Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, di Raymond Carver (Autore), Diego De Silva (Prefazione), Riccardo Duranti (Traduttore), 2015, Einaudi, Torino, Ed. Originale: What We Talk About When We Talk About Love, Alfred A. Knopf, New York, 1981)
Raymond Carver mostra di essere uno scrittore di alto livello con questi diciassette racconti ambientati in contesti domestici, suddivisi tra camere di letto, cucine, soggiorni, bar, ristoranti, parcheggi e giardini residenziali, dai quali trae storie universali.
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Raymond Carver non si concentra nell’immaginare situazioni eccezionali in luoghi inverosimili, collocati in momenti topici del proprio vivere. La narrativa si snoda nel vivere quotidiano dei protagonisti. Fece scuola per la narrativa nei decenni tra gli anni sessanta e settanta, perché mostrò come il vissuto di chiunque sia integralmente una sorgente di luoghi topici letterali: dall’amore, alla gelosia, al possesso, all’avidità e all’invidia. La meschinità e la vigliaccheria sono descritti come tratti ineliminabili in contrasto perenne con le convenzioni sociali e i tentativi di aderire alla morale comune.
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Le richieste di aiuto dirette e non, le rivendicazioni dei torti subiti e delle attenzioni non ricevute dai propri cari e famigliari, costituiscono fattori preminenti delle debolezze e delle inclinazioni dei protagonisti. Tutti e tutte compiono azioni riprovevoli, cercando in modo goffo e contraddittorio di rimediare, ottenendo nella maggior parte dei casi esiti sfavorevoli.
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L’epica dei racconti si basa sulla costante lotta di sopravvivere e forse affrontare i fallimenti di ogni giorno, come padre, madre, lavoratore, studente, amante.
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Dal punto di vista dello stile, Carver ha una qualità temprata da un esercizio continuo di ricavare un senso lirico da quello che noi riteniamo lo sfondo del racconto: gli ambienti, gli atti irriflessi come quelli di alzarsi dal letto, radersi, cucinare, scegliere un appuntamento al ristorante. Ciò vale anche per le tensioni e liti quotidiani tra le coppie, o coloro che vivono da separati scambiandosi orrori giornalieri, usando anche la prole come arma di offesa.
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Vi è un timbro comune che deriva dall’autobiografia dell’autore caratterizzata da alcoolismo, rapporti di coppia tesi, con separazioni lunghe e dolorose, ove la compagna o perlomeno le prime due, hanno inclinazioni simili. Però così come nei racconti e nella vita reale, le donne mostrano di avere una comprensione e una stilla di propensione edificante maggiore di quella degli uomini.
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Dalle relazioni interpersonali rispetto agli occhi odierni le donne agiscono in modo remissivo e i maschi hanno atteggiamenti infantili, autoritari, tesi in modo sottile, talvolta inconscio alla sopraffazione. Se, però, si analizza il contesto storico in cui furono scritti tali racconti, si ha che la donna poteva uscire assieme ai maschi, le giovani erano libere e autonome di avere relazioni anche di un solo giorno, nelle uscite del week end. Le discussioni non erano separate in ambito domestico tra coppie, ove i maschi parlavano tra loro di cose di “uomini” e le donne in cucina. I problemi e i temi erano discussi alla pari con tutte le modalità conflittuali, con i maschi alla perenne ricerca di imporre la loro visione, conseguendo però figure meschine.
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Si parla molto e i monologhi interiori sono densi perché contraddistinti con colloqui immaginari con gli attori del proprio passato. Tutti cercano la catarsi dalle proprie consapevoli debolezze, vizi e negligenze. Le vie di miglioramento non scaturiscono da dialoghi con un Socrate personale, perché ogni consapevolezza emerge dal dolore e dalla vergogna di sé. La sporcizia dei propri pensieri inespressi e dalle ferite autoinflitte fisiche e morali sono i motori che alimentano la speranza di un cambiamento che si vuole migliore per sé e per gli altri.
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Non vi sono risposte definitive, perché le tensioni continuano alla fine dei racconti, lasciando un angolo in sospeso, e questo rende tali scritti appetibili per noi comuni mortali, perché riconosciamo i nostri pensieri inespressi, agli altri e a noi stessi consciamente nascosti.
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Leggendo di questi personaggi e proiettando su di loro i nostri dubbi, ci permette di essere più rilassati e aperti a comprendere le tentazioni pigre delle soluzioni facili e suicide, e delle posture pigre vigliacche che, seppure convenienti a breve termine, risultano fallimentari per il proprio timbro biografico.
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Quest’opera andrebbe letta nella propria dimora, guardando ogni tanto gli oggetti che ci circondano, l’ambiente famigliare e lo specchio che riflette la propria immagine.
Herzog di Saul Bellow (Autore), Letizia Ciotti Miller (Traduttore), Mondadori, Milano, 2014 (Ed. Originale, 1964, Viking Press, NY)
Dal punto di vista etimologico “Herzog” richiama il duca, colui che è il condottiero di un popolo, ovvero di una moltitudine che si riconosce in una comunità di valori e di memoria. In questo romanzo il protagonista è colui che si lascia guidare verso i valori e le molteplici versioni della sua biografia attraverso una volontaria espiazione per una ricerca irresistibile nell’aver avuto un senso il suo vivere e nella speranza di accedere a residui sentieri nei territori di là da venire.
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La scena di inizio è collocata nell’apice della crisi che svetta tra due abissi: in uno vi è la logica conseguenza degli errori derivati dalla ostinazione, dall’arroganza, dall’orgoglio, dalla rivendicazione astratta contro tutto e tutti che porta alla completa auto distruzione. Nell’altro vi è il sussurro della ricerca di aiuto, di ascolto e infine di essere amato.
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Nella tentazione di proseguire in modo conforme ai suoi schemi razionali per mantenere invano il potere di controllare la propria interiorità e l’ambiente, Herzog intuisce, e con stizza non comprende, la possibilità di perdere ciò che gli è più caro e che lo permea come individuo pubblico: una notevole capacità di analisi, di studio, di scrittura e di ricerca, crollando verso un umiliante delirio e decadimento fisico.
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Nel riconoscere invece il bisogno di aiuto e dell’esigenza di aprire il proprio cuore, avverte che gran parte dei suoi successi di studio e di lavoro sono stati perseguiti attraverso un istintuale bisogno di sopravvivenza e che dopo la spinta iniziale genuina e spregiudicata, in età matura una piega di mediocre e superficiale riflessione lo avrebbe portato a una totale inconsistenza. Il presentimento di vivere compiendo un giro in tondo per ritornare in una condizione di infante bisognoso di affetto, riporta l’assenza di una risposta alle sue esigenze.
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Da entrambi i lati, all’inizio del romanzo, il delirio è la fuga momentanea da questa caduta irreversibile verso un luogo che informa della colpa più grave: non essere stato capace o addirittura di non aver voluto chiaramente interloquire e concedersi all’altro.
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La famiglia del protagonista appartiene agli esuli ebrei fuggiti dai pogrom di fine ottocento dalla Russia, e dalla Polonia, verso gli Stati Uniti. L’elemento che contraddistingue tale comunità esprime il bisogno di una terra in cui stare e ancor di più, il tentativo di assegnare un senso e un destino nel luogo di fuga. L’esodo in costoro è una sintesi inestricabile che si snoda nello spazio delle opportunità e delle città degli Stati Uniti con la ridefinizione della propria individualità cercando di mantenere un filo temporale di memoria con la comunità ancestrale del popolo errante.
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È indifferente se Herzog, i suoi genitori, le sue mogli, siano ebree osservanti, convertite al cattolicesimo, atei o semplicemente indifferenti: il tratto di non avere ancora un luogo sicuro e di uno spazio emotivo ed identitario è una conquista che si ripete per ogni fase del proprio vivere.
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Non è un caso che a livello stilistico Saul Bellow parta dalla descrizione morfologica e poi del vestiario e infine degli ambienti frequentati e vissuti di ogni personaggio per proseguire in concomitanza a descrivere la personalità e intuire la sua storia e i suoi fini reconditi. Ogni antagonista di Herzog, pur nelle diversissime provenienze di status, cultura, istruzione, sesso, vizi è allo stesso livello di complessità intellettuale. Ognuno di loro è un tesoro di vita, di contraddizioni, di colpe, di esigenze non soddisfatte, di traumi e violenze.
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Uomini e donne mostrano un bisogno di affetto e nello stesso tempo alcuni e alcune compiono atti riprovevoli. Vi è una completa equiparazione tra i sessi in fatto di crudele e meschina ricerca dei propri interessi. In gradi diversi, ognuno di loro cammina nel deserto, accollandosi il peso delle proprie colpe e debolezze nella speranza di arrivare a una fonte che dia risposte ed accoglienza.
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Herzog scrive lettere a personaggi inventati, morti, pubblici, della sua biografia per poi cestinarle. Ridotto in condizioni pietose in una casa che avrebbe dovuto essere la destinazione finale e che invece mostra di essere l’anticamera della caduta, qui chi sta intorno richiama la sua presenza, il ritorno a ciò che è stato, per affrontare un divorzio, la figlia, gli amici che lo hanno tradito e a coloro che lui stesso volse le spalle. Il tutto in un andirivieni di dialoghi e di monologhi interiori con i personaggi del passato, quali suo padre e altri della sua infanzia con cui ebbe contrasti che lasciarono ferite mai curate.
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Lo stile varia da un monologo interiore che è estremamente raffinato e variabile nel descrivere ogni personaggio, a dialoghi quasi teatrali per giungere a un climax ad effetto.
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Più volte Herzog cerca di punirsi e di accettare di essere ingiustamente maltratto e sopraffatto per espiare le mancanze che lui sente proprie e che non sono quelle rivendicate dagli antagonisti, per rendersi conto infine che tale atto di umiltà è un tentativo di nascondere le sue negligenze più radicali: nel volere che il mondo, lo spazio e il tempo si adeguino ai suoi modelli di interpretazione. Il bambino che, nel piangere, chiede al mondo di piegarsi alle sue esigenze, invece di esprimere la propria impotenza e di chiedere aiuto, mostrando altresì vera gratitudine.
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Se avrà risposta e la saprà accettare, lo lascio al lettore. Il finale è da leggere tutto di un fiato.
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A tratti il libro infastidisce perché può richiamare tratti della nostra biografia, in particolare quella non conosciuta dagli altri: quella che rimugina continuamente nei nostri pensieri, quando siamo da soli, prima di addormentarci, nelle situazioni di attesa e di impossibilità di fuggire verso le distrazioni momentanee.
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Come in altri romanzi, anche in questo, Saul Bellow ci offre protagonisti che nell’apice delle proprie speranze dei risultati conseguiti, nel continuare in modo coerente a conferire un senso del proprio operato, affrontano il dilemma che porta alla crescita o alla dissoluzione. Vi è la consapevole e dolorosa ammissione di essere limitati e non così onnipotenti e giusti come si crede, e vi è il bisogno del mondo e di chi sta vicino per vivere nella speranza di migliorare e di mantenere il tesoro del proprio sé vivo nella memoria e nelle speranze del futuro.
Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky di Giulio Ravizza (Autore), Scintille by bookabook, Milano, 2025
È un romanzo incredibile tratto da vicende realmente accadute che furono considerate assurde da coloro che, direttamente e non, ne furono implicati. La materia prima di questa biografia è un sogno incarnato in una illusione che dà corpo a una avventura ancora in divenire.
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Un bimbo di una famiglia di aristocratici che subiscono i rivolgimenti della rivoluzione russa del 1917, la guerra civile, l’emergere dei bolscevichi, Lenin, Stalin, le epurazioni, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.
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Igor subisce i traumi della casa incendiata, gli arresti e la deportazione, le fughe e le vicissitudini della famiglia a sopravvivere alla morte, alla Siberia, combattendo però in una situazione ai margini, dove addirittura la razione quotidiana di cibo non era garantita, se non sottratta.
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Dalla famiglia, faticosamente, ricevette una educazione consona al suo stato precedente, rispetto ai rivolgimenti seguenti alla prima guerra mondiale. Nonostante dovette nascondere la conoscenza della lingua francese. Intraprese gli studi di una educazione formale di base e soprattutto riguardo alle arti, in particolare alla pittura, alla serigrafia al disegno. I genitori con tripli salti mortali riuscirono a garantirgli di seguire l’accademia.
