Tutti gli articoli di Lino

Tanti anni fa ho cominciato a scrivere poesie, per gioco, inconsapevolmente. Quei versi erano solo miei. Mi facevano compagnia, erano il mio modo personalissimo di esprimermi. All'inizio del 2012 ho cominciato a scrivere con più consapevolezza. Se nel mio primo periodo la mia espressione artistica riguardava la creazione al di fuori di me, ora la materia della mia espressione artistica sono io, le mie emozioni, le mie sensazioni. Un'introspezione dunque, profonda ma liberata. Ora voglio condividere. Ora posso svelare. Con i miei versi. Con le mie poesie.

§CONSIGLI DI LETTURA: ARTEMIS. LA PRIMA CITTA’ DELLA LUNA

Artemis. La prima città sulla luna, 2017, di Andy Weir, Newton Compton Editori, Titolo originale Artemis, 2017 di Andy Weir, Crown Publishing Group, a division of Penguin Random House, LLC.
Traduzione dall’inglese di Marta Lanfranco. 

Le questioni relative al Diritto e alle interazioni sociali riguardano anche la convivenza in piccole comunità umane fuori del pianeta Terra. Già oggi esiste un diritto astro spaziale, e anche di proprietà, simile al diritto navale e internazionale. Gli organismi nazionali e internazionali, veramente e non nei libri di fantascienza, da decenni stanno stabilendo protocolli, intese, linee guida per stipulare codici e leggi adeguate, riferite ad agglomerati stabili in ambienti ostili, dove l’ossigeno è una risorsa scarsa, così come il cibo e il territorio. Il calore è un lusso, così anche un posto per dormire.

Esiste la possibilità che per gli sconvolgimenti ambientali e per la lotta di nuove risorse si avranno nuovi tipi di interazioni sociali insospettate che mutueranno nuove definizioni di “crimine”. Pensiamo solo al 2021 in riferimento alla nuova lotta geopolitica per l’appropriazione delle risorse energetiche e delle terre rare, che può causare disallineamenti tra l’offerta e la domanda, quindi l’inflazione, la recessione. La guerra. La fame.

Quando anche lo spazio è considerato integralmente un bene, i luoghi in cui si cammina (e si respira) divengono un oggetto di contesa. Già oggi emergono nuove domande circa la definizione di nuovi soggetti giuridici. Questo romanzo di fantascienza, seppure nella sua trama avvincente e di fantasia, indirettamente, e forse al di là delle intuizioni dell’autore, mostra che:

NON SAREMO NOI A CREARE LE CITTA’ LUNARI, MA è LA LUNA CHE VERRA’ DA NOI QUI SULLA TERRA. ED è già così NELLA CONTESA DELLO SPAZIO PER LE ROTTE DEI SATELLITI, per controllare il traffico dei dati, ovvero della ricchezza, della vita stessa, del controllo meteorologico, e di una nuova definizione della guerra e degli assetti (astro)geopolitici.

In Artemis sono riprodotte le differenze di ceto e di classe. Nella cupola “Armstrong” lavorano gli operai, i saldatori, gli inservienti. Nella cupola “Aldrin” vi sono i turisti con gli hotel e i mega negozi di lussocostosi. Nella Conrad, il tugurio, dormono gli operai e i poveri.

“[…] Facciamo del nostro meglio per evitare che la polvere lunare entri in città. Non ho saltato la decontaminazione nemmeno quando stavo per morire per la valvola rotta. Come mai tanta fatica? Perché la polvere lunare, se respirata, è estremamente nociva. È composta da minuscole particelle di roccia, che non sono mai state erose dalle intemperie, perché sulla Luna non esistono mutamenti climatici. Ogni pagliuzza è pronta a lacerare i polmoni come se fosse filo spinato. Credetemi, è meglio fumarsi un pacchetto di sigarette all’amianto che respirare quella roba. […]”

Nella Cupola Shepard vivono i ricchi con un arredamento Extralusso pieno di lampadari di vetro con legno. Il vetro costa poco ed è lavorato dai soffiatori di vetro, dato che la Luna è piena di Silicio.

L’aria della Terra è composta per il 20% di ossigeno. Per il resto è costituita da gas di cui i corpi umani non ne hanno bisogno, tipo l’azoto e l’argon. Invece l’aria di Artemis è ossigeno puro a bassa pressione (il 20% di quella terrestre), affinché gli organi interni del corpo umano non ne siano danneggiati. Non è una trovata recente, risale ai tempi delle spedizioni Apollo. Il problema è che, per via della bassa pressione, l’acqua ha un punto di ebollizione più basso. In pratica bolle a 61° Celsius, che è la temperatura massima che possono raggiungere un tè o un caffè.

Il discorso indiretto libero non è scritto in prima persona dall’autore, perché sono gli stessi protagonisti che spiegano l’ambiente rivolgendosi al lettore. Quando rimuginano su di sé, richiamano eventi del passato per svelare la propria personalità o quella degli interlocutori, mostrando la città e i suoi problemi di vivibilità, all’interno di una penuria dei materiali, stando permanentemente in condizioni diverse di gravità

I cibi sono freddi. I liquidi come il caffè non arrivano all’ebollizione: sono imbevibili per i terrestri. Si mangiano alghe: almeno i poveri e gli operai. Il contrabbando è la sopravvivenza e il motivo di rimanere lì, oltre al turismo. L’ossigeno è la materia più preziosa, e il nemico più infido, perché è un comburrente.

Chi parla in prima persona e dirige gli eventi è Jazz, la protagonista proveniente dall’Arabia Saudita, dall’età di sei anni. I bambini non possono essere partoririti sulla Luna, a meno di deformazioni e rischi di sopravvivenza. Si diventa madri sulla Terra.

La città di Artemis è retta dallo stato del Kenya. L’ora della Luna è sintonizzata all’ora terrestre di Nairobi (Kenia). La reggente è Fidelis Ngugi: la ex ministra delle Finanze in Kenya. Il Kenya offriva l’equatore. I razzi che partono da lì, costano di meno per la rotazione della Terra e perché secondo Ngugi, il Kenya era un paradiso fiscale. Gli altri paesi esigono tasse onerose alle agenzie spaziali. Il Kenya no.

La proposta: “<<Jazz, sono un uomo d’affari>>, disse. <<Il mio lavoro è valorizzare le risorse sottovalutate e tu decisamente lo sei>>.

Il concetto di spazio è relativo: un garage è considerato quasi una piazza di una città.

Jazz parla indietro nel tempo con Kelvin., il suo amico epistolare in Kenya e da qui si snoda una storia parallele con le vicende lunari. La narrazione bipartita in due serie temporali dove quella epistolare è antecedente, permette il climax, nel punto di incontro logico delle azioni.

Andy Weir scrive con un linguaggio molto meno diretto e volgare, rispetto all’altro suo famoso romanzo su Marte (Martians). Quest’ultimo aveva uno stile corredato di termini meccanici, astrofisici, Artemis invece è impregnato di chimica, fisica e metallurgia (è l’apoteosi dei saldatori).

L’autore è meticoloso nel rendere la trama verosimile. I protagonisti, infatti agiscono sfruttando le conoscenze fisiche e chimiche degli ambienti non terrestri.

Loretta è una antagonista donna e qui si vede che la moralità di tutti è sfumata.

4614-4619 «Non è solo colpa tua. Ci sono state molte mancanze ingegneristiche. Per esempio, perché i sensori nelle tubature dell’aria non sono stati tarati anche per individuare le tossine complesse? Perché la Sanchez teneva metano, ossigeno e cloro vicino a un forno incandescente? Perché nel Centro di Supporto non hanno dei serbatoi d’aria separati in modo che, in caso di problemi nel resto della città, possano rimanere svegli a risolverli? Perché il Centro di Supporto è centralizzato invece di avere una succursale in ciascuna bolla? Sono queste le domande che le persone si stanno ponendo».

4760-4767 «Ma lo fanno già sotto forma di affitto alla ksc. Introdurrò un modello basato sulla proprietà privata e le tasse, così il benessere della città sarà strettamente legato all’economia, ma non da subito». Si tolse gli occhiali. «Fa parte del ciclo vitale dell’economia. Prima viene il capitalismo senza regole, finché non blocca la crescita. A questo punto subentrano le leggi, la loro applicazione e le tasse. In seguito, benefici pubblici e diritti. Infine, eccessiva espansione e collasso». «Un momento. Collasso?» «Sì, collasso. L’economia è un essere vivente. Nasce piena di vitalità e muore rigida e spolpata. A quel punto, le persone formano dei gruppi economici più piccoli e il ciclo ricomincia daccapo, ma con più sistemi economici, con delle economie neonate come quella di Artemis». «Mmm…», mormorai. «Insomma, per far figli devi farti fottere». Scoppiò a ridere. «Tu e io c’intendiamo alla perfezione, Jasmine».

E da qui consiglio la lettura del libro, senza anticipare gli avvenimenti, perché il ritmo è avvincente con molti colpi di scena.

