonista. Nei fatti l’occultamento ottiene l’effetto opposto: Marguerite Gautier è una donna che è pari all’uomo in tutto, anche in ambito estetico letterario.  Gli stili e le poetiche vorrebbero glorificare la vittima nella sublimazione dell’amore e dell’eroismo, attraverso l’acefala passione del sacrificio religioso, per fruire della “donna” come una figura letteraria menomata e pericolosa, perché si discosta dai valori e dalle visioni maschili.

La prostituta che è disprezzata dal senso estetico maschile, per contrappasso determina il successo dell’opera, perché contravviene agli intenti dell’autore, trasformandosi in un soggetto dotato di virtù e di capacità commendevoli.

Lo stile di Dumas figlio, come quello paterno risente della necessità di scrivere un romanzo a puntate che è letto nei quotidiani settimanali e mensili. Lo stile è veloce e immediato, inframmezzato da analisi psicologiche che in realtà sono giudizi morali da parte dell’autore, mascherati però dalle descrizioni di eventi e dalle impressioni sui luoghi, sui colori e sulle sensazioni.

Come può una camelia che è detto il fiore perfetto, associarsi al mutamento che è una caratteristica di questa donna? Come può il cliente, presunto amante, donatore di oggetti e non di stesso, giustificare la veridicità dei suoi intenti, se invece agisce in contrasto con quello che proclama? È un libro contraddittorio che percorre vie divergenti da quelle predisposte dall’autore.

La futilità della trama ridotta in pillole e rimasticata in tanti racconti fino ad oggi, è il luogo di partenza di uno dei tanti processi di riconfigurazione di un nuovo e radicale senso della femminilità che è in cammino ancora oggi.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL GIUOCO DELLE PERLE DI VETRO

Il giuoco delle perle di vetro di Hermann Hesse,
1990 (Prima pubblicazione: 1943),
Mondadori, Segrate, Collana: I Meridiani,
Traduttore: Ervino Pocar

Il giuoco delle perle di vetro” è una sinestesia tra le scienze e le arti, da una frase di Confucio, si passa ad una fuga, che si tramuta, bicefala, in un dipinto e in una poesia.

Il protagonista, Knecht, all’inizio del suo interrogarsi su sé e sul mondo, compie l’errore di voler saggiare il METODO ESATTO di questa sinestesia universale che è il giuoco delle perle di vetro. Intende manifestare la struttura, lui, singolo dell’universale che è il tutto, compiendo una grave contraddizione.

Castalia e il giuoco delle perle di vetro. L’apparente inutilità che ricerca, nel gesto estetico, di collocarsi entro la propria limitatezza, nella cognizione che tale semplicità non possa escludere la grande manifestazione del sensibile e del corpo. Vi è una ripresa poetica della dualità tra le idee e il mondo neoplatonico, stilizzato dai tedeschi del 1700-800.

Castalia un ritorno all’adolescenza. Alle promesse inevase.

Questo romanzo non è un compimento di un’opera e del lavoro correlato. È una individuazione provvisoria del percorso di crescita che Hermann Hesse tentò di praticare nel corso del suo vivere intellettuale e artistico.

L’arte è anche pedagogia. Lo scrittore nel parlare del mondo, del vivere e del bello, quindi delle arti, può dichiarare la sua funzione nell’accompagnare il cammino del pubblico verso il godimento e la riflessione estetica, la quale, se veramente vissuta, comporterebbe una migliore consapevolezza etica di sé nel mondo.

Non è un caso che nei romanzi giovanili, oltre a narrare dei turbamenti della nuova soggettività del secolo 900 che comparve con sua dignità autonoma, l’adolescenza dispiega le sue ricerche nelle arti come la pittura e la musica. La crescita dell’artista non è solo quella eroica e magica dell’illuminato, ma anche di quella dell’infante che si fa adulto. Il buon cammino estetico è parte necessaria e integrante dello sviluppo del giovane e dei popoli. La pedagogia è impossibile che non sia dotata dell’educazione e della pratica nel gusto e nella produzione artistica.

La maggiore consapevolezza nel conoscere i turbamenti derivati dalla propria limitatezza rispetto al sapere, al destino e al vivere e al morire, è concomitante all’incapacità di sottrarsi a tale giogo, perché è il nucleo del senso di sé. E del tempo in cui si vive.

