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CONSIGLI DI LETTURA: I cronoliti di Robert Charles Wilson

I cronoliti (Urania) di Robert Charles Wilson, 2023
(Prima ed. The Chronoliths, 2001),
trad. Annarita Guarnieri, Mondadori, Milano

È un romanzo avvincente che tiene la curiosità fino allo spasimo mantenendo il mistero e la tensione nei vari climax che si susseguono fino all’epilogo.

Vi è una ottima intuizione fantascientifica che utilizza la nozione del tempo. Questa non è originale in sé, piuttosto l’uso in rapporto alle conoscenze che abbiamo oggi riguardo al campo della ricerca della gravità, della linea temporale dell’universo, alle particelle subatomiche.

Vi è l’idea di usare il paradosso temporale in cui la possibilità di ritornare nel passato implica la possibilità di modificare il futuro, attraverso azioni nel presente che mantengano la memoria di ciò che sarà. È un espediente usato copiosamente nella letteratura fantascientifica. In questo romanzo, però, vi è il tentativo di rendere verosimile la struttura portante della trama, con ipotesi relative alla teoria della gravitazione relativistica, alla geometria differenziale e ai coni temporali che sono patrimonio della ricerca scientifica attuale.

È una composizione letteraria che può inscritta nella categoria della fantascienza dura, per la quale sono utilizzate le particelle subatomiche come i tauoni e la possibilità che il viaggio nel tempo sia considerato come un moto nello spazio. Lo scorrere del tempo è inteso come un piano tangente di due curve (a più dimensioni) che si toccano in un punto (o più in dettaglio un intorno infinitesimo di questo punto) che è il presente.

In una logica classica il tempo è unidirezionale, e quindi la curva del quasi passato trae a sé il presente, mentre quella del futuro, cerca di prenderlo nel verso opposto. Nel momento che il presente è toccato, tale evento annichilisce entrambe le curve nella veste di materia (subatomica) e nel correlato di energia, in un processo continuo che è a più dimensioni, ma dal punto di vista nostro, che è a tre dimensioni (quattro con il tempo relativistico), esso si riduce a un moto unidirezionale.

L’espediente fantascientifico consiste nel ritenere che il piano del presente sia poroso e che la proiezione inversa del futuro verso di esso, per opera di un sapiente uso dei tauoni con livelli controllati di energia e di trasporto di materia, possa essere realizzata in punta di spilli, come se si usasse un pettine per districare le masse informi tra quell’intorno infinitesimo zona di nessuno tra la curva del futuro e il piano del presente, per arrivare alla nuca (cioè l’istante del presente)*.

*in matematica tale pettine richiama la nozione di fibrato tensoriale (è un tipo di spazio vettoriale in cui a ogni punto di una base è associato uno spazio vettoriale che è il prodotto tensoriale delle fibre di un altro fibrato. Questo concetto unisce le idee di fibrati (spazi che associano un fascio di fibre a una base) e di prodotto tensoriale (un modo per combinare spazi vettoriali) per creare una nuova struttura geometrica).

Insomma è come se avessimo un palloncino gonfiato e di tessuto spesso e resistente (cosparso di olio, e quindi scivoloso), in cui nella superficie lentamente appoggiassimo un pettine e poi curvandolo un poco, e operando una pressione, i denti affondassero nella superficie curvandola (senza romperla, altrimenti il presente affonderebbe subito nel passato, portandosi dietro tutto) fino a toccare lo spazio del presente voluto, che, in quel preciso momento con quella determinata energia e materia correlata, trasporta i cronoliti.  

Attenzione il trasporto è temporale, non spaziale, perché nel futuro il cronolite è stato costruito nello stesso luogo.

(perdonate la mia prolissità nel soffermarmi in questo espediente iniziale, ma ho cercato per le mie conoscenze di fisica che non sono quelle di un premio Nobel, di esplicitare l’insieme dei concetti usati. Con un pettine e un palloncino ho cercato per analogia quasi poetica di sintetizzare qualche nozione fondamentale della teoria della relatività, della meccanica quantistica, della fisica teoria applicata a quella subatomica, e della matematica super avanzata dei fibrati tensoriali e delle varietà a n-dimensioni spinoriali!!!! – Se qualcuno ha delle perplessità, non preoccupatevi, rileggendomi non mi sono capito neppure io   )

I cronoliti sono grandi parallelepipedi che appaiono quasi dal nulla, e si innestano come totem in dimensioni sempre più estese. La loro comparsa è preceduta da cambiamenti atmosferici e da campi ionizzati. Nel momento della loro comparsa, risucchiano calore e materia, causando disastri nel raggio di più chilometri, oltre a una momentanea glaciazione. Vi è una ottima spiegazione razionale dei processi fisici e subatomici relativistici che è altamente sofisticata, che però ricordo, si poggia sempre sull’espediente fantascientifico iniziale.

Diciamocelo qui, tra di noi, per non farlo sapere ai futuri scrittori di fantascienza per non tarpare le loro ali creative: seppure nello stesso libro è descritto, ma giustificato con una tecnologia che controlli i tauoni, per poter andare indietro nel tempo, trasportando la massa, oppure una energia tale da farla convertire in materia, occorrerebbe una energia tendenzialmente infinita quasi quanto quella dell’universo.

Comunque il dato di fatto avvincente è che nei cronoliti vi sono immagini e messaggi che avvertono dell’avvento e della vittoria del Kuin. Si suppone che sia un leader, o un regno, o una nuova entità nazionale, che dominerà il mondo a breve e trasformerà tutto. E pone dei messaggi in cui prevede sommovimenti e rivolte in varie parti del mondo.

Il modo con il quale appare bucando letteralmente le città, causando quindi decine di migliaia di morti, innesta processi sociali di fede, idolatria, paura, in un crescendo irrazionale che porta alla ricerca dei santoni, dei profeti di questa era, particolarmente diffusi tra le generazioni più giovani: le più esposte all’apocalisse prossima ventura.

Vi sono gli enti nazionali che tentano di combattere e di contrastare i cronoliti e le correnti temporali unidirezionali che tali messaggi intendono realizzare in questo cortocircuito temporale.