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Vi sono stati anche parenti realmente vissuti che poi fecero parte del sistema di repressione sovietico, dissimulando le loro origini, causando dolore, morte, con l’inganno, la truffa, il tradimento anche contro i loro stessi cari. Le vicende di Igor mostrano la quotidianità del sistema imperiale, poi sovietico di Stalin e poi ancora quello di Breznev, condito dalla corruzione, dal controllo, dalla repressione costante in ambito pubblico e privato, dove gli avanzamenti in termini di servizi, di tecnologia, erano raggiunti a spese di sacrifici orrendi, usando la minaccia, la carcerazione, il lavoro schiavistico coatto a partire dai campi di lavoro e di morte siberiani.
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Oggi diremmo che Igor, forse anche per i traumi e le vicende che visse ogni giorno, non ultimo anche l’alcoolismo e la brutalità del padre, avesse un comportamento bipolare ossessivo, con altre “disfunzioni”. In ogni caso, dovendo subire la repressione artistica e creativa, lui e tutti gli artisti di questo nuovo paradiso sovietico, per dipingere il realismo socialista che celebra il lavoratore modello del nuovo zar – segretario di partito, e considerare una degenerazione capitalista ogni altra forma di arte, intraprese una resistenza attiva che durò per tutta la sua vita.
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Le avventure a cui incorse nel romanzo potrebbero sembrare inventate, e invece, dallo stupore e dalla straordinarietà per la meraviglia di godere della lettura, si ricava che è tutto vero. Per fornire un manufatto letterario lo scrittore giornalista Giulio Ravizza ha dovuto inventare alcuni tropi nel descrivere il corso quotidiano dei giorni.
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Ciò è dovuto alla condizione di collaborazione che anni fa, prima ancora delle tragedie di guerra attuale, Giulio Ravizza ebbe con gli enti locali alla cultura russa, in particolare in quelle zone del Kazakistan, in una località desertica che fa già fatica a scriverla, e per questo ne consiglio la lettura. Una zona morta dove si svolgevano attività di guerra segreta sperimentando di tutto e di più. Infatti, Stalin volle che in quei luoghi vi fosse la maggiore produzione di cotone nel mondo, ottenendo il risultato, come l’altro suo compare Mao, di desertificare ancora di più il tutto, di creare rivolgimenti ecologici disastrosi con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, anzi delle popolazioni che qui erano miste tra quelle turche e quelle mongole. In un paese come quello delle Russia che ha 140 minoranze linguistiche.
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Nei suoi viaggi di conoscenza archeologica, e culturale, che già allo scrittore apparivano assurdi e fuori dal tempo, incappa in una città capoluogo di quel posto (che lascio innominato per invogliarvi alla lettura, e sì esiste veramente e nel romanzo si narrano le vicende di come crebbe: pazzesche anche queste), dove vi è un museo in cui sono raccolte migliaia e migliaia di opere pittoriche e non degli artisti epurati, censurati, incarcerati, uccisi dal regime sovietico dall’avvento di Stalin fino al crollo dell’URSS. Opere che avrebbero dovuto essere state distrutte. Una quantità di libere espressioni artistiche vicine ai dibattiti e alle correnti coeve in Europa, in Usa e negli altri continenti. Opere di critica e di opposizione al regime oppressivo e carcerario.
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Igor tra mille avventure, con un’arte di dissimulazione, inganno, creatività, improvvisazione degna dei fratelli Marx (i comici degli anni trenta in USA) con i soldi presi dallo stesso ministero della cultura sovietica per creare un museo sovietico ad hoc per acculturare i popoli alle periferie di questo impero, viaggiò per tutte le Russie, in cerca di questi quadri nelle case delle vedove, nei magazzini abbandonati, in mille altri posti nascosti. Prometteva di pagare, assumendo il ruolo di debitore di tutti, riciclando i soldi per i viaggi, per la possibilità di “acquisire” in modo informale le tele e al di là della legge tutto quello che poteva, al di là della legge. Fino a prendere a prestito illimitato i materiali di uso per la cura delle tele, e tutti i manufatti edili che servivano per la costruzione del museo.
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Ebbe per alleati le personalità più importanti del luogo, sobillandole e convincendole di questa pazza impresa volta a creare un doppio museo nascosto, in cui raccogliere tutto ciò che il sistema sovietico opprimeva in termini di creatività, di arte, di libera espressione.
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Comici e coinvolgenti i suoi stratagemmi nell’ingannare gli ispettori dei ministeri e dello stesso KGB. Lui, che negli anni, assunse un aspetto più trasandato di uno spaventapasseri, che dimenticava persino di mangiare, riducendosi a uno scheletro, rimettendoci la salute nell’usare composti chimici per la salvaguardia e la ripulitura delle opere archeologiche. Fino a morirne. Ossessionato fino allo sfinimento, obbligato da chi gli stava vicino a dover riposare.
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Si rimane stupefatti dall’uso di materiali di scarto, di risulta, per conseguire i suoi scopi, e di come a livello amministrativo usasse la stessa burocrazia sovietica per ingannarla e incepparla. Eppure tutto ciò accadde veramente. Questo romanzo va letto per comprendere l’assurdità delle dittature che vogliono essere totalitarie, crudeli, talvolta efficienti nell’opprimere, ma alla lungo autofaghe, ottuse, fragili, assurde, ma tremendamente reali nel causare il dolore, e la morte.
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Il museo esiste ancora oggi. Ancora oggi quel luogo e tutta la Russia subisce la censura e il controllo. Specialmente a livello artistico anche con le nuove tecnologie. La direttrice del museo chiede visibilità e contributi per mantenere vivo questo tesoro unico, che svela tanto di ciò che ancora si deve conoscere dei decenni passati e di questi artisti che anche nella denuncia, nel dolore, hanno portato il bello e l’arte come approdo attorno a un mare nero di violenza.
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Va dato un encomio all’autore, che ancor prima di essere un romanziere, ha impiegato mesi e mesi nella veste di un giornalista investigativo a raccogliere, le foto, i ricordi, interviste, tracce di questo personaggio sparse nel tempo, e nei luoghi, e negli archivi in modo da raccordare gli eventi più che decennali che hanno contraddistinto una vita per uno scopo unico volto alla creazione di un luogo nascosto in un deserto nascosto dal regime, creando un museo doppio accondiscendente al potere, usando gli stessi soldi e risorse del regime censorio.
È un inganno comico e tragico. Traspare uno scopo e una tensione commovente, tra l’amore, la speranza, e le vite interrotte di chi voleva solo godere dell’arte, dell’amicizia, degli abbracci e della condivisione, anche quelle artistica che è universale.
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È una lettura che ci arricchisce e che fa nascere una tenera compassione almeno per rendere conto di un senso di giustizia nella memoria verso coloro che furono crudelmente affogati nell’oblio.
La resa dei conti di Saul Bellow, (ed. originale, Seize the Day, 1956), traduzione di Floriana Bossi, Mondadori, Milano, 2000
Il romanzo ci pone una domanda e un dilemma: cosa intendiamo quando giunge un giudizio universale che riguarda noi stessi? Ovvero il decreto indefettibile che si rivolge alla totalità del nostro vivere. Si è soli, totalmente soli, ogni imputazione e recriminazione e difesa è rivolta solo a noi stessi. Vi è un solo specchio e guarda solo te. Non vi è altro. Il giudizio universale che riguarda te, assume che tu sia proprietario e unico responsabile del tuo vivere. Dove il tuo vivere è imputabile e di pertinenza unica, irriproducibile, e libera in base alle tue facoltà senzienti.
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Tu sei signore e padrone del tuo vivere, anche nella incertezza del mondo. Certo: non sei in un paradiso stabile e sicuro. Non hai la mappa del divenire. L’ignorare ciò che è al di là della tua vista, e la consapevolezza della tua intrinseca limitatezza nell’universo, però non esclude la certezza che tu sia questo individuo che può pensare e discernere, anche se impotente magari rispetto agli sconvolgimenti cosmici. Nulla toglie la tua esclusiva responsabilità, perché tu, e io, quando diciamo “me” intendiamo una individuazione che pensa e che si reputa un soggetto.
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Il giudizio universale rende conto del tuo operare e del tuo scegliere, e usa proprio l’etica che tu formuli. Adegua il linguaggio con quello tuo. Tanto hai giudicato ed agito, quanto riceverai le domande e il giudizio su ciò che è accaduto. E non puoi mentire, perché il giudizio universale rende conto anche delle tue bugie ed omissioni. Niente di ciò che sei, è lasciato nello sfondo.
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La reazione istintiva e primaria rispetto a questo annuncio che chiama solo te, è quella di scappare, di non sentire, di mimesi riguardo ai propri pensieri rispetto a ciò che ci circonda. La fuga, la negazione, la bugia di difesa, sono le prime reazioni che però non vengono sminuite, anzi si aggiungono al materiale del tuo vivere, e diventano un ulteriore oggetto di giudizio.
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La seconda reazione, che forse è anche concomitante alla prima, è quella di mentire a sé stessi. Convincersi che non si è agito così, anzi, che non si è mai pensato di intendere tale volontà. Ed è qui che si diventa ostinati, perché entra l’orgoglio, la reticenza, l’ostinazione: i baluardi disperati che tentano di coprire la vergogna, che però utilizzano gli stessi materiali e strumenti che hanno comportato lo svilimento, l’ignavia, la corruzione, la viltà, e l’incoerenza.
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Tanto più cerchi di nascondere tutto e nasconderti, tanto più accresci ciò che rifiuti. Non puoi combattere contro te stesso. Puoi volontariamente arrecarti del male, ma non lo compie ciò che è oltre te. È sempre la tua persona che si infligge una punizione: non puoi scappare. L’illusione del lamento, e dell’imputazione di colpa al destino, al mondo, e magari anche a chi effettivamente ti ha arrecato del male, non allevia o svia l’annuncio della resa dei conti.
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È ben chiaro che chi magari ci ha arrecato del male, sia anche lui responsabile, ma non esclude ciò che sei. Hai il diritto di pretendere giustizia da chi è a te ostile, ma proprio per questo, tale argomento, perché sia consistente, non può non rivolgersi anche a te, indipendentemente da ciò che gli altri hanno compiuto verso la tua persona. Puoi rivendicate tutto contro di loro, ma non puoi scappare da quel piccolo cavo buio che tieni celato dove alberga la tua parte più intima.
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Che dilemma: più scappo, e più provo quanto è imputabile dal giudizio. E se accetto, liberamente assumo una relazione necessaria, dove non ho scelta di non subirla.
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Eppure su questo, abbiamo fiducia, e ci relazioniamo ogni giorno attraverso la convinzione che esista una coerenza e un senso del nostro vivere e su ciò che siamo.
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Se non accetto il giudizio universale, non posso capire e fornire un senso compiuto del mio vissuto, ovvero di me stesso. Rifiuto che io sia stato, cioè che io sia: la massima contraddizione, la follia più radicale, il dolore autoinflitto incommensurabile. Se fuggo, subisco la pena infinita. Se accetto, la subirò comunque, magari attenuata, ma con un dolore sconfinato.
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Ed è qui il dubbio argomentativo, il dilemma etico: all’interno di questo dolore sconfinato ho una speranza? Come posso agire?
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Il romanzo di Saul Bellow crea uno stato di apnea, perché il protagonista in questo unico giorno affronta problemi che persistono da anni e sono irresoluti, ripete conflitti familiari, e formali, che sa già di aver posto interazioni perdenti, in cui ha mostrato la mediocre viltà. Eppure questo figlio, marito divorziato, fallito economicamente, con una bellezza che sfuma e un fare trasandato che svilisce ciò che è stato, ha però l’intelligenza e il candore di capire ciò. Questo giorno non rifiuta e non scappa al giudizio che lo persegue da anni: ora è costretto per eventi esterni drammatici ad affrontare sé stesso. Passando da avventurieri, dal giudizio e dal disprezzo che il padre ha verso di lui, dal disgusto e dalla vendetta che pone la sua ex moglie, e dal fallimento di tutto, oltre che un inizio del disfacimento fisico, chiede comprensione. Chiede un atto di umanità.