Una nota finale, Andy Weir alla fine del romanzo nella parte relativa ai ringraziamenti cita coloro che lo hanno aiutato a realizzare l’opera. Sono quasi tutte donne che lo hanno supportato per migliorare la scrittura, per conoscere l’Islam, e per scrivere fingendo di stare dentro un punto di vista femminile.

4820-4829  Persone che vorrei ringraziare: David Fugate, il mio agente, senza il quale starei ancora scrivendo sui blog di notte e nei fine settimana. Julian Pavia, il mio editor, per essere un rompiballe quando ce n’è bisogno. L’intera squadra della Crown e della Random House per il loro lavoro e supporto. Siete troppo numerosi e qui non posso citarvi individualmente, ma, per favore, sappiate che sono incredibilmente grato di avere così tante persone intelligenti che credono nel mio lavoro, tanto da diffonderlo nel mondo. Un ringraziamento speciale va al mio agente pubblicitario di lunga data Sarah Breivogel, i cui sforzi sono stati essenziali nel farmi rimanere lucido negli ultimi anni. Per i loro intelligenti commenti in varie aree, ma soprattutto per avermi aiutato a superare la sfida di scrivere “al femminile”: Molly Stern (editor), Angeline Rodriguez (l’assistente di Julian), Gillian Green (la mia editor inglese), Ashley (la mia compagna), Mahvash Siddiqui (un’amica, che mi ha dato una mano a rendere accurata l’immagine dell’Islam), e Janet Tuer (mia madre).

§CONSIGLI DI LETTURA: NON PER ME SOLA. STORIE DELLE ITALIANE ATTRAVERSO I ROMANZI

Questo libro offre una imponente bibliografia ragionata e ben documentata delle storie delle italiane dall’Unità d’Italia ad oggi, scritte da donne. Romanzi alti, e d’appendice, di tutte le offerte per i tipi di pubblico che emergevano, mostrano come dalla scrittrice più quotata a quella “popolare”, la produzione di storie fosse una porta per affermare la piena soggettività della donna, mai realizzata nella storia dell’umanità.

Vi sono nomi che abbiamo letto distrattamente nelle antologie scolastiche, altri sentiti di velocità da un canale all’altro della tv o da canzone nella radio. Risuonano familiari i luoghi evocati, le gesta, i luoghi comuni, gli archetipi dei personaggi, anche se non si è letto nulla e non si ha nemmeno in mente l’immagine dell’autrice.

Eppure ci sentiamo a casa, tutti, uomini e donne, perché questi libri riguardano la nostra infanzia, la vita di tutti noi e di tutte le donne, e ciò è valido per i maschi, perché di grandi scrittori che hanno parlato delle donne ne abbiamo, MA DA UN PUNTO DI VISTA maschile. Ed è qui il punto: lo scrittore maschio quando narra le gesta e le storie, anche le più abbiette cerca di trovare qualcosa di lirico ed eroico, in particolare nei protagonisti maschili. Quelli femminili solitamente vengono sacrificati con dolore e con sangue.

Per le autrici no.

LE DONNE CHE SCRIVONO NON INVENTANO IN MODO ASTRATTO, PERCHÉ PARLANO DELLA LORO VITA E DI TUTTE LE ALTRE DONNE. In carne ed ossa. Le protagoniste dei romanzi delle donne, assieme alle autrici, sono giudicate, criticate, condannate. Le donne scrivendo storie, e romanzi, e biografie, rivendicano la propria memoria, una possibilità di esistenza preclusa dai maschi, dalle leggi, dagli usi e dalle consuetudini. Una donna si poteva uccidere, se tradiva. Non l’uomo. Era il maschio che decideva se una donna dovesse crepare o no di parto. Il maschio decideva dei figli come tenerli, come darli via eventualmente e sottrarli alla madre. La figlia femmina non poteva scegliere: eventualmente elemosinare una concessione di qualche anno di studio. Una donna non poteva uscire e recarsi all’estero senza il permesso del marito o del padre. Tutto ciò fino a pochissimi decenni fa, qui, in Italia.

Ancora oggi vi sono disparità e sono tendenze che partono dalla grande e continua letteratura di queste donne. Conosciute tutte. E se si invertono i modi di lettura, ecco che anche quelle meno dotate dal punto di vista artistico, in realtà hanno compiuto opere inenarrabili solo per riuscire ad ottenere un foglio e una matita, e strappare quote di tempo liberato per scrivere. Tantissime riuscirono per pochi padri e mariti illuminati, ma sempre per una DECISIONE di questi ultimi. Anche i più combattenti per le cause delle donne, in realtà, agli occhi nostri, avevano strati interi di quello che noi oggi diremmo “maschilismo”.

In tutto questo la figura della madre, il ruolo della maternità è l’epicentro di ogni conflitto. La sorgente massima di vita, di tempo, di senso, idolatrata dalle canzoni dei maschi, dai libri dei maschi. La madre è il ciò che è “sacro”: decorporata, se paga il suo ruolo con il dolore, il sacrificio, il sangue. La donna che salva la società, il matrimonio, i figli, il senso comune, è quella che si suicida o che diventa cattiva, pazza internata in manicomio, isterica: insomma se si autosopprime, o se è inscritta nella devianza. Se la donna si ribella, lo fa perché è una malata, o una criminale, o affetta dal demonio. Deve sacrificarsi per ristabilire l’ordine attraverso la tragedia. Questa è la base dei romanzi maschili.

Le donne che scrivono riprendono questi temi, ma nel contempo mostrano, attraverso il loro vissuto interiore, la donna violata, schiavizzata, lentamente annichilita, nella famiglia, nel matrimonio, nei figli, in modo diretto, a colori e non idealizzato. Tantissime opere nel passato vennero censurate, criticate, reputate violente, bugiarde, scandalose. E non è un caso, mostravano il tabù: la donna è come l’uomo. Può pensare, agire, e l’uomo, le leggi, i valori hanno bisogno di lei, sopprimendola in questa relazione coatta. Fino a pochi anni fa, una donna non poteva neanche ereditare le proprietà. Rimangono ancora queste leggi in dottrina: si pensi al cognome. La donna cede il suo nome, cede il figlio e la figlia. Cede il figlio alla patria e fa la ruffiana affinché la figlia possa sposarsi e rivestirsi con un cappio: meglio questo che la schiavitù della strada che porta alla morte precoce.

Tante donne hanno dovuto abbandonare i loro figli. Condannate per aver concepito un figlio fuori dal vincolo giuridico e quindi costrette ad abbandonarlo e celarlo al padre, a meno che quest’ultimo non lo rilevasse a qualche famiglia che lo accudisse. Condannate, comunque, per averlo abbandonato. Giudicate dalla prole, perché causa della separazione. Salvano la famiglia diventando schiave, e disprezzate perché si sono ridotte in schiavitù.

Uccise e torturate. Ma vi sono anche romanzi del riscatto, di crescita, di liberazione e di speranze, di nuovi stili poetici e di parole.

La lettura di questo libro, se presa sul serio, rende i grandi capolavori maschili degli ultimi centocinquanta anni molto più limitati, e più sbiaditi. Le opere di queste donne che trattano dell’Italia, dell’Europa, del mondo, parlano di se stesse a colori, senza sconti, nella bellezza e nell’abiezione, negando l’astrattezza dei protagonisti.

Tutti, sia i capolavori sia gli scritti d’appendice, mostrano la bugia del tragico che svilisce la donna, e principalmente la figura materna, quella che svela il limite e l’ipocrisia del potente e dei meccanismi di oppressione.

I maschi che leggeranno cercando di porsi in modo diretto come le autrici, immaginando di essere veramente loro stessi i protagonisti di questi romanzi, biografie, novelle, ricostruzioni storiche, proveranno un senso di ripulsa e di negazione all’inizio. Se, però, si compie il tuffo verso noi stessi, considerando che il primo urto causerà disappunto, vergogna, ipocrisia, la spogliazione del proprio io, conferirà la possibilità di parlare con il proprio passato, con il proprio femminile e con tutte le donne non viste e non considerate. Si acquisiranno nuove proprietà linguistiche, di scrittura e di immaginazione, abbracciando il dolore e la gioia di vivere di questo oceano di donne.

§CONSIGLI DI LETTURA: I VICERè

I Viceré / Federico De Roberto ; a cura di Sergio Campailla. – Ed. integrale. – Roma : Biblioteca economica Newton, 1995.

Tanto è stato scritto su questo capolavoro postumo del 1894 di Federico De Roberto che, per paradosso, ebbe una vita simile ad alcuni protagonisti del libro. In particolare per i suoi tristi e ultimi anni. È un romanzo che è parallelo alla letteratura siciliana del periodo, a partire da Giovanni Verga. Il ”verismo” e la “roba”. Riprende i temi della “Commedia Umana” di Honoré De Balzac, per la profonda analisi dei tratti caratteriali, qui però più complessi nella loro espressione verbale ed emotiva.

Ha una caratterizzazione fisica dei personaggi che è pari a quella di Alexander Dumas, ma molto più introspettiva, nonostante sia immediatamente posta innanzi al lettore, fornendo la sensazione di assistere ad una scena teatrale.