E qui vi sono i protagonisti i quali si impegnano a contrastare la disgregazione sociale, la crisi economica, il conflitto intergenerazionale, e la guerra totale che si sta approssimando nei continenti.

La trama oscilla tra un piano collettivo a quello individuale, di famiglie che nascono e si disgregano, e della incomunicabilità tra le coorti generazionali, tra i genitori e i figli. Tra gli errori dei primi, e quelli ancora più gravi dei secondi. Vi sono descrizioni psicologiche approfondite che vengono centellinate con indizi che portano poi a rendere coerenti le loro azioni, mostrando quindi personaggi che evolvono e mostrano parti sempre più complesse del loro pensare e dei motivi sottostanti.

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Sebbene sia stato scritto nel 2001 in corrispondenza del crollo delle due torri gemelle, e quindi del senso di insicurezza, che svegliò il mondo dal sogno di un futuro senza conflitti, l’autore cerca di analizzare in più aspetti l’insieme dei processi sociali, e dei meccanismi psicologici individuali, e delle elaborazioni simboliche collettive che portano ad assumere l’interazione con gli altri in modo divisivo, apertamente conflittuale, dove si rifiutano parti terze istituzionali che regolano gli scambi, le esigenze, le normali relazioni con il prossimo. E quindi nel ritorno ancestrale della ricerca del Leviatano che tenta di frenare l’essere umano che è sempre un lupo.

Nel romanzo appaiono fenomeni di idolatria che inducono a ritenere sempre vero il proprio punto di vista, con la convinzione che il punto di vista degli altri sia il male, e che quindi non vi è una possibilità di coesistenza. O io o gli altri, e io sono nel giusto, e tutti pensano come me, ovvero gli altri come me, il gruppo, il clan, la nazione che si fonda su valori ancestrali, sul popolo.

Appare il fenomeno del populismo che cerca il leader condottiero, il messia che porta il bene, trasformando il presente in un rivolgimento: In una prossima e salvifica apocalisse.

Sembra un romanzo scritto oggi, per tutto quello che sta accadendo nel mondo, in un ritorno di uno scambio commerciale e di produzione locale, in guerra con gli altri, nel confine delle nazioni come una linea di guerra e di trincea, nel disprezzo delle democrazie e quindi nell’aspirare a colui che esprime i bisogni e le paure di una massa acefala e indistinta, in cui questi individui che credono di essere il mondo, annichiliscono l’un l’altro in un urlo di rivendicazione e di violenza.

Il romanzo gioca tra la razionalità e la pulsione di distruzione. È una ottima palestra per noi stessi, nella vita quotidiana, nel godere di questa lettura che ha più piani di azione paralleli, con dialoghi non banali, con una ottima introspezione psicologica, con scene di azioni avvincenti, e con climax che sanno tenerci in tensione e coinvolgerci nella gamma delle emozioni evocate.

È un bel romanzo di fantascienza hard, la cui lettura va consigliata a tutti.

CONSIGLI DI LETTURA: Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf

Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf (Autore), Bertil Lybeck (Illustratore), Laura Cangemi (Traduttore), 2017 (Nils Holgerssons underbara resa genom Sverige, 1906) Iperborea Edizioni, Milano

È un viaggio di formazione di un adolescente che incrocia quello della Svezia nei secoli e nei miti, attraverso un viaggio nei territori e nei mari che ne furono e ne sono il suo guscio.

È un racconto magico che incarna il mito di crescita proprio di Pinocchio e di Peter Pan. Il protagonista è uno scansafatiche dispettoso tenuto faticosamente sotto controllo dai propri genitori, che, nonostante le preoccupazioni per il loro futuro di incertezza economica, lo trattano relativamente con pazienza e comprensione. Un giorno però, per le sue birberie, è trasformato in un troll minuscolo senza però averne i poteri e quindi alla mercede di chiunque, anche animali di piccola taglia. Ha però una qualità: riesce a capire e a esprimersi nei linguaggi degli animali, prevalentemente quelli vertebrati (uccelli, mammiferi, rettili, anfibi e pesci).

Riesce a scampare ai primi pericoli e aggressioni, chiedendo soccorso al papero che soggiornava fuori della sua casa, il quale mostrò una notevole reticenza, dato le angherie ricevute, ma alla fine cedette. E fuggendo dalla casa, e portandolo con sé, entrambi respinti in prima istanza, riuscirono a unirsi a uno stormo di oche selvatiche in viaggio verso il nord per la deposizione delle uova, data la primavera inoltrata.

E qui inizia un viaggio fantastico, pieno di avventure dove percorrono l’intera Svezia, passando per la Finlandia e per la Lapponia, cercando di difendersi dai rapaci, dalle volpi e da tanti altri pericoli, tra i quali quello più letale: l’uomo.

Se in un primo momento Nils è appena sopportato data la pessima fama per cui era noto tra tutti gli animali, piano piano, riesce ad essere di aiuto, per la sua agilità, inventiva e creatività, salvando le oche e tanti altri animali da morte certa.

La scrittrice Selma Lagerlöf è di una bravura impressionante perché non crea un mondo magico separato da quello umano, infatti entrambi convivono e si relazionano in una mutua relazione, in base anche ai mutamenti geologici e più in particolare morfologici dell’intera penisola scandinava.

Il mito non è altro, o posto in un tempo lontano, o in una dimensione parallela. Gli animali assumono un tono antropomorfo, mantenendo però le loro caratteristiche etologiche. L’autrice si sforza di pensare e di immaginare le esigenze, le sensazioni degli animali nel momento in cui noi riuscissimo a intenderli, e lo fa in un modo verosimile da vera etologa.

Ogni paese, o fiume, o affluente, catena montuoso è vista come una entità vivente che si sviluppa, soffre, cresce, anche per mano dell’uomo. Tale relazione tra il mito, il magico, l’incanto, la leggenda, la memoria, le storie quotidiane, i racconti sono intessuti in una narrazione in cui le figure mitiche, gli umani, gli animali, i personaggi delle favole, convivono, parlano, e interagiscono, seppure usando tempi e modi diversi, non direttamente comprensibili, ma intuibili.