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È una richiesta subdola, che cerca di non rispondere alle sue mancanze. Il romanzo si snoda in questa tensione crescente. In questo uomo appeso a un burrone che con le mani cerca di aggrapparsi, e il lettore vuole continuare a leggere per vedere fino a che punto arriva l’abisso.
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Si ha l’apnea, perché ognuno di noi, avverte un richiamo: riguarda anche la nostra storia: già è innanzi e non possiamo fuggire. Non possiamo nasconderci a chi ha inventato tutte le bugie e le menzogne che pratichiamo a noi stessi, iniziando la mattina quando ci guardiamo allo specchio.
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Saul Bellow ha scritto un romanzo con un ritmo che non ha sbavature, con un lento crescendo e con oscillazioni di ritmo che permette al lettore di lasciar emergere l’intero spettro emotivo.
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Nell’estrema tragedia, forse, questo individuo così misero ha però la possibilità di un atto di coraggio, di non rinunciare a una visione per la quale tutto sia abisso, che convola in un sentiero sempre più angusto e senza luce. Forse l’assunzione dell’estremo dolore derivato da una piena consapevolezza del proprio vivere, apre il cuore e la compassione verso l’altro. E questa, nell’estrema disperazione, è possibile che dia il coraggio incommensurabile nell’estendere le proprie cognizioni e sentimenti anche a chi non è la nostra persona. Comprendere la comune natura dei giudizi universali altrui. Il massimo slancio che tenta di andare oltre il proprio sé, ovvero il piccolo cerchio con il quale abbiamo costruito il “io”.
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Uno stile inconfondibile, non eccessivamente truculento o isterico. Piano, lento, descrittivo, ma con un ritmo che segue la logica dei concetti espressi e degli stati emotivi dei protagonisti in un modo così naturale da essere quasi trasparente. Già la completa visibilità: ciò che è la base del Giudizio universale.
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Una grande opera per il dilemma più terribile o forse la speranza più attesa.
Sogni di robot di Isaac Asimov (Autore), Mauro Gaffo (Traduttore), 2014, (ed. Originale: Robot Dreams, 1986), Feltrinelli, Milano
È una serie di racconti più che trentennale che segue quella relativa alla serie pubblicata a puntate sulle riviste di fantascienza tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Nei primi scritti le trame erano incentrate nella applicazione delle tre leggi della robotica cui le macchine avrebbero dovuto attenersi nell’eseguire le attività programmate dagli umani, ovvero:
la sicurezza: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”;
il servizio: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge”, ed infine l’autoconservazione: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.
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Questi racconti originari erano essenzialmente statici, quasi teatrali nel loro sviluppo e il climax raggiungeva la sua esposizione nel mostrare le eventuali incoerenze o incompletezze dei dettami suddetti in rapporto alla indefinita varietà delle interazioni che gli umani hanno tra di loro e con l’ambiente esterno. Le macchine, in quel decennio, assunsero nella pubblicazione dei racconti, piano piano una forma che si avvicinava in modo progressivo a quella umanoide. Le tecnologie utilizzate erano per il più elettriche, meccaniche pesanti (oli, pistoni) ed elettroniche in particolare quelle precedenti l’uso del silicio e del germanio.
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La fisicità di tali macchine era volta a svolgere funzioni ripetibili, seriali, di assistenza che dal punto di vista della catena di montaggio, semplice, univoca con scopi lineari e definiti, a mansioni sempre più complesse tali da divenire sostitutive rispetto alle attività manuali umane più elementari. L’epilogo dei racconti seguiva la coerenza interna di queste tre leggi della robotica, che mostrava però l’impossibilità di assolvere pienamente alle indicazioni degli umani, e in molti casi il fallimento risultava essere tragico.
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Nei racconti di “Sogni dei robot” vi è una evoluzione in una forma umanoide più compiuta da parte di queste macchine, tale da svolgere e rappresentare un soggetto dotato di una propria semi autonomia di giudizio nel valutare i dati e di agire di conseguenza.
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Le tecnologie usate sono decisamente più elettroniche, perché dai primi anni cinquanta sono usate le terminologie proprie dei protocolli relativi alle valvole termoioniche e dei transistor, e quindi nella prima riduzione spaziale delle macchine e in una maggiore facilità di interazione nei rapporti sociali con gli umani. Oltre allo sviluppo delle facoltà di calcolo e di elaborazione dei dati. Il linguaggio diventa paritetico a quello umano, e via via i concetti diventano sempre più elaborati fino a investire i domini della conoscenza propri della morale e del diritto.
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Tale processo dalla seconda metà degli anni sessanta ai primi anni settanta, coinvolge le nuove tecnologie MOS di miniaturizzazione progressiva dei circuiti, nei quali i robot assumono il ruolo di entità capaci di elaborare in modo autonomo le informazioni, e quindi a intraprendere processi di apprendimento (il “Machine Learning”). Le trame dei racconti, quindi, diventano più complesse e gli umani non si rapportano più ai robot come strumenti utili da dover controllare continuamente per evitare conseguenze indesiderate, ma in quanto antagonisti o alleati da tenere in conto per il perseguimento dei propri scopi. La diade robot-umano si amplia verso una triade tra umani, robot, e scopi sia degli umani sia dei robot stessi.
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In questa fase i termini usati non sono più meccanici, ma propri dell’elettronica analogica e ora timidamente digitale, e le macchine sono ora descritte con analogie sempre più dirette alle facoltà cognitive, emotive ed esperienziali umane. Il cervello dei robot è una entità positronica: un soggetto, non più una macchina. Vi sono anche abili intuizioni di Isaac Asimov riguardo lo sviluppo delle tecnologie nella costruzione dei circuiti, le possibili soluzioni nell’uso dell’energia per i voli spaziali.
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Nell’ultima fase di questi racconti l’orizzonte si amplia a quello del sistema solare, ai voli interstellari e galattici, al potenziamento dei robot che diventano unità non più inscrivibili in un corpo umanoide, ma in complessi decentrati che si identificano anche tra le galassie. I robot diventano soggetti completamente autonomi da quelli umani nel perseguire gli scopi originariamente assegnati, ma che ora acquistano una vita propria, perché tali “macchine” hanno una propria filogenesi e alla fine una capacità di una vera e propria evoluzione.
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È interessante rilevare che i temi della morale non riguardano più soltanto i robot, ma assumono un ruolo onnicomprensivo di tutti i protagonisti ove i robot per le loro capacità di calcolo, di elaborazione e di previsione portano alle estreme conseguenze i problemi, le aporie, le possibili soluzioni in un modo indefinitamente più ampio di quello umano. E ciò obbliga tutti a porsi nuovi dilemmi, in qualche caso insolubili e forieri di un fallimento tragico nelle narrazioni.
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Godibili gli ultimi e più elaborati racconti che oltrepassano il destino del pianeta Terra, per interrogarsi sulla natura dell’universo e il destino degli umani e dei robot, quasi volto a una mutua trasfigurazione.
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I modelli matematici che interpretavano il mutamento, come la “psicostoria” utilizzata nei suoi libri e racconti tra gli anni quaranta e cinquanta, ora perdono la loro capacità predittiva, per incentrarsi sulla probabilità relativa a descrivere il presente sempre più esteso e inconosciuto.
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La figura della donna risulta essere ancillare e ancorata ai modelli dei primi racconti, ove i ruoli erano principalmente quelli della moglie, della madre, o della segretaria. Occorre dire che Isaac Asimov non aveva una visione “progressista” relativamente ai decenni su indicati. Eppure, in modo tardivo, negli ultimi e più complessi racconti, ecco che i ruoli femminili sono autonomi e veri Deux ex machina delle narrazioni.
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Un aspetto ambivalente di tutto l’opera di Isaac Asimov che per un verso è un limite rispetto ad altri suoi colleghi e dall’altro fu anche un motivo del successo immediato dei suoi racconti, è quello di utilizzare principalmente tipi umani, non extraterrestri, se non in modo sporadico, ma sempre in forma umanizzata, e principalmente del tipo bianco, adulto, occidentale che agisce qui sulla Terra e in ogni angolo dell’universo. Si pensi al ciclo della “Fondazione” per esempio. Vi era un motivo in origine, perché questa analogia di sviluppo dell’impero romano, doveva essere compiuta da quelli considerati “occidentali” e in particolare da quelli che hanno la fiaccola dell’eredità mitica “greco-romana”, come appunto quella degli Stati Uniti. Lo stesso Asimov lo scrisse in alcuni suoi articoli, che l’editore John W. Campbell, direttore della rivista <<Astounding Stories>> gli impose l’uso di tali espedienti retorici, nell’eventualità della pubblicazione delle sue opere.
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Va detto comunque che in seguito, indipendentemente da Campbell, Asimov cambiò tale impostazione, se non proprio in questi ultimi racconti sui robot, nei quali il modello tipico umano perde la sua centralità, a favore di nuovi soggetti e ruoli aventi la piena facoltà di divenire antagonisti e protagonisti nella narrazione.
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È una raccolta di scritti godibile alla lettura per la verosimiglianza dell’impiego delle tecnologie, seppure in gran parte fantascientifiche, e nella descrizione dei vincoli dei principi della fisica, della chimica e dell’astronomia. Con Asimov infatti siamo nella fantascienza “hard” e non in quella improvvisata e frammista a espedienti banali del tipo “Il coniglio che esce dal cappello”.
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È una lettura utile anche per capire a livello antropologico la visione dei paradigmi scientifici e degli assetti tecnologici che via via comparivano in quei decenni, e di come ci si districasse tra una visione magica e una riflessione epistemologica coerente.
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In ogni caso, è sempre dono la lettura di uno scritto di Asimov, perché porta a confrontarsi con i limiti della propria immaginazione. E ciò è uno stimolo irresistibile a migliorare le proprie attitudini di previsione e di formulazione di ipotesi circa se stessi e il mondo circostante.
Il signore delle mosche, di William Golding (Autore), Filippo Donini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024 – (Ed. Originale: Lord of the Flies, 1954)
Il signore delle mosche è l’altra faccia del battito del nostro cuore, ovvero la risonanza che non è voluta sentire. Ciò che è di più intimo di noi nella veste dell’animo, o della psiche o del carattere, considerato come il tesoro del fiore più intimo, ha anche il petalo più orrendo e crudele, secondo William Golding.
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In base alle esperienze che visse durante la seconda guerra mondiale e alla sua professione di docente, in particolare rivolta ai bimbi, ebbe quotidiani elementi di riflessione partecipata circa le inclinazioni e i modi spontanei di aggregazione e di determinazione dei ruoli, tra i gruppi informali e le comunità, come quelle scolastiche o più semplicemente tra un gruppo di amici.
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Il romanzo ha per matrice originaria quella di una lezione didascalica di fatti narrati in modo incrementale che offrono una conoscenza progressiva del tema posto. Non è un caso infatti che, nonostante le opere successive, i ruoli di docente universitario, di scrittore e di intellettuale, fu sempre considerato un insegnante. Più volte citò gli aneddoti di come i lettori, scrivendo lettere di plauso e di chiarimento, lo considerassero il maestro che rispiega la lezione per far comprendere appieno elementi non del tutto chiari.
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Certamente l’opera non è solo una esposizione, perché, se così fosse, risulterebbe alquanto piatta e noiosa in conformità alle aspettative rivolte alla fruizione estetica della lettura di un romanzo. Vi sono gli elementi salienti che pongono tensioni estreme, oscillando tra la sopravvivenza, il gesto eroico e generoso, in contrappunto alla sopraffazione, alle lotte per il potere, alla razzia, e alla violenza più cruda.
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La descrizione quasi anatomica dei caratteri fisici e morali è sapientemente connessa al ritmo della narrazione e alla dinamica avvincente degli eventi. Vi è una scrittura giornalistica che muta in una scansione telegrafica degli elementi di conflitto, affinché il lettore senta dentro di sé la tensione della fatica, e il peso del dolore.
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Nei momenti di relativa calma, l’apparente stasi, invece, è avvolta dall’angoscia più cupa che si trasforma nel timore, quando i pericoli evocati, compaiono nella loro intera crudezza.
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Ebbe un enorme successo questa prima opera, sia per lo stile amichevole e confidenziale per il lettore degli anni cinquanta che si formava nei pocket tascabili sia per la complessità delle stratificazioni di pathos crescenti, determinando una tensione da evento sportivo.