Il romanzo di formazione dell’ottocento, nell’opera di Hesse si trasforma nella stenografia del vivere di ogni essere vivente. L’adulto è il risultato momentaneo e in divenire di questo libro che giunge a gradi infinitamente estesi nell’esprimere l’arte, il gioco e il pensiero. Tale cammino, pone se stessi come il problema da distendere nel tempo nel comunicare ciò che è oltre sé.

E proprio perché Hermann Hesse visse prima, tra e dopo le due guerre mondiali, tentò di reagire a suo modo, contribuendo tenacemente, nonostante le depressioni, le limitazioni fisiche e l’inesorabile vecchiezza, ad esprimere una assonanza tra il giovane che rimane nel buio e non vuole riconoscere la menzogna che, tuttavia, preavverte, e gli stati e i capi che, nel percorrere esclusivamente un cammino teso ad acquisire sempre più potenza, entrambe le parti sembrano non comprendere che in realtà dilaniano se stesse. Tutti rimangono nella piatta visione della sopraffazione, senza fine, senza avanzamento in una stasi di morte, cecità, dolore. Permane l’impossibilità a mantener fede al proprio destino di proseguire un cammino nel mondo e nel tempo, fino al proprio ed inevitabile compimento.

L’elemento più dilaniante per Hermann Hesse, fu che le stesse arti erano usate e generate per alimentare pratiche inedite dell’orrore. Il giuoco delle perle di vetro è un percorso di formazione che riprende lo spirito della pedagogia generato dai millenni, tramandato per analogia a partire dalle forme della filosofia greca, abbracciando le filosofie orientali, e innestandole nello spirito scientifico moderno, per creare un orizzonte più ampio rispetto alla visione della guerra contemporanea e quindi a quella artistica ad essa correlata.

Il giuoco delle perle di vetro non è descritto in modo preciso, e non può che essere così, perché il titolo già racchiude gli indizi. È un libro aperto di formazione dei protagonisti, del lettore e della loro trasfigurazione, che, attraverso il rispettivo congedo, lascia nuovi spazi di possibilità di esistenza per gli altri che stanno sopraggiungendo. È un giuoco infinito, senza uno scopo e un premio accertato, perché ha l’orizzonte stesso di senso come regola, e di vetro, perché è consapevole della propria limitatezza e quindi della sua indefinita possibilità di manifestazione, per il singolo lettore, per il giocatore del presente e per tutti quelli che forse verranno. Perché il giuoco è questo mio e tuo vivere.

§CONSIGLI DI LETTURA: L’EFFETTO ANOMALIA

L’EFFETTO ANOMALIA Traduzioni telematiche a cura di Rosaria
Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
(Casa di Reclusione – Opera) David Brin. L’EFFETTO ANOMALIA.
Titolo originale: “The Practice Effect”. Traduzione di Claudia Verpelli.
Copyright 1984 David Brin. Copyright 1992 Arnoldo Mondadori Editore
S.p.A., Milano. URANIA

Brin David è uno scrittore di fantascienza e anche un astronomo. È dotato di una solida conoscenza tecnico-scientifica. Non è un caso che i suoi romanzi, al netto dell’idea di fondo che è fantastica, sono contraddistinti da una narrazione che tiene per conto le logiche e l’impiego coerente e attendibile delle conoscenze scientifiche, adeguate ai supporti tecnologici descritti. È un narratore di mondi immaginari intessuti di eventi coerenti e verosimili.

È considerato un esponente della fantascienza hard (dall’inglese hard science fiction), detta anche fantascienza tecnologica, che enfatizza accuratamente il dettaglio scientifico o tecnico.

L’<Effetto Anomalia> tratta le conseguenze derivate dalla scoperta di poter passare in un mondo ucronico e distopico. L’innesto è lo Zievatron: un macchinario che collega queste fessure iperdimensionali. È l’espediente che permette la genesi della trama. Il tema del “passare oltre” non è nuovo, perché risale già prima dei racconti mitici. I romanzi di fantascienza, infatti, anche quelli meno tecnici e scientifici, narrano le storie mitiche, rivestite con gli abiti del presente, traslando le gesta eroiche e i simboli nel presente.