Gli umani non possono certamente dialogare con i grandi laghi, gli alberi i boschi in cammino, ma capiscono gli sviluppi futuri e i mutamenti in atto sia per le loro operose attività economiche quotidiane, lo sviluppo della scienza, e le narrazioni mitiche, dove ogni elemento dei luoghi acquisiscono una anima, o per meglio dire uno spirito della materia, degli elementi principali. È una vera cosmogonia animistica.

E qui si sente veramente un tratto ancestrale dei popoli che si approssimano al Polo Nord, e in particolare quello svedese, un senso intimo, diretto del proprio corpo, del proprio destino, e di una teoria del mutamento e del divenire che è corrispondente con quello dei luoghi natii e di confine. I monti parlano e soffrono, come i boschi e i laghi, e se è per opera dell’uomo, ne ricevono il risultato, come è vero anche il contrario. Ovvero la presa di coscienza degli umani circa la responsabilità delle proprie azioni, e quindi la messa in tema di un’etica che spinge ad agire cercando un benessere comune e generalizzato, permette lo sviluppo delle terre, della flora, e quindi una nuova ed equilibrata convivenza con gli animali.

L’autrice poi, mostra in modo avvincente e divertente le gare, i battibecchi, i conflitti e le alleanze tra gli stessi animali. È di un livello narrativo sopra ogni classifica quando narra, ad esempio, la gara di acrobazie e di voli di squadra di diverse specie di uccelli nei luoghi di sosta di ritrovo, dove si cominciano a creare i primi nidi per alcuni. Sembra di stare in una serie di Quark con Piero Angela, ma narrato il tutto con uno stile, e una tensione che lascia a bocca aperta, e ci fa sentire così piccoli, superficiali, ingrati verso gli uccelli e gli animali in genere da non apprezzare le loro qualità intrinseche e le strategie di sopravvivenza, nonché quelle di mutua alleanza e di relazione, non inventate, ma vere, verissime.

Esteticamente si ha subito un desiderio di porsi in contatto con ciò che noi chiamiamo natura intendendolo un confine inanimato. È invece un universo in cammino nel quale noi stessi ne facciamo parte, dal quale ne traiamo da vivere ed è anche intriso di pericoli.

E questa conoscenza e storia di apprendimento vale per il piccolo Nils, perché viaggiando in groppa alle oche, vede tanto della Svezia, e sente i racconti degli animali che fanno dei luoghi, e apprende tutto quello che non studiò a scuola, anzi di più, sentendolo in carne ed ossa, ponendosi in relazione anche conflittuale, per salvare gli stessi compagni di viaggio, dalle figure storiche che riprendono vita, come anche quelle delle fiabe e delle leggende.

Oltre ad essere un cammino magico alla Peter Pan, è però anche reale, perché è ambientato al tempo contemporaneo della scrittrice, che è di inizio novecento, un momento storico di grande industrializzazione della Svezia, accompagnato da una diffusione della conoscenza scientifica e dallo sviluppo della tecnica e della tecnologia, avendo un senso della ricerca scientifica sempre più sviluppato. È quindi anche un percorso di formazione simile a Pel di Carota e di Gianburrasca, bimbi che diventano adulti in senso alla società reale, non magica.

Nils, continuando ad avere le fattezze di un troll, con solo una capacità a correre veloce come un furetto e una agilità di uno scoiattolo, abbraccia l’intera penisola Scandinava e acquisisce una responsabilità da adulto e prova affetto sincero per tutti.

È un romanzo che fa sorridere, commuovere, e apre il cuore del lettore e il desiderio di volare e di guardare oltre il proprio orizzonte. Invita a venire a patti con il proprio luogo d’origine, a ritornare alle proprie radici, ma non per rimanerne lì protetti e immoti come in un guscio primordiale. Sarebbe innaturale con la conseguenza di ottenere una vecchiaia muta e ignara. No. Si ritorna a guardare sé stessi nel proprio inconscio collettivo storico, per rinascere assieme a tutti. Non si vuole soltanto che quell’albero cresca con nuovi rami, ma che l’intero bosco in tutte le sue varietà si allarghi ed evolve, pensandosi appunto a se stessi come un territorio dotato di flora, di fauna, di torrenti e di monti. In tutte le sue varietà.

Attraverso il racconto e il mito, si porta il proprio passato nel presente cercando rielaborarlo e nell’estenderlo assieme agli altri.

Non è un caso che Selma Lagerlöf sia stata designata del premio Nobel per la letteratura, e che da subito divenne una delle autrici più famose in Svezia e nei paesi nordici.

È un libro tutto da godere che fa sorridere ed evolvere in nuovi stadi del nostro vivere.

CONSIGLI DI LETTURA: Sogni di robot di Isaac Asimov

Sogni di robot di Isaac Asimov (Autore), Mauro Gaffo (Traduttore),
2014, (ed. Originale: Robot Dreams, 1986), Feltrinelli, Milano

È una serie di racconti più che trentennale che segue quella relativa alla serie pubblicata a puntate sulle riviste di fantascienza tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Nei primi scritti le trame erano incentrate nella applicazione delle tre leggi della robotica cui le macchine avrebbero dovuto attenersi nell’eseguire le attività programmate dagli umani, ovvero:

la sicurezza: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”;

il servizio: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge”, ed infine l’autoconservazione: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.

Questi racconti originari erano essenzialmente statici, quasi teatrali nel loro sviluppo e il climax raggiungeva la sua esposizione nel mostrare le eventuali incoerenze o incompletezze dei dettami suddetti in rapporto alla indefinita varietà delle interazioni che gli umani hanno tra di loro e con l’ambiente esterno. Le macchine, in quel decennio, assunsero nella pubblicazione dei racconti, piano piano una forma che si avvicinava in modo progressivo a quella umanoide. Le tecnologie utilizzate erano per il più elettriche, meccaniche pesanti (oli, pistoni) ed elettroniche in particolare quelle precedenti l’uso del silicio e del germanio.