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I soggetti sono i bambini, che, dispersi su un’isola cercano di sopravvivere, tentando nel contempo di farsi avvistare da qualche aereo o nave. Dopo l’inizio quasi idilliaco di un paradiso che sembra tutto offrire in un clima confortevole, la consapevolezza della limitazione delle risorse e delle preoccupazioni per il futuro, facilita l’emersione di loro inclinazioni tese a compiere atti sempre più tragici e crudeli.
William Golding ha una visione pessimistica dell’animo umano. Volutamente e con metodo non ha voluto porre un piano di una differenza di religioni, o di visioni ideologico-politiche, o di individui fuori della norma, devianti massimi per una sorta di malattia mentale, o di perversione morale.
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Non ha voluto neanche porre l’aggregato, la comunità, la società come enti metafisici che determinano primariamente le gesta e i conflitti tra gli umani. No, perché le considera un derivato delle interazioni sociali che avvengono in primo luogo tra gli individui. Non vi sono adulti, per analizzare quasi da etologo, come gli stessi bimbi in determinate circostanze ambientali, e quindi non storiche, crescendo, diventano adulti nel macchiarsi del crimine. La colpa non è solo scaturita dal singolo atto, ma anche dalla consapevolezza di aver dentro il proprio cuore l’inclinazione all’orrore e alla crudeltà. Anzi, l’adulto è tale, perché rivela a sé stesso che l’incanto dell’innocenza degli imberbi è una bugia.
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L’autore, però, nel porre i suoi argomenti, rivela alcune criticità di questa visione innata, che diventa a sua volta quasi presupposta, e non ben determinata. È consigliata la lettura della post-fazione, scritta anni dopo, contraddistinta da riflessioni più ponderate e meno apodittiche.
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Fanno paura questi bimbi, in particolare nell’elemento più cupo e sotterraneo nel dubbio che siano specchi dei pensieri che abbiamo avuto nell’infanzia e che determinarono alcuni tratti di ciò che siamo ora.
Un libro da leggere tutto di un fiato, senza conoscere in dettaglio la trama, perché è una doccia fredda che si spera sia salutare.
Il sangue delle madri (Urania Jumbo) di Francesca Cavallero, 2022, Mondadori, Milano
Perdonatemi tutti, se almeno per questo consiglio di lettura entra la mia personale senile vanità, perché ho ritrovato molto dello spirito e dei modi con i quali io scrissi il mio romanzo “Dentro l’Apocalisse”. Con questo non voglio assolutamente paragonarmi o accodarmi allo stile e alla caratura del romanzo di Francesca Cavallero, ma, a differenza di molti romanzi contemporanei, qui mi sono scaturite assonanze profonde: lo stile che talvolta straborda nelle espressioni poetiche. Vi sono aggettivazioni, predicati oggettivanti, allitterazioni, sinestesie che si innestano in modo fluido nella prosa.
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Lo stile è composito e varia in diversi ritmi e climax che si incrociano. La trama è a più livelli e coinvolge la biologia, la terra, il corpo, la relazione sociale, e l’inconscio in modo integrato e non separato, cui la sintesi rimanda a ciò che non è totalmente esprimibile dal linguaggio. Ciò crea il mistero e quindi lo sviluppo degli avvenimenti, la cui proiezione è avvertita in modo lirico e individuale, come se, appunto, il lettore fosse invitato ad abbracciare una visione estetica complessiva nel dolore, nella speranza e nello struggimento.
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I personaggi non sono banali. E come anche nel mio libro vi sono digressioni nelle descrizioni politiche ed economiche dello scenario offerto. Sì, Francesca Cavallero non ha scritto un romanzo usa e getta ripetibile, facile da indossare e scartare un secondo dopo la fruizione veloce per un altro manufatto quasi simile.
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Non è una lettura facile per chi legge con altre fonti di distrazioni, o per facilitare il sonno. È una lettura che richiede la tua entrata nella scena, con tutto il tuo corpo, e il pulsare delle vene, oltre al godimento intellettuale di seguire percorsi a più dimensioni interpretative e con domande non banali circa le questioni fondamentali della nostra esistenza caduca nel proprio e ciclo di vita.
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Vi è infatti un notevole stile lirico e poetico con una sovrabbondanza di descrizioni dei fenomeni atmosferici, delle situazioni, degli ambienti, dei manufatti con le allegorie, le metafore, le sinestesie.
Si ha un’ottima conoscenza di più registri linguistici. Vi è una cura particolare della scelta degli aggettivi, delle attribuzioni.
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Le predicazioni poi slittano in referenti testuali che partono anche dalla impressione che fanno sui protagonisti, i quali le ricevono dando l’illusione di conservarle così integre, fornendo l’occasione al lettore di goderne appieno.
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Una finzione che è anche propria del poeta che usa i correlati oggettivi, per lasciarli presentare direttamente al lettore.
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Le caratteristiche qualitative dei manufatti, e quelle morali degli individui, si concretizzano in stati della realtà e indicatori di senso degli avvenimenti: sono un crocevia dei timbri che scandiscono la trama del racconto. Si vuole stimolare continuamente a creare analogie e simboli nell’interpretare gli eventi.
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Vi è una sovrabbondanza di significati in ogni scena che è incastonata in modo certosino. Una descrizione così barocca da fornire l’illusione di porre una realtà concreta, carnale, emotiva diretta.
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Le protagoniste, tre donne, hanno avuto madri biologiche morte, o lontane, o madri putative morte ma che sono putative e nume per indirizzare gli eventi. Occorre vedere se anche loro diventeranno madri e creeranno il futuro e la speranza, ed è qui che convergeranno in un destino comune di rinnovamento, nella crescita, nella nascita e nella morte.
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Sya, Nebra, Nadja.
Qui le donne sono viste a tutto tondo, non vi è neanche bisogno di distinzioni di genere. Sono individui, persone: ognuna ha una soggettività integra. Le protagoniste coprono la vasta gamma delle tipologie dei comportamenti sociali, delle situazioni emotive, degli odi, degli amori, delle meschinità e delle speranze.
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Gli innesti tecnologici ampliano le possibilità di diversificare le prestazioni. In questo le donne e gli uomini sono alla pari. Anzi non vi è bisogno di un criterio di mediazione, perché la distinzione e la relativa metrica non hanno più senso. I personaggi sono robusti, poliedrici, complessi, e compongono le mille sfaccettature del cuore umano: dalla possibilità di compiere atti di generosità commovente e nel contempo di attrezzarsi ad agire nel modo più orrendo e crudele.
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La sopravvivenza, l’accesso alle risorse, a un luogo stabile, a difendersi dalle comunità ostili, in perenne conflitto per il vincolo delle fonti di sussistenza, costituiscono i luoghi universali in cui le comunità evolvono in gruppi sociali, alleanze, strutture statuali più complesse, concertando i diritti, le norme, e gli stili di comunicazione.
Senza declamare, ma semplicemente narrando le loro avventure, di per sé nella trama, traspare la ricchezza e la centralità della donna come il perno della sopravvivenza del genere umano e come la fonte primaria di energia, che, sì può confliggere come quella dei maschi, ma che, parallelamente, costruisce e stabilisce l’ambiente in cui possano definirsi agglomerati sociali robusti e duraturi.
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255-256 “[…] Il calore del terreno gonfio e il freddo che striscia via dalla notte si contendono il suo corpo in un caos termico che, è certa, pagherà caro. Da tempo cammina nel grigio/verde di un mattino flaccido, senza ore né minuti, arrancando fra gli acquitrini e le prime distese di tundra rigonfie di gas caldi: rottami adunchi e cavi di veicoli aerospaziali emergono dai liquami come ossa di antichi cetacei. Su alcuni Nebra registra, senza vederle, ottuse successioni di numeri, scoloriti stemmi di una o l’altra città-Stato e acronimi che per lei non hanno alcun senso. Trascina i piedi, pesanti della melma che le colma gli scarponi, attraverso la gelatina di vegetali in macerazione, sperando che i crampi bastino a tenerla cosciente. Lentamente la vegetazione cambia, si raggruma in macchie, si abbassa e infoltisce: la temperatura del terreno aumenta man mano che Nebra si avvicina alle Rowdy Mountains […]”
323-324 […] Penso che potrebbero essere trascorsi eoni dall’incidente: il tempo non ha significato mentre lo sento sgretolarsi intorno a me. Le grida sono cessate, l’intera miniera ogni livello ogni nicchia, pozzo, cunicolo sepolti nella montagna risuona di frequenze liquide. Un battito. Una consonanza. Un cuore. Nel tempo ogni suono si acquieta, riflettendosi e assorbendosi mille e mille volte fra le pareti della miniera, animandone il corpo. Nascono e crescono lussureggianti banchi floreali di profondità, che s’impadroniscono dei macchinari abbandonati e li riempiono di bisbigli. La loro è… un’acusintesi che si spiega solo ascoltando la voce dei morti, e gronda di misteri che si schiudono per me. La terra fiorisce nell’oscurità, ogni radice è fatta di suono, sangue e respiri. Sprofondano, lentamente, fino a raggiungere le cavità interne di antichi e colossali ammonoidi fossili, sepolti in sterminate colonie di madreperla. Non mi occorre vedere, ne ascolto la forma. Do loro un nome perché vivono attraverso me. I miei sensi ne ricostruiscono lo spettro dai suoni raccolti, una sinfonia discontinua che risale lungo labirinti giganti, formati dai corpi asciutti di organismi bentonici che milioni di anni hanno animato con un canto di creazione e morte
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Qui, nella risacca antica di un oceano preistorico che si è fatto roccia, echeggia il pianto delle Madri.
Racconti di Isaac Bashevis Singer, Editore Corbaccio, Milano, 2013, traduttori: Bruno Oddera, Maria Vasta Dazzi, Mario Biondi
Il corpo di questi racconti che hanno attraversato il vivere di Isaac Bashevis Singer mostrano le sue eccellenti doti nel creare storie brevi e concise, tali da esprimere un climax coerente nello svolgimento delle scene. Il lettore si sente a suo agio nell’introdursi nei mondi evocati dalle singole narrazioni. Non vi sono ambiguità nel delineare i personaggi, perché sono descritti fisicamente con un involucro di segni distintivi dei loro caratteri e con le rispettive morali e biografie.
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La presenza di ogni personaggio dispiega immediatamente il suo mondo, le origini dei suoi modi e delle sue inclinazioni nei rapporti verso gli altri, la divinità e il tempo.
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Nella brevità delle composizioni vi sono, però, più piani concomitanti di lettura, perché si rileva la descrizione di un mondo intero, che parte da una stanza, una via, un villaggio, una città, un paese, un popolo, una nazione, un intero continente. Non è solo una descrizione fotografica, perché ogni uso e consuetudine ha una sua storia, un tratto distintivo di regole morali e di rapporti con le autorità mondane e con le dimensioni religiose.
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I protagonisti esprimono il carico di un popolo nell’interrogarsi sull’umanità di ognuno e degli altri individui appartenenti a religioni e paesi diversi e lontani.
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Il nucleo narrativo è innestato nelle comunità degli ebrei aschenaziti: il gruppo religioso ebraico originario dell’Europa centrale e orientale, tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. I racconti sono ambientati nei periodi che intercorrono tra la seconda metà dell’ottocento e nella prima metà del novecento, per intersecarsi, infine, con la biografia dell’autore, passando dalla giovinezza, fino ai racconti della vecchiezza.
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I protagonisti sono tutti appartenenti alle comunità aschenazite si fondono con le vicende verosimili accadute in Prussia, Germania, Svezia, Russia, Ucraina, Lituania, Olanda, Francia, Israele, fino agli Stati Uniti.
La struttura narrativa esprime una tensione costante tra i precetti religiosi yiddish, densi di regole, consigli, dibattiti, interpretazione del divino e di ogni aspetto pubblico e privato delle proprie interazioni sociali ed amicali.
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I demoni intervengono come attori in gioco, mostrando anch’essi le debolezze, i dubbi e i crucci sul proprio operato. Dibattono con i protagonisti, nel tentativo di dominarli e di soggiogarli in una tensione continua tra la fede, l’aderenza ai precetti religiosi, e l’esigenza di esprimere le proprie convinzioni.