Le vicende storiche sono realmente accadute nel periodo che va dal 1848 fino al 1882, lì, in Sicilia, attorno alle vicende dei Viceré, ovvero gli antichi e blasonati nobili Uzeda.

I patimenti religiosi ed eroici sono svelato nei loro tratti più profondi: avidità, invidia, odio, ipocrisia. Tutto deve convergere per l’accrescimento e della potenza e dalla ricchezza.

 –

Lo stile è avvincente, perché gli eventi si susseguono ad un ritmo sostenuto. Le relazioni tra i parenti scandiscono il tempo. Gli stati d’animo sono descritti sempre al limite, nel loro vorticare in dialoghi duri e serrati. I conflitti parentali richiamano le effettive lotte di potere che percorrevano l’Italia in fase di unificazione, e in particolare in Sicilia, tra la borghesia nascente e la nobiltà.

Nessuno si salva, neanche i poveri e gli ignoranti. Ognuno cerca di esibire una parte falsa di sé che è, per paradosso, quella normale, visibile al pubblico e in piazza. Non è la menzogna ad essere il falso collante della società, anzi questa è intessuta di una arcigna mancanza di compassione.

E se si parla degli Uzeda, lo stile non può che essere teatrale, d’una barocca esposizione del potere nella sua continua riconfigurazione, anche mentre si assiste al funerale della principessa Teresa, la madre e sorella dei protagonisti.

Pag. 14  “[…] Ma la chiesa era talmente gremita che potevano appena fare due passi ogni quarto d’ora; e tutt’intorno la gente che non riusciva ad andare né avanti né indietro né a veder altro fuorché la cima della piramide, ingannava l’impazienza dell’attesa chiacchierando, dicendo vita, morte e miracoli della principessa: «Adesso i suoi figli potranno respirare! Li ha tenuti in un pugno di ferro…» «I suoi figli: quali?…» «Costrinse don Lodovico, il secondogenito, a farsi monaco mentre gli toccava il titolo di duca; la primogenita fu chiusa alla badìa!… Se campava ancora ci avrebbe messo anche l’altra!… Maritò Chiara perché questa non voleva maritarsi!… Tutto per amor d’un solo, del contino Raimondo…» «Ma il padre?…» «Il padre, ai suoi tempi, non contava più del due di briscola; la principessa teneva in un pugno lui e il suocero!…»

Però tutti riconoscevano che, se non fosse stata lei, a quell’ora non avrebbero avuto più niente. Ignorante, sì; ma accorta, calcolatrice!

«È vero che non sapeva leggere né scrivere?»

«Sapeva leggere soltanto nel libro delle devozioni e in quello dei conti!» […]”

L’introspezione psicologica di alto livello mostra che l’odio e la rabbia sono gli strumenti per accedere al potere.

L’autore spiega i recessi emotivi dei protagonisti attraverso l’analisi delle loro scelte di vita, o costrizioni, lasciandoli parlare con un linguaggio interiore indiretto, inframmezzato da domande rivolte a se stessi. Attraverso l’analisi emotiva di questa introspezione recitata, l’autore vestendosi dei panni dei protagonisti, rende viva la loro tensione emotiva, e crea le condizioni di sviluppo degli eventi futuri.

Pag. 143  “[…] Don Blasco, da canto suo, non aveva messo piede neppure una sola volta dagli sposi; e Lucrezia, dichiarandosene contenta, diceva anche tutte le pazzie e le porcherie del monaco. Ella l’aveva anche con la sorella Chiara, senza che questa le avesse fatto nulla, e la derideva per l’eterna gravidanza che non veniva a fine, quantunque giunta al decimo mese. Se la prendeva insomma con tutti, e alla contessa Matilde che la veniva a trovare come prima:

«Dillo tu,» diceva, «che razza di gente! Quante te n’han fatto vedere, ah? Quel birbante di tuo marito? Tutti quegli altri che gli hanno tenuto il sacco, quando egli andava dietro a quella?…»

Impallidendo, poi arrossendo a quei discorsi, Matilde tentava nondimeno di metter buone parole; ma l’altra rincarava:

«E li difendi, anche? Lasciali andare!… Tutti di una pasta!… Chi sa quante ne vedrai ancora, povera disgraziata!… Per me, ringrazio Dio d’essere uscita da quella galera!… Credono che io mi debba rinchinare?… M’importa assai di loro e delle loro visite!…» […]”.

176-177  “[…]  E più porco io che gli tenni mano!… Mi manda via perché non ha più da spogliare nessuno?…»

Con le mani in capo, Baldassarre scongiurava: «Don Marco!… Signor Marco!… per carità!… possono udirvi!…» ma l’altro, fuori della grazia di Dio, tremando dall’ira, buttava fuori quel che aveva in corpo contro il padrone e tutta la sua razza:

«Dieci anni! Dieci anni di studio per rubare i suoi parenti! quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!… E non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista, fingendo l’affezione, il rispetto alle volontà di sua madre; pezzo di Gesuita più di quell’altro Sant’Ignazio del Priore, pezzo di porco più di quell’altro maiale di don Blasco! Ah, crede che la gente non sappia quant’è porco, con la ganza in casa, adesso che non ha più nessuno da rubare, con la ganza sotto gli occhi di sua moglie, sotto gli occhi di sua figlia, fino all’altr’ieri?…»

E questo è solo l’inizio in un crescendo di vicende, di complotti e di progetti a lungo termine sempre più vorticosi, fino alle ultime pagine (che non svelo per non rovinare la lettura), in cui si mostrano processi di lungo periodo più che mai attuali nell’Italia di oggi. E, infine, nelle pagine finali, nel culmine di un crescendo quasi lirico che parte dall’inizio del romanzo, Federico De Roberto getta in faccia al lettore una terribile analisi di tutti e di tutto, lì e qui, tra la Sicilia e l’Italia.

È un libro denso, pieno di dialoghi scritti in un italiano che varia dal linguaggio formale, a quello colloquiale, con l’importazione di termini stranieri, eppure leggero, perché il lettore si immedesima nella carne viva che brucia gli occhi e taglia le mani che sfogliano le pagine.

§CONSIGLI DI LETTURA: MADRI, MADRI MANCATE, QUASI MADRI. SEI STORIE MEDIEVALI




Maria Giuseppina Muzzarelli. Madri, madri mancate, quasi madri, 2021, Gius. Laterza & Figli, Editori Laterza, Bari

È un libro importante per i dibattiti di oggi relativamente ai ruoli della donna in quanto immessa all’interno dei processi sociali di liberazione da vincoli millenari in ordine a strutture culturali, tecnologiche e meramente economiche. Nei dibattiti odierni, in particolare nel mondo occidentale tecnicamente avanzato, la figura della madre è vista anche come un giogo cui la donna è sottoposta, nonostante il mutare degli agglomerati sociali.

Il ruolo di madre è inscritto nelle narrazioni conflittuali in termini dicotomici tra tempi di lavoro e tempi di maternità. Appena ieri, la madre era oggetto di doveri come quello di dover procreare per fornire forza lavoro e ancora più indietro nei secoli, come certificatrice delle successioni e delle eredità. Il passaggio il tra padre e il figlio era il primo investimento che mantenesse il valore nel capitale di sussistenza: dal podere del latifondista, al tugurio del piccolo artigiano, fino alla possibilità di coltivare la terra a cottimo per il signore.

I ruoli di madre mutano ovunque e nel tempo, si pensi alle forme certificate di unione che sono via via arrivate a quelle formali monogamiche di oggi. Nonostante la sterminata varietà, sussiste sempre l’elemento comune: la donna in quanto madre non è possibile ridurla in un ruolo che sia solo quello della procreazione e nemmeno quello della prima cura. Anzi, nemmeno come un ruolo e neanche come genere, e neppure come categoria oppressa. Certamente la donna e le singole donne sì, in quanto schiave, o in vendita, come accade oggi per decine di milioni di donne in quasi tutto il pianeta.

Il rischio odierno proprio per la condizione della donna, e di quell’altro soggetto che di solito è omesso che sono i figli e le figlie, se resi oggetto di contesa, diventano appunto oggetti da manipolare e da inscrivere in leggi che regolano la nascita, la successione, la ripartizione dei beni.

Essendo pacifico che i maschi sono in posizione di privilegio e per gran parte del pianeta in ruoli di preDOMINIO, forse sarebbe opportuno rivedere il ruolo di madre, che essendo universale, nei nostri discorsi lo assumiamo come premessa, compiendo poi un artificio retorico, in gran parte inconscio, anche nei nostri singoli pensieri, di ridurlo a una etichetta pronta a essere inscritta in giudizi categorici, ideologici, e alla fine violenti negli esiti.

7-8  Indagare le molteplici forme assunte dalla funzione materna nel Medioevo ci aiuterà a capire i vari modi di impersonare questo ruolo, nonché le valutazioni suscitate dalle figure di alcune madri particolari di cui è possibile ricostruire la storia. All’origine di questo libro non c’è una tesi, ma una serie di domande e dubbi. Pensiamo ad alcuni modi attuali di concepire la maternità. Sono davvero così inediti?

