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§CONSIGLI DI LETTURA: NON PER ME SOLA. STORIE DELLE ITALIANE ATTRAVERSO I ROMANZI

Questo libro offre una imponente bibliografia ragionata e ben documentata delle storie delle italiane dall’Unità d’Italia ad oggi, scritte da donne. Romanzi alti, e d’appendice, di tutte le offerte per i tipi di pubblico che emergevano, mostrano come dalla scrittrice più quotata a quella “popolare”, la produzione di storie fosse una porta per affermare la piena soggettività della donna, mai realizzata nella storia dell’umanità.

Vi sono nomi che abbiamo letto distrattamente nelle antologie scolastiche, altri sentiti di velocità da un canale all’altro della tv o da canzone nella radio. Risuonano familiari i luoghi evocati, le gesta, i luoghi comuni, gli archetipi dei personaggi, anche se non si è letto nulla e non si ha nemmeno in mente l’immagine dell’autrice.

Eppure ci sentiamo a casa, tutti, uomini e donne, perché questi libri riguardano la nostra infanzia, la vita di tutti noi e di tutte le donne, e ciò è valido per i maschi, perché di grandi scrittori che hanno parlato delle donne ne abbiamo, MA DA UN PUNTO DI VISTA maschile. Ed è qui il punto: lo scrittore maschio quando narra le gesta e le storie, anche le più abbiette cerca di trovare qualcosa di lirico ed eroico, in particolare nei protagonisti maschili. Quelli femminili solitamente vengono sacrificati con dolore e con sangue.

Per le autrici no.

LE DONNE CHE SCRIVONO NON INVENTANO IN MODO ASTRATTO, PERCHÉ PARLANO DELLA LORO VITA E DI TUTTE LE ALTRE DONNE. In carne ed ossa. Le protagoniste dei romanzi delle donne, assieme alle autrici, sono giudicate, criticate, condannate. Le donne scrivendo storie, e romanzi, e biografie, rivendicano la propria memoria, una possibilità di esistenza preclusa dai maschi, dalle leggi, dagli usi e dalle consuetudini. Una donna si poteva uccidere, se tradiva. Non l’uomo. Era il maschio che decideva se una donna dovesse crepare o no di parto. Il maschio decideva dei figli come tenerli, come darli via eventualmente e sottrarli alla madre. La figlia femmina non poteva scegliere: eventualmente elemosinare una concessione di qualche anno di studio. Una donna non poteva uscire e recarsi all’estero senza il permesso del marito o del padre. Tutto ciò fino a pochissimi decenni fa, qui, in Italia.

Ancora oggi vi sono disparità e sono tendenze che partono dalla grande e continua letteratura di queste donne. Conosciute tutte. E se si invertono i modi di lettura, ecco che anche quelle meno dotate dal punto di vista artistico, in realtà hanno compiuto opere inenarrabili solo per riuscire ad ottenere un foglio e una matita, e strappare quote di tempo liberato per scrivere. Tantissime riuscirono per pochi padri e mariti illuminati, ma sempre per una DECISIONE di questi ultimi. Anche i più combattenti per le cause delle donne, in realtà, agli occhi nostri, avevano strati interi di quello che noi oggi diremmo “maschilismo”.

In tutto questo la figura della madre, il ruolo della maternità è l’epicentro di ogni conflitto. La sorgente massima di vita, di tempo, di senso, idolatrata dalle canzoni dei maschi, dai libri dei maschi. La madre è il ciò che è “sacro”: decorporata, se paga il suo ruolo con il dolore, il sacrificio, il sangue. La donna che salva la società, il matrimonio, i figli, il senso comune, è quella che si suicida o che diventa cattiva, pazza internata in manicomio, isterica: insomma se si autosopprime, o se è inscritta nella devianza. Se la donna si ribella, lo fa perché è una malata, o una criminale, o affetta dal demonio. Deve sacrificarsi per ristabilire l’ordine attraverso la tragedia. Questa è la base dei romanzi maschili.

Le donne che scrivono riprendono questi temi, ma nel contempo mostrano, attraverso il loro vissuto interiore, la donna violata, schiavizzata, lentamente annichilita, nella famiglia, nel matrimonio, nei figli, in modo diretto, a colori e non idealizzato. Tantissime opere nel passato vennero censurate, criticate, reputate violente, bugiarde, scandalose. E non è un caso, mostravano il tabù: la donna è come l’uomo. Può pensare, agire, e l’uomo, le leggi, i valori hanno bisogno di lei, sopprimendola in questa relazione coatta. Fino a pochi anni fa, una donna non poteva neanche ereditare le proprietà. Rimangono ancora queste leggi in dottrina: si pensi al cognome. La donna cede il suo nome, cede il figlio e la figlia. Cede il figlio alla patria e fa la ruffiana affinché la figlia possa sposarsi e rivestirsi con un cappio: meglio questo che la schiavitù della strada che porta alla morte precoce.

Tante donne hanno dovuto abbandonare i loro figli. Condannate per aver concepito un figlio fuori dal vincolo giuridico e quindi costrette ad abbandonarlo e celarlo al padre, a meno che quest’ultimo non lo rilevasse a qualche famiglia che lo accudisse. Condannate, comunque, per averlo abbandonato. Giudicate dalla prole, perché causa della separazione. Salvano la famiglia diventando schiave, e disprezzate perché si sono ridotte in schiavitù.

Uccise e torturate. Ma vi sono anche romanzi del riscatto, di crescita, di liberazione e di speranze, di nuovi stili poetici e di parole.

La lettura di questo libro, se presa sul serio, rende i grandi capolavori maschili degli ultimi centocinquanta anni molto più limitati, e più sbiaditi. Le opere di queste donne che trattano dell’Italia, dell’Europa, del mondo, parlano di se stesse a colori, senza sconti, nella bellezza e nell’abiezione, negando l’astrattezza dei protagonisti.

Tutti, sia i capolavori sia gli scritti d’appendice, mostrano la bugia del tragico che svilisce la donna, e principalmente la figura materna, quella che svela il limite e l’ipocrisia del potente e dei meccanismi di oppressione.