I protagonisti (lo scienziato cavaliere – la figlia del re buono, il re antagonista cattivo, gli alleati sapienti e quelli ridicoli – l’antagonista del cavaliere scienziato che è suo collega nel mondo “nostro”) seguono tutti i canoni della letteratura tradizionale epica e di avventura, che spazia tra il picaresco, al guascone, fino a proto-stili che oggi vanno di più moda. Mi riferisco alle saghe, che possono essere scorporate in più libri, eventualmente in film, e nei videogiochi. I grandi capolavori di due secoli fa, così lunghi come quelli francesi e inglesi, erano stampati in capitoli in modo seriale e pubblicati nelle riviste periodiche. Una eccellente capacità impreditoriale.

David Brin descrive i problemi sociali ed economici degli anni novanta, durante la correlativa trasformazione tecnologica in atto, riflettendo sui nuovi assetti della società, traslando la riflessione in un pianeta a noi affine, ma con le leggi dell’entropia e della meccanica razionale diverse, rispetto ai vincoli della nostra realtà.

Ed è qui che emerge la maestria di questo scrittore: narra le vicende dei protagonisti in un modo coerente e perfettamente adeguato alle ipotesi di fondo. Il modo di creare qualsiasi manufatto, i criteri di attribuzione di valore e di ricchezza, le strategie di ricerca volte a perseguire nuove scoperte in ordine alla fisica e alla chimica.

Ha una intuizione geniale nel descrivere i tentativi di mantenimento dell’ordine nell’irreversibilità dei processi antropici, e quindi nella degradazione dell’energia e degli ambienti vitali.

Il romanzo offre ulteriori chiavi di lettura circa i modi con i quali noi ci affidiamo, esclusivamente per fede, cieca, e imposta alle leggi e alle consuetudini del nostro vivere, in rapporto ai conflitti politici, sociali, ed economici, a livello individuale e delle comunità.  

È un libro che andrebbe riletto due volte: la prima per puro godimento di avventura, la seconda come una occasione per mirarci allo specchio, nella speranza di acquisire il lusso di guardare il nostro vivere in intervalli temporali più estesi rispetto il proprio vivere quotidiano.

Questa ANOMALIA ha tutte le caratteristiche per smuovere ciò che per noi è considerato ovvio. Se la lettura è praticata rigettando la pigra accettazione di ciò che è il nostro eterno presente, allora potrebbe offrire nuovi occhiali per ridefinire le domande su noi stessi.

La trama ha più livelli concomitanti di interpretazione. Lo stile è apparentemente colloquiale, perché è connotato da riferimenti storici reali, in particolare quelli relativi alle scoperte tecniche e ai loro inventori. È un’opera con intenti edificanti.

Postilla: Se si legge il romanzo in lingua originale, vi è la possibilità di apprezzare l’enorme quantità di giochi di parole e modi di dire profondi e coloriti, propri del modo di intercalare nel sud-ovest USA.

§CONSIGLI DI LETTURA: GLI INVISIBILI

Gli invisibili (De Usynlige – 2013) -di Roy Jacobsen, Traduttore: Maria Valeria D’Avino, Iperborea, 2022, Milano

89-90 A un tratto non si sentono più le grida degli uccelli. Nessun fruscio tra l’erba, nessun ronzio d’insetti. Il mare è piatto, il gorgoglio dell’acqua tra i ciottoli del bagnasciuga si è fermato, non c’è un solo rumore tra tutti gli orizzonti, sono al chiuso. Un silenzio così è molto raro. Ancora più strano è sentirlo su un’isola, dove fa più effetto di un silenzio che cali all’improvviso in un bosco. Che un bosco sia silenzioso capita spesso. Su un’isola il silenzio è così insolito che la gente smette di colpo di fare quel che faceva e si guarda intorno per capire cosa succede. Il silenzio li stupisce. È misterioso, quasi un brivido di attesa, un forestiero senza volto che percorre l’isola a passi felpati, avvolto in un mantello nero. La sua durata dipende dalle stagioni, il silenzio può essere molto lungo nel gelo dell’inverno, come quando il mare si era ghiacciato, mentre d’estate è sempre una brevissima pausa tra un vento e l’altro, tra l’alta e la bassa marea, o il miracolo di quel momento in cui si finisce di inspirare e si comincia a espirare.