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Si ammirano le multiformi culture yiddish, nelle loro inclinazioni a dibattere circa la bontà dell’operato di ognuno dalle azioni e dalle scelte capitali fino alle pratiche quotidiane nell’osservanza dei precetti delle feste e delle preghiere. Vi è una esorbitante pervasività della religione che è correlata, però, alla sua messa in discussione perenne. Sono godibili, e in certi casi comici, i dissidi, e i conflitti tra chi agisce, chi giudica, chi si oppone, chi cerca di comporre una giustificazione del proprio operato, fino all’intera biografia personale. Si dibatte e si litiga anche da morti. L’ultramondano è un elemento essenziale del senso e dello scopo che si dà al tempo e allo spazio del mondo.
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Ognuno si sente un estraneo nel suo tempo e in ogni luogo, ma ogni ambiente è famigliare, perché è passibile ad accogliere le comunità aschenazite, in perenne bisogno di un luogo stanziale, che è però accompagnato dalla consapevolezza di poter risiedere ovunque. Ogni sito è la propria casa, seppure litigiosa, instabile, sotto i colpi delle violenze altrui, dei pogrom, del razzismo, dell’odio e dell’ostilità preconcetta.
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Si sopravvive, nonostante tutto, alle avversità esogene, e alle proprie debolezze e peccati. Nella pena subita, e nella disperazione, vi è comunque una speranza inconscia di poter rimediare e di avere una seconda possibilità, anche di fronte alla divinità giudicante.
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Vi è una infinita, inestinguibile e incrollabile ricerca di senso. I messaggi e i tempi sottostanti travalicano questo popolo, per interpretare l’esigenza di ogni individuo: narrare il proprio vivere in una coerenza tale da permettere un giudizio su di sé e quindi uno scopo per il futuro e per l’eterno. La condizione universale della speranza.
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Una ironica compassione è distesa nei ruoli e nei caratteri degli agenti sociali. L’amaro disincanto che trasuda nel ritmo dei dialoghi e degli eventi, però, non è mai sarcastico, perché l’autore parla di sé, assimilando le inclinazioni dei protagonisti.
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Questi racconti gravitano presso una domanda che Isaac Singer rivolge a se stesso: sono stato degno? Di quanto il mio vivere è stato coerente con i precetti che mi sono imposto e a cui credo e mi identifico? E se ho, come sicuramente lo è per me, e per il mio popolo, oltre che per il genere umano, la possibilità di rimediare e di migliorare?
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Che speranze abbiamo nonostante i limiti, i pregiudizi e la superficiale ignoranza che ci contraddistingue?
La lettura dei racconti è già una risposta ai quesiti dell’autore, perché si è invitati a contribuire con la propria fruizione e i propri giudizi in questo percorso infinito della fruizione estetica, tale da renderci più aperti a sentire il mondo e ad immaginare uno scopo commendevole.
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Emerge la speranza di un uomo, di un popolo, del genere umano, di noi stessi che leggiamo: acconsentire al proprio vivere, testimoniare il proprio vissuto, pregare di poter ancora vivere, se non altro per rimediare alle parti più oscure che appesantiscono il cuore e l’anima.
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La lingua yiddish ride di se stessa, svelando la sua limitatezza e dichiarando quindi la volontà di apprendere, quindi di affermare la volontà di vivere, nonostante tutto.
Trilogia dei mendicanti di Nancy Kress, Traduzione di Antonella Pieretti, 2022, Urania Millemondi, Mondadori, Milano (Ed. Originali dei tre romanzi: 1993, 1994, 1996 )
Il Ciclo di questi romanzi fu scritto tra il 1993 e il 1996. Narra di vicende che partono dai primi anni del 2000. In un certo senso è un romanzo distopico connotato da una verosimiglianza per l’espediente letterario che pone un principio scientifico per noi condivisibile che innesta l’avvio della narrazione. Il fattore fantascientifico è rivolto alle tecnologie afferenti agli studi del campo della genetica, e nell’introduzione del diritto privato e del diritto commerciale nel poter predeterminare attivamente alcune caratteristiche morfologiche e cognitive dei propri figli.
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Nancy Kress è una scrittrice prolifica e immaginifica che riesce a coniugare il ritmo della narrazione con un coerente sviluppo degli eventi collocati in ambienti tecnologici avanzati all’interno di una cornice fantascientifica. Dopo più di trenta anni dalla pubblicazione, noi, oggi, non siamo dotati, come allora, di manipolare in modo puntuale e attendibile le caratteristiche specifiche delle generazioni a venire.
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Nonostante tutto, le tecnologie di comunicazione e gli ambienti virtuali risentono delle conoscenze e delle applicazioni degli anni novanta. Decisamente ora siamo avanti in un ambiente telematico molto più virtuale di quello descritto nel libro. Tale limitazione è comunque un indice di un libro di eccellente qualità che ha un impianto solido e robusto nel disporre gli eventi. E questo apre il discorso sul desiderio di conferire un potenziamento intellettivo predeterminato spinge alla riflessione riguardo temi più che mai attuali.
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Dalla nozione di invidia verso chi ha più capacità, a quella del rancore sociale verso chi è più ricco. Vi è il senso del tempo e del decadimento delle generazioni che si susseguono. Attraverso l’ausilio di nuove tecnologie vi è il tentativo di concepire nuove opportunità tese all’acquisizione di nuove conoscenze e all’ottenimento di nuove ricchezze. In concomitanza emerge la visione di strati sociali che intendono bloccare e inibire le prospettive di miglioramento.
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Sono posizioni odierne che ritroviamo nel conflitto di chi lavora e ha privilegi, verso coloro che cercano di accedere a un vivere più pieno di interazioni sociali e di guadagno. Si va dal singolo lavoratore che ha paura di perdere il posto del lavoro, se non la stessa nozione delle sue mansioni, agli stati che di fronte allo sviluppo economico e commerciale di altri limitrofi, si chiudono come un riccio, assumendo atteggiamenti nazionalistici.
Nel primo tomo vi è la fase della crescita e dell’adolescenza degli “insonni” e dei “dormienti” e i loro contrasti, che in età adulta si riverberano verso le interazioni sociali e formali.
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Gli insonni, essendo una minoranza della popolazione, vengono bersagliati da improperi, minacce, insulti e aggressioni fisiche, i quali si difendono espandendo le reti commerciali e patrimoniali, anche per finanziare l’edificazione i luoghi ben precisi dove risiedere e difendersi in una posizione di separazione rispetto a tutti gli altri.
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Si rilevano analogie con il processo di formazione di uno Stato che in origine è un luogo di rifugiati come è inteso dai più.
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Vi è anche il rapporto tra i genitori e i figli. Gli amori dedicati e quelli negati. Le reazioni dei figli o di quelli che aderiscono ad un identico stile di vita dei genitori. Vi sono temi universali posti in termini oppositivi nell’ambito dell’etica, come la simmetria tra la solidarietà e l’individualità, la cooperazione e la competizione.
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Un ruolo fondamentale che fa da contrappeso narrativo alle singole vicende, è interpretato dal ruolo della comunicazione e dello spettacolo anche nei tribunali. È sottile la capacità dell’autrice di narrare i dibattiti processuali, mostrando i temi giuridici, morali ed etici su questioni che anche oggi sono di pubblico dibattito. Indirettamente e con lentezza emerge il problema dell’idea della giustizia e della libertà, come quello di poter praticare la ricerca scientifica.
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Nel secondo tomo sono narrati i mutamenti sociali derivati da una maggiore disponibilità a concepire la prole, secondo indicazioni prescrittive.
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Vi è il presupposto per il quale dal punto di vista legislativo e culturale, è accettata la possibilità di manipolare il patrimonio genetico del feto, in modo da indurre una filogenesi di tratti somatici, corporei, e cognitivi, prestabiliti dai futuri genitori. Tale pratica innesta una coincidenza tra caste sociali e differenziazione biologica di specie. Vi sono i muli, ovvero le persone più prestanti, che producono, detengono il potere, comprano le elezioni. Sono quelli che si danno da fare, studiano, sperimentano, ma esigono il potere da gestire in modo esclusivo. Vi sono i mendicanti, coloro che vivono di elargizioni e si collocano in modo marginale rispetto al vivere sociale. I vivi, coloro che consumano, e che perciò completano il ciclo economico. Di modesta intelligenza e cultura, vivono come cicale, sebbene la loro condizione di vita sia quasi prestabilita dai muli, che li considerano una zavorra necessaria, anche dal punto di vista istituzionale. Il loro valore è il voto e il consenso da influenzare, e veicolare secondo canali prestabiliti.
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Gli sviluppi tecnologici vanno avanti, ed emergono gli insonni che, con una costituzione sempre più robusta, vivono quasi più di due secoli in buona salute e in una forma di giovinezza apparente. Diventano ricchissimi e cercano di usurpare il potere dei muli. Da qui in poi, fino al terzo tomo, vi è la storia degli scontri di questi corpi sociali e di specie, che si intensifica ancor di più con la comparsa dei figli modificati degli insonni: i super insonni i quali sono ancora più dotati e hanno l’idea come i loro padri di modificare la società, e il destino di tutti secondo i loro criteri di valutazione.
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Entrano in gioco tanti attori, per una trama avvincente, costellata di climax che via via emergono. Le tre caste hanno alterne vicende di successo, in un viatico dove tutti subiscono modifiche sia in rapporto all’igiene, al modo di mangiare, alla ricerca continua di energia. Non dico altro: è una lettura che va goduta fino alla fine.
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Però alcune considerazioni si possono dispiegare come la concezione iniziale della scrittrice che richiama una critica ad una idea del capitalismo alquanto semplificato di un motore che determina una dialettica binaria tra gli sfruttati e gli sfruttatori, dove i primi per la loro condizione di minorità, hanno un’etica superiore. La dialettica economica e il demone della figura mitologica del “capitalismo, sebbene siano figure suggestive e facilmente comprensibili, invitano a ulteriori chiavi interpretative che oltrepassano quelle esclusivamente economiche.
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Ogni protagonista mostra lati oscuri, anche in virtù delle buone intenzioni dichiarate. Nancy Cress scrivendo questi tre romanzi e approfondendo sempre più i temi esposti, affina l’analisi circa le logiche del potere, del carisma, della ricerca del leader -semidio, all’affidamento da parte del singolo per la sua razionalità limitata, a risposte semplici e dirette, che si mostrano poi crudeli e fallimentari. E arriva, forse inconsapevolmente, a delineare un tema di sottofondo: la nozione di persona, come unità di corpo, di soggetto, di cognizione, di animo, si spande e si rifrange nelle nuove relazioni sociali che emergono in virtù anche alle incredibili e nuove disponibilità tecnologiche in uso. L’integrità del corpo diventa un incrocio di forme da assumere.
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Ciò comporta, in particolare nel terzo tomo, a nuove inedite interazioni sociali. Ad differenza dei primi due tomi, si passa da una critica etica e psicologica, ad una analisi sociologica di questi nuovi e immaginifici corpi sociali, attraverso la volontà di diventare un corpo sociale autonomo e isolato rispetto agli altri. Emerge il conflitto che è scaturito dalla volontà di accaparrarsi le risorse a disposizione, arrivando a un paradosso di una guerra universale ordalica.
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Da tale contraddizione si sviluppano gli eventi del terzo tomo.
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Nancy Cress è veramente una autorità della “Fantascienza dura”: studia approfonditamente di biologia, genetica, medicina e di economia. Miscela tali nozioni in sviluppi coerenti, aventi come è tradizione una idea che è propriamente fantascientifica. Inoltre è una scrittrice immaginifica che è capace di grandi visioni di società alternative ben determinate.
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Il voler scrivere una saga, però, comporta la necessità di richiamare i protagonisti dei tomi precedenti per fissarli nei nuovi contesti. E ciò crea ridondanze e slabbrature circa la prosecuzione degli eventi.
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Ciò è compensato però dalla sua straordinaria capacità di cambiare i registri linguistici tra i protagonisti e di variare il ritmo della scansione degli eventi, in modo che il lettore sia stimolato ad andare avanti.
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È un’opera imponente che ha retto lo sviluppo tecnologico trentennale e che anzi, propone ancora oggi domande per noi inevase.