I maschi che leggeranno cercando di porsi in modo diretto come le autrici, immaginando di essere veramente loro stessi i protagonisti di questi romanzi, biografie, novelle, ricostruzioni storiche, proveranno un senso di ripulsa e di negazione all’inizio. Se, però, si compie il tuffo verso noi stessi, considerando che il primo urto causerà disappunto, vergogna, ipocrisia, la spogliazione del proprio io, conferirà la possibilità di parlare con il proprio passato, con il proprio femminile e con tutte le donne non viste e non considerate. Si acquisiranno nuove proprietà linguistiche, di scrittura e di immaginazione, abbracciando il dolore e la gioia di vivere di questo oceano di donne.

§CONSIGLI DI LETTURA: MADRI, MADRI MANCATE, QUASI MADRI. SEI STORIE MEDIEVALI




Maria Giuseppina Muzzarelli. Madri, madri mancate, quasi madri, 2021, Gius. Laterza & Figli, Editori Laterza, Bari

È un libro importante per i dibattiti di oggi relativamente ai ruoli della donna in quanto immessa all’interno dei processi sociali di liberazione da vincoli millenari in ordine a strutture culturali, tecnologiche e meramente economiche. Nei dibattiti odierni, in particolare nel mondo occidentale tecnicamente avanzato, la figura della madre è vista anche come un giogo cui la donna è sottoposta, nonostante il mutare degli agglomerati sociali.

Il ruolo di madre è inscritto nelle narrazioni conflittuali in termini dicotomici tra tempi di lavoro e tempi di maternità. Appena ieri, la madre era oggetto di doveri come quello di dover procreare per fornire forza lavoro e ancora più indietro nei secoli, come certificatrice delle successioni e delle eredità. Il passaggio il tra padre e il figlio era il primo investimento che mantenesse il valore nel capitale di sussistenza: dal podere del latifondista, al tugurio del piccolo artigiano, fino alla possibilità di coltivare la terra a cottimo per il signore.

I ruoli di madre mutano ovunque e nel tempo, si pensi alle forme certificate di unione che sono via via arrivate a quelle formali monogamiche di oggi. Nonostante la sterminata varietà, sussiste sempre l’elemento comune: la donna in quanto madre non è possibile ridurla in un ruolo che sia solo quello della procreazione e nemmeno quello della prima cura. Anzi, nemmeno come un ruolo e neanche come genere, e neppure come categoria oppressa. Certamente la donna e le singole donne sì, in quanto schiave, o in vendita, come accade oggi per decine di milioni di donne in quasi tutto il pianeta.

Il rischio odierno proprio per la condizione della donna, e di quell’altro soggetto che di solito è omesso che sono i figli e le figlie, se resi oggetto di contesa, diventano appunto oggetti da manipolare e da inscrivere in leggi che regolano la nascita, la successione, la ripartizione dei beni.

Essendo pacifico che i maschi sono in posizione di privilegio e per gran parte del pianeta in ruoli di preDOMINIO, forse sarebbe opportuno rivedere il ruolo di madre, che essendo universale, nei nostri discorsi lo assumiamo come premessa, compiendo poi un artificio retorico, in gran parte inconscio, anche nei nostri singoli pensieri, di ridurlo a una etichetta pronta a essere inscritta in giudizi categorici, ideologici, e alla fine violenti negli esiti.

7-8  Indagare le molteplici forme assunte dalla funzione materna nel Medioevo ci aiuterà a capire i vari modi di impersonare questo ruolo, nonché le valutazioni suscitate dalle figure di alcune madri particolari di cui è possibile ricostruire la storia. All’origine di questo libro non c’è una tesi, ma una serie di domande e dubbi. Pensiamo ad alcuni modi attuali di concepire la maternità. Sono davvero così inediti?

[…]

L’ambizione non è certo quella di tracciare una storia della maternità in età medievale; più semplicemente, mi riprometto di ricostruire, grazie alle informazioni di cui disponiamo, le vicende di alcune donne ora poco conosciute, ora note, in qualche caso addirittura illustri. Quando conosciute e famose, lo sono per motivi non legati al fatto di essere o non essere state madri, che è invece il fulcro del mio interesse. Le sei storie che seguono ci consentono di penetrare per qualche tratto nell’universo delle esperienze e delle sensibilità di donne che hanno generato figli, o che non hanno voluto o potuto farlo, fra IX e XV secolo. Ci interessa sapere non solo e non tanto come sono andate le cose («wie es eigentlich gewesen»: lo scopo di ogni ricerca storica, secondo Leopold von Rank), ma anche come è stata da loro vissuta e compresa l’esperienza della maternità.

[…]

Le nostre protagoniste sono Dhuoda, donna del IX secolo, di ambiente elevato e di riconosciute capacità, vissuta nell’area della Linguadoca; la grancontessa Matilde di Canossa, personaggio di spicco nel panorama europeo dell’XI secolo; Caterina da Siena, terziaria domenicana che scelse di sposare Cristo ed era chiamata mamma dalla brigata che la seguiva fedelmente; Margherita Bandini, Bandini, moglie del noto mercante pratese Francesco Datini al quale non riuscì a dare l’agognato erede; Christine de Pizan, vissuta a cavallo fra il Tre e il Quattrocento, prima intellettuale di professione ma anche madre di due figli che dovette sistemare da sola, senza l’aiuto del marito, morto a dieci anni dal matrimonio; infine la vedova d’esule Alessandra Macinghi Strozzi, che in pieno Quattrocento fece ai figli tanto da madre come da padre. Sia Dhuoda sia Christine, ma anche Alessandra, quasi contemporanea di Christine, misero al mondo più di un figlio; non così le altre tre: chi madre mancata, chi quasi madre, chi madre ideale. Tutte hanno fatto i conti con la dimensione materna strettamente legata al loro genere, eppure la storiografia non sempre ha voluto cogliere questo nesso. Nel caso di Matilde – per limitarci a quest’unico esempio – la sua appartenenza al genere femminile è stata quasi considerata un incidente, il suo essere malmaritata un dettaglio, la sua travagliata esperienza di madre un elemento sul quale sorvolare.

8 Quando le donne che hanno lasciato segni rilevanti nella storia sono state anche madri, questo loro ruolo è rimasto perlopiù nell’ombra: troppo usuale, quasi in contraddizione con la loro opera o azione pubblica, e lo si è quindi sottaciuto, temendo un effetto riduttivo, quasi andasse a scalfirne la rilevanza. In questa silloge, per contro, si è fatto spazio ad alcune donne eccezionali proprio in quanto madri (o madri mancate) e quindi per ricavare dalla loro esperienza elementi di conoscenza sia di questa realtà sia della coscienza di essa.

