CONSIGLI DI LETTURA: Anche se proibito. La folle impresa di Igor V. Savitsky di Giulio Ravizza

È un romanzo incredibile tratto da vicende realmente accadute che furono considerate assurde da coloro che, direttamente e non, ne furono implicati. La materia prima di questa biografia è un sogno incarnato in una illusione che dà corpo a una avventura ancora in divenire.

Un bimbo di una famiglia di aristocratici che subiscono i rivolgimenti della rivoluzione russa del 1917, la guerra civile, l’emergere dei bolscevichi, Lenin, Stalin, le epurazioni, la seconda guerra mondiale e la guerra fredda.

Igor subisce i traumi della casa incendiata, gli arresti e la deportazione, le fughe e le vicissitudini della famiglia a sopravvivere alla morte, alla Siberia, combattendo però in una situazione ai margini, dove addirittura la razione quotidiana di cibo non era garantita, se non sottratta.

Dalla famiglia, faticosamente, ricevette una educazione consona al suo stato precedente, rispetto ai rivolgimenti seguenti alla prima guerra mondiale. Nonostante dovette nascondere la conoscenza della lingua francese. Intraprese gli studi di una educazione formale di base e soprattutto riguardo alle arti, in particolare alla pittura, alla serigrafia al disegno. I genitori con tripli salti mortali riuscirono a garantirgli di seguire l’accademia.

Vi sono stati anche parenti realmente vissuti che poi fecero parte del sistema di repressione sovietico, dissimulando le loro origini, causando dolore, morte, con l’inganno, la truffa, il tradimento anche contro i loro stessi cari. Le vicende di Igor mostrano la quotidianità del sistema imperiale, poi sovietico di Stalin e poi ancora quello di Breznev, condito dalla corruzione, dal controllo, dalla repressione costante in ambito pubblico e privato, dove gli avanzamenti in termini di servizi, di tecnologia, erano raggiunti a spese di sacrifici orrendi, usando la minaccia, la carcerazione, il lavoro schiavistico coatto a partire dai campi di lavoro e di morte siberiani.

Oggi diremmo che Igor, forse anche per i traumi e le vicende che visse ogni giorno, non ultimo anche l’alcoolismo e la brutalità del padre, avesse un comportamento bipolare ossessivo, con altre “disfunzioni”. In ogni caso, dovendo subire la repressione artistica e creativa, lui e tutti gli artisti di questo nuovo paradiso sovietico, per dipingere il realismo socialista che celebra il lavoratore modello del nuovo zar – segretario di partito, e considerare una degenerazione capitalista ogni altra forma di arte, intraprese una resistenza attiva che durò per tutta la sua vita.

Le avventure a cui incorse nel romanzo potrebbero sembrare inventate, e invece, dallo stupore e dalla straordinarietà per la meraviglia di godere della lettura, si ricava che è tutto vero. Per fornire un manufatto letterario lo scrittore giornalista Giulio Ravizza ha dovuto inventare alcuni tropi nel descrivere il corso quotidiano dei giorni.

Ciò è dovuto alla condizione di collaborazione che anni fa, prima ancora delle tragedie di guerra attuale, Giulio Ravizza ebbe con gli enti locali alla cultura russa, in particolare in quelle zone del Kazakistan, in una località desertica che fa già fatica a scriverla, e per questo ne consiglio la lettura. Una zona morta dove si svolgevano attività di guerra segreta sperimentando di tutto e di più. Infatti, Stalin volle che in quei luoghi vi fosse la maggiore produzione di cotone nel mondo, ottenendo il risultato, come l’altro suo compare Mao, di desertificare ancora di più il tutto, di creare rivolgimenti ecologici disastrosi con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, anzi delle popolazioni che qui erano miste tra quelle turche e quelle mongole. In un paese come quello delle Russia che ha 140 minoranze linguistiche.