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Poi di colpo un gabbiano ricomincia a gridare, una ventata arriva dal nulla, e il neonato cicciottello si sveglia urlando sulla sua pelle di pecora. Possono riprendere in mano gli attrezzi e continuare il lavoro come se nulla fosse accaduto. Perché è precisamente questo che è accaduto: nulla. Si parla di quiete prima della tempesta, si dice che il silenzio può essere un segnale, come quando si carica un’arma; può avere un senso di cui si capirà la portata solo dopo aver sfogliato a lungo una Bibbia. Ma il silenzio su un’isola è niente. Nessuno ne parla, nessuno lo ricorda né gli dà un nome, per quanto sia profonda l’impressione che suscita in loro. Un brevissimo spiraglio di morte mentre sono ancora in vita.

È un silenzio pieno. Si parla con il mare. Gli oggetti, che il mare fornisce danno le storie, le parole, che vanno e vengono. L’isola le pesca e loro come marinai raccolgono tempo nelle ceste della loro biografia. Gli elementi sono quelli norvegesi e la traduzione in italiano, nel normalizzare gli aggettivi, potrebbe dare l’impressione che il clima, il vento, il freddo, l’inverno, l’estate, il giorno, la notte, la luce e il giorno siano analoghi a quelli del Mediterraneo. No. Qui è tutto al superlativo. E il teatro è il paesaggio, non quello borghese e collinare nostro, ma quello lungo, ampio, e frastagliato dell’Oceano Atlantico che oscilla insieme alle correnti artiche. Vento e mare sono solidi e liquidi. Il vento li unisce e li trasporta nell’isola. Un’isola muta come quelle lì, tante e quasi invisibili dalla costa. Piena di questo popolo isolato ognun con l’altro nei giorni, se non in rade ore dell’anno, o per viaggi nel buio delle pesche artiche che durano mesi con il rischio di esser loro la preda delle tempeste. E quindi mai più di ritorno.

Il lavoro scandisce l’attività del vivere. Ogni oggetto è utile, ogni oggetto è strumento e materia, e serve per sé, per gli animali, per i pesci, e per le attività di sussistenza. Parlano tra nonni e figli. Inframmezzati dal freddo e dalla vecchiaia che trasporta tutti loro nelle correnti dei simboli e delle storie. Il loro tesoro. Dei dimenticati, del silenzio, dove terra e mare uguali sono: spazi altri, con cui si è in relazione, ma disgiunti. L’isolano ha la mente che spazia nel tentare di sopravvivere, ma sa che la direzione delle sue radici e nel tempo, è ancorato nell’isola. Le barche sono solo vele incastonate nella nave maestra, che è l’isola stessa, in viaggio tra le stagioni, gli elementi, la vita e -la morte.

Vi è un silenzio, che però è pieno e un oblio, che però non annulla, ma conserva e deposita, tra secoli di alghe, e volumi di vento. E tutto è lì. Pieno, denso, pronto a rivelarsi nell’orecchio di chi è pronto a viaggiare, lì, tra gli interstizi delle civiltà che fluiscono tra l’estrema luce e il fondo freddo.

UNO STRUGGIMENTO che porta nostalgia a chi non è mai vissuto in quelle zone d’assenza, ma che suggerisce una chiave dello scorrere di senso tra l’abisso e la memoria.

Il vivere e il morire trasportano il proprio ciclo attorno all’isola, e questa non lo abbandona. Resiste, lo accoglie nell’approdo. Ella sta: lì, piccola e tenace tra gli abissi.

La nostalgia irresistibile dello straniero che mai lì è vissuto, ma a cui tende nel suo tempo interiore.

§CONSIGLI DI LETTURA: I RACCONTI DI KOLYMA

Varlam Salamov I racconti di Kolyma PREFAZIONE DI
Leonardo Coen TRADUZIONE DI Leone Metz
Russian texts copyright © 2010 by Iraida Sirotinskaya

7-8 “[…] I racconti di Kolyma, infatti, come ha scritto Irina Sirotinskaja, erede del patrimonio culturale dello scrittore (cui è stata vicina negli ultimi sedici anni della sua vita), rappresentano «la più importante testimonianza sulla tragedia del XX secolo, e un fenomeno unico nella letteratura russa». Un capolavoro letterario e umano nel quale Šalamov descrive – con minuziosa precisione ma anche con straordinario distacco – i rapporti delle gerarchie all’interno, e all’inferno, dei campi.