9  Le storie proposte riguardano donne forti e talentuose che anche come madri superano i limiti imposti al loro genere: limiti che non sono del loro genere. Sono e fanno le madri, anche senza esserlo, ciascuna a modo suo, con determinazione e abilità. Se possono esprimere le loro potenzialità è perché appartengono ad ambienti che lo consentono e in ragione di circostanze favorevoli, ma resta il fatto che incarnano casi di madri effettivamente capaci di agire ben oltre quegli schemi usuali di cui Christine mette a nudo pretestuosità e nocività.

[…]

«oltre». Sono infatti storie oltre le nostre aspettative, madri oltre la retorica che le relega a un ruolo ritenuto angusto, autentiche madri anche oltre l’effettiva esperienza biologica, donne in azione oltre la sfera della domesticità, protagoniste oltre i limiti imposti al loro genere. Direi madri e donne oltre le nostre ristrette concezioni del Medioevo e delle capacità femminili.

E queste sono solo le prime pagine per scoprire ciò che nel nostro intimo già sappiamo, ma che nell’immedesimazione di queste donne che hanno attraversato i molteplici ruoli della maternità, le donne e anche i maschi, riceveranno in dono un tesoro di chiavi di lettura di sé, del nostro passato, del senso del nostro vivere finito, proiettato nel futuro. Sia FECONDA Lettura.

§CONSIGLI DI LETTURA: I Beati paoli

Luigi Natoli I Beati Paoli Edizione integrale Newton Compton editori

Prima edizione ebook: ottobre 2016 © 1989, 2006, 2016 Newton Compton editori s.r.i. Roma, Casella postale 6214 ISBN 978-88-541-9909-5 Realizzazione a cura di The Bookmakers Studio editoriale, Roma www.newtoncompton.com

È un romanzo avvincente dei primi anni del 1900. Ha un approccio simile a quello di Alexander Dumas per i romanzi come “Il Conte di Montecristo” e la “Sanfelice”. Attinge agli eventi storici realmente accaduti con alcuni personaggi veramente esistiti e in luoghi urbani e naturali ancora esistenti. Ha le caratteristiche di una saga, pubblicata a puntate nei periodici dell’epoca, nella quale diversi stili di scrittura convivono con una prosa scorrevole. Vi è una sintassi fluida con un’ottima caratterizzazione dei personaggi ed un’eccellente descrizione emotiva. I personaggi hanno un retro pensiero accompagnato da una doppia comunicazione verbale e fisica, quindi manifesta, e un’altra interrogante di sé e degli altri. I moti degli animi attraggono il lettore, come il vortice dell’angoscia nei tribunali segreti degli incappucciati. Non è un caso che Luigi Natoli fu veramente un massone.

È ambientato a Palermo tra il 1688 e il 1721.  

Nello scorrere degli eventi che consiglio di leggere per mantenere la tensione emotiva, i protagonisti si confrontano con i propri errori, anche nel subire o nel togliere l’ingiustizia agli altri. Il romanzo è un’esposizione monumentale del conflitto che scaturisce tra la pretesa e l’esercizio della giustizia.

“[…] I Beati Paoli apparivano ed erano di fatto come una forza di reazione, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: erano uno Stato dentro lo Stato, formidabile perché occulto, terribile perché giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecutori di giustizia. Essi parevano appartenere al mito più che alla realtà. Erano dappertutto, udivano tutto, sapevano tutto, e nessuno sapeva dove fossero, dove s’adunassero. L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di lettere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di avere sospesa sul capo una condanna di morte. Come eran sorti?… Donde? Mistero. Avevano avuto degli antenati: quei terribili “vendicosi”, che ai tempi di Arrigo vi e di Federico ii erano diffusi per il regno e il cui capo era un signore, Adinolfo di Pontecorvo; i proseliti migliaia; il loro compito quello di vendicare le violenze patite dai deboli.  […]”

La descrizione delle piazze, dei palazzi, degli interni ha una poetica barocca strabordante e meravigliosa.  Luigi Natoli è a un tempo un fotografo e un esteta. 

285 Non aveva alcuna meta prefissa: pure andava innanzi e oltrepassato il ponte dell’Ammiraglio, s’avviava verso i villaggi. Egli era così immerso nelle sue idee, che non s’accorgeva del cammino. Erano gli ultimi di marzo; un pomeriggio tiepido e roseo, come ce n’è soltanto in Sicilia, e tutte le campagne verdi e i mandorli bianchi; nell’aria un odore di cose ignote che infondeva nel sangue una mollezza, una specie di lassitudine piena di desideri, una malinconia dolce e sognatrice. Le anime che vivono nella solitudine sentono in queste giornate primaverili l’orrore del vuoto che le circonda, e sentono nel cuore una felicità a ricevere le impressioni e a schiudersi alla commozione e alla tenerezza.

I Beati  Paoli traducono l’etica in un ordine giuridico parallelo.

pp. 313-14  […] «Non li affronterete… » . «Perché? » «Ve lo impediranno » . «Mi assassineranno? » «Vi puniranno… » . «È la stessa cosa » . «No; il boia punisce e non assassina… Essi sono esecutori di giustizia » . […]

La giustizia dei Beati Paoli è redistributiva in un modo proporzionale. Tu fai il male e ricevi il pegno.

Pag. 514 “[…] « Ah no!», interruppe vivamente il capo dei Beati Paoli; «vacilla soltanto la fede nella caporali; non paghiamo giudici; non cerchiamo nei codici gli arzigogoli per contestare l’ingiustizia. Apriamo l’orecchio e il cuore alle voci dei deboli, di coloro che non hanno la forza di rompere quella fitta rete di prepotenza, entro la quale invano si dibattono, di coloro che hanno sete di giustizia e la chiedono invano e soffrono. Chi riconosce la nostra autorità? Nessuno. Chi riconosce in noi il diritto di esercitare giustizia? Nessuno. Ebbene, noi dobbiamo imporre questa autorità

e diritto e non abbiamo che una arma, il terrore, e un mezzo per servircene, il mistero, l’ombra. Non ci nascondiamo per viltà, ma per necessità. L’ombra moltiplica il nostro esercito e desta la fiducia di coloro che invocano la nostra protezione. Chi non oserebbe ricorrere a un magistrato legale per difendere se, la sua casa, l’onore delle sue donne, perché il ricorso lo esporrebbe alle ire, alle rappresaglie, alle vendette del barone o dell’abate, confida volentieri nell’ombra il suo dolore e la violenza patita; un uomo che egli non vede, non conosce, raccoglie il suo lamento. Noi vediamo se egli ha ragione. Un avvertimento misterioso giunge al sopraffattore nel suo palazzo stesso, al magistrato complice nel suo scanno; l’ascoltano? Non cerchiamo di meglio: lo disprezzano e compiono la prepotenza, e continuano l’offesa? Puniamo, e vendichiamo l’offesa. Nessuno vede il braccio punitore, nessuno può dunque sottrarvisi… Questa è la nostra giustizia. Essa non ha punito mai un innocente, ed ha asciugato molte lagrime». […]”.

