CONSIGLI DI LETTURA: L’oscuro visibile di William Golding

L’oscuro visibile di William Golding (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttore), 2022, Mondadori, Milano,
(Ed. originale. Darkness Visible, 1979)

Il destino di personaggi di varia umanità intrisi della propria mediocre crudele meschinità, con l’appuntamento verso il proprio naufragio, nel tentativo flebile di mantenere una luce di consapevolezza su sé e il proprio vivere.

È una lettura che disturba l’emotività, perché la commozione eventuale non svolge una funzione catartica e la rabbia cresce fino ad implodere contro di sé. L’oscuro visibile non è una zona di ombra scura tra due pareti soleggiate e non è neanche una via che si inoltra nel bosco, ove nell’ingresso finiscono le file dei lampioni stradali.

Avvertiamo l’oscurità nella mancanza di luce, o per meglio dire nell’impossibilità manifesta di guardare che è un indice della cecità. In questo luogo possiamo scorgere le forme, perché indichiamo e nominiamo gli ambienti, e tra essi qualifichiamo quelli nitidi ed opachi, la notte e il giorno. Abbiamo gli oggetti e gli attributi. L’oscuro visibile non è mostrato nell’oggetto indistinguibile, nella notte di nebbia senza le stelle e senza la Luna. Non è il cono d’ombra tra due fiamme. Non è il luogo della mancanza di luce, tra gli altri luoghi quotidiani. L’oscuro visibile è avvertito per negazione, ovvero nell’impossibilità del visibile da parte dei nostri apparati visivi, tattili e cognitivi di qualificare ciò che innanzi si manifesta. La totalità del mondo si presenta con una radicale mancanza nel poter affermare di essere tutto quello che esiste e che vi è.

L’oscuro visibile non è in un luogo specifico, o in un qui, o in dopo, perché è connaturato ad ogni oggetto che ci pare chiaro, godibile, descrivibile, giudicabile, è invece, ovunque, in ogni parola ed elemento per noi familiare.

Se, poi, tra i vari oggetti spaziali, ci rivolgiamo ai nostri stati emotivi, alle nostre volizioni, ai pensieri che moralmente si avvicinano ai tabù, ecco che il peso del nostro corpo avverte tale oscurità, ma non tanto perché vi è un masso esterno che ci schiaccia, quanto invece nell’emergere del presentimento che tutto ciò che ci definisce nel corpo, nella persona e nell’io sia flebile e intrinsecamente fragile. Ci pesa tutto, perché rischiamo continuamente di implodere nella possibilità di non reggere i nostri sistemi valoriali e comportamentali.

I protagonisti sono stati vittime dei loro genitori, e a loro volta carnefici del proprio passato, dell’esser stati infanti e violenti contro il prossimo nell’aggressione fisica, nella manipolazione, nella calunnia, nel piacere del male e nella voluttà verso i vizi capitali. Il piacere si paga e non soddisfa. Si cede alla pigra visione della sopravvivenza e della fuga delle proprie bugie, attuando riti sacrificali in cerca di vittime che certifichino un sistema di vita coerente con i propri modelli del mondo che si sa, nel fondo, essere incoerenti, incompleti, falsi, truffaldini.

Si scava con le mani la parte di una cava in cui si sta sprofondando, nel risalire su con le ossa strappate a chi, ignaro, si fida della richiesta di aiuto.

Un pedofilo che condanna il suo vivere in una risposta finale, un ragazzo uscito vivo per miracolo dai bombardamenti e sfigurato per sempre in un destino che lo accompagnerà in un sacrificio all’interno di un tragitto di passione, una figlia in preda a desideri incestuosi e in una consapevole ricerca di sopraffazione contro il prossimo, una sorella perennemente assente e vuota se non di cospirazione e fuga da tutto. È una costellazione di varia umanità inchiodata nei propri vizi e nelle proprie debolezze, che cerca di rivestirsi in una maleodorante ed ipocrita esistenza, che permette di rimanere a galla, ma in una pozza sempre più fetida e stagnante, prima dell’attimo finale di sprofondare in un mediocre oblio.

La scrittura è sovrabbondante, a tratti, di dialoghi, e di primo impatto si ha l’impressione di un lungo indugio nella scansione degli eventi, comportando uno sforzo emotivo costante nel reggere la tensione dei vari climax che si susseguono. Tale ridondanza, però, ha lo scopo di analizzare quasi in modo chimico le intenzioni, le posture, gli atteggiamenti, le bugie, i sotto intensi, per offrire un quadro prospettico della condizione di esistenza terribile che è il tratto comune di ogni individuo. La stanchezza che ne risulta dalla lettura ha lo scopo di ingannarci, perché vuole sedurci in modo sottile a immedesimarci nei protagonisti, svuotandoli però delle loro caratteristiche, affinché noi si sia costretti a prenderne in loro posto. E quindi, piano piano, gli oggetti della tesi del libro, diventiamo noi stessi. Se andiamo avanti a leggere in modo più profondo ed emotivo, ci si rende conto che noi stessi possiamo diventare così, anche in una ipotesi assurda e improbabile.  