Se Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn è stato il primo tentativo di storia generale della repressione di massa in Urss dal 1917 agli anni Sessanta, scritto da un sovietico che aveva vissuto (ed era sopravvissuto) al Grande Terrore, all’opera di Šalamov fin da subito si è riconosciuta la straordinaria capacità di raccontare con limpidezza e cuore la «vera vita» del Gulag, di penetrarne sino all’estremo limite i recessi più profondi e sconvolgenti, di ricordare – parola chiave del lessico di Šalamov – i meccanismi perversi del «mondo cavernoso dei detenuti», la psicologia che governa i comportamenti di ciò che resta dell’uomo sottoposto alla prova di una Natura infame e spaventosa, dove, come cantano i prigionieri dei lavori forzati, «Kolyma Kolyma, assurdo mondo, l’inverno prende nove mesi solo il resto è all’estate…» (come si legge nel racconto Il procuratore verde).

La verità su Kolyma è la verità sull’uomo, sui regimi, sulla sopraffazione, sulla violenza esasperata dalle condizioni ambientali mostruose: quelle di fuori, e quelle di dentro. È un universo di infinito dolore quello che, racconto dopo racconto, si delinea nelle pagine dell’autore, come in un immenso puzzle, quando tessera dopo tessera si riesce a ricostruire il quadro intero. In una lettera indirizzata a Irina Sirotinskaja nel 1971, Šalamov è pienamente consapevole di avere svelato il più disumano dei segreti: «Con quale facilità l’uomo si dimentica di essere uomo», le scrive, quando tutto attorno è così «inumano» da annichilire ogni speranza, da annientare ogni resistenza, da polverizzare ogni sentimento. «Qui è la Kolyma! La legge è la taiga e il giudice l’orso! Mai aspettare di mangiare la zuppa e il pane insieme […]”.

8. In quel territorio grande come la Francia, morirono nei Gulag 3 milioni di persone.

Gli scritti di Aleksandr Isaevič Solženicyn su “Arcipelago Gulag” e sul “Primo Cerchio” descrivono in modo complessivo la caduta all’inferno, spiegando le logiche giudiziarie e amministrative di potere. Anche Salamov descrive l’apparato, ma lo utilizza come un vettore per indagare recessi ancora più orrendi: l’ultimo girone dei cerchi infernali di Aleksandr Isaevič Solženicyn: l’animo umano. Come si dimentica facilmente di essere umani.

Salamov descrive la caduta nella parte più nera del cuore: nella crudeltà che annichilisce il vivere di ognuno, nella perdita della dignità da parte degli schiavi prigionieri che rigettano la propria umanità, sperando di lenire il dolore, finendo invece più giù, nel fondo senza speranza.

La violenza fisica, il sadismo, la distruzione di ogni speranza di libertà, diventano alla fine solo “sparuti” effetti dell’oblio della propria umanità, per finire travolti nell’abisso infinito della disperazione, vuoti: un attimo prima di crepare.

L’elemento ancora più lacerante risiede nella convinzione che il Gulag sia lo specchio nudo della società, in cui si riproducono freddamente le relazioni di potere e di asservimento, e i valori di potenza che utilizzano anche gli strumenti dello sfruttamento schiavistico del lavoro.

Tutto questo, però, non definisce una matrice d’analisi della società Sovietica, quanto un’apertura al vivere dei singoli nelle loro paure e speranze, attraverso i racconti di chi è riuscito a sopravvivere, traendo forza e dignità da se stesso, tentando di non dimenticare di esser stato, nonostante tutto, un essere umano.

17 I morti vengono dimenticati. Si spera che muoiano di giorno, per rubare la loro razione di cibo e si rubano anche i loro vestiti.