Il testo del romanzo è corredato da un vocabolario alto e pieno di riferimenti di luoghi e mestieri. Traspare una sapiente e superlativa conoscenza della lingua italiana. In più i non detti dei protagonisti mostrano la profonda, antica e complessa cultura siciliana, nelle interiezioni, nelle frasi ammiccate, nelle analogie, nelle metafore. Ogni frase e ogni smorfia ha significati multipli. Dalle movenze e dai toni, alla apparente impassibilità, emerge un mondo di sentimenti e intenti.

Pgg.722-23 “[…] «Sangue, sangue!… Le mie mani grondano sangue!… Toglietemi questo sangue; portate via questi morti!… Pietà!… pietà!… Mi opprimono. Mi squarciano il cuore… Ah!… quanto sangue! affogo!… affogo!… affogo!…». La sua voce andò spegnendosi tra i singhiozzi che gli squassavano il petto e nulla era più straziante che vedere quell’uomo lordo di sangue, con le mani distese come per allontanare qualche cosa di terribile, gemendo fra i singhiozzi che gli laceravano il petto, con gli occhi aridi, esterrefatti. Don Francesco gli si avvicinò di nuovo per rifargli la fasciatura, ma don Raimondo stridette e riprese a gridare: «Non mi toccate!… non mi toccate! Tutto sanguina!… Il sangue è dovunque… Un fiume!… E ce ne vuole ancora. Hanno i pugnali e ammazzano… Ammazzano!… Ammazzano!… Dov’è Blasco?… C’è anche lui!… Ecco l’hanno ammazzato!… Sangue!… c’è sangue!… sempre sangue!… sempre sangue!…». […]”.

§CONSIGLI DI LETTURA: La sanfelice

Alexandre Dumas. LA SANFELICE.

Adelphi Edizioni, Milano 1999 (gli Adelphi 144).

Titolo originale: “La San Felice”.

Traduzione di Fabrizio Ascari, Graziella Cillario e Piero Ferrero. Cura editoriale di Emma Bas.

Cura redazionale di Pia Cigala Fulgosi e Stefano Zicari.

Alexandre Dumas era considerato uno scrittore “classico” già prima che i nostri nonni fossero nati. Senza aver letto alcunché delle sue opere, alla fine del 1800, alcuni personaggi dei suoi romanzi erano riconosciuti dai letterati e dal pubblico, archetipi dei tipi e dei comportamenti umani. Si pensi ai “Tre moschettieri” e al “Conte di Montecristo”. Vi sono altri romanzi meno noti, ma incisivi nel delineare tratti universali del nostro animo.

Era uno scrittore dotato di una memoria eccezionale, di una capacità investigativa e di ricerca superlativa e di una creatività inesauribile. In più, oltre a saper descrivere in modo minuzioso il contesto attraverso i dialoghi dei personaggi, caratteristica che discrimina la grandezza di un romanziere, è un antropologo moderno. L’osservazione degli usi, dei costumi, dei tratti fisici delle persone e dei luoghi, è di un livello pari agli etnologi, agli antropologi culturali moderni.

Viaggiò molto, massone e repubblicano. Amico di Giuseppe Garibaldi, fedele ai principi della rivoluzione francese, affine alla visione di Mazzini per una “Giovine Europa”, cementata dalla fratellanza e dalla libertà dei popoli.

“La Sanfelice” parla dei popoli e delle genti dell’Italia del sud. Del Regno delle due Sicilie, e in particolare di Napoli. Alexander Dumas visse a Napoli dal 1860 al 1864 circa, esule dalla Francia, e poi ancora dalla stessa Napoli e dai napoletani. Duramente critico, eppure di loro innamorato. Agì da “ministro dei beni culturali”, adempiendo con scrupolo al suo ufficio.

“La Sanfelice” apparve a puntate sul quotidiano parigino «La Presse» fra il 15 dicembre 1863 e il 3 marzo 1865 – e, con uno scarto di qualche mese (10 maggio 1864 – 28 ottobre 1865), sull’«Indipendente», il giornale che proprio a Napoli Dumas aveva fondato e diretto. Pressoché contemporanea l’edizione in nove volumi di Michel Lévy, Parigi, 1864-1865.

Suo padre partecipò alle guerre napoleoniche in Italia, e qui fu imprigionato per 25 mesi. Recarsi a Napoli fu anche un’occasione di riflessione sulla rivoluzione francese, sulla degradazione dei principi repubblicani per opera di Napoleone, sulle monarchie repressive europee, e in particolare con i Borboni e con gli stessi napoletani, che nel periodo tra il 1798 e il 1799 uccisero e si uccisero tra di loro, in modo che noi diremmo oggi barocco, esagerato, arrivando ad atti cannibalici contro i propri avversari. Un popolo di vinti perenne, tenuto a bada e volutamente diviso dai potenti, timorosi dai suoi scoppi improvvisi di ira, pieni di voluttà di sangue. Vi sono descrizioni truci, quasi da film dell’orrore, purtroppo verosimili.

Di prima lettura sembra che Alexander Dumas abbia scritto “La Sanfelice” per pareggiare il conto nei riguardi di quel regno che già allora era disprezzato per la sua arretratezza dalle coorti europee e dai suoi regnanti. Nel libro vi è una descrizione dei potenti, carica di ironia a tratti. La grandezza di quest’opera emerge dalla capacità di squadernare in modo quasi fotografico l’ambiente e le trame e le piccolezze dei potenti e del popolo.