La fisicità di tali macchine era volta a svolgere funzioni ripetibili, seriali, di assistenza che dal punto di vista della catena di montaggio, semplice, univoca con scopi lineari e definiti, a mansioni sempre più complesse tali da divenire sostitutive rispetto alle attività manuali umane più elementari. L’epilogo dei racconti seguiva la coerenza interna di queste tre leggi della robotica, che mostrava però l’impossibilità di assolvere pienamente alle indicazioni degli umani, e in molti casi il fallimento risultava essere tragico.

Nei racconti di “Sogni dei robot” vi è una evoluzione in una forma umanoide più compiuta da parte di queste macchine, tale da svolgere e rappresentare un soggetto dotato di una propria semi autonomia di giudizio nel valutare i dati e di agire di conseguenza.

Le tecnologie usate sono decisamente più elettroniche, perché dai primi anni cinquanta sono usate le terminologie proprie dei protocolli relativi alle valvole termoioniche e dei transistor, e quindi nella prima riduzione spaziale delle macchine e in una maggiore facilità di interazione nei rapporti sociali con gli umani. Oltre allo sviluppo delle facoltà di calcolo e di elaborazione dei dati. Il linguaggio diventa paritetico a quello umano, e via via i concetti diventano sempre più elaborati fino a investire i domini della conoscenza propri della morale e del diritto.

Tale processo dalla seconda metà degli anni sessanta ai primi anni settanta, coinvolge le nuove tecnologie MOS di miniaturizzazione progressiva dei circuiti, nei quali i robot assumono il ruolo di entità capaci di elaborare in modo autonomo le informazioni, e quindi a intraprendere processi di apprendimento (il “Machine Learning”). Le trame dei racconti, quindi, diventano più complesse e gli umani non si rapportano più ai robot come strumenti utili da dover controllare continuamente per evitare conseguenze indesiderate, ma in quanto antagonisti o alleati da tenere in conto per il perseguimento dei propri scopi. La diade robot-umano si amplia verso una triade tra umani, robot, e scopi sia degli umani sia dei robot stessi.

In questa fase i termini usati non sono più meccanici, ma propri dell’elettronica analogica e ora timidamente digitale, e le macchine sono ora descritte con analogie sempre più dirette alle facoltà cognitive, emotive ed esperienziali umane. Il cervello dei robot è una entità positronica: un soggetto, non più una macchina. Vi sono anche abili intuizioni di Isaac Asimov riguardo lo sviluppo delle tecnologie nella costruzione dei circuiti, le possibili soluzioni nell’uso dell’energia per i voli spaziali.

Nell’ultima fase di questi racconti l’orizzonte si amplia a quello del sistema solare, ai voli interstellari e galattici, al potenziamento dei robot che diventano unità non più inscrivibili in un corpo umanoide, ma in complessi decentrati che si identificano anche tra le galassie. I robot diventano soggetti completamente autonomi da quelli umani nel perseguire gli scopi originariamente assegnati, ma che ora acquistano una vita propria, perché tali “macchine” hanno una propria filogenesi e alla fine una capacità di una vera e propria evoluzione.

È interessante rilevare che i temi della morale non riguardano più soltanto i robot, ma assumono un ruolo onnicomprensivo di tutti i protagonisti ove i robot per le loro capacità di calcolo, di elaborazione e di previsione portano alle estreme conseguenze i problemi, le aporie, le possibili soluzioni in un modo indefinitamente più ampio di quello umano. E ciò obbliga tutti a porsi nuovi dilemmi, in qualche caso insolubili e forieri di un fallimento tragico nelle narrazioni.

Godibili gli ultimi e più elaborati racconti che oltrepassano il destino del pianeta Terra, per interrogarsi sulla natura dell’universo e il destino degli umani e dei robot, quasi volto a una mutua trasfigurazione.

I modelli matematici che interpretavano il mutamento, come la “psicostoria” utilizzata nei suoi libri e racconti tra gli anni quaranta e cinquanta, ora perdono la loro capacità predittiva, per incentrarsi sulla probabilità relativa a descrivere il presente sempre più esteso e inconosciuto.

La figura della donna risulta essere ancillare e ancorata ai modelli dei primi racconti, ove i ruoli erano principalmente quelli della moglie, della madre, o della segretaria. Occorre dire che Isaac Asimov non aveva una visione “progressista” relativamente ai decenni su indicati. Eppure, in modo tardivo, negli ultimi e più complessi racconti, ecco che i ruoli femminili sono autonomi e veri Deux ex machina delle narrazioni.

Un aspetto ambivalente di tutto l’opera di Isaac Asimov che per un verso è un limite rispetto ad altri suoi colleghi e dall’altro fu anche un motivo del successo immediato dei suoi racconti, è quello di utilizzare principalmente tipi umani, non extraterrestri, se non in modo sporadico, ma sempre in forma umanizzata, e principalmente del tipo bianco, adulto, occidentale che agisce qui sulla Terra e in ogni angolo dell’universo.  Si pensi al ciclo della “Fondazione” per esempio. Vi era un motivo in origine, perché questa analogia di sviluppo dell’impero romano, doveva essere compiuta da quelli considerati “occidentali” e in particolare da quelli che hanno la fiaccola dell’eredità mitica “greco-romana”, come appunto quella degli Stati Uniti. Lo stesso Asimov lo scrisse in alcuni suoi articoli, che l’editore John W. Campbell, direttore della rivista <<Astounding Stories>> gli impose l’uso di tali espedienti retorici, nell’eventualità della pubblicazione delle sue opere.

Va detto comunque che in seguito, indipendentemente da Campbell, Asimov cambiò tale impostazione, se non proprio in questi ultimi racconti sui robot, nei quali il modello tipico umano perde la sua centralità, a favore di nuovi soggetti e ruoli aventi la piena facoltà di divenire antagonisti e protagonisti nella narrazione.

È una raccolta di scritti godibile alla lettura per la verosimiglianza dell’impiego delle tecnologie, seppure in gran parte fantascientifiche, e nella descrizione dei vincoli dei principi della fisica, della chimica e dell’astronomia. Con Asimov infatti siamo nella fantascienza “hard” e non in quella improvvisata e frammista a espedienti banali del tipo “Il coniglio che esce dal cappello”.