21  Dugaev si stupì: lui e Baranov non erano amici, anche se lavoravano insieme. D’altra parte, con la fame, il freddo e l’insonnia, non può nascere nessun legame di amicizia e, nonostante la giovane età, Dugaev capiva bene quanto fosse falso il proverbio secondo cui le vere amicizie si riconoscono nella povertà e nel bisogno. Perché l’amicizia si dimostri tale è necessario che le sue più imponenti fondamenta vengano costruite prima che la situazione e le condizioni di vita giungano a quel limite estremo al di là del quale nell’uomo non rimane più niente di umano e ci sono solo circospezione, rabbia e bugie. Dugaev ricordava bene il detto del Nord, i tre comandamenti del detenuto: mai fidarsi di qualcuno, mai aver paura di qualcuno e non chiedere mai niente a nessuno…

La mole poderosa dei racconti, sembra richiamare il grande affresco della raccolta di poesie “Foglie Morte” di Walt Whitman, in cui però non sono i morti che parlano attraverso i loro epitaffi in poesie, ma i quasi morti con un piede nell’inferno in terra e un altro che passeggia con la morte. E questi prigionieri divaricati parlano al presente davanti al lettore, chiedendo di dargli vita ancora un secondo per mezzo della sua attenzione, non avendo altro da offrire l’ultimo fiato di dignità. Ancora un secondo, ancora un battito di cuore, urlando la speranza nel poter dire ciò che si fu e che si subì.

§CONSIGLI DI LETTURA: Howard Phillips Lovecraft. Tutti i romanzi e I racconti

Howard Phillips Lovecraft. Tutti i romanzi e I racconti, Newton Compton Editori (14 gennaio 2011), Roma

L’opera intera di Howard Phillips Lovercraft indica una riflessione rivolta alla condizione di limitatezza che è propria dell’essere umano nel comprendere il senso del mondo e nell’essere artefice del proprio destino. La copiosa quantità di racconti mostra l’ineluttabile sconfitta a contenere la verità ultima delle cose e delle cause, e la grama facoltà di poterlo raccontare. La realtà è indescrivibile: l’altro e il cosmo agiscono in piani imperscrutabili, talvolta per noi minacciosi e distruttivi.

Il male esiste e la sua incidenza dipende dalla nostra impossibilità a contenerlo, capirlo, dominarlo. Certamente possiamo resistere, ma la quota di questa difesa dipende dal grado di consapevolezza dell’esistenza di eventi ed identità che vivono in scale immensamente più grandi del nostro vivere.

Il male riveste la maschera dell’orrore nel momento in cui ognuno rifiuta di vederlo, e quindi di scrutarsi. Anche nella propria interiorità si annidano i demoni. La speranza di ottenere qualche istante di sopravvivenza in più, risiede nella disponibilità a nominarli in modo indicale, e non sostantivo, perché impossibilitati a comprenderli. Tanto più si riesce a sopportare il dolore e la paura, quanto meno sottraiamo secondi della nostra vita all’orrore che, comunque, arriverà sicuramente con la sorella nera.

L’essere umano vive in quella sponda cosmica oscura, in cui per una eternità non è esistito, e successivamente è accompagnato dall’unica certezza che in un battito di ciglia ritornerà in quella condizione.

La disperazione può essere lenita dalla possibilità di raccontarla. L’unico medicamento efficace per non impazzire consiglia di comunicare la condizione di stare affondando verso l’urlo della disperazione, gorgogliando echi che annunciano sprazzi del proprio annichilimento.

Gli scritti di H. P. Lovercraft investono una condizione universale che oscilla tra la tentazione di confondere la realtà con la propria descrizione, e quindi di sostituire il linguaggio al mondo, anche per il tentativo di stabilire una nozione razionale del “male”. È data per scontata la volontà a ordinare quello che chiamiamo caos, che è tale invece per la deficienza che è propria dell’essere umano. La comprensione di sé come scheggia di vita che ha come tratto distintivo il muto urlo interiore, ha l’unica speranza di illudersi a un vivere in cui si è resistenti alla paura e al dolore, nell’esprimere la propria interiorità che è aggrappata al ciglio dei demoni, oscillando nel burrone del tempo che rende friabile ogni appiglio.

L’illusione che l’altro capisca il silenzio paralizzante del proprio vivere e che a sua volta corrisponda con una sensatezza a noi coerente, è il senso del vivere che l’opera di H. P. Lovercraft offre nell’esalare i pochi attimi di presenza al mondo, evitando l’immediata e solitaria pazzia che distende la via più veloce verso la morte.