[…]

L’ambizione non è certo quella di tracciare una storia della maternità in età medievale; più semplicemente, mi riprometto di ricostruire, grazie alle informazioni di cui disponiamo, le vicende di alcune donne ora poco conosciute, ora note, in qualche caso addirittura illustri. Quando conosciute e famose, lo sono per motivi non legati al fatto di essere o non essere state madri, che è invece il fulcro del mio interesse. Le sei storie che seguono ci consentono di penetrare per qualche tratto nell’universo delle esperienze e delle sensibilità di donne che hanno generato figli, o che non hanno voluto o potuto farlo, fra IX e XV secolo. Ci interessa sapere non solo e non tanto come sono andate le cose («wie es eigentlich gewesen»: lo scopo di ogni ricerca storica, secondo Leopold von Rank), ma anche come è stata da loro vissuta e compresa l’esperienza della maternità.

[…]

Le nostre protagoniste sono Dhuoda, donna del IX secolo, di ambiente elevato e di riconosciute capacità, vissuta nell’area della Linguadoca; la grancontessa Matilde di Canossa, personaggio di spicco nel panorama europeo dell’XI secolo; Caterina da Siena, terziaria domenicana che scelse di sposare Cristo ed era chiamata mamma dalla brigata che la seguiva fedelmente; Margherita Bandini, Bandini, moglie del noto mercante pratese Francesco Datini al quale non riuscì a dare l’agognato erede; Christine de Pizan, vissuta a cavallo fra il Tre e il Quattrocento, prima intellettuale di professione ma anche madre di due figli che dovette sistemare da sola, senza l’aiuto del marito, morto a dieci anni dal matrimonio; infine la vedova d’esule Alessandra Macinghi Strozzi, che in pieno Quattrocento fece ai figli tanto da madre come da padre. Sia Dhuoda sia Christine, ma anche Alessandra, quasi contemporanea di Christine, misero al mondo più di un figlio; non così le altre tre: chi madre mancata, chi quasi madre, chi madre ideale. Tutte hanno fatto i conti con la dimensione materna strettamente legata al loro genere, eppure la storiografia non sempre ha voluto cogliere questo nesso. Nel caso di Matilde – per limitarci a quest’unico esempio – la sua appartenenza al genere femminile è stata quasi considerata un incidente, il suo essere malmaritata un dettaglio, la sua travagliata esperienza di madre un elemento sul quale sorvolare.

8 Quando le donne che hanno lasciato segni rilevanti nella storia sono state anche madri, questo loro ruolo è rimasto perlopiù nell’ombra: troppo usuale, quasi in contraddizione con la loro opera o azione pubblica, e lo si è quindi sottaciuto, temendo un effetto riduttivo, quasi andasse a scalfirne la rilevanza. In questa silloge, per contro, si è fatto spazio ad alcune donne eccezionali proprio in quanto madri (o madri mancate) e quindi per ricavare dalla loro esperienza elementi di conoscenza sia di questa realtà sia della coscienza di essa.

9  Le storie proposte riguardano donne forti e talentuose che anche come madri superano i limiti imposti al loro genere: limiti che non sono del loro genere. Sono e fanno le madri, anche senza esserlo, ciascuna a modo suo, con determinazione e abilità. Se possono esprimere le loro potenzialità è perché appartengono ad ambienti che lo consentono e in ragione di circostanze favorevoli, ma resta il fatto che incarnano casi di madri effettivamente capaci di agire ben oltre quegli schemi usuali di cui Christine mette a nudo pretestuosità e nocività.

[…]

«oltre». Sono infatti storie oltre le nostre aspettative, madri oltre la retorica che le relega a un ruolo ritenuto angusto, autentiche madri anche oltre l’effettiva esperienza biologica, donne in azione oltre la sfera della domesticità, protagoniste oltre i limiti imposti al loro genere. Direi madri e donne oltre le nostre ristrette concezioni del Medioevo e delle capacità femminili.

E queste sono solo le prime pagine per scoprire ciò che nel nostro intimo già sappiamo, ma che nell’immedesimazione di queste donne che hanno attraversato i molteplici ruoli della maternità, le donne e anche i maschi, riceveranno in dono un tesoro di chiavi di lettura di sé, del nostro passato, del senso del nostro vivere finito, proiettato nel futuro. Sia FECONDA Lettura.

§CONSIGLI DI LETTURA: LE FONTANE DEL PARADISO

Questo capolavoro è un inno al nostro bisogno di elevazione.

Il romanzo di Arthur Charles Clarke parte da una idea iniziale corrispondente a quella dell’ascensore spaziale. Questa idea in realtà è molto antica, e fu presa in seria considerazione agli inizi del 1900, in corrispondenza alla effettiva realizzazione del volo aereo che ha bisogno di energia per raggiungere le zone sempre più estreme dell’atmosfera.

L’energia costa ed è un problema immagazzinarla. Gli scienziati si posero il problema di realizzare un ascensore che arrivasse fino alle zone estreme dell’atmosfera e, dalla seconda metà del ‘900, che fosse anche una piattaforma di lancio per le rotte orbitali esterne al nostro pianeta.

Nel 1894 il fisico e scienziato russo Konstantin Ciolkovskij, si ispirò alla Torre Eiffel per ipotizzare un’analoga struttura capace di raggiungere il limite dell’orbita geostazionaria. Nella sommità della torre, un qualsiasi oggetto in movimento sincrono avrebbe avuto una velocità angolare sufficiente a sfuggire all’attrazione terrestre e a essere lanciato nello spazio. Tuttavia lo stesso Ciolkovskij la ritenne irrealizzabile perché secondo il suo progetto, qualsiasi corpo capace di raggiungere l’altezza di circa 36 000 km, avrebbe dovuto prevedere un diametro di base di centinaia di chilometri. Senza contare il problema del peso e della resistenza del materiale d’uso.

Nel 1957 lo scienziato sovietico Yuri Artsutanov ipotizzò l’uso di un satellite geosincrono come base da cui costruire la torre, nel quale fosse utilizzato un cavo come contrappeso, abbassato dall’orbita geostazionaria fino alla superficie della Terra, mentre il simmetrico sarebbe stato esteso dal satellite allontanandolo dalla Terra, mantenendo il centro di massa del cavo immobile rispetto alla Terra. Insomma una forma sferoide con due lunghissime antenne perpendicolari rispetto a un punto del pianeta terra, ognuna propagantesi in direzione opposta all’altra. 

E qui venne l’altro problema, perché non si conoscevano materiali adatti a produrre cavi lunghi oltre 36.000 chilometri. Nel 1966 quattro ingegneri statunitensi calcolarono che il carico di rottura avrebbe dovuto essere il doppio di quello del diamante.

Nel 1975 lo scienziato americano Jerome Pearson progettò una sezione nastriforme nella quale il cavo completo sarebbe stato più spesso al centro di massa, dove la tensione era maggiore, e sarebbe stato più stretto alle estremità per ridurre la quantità di peso che la parte centrale avrebbe dovuto portare. Egli suggerì di usare un contrappeso che avrebbe dovuto essere esteso lentamente verso l’esterno, fino a 144.000 km (poco più di un terzo della distanza tra Terra e Luna) mentre la sezione inferiore della torre veniva costruita. E pensò che sarebbe stato possibile trasportare parte del materiale usando la torre stessa, non appena un cavo con una minima capacità avesse raggiunto il terreno o avrebbe potuto essere prodotto nello spazio utilizzando minerali lunari o asteroidali.

Dal progetto verosimile di Jerome Pearson, Arthur C. Clarke scrisse questo romanzo nel 1979, in cui gli ingegneri costruiscono un ascensore spaziale sulla cima di un picco montano sulla fittizia isola equatoriale di Taprobane, ispirata al Picco di Adamo nello Sri Lanka.

Anche questo romanzo, come tutti i suoi scritti, sono coerenti, ben strutturati, e corroborati secondo le conoscenze scientifiche a lui contemporanee. Questo romanzo non è fantascientifico per la trama e la possibilità di realizzazione di un’impresa del genere, ma è attualmente irrealizzabile dal punto di vista pratico, sia per i costi previsti sia perché non si hanno materiali così resistenti, anche se dal 1979 ad oggi, grandi passi in avanti sono stati compiuti per realizzare filamenti elastici e resistentissimi.

Il romanzo non è un solo un trattato di ingegneria aerospaziale: si snoda attraverso una storia accaduta realmente millenni fa proprio a Sri Lanka, dove le gesta sono intrecciate con il mito. Lì nella montagna sacra dove Kalidas uccise suo padre divenendo il re, e scacciò il fratello, parte una saga, comune a tante culture, nella quale proseguì la costruzione del palazzo di suo padre fino a toccare il cielo. E ci riuscì per i parametri del tempo, in cui le acque, le strade e l’ingegneria edile compirono un miracolo fino ad allora inaudito. La costruzione, il lago artificiale, i graffiti sulla montagna, le irte e impossibili scalinate e tradotte, riemersero dalla foresta dopo secoli fino ai giorni nostri.