È una lettura utile anche per capire a livello antropologico la visione dei paradigmi scientifici e degli assetti tecnologici che via via comparivano in quei decenni, e di come ci si districasse tra una visione magica e una riflessione epistemologica coerente.

In ogni caso, è sempre dono la lettura di uno scritto di Asimov, perché porta a confrontarsi con i limiti della propria immaginazione. E ciò è uno stimolo irresistibile a migliorare le proprie attitudini di previsione e di formulazione di ipotesi circa se stessi e il mondo circostante.

CONSIGLI DI LETTURA: Amatissima di Toni Morrison

Amatissima, 1993  (Prima ed. Beloved, 1987)
di Toni Morrison (Autore), Franca Cavagnoli
(a cura di, Dopo), Alessandro Portelli (Collaboratore),
Giuseppe Natale (Traduttore), Ed. Frassinelli (Torino)

Nell’inconscio collettivo forse noi abbiamo una immagine prevalentemente cinematografica riguardo i milioni di schiavi che furono deportati dal continente africano verso i continenti americani. Nella fattispecie durante il periodo intorno alla guerra civile americana, detta impropriamente di “secessione”.

È un periodo che, per motivi di scontro politico all’interno degli Stati Uniti, e per lo sviluppo delle scienze relative alla etnologia e all’antropologia, si registrarono le voci, le storie degli schiavi, degli schiavi liberati e di quelli inframmezzati nello stato di passaggio più brutale a quello di cittadini semi liberi dal punto di vista civile ed economico che durò per tutto l’ottocento e oltre. In termini quantitativi furono non più di 500 persone su oltre sessanta milioni di schiavi che traversano l’Atlantico, dei quali quindici milioni sopravvissuti, durante due secoli di storia.

In questo romanzo si parla di loro, e certamente non è che prima e nelle altre zone dell’America del nord e del sud tale fenomeno non ci fosse, anzi il contrario. Ancor di più il fenomeno della schiavitù era e fu anche praticato dalle stesse genti africane autoctone da secoli.

La caratteristica peculiare però qui riguarda noi, e cioè la nostra responsabilità storica nel ricordare non soltanto le immagini evocate, ma riportare la concreta presenza. Cioè quando il racconto si fa carne nel testimone e di ciò che è presente ancora qui, oggi nei nostri sistemi valoriali, nei nostri atteggiamenti, nel porci noi stessi come successivi ad una origine che si dice civile, e portatrice di diritti crescenti.

Eppure, tralasciando i pochi specialisti del settore e gli storici di professione, non è così fuori luogo pensare che noi si abbia una immagine stilizzata ed edulcorata delle condizioni di schiavitù, che talvolta ci porta a pensarla come una menomazione quantitativa, o una condizione di indigenza rispetto al vivere dei “bianchi”.

Non è così. La schiavitù fu brutale, dal soggiogamento classico della catena, alla negazione totale della soggettività della persona. Gli schiavi non si potevano sposare, magari unirsi per concepire dei figli utili per lavorare, i quali erano poi venduti, scambiati e tolti dalle madri ancora in fasce. E le stesse madri non potevano allattarli, perché dovevano donare il loro latte agli infanti dei padroni. Una donna poteva avere più figli da uomini diversi, i quali magari dopo sei mesi scappavano, per essere catturati, torturati talvolta nei modi più crudeli, e poi definitivamente uccisi, a meno che non fossero ancora utili per i lavori, ma sempre dopo aver amputato un membro o averli ridotti in condizioni ancora più orribili.

Poter mangiare e bere ogni giorno fu una concessione. Certo talvolta gli schiavi erano tenuti in modo meno inumano, anzi con compiti di fiducia e di cura, in modo ancillare, e talvolta con riconoscenza, specie quando il padrone si faceva debole e vecchio, e quindi bisognoso delle cure ultime, in un sentimentalismo ipocrita e in fondo vampiro.

Questo romanzo cerca di riportare alla voce, le storie, i mondi di questi milioni di persone, ma non è una serie televisiva con una sceneggiatura chiara, piana, e coerente nello sviluppo temporale. La memoria è uno smembramento: questo ricordare non è un processo neutro, perché paga i processi di occultamento e la deformazione congenita in ogni processo di rievocazione. Ancora di più è accentuata la selezione dei fatti e l’uso artefatto quando i soggetti e i testimoni per tutto il loro vivere non ebbero gli strumenti e i linguaggi della memoria, come il testo scritto, il saper leggere e far di conto, nel reclamare il diritto di proprietà delle proprie opere di ingegno e dei manufatti. E ancora peggio di non avere quelle reti sociali e comunitarie, che, anche in processi di trasmissione orale, fossero attive nel passaggio inter generazionale da parte degli anziani, e dei custodi degli spiriti e degli avi a dar senso alla propria storia e alla proiezione del futuro.

La rievocazione quindi, è dolorosa, smembrata, a raggiera, perché non può che partire dagli eventi tragici che hanno indotto anche i padroni ad averne memoria, come ad esempio i resoconti dei tribunali, in cui furono registrati gli atti di ribellione, o i reati universali come ad esempio l’infanticidio, e addirittura sconvolgente se perpetrato da madri schiave nere. Oltre ai pochi racconti di coloro che ebbero la fortuna di saper scrivere e di aver registrato dai bianchi i loro pochi fogli, e dai resoconti degli occhi dei bianchi e delle distonie degli etnologi, dei giornalisti e degli antropologi, si hanno reti della memoria, a sprazzi.