277-78 Quando aveva cominciato a trovare buffe cose come i piedi? Certamente non quando era giovane, a venti, trenta o cinquant’anni. Tutto era stato molto serio allora, di conseguenze tali da sconvolgere la terra. Non soltanto le cose che avrebbero potuto effettivamente scuotere la terra, ma tutto. Doveva essere stata davvero pesante. Forse i giovani non avevano alcuna possibilità di essere seri senza essere pesanti. Mancava loro l’importantissima dimensione della fisica: il momento torcente. Troppo tempo davanti, troppo poco alle spalle, come un uomo che tentasse di portare orizzontalmente una scala tenendola a un’estremità. Nemmeno un’onorevole passione poteva fornire un buon equilibrio. Mentre ci si muoveva faticosamente a scatti, solo per mantenere il proprio equilibrio, come si sarebbero potute trovare divertenti le cose?
280-282 «Nooo. Hanno scuole loro.» Guardò Leisha come se lei fosse stata tenuta a saperlo, e, ovviamente, lei lo sapeva. Gli Stati Uniti erano ormai una società a tre strati: i nullatenenti, che tramite il misterioso e edonistico narcotico della Filosofia del Vivere Vero erano divenuti i beneficiari del dono dell’ozio. I Vivi, l’ottanta per cento della popolazione, che si erano liberati dell’etica del lavoro per sostituirla con una godereccia versione popolare dell’antica etica aristocratica: i fortunati non devono lavorare. Sopra di loro, oppure sotto, c’erano i Muli, Dormienti migliorati geneticamente che gestivano la macchina politica ed economica, come dettato dai, e in cambio dei, voti signorili della nuova classe oziosa. I Muli tiravano avanti: i loro robot lavoravano. Alla fine c’erano gli Insonni, quasi tutti invisibili all’interno del Rifugio, che venivano trascurati dai Vivi, se non dai Muli. L’intera organizzazione a trifoglio, Es, Io e Super Io, come qualcuno l’aveva sardonicamente etichettata, veniva assicurata dall’economica, onnipresente energia-Y che alimentava le fabbriche automatizzate rendendo possibile l’esistenza di una prodiga assistenza sociale che barattava pane e giochi del circo con voti. »
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297-298 Non si poteva mai riposare. Il Corano e la storia degli Stati Uniti concordavano almeno su un punto: “E coloro che raggiungeranno il loro accordo solenne e sopporteranno con coraggio la sfortuna, le difficoltà e il pericolo… questi saranno i veri fedeli al loro credo”. E poi: “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”.
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353-354 Jennifer si sedette con grazia sulla sedia della scrivania di Tony. Le pieghe della sua nera abaya si adagiarono a terra accanto al corpo accucciato di Miri. «Per la prima parte della sua vita, sì. La produttività, però, è una cosa relativa. Un Dormiente può avere cinquant’anni di produttività, iniziando, diciamo, dai venti. Ma, a differenza di noi, verso i sessanta o i settant’anni i loro corpi si indeboliscono, sono preda di esaurimenti, si sfaldano. Possono vivere tuttavia per almeno altri trent’anni, un fardello per la comunità, una vergogna per se stessi perché è una vergogna non lavorare quando gli altri lo fanno. Anche se un Dormiente fosse industrioso, ammassasse denaro per la vecchiaia, acquistasse robot che si prendessero cura di lui, finirebbe per essere isolato, incapace di prendere parte alla vita quotidiana del Rifugio, degenerando. Morendo. Dei genitori che amano il proprio bambino lo condannerebbero a un simile destino? Una comunità potrebbe mantenere molte di queste persone senza assumersi un fardello spirituale? Pochi, sì: ma che sarebbe dei principi coinvolti? «Un Dormiente allevato fra noi non sarebbe soltanto un estraneo qui, inconscio e morto cerebralmente per otto ore al giorno, mentre la comunità va avanti senza di lui. Avrebbe anche il tremendo peso di sapere che un giorno o l’altro potrebbe avere una paralisi, un attacco di cuore, un cancro o una delle miriadi di malattie cui sono soggetti i mendicanti. Sapendo che lui stesso diventerà un peso. Come potrebbero un uomo o una donna di sani principi vivere in questo modo? Sai che cosa dovrebbero fare?» Miri capì. Ma non lo disse. «Dovrebbero suicidarsi. Una cosa tremenda a cui costringere il bimbo che ami!» Miri strisciò fuori da sotto la scrivania. «M-m-ma, n-nonna… t-t-tutti d-d-dovremo m-m-orire un giorno. Anche t-t-tu.» «Ovviamente» rispose con compostezza Jennifer. «Ma quando lo farò, sarà dopo una vita lunga e produttiva come membro completo della mia comunità: il Rifugio, il sangue del nostro cuore. Non vorrei niente di meno per i miei figli e per i miei nipoti. Non mi accontenterei di niente di meno. Nemmeno la madre di Joan.»
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678 Miri mi aveva detto una volta che esistevano solamente quattro domande importanti che si potevano porre su qualsiasi essere umano: come riempie il proprio tempo? Che sensazioni ha riguardo al modo in cui riempie il proprio tempo? Che cosa ama? Come reagisce rispetto a coloro che ritiene inferiori oppure superiori? «Se fai sentire le persone inferiori, anche non intenzionalmente» aveva detto con un intenso sguardo negli occhi scuri «loro si sentiranno a disagio in tua presenza. In questa situazione, alcune persone attaccheranno. Alcune cercheranno di ridicolizzarti per “ridurre la tua dimensione”. Alcune tuttavia ti ammireranno e impareranno da te. Se tu fai sentire le persone superiori, alcune reagiranno licenziandoti. Alcune eserciteranno il loro potere in modo maggiore o minore. Alcune, tuttavia, si sentiranno portate a proteggere e aiutare. Tutto questo si applica ad appartenenti a una piccola loggia così come a un gruppo di governi.»
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690-91 «Ha fatto centro, signor Arlen. I Vivi sono il vero popolo di questo paese, proprio come lo era l’esercito di Marion. Avevano la volontà di decidere per se stessi in quale tipo di paese volevano vivere e anche noi abbiamo la volontà di decidere per nostro conto. Abbiamo la volontà e abbiamo l’ideale di come dovrebbe essere questa gloriosa nazione, anche se adesso non lo è ancora. Noi I Vivi. E se non ci crede, caspiterina, guardi che casino hanno fatto i Muli di questo grande paese. Debiti nei confronti di nazioni straniere, alleanze capestro che ci risucchiano ogni risorsa, l’infrastruttura che ci si sgretola in faccia, la tecnologia mal utilizzata. Proprio come gli inglesi utilizzavano male i cannoni e i fucili ai loro tempi.»
Nota mia: (ricorda più di una recente campagna elettorale… )
704 «Oh, figliolo, ma non vi insegnano proprio niente in quelle vostre scuole alla moda? Non dovrebbe essere permesso, no, non dovrebbe proprio. Caspita, proprio qui nel Preambolo, c’è scritto chiaro come il sole che “Noi, il Popolo” stiamo scrivendo questa cosa “così da formare un’Unione più perfetta, amministrare la Giustizia, assicurare Tranquillità domestica, fornire la difesa comune” eccetera. Dove sta la perfetta unione se si lascia che i Muli controllino il genoma umano? Questo non fa altro che separare ancora di più le persone. Dove sta la Giustizia nel non permettere al bimbo di Abby e Joncey di partire dalla stessa base di un bambino Mulo? Come può creare tranquillità domestica? Che diavolo, crea invidia e risentimento ecco cosa crea. E che caspita può essere, sulla verde terra del buon Dio, la “difesa comune” se non la difesa della gente comune, i Vivi, in modo che possano avere dei figli che contano esattamente come un bimbo modificato geneticamente? Abby e Joncey stanno combattendo per loro stessi, proprio come i genitori naturali di ogni posto, e la Costituzione dà loro il diritto di farlo, proprio lì, in quel sacro paragrafo.»
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Il libro mostra il carisma, il settarismo, il credo religioso messianico che però si fonda sul nemico da creare, da perseguire e distruggere perché ad esso è attribuito il male. Tale attribuzione è conferita per la fede. Esclusivamente per la fede. Il complotto è il teatro che risolve tutto.
1178-1179 «Miranda, non conosco la parola giusta per descrivere come diventa la gente quando non si sente più ferita e sola. Però le accade qualcosa. Quando continua a prendere quel genere di neurofarmaci per non sentirsi “se stessa”, presto non riesce più a sentire nemmeno l’altra gente. Diventano tutti come gli amici di Cazie, e forse come la stessa Cazie, non so. Cazie è buona, in fondo, ma ha inalato tanta roba per coprire la propria sofferenza che non si è più accorta nemmeno della sofferenza di Jackson e, dopo, non si è più accorta nemmeno di Jackson. Lui è solo un altro mobile nella sua vita, un altro robot. «Le persone devono soffrire. Devono permettersi di sentire la sofferenza. Devono sopportarla e non cercare di eliminarla con l’Endorbacio, i neurofarmaci, il sesso, i soldi: è l’unico motivo per cui sappiamo che dovremmo fare qualcosa di diverso, che dovremmo continuare a cercare con più impegno dentro di noi e dentro gli altri. Non si può solo aggirare il dolore, bisogna passarci attraverso per arrivare dall’altra parte, dove l’anima è… Oh, non lo so! Non sono abbastanza intelligente per sapere! Nella mia modificazione genetica embrionale è andato storto qualcosa, non sono intelligente come Cazie o Jackson, ma so che dovresti darci altre siringhe del Cambiamento perché i bambini vivano abbastanza a lungo da sentire il proprio dolore e cominciare a imparare. Forse non avresti dovuto darci le siringhe. Però lo hai fatto e ora i Vivi non possono sopravvivere senza perché noi Muli li abbiamo lasciati in asso e controlliamo tutte le risorse. Ci devi dare altre siringhe del Cambiamento perché quei bambini possano vivere abbastanza da cercare quello che importa davvero.
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1241-42 Eden. Per quanto tempo ancora? C’erano siringhe nascoste, probabilmente, famiglia per famiglia, in tutte le enclavi, una o due qui, altre lì. I neonati sarebbero stati iniettati, segretamente, prima che gli outsider venissero a conoscenza dell’esistenza delle siringhe per poterle rubare. Quando le siringhe messe da parte fossero finite tutte, il tasso di natalità sarebbe crollato anche più di quanto già non avesse fatto, quando i genitori Cambiati avessero preso in considerazione i problemi relativi a malattie e al bisogno di cibo dei figli non-Cambiati. Alla fine la gente avrebbe ricominciato comunque ad avere bambini, perché succedeva sempre così. A quel punto la medicina si sarebbe ripresa dal febbricitante coma di ricerche nel campo delle droghe del piacere e i Muli se la sarebbero cavata bene, più o meno come avevano sempre fatto, dietro i loro scudi a energia-Y, sempre più impenetrabili, che si sarebbero estesi ogni anno a causa della necessità di destinare aree sempre maggiori all’agricoltura, alle industrie casearie e a quelle di sintesi della soia. Le enclavi si sarebbero adattate. Avevano tutta la tecnologia per riuscirci. Non ci sarebbe stata alcuna cacciata dall’Eden. E i Vivi? Non c’era bisogno di chiedersi cosa sarebbe accaduto loro. Accadeva già. Carestia, morte, malattia, guerra. Alla fine, avrebbero imparato nuovamente le tecniche per la sopravvivenza. Se invece il neurofarmaco che inibiva la tolleranza per le novità avesse continuato a diffondersi, non avrebbero imparato. Sarebbero rimasti attaccati alle vecchie mansioni adatte a corpi Cambiati che la nuova generazione non avrebbe posseduto. I Muli, inaspriti dalle Guerre del Cambiamento e consci che i Vivi non erano più necessari economicamente per almeno tre generazioni, non avrebbero fatto nulla. Genocidio tramite immobilismo universale. Il Signore non aiuta i cerebrochimicamente incapaci di aiutare se stessi, troppo terrorizzati dai cambiamenti per lasciare che qualcuno si avvicini loro e che hanno perso da poco i loro ultimi paladini extraterrestri.