Le vicende percorrono un ritmo parallelo a quello dei protagonisti nel presente, che si intreccia con sprazzi del futuro. Un gradino temporale dopo l’altro, avanti e indietro tra cielo, terra e astri, e il mito. Il presente prosegue un discorso aperto dal passato, mentre il futuro gravita come un satellite geostazionario, rispetto al tentativo dell’umanità di domandare il senso del proprio stare e all’irresistibile tendenza a rendere plausibile la possibilità di oltrepassare il limite.

Le vicende del sogno di un uomo intrecciano le conseguenze degli incubi di un altro, attorno ai desideri e alle paure, nello stupore di ciò che si può realizzare, attraverso la volontà di intendere l’immaginazione: il combustibile primo del viaggio verso l’orizzonte interiore e astrale.

E non da ultimo, come in ogni capolavoro di Arthur C. Clarke, il lettore si sente fisicamente immedesimato nei protagonisti. Si provano le fatiche, il dolore, lo spasimo, la gioia: tutte le tensioni dei personaggi, mentre vivono in ambienti tecnologici per noi impossibili, agendo in ambienti astrali.

Al netto di un elemento fantastico, tutto è di una superba verosimiglianza:  il marchio distintivo di questo gigante della letteratura scientifica e di fantascienza.

§CONSIGLI DI LETTURA: The Martian

The Martian (Crown Publishers, an imprint of the Crown Publishing Group, a division of Random House LLC, a Penguin Random House Company, New York, 2011, tradotto da Tullio Dobner © 2014 Newton Compton editori s.r.l.)

È un romanzo di Andy Weir, dal quale è stato tratto un film di Ridley Scott “The Martian” (2015), in italiano “Sopravvissuto”. Il romanzo narra dell’impresa di un gruppo di astronauti USA nell’intraprendere uno sbarco e un soggiorno su Marte. Accade un imprevisto e cinque componenti dell’equipaggio lasciano su Marte il sesto credendolo morto, l’ingegnere botanico Mark Watney. La trama si sviluppa narrando le vicende di Watney nel tentativo di sopravvivere su Marte, e nel contattare la Terra, affinché lo vengano a riprendere.

È un libro avvincente. Il lettore è risucchiato da un ritmo che avvinghia lo stomaco. Oggettivamente il protagonista è sempre al limite di un disastro. E non può che essere così nell’atmosfera marziana, con poco cibo e con la costante paura di dover tenere in assetto i regolatori di ossigeno, di anidride carbonica, e del calore. Senza contare i problemi causati dalle tempeste di sabbia.

Lo stile è alternato sapientemente dal monologo del novello Ulisse – Robinson Crusoe ai resoconti del diario di bordo, anzi è proprio in essi che il protagonista comunica su due livelli discorsivi. In uno a se stesso e all’altro alla NASA. L’espediente permette ad Andy Weir di variare il registro linguistico che spazia da uno stile amministrativo, allo scientifico ingegneristico, fino a quello colloquiale. Il protagonista e non solo lui, utilizzano modi di dire tipicamente USA, in particolare per gli insulti, le battute, le parolacce. Nella tensione del racconto, quindi, vi sono fasi di rilassamento per i giochi di parole, i riferimenti a serie di telefilm, musiche, vicende sportive che producono un effetto comico. Anche greve.

È un libro che ironizza anche verso le autorità amministrative e scientifiche, ma la sottigliezza delle critiche corrosive, proprio perché nascoste nel linguaggio colloquiale USA, renderebbe di più in una lettura in lingua originale. A latere si nota come in alcuni passi, la traduzione non sia ottimale, perché vi sono errori di coniugazione dei verbi e un uso di termini che facilmente avrebbero potuto essere sostituiti nella lingua italiana. Anche per la costruzione delle frasi volgari e quelle relative ai monologhi interiori. La nostra lingua ha un ampio spazio di registri linguistici atti a permettere la coesistenza di un livello formale e uno volgare all’interno di uno stesso periodo.

All’inizio il libro è impegnativo per color che sono a digiuno di fisica, di ingegneria aerospaziale, di astronautica e di astronomia. Per poter apprezzare la densità concettuale e per distaccarsi dalle immagini del film, per coloro che lo avessero visto preventivamente, è consigliata una lettura lenta e inframmezzata da ricerche, eventualmente in rete web, circa i termini e le sigle utilizzate. È anche una piacevole esperienza per dotarsi di un vocabolario non usuale per la maggior parte di noi. Inoltre il libro fa riferimento a sonde, basi spaziali, robot, satelliti che negli anni sono stati inviati su Marte e sono ancora lì residenti. In più, il protagonista nel cercare di risolvere i problemi che via via appaiono, riflette sulle soluzioni praticate dalle missioni spaziali USA e URSS, poi russe, condotte nei decenni passati, anche con riferimento a stazioni e satelliti attualmente in orbita.

È un libro verosimile. Ed è ingegnoso. La spiegazione dei veicoli da viaggio (i rover), le basi di atterraggio e di soggiorno seguono regole fisiche ed astronomiche coerenti e rigorose. Il lettore può leggere il libro non soffermandosi troppo su questi spunti, ma per chi abbia interesse, tutto ciò è una formidabile occasione della messa in pratica delle leggi della fisica, della chimica, della biologia e del loro impiego nella ingegneria aerospaziale.

Essendo un romanzo di fantascienza vi sono elementi non realistici per noi, infatti è troppo semplice come su Marte il protagonista riesca a muoversi con una gravità minore di quella terrestre sui rover, sulla stazione spaziale, sulle rampe di partenza. Lo stesso discorso vale per l’astronave Hermes, seppure sia dotata di un disco rotante perpendicolare al proprio asse che permette una accelerazione centripeta. La potenza dei motori e la loro tenuta è attualmente ottimistica. In ogni caso, l’esercizio immaginativo è plausibile dal punto di vista scientifico. Le limitazioni sono tecnologiche.

È un romanzo avvincente, comico e tragico nello snodarsi degli eventi, scientificamente e tecnologicamente chiaro, coerente e rigoroso, ma il nucleo dell’opera è famigliare per l’intera umanità: il mito di Ulisse, cioè il nostro inconscio più profondo. 

§CONSIGLI DI LETTURA: I TRE MOSCHETTIERI

TRATTO DA: I tre moschettieri / di Alessandro Dumas ; versione di Angiolo Orvieto. – Napoli : G. Rondinella, 1853. 4 v. ; 16 cm.; vol. 1 216 p., vol 2 216 p., vol 3 180 p., vol. 4 211 p.

***

“I tre moschettieri” (Les trois mousquetaires) è un romanzo d’appendice scritto dal francese Alexandre Dumas con la collaborazione di Auguste Maquet nel 1844 e pubblicato originariamente a puntate sul giornale Le Siècle. È uno dei romanzi più famosi e tradotti della letteratura francese che ha dato inizio ad una trilogia: Vent’anni dopo (1845) e Il visconte di Bragelonne (1850).

I tre moschettieri del titolo sono Athos, Porthos e Aramis, a cui poi si aggiunge il protagonista del romanzo, D’Artagnan.

I “Tre Moschettieri” in questa traduzione del 1853 a cura di Angiolo Orvieto offre un’occasione per comprendere lo spirito dei contemporanei a sognare e a vivere le gesta di questi intrepidi nei primi decenni del 1600 in Francia presso la corte di Re Luigi XIII assieme al cardinale Richelieu.

Il testo nela traduzione in italiano è un ottimo indicatore nel rilevare i termini in lingua italiana “alta” in uso nella prima metà dell’ottocento, quando ancora l’unità d’Italia era in divenire. Vi è una doppia lettura riferita allo stile di Alexander Dumas e a quella del romanzo moderno italiano che proprio in quei decenni Alessandro Manzoni stava tessendo.

La traduzione non è una semplice trascrizione, ma è una vera e propria interpretazione stilistica e produttiva di nuovi stili in prosa nella lingua italiana.

Alexander Dumas scriveva i romanzi a puntate per pubblicarli via via nelle riviste di uscita bisettimanale o mensile. Vi sono ridondanze e richiami tra i capitoli e addirittura tra un romanzo e l’altro. Le riviste costavano poco ed erano facili da stampare e diffondere. Erano grandi faldoni di carta grezza piegati in quattro parti circa, da ritagliare e ricomporre mediante le pagine numerate. Era un lavoro lungo, ma piacevole: si pregustava l’arrivo per posta o la compera nell’edicola, se si abitava nelle grandi città vicino alle tipografie. E si aveva l’idea al tatto e all’odore della consistenza dell’episodio o del racconto. Lo si percepiva nelle proprie braccia, prima ancora degli occhi.