Il suo stile varia nei racconti, mantenendo però timbri costanti nell’uso immaginifico delle sinestesie e nella sovrabbondanza quasi pittorica degli aggettivi che accompagnano le azioni dei singoli e le intere vicende della storia narrata. La contingenza, come unico stato di senso, ha bisogno di uno stile quasi espressionista dal punto di vista pittorico, informando però che quello che è descritto non è la grandezza del mondo, ma l’infinita sconfitta a negare i propri limiti nell’attribuire un significato a ogni oggetto e stato del mondo.

È coinvolgente e superlativo a evocare ciò che in ogni ora di qualsiasi giorno cerchiamo di tenere nei bassifondi della nostra esistenza interiore, costituita dal male che tentiamo di negare e di proiettare al di fuori, e dalla volontà di vivere che si denota esclusivamente per la sua disperata debolezza e nel timore per tutto ciò che la circonda.

Questa lettura poderosa è un’occasione che facilita il perseguimento di una facoltà di giudizio più matura nel tentare di chiarire le nostre risorse intellettive. E, inoltre, custodisce una miniera di risorse linguistiche a immaginare mondi provvisoriamente coerenti che siano da noi giudicati più accettabili per evitare il panico e la follia.

[CREDITI: Alcune di queste riflessioni hanno preso spunto dalle monografiche di Riccardo Dal Ferro (canale Youtube “ RickDufer”). ]

§CONSIGLI DI LETTURA: BRIGATE RUSSE. LA GUERRA OCCULTA DEL CREMLINO TRA TROLL E HACKER

Brigate Russe. La guerra occulta del Cremlino tra troll
e hacker di Marta Ottaviani, Ledizioni, Milano,  2022

Questo libro è necessario sia letto, perché è un esempio pratico dell’esercizio dell’onestà intellettuale applicata al codice deontologico di un giornalista, di colui e di colei che democraticamente offre spicchi dell’oceano diveniente del reale, in notizie e fatti tendenzialmente coerenti e ben argomentati, all’interno di uno spirito che rispetta il pubblico in una agorà democratica,

È stato concepito e realizzato dopo anni di studio e di ricerca e pubblicato appena prima della tragedia in corso, dovuta all’invasione dell’esercito russo nel territorio ucraino.

L’autrice Marta Federica Ottaviani si interroga sul suo lavoro, e da questa analisi impietosa offre uno squarcio sul processo di creazione della notizia e del dato, che è il luogo dove identifichiamo le nostre convinzioni e giudizi sul mondo.

La responsabilità attiene a un criterio di testimonianza del proprio lavoro, che è tale perché dignitoso nell’offrire il tempo che scorre, incarnato in eventi, sul quale accostiamo le nostre parole per ricostruire continuamente la nostra biografia.

L’elemento contingente è riferito alla strategia di guerra intrapresa da anni dall’attuale regime russo nel produrre notizie false, giudizi che descrivono il mondo in assetti artefatti, minare e orientare il consenso delle popolazioni estere all’interno delle proprie controversie partitiche, relative alla redistribuzione economica e alla politica estera.

In questo libro si respira aria trasparente e non offuscata da linguaggi sotterranei: mostrare a nudo il proprio operato nello scopo di porsi al servizio del pubblico, e non a considerarlo un oggetto di manipolazione, fino a usarlo indirettamente uno come strumento di guerra.

Non è solo una questione di Menzogne (o volgarmente fake-news). Il giornalista che reperisce le informazioni per produrre le notizie e il pubblico correlato, è sottoposto alla questione delle fonti, che a differenza del passato, non ha il rischio della penuria, quanto una sovrabbondanza illimitata, dove però sotto sotto vi è una ripetizione e un rimando continua da una all’altra. Il giornalista, se ha un’agenda ricca, come scrive Marta Federica Ottaviani, è una buona cosa. Oggi il giornalista ha a disposizione più documenti, gestiti da enti diversi (in teoria), più soggetti giuridici e persone con le quali richiedere le storie, i fatti, i documenti, i testi (cartacei, audiovisivi, digitali) in un’ottica comparativa. La loro massa, però, non è sufficiente a porre un giudizio di verosimiglianza rispetto a ciò che si pubblica.