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1253 PARTE TERZA MAGGIO 2121 È impossibile, per una creatura come l’uomo, restare completamente indifferente riguardo al benessere o al malessere dei suoi simili e non essere pronta, per proprio conto, a stabilire, nel caso in cui non abbia particolari impedimenti, che ciò che promuove la loro felicità è bene e ciò che porta alla loro afflizione è male. DAVID HUME, Ricerca sui principi della morale
Di certo è auspicabile una lettura di entrambe le opere. Comunque, poiché lo stile di entrambi è corredato da rimandi continui, in cui i personaggi, il tempo, gli avvenimenti, riemergono in una ripetizione concentrica per l’acquisizione di sempre nuovi elementi e in parallelo, in una dinamica a spirale, nel ritorno degli scenari, ma da punti di vista sempre diversi, si ha che ogni pagina è una vertigine cui attingere senso e significato.
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Lo stile di “Io è un altro” è un flusso di coscienza, ma non nel senso tradizionale letterario cui siamo abituati dalle letture scolastiche circa gli scrittori del primo novecento. Benché i segni di interpunzione siano latitanti, vi sono strutture nascoste che facilitano il lettore senza che se ne possa rendere conto in modo immediato.
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Tale stratagemma non è offerto per una dimostrazione virtuosistica delle straordinarie capacità di scrittura dell’autore. Seguono infatti precise logiche dei temi dispiegati nella composizione letteraria.
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Questo romanzo, come il precedente, dispiega una imponente richiesta di Dio. Della divinità che appartiene alla comunità culturale del protagonista, Asle, che è cattolico, e si estende a interpretarla nelle indefinite variazioni di ogni essere umano, anche di quelli che dichiarano un orientamento prevalentemente laico, agnostico, ateo, o di istintiva aderenza alla mistica e al mistero mondano.
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E per questo richiamo universale lo stile di scrittura individua una precisa forma di preghiera. La speranza è la manifestazione di una concezione del futuro, in cui si richiede una possibilità a ricevere una risposta. La preghiera è il senso di una mancanza, ovvero della dichiarazione che vi è ciò che è ulteriore rispetto a sé, che vi è l’altro, il mondo, me stesso, un altro me stesso, un altro in tempi paralleli, o incomunicabili, oppure ancora traslati. Che vi è la possibilità in cui il tempo fluisce in una memoria che è viva e concreta.
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Lo stesso vivere del protagonista, assieme a quello dell’altro e degli altri, costituisce un coro, che estende la richiesta all’onnipotenza in un crescendo indefinito e quindi universale. Questa preghiera è il significato del vivere nel tempo verso uno scopo.
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Il romanzo offre molteplici chiavi di lettura, che, però a mio modestissimo parere consiglio di lasciarle emergere nel corso della lettura, perché ed è qui la grandezza di Jon Fosse, che è prima di tutto una trascrizione orale. Nei dialetti della lingua norvegese vi sono cantilene tipiche di un luogo di provenienza dello stesso autore, contraddistinte dalla ripetizione delle frasi, ove si genera un contrappunto tra i dialoganti. Tale caratteristica permette al lettore di avere un filo che ricostruisce ogni volta la trama degli eventi.
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È una lettura ipnotica, e non può che essere tale, perché è rivolta ad un pubblico, cui si richiede di divenire parte del coro. Se il lettore non fugge, quasi per incanto, si trova in modo prosodico quasi “rapito” da questa preghiera così semplice, ma impressionante nel suo crescendo, da divenire familiare.
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E diventa proprio una parte di sé, perché richiama il nostro passato, il nostro vernacolo: mamma, nonno, nonna, zia, fratello, sorella, il luogo dei giochi e quello della crescita, la lacrima del dolore e l’urlo della paura, e la meraviglia giocosa del mondo e dell’amore, tra la nascita, il vivere, l’invecchiare e il morire.
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Consiglio, ogni tanto, di ricercare, anche in rete i significati dei nomi norvegesi utilizzati: si avranno ulteriori chiavi di lettura, segno questo che l’opera non è un flusso inconscio scritto in modo disordinato e veloce. No, e sebbene magari pagina per pagina per le singole situazioni, possano essere state impiegate tecniche stilistiche poetiche e drammaturgiche (ricordiamoci che Jon Fosse è anche un autore di sceneggiature teatrali), in queste appaiono connessioni altamente sofisticate.
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E non può che essere così, perché è la stessa matrice di questo scritto: una preghiera che si snoda in un rosario, il quale è il diario del nostro vivere.
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In questa confessione corale l’antagonista, il pubblico, il palcoscenico della memoria sdoppiano e triplicano i personaggi in base alla speranza di richiamare un tempo circolare, che non è perduto, ma presente, perché contiene il destino e le vite parallele che oscillano tra il presente e il passato. Codesto vivere non segue una linearità verticale da un prima e un dopo, ma è ad esso ortogonali: oscilla nell’attimo della confessione. In tale postura il lettore non è un sacerdote seduto e separato, ma partecipa con lui, e di lui.
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Il rosario è la preghiera, cioè il richiamo all’ultramondano, il contatto nel tempo, la rimessa in atto del tempo ciclico.
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145-48 a stabilire del tutto se sia Dio o lei a essermi accanto e Ales dice che non serve che io ci pensi, mi dice e rimango seduto stringendo la croce in fondo al rosario e poi prego che, lì dove si trova, Ales stia bene, che Dio sia buono con lei e Ales mi chiede come io faccia a non capire che sta bene e allora le dico che sì, me lo sento dentro, dico e che avverto la sensazione di non voler dipingere mai più, dico e Ales dice che mi capisce, ho dipinto così tanti quadri, ho fatto la mia parte, forse ho dipinto i miei quadri, ciò che avevo bisogno di dipingere, dice e anche se non dipingerò più me la caverò, ho abbastanza di che vivere, dice Ales e io dico di sì e lei dice che forse non manca ancora molto tempo prima che anch’io ritorni a Dio, ritornerò là da dove sono giunto, a ciò dove è lei adesso, dice Ales e penso che è così, una persona viene da Dio e ritorna a Dio, penso, perché il corpo viene concepito, cresce, decade, muore e scompare, invece lo spirito è un’unità di corpo e anima, così come in un buon quadro forma e contenuto rappresentano un’unità invisibile, sì, che costituisce lo spirito del quadro, per dirla così, proprio come avviene in tutte le opere d’arte, e anche in una buona poesia, sì, in un buon brano musicale, sì, è quest’unità a essere lo spirito presente nell’opera ed è lo spirito, l’unità di corpo e anima, a sorgere dai morti, sì, che è resuscitata nella carne, e questa resurrezione avviene in continuazione ed è eterna perché, non appena muore, un essere umano viene mondato della colpa, ciò che lo separava da Dio è scomparso perché è di nuovo presso Dio, sì, è questa l’immagine più profonda che ho dentro di me, quella a cui tutte le altre che ho cercato di dipingere si sforzano di somigliare, questa immagine interiore che è una specie di anima e una specie di corpo in uno, sì, che è il mio spirito, e quello che chiamo spirito, ritorna a Dio e diventa parte di Dio e al contempo rimane sé stessa, penso e Ales dice che è così, fino a dove ci si può spingere con il pensiero e a parole è così, ma non lo si può dire a parole, dice Ales e dico che no, certo che no, e dico che tutte le religioni e le confessioni dicono, o cercano di dire qualcosa al riguardo, e tutte ci riescono ma in modi diversi, sono come la lingua, dico e in realtà tutte dicono soltanto una piccolissima parte della realtà, sì, e come io stesso ho ripetuto così tante volte, pensa che infinità di nomi ci sarebbe stata se tutti i colori avessero un nome, dico e Ales dice che anche senza la lingua non sarebbe stato meglio e adesso possiamo parlare insieme perché abbiamo la stessa fede, la stessa lingua, sì, ma sono i nostri angeli a renderlo possibile, dice Ales, perché in realtà adesso sono il suo angelo e il mio a parlare insieme e affinché un angelo esista bisogna credere che sia così e per dirlo servono le parole, avere la parola angelo, e se uno non crede che Dio esiste, allora Dio non esiste, né durante la sua vita né quando è morto, per cui la parola Dio è necessaria, ma nel profondo tutti credono in Dio, semplicemente non lo sanno, perché Dio è così vicino che non lo notano ed è così lontano che anche per questo motivo non lo notano, ed è così anche con l’angelo, con gli angeli, e comunque tutti i morti sono presso Dio, sono ritornati a Dio, semplicemente non lo sanno, dice Ales e io non so se capisco del tutto quello che dice e non so del tutto cosa dire e allora le dico che sento la sua mancanza e Ales dice che anche lei sente la mia ma, anche se non siamo più insieme sulla terra in maniera visibile, siamo comunque insieme in maniera invisibile e in effetti lo sento, mi dice e le dico che lo stesso vale per me e io e lei riusciamo persino a parlare insieme, dico e Ales dice che possiamo farlo, ma solo perché ci sono i nostri angeli e perché io dico o penso le sue parole, non è lei a pronunciarle, per lei tutto quanto esiste è lingua poiché Dio è la purezza della lingua, la totalità della lingua, la lingua priva di divisioni e fratture, sì, lo si può anche esprimere così, dice Ales e poi aggiunge che tra non molto saremo inseparabilmente insieme in Dio, noi due insieme, come sulla terra, ma in Dio, dice Ales e non può dirmi com’è perché risulta inimmaginabile all’essere umano, dice Ales e le dico che sono stanco e Ales dice che posso andare a coricarmi, sì, è quello che devo fare, mi dice e seduto sulla mia sedia guardo la mia linea di orientamento sull’acqua, quasi al centro del mare di Sygnesjøen, verso le onde e la voce di Ales svanisce e stringo la croce del Rosario, vedo le parole davanti a me e dico dentro di me Pater noster Qui es in cælis Sanctificetur nomen tuum Adveniat regnum tuum Fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra Panem nostrum quotidianum da nobis hodie et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris Et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a malo e sposto il pollice e l’indice in alto, sul primo grano che si trova tra la croce e i tre grani successivi e recito dentro di me Padre nostro che sei nei cieli Sia santificato il tuo nome Venga il tuo regno Sia fatta la tua volontà così in cielo come in terra Dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male e sposto il pollice e l’indice in basso, sulla croce marrone di legno, la stringo e ripeto in continuazione dentro di me mentre inspiro profondamente Signore e mentre espiro lentamente Gesù e mentre inspiro profondamente Cristo e mentre espiro lentamente Abbi pietà e mentre inspiro profondamente Di me