Sono scogli che emergono e spariscono a ridosso delle coste in base ai flutti del tempo, della violenza, di chi comanda, di chi opprime e di chi ha la forza. Lo strumento del racconto quindi si sfrangia in più voci che vanno avanti e indietro nel tempo, e ognuna ondeggia nella memoria, perché lo scavare è doloroso. E con la consapevolezza del canto, della condivisione dei fatti che risalgono a tempi mai precisi e tutti attualizzati, i soggetti aspirano a non essere schiavi, e quindi cercano un attimo di respiro nell’immaginarsi attivi e detentori dei titoli della memoria. Ciò implica la responsabilità e si vede che sì, essendo umani, si è anche capaci a propria volta di commettere la violenza e la crudeltà, come i maschi che picchiano, sfruttano, violentano le compagne. Violenza su violenza. Anche gli schiavi sono umani e hanno anche loro da dover rendere conto nel rievocare la memoria.

Vi è la beffa più grande, non sono solo i padroni ad occultare, selezionare ed ingentilire, ciò che fu, ma anche coloro che oggi furono i figli di quei milioni di individui. Il paradosso ulteriore è che non possono neanche considerarsi altri dai figli dei bianchi di oggi, perché la gran parte dei figli degli schiavi ha nonni, zii e prozii bianchi. Sono figli di violenza, e dentro i loro geni forse vi è più Europa che Africa.

Nel romanzo si ritorna e si gravita nell’evento più orrendo, ove tutti convergono nell’essere protagonisti, inconsapevoli e no nel trarre dagli oceani dell’oblio, estensioni sempre più vaste di questo canto di decine di milioni di individui.

A prima vista il lettore non capisce se in quella casa vi siano effettivamente gli spiriti, se quella bambina sia un fantasma e in carne ed ossa, ma proprio per la logica della storia ciò è ininfluente, perché la memoria non può essere quella di chi ha tutti gli strumenti del linguaggio odierno, ovvero tale oblio può emergere se il ricordo si fa oggetto, ovvero carne, e quindi sangue e dolore.

Le oscillazioni dei protagonisti nel ricordare, permettono di agitare le acque e di lasciar trasparire questi scogli. E i loro echi iniziano a comporre tale immenso processo storico, che fa parte degli Stati Uniti e di tutti noi.

Tony Morrison è una scrittrice a tutto tondo, ha una capacità di scrittura polifonica, ove si passa alla narrazione quasi giornalistica, a quella fiabesca, a quella destrutturata, a quella psicologica per passare a quella realistica. È un romanzo con più scopi, perché vuole dare voce a milioni di persone, e nel contempo non lasciare che le memorie così costruite rimangano fisse e ridotte ad icone sbiadite di un presente che via via si approssima anche esso nel congedo. Non è solo questo, perché tenta un esperimento grandioso nel proiettare tutto ciò in futuro possibile, dove la schiavitù sia solo una parte di ciò che si è stati, e di ciò che si può essere ora: esseri umani a tutto tondo.

CONSIGLI DI LETTURA: L’oscuro visibile di William Golding

L’oscuro visibile di William Golding (Autore), Delfina Vezzoli (Traduttore), 2022, Mondadori, Milano,
(Ed. originale. Darkness Visible, 1979)

Il destino di personaggi di varia umanità intrisi della propria mediocre crudele meschinità, con l’appuntamento verso il proprio naufragio, nel tentativo flebile di mantenere una luce di consapevolezza su sé e il proprio vivere.

È una lettura che disturba l’emotività, perché la commozione eventuale non svolge una funzione catartica e la rabbia cresce fino ad implodere contro di sé. L’oscuro visibile non è una zona di ombra scura tra due pareti soleggiate e non è neanche una via che si inoltra nel bosco, ove nell’ingresso finiscono le file dei lampioni stradali.

Avvertiamo l’oscurità nella mancanza di luce, o per meglio dire nell’impossibilità manifesta di guardare che è un indice della cecità. In questo luogo possiamo scorgere le forme, perché indichiamo e nominiamo gli ambienti, e tra essi qualifichiamo quelli nitidi ed opachi, la notte e il giorno. Abbiamo gli oggetti e gli attributi. L’oscuro visibile non è mostrato nell’oggetto indistinguibile, nella notte di nebbia senza le stelle e senza la Luna. Non è il cono d’ombra tra due fiamme. Non è il luogo della mancanza di luce, tra gli altri luoghi quotidiani. L’oscuro visibile è avvertito per negazione, ovvero nell’impossibilità del visibile da parte dei nostri apparati visivi, tattili e cognitivi di qualificare ciò che innanzi si manifesta. La totalità del mondo si presenta con una radicale mancanza nel poter affermare di essere tutto quello che esiste e che vi è.

L’oscuro visibile non è in un luogo specifico, o in un qui, o in dopo, perché è connaturato ad ogni oggetto che ci pare chiaro, godibile, descrivibile, giudicabile, è invece, ovunque, in ogni parola ed elemento per noi familiare.

Se, poi, tra i vari oggetti spaziali, ci rivolgiamo ai nostri stati emotivi, alle nostre volizioni, ai pensieri che moralmente si avvicinano ai tabù, ecco che il peso del nostro corpo avverte tale oscurità, ma non tanto perché vi è un masso esterno che ci schiaccia, quanto invece nell’emergere del presentimento che tutto ciò che ci definisce nel corpo, nella persona e nell’io sia flebile e intrinsecamente fragile. Ci pesa tutto, perché rischiamo continuamente di implodere nella possibilità di non reggere i nostri sistemi valoriali e comportamentali.

I protagonisti sono stati vittime dei loro genitori, e a loro volta carnefici del proprio passato, dell’esser stati infanti e violenti contro il prossimo nell’aggressione fisica, nella manipolazione, nella calunnia, nel piacere del male e nella voluttà verso i vizi capitali. Il piacere si paga e non soddisfa. Si cede alla pigra visione della sopravvivenza e della fuga delle proprie bugie, attuando riti sacrificali in cerca di vittime che certifichino un sistema di vita coerente con i propri modelli del mondo che si sa, nel fondo, essere incoerenti, incompleti, falsi, truffaldini.

Si scava con le mani la parte di una cava in cui si sta sprofondando, nel risalire su con le ossa strappate a chi, ignaro, si fida della richiesta di aiuto.