I soggetti possono produrre notizie false, ridotte, censurate, disposte in modo artefatto. I mezzi di comunicazione di massa, ora, con i nuovi assetti tecnologici, oltre a moltiplicare la quantità sterminata delle note che informano un fatto, producono linguaggi e codici che viaggiano su forme di comunicazione inedite.

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Un altro aspetto, non distaccato, ma concomitante e integrato ai nuovi istituti atti alla produzione del fatto, dell’informazione, e del dato, riguarda la relazione tra essi, che non è più solo di semplice logica “vero-falso”, o di una catena binaria di causa ed effetto. Le dimensioni aumentano, e si incrociano, sicché il fatto sottende strutture informative evidenti e nascoste. La notizia non è più solo veicolo di comunicazione, ma sostanza. È la stessa struttura concreta del mondo dei giudizi che lotta all’interno di valori orientati verso fini e intenti emergenti in modo acefalo, o indotti dai cosiddetti “Stati Profondi” in competizione tra loro, sia all’interno di un organismo statale propriamente detto sia contro altri stati nel senso classico con il quale li intendiamo.

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Attraverso i mestieri di reporter, di ricercatore e di investigatore, Marta Ottaviani offre lenti di ingrandimento e codici di decifrazione di questo oceano in mutamento nell’indefinita moltiplicazione nei suoi effetti. Di più: con le cosiddette “intelligenze artificiali” (locuzione oramai metaforica che indica in questo caso la rete delle strategie manipolative) si hanno applicazioni sconosciute nella loro configurazione e nei loro effetti, da parte dell’opinione pubblica. E anche dal singolo che le realizza. Tutto ciò fa parte delle istituzioni immaginarie del senso che le società da sempre lasciano trasparire. Il punto però è che ora l’immagine è forzata a intesa come <realtà>. Il senso del mondo, dei buoni e dei cattivi, del tempo e della memoria, dura e ha valore solo all’interno di quella notizia, e rimane lì da solo, per lasciare il passo al successivo.

Ogni contingenza, essendo artefatta come totalità, permane esclusivamente per mezzo della violenza portata dal linguaggio assertivo che nasconde volutamente le sue premesse. Non si hanno soluzioni di continuità. Solo strappi di memorie e di giudizi, che vengono sparati come pallottole: è una guerra. È una guerra che dura da anni e che continua.

8-9 “[…] Il testo consta di quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker, inclusi tutti i tentativi fatti per destabilizzare alcuni Paesi, soprattutto gli Stati Uniti. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. Perché, mentre leggevo il materiale da cui è nato questo libro, una cosa l’ho capita subito: la Russia ha un modo di chiamare e interpretare i fenomeni tutto suo, spesso in netto contrasto con quello dell’Occidente. Per questo, il testo è diviso in quattro parti. L’obiettivo è descrivere l’approccio di Mosca alla Guerra del Terzo Millennio nel modo più esaustivo possibile. Si tratta, però, di un sistema di vasi comunicanti, che nella sua azione va avanti in contemporanea […]”

Il libro è dotato di precisa e puntuale bibliografia. Offre l’occasione per interrogarci su noi stessi, sulle sfide che stiamo affrontando ora e per quelle del prossimo futuro. Solo negli ultimi due anni siamo stati manipolati e bombardati da false notizie relative al Covid, ai vaccini, alle cause della pandemia, o all’offerta di teorie “complottiste” che hanno poi in fondo la caratteristica di deresponsabilizzarci e semplificare la realtà, individuandola sempre in un comitato notturno di figuri che ci vuole annichilire. Certamente esistono i nemici o attori che sono direttamente in conflitto contro di noi a livello economico, politico e strategico. Quello che bisogna avere in mente però, è che non è detto che questa guerra sia a capo di un pazzo, o di un mister x nascosto, che voglia annullarci: vi sono più attori, più cause, e i fini non sono univoci e immediati. Inoltre noi stessi possiamo essere uno strumento che paradossalmente va potenziato ed eterodiretto. Il rischio è quello trascorrere una vita a parlare per bocca di altri, inchiodati a pensieri e visioni del mondo monche, deficitarie, pericolose per noi stessi e gli altri.