Sarebbe limitato però fermarsi alla prima impressione, perché vi è anche una esaltazione della generosità degli stessi napoletani e degli altri personaggi del sud d’Italia, anche nel combattere tra di loro. Alexander Dumas l’avverte ed è rispettoso di queste terre, ricche di passato, e in realtà complesse, impossibili da qualificare con sguardi affrettati dai propri pregiudizi.

Fa bene leggere quest’opera perché immedesimandosi nei protagonisti realmente esistiti e in quelli inventati, ma verosimili nelle loro gesta ed azioni, storicamente determinate giorno per giorno, si sentono nel proprio animo, i dolori, le speranze, le paure, lo strazio, l’amore provato. È un romanzo lungo, ma ricco di sentimenti ed emozioni.

Vi è l’onestà intellettuale di comunicare al lettore la veridicità dei fatti storici attraverso i documenti realmente esistenti, e alcuni eventi delle scene, dispiegati attraverso la fantasia dello scrittore. E fu questo il successo iniziale da parte del pubblico, perché si sentiva partecipe di questo appuntamento bisettimanale, e mensile, pari a una telenovela brasiliana per la lunghezza dei mesi, nonostante si sapesse già la fine e la sorte dei protagonisti.

“La Sanfelice” nasce da esigenze personali, politiche, di lavoro ed estetiche, ed è un libro pianificato, e scritto passo passo per 18 mesi, attraverso ricerche storiche correlate, testimonianze e controlli in loco dei luoghi descritti. È una creazione estetica mediante un lavoro da storico e da antropologo. L’autore interviene direttamente nel testo per serrare le fila e precisare al lettore ciò che è scaturito dalle ricerche e dalle sue valutazioni.

Allora ed oggi, il lettore si sente a suo agio e ha fiducia nell’autore, perché mostra senza giri di parole, i suoi intenti e li delimita, permettendo al pubblico, il godimento nell’approccio di lettura.

Alexander Dumas offre un quadro del nostro passato e di quello che ancora di esso abbiamo, da osservatore partecipante, addolorato, critico, ma in fondo innamorato dell’Italia e di Napoli.

“La Sanfelice” è un tesoro cui attingere le tecniche di scrittura dei dialoghi, e della ricchezza nel mostrare l’animo umano, le caratteristiche morali e fisiche delle persone, dei luoghi e le tracce di ricostituzione della nostra memoria inconscia, all’interno di processi storici ben determinati.

Ed è utile per esercitare le capacità di analisi quasi sociologiche. Un esempio tra tutti:

Pgg. 334-35

“[…] Ma a che è dovuta questa differenza fra gli individui e le masse? Perché a volte il soldato fugge al primo colpo di cannone e il bandito muore invece da eroe?

[…]

Ecco i princìpi essenziali:

Il coraggio collettivo è la virtù dei popoli liberi.

Il coraggio individuale è la virtù dei popoli che sono soltanto indipendenti. Quasi tutte le popolazioni di montagna – gli svizzeri, i corsi, gli scozzesi, i siciliani, i montenegrini, gli albanesi, i drusi, i circassi – possono benissimo

fare a meno della libertà, purché si lasci loro l’indipendenza.

Passiamo a spiegare che differenza enorme ci sia fra queste due parole: LIBERTA’

e INDIPENDENZA.

La libertà è la rinuncia da parte di ogni cittadino a una porzione della sua indipendenza per costituirne un fondo comune che si chiama legge.

L’indipendenza è per l’uomo il godimento completo di tutte le sue facoltà, l’appagamento dei suoi desideri. L’uomo libero è l’uomo che vive in società, che sa di poter contare sul suo vicino, il quale a sua volta fa affidamento su di lui. E, essendo disposto a sacrificarsi per gli altri, ha il diritto di esigere che gli altri

si sacrifichino per lui. L’uomo indipendente è l’uomo allo stato naturale. Si fida

soltanto di se stesso. I suoi unici alleati sono la montagna e la foresta. La sua difesa, il fucile e il pugnale. I suoi aiutanti sono la vista e l’udito.

Con gli uomini liberi si costituiscono degli eserciti.

Con gli uomini indipendenti si formano delle bande.

Agli uomini liberi si dice, come Bonaparte alle piramidi: «Serrate le file!».

Agli uomini indipendenti si dice, come Charette (85) a Machecoul: «Divertitevi, figlioli!».

L’uomo libero si leva alla voce del suo re o della sua patria.

L’uomo indipendente si leva alla voce del proprio interesse e della propria pass ione.

L’uomo libero combatte.

L’uomo indipendente uccide.

L’uomo libero dice: «Noi».

L’uomo indipendente dice: «Io».

L’uomo libero è Fraternità.

L’uomo indipendente non è altro che Egoismo.

Ora, nel 1798, i napoletani erano ancora nella fase dell’indipendenza. Non conoscevano né la libertà né la fraternità. Ecco perché furono sconfitti sul campo da to cinque volte meno numeroso del loro.

Ma i contadini delle province napoletane sono sempre stati indipendenti.

Ecco perché, alla voce dei monaci che parlavano in nome di Dio, alla voce del re he parlava in nome della famiglia, e soprattutto alla voce dell’odio che parlava

in nome della cupidigia, del saccheggio e della strage, si sollevarono tutti.

[…]”

Oggi noi potremmo criticare questa divisione così netta, ma quello che interessa osservare è che, in base agli eventi descritti precedentemente, Alexander Dumas fornisce la sua chiave interpretativa nel delineare gli eventi.

Il lettore è coinvolto in prima persona e sente di essere rispettato nella sua intelligenza e nella sua capacità di riflessione.

Alexander Dumas mentre parla del passato della sua famiglia, di sé e delle sue convinzioni, ha la mirabile capacità di costringerci in modo inconscio a guardare a noi stessi, alla nostra storia e a riflettere sul presente di oggi.

§CONSIGLI DI LETTURA: STORIE DELLA TUA VITA

Ted Chiang, Storie della tua vita Traduzione di Christian Pastore, Frassinelli, SPERLING & KUPFER. Prima edizione 2002, prima edizione italiana 2008., Milano.