Un pedofilo che condanna il suo vivere in una risposta finale, un ragazzo uscito vivo per miracolo dai bombardamenti e sfigurato per sempre in un destino che lo accompagnerà in un sacrificio all’interno di un tragitto di passione, una figlia in preda a desideri incestuosi e in una consapevole ricerca di sopraffazione contro il prossimo, una sorella perennemente assente e vuota se non di cospirazione e fuga da tutto. È una costellazione di varia umanità inchiodata nei propri vizi e nelle proprie debolezze, che cerca di rivestirsi in una maleodorante ed ipocrita esistenza, che permette di rimanere a galla, ma in una pozza sempre più fetida e stagnante, prima dell’attimo finale di sprofondare in un mediocre oblio.

La scrittura è sovrabbondante, a tratti, di dialoghi, e di primo impatto si ha l’impressione di un lungo indugio nella scansione degli eventi, comportando uno sforzo emotivo costante nel reggere la tensione dei vari climax che si susseguono. Tale ridondanza, però, ha lo scopo di analizzare quasi in modo chimico le intenzioni, le posture, gli atteggiamenti, le bugie, i sotto intensi, per offrire un quadro prospettico della condizione di esistenza terribile che è il tratto comune di ogni individuo. La stanchezza che ne risulta dalla lettura ha lo scopo di ingannarci, perché vuole sedurci in modo sottile a immedesimarci nei protagonisti, svuotandoli però delle loro caratteristiche, affinché noi si sia costretti a prenderne in loro posto. E quindi, piano piano, gli oggetti della tesi del libro, diventiamo noi stessi. Se andiamo avanti a leggere in modo più profondo ed emotivo, ci si rende conto che noi stessi possiamo diventare così, anche in una ipotesi assurda e improbabile.  

Il regalo amaro di questo volume è la consapevolezza che non è impossibile diventare così abietti, perché è anche un nostro tratto distintivo in potenza.

Arrivato a questo approccio, il lettore si potrebbe domandare il motivo di giungere fino in fondo, dato che si avverte sempre più la sensazione di non avere una via di uscita. Eppure, nonostante lo scoramento, Golding ci offre una porta: se accettiamo questa passione dolorosa, è possibile che la luce fioca che siamo, anche essendo intrisa di una oscurità infinita e indicibile, ha la possibilità di vedersi.

Quest’opera è una locomotiva che ci arriva addosso. Non si può scappare. Si ferma istantaneamente nel momento in cui si ammette che il mostro che sta arrivando, è semplicemente la nostra terribile intimità.

Se si adotta una lettura superficiale, si rimane nelle rive della lettura pruriginosa nel contemplare la voluttà malata. Se si ha la volontà di immergersi veramente nell’opera, si ha in dono tutto se stessi, ma ciò costa una dolorosa fatica. Sì, nonostante il cinismo che impregna ogni riga, il fuoco, il segno del volto sfigurato da parte di alcuni protagonisti, i percorsi tragici hanno un significato escatologico di speranza. Golding non li argomenta in modo esplicito, ma ci invita a viverli a percorrerli a ripercorrerli, nella speranza della propria Pasqua personale.

CONSIGLI DI LETTURA: Cronache dalla terra dei più felici al mondo di Wole Soyinka

Cronache dalla terra dei più felici al mondo di Wole Soyinka (Autore),
Traduzione di Alessandra di Maio, 2023
(Ed. in lingua originale 2021) La Nave di Teseo Editore, Milano

Sebbene sia un’opera di un autore già affermato e di lunga data, è avvertita già dalla lettura delle prime pagine una irruenza tipica di uno scrittore che dispiega l’energica volontà di affermare la propria personalità. Si è quasi storditi dal bisogno della conferma da parte del proprio estro creativo nel dispiegare il testo ritenuto proprio, originale nella struttura, innovatore nella trama rispetto al proprio passato di lettore, promettente nel delineare gli stili e profondo nella propria poetica. Eppure Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka, è un drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano Premio Nobel per la letteratura nel 1986, considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura dell’Africa sub-sahariana, nonché il maggiore drammaturgo africano.

È un’opera con più livelli di narrazione che intersecano generi letterari prettamente europei e americani nella tradizione plurisecolare della forma del romanzo, di resoconto giornalistico e di analisi etnologica, nonché di riflessione antropologica sui motivi delle azioni dei protagonisti. Per una lettura più attenta e anche per una analisi meno pigra, sarebbe opportuno prestare attenzione ai termini trascritti in corsivo. Ci si conceda il lusso del tempo nella ricerca del significato di tali termini, nel relativo uso corrente e il contesto d’uso.

I quattro amici e i nomi topici che rimandano ai classici della letteratura occidentale, sono fusi con i nomi di santi e di guide spirituali sia degli Stati Uniti sia del mondo islamico nella veste araba e in quella nigeriana. E qui si arriva a un punto cruciale nell’accedere a questa nazione centro occidentale africana, che è, in verità, un continente vero e proprio con 250 milioni di individui prossimi a divenire fra qualche lustro, quasi 750 milioni, costituendo probabilmente l’agglomerato statuale più densamente popolato del pianeta.

La lettura di quest’opera ci informa delle generiche e superficiali chiavi di interpretazione che abbiamo dell’Africa e degli africani, perché rivela una quantità sterminata di ottiche inedite per cominciare a pensare di noi e di loro. I nigeriani sono un arcipelago di popoli che hanno lingue formali, idioletti, riti, forme di organizzazioni federali, claniche, di affiliazione, comunitarie, religiose e approcci sincretici in una quantità tale da generare le vertigini solo nell’atto di elencarle.

Lo stupore che potrebbe insorgere in una lettrice o lettore italiano mediamente informati circa le vicende notificate a gocce dai media tradizionali riguardo la Nigeria, sarebbe generato dalla consapevolezza che quei popoli utilizzano i simboli in sincretismo altamente sofisticato.

Il termine “tribale” non è inteso nell’accezione volgare (non certo degli etnologi) che rimanda a ciò che è primitivo, ordalico, contraddistinto da leggi crudeli e semplificanti. Le tribù possono essere costituite da famiglie che vanno dai piccoli villaggi, a intere regioni, fino a costituire ciò che noi intendiamo come ceppo linguistico.