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172-175 aveva scritto Meister Eckhart, diceva Ales e diceva che quando sentiva il modo in cui molti cristiani abusavano del nome di Dio allora pensava che, se Dio fosse stato così come loro credevano fosse, allora lei non avrebbe potuto credere in Lui, sosteneva, ricordo che me l’aveva detto uno dei primi giorni in cui stavamo insieme, penso e ho letto sicuramente troppo poco, ma ogni tanto ho avuto modo di leggere la Bibbia e ci sono dei passi che mi hanno dato molto, forse più di tutti dove dice che il regno di Dio è dentro di te, dentro di noi, dentro di me, perché avverto perennemente qualcosa di paragonabile alla presenza di Dio, penso e Ales diceva che forse quello che percepivo era l’angelo custode? o forse lo Spirito Santo che era vicino a me? diceva, penso, ma quelle erano solo parole, perché in realtà qual è la differenza? penso e penso che la Bibbia vada interpretata, vada letta metaforicamente, sì, come un’immagine, come un quadro, con la propria verità, perché la Bibbia è letteratura e quando si arriva al nocciolo della questione la letteratura e l’arte visiva sono la stessa cosa, credo, e la Bibbia va capita partendo dal suo stesso spirito, perché la lettera dell’alfabeto uccide, mentre lo Spirito dà vita, come scrive Paolo, penso, perché, anche se la Bibbia è letteratura, è anche molto più di essa, penso e per quanto mi riguarda, sono quasi al limite di ciò che significa far parte della Chiesa cattolica, penso, o forse sono un outsider, visto come la penso, eppure ho trovato il mio posto nella Chiesa, penso, e considerarsi cattolici non è soltanto una questione di fede, ma è un modo di vivere la propria vita e nel mondo che può somigliare all’essere un artista, perché anche essere pittore è un modo di vivere, un modo di esistere nel mondo, e per me questi due modi di essere nel mondo si sposano bene perché entrambi creano, per dirla così, una certa distanza dal mondo mentre al contempo indicano qualcos’altro, qualcosa che è presente nel mondo, qualcosa di immanente, come dicono, e qualcosa di lontano dal mondo, qualcosa di trascendente, come dicono, e tutto questo è alquanto incomprensibile, penso e penso ancora una volta che il regno di Dio è presente dentro di me, perché esiste un regno di Dio, penso e lo si può percepire quando mi faccio il segno della croce, penso e mi faccio il segno della croce, e mi faccio il segno della croce in continuazione, ma soltanto quando sono solo, tranne in Chiesa, e sono capace di ripetere questo gesto più volte al giorno, quando vengo sopraffatto dal dolore, ma anche quando mi sento colmo di un profondo senso di gratitudine, sì, anche in quel caso, e mi faccio il segno della croce in continuazione e in esso è presente una forza, sì, e questa forza c’è di sicuro, per quanto sia impossibile stabilirne la natura, perché è priva di parole, ma c’è e questo è un dato di fatto ed è impossibile capire perché è così, ci risulta incomprensibile, penso e guardo tutti i rosari appesi alla parete più corta, sopra la panca, perché ne ho tanti, me li ha dati tutti Ales, e adesso quelli che mi ha dato Ales sono appesi insieme ai suoi otto a un gancio sopra l’estremità della panca, a parte quello che porto sempre indosso, penso e penso che anche nell’eucarestia ci sia una strana forza, sì, ogni volta che il sacerdote solleva il pane durante la consacrazione, come la chiamano, affinché diventi il corpo di Cristo, dall’ostia si sprigiona una sorta di luce, sì, la vedo, la vedo con i miei occhi, dall’ostia si diffonde una debole luce che può essere più forte o più fioca, oppure proviene dall’aureola che la circonda, a volte questa luce la si intravede soltanto, sì, come se fosse avvolta da una nebbia, però è possibile percepirla anche in questa specie di foschia, o invece appare come un’aureola distinta intorno all’ostia, è qualcosa di incomprensibile, ma sono consapevole di ciò che vivo, so ciò che percepisco, e sicuramente potrebbe anche essere frutto della mia immaginazione, e allora? penso e penso che le parole, sì, la lingua, ci connettono a Dio e allo stesso tempo ci separano da Lui, penso e adesso fa così freddo che devo accendere la stufa, penso e mi alzo e Brage cade per terra, mi ero dimenticato che dormiva sulle mie gambe, anche questo non va bene, penso e Brage mi guarda con i suoi occhi di cane, mi dirigo verso la stufa e aggiungo un po’ di trucioli, dei rametti e un ciocco, accendo e il fuoco comincia subito ad ardere, aggiungo un altro ciocco e guardo la legna e penso che non sarei mai diventato cattolico se Ales non lo fosse stata a sua volta, ma lo sono diventato anche perché non potevo continuare a bere come facevo, alla fine bevevo quasi ininterrottamente, ed era impensabile che continuassi così perché, se volevo dipingere bene, dovevo essere sobrio e anche se bevevo poco, perdevo la concentrazione e la precisione che richiede la pittura, quindi o la pittura o l’alcol, penso e quando è sparito l’alcol, il suo posto è stato preso dalla messa, perché in un certo senso tutti hanno bisogno di qualcosa, penso e penso che nell’ultimo periodo in cui io e Ales abitavamo a Bjørgvin, trascorrevo la maggior parte del tempo al Pub, penso e Ales era venuta a prendermi in più occasioni, penso, perché mi capitava di bere giorno e notte e non mi sono mai pentito di essermi convertito, perché diventare cattolico, e non solo avvertire costantemente la presenza di Dio come facevo anche prima della mia conversione, mi ha fatto solo bene
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210-213 richiudo la porta e penso che avrei dovuto dipingere un po’ e in quello stesso istante è come se una sorta di buio cadesse sopra e dentro di me e penso di non avere più la forza per dipingere, ho fatto la mia parte, ho dipinto tutto ciò che dovevo dipingere, adesso ho chiuso con la pittura, non voglio più dipingere, penso, adesso basta, penso e vado in soggiorno e vedo sul cavalletto quel brutto quadro con le due linee che s’intersecano, no, non mi va più di vederlo, e non ho neanche la forza di toglierlo dal cavalletto e aggiungerlo alla pila di dipinti che non sono ancora finiti, quelli di cui non sono del tutto soddisfatto, non ne ho la voglia e non ne ho la forza, penso e guardo il cavalletto e penso che, ora che lo sto guardando, non è come se, è il pensiero che mi passa per la testa in questo momento, sì, non è come se in esso ci fosse anche Dio, nel cavalletto? e di sicuro sto impazzendo, penso, perché è come se Dio mi guardasse da ogni piccola cosa, penso e mi guardo intorno ed è come se Dio fosse presente in tutto ciò che mi circonda, penso, ed è come se mi guardasse da ogni cosa, penso e penso che il tavolo rotondo non mi sta forse dicendo con il suo silenzio che Dio è vicino? e le due sedie? e in maniera così netta quella dove si sedeva Ales, Dio mi vede assolutamente da quella sedia, penso e penso che è quando sono solo nella mia oscurità, nella mia solitudine, perché a essere sinceri si tratta proprio di solitudine, è quando riesco a stare il più possibile in silenzio che Dio è più vicino, nella sua lontananza, e sono, sì, quasi come un monaco, penso e mi viene da ridere perché è difficile immaginarsi qualcuno che sia tanto più diverso da un monaco di me, o forse c’è una certa somiglianza perché anch’io mi sono ritirato dalla vita, un po’ come un monaco, penso, per immergermi in questo dipingere privo di parole, sì, nella solitudine, come mi verrebbe da dire se non suonasse così sbagliato, penso, però in effetti mi sono ritirato nella preghiera silenziosa della pittura, forse questo modo di esprimersi è più corretto, eppure anche così suona sbagliato, penso, e mi sono ritirato anche nella quiete che infonde la pittura, penso, ma si tratta di parole troppo grandi, e false, la verità è molto semplicemente che, giorno dopo giorno, per tutti questi anni non ho fatto altro che dipingere, con tutta l’umiltà che possiedo ho continuato a dipingere e probabilmente devo continuare, perché cos’altro saprei fare? ma non voglio più dipingere, penso e se non voglio più dipingere, non ne ho più bisogno, penso e penso che Dio si celi sempre, è come se si mostrasse nascondendosi, nella vita, nelle cose, in tutto ciò che è, sì, certamente anche in un quadro, e forse è proprio così, che più Dio si nasconde più Lui si mostra, e viceversa, sì, più Lo si vuole mostrare, viene mostrato o si suppone che sia questo o quello, più si nasconde, penso, Dio si manifesta nascondendosi ed è in questo nascondimento che c’è Dio, è nel nascondimento di Dio che posso dimenticare me stesso e nascondere me stesso, soltanto lì, penso, ed è una cosa impossibile da capire, è incomprensibile, ma è proprio quando capisci di non poter capire Dio che allora Lo capisci, ed è così ovvio che non c’è neppure bisogno di essere detto, e non c’è bisogno di essere pensato, sì, è palese come il fatto che le parole di Dio sono silenziose, penso, perché in realtà è quello che sono, ma anche questo è ovvio, perché Dio parla in silenzio da tutto ciò che è, e questo silenzio è stato spezzato solo quando la Parola è venuta nel mondo, quando Cristo è giunto sulla Terra, soltanto in quel momento si è potuta sentire la parola di Dio, sì, la si può pensare anche così, ma ci credo veramente? penso, ma ha senso? penso, no, forse no, o forse uno può essere nascosto in Cristo, nelle sue parole, ed è per questo che c’è speranza nel grande silenzio di Dio? ma ci credo? no, forse no, non alle parole, ma non ho bisogno di credere alla presenza di Dio, perché più sono buio più Dio è vicino, penso, è un fatto, penso ed è qualcosa che penso sempre anche se con questo mio pensiero non riesco a spingermi oltre, l’unico modo in cui ci riesco è con la pittura, oltre? cosa intendo dire? penso, perché ho appena pensato che non voglio, non ho più la forza di continuare a dipingere, penso e guardo la sedia dove si sedeva Ales e penso che la lingua silenziosa che proviene dalla sedia è reale, è ridicolo, ma lo penso seriamente, sì, che il parlare silenzioso di Dio viene dalla sedia, sì, Dio mi guarda e mi parla in silenzio dalla sedia di Ales, penso, perché vi è nascosta una quiete in tutto ciò che è ed è questa quiete silenziosa a costituire l’elemento più intimo di tutta la realtà, penso, ed è questa quiete muta a incarnare il silenzio creatore di Dio, come diceva Ales, perché Dio è una luce non-creata, diceva e io stesso sperimento di persona che è il buio più nero a essere la luce di Dio, questo buio che può essere dentro e intorno a me, sì, il buio che ora mi sento di essere, perché nel buio c’è una quiete dove risuona silenziosa la voce di Dio, penso e guardo la sedia vicino al tavolo dove mi siedo sempre e vado verso la sedia, mi siedo, trovo il mio punto di riferimento e guardo verso quel punto, guardo le onde e penso che, quando guardo come in questo momento il mare, spesso prego in silenzio e allora anche Ales è vicina, e i miei genitori, e mia sorella Alida, e Nonna, e Sigve, e divento quieto e muto dentro di me e penso che in tutti gli esseri umani alberghi un anelito profondo, perché aneliamo sempre, sempre, a qualcosa e crediamo che sia questo o quello, questa cosa o quella, ma in realtà aneliamo a Dio, perché l’essere umano è una continua preghiera, attraverso il suo anelito l’essere umano è una preghiera, penso e guardo la sedia accanto a me
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245-47 Sì, dico E Sorella si chiama Guro, anche se la chiamo sempre e soltanto Sorella, dice Guro, sì, dico Allora siamo d’accordo che quest’anno andiamo insieme con la mia Barca a festeggiare il Natale a casa di Sorella? dice Åsleik Sì, dico Dobbiamo fare un brindisi, dice e Åsleik alza il suo bicchierino d’acquavite e io il mio con l’acqua e brindiamo e di colpo qualcosa mi assale, come una paura, sì, mi sento quasi sopraffatto dallo stesso terrore, dalla stessa angoscia che mi veniva quando dovevo leggere ad alta voce al Liceo e dico che ho bisogno di tornare a casa, dico e Åsleik mi guarda senza capire Accidenti, che fretta, dice Sì, dico e mi sono alzato e lo ringrazio per l’ottima cena, il cibo era buonissimo, dico Ma perché te ne devi andare così all’improvviso? dice Åsleik e non so cosa rispondergli e dico solo che mi è venuta in mente una cosa e aggiungo che ci sentiamo presto e mi dirigo verso la macchina e noto che la paura è diminuita, accendo l’auto e penso che adesso ho bisogno di recitare dentro di me un’Ave Maria, di solito mi aiuta quando vengo assalito dal terrore, cosa che capita, anche se non così spesso, e mai senza un motivo specifico, e dico l’Ave Maria e di solito serve, penso e, seduto in macchina, tiro fuori il rosario da sotto il maglione e penso se ci credo davvero in tutto questo, no, in realtà no, penso e stringo la croce tra il pollice e l’indice e dentro di me dico Ave Maria Gratia plena Dominus tecum Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui Iesus Sancta Maria Mater Dei Ora pro nobis peccatoribus nunc et in hora mortis nostræ e sposto il pollice e l’indice in alto sul primo grano e dico dentro di me Pater noster Qui es in cælis Sanctificetur nomen tuum Adveniat regnum tuum Fiat voluntas tua sicut in cælo et in terra Panem nostrum quotidianum da nobis hodie et dimitte nobis debita nostra sicut et nos dimittimus debitoribus nostris Et ne nos inducas in tentationem sed libera nos a malo e sposto il pollice e l’indice in basso sulla croce e dico Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra dacci oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male e stringo la croce marrone di legno tra il pollice e l’indice e poi dico, continuo a ripetere dentro di me, mentre inspiro profondamente Signore e mentre espiro lentamente Gesù e mentre inspiro profondamente Cristo e mentre espiro lentamente Abbi pietà e mentre inspiro profondamente Di me
Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…