Questi racconti di fantascienza cesellati con una cura maniacale per il ritmo imposto alla narrazione degli eventi, prospettano in evidenza problemi etici e teoretici. Ted Chiang è un informatico di professione e lo si avverte quando tratta i temi della programmazione, del linguaggio, della cibernetica e dell’intelligenza artificiale. È uno scrittore che estende il suo sguardo alla religione e all’aldilà. Dispone prospettive coerenti riguardo le tendenze future che ci attendono, imperniate in un fulcro che è fantascientifico.

–  

Nonostante l’ipotesi di partenza sia irreale, il contesto e i personaggi sono verosimili. Le tecnologie e le scoperte scientifiche pongono precise domande con la speranza di ottenere risposte sul destino dell’umanità e sul suo scopo.

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La spinta a interrogare il cosmo e se stessi corrisponde alla convinzione della propria infinita inadeguatezza risolutiva che fa da traino alla tensione narrativa. Il lettore, lentamente, nel prendere confidenza con lo scenario fantascientifico, si sente coinvolto dal problema etico e sociale emergente.

Molto è stato scritto su questi racconti che partono dal 1990 e sono facilmente reperibili in grandi quantità anche nella rete web. Io vorrei esporre una chiave di lettura ulteriore, in particolare sul racconto che fa da titolo alla raccolta e che è stato utilizzato anche per un film del 2016 “Arrival”.

Nel racconto la realtà ha una visione sincronica, dove il futuro e il passato combaciano aderendo all’amor fati, nell’accettare ciò che si è e a cui si è destinati.

Sottolineo due passi:

“[…] Analogamente, la conoscenza del futuro era incompatibile con il libero arbitrio. Ciò che mi rendeva possibile agire liberamente mi impediva al tempo stesso di conoscere il futuro. Adesso che conosco il futuro, al contrario, non agirei mai in contrasto con esso, e questo significa anche non rivelare agli altri ciò che so. Chi conosce il futuro non ne parla. Quelli che hanno letto il Libro delle Ere non ammetteranno mai di averlo fatto.

[…]

Conoscevo la mia destinazione fin dal principio, e scelgo la mia strada di conseguenza. Ma vado verso una gioia estrema, o verso un estremo dolore? E ciò che realizzerò sarà un minimo, o piuttosto un massimo? […]”

Ted Chiang espone al lettore i suoi dilemmi attraverso una tecnica narrativa che è coerente e conforme alle premesse iniziali della storia.

In tutti i racconti vi è il tema contraddittorio della libertà che è discusso in un modo iper analitico. Le domande poste in questi due passi, contengono ipotesi nascoste che un linguaggio formale non può conoscere in modo esplicito, perché esterne ad esso. Se si conoscesse il futuro, si determinerebbe ogni evento e ogni mia e altrui decisione di chi ha a che fare con me. E qui emerge il punto che Chiang da eccellente logico-programmatore-cibernetico conosce molto bene. Ogni decisione è al minimo tra due possibilità. Io decido di mangiare o di non mangiare una mela. La possibilità è tale perché ora io nel tempo, ancora devo agire in conformità a ciò che decido. Nel momento in cui decido di prendere la mela e di addentarla (quindi decido di muovere il braccio e di essere sicuro che il braccio risponderà alla mia volontà e che la mia volontà è la causa scaturita da un pensare volitivo), rendo questo lato della decisione una necessità e l’altra opzione una impossibilità.

La possibilità è tale perché non so ancora ciò che avverrà nel momento seguente. Io sono pensante qui. Questa è l’ipotesi di sfondo dei due passi. Ripeto: è una ipotesi sotto intesa, non provata e posta come un assioma logico, semplice e indubitabile.

Nel racconto accade invece che io conosco il futuro, e che quindi conosco l’esito dei miei atti volitivi. In questo caso la possibilità non esiste, perché ogni atto è già accaduto ed accadente attraverso me: ogni evento è necessario.

Ricordo che tutto questo argomento è partito dall’assunto che la possibilità esiste, e quindi posso dire le parole, cioè decidere e scegliere, sicché da questa ipotesi giungo a un paradosso che afferma la non esistenza della possibilità. Attenzione: non che sia impossibile, ma che la totalità del mio e del nostro vivere è integralmente necessario.

Come ci siamo finiti? L’autore ci sta prendendo in giro? No. Anzi qui è molto serio e lascia il dilemma insoluto. È esploso nelle sue mani, e non poteva che essere così, perché la struttura è coerente, adeguata e conforme alla trama del racconto.

Qui è il nodo. Nel racconto, secondo il mio modesto parere, che lascio da criticare a chiunque sia arrivato a leggere sin qui, quando si postula la possibilità come un assioma, oltre a commettere l’errore di considerarla come sotto intesa, si intende inconsapevolmente che sia primitiva e che non vi siano altri assunti precedenti in modo logico.

Ve ne sono? Poiché la possibilità è nel tempo, allora le cose, gli atti, le decisioni devono essere infinite ed indefinite.

Se poi, associo alla nozione di possibilità, l’assunto composto che esista l’amor fati e che io dica sì (cioè conosca) il mio destino, cioè il mio futuro, il presente risulta una individuazione dell’identità tra il passato e il futuro. Affinché tutto ciò sia coerente (e Ted Chiang è fedele alla coerenza), allora le cose conosciute si raggruppano nella totalità delle cose conosciute, e questa totalità diventa essa stessa un oggetto, seppur di estensione infinita, ovvero diventa limitata: definita.

Cosa fa allora la protagonista del racconto? Nella premessa intende che la totalità sia infinita ed indefinita nel tempo, e poi nella conclusione, usando l’Amor Fati come connettore logico, la intende come finita.

Questi due passi, costituiscono una contraddizione dove si dice “a è vero= possibilità infinite” nella premessa e poi si offre un giudizio nella conclusione dove “a è falso=possibilità finite, ovvero la possibilità è necessità”.

La grandezza di questo scrittore risalta anche nella sua onestà intellettuale che mostra i limiti dei suoi intenti, in modo pudico e discreto.

Credo che Ted Chiang, oltre ad essere un professionista serio per tutto quello che fa, sia anche una bella persona.

§consigli di lettura: CAVOUR IL GRANDE TESSITORE DELL’UNITA D’ITALIA





© 1984 by Denis Mack Smith © 1984 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A.

© 1996/2010 RCS Libri S.p.A., Milano eISBN 978-88-58-76113-7 Prima edizione digitale 2013 Titolo originale: CAVOUR Traduzione di GIOVANNI ROSSI In copertina: Camillo Benso di Cavour in un ritratto di Hayez.