Come nel “Conte di Montecristo”, o nel romanzo “La Sanfelice”, Alexander Dumas è abilissimo a incasellare gli eventi e i personaggi storici con quelli di fantasia, e riesce a presentare scenograficamente gli ambienti e i modi di fare dell’epoca. Le digressioni accompagnano il lettore nello spiegare il modo di agire dei protagonisti, i loro pensieri e i modi di concepire il mondo. E il bello è che noi riusciamo anche a comprendere il modo di sentire e di vivere dei contemporanei dello stesso autore.

Alexander Dumas, massone e repubblicano, filo garibaldino, era abilissimo nel ridicolizzare indirettamente i re, i cardinali, i nobili in tutte le loro piccolezze. Paterno del mostrare le debolezze dei protagonisti con simpatia e talvolta con severità. Aveva una memoria prodigiosa che rendeva leggera la descrizione degli eventi storici passati, i nomi degli strumenti della vita quotidiana e l’organizzazione sociale. Il lettore si sente a suo agio nell’essere guidato nel contesto degli avvenimenti.

I “Tre moschettieri” è un romanzo che è utile leggere oggi perché, oltre a essere un capolavoro e una figura topica del nostro immaginario, prospetta una nuova fonte cui attingere esempi per la nostra capacità di immedesimazione, emulazione, e creatività, in particolare del nostro futuro. I tre moschettieri e D’Artagnan anche  provenendo da classi sociali e storie radicalmente diverse, diventano amici. Vivono assieme, non formano solo un gruppo, ma una vera e propria comunità di apprendimento, e ciò è valido anche per i loro lacchè. Crescono assieme dichiarando le proprie debolezze, cooperando lealmente e a viso aperto.

Nonostante che alcuni di loro fossero già più che adulti per l’epoca, mantengono una disponibilità ad apprendere, giocare, progettare, agire con risolutezza, in modo giovanile, cioè fresco, creativo e innovativo. La lealtà, la comunanza, l’affidamento, costituiscono la spinta per migliorare dal punto di vista morale, relazionale (ed anche economico), nonostante i vizi e le debolezze.

È importante leggere questo romanzo, perché, a differenza dei lettori contemporanei ad Alexander Dumas e ai tempi dei nostri padri, qui in Italia siamo ora un popolo con pochi giovani e con figli unici. La capacità di cooperare e di giocare assieme, accettare gli errori e le ignoranze altrui, per farle proprie nel condividere un comune percorso di apprendimento, non è più scontata. Fratelli e sorelle si alimentano l’un l’altro di creatività, di idee, e di progetti per il futuro, anche improbabili e fantastici e di lì verso il gruppo dei pari.

Oggi non vi sono tanti fratelli e sorelle, e i gruppi dei pari sono asfittici. La chiusura di sé rende povero e pigro il proprio bagaglio emotivo.

I “Tre moschettieri” sono un giardino nel quale è possibile entrare sorridendo nel mirare la bellezza e la mutevolezza dei colori, oltre ai profumi, intensi alcuni e leggeri altri. E da questi rivedere il nostro corpo nel fantasticare nuove immagini di ciò che potremmo essere, che è appunto la spinta naturale di chi è giovane mentre cammina verso il suo futuro.

§CONSIGLI DI LETTURA: I Beati paoli

Luigi Natoli I Beati Paoli Edizione integrale Newton Compton editori

Prima edizione ebook: ottobre 2016 © 1989, 2006, 2016 Newton Compton editori s.r.i. Roma, Casella postale 6214 ISBN 978-88-541-9909-5 Realizzazione a cura di The Bookmakers Studio editoriale, Roma www.newtoncompton.com

È un romanzo avvincente dei primi anni del 1900. Ha un approccio simile a quello di Alexander Dumas per i romanzi come “Il Conte di Montecristo” e la “Sanfelice”. Attinge agli eventi storici realmente accaduti con alcuni personaggi veramente esistiti e in luoghi urbani e naturali ancora esistenti. Ha le caratteristiche di una saga, pubblicata a puntate nei periodici dell’epoca, nella quale diversi stili di scrittura convivono con una prosa scorrevole. Vi è una sintassi fluida con un’ottima caratterizzazione dei personaggi ed un’eccellente descrizione emotiva. I personaggi hanno un retro pensiero accompagnato da una doppia comunicazione verbale e fisica, quindi manifesta, e un’altra interrogante di sé e degli altri. I moti degli animi attraggono il lettore, come il vortice dell’angoscia nei tribunali segreti degli incappucciati. Non è un caso che Luigi Natoli fu veramente un massone.

È ambientato a Palermo tra il 1688 e il 1721.  

Nello scorrere degli eventi che consiglio di leggere per mantenere la tensione emotiva, i protagonisti si confrontano con i propri errori, anche nel subire o nel togliere l’ingiustizia agli altri. Il romanzo è un’esposizione monumentale del conflitto che scaturisce tra la pretesa e l’esercizio della giustizia.

“[…] I Beati Paoli apparivano ed erano di fatto come una forza di reazione, moderatrice: essi insorgevano per difendere, proteggere i deboli, impedire le ingiustizie e le violenze: erano uno Stato dentro lo Stato, formidabile perché occulto, terribile perché giudicava senza appello, puniva senza pietà, colpiva senza fallire. E nessuno conosceva i suoi giudici e gli esecutori di giustizia. Essi parevano appartenere al mito più che alla realtà. Erano dappertutto, udivano tutto, sapevano tutto, e nessuno sapeva dove fossero, dove s’adunassero. L’esercizio del loro ufficio di tutori e di vendicatori si palesava per mezzo di moniti, di lettere, che capitavano misteriosamente. L’uomo al quale giungevano, sapeva di avere sospesa sul capo una condanna di morte. Come eran sorti?… Donde? Mistero. Avevano avuto degli antenati: quei terribili “vendicosi”, che ai tempi di Arrigo vi e di Federico ii erano diffusi per il regno e il cui capo era un signore, Adinolfo di Pontecorvo; i proseliti migliaia; il loro compito quello di vendicare le violenze patite dai deboli.  […]”

La descrizione delle piazze, dei palazzi, degli interni ha una poetica barocca strabordante e meravigliosa.  Luigi Natoli è a un tempo un fotografo e un esteta. 

285 Non aveva alcuna meta prefissa: pure andava innanzi e oltrepassato il ponte dell’Ammiraglio, s’avviava verso i villaggi. Egli era così immerso nelle sue idee, che non s’accorgeva del cammino. Erano gli ultimi di marzo; un pomeriggio tiepido e roseo, come ce n’è soltanto in Sicilia, e tutte le campagne verdi e i mandorli bianchi; nell’aria un odore di cose ignote che infondeva nel sangue una mollezza, una specie di lassitudine piena di desideri, una malinconia dolce e sognatrice. Le anime che vivono nella solitudine sentono in queste giornate primaverili l’orrore del vuoto che le circonda, e sentono nel cuore una felicità a ricevere le impressioni e a schiudersi alla commozione e alla tenerezza.

I Beati  Paoli traducono l’etica in un ordine giuridico parallelo.

pp. 313-14  […] «Non li affronterete… » . «Perché? » «Ve lo impediranno » . «Mi assassineranno? » «Vi puniranno… » . «È la stessa cosa » . «No; il boia punisce e non assassina… Essi sono esecutori di giustizia » . […]

La giustizia dei Beati Paoli è redistributiva in un modo proporzionale. Tu fai il male e ricevi il pegno.

Pag. 514 “[…] « Ah no!», interruppe vivamente il capo dei Beati Paoli; «vacilla soltanto la fede nella caporali; non paghiamo giudici; non cerchiamo nei codici gli arzigogoli per contestare l’ingiustizia. Apriamo l’orecchio e il cuore alle voci dei deboli, di coloro che non hanno la forza di rompere quella fitta rete di prepotenza, entro la quale invano si dibattono, di coloro che hanno sete di giustizia e la chiedono invano e soffrono. Chi riconosce la nostra autorità? Nessuno. Chi riconosce in noi il diritto di esercitare giustizia? Nessuno. Ebbene, noi dobbiamo imporre questa autorità

e diritto e non abbiamo che una arma, il terrore, e un mezzo per servircene, il mistero, l’ombra. Non ci nascondiamo per viltà, ma per necessità. L’ombra moltiplica il nostro esercito e desta la fiducia di coloro che invocano la nostra protezione. Chi non oserebbe ricorrere a un magistrato legale per difendere se, la sua casa, l’onore delle sue donne, perché il ricorso lo esporrebbe alle ire, alle rappresaglie, alle vendette del barone o dell’abate, confida volentieri nell’ombra il suo dolore e la violenza patita; un uomo che egli non vede, non conosce, raccoglie il suo lamento. Noi vediamo se egli ha ragione. Un avvertimento misterioso giunge al sopraffattore nel suo palazzo stesso, al magistrato complice nel suo scanno; l’ascoltano? Non cerchiamo di meglio: lo disprezzano e compiono la prepotenza, e continuano l’offesa? Puniamo, e vendichiamo l’offesa. Nessuno vede il braccio punitore, nessuno può dunque sottrarvisi… Questa è la nostra giustizia. Essa non ha punito mai un innocente, ed ha asciugato molte lagrime». […]”.