Il regalo amaro di questo volume è la consapevolezza che non è impossibile diventare così abietti, perché è anche un nostro tratto distintivo in potenza.

Arrivato a questo approccio, il lettore si potrebbe domandare il motivo di giungere fino in fondo, dato che si avverte sempre più la sensazione di non avere una via di uscita. Eppure, nonostante lo scoramento, Golding ci offre una porta: se accettiamo questa passione dolorosa, è possibile che la luce fioca che siamo, anche essendo intrisa di una oscurità infinita e indicibile, ha la possibilità di vedersi.

Quest’opera è una locomotiva che ci arriva addosso. Non si può scappare. Si ferma istantaneamente nel momento in cui si ammette che il mostro che sta arrivando, è semplicemente la nostra terribile intimità.

Se si adotta una lettura superficiale, si rimane nelle rive della lettura pruriginosa nel contemplare la voluttà malata. Se si ha la volontà di immergersi veramente nell’opera, si ha in dono tutto se stessi, ma ciò costa una dolorosa fatica. Sì, nonostante il cinismo che impregna ogni riga, il fuoco, il segno del volto sfigurato da parte di alcuni protagonisti, i percorsi tragici hanno un significato escatologico di speranza. Golding non li argomenta in modo esplicito, ma ci invita a viverli a percorrerli a ripercorrerli, nella speranza della propria Pasqua personale.

CONSIGLI DI LETTURA: Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra

Le avventure del bravo soldato Svejk nella
Grande Guerra di Jaroslav Hasek (Autore),
Annalisa Cosentino (a cura di), Mondadori, Milano, 2016

Il bravo soldato Svejk: l’anti Socrate moderno.  

“Le avventure del bravo soldato Svejk nella grande guerra” talvolta è reputato un romanzo, sebbene sia una sequenza di racconti scritti per le riviste, successivamente accorpati in tomi pubblicati via via che raggiungevano un nucleo narrativo autonomo.

È un’opera unica incompiuta e non poteva che essere così, dato che retrospettivamente narra la biografia intellettuale dello scrittore durante la grande guerra, traslandola nel protagonista. Nelle intenzioni dell’autore i racconti erano coevi quasi alla fine della grande guerra, ma nella scrittura si giunse ad una critica degli assetti istituzionali e di potere precedenti e successivi all’evento catastrofico di distruzione immane, inconcepibile rispetto ai secoli passati per l’intensità e il numero delle vittime.

Jaroslav Hasek era un anarchico e più volte perseguitato, multato e condotto in guardina per i suoi articoli e racconti irriverenti, verso gli imperatori, i re, i principi, i generali, gli affaristi, i giudici, i poliziotti e i militari. Ridicolizzò i nazionalismi, ogni etnia appartenente all’ex impero asburgico e tutti i popoli confinanti. Non risparmiò nessuno.

I racconti hanno un’impronta satirica e umoristica che fu la base del successo immediato da parte del pubblico, perché si trovavano soddisfatte le invettive che il semplice cittadino rivolgeva ai preti, alle religioni, ai potenti, ai re, a chiunque altro fosse indicato come prevaricatore, o approfittatore.

Jaroslav Hasek scriveva nelle osterie, nelle birrerie, nei locali malfamati. Si nutriva dei modi di dire, degli improperi coloriti, delle questioni del giorno che catturavano l’interesse delle comunità: dal ricco all’ubriacone, dal mendicante al rinomato professionista. Lui stesso era incapace di regolare il proprio vivere: un matrimonio effervescente e contrastato. L’alcoolismo fu una delle cause principali alla fine del suo vivere all’approssimarsi dei 42 anni, con una degenerazione progressiva nel suo ultimo anno di vita. Mantenne, comunque, l’idea originaria di descrivere gli anni a ridosso e lungo la guerra, per offrire un affresco delle società del periodo, le loro nefandezze e atrocità, i pregiudizi e i rispettivi limiti.

Nonostante che ritenesse il vivere comune sotto una continua oppressione da parte delle ideologie, delle parole di ordine, riteneva, senza averne un pensiero strutturato, che tutte le istituzioni del secolo passato e quello appena iniziato, fossero destinate al crollo, se non altro per i propri limiti interni, per i vizi, le furberie di piccola visione, e per l’incapacità congenita dei più.