Il libro promette di svelare integralmente la personalità di Camillo Benso Conte di Cavour, ma forse è lui che sta svelando il nostro lato oscuro dello specchio.

Denis Mack Smith mostra quanto sia giovane l’Italia, ma noi italiani, nel leggerlo, avvertiamo di essere molto più antichi e infinitamente più complessi delle rappresentazioni offerte dall’opinione comune.

È un libro che ha avuto un enorme successo, quando fu pubblicato nel 1984. La storiografia da allora è andata avanti, perché mostra la limitatezza dei processi storici del periodo attorno alla figura di Camillo Benso Conte di Cavour. Lo stile è scorrevole. Non è un mero resoconto, perché sembra quasi un romanzo biografico, benché sia corredato da fonti autorevoli. Lettere, diari e i documenti degli archivi di Stato. La narrazione è basata sulle fonti dirette fornite dai protagonisti del tempo e dagli studi successivi dopo la morte di Cavour, passando per la rilettura del periodo fascista a quello successivo alla seconda guerra mondiale. Anche se alcuni archivi furono negati alla consultazione, i riferimenti incrociati permisero a Denis Mack Smith di percorrere le vicende pubbliche e private di Cavour assieme alle tendenze di lungo periodo che ancora oggi subiamo qui in Italia: dalle relazioni costituzionali e amministrative conflittuali tra gli organismi nazionali e quelli locali; dalle differenze linguistiche, economiche, sociali delle popolazioni italiche, dovute alle dominazioni dei differenti imperi e regni esteri, da vincoli economici come la mancanza di materie prime. Nonostante che nella minoranza esigua della popolazione ci fosse una comunanza storica e culturale verso un passato che il processo risorgimentale stava ricostruendo e ancor di più usando come mito dopo le guerre di indipendenza, la penisola italica era peculiare agli occhi altrui per la disorganizzazione e la parcellizzazione delle esigenze e delle rivendicazioni, e per un analfabetismo endemico, se rapportato alle nazioni del nord, e per una povertà spaventosa, da rasentare condizioni di servitù quasi medievali.

La vita di Camillo Benso conte di Cavour è una sonda che svela tratti di noi italici ancor oggi attuali. La sua vita nel corso degli anni, per le cariche assunte, era totalmente pubblica in sintonia con il suo presente, al centro dei conflitti europei. Fu una figura complessa e ambivalente, per l’eterogeneità delle valutazioni espresse dai regnanti, dai diplomatici e dai politici italiani ed esteri. Si avverte una sensazione di incompiutezza nelle descrizioni. Lo sconcerto deriva dalla condizione che indirettamente anche noi lettori siamo implicati in quei giudizi espressi.

Nel testo mancano riferimenti bibliografici diretti: solo nelle ultime pagine sono spiegate le modalità di reperimento. Da un punto di vista rigorosamente storico, ciò farebbe storcere il naso a lettori attenti, ma lo stesso autore spiega che in altri suoi libri vi sono note più puntuali associate ai documenti originali del periodo. Il libro è composto da più piani di lettura: una biografia quasi romanzata che permette di avere una visione panoramica di tutti gli altri attori; una stesura di valutazioni delle luci e delle ombre del risorgimento in rapporto alle vicissitudini di Cavour, che però non sono meramente psicologiche o morali, perché afferiscono a documenti storici pubblicamente consultabili. Infine, vi è una continua riflessione sul modo di leggere gli eventi, gli uomini e le donne di quel periodo, sia dal punto di vista del lettore sia dalle possibilità ulteriori per la ricerca storica, sia per l’agone politico odierno.

Introduzione  “[…] Queste vittorie furono conquistate contro avversità di ogni specie, e sono tanto più stupefacenti, in quanto il Piemonte di Cavour era uno Stato piccolo, dotato di scarsi mezzi. Non solo egli superò le difficoltà frappostegli dall’opposizione interna piemontese, ma tutti gli altri Stati italiani, malgrado ristrette minoranze fossero talvolta disposte ad aiutarlo, avversarono vigorosamente la sua opera. Uno dei risultati fu che il Risorgimento, lungi dal risolversi totalmente in una lotta contro l’oppressione straniera, fu anche una serie di guerre civili, le quali fatalmente lasciarono aperte ferite che non sarebbe stato facile sanare. Cavour ottenne grandi successi nel raccogliere adesioni al nuovo Regno, ma talune divisioni interne si rivelarono irriducibili: non soltanto la divisione tra conservatori e radicali in politica, ma quelle tra Chiesa e Stato, tra proprietari terrieri ricchi e contadini poveri, tra le più prospere regioni settentrionali e la miseria del sud. Tirate le somme, l’unificazione italiana fu un grande successo. Ma alcuni fallimenti collaterali lungo il cammino sono un elemento essenziale del quadro, e pongono in rilievo in tutta la sua pienezza il trionfo finale. Talvolta Cavour parve trovarsi sull’orlo del fallimento totale; talaltra compì quelli che per sua stessa ammissione erano errori di giudizio, ed impiegò metodi che sapeva sarebbero stati considerati disonorevoli; qualche volta, quando le circostanze sembravano congiurare contro di lui, parve in balìa degli eventi. L’abilità di Cavour si può valutare, giustamente, tracciando non soltanto i successi ma anche le difficoltà, le incertezze, gli sbagli, nonché ciò che lui stesso chiamò «la parte meno bella dell’opera». Ma la capacità di porre rimedio agli errori e di sfruttare a proprio vantaggio condizioni avverse era un ingrediente essenziale della sua suprema arte di statista. Nessun uomo politico del secolo – sicuramente non Bismarck – seppe realizzare tanto muovendo da così poco. Fu sventura gravissima ch’egli non vivesse abbastanza a lungo per poter applicare la sua abilità e la sua intelligenza ai problemi iniziali del Regno alla cui creazione aveva contribuito in misura tanto rilevante. […]”

§CONSIGLI DI LETTURA: la citta’ condannata

Arkadij e Boris Strugackij LA CITTÀ CONDANNATA Traduzione di Daniela Liberti

Titolo originale Град обреченный – The Doomed City

Strugackij, Arkadij. La città condannata (Italian Edition) . Carbonio Editore.