Nei suoi viaggi di conoscenza archeologica, e culturale, che già allo scrittore apparivano assurdi e fuori dal tempo, incappa in una città capoluogo di quel posto (che lascio innominato per invogliarvi alla lettura, e sì esiste veramente e nel romanzo si narrano le vicende di come crebbe: pazzesche anche queste), dove vi è un museo in cui sono raccolte migliaia e migliaia di opere pittoriche e non degli artisti epurati, censurati, incarcerati, uccisi dal regime sovietico dall’avvento di Stalin fino al crollo dell’URSS. Opere che avrebbero dovuto essere state distrutte. Una quantità di libere espressioni artistiche vicine ai dibattiti e alle correnti coeve in Europa, in Usa e negli altri continenti. Opere di critica e di opposizione al regime oppressivo e carcerario.

Igor tra mille avventure, con un’arte di dissimulazione, inganno, creatività, improvvisazione degna dei fratelli Marx (i comici degli anni trenta in USA) con i soldi presi dallo stesso ministero della cultura sovietica per creare un museo sovietico ad hoc per acculturare i popoli alle periferie di questo impero, viaggiò per tutte le Russie, in cerca di questi quadri nelle case delle vedove, nei magazzini abbandonati, in mille altri posti nascosti. Prometteva di pagare, assumendo il ruolo di debitore di tutti, riciclando i soldi per i viaggi, per la possibilità di “acquisire” in modo informale le tele e al di là della legge tutto quello che poteva, al di là della legge. Fino a prendere a prestito illimitato i materiali di uso per la cura delle tele, e tutti i manufatti edili che servivano per la costruzione del museo.

Ebbe per alleati le personalità più importanti del luogo, sobillandole e convincendole di questa pazza impresa volta a creare un doppio museo nascosto, in cui raccogliere tutto ciò che il sistema sovietico opprimeva in termini di creatività, di arte, di libera espressione.

Comici e coinvolgenti i suoi stratagemmi nell’ingannare gli ispettori dei ministeri e dello stesso KGB. Lui, che negli anni, assunse un aspetto più trasandato di uno spaventapasseri, che dimenticava persino di mangiare, riducendosi a uno scheletro, rimettendoci la salute nell’usare composti chimici per la salvaguardia e la ripulitura delle opere archeologiche. Fino a morirne. Ossessionato fino allo sfinimento, obbligato da chi gli stava vicino a dover riposare.

Si rimane stupefatti dall’uso di materiali di scarto, di risulta, per conseguire i suoi scopi, e di come a livello amministrativo usasse la stessa burocrazia sovietica per ingannarla e incepparla. Eppure tutto ciò accadde veramente. Questo romanzo va letto per comprendere l’assurdità delle dittature che vogliono essere totalitarie, crudeli, talvolta efficienti nell’opprimere, ma alla lungo autofaghe, ottuse, fragili, assurde, ma tremendamente reali nel causare il dolore, e la morte.

Il museo esiste ancora oggi. Ancora oggi quel luogo e tutta la Russia subisce la censura e il controllo. Specialmente a livello artistico anche con le nuove tecnologie. La direttrice del museo chiede visibilità e contributi per mantenere vivo questo tesoro unico, che svela tanto di ciò che ancora si deve conoscere dei decenni passati e di questi artisti che anche nella denuncia, nel dolore, hanno portato il bello e l’arte come approdo attorno a un mare nero di violenza.

Va dato un encomio all’autore, che ancor prima di essere un romanziere, ha impiegato mesi e mesi nella veste di un giornalista investigativo a raccogliere, le foto, i ricordi, interviste, tracce di questo personaggio sparse nel tempo, e nei luoghi, e negli archivi in modo da raccordare gli eventi più che decennali che hanno contraddistinto una vita per uno scopo unico volto alla creazione di un luogo nascosto in un deserto nascosto dal regime, creando un museo doppio accondiscendente al potere, usando gli stessi soldi e risorse del regime censorio.

È un inganno comico e tragico. Traspare uno scopo e una tensione commovente, tra l’amore, la speranza, e le vite interrotte di chi voleva solo godere dell’arte, dell’amicizia, degli abbracci e della condivisione, anche quelle artistica che è universale.

È una lettura che ci arricchisce e che fa nascere una tenera compassione almeno per rendere conto di un senso di giustizia nella memoria verso coloro che furono crudelmente affogati nell’oblio.