Il testo del romanzo è corredato da un vocabolario alto e pieno di riferimenti di luoghi e mestieri. Traspare una sapiente e superlativa conoscenza della lingua italiana. In più i non detti dei protagonisti mostrano la profonda, antica e complessa cultura siciliana, nelle interiezioni, nelle frasi ammiccate, nelle analogie, nelle metafore. Ogni frase e ogni smorfia ha significati multipli. Dalle movenze e dai toni, alla apparente impassibilità, emerge un mondo di sentimenti e intenti.

Pgg.722-23 “[…] «Sangue, sangue!… Le mie mani grondano sangue!… Toglietemi questo sangue; portate via questi morti!… Pietà!… pietà!… Mi opprimono. Mi squarciano il cuore… Ah!… quanto sangue! affogo!… affogo!… affogo!…». La sua voce andò spegnendosi tra i singhiozzi che gli squassavano il petto e nulla era più straziante che vedere quell’uomo lordo di sangue, con le mani distese come per allontanare qualche cosa di terribile, gemendo fra i singhiozzi che gli laceravano il petto, con gli occhi aridi, esterrefatti. Don Francesco gli si avvicinò di nuovo per rifargli la fasciatura, ma don Raimondo stridette e riprese a gridare: «Non mi toccate!… non mi toccate! Tutto sanguina!… Il sangue è dovunque… Un fiume!… E ce ne vuole ancora. Hanno i pugnali e ammazzano… Ammazzano!… Ammazzano!… Dov’è Blasco?… C’è anche lui!… Ecco l’hanno ammazzato!… Sangue!… c’è sangue!… sempre sangue!… sempre sangue!…». […]”.

§CONSIGLI DI LETTURA: Le avventure di Tom Sawyer

Mark Twain

Le avventure di Tom Sawyer

Titolo originale dell’opera:The Adventures of Tom Sawyer

Traduzione di Bruno Oddera

© 1987 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano I edizione e-book Reader ottobre 2000 http://www.mondadori.com/libri

***

Come ritornare a giocare con se stessi. Mark Twain narra le vicende di personaggi che racchiudono tratti caratteriali e comportamenti dei compagni e degli adulti della sua infanzia. Non è però un romanzo autobiografico, perché le vicende mostrano situazioni tipiche per giovani della seconda metà dell’ottocento, nelle terre di mezzo degli Stati Uniti, pochi anni dopo la guerra di secessione.

Il tempo che scandisce la narrazione è scandito dai luoghi e dagli appuntamenti di crescita dei giovani, che proprio in quei decenni, per la prima volta nella storia, iniziavano ad assumere quello stadio della vita, prima sconosciuto, che va dalla fase prepuberale alla fine dell’adolescenza. La vita inizia ad allungarsi, e così anche il tempo della scuola che diviene generalizzato.

In modo sottile, Mark Twain mostra le disparità della schiavitù con gli occhi giocosi di un bambino, che, nel contravvenire alle consuetudini gioca e addirittura mangia assieme con adulti e ragazzi di colore. Nei vari capitoli, quasi timida, appare la parola “schiavo”. L’ingiustizia, il razzismo e le differenze sociali emergono attraverso la morale dei bimbi. È un simpatico inganno che l’autore gioca al lettore nel farlo divertire: pone temi duri e conflittuali degli Stati Uniti, attraverso le comiche conseguenze per tutto il villaggio, causate dalle marachelle dalle piccole pesti disubbidienti.

È un romanzo di formazione dove più che il singolo maestro o precettore guida il percorso, è lo stesso villaggio e i luoghi circostanti, come il fiume, il bosco, la casa stregata, la caverna, l’isola. Gli stessi adulti, predicatori e giudici, risultano ridicoli nell’adempiere ai loro ruoli, e spauriti come i ragazzi nell’affrontare le sorprendenti vicende che via via si manifestano nel corso della storia.

Gli adulti sono ridicoli e prevedibili quanto i ragazzi, con la differenza che questi ultimi cercano di esserlo, nell’imitare le stesse autorità famigliari e cittadine.

È un libro universale perché le ragazze e i ragazzi crescono nel comprendere la relatività dei comandi assoluti impartiti dai contraddittori e bugiardi adulti, e dalla complessità della realtà che può risultare accogliente, invitante, e mortalmente pericolosa nello stesso istante.

Tom Sawyer assieme a Huckleberry Finn svolgono la funzione di mediatori tra il luogo natio che promette ogni giorno di essere il luogo sicuro e ciò che è al di là, talvolta duro e respingente, ma necessario per la sopravvivenza di tutti.

La scansione degli eventi è data dalle capacità di apprendimento e di rielaborazione da parte dei ragazzi nel risolvere i problemi dovuti a mancanze oggettive materiali e a desideri transitori, che hanno lo scopo di una soddisfazione momentanea come quella di mangiare un dolce, rubare una zolletta di zucchero, fino a provare se al di là della collina vi siano tesori nascosti sotto gli alberi.

I ragazzi tentano continuamente di porre spiegazioni all’imprevedibilità, riformulando le storie, le spiegazioni degli adulti, piegandole ai loro interessi. Sono irresistibili nelle loro coerenti deduzioni che si basano però su assunti infondati, e analogie presupposte, che mostrano nozioni incerte e oscure.

Però, fino a qui, sembrerebbe un romanzo che esterna la sola goffa ingenuità del giovane che procede a tentoni per l’inesperienza dei fatti del mondo. Non è solo questo, perché Mark Twain, mostra indirettamente come i ragazzi, anche quelli discoli, ribelli, scansafatiche, malandrini, ragionano secondo le logiche e i dettami e gli ESEMPI, portati dagli adulti. L’assurdo dei loro ragionamenti esprime nel modo più coerente, l’insieme delle ipocrite omissioni delle zie, delle madri, dei maestri e dei predicatori.

Le disastrose conseguenze che portano le piccole pesti, sono così esagerate, perché tutti questi ragazzi sono sinceri nel mostrare l’avidità, l’invidia, la gelosia, la brama, l’aggressività, tutte però transitorie e sminuite l’attimo dopo, perché sublimate nel gioco, nella costante volontà di ricreare loro stessi il mondo degli adulti. Insomma: i ragazzi sono sinceri e proprio per questo, nessuno di loro mostra l’ipocrisia.

La sincera disposizione a mostrare le reali intenzioni dei loro atti, mostra le falle etiche delle convenzioni sociali.

L’irresistibile fascino di questo romanzo, però non può essere ridotto a una edificante riconoscenza verso i giovani che, loro malgrado, e quindi in piena sincerità, tengono viva la torcia che illumina lo specchio interiore degli adulti. Mark Twain scrivendo il libro, ritorna su se stesso. Prende alla lettera la spinta dei giovani protagonisti a conoscere, attraverso il gioco e lo compie seriamente.

E non può che essere così, perché il bimbo quando gioca, è serissimo: ricostruisce un mondo dentro di sé e amplia lo spettro delle possibilità nel divenire adulto. L’immaginazione rispetto al luogo offerto dagli adulti, e la fantasia come motore di realizzazione di nuovi mondi, e quindi nuova vita, costituiscono la testimonianza del patrimonio di una comunità che si perpetua rinnovandosi nel corso della vita dei singoli.

Non vi è bisogno di assumere un tono che ammonisce ed esorta a comportamenti più commendevoli, perché il gioco del bimbo che diventa uomo, è connotato da regole morali, che impongono la coerenza, la spinta ad apprendere e la sincerità nell’esprimere gli intendimenti. Tutto questo vale per ogni bimba e bimbo che giocano assieme in tutto il mondo, di tutte le razze e lingue.

L’universalità di questo libro è offerta dallo stesso autore che, ritornando su stesso, presta ascolto, a colui che da sempre lavora nel mantenere il suo senso del tempo e ordine del mondo: il bimbo che è stato.

Attraverso l’ironia, lo scherno, l’entusiasmo goffo dei bimbi, il romanzo invita il lettore a ritornare su stesso, e riportarlo fuori, nella sincerità dei propri intenti e lasciando libera la voglia di conoscere, senza il timore che la propria maschera di adulta risulti ridicola o in fallo.

 Tom Sawyer ci chiama fuori da casa, per venire a giocare con lui, perché vi è tanto da fare: nascondere tesori, cioè la propria immaginazione; salvare vite umane, ovvero innaffiare la sete di conoscenza, ad esempio trasformando quattro assi di legno galleggianti in veliero che viaggia alitato da vento e dai secondi di ciò che si è stati.

§CONSIGLI DI LETTURA: La sanfelice

Alexandre Dumas. LA SANFELICE.

Adelphi Edizioni, Milano 1999 (gli Adelphi 144).

Titolo originale: “La San Felice”.

Traduzione di Fabrizio Ascari, Graziella Cillario e Piero Ferrero. Cura editoriale di Emma Bas.

Cura redazionale di Pia Cigala Fulgosi e Stefano Zicari.