Hasek, tra debiti, denunce, litigi, ottenne un successo diffuso. Scriveva in modo accattivante. Sapeva variare gli stili, utilizzava i modi di dire e i doppi sensi irriverenti, non solo dei cechi, ma di tutte le popolazioni della Germania e dell’ex impero asburgico. Da questo punto di vista si può considerare un etnologo e un antropologo moderno, perché era uno spugna (non solo per l’alcool) ad assorbire gli usi, i costumi, i pregiudizi, le nefandezze, il ridicolo costante degli scopi infranti, da parte delle comunità che lo circondavano.

È una traduzione di alto livello dove sono alternate scritte in lingua originale e la loro relativa trasposizione, in modo che si possano intuire anche foneticamente i doppi sensi, e le incomprensioni possibili, enucleate dai protagonisti, varianti dall’ungherese, al ceco, al tedesco, al polacco, all’yiddish, al russo, al croato, al rumeno, ai dialetti locali.

È un’opera complessa, perché nel suo farsi, migliora progressivamente nella variazione degli stili, nella precisione e nell’inquadramento delle scene nel coinvolgere i protagonisti, che, se agli inizi, erano semplici casse di risonanza dei vaneggiamenti del bravo soldato Svejk, assumono una vita propria, diventando tipiche figure dell’animo umano, nei suoi sogni, nelle sue debolezze e meschinità. La biografia e le caratteristiche morali di ognuno di questi, al di là delle intenzioni originarie dell’autore, configurano una vera e propria commedia umana, che non è idealizzata, ma concretamente sentita vicina e propria alle comunità dei lettori coevi.

Non è solo questa caratteristica stupefacente di partorire un affresco di un romanzo corale, partendo da piccole “pastiche” satiriche per le riviste settimanali o mensili, perché ne emerge un’altra ancora più sorprendente: il prototipo del “cretino” impersonato dal protagonista, si trasforma in un idiota candido come il principe Miskin del romanzo “L’idiota”di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, per evolvere in una sorta di Socrate moderno.

A differenza del Socrate originale che con la sua dialettica rendeva incoerenti le visioni del mondo dei suoi antagonisti e di conseguenza fallace il loro modo di vivere, per spingerli in una tensione verso il vero, il buono e il giusto, il bravo soldato Svejk nella sua candida limitatezza cognitiva assume per valido, migliore, universale ogni concetto, ordine, e parola dei suoi interlocutori, comportando così l’assurdità delle loro visioni del mondo, assolutizzandole come criterio universale della validità del buon vivere e dell’attendibilità della loro efficacia.

Se Socrate portava alla negazione di quanto offerto, Svejk accetta tutto quello che gli si dice come se fosse necessario nel perseguire gli scopi asseriti e indubitabili da parte di ognuno: il risultato è il collasso degli apparati normativi, delle costruzioni morali, perché proprio nella loro diretta messa in opera, mostrano l’inapplicabilità, l’inconsistenza e il ridicolo.

Se Socrate è ironico, Sveik serissimo nei suoi racconti prolissi e talvolta inventati, a sua stessa insaputa agisce in modo satirico, irriverente, che lo porta a subire le punizioni, il carcere, il rischio di essere fucilato, ma come per magia riesce a sopravvivere, perché lui non si difende, dato che conviene a quanto detto da tutti, anche le accuse, determinando la collisione delle volontà e delle autorità che lo vogliono punire.

Hasek vuole mostrare come le istituzioni, il potere, l’ordine e l’onore siano valori finti, che mantengono il controllo dei cittadini indirizzando le loro aspirazioni e limitandoli nei timori, siano vuoti e riescono momentaneamente a mantenere la preminenza solo per la cieca, sciocca, stupida volontà di comandare, producendo così i semi della sua stessa scomparsa, per far posto a un’altra oppressione.

Ciò che affascina è la capacità di Hasek di non aver bisogno di argomentare in modo astruso, ma di raccontare tali avventure in formati in cui miticamente vengono riproposti i topos dei nuclei narrativi della tradizione, riducendoli a una sequenza di scene che via via si connettono l’un con l’altro per costruire un vero e proprio romanzo di formazione, ove Svejk continua a essere un idiota, con tutti gli altri affondando di ridicolo, nel mostrare l’autorità e il potere nel tentativo di prevaricare gli altri.

Quest’opera mostra un affresco reale del vivere quotidiano dell’impero asburgico, assieme a popoli ed etnie diverse, in una disorganizzazione vertiginosa tale, da stupire di come tale apparato sia durato per secoli. In più, mostra tensioni razziali e conflitti territoriali, purtroppo ancora presenti fino ai giorni nostri.

È un romanzo incompleto e non poteva che essere così, sia per la morte dell’autore sia per la struttura stessa dell’opera, dato che narra una vicenda che non è conclusa, ove però i protagonisti ridicoli, letali, pericolosi, ma destinati al fallimento, suggeriscono ancora oggi una malia nel relazionarci con gli altri.

Il lettore si goda quest’opera dove troverà tanti spunti ed analogie nel proprio vivere quotidiano.