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Copyright © 1988, 1989 by Arkady & Boris Strugatsky © 2020 Carbonio Editore srl, Milano Tutti i diritti riservati Traduzione dal russo di Daniela Liberti Pubblicato con il supporto del TRANSCRIPT Programme to Support Translations of Russian Literature della Mikhail Prokhorov Foundation

Un libro destinato a non uscire secondo le stesse intenzione dei due scrittori. Dai contenuti e dalla trama, quando iniziarono a comporlo nel 1967 nel tempo dell’Unione Sovietica, e alla luce delle enormi difficoltà per pubblicare le loro precedenti opere, i fratelli Strugackij sapevano che sarebbero incorsi nella censura in una previsione ottimistica, se non in carcere, o direttamente nei Gulag. Le esperienze dei loro colleghi scrittori erano evidenti.

Come per i precedenti libri, spedivano in prima lettura ad editori fidati, i quali rispondevano di non poterli pubblicare, perché, nonostante i temi fantascientifici, lo stile che oggi noi diremmo distopico, i temi delle fiabe, la descrizione del vivere russo e dei popoli all’interno dell’URSS, vi erano critiche all’amministrazione, al vivere civile, alle leggi, agli scopi e alla logica stessa di un apparato che si diceva rivoluzionario da anni e anni.

Lo stile delle loro opere, e di questo romanzo, è ricco di variazioni tra il favolistico, l’umoristico, accompagnato da un’analisi fredda dei meccanismi del consenso, del potere, dell’asservimento. Nonostante che i temi siano dissimulati e narrati con il meccanismo del paradosso e dell’ironia, la critica emerge netta e dura. Anzi, proprio per lo stile apparentemente leggero, pazzo a tratti, e quasi da cabaret, che aveva la funzione di occultare la critica radicale all’URSS e in più in generale alla costruzione dei miti usati dal potere politico ed economico per asservire le persone, per contrappasso, si traduceva in una condanna senza appello.

Ecco perché spedivano comunque le loro opere: anche nel diniego, le copie passavano in una cerchia di lettori professionisti sempre più ampia, in modo che poi qualcuno di loro fosse stato in grado di stamparlo all’estero. Per molte delle loro opere così accadde. I due scrittori assunsero precauzioni da vere spie dei romanzi gialli, cercando di nascondere il libro e le versioni corrette. Lo rimaneggiarono fino al 1973. Poi finalmente riuscirono a pubblicarlo dopo il crollo dell’URSS, ma anche qui dissimulando in due parti, e riducendolo. Non si fidavano degli apparati che erano ancora presenti nella nuova Russia. Nel 2000 finalmente uscì una versione unica, ricorretta e limata.

La “città condannata” è l’URSS, anzi è ogni agglomerato statuale che dopo un presunto processo rivoluzionario, per tentare di sopperire alla contraddizione tra le teorie del mutamento e la volontà di rimanere stabilmente nei centri del potere, rende vuoti gli obiettivi e gli scopi, delineando la dichiarazione di una terra promessa sempre di lì da venire, per un uomo nuovo e una società nuova. Tutto è subito in vista della società dell’avvenire, e ognuno è un ingranaggio.  I fratelli Strugackij mostrano che l’insensatezza, l’assenza di ragionamento, le parole d’ordine vuote sono gli strumenti razionali e coerenti del potere che asservisce e che ha l’unico scopo di mantenere se stesso, vuoto, e rivestito di una promessa sempre futura.

Un libro complesso, durato trenta anni. Molte caratteristiche dei personaggi, dai tic, ai modi di dire ritornano continuamente, come un leit motiv di annuncio dei personaggi delle opere di Richard Wagner. Questa apparente ridondanza è dovuta anche alla ripresa di temi e dialoghi nell’arco di decenni, con pause dovute alla scrittura di altre opere. I personaggi sono descritti in modo fisico, carnale, dalla sporcizia ai tic. Si ha l’impressione di averli vicino, fino a sentire la puzza del loro sudore. Si conosce anche il modo di vivere dei russi, ma della Russia profonda, dalle loro bevande, agli strumenti di lavoro agricolo e di fabbrica, ai carri, e agli indumenti, dai riti e dalle ricette tipiche, anche dei popoli non russi dell’URSS. Questo libro mostra il grande arcipelago dei popoli di questa Unione imperiale. La loro commistione e l’evidenza di antichi conflitti.

Sono trattati i temi dell’amministrazione, dell’informazione, della violenza, della tortura, della carestia, della mancanza di libertà, del razzismo, dello sciovinismo, e del maschilismo: le donne sono trattate molto male, proprio da coloro che indicano nell’esperimento (la società rivoluzionaria comunista, socialista, non ha importanza, anche totalitaria in modo astratto) la volontà di perseguire l’uguaglianza per un uomo e una donna nuova.

Lo stile dei due scrittori è rivestito da una sintassi brillante che avvolge il lettore, e lo spinge ad andare avanti con un ritmo talvolta da fuochi d’artificio, oppure lento e riflessivo. Vi sono variazioni continue in un tema di fondo che fornisce il ritmo della scansione degli eventi. Le allegorie sono originali e comiche.

È il loro libro: l’opera che secondo gli autori non sarebbe mai potuta uscire. Completamente inattuale. E lo è ancora oggi, perché le riflessioni contenute sono vive nel nostro presente.

Secondo le analisi di questi anni il libro è catalogato nel settore della distopia. I due fratelli nel 1967 non avevano in mente tale termine. Comunque il libro è molto di più: uno scrigno che via via nelle sue secrete, mostra l’aberrazione di ciò che è ritenuto “normale”.

Un libro godibilissimo, ironico, d’avventura, e denso di temi.

Vi è un’analisi approfondita sul potere che asservisce, descritto con una ironia dissacrante: per togliere regalità al re, occorre che sia visto nelle sue concrete fattezze: ridicolo e nudo. La risata disvela l’orrore della apparente normalità e dell’accettazione di valori imposti e pienamente contraddittori nella loro formulazione.

I fratelli Strugackij perfezionano il loro stile, talvolta poetico, nel mostrare la normale violenza dell’assurdo che è il nucleo dell’attività politica e di indirizzo che pervade ogni amministrazione, fino a ogni modo di vivere del singolo. La denuncia di ciò è mostrata attraverso il lato comico dei tratti caratteriali dei protagonisti, oltre alle loro goffe e patetiche imprese.

La risata che condanna questa città.