Alexandre Dumas era considerato uno scrittore “classico” già prima che i nostri nonni fossero nati. Senza aver letto alcunché delle sue opere, alla fine del 1800, alcuni personaggi dei suoi romanzi erano riconosciuti dai letterati e dal pubblico, archetipi dei tipi e dei comportamenti umani. Si pensi ai “Tre moschettieri” e al “Conte di Montecristo”. Vi sono altri romanzi meno noti, ma incisivi nel delineare tratti universali del nostro animo.

Era uno scrittore dotato di una memoria eccezionale, di una capacità investigativa e di ricerca superlativa e di una creatività inesauribile. In più, oltre a saper descrivere in modo minuzioso il contesto attraverso i dialoghi dei personaggi, caratteristica che discrimina la grandezza di un romanziere, è un antropologo moderno. L’osservazione degli usi, dei costumi, dei tratti fisici delle persone e dei luoghi, è di un livello pari agli etnologi, agli antropologi culturali moderni.

Viaggiò molto, massone e repubblicano. Amico di Giuseppe Garibaldi, fedele ai principi della rivoluzione francese, affine alla visione di Mazzini per una “Giovine Europa”, cementata dalla fratellanza e dalla libertà dei popoli.

“La Sanfelice” parla dei popoli e delle genti dell’Italia del sud. Del Regno delle due Sicilie, e in particolare di Napoli. Alexander Dumas visse a Napoli dal 1860 al 1864 circa, esule dalla Francia, e poi ancora dalla stessa Napoli e dai napoletani. Duramente critico, eppure di loro innamorato. Agì da “ministro dei beni culturali”, adempiendo con scrupolo al suo ufficio.

“La Sanfelice” apparve a puntate sul quotidiano parigino «La Presse» fra il 15 dicembre 1863 e il 3 marzo 1865 – e, con uno scarto di qualche mese (10 maggio 1864 – 28 ottobre 1865), sull’«Indipendente», il giornale che proprio a Napoli Dumas aveva fondato e diretto. Pressoché contemporanea l’edizione in nove volumi di Michel Lévy, Parigi, 1864-1865.

Suo padre partecipò alle guerre napoleoniche in Italia, e qui fu imprigionato per 25 mesi. Recarsi a Napoli fu anche un’occasione di riflessione sulla rivoluzione francese, sulla degradazione dei principi repubblicani per opera di Napoleone, sulle monarchie repressive europee, e in particolare con i Borboni e con gli stessi napoletani, che nel periodo tra il 1798 e il 1799 uccisero e si uccisero tra di loro, in modo che noi diremmo oggi barocco, esagerato, arrivando ad atti cannibalici contro i propri avversari. Un popolo di vinti perenne, tenuto a bada e volutamente diviso dai potenti, timorosi dai suoi scoppi improvvisi di ira, pieni di voluttà di sangue. Vi sono descrizioni truci, quasi da film dell’orrore, purtroppo verosimili.

Di prima lettura sembra che Alexander Dumas abbia scritto “La Sanfelice” per pareggiare il conto nei riguardi di quel regno che già allora era disprezzato per la sua arretratezza dalle coorti europee e dai suoi regnanti. Nel libro vi è una descrizione dei potenti, carica di ironia a tratti. La grandezza di quest’opera emerge dalla capacità di squadernare in modo quasi fotografico l’ambiente e le trame e le piccolezze dei potenti e del popolo.

Sarebbe limitato però fermarsi alla prima impressione, perché vi è anche una esaltazione della generosità degli stessi napoletani e degli altri personaggi del sud d’Italia, anche nel combattere tra di loro. Alexander Dumas l’avverte ed è rispettoso di queste terre, ricche di passato, e in realtà complesse, impossibili da qualificare con sguardi affrettati dai propri pregiudizi.

Fa bene leggere quest’opera perché immedesimandosi nei protagonisti realmente esistiti e in quelli inventati, ma verosimili nelle loro gesta ed azioni, storicamente determinate giorno per giorno, si sentono nel proprio animo, i dolori, le speranze, le paure, lo strazio, l’amore provato. È un romanzo lungo, ma ricco di sentimenti ed emozioni.

Vi è l’onestà intellettuale di comunicare al lettore la veridicità dei fatti storici attraverso i documenti realmente esistenti, e alcuni eventi delle scene, dispiegati attraverso la fantasia dello scrittore. E fu questo il successo iniziale da parte del pubblico, perché si sentiva partecipe di questo appuntamento bisettimanale, e mensile, pari a una telenovela brasiliana per la lunghezza dei mesi, nonostante si sapesse già la fine e la sorte dei protagonisti.

“La Sanfelice” nasce da esigenze personali, politiche, di lavoro ed estetiche, ed è un libro pianificato, e scritto passo passo per 18 mesi, attraverso ricerche storiche correlate, testimonianze e controlli in loco dei luoghi descritti. È una creazione estetica mediante un lavoro da storico e da antropologo. L’autore interviene direttamente nel testo per serrare le fila e precisare al lettore ciò che è scaturito dalle ricerche e dalle sue valutazioni.

Allora ed oggi, il lettore si sente a suo agio e ha fiducia nell’autore, perché mostra senza giri di parole, i suoi intenti e li delimita, permettendo al pubblico, il godimento nell’approccio di lettura.

Alexander Dumas offre un quadro del nostro passato e di quello che ancora di esso abbiamo, da osservatore partecipante, addolorato, critico, ma in fondo innamorato dell’Italia e di Napoli.

“La Sanfelice” è un tesoro cui attingere le tecniche di scrittura dei dialoghi, e della ricchezza nel mostrare l’animo umano, le caratteristiche morali e fisiche delle persone, dei luoghi e le tracce di ricostituzione della nostra memoria inconscia, all’interno di processi storici ben determinati.

Ed è utile per esercitare le capacità di analisi quasi sociologiche. Un esempio tra tutti:

Pgg. 334-35

“[…] Ma a che è dovuta questa differenza fra gli individui e le masse? Perché a volte il soldato fugge al primo colpo di cannone e il bandito muore invece da eroe?

[…]

Ecco i princìpi essenziali:

Il coraggio collettivo è la virtù dei popoli liberi.

Il coraggio individuale è la virtù dei popoli che sono soltanto indipendenti. Quasi tutte le popolazioni di montagna – gli svizzeri, i corsi, gli scozzesi, i siciliani, i montenegrini, gli albanesi, i drusi, i circassi – possono benissimo

fare a meno della libertà, purché si lasci loro l’indipendenza.

Passiamo a spiegare che differenza enorme ci sia fra queste due parole: LIBERTA’

e INDIPENDENZA.

La libertà è la rinuncia da parte di ogni cittadino a una porzione della sua indipendenza per costituirne un fondo comune che si chiama legge.

L’indipendenza è per l’uomo il godimento completo di tutte le sue facoltà, l’appagamento dei suoi desideri. L’uomo libero è l’uomo che vive in società, che sa di poter contare sul suo vicino, il quale a sua volta fa affidamento su di lui. E, essendo disposto a sacrificarsi per gli altri, ha il diritto di esigere che gli altri

si sacrifichino per lui. L’uomo indipendente è l’uomo allo stato naturale. Si fida

soltanto di se stesso. I suoi unici alleati sono la montagna e la foresta. La sua difesa, il fucile e il pugnale. I suoi aiutanti sono la vista e l’udito.

Con gli uomini liberi si costituiscono degli eserciti.

Con gli uomini indipendenti si formano delle bande.

Agli uomini liberi si dice, come Bonaparte alle piramidi: «Serrate le file!».

Agli uomini indipendenti si dice, come Charette (85) a Machecoul: «Divertitevi, figlioli!».

L’uomo libero si leva alla voce del suo re o della sua patria.

L’uomo indipendente si leva alla voce del proprio interesse e della propria pass ione.

L’uomo libero combatte.

L’uomo indipendente uccide.

L’uomo libero dice: «Noi».

L’uomo indipendente dice: «Io».

L’uomo libero è Fraternità.

L’uomo indipendente non è altro che Egoismo.

Ora, nel 1798, i napoletani erano ancora nella fase dell’indipendenza. Non conoscevano né la libertà né la fraternità. Ecco perché furono sconfitti sul campo da to cinque volte meno numeroso del loro.

Ma i contadini delle province napoletane sono sempre stati indipendenti.

Ecco perché, alla voce dei monaci che parlavano in nome di Dio, alla voce del re he parlava in nome della famiglia, e soprattutto alla voce dell’odio che parlava

in nome della cupidigia, del saccheggio e della strage, si sollevarono tutti.

[…]”

Oggi noi potremmo criticare questa divisione così netta, ma quello che interessa osservare è che, in base agli eventi descritti precedentemente, Alexander Dumas fornisce la sua chiave interpretativa nel delineare gli eventi.

Il lettore è coinvolto in prima persona e sente di essere rispettato nella sua intelligenza e nella sua capacità di riflessione.

Alexander Dumas mentre parla del passato della sua famiglia, di sé e delle sue convinzioni, ha la mirabile capacità di costringerci in modo inconscio a guardare a noi stessi, alla nostra storia e a riflettere sul presente di oggi.