Certamente non ci si deve disperare, perché lo scrittore ci accompagna per mano, e offre di volta in volta i contesti in cui collocare i ruoli e gli agenti sociali che informano di senso e di coerenza l’agire dei protagonisti.

È singolare come dalla persona altolocata e istruita, ricca e potente, a quella più umile nel senso economico e di conduzione di vita, sì aderendo a riti quasi superstiziosi diremmo noi, agiscano tutti credendo fermamente nelle verità scientifiche, nell’uso delle leggi formali del diritto che oscilla tra l’approccio anglosassone e il correlato europeo. Vi è un continuo richiamo di aderenza ai riti e ai valori che sono continuamente concertati dalle comunità, fino alle singole famiglie, con gli stili di vita tipicamente occidentali. Vi è una descrizione e richiami di ricette e cibi tipicamente nigeriani, che variano, come qui in Italia da paese a paese, con le pietanze tipiche dei brand delle multinazionali USA.

Ad una lettura sottile, si nota come l’autore rimanda a situazioni descritte dagli scrittori di gialli e teatrali per i ricevimenti, per i litigi dei famigliari, per i modi di mangiare. Egli attinge alla miniera inesauribile dei racconti, delle leggende, delle opere delle comunità nigeriane e di tutta l’Africa centrale, immergendoli nelle strutture dei drammi e dei romanzi tipici della nostra storia letteraria.

Si avverte una ricchezza creativa di questi popoli irresistibile per la loro voglia di apprendere, la loro curiosità e l’apertura al mondo, evidente per i ceti più elevati che hanno certamente avuto la possibilità di studiare o semplicemente recarsi all’estero, ma che è anche recepita dalle persone ritenute più umili ed indigenti. Mentre sono descritti i loro abiti e i loro riti, nel contempo a tratti sembra di stare dentro gli uffici della borsa di Wall Street, o nelle sedi californiane o di Seattle delle multinazionali tecnologiche, o ancora nelle ipnotiche e suadenti aule degli intrighi cinesi, o in quelle oscure, e purtroppo oggi tragiche, di Mosca.

La questione religiosa è utilizzata per fini politici, per trattare gli affari, per orientare l’opinione pubblica, per fondare diverse modalità di relazioni politiche. Niente di nuovo, sembra di leggere un libro di storia europeo riguardo la guerra dei trenta anni, o i resoconti dei tribunali dell’inquisizione. O dei rapporti di inchiesta riguardo le sette che si stanno propagando nel continente americano. Tutto ciò sta accadendo in Nigeria oggi.

Possiamo, quindi, intuire che è un libro poderoso, complesso, con una quantità di trame parallele, e per fortuna che Wole Soyinka, da gigantesco narratore, sa comporre un percorso ordinato di lettura. Egli infatti assume il ruolo del giornalista che narra i fatti, ma dentro la sequenza degli eventi diventa l’io narrante imponente che richiama eventi del passato per motivare e giustificare le scelte dei protagonisti, la loro storia e la loro intimità. Diventa quindi uno storico degli eventi della Nigeria, e dell’Africa, e un biografo per gli individui, offrendo in più spunti, pastiche e mottetti, in cui l’etologo appare descrivendo le regole dei comportamenti degli umani, indipendentemente dal ruolo assegnato, a quello dell’etnologo spiegando i simboli, le usanze, e le loro origini, che talvolta, in modo quasi comico, provengono dall’Europa, dalla Inghilterra e dalla Francia Imperiale, fondendosi con la tradizione millenaria delle comunità nigeriane, come quella Yoruba, citata più volte.

La sottile analisi politica ci avverte delle dinamiche in corso per tutta l’Africa e ci ricorda, e qui va data una grande onestà intellettuale allo scrittore, di come la schiavitù, la crudeltà metodicamente esibita e la guerra siano state patrimonio autoctono di quei luoghi, molto prima dell’avvento degli occidentali europei. E certamente non è giustificazione per questi ultimi.

Nonostante tutto, il testo assume anche toni comici, che traslano in modo vorticoso in grandi pagine liriche e di passione nel comprendere e accettare il lutto e la perdita. La narrazione però ha la matrice di un giallo avvincente e pieno di colpi di scena. Per questo, come è tradizione del sottoscritto, vi è sempre una riluttanza a rivelare troppo della trama. Un consiglio di lettura a mio parere dovrebbe in primo luogo offrire gli indizi e gli stimoli sull’opera trattandola come un pacco regalo, in cui il lettore annusa e pregusta lo scioglimento dei fiocchi, mentre scarta la confezione, per inoltrarsi nello scrigno segreto, avendo le chiavi di tutte quelle porte che attendono di essere aperte.

A maggior ragione, un’opera come questa subirebbe una grave mutilazione nell’essere rivelata in una trama pigra e scialba di stimoli. Di sicuro possiamo affermare, però, che Wole Soyinka ci invita in questo continente in profonda e veloce mutazione. È un regalo di valore, difficile da maneggiare ma ricco di essenze e di profumi, e di richiami a domande che ancora non abbiamo pienamente formulato per loro e per noi stessi.

CONSIGLI DI LETTURA: Il Signore Delle Mosche

Il signore delle mosche, di William Golding (Autore),
Filippo Donini (Traduttore), Mondadori, Milano, 2024
– (Ed. Originale: Lord of the Flies, 1954)

Il signore delle mosche è l’altra faccia del battito del nostro cuore, ovvero la risonanza che non è voluta sentire. Ciò che è di più intimo di noi nella veste dell’animo, o della psiche o del carattere, considerato come il tesoro del fiore più intimo, ha anche il petalo più orrendo e crudele, secondo William Golding.

In base alle esperienze che visse durante la seconda guerra mondiale e alla sua professione di docente, in particolare rivolta ai bimbi, ebbe quotidiani elementi di riflessione partecipata circa le inclinazioni e i modi spontanei di aggregazione e di determinazione dei ruoli, tra i gruppi informali e le comunità, come quelle scolastiche o più semplicemente tra un gruppo di amici.

Il romanzo ha per matrice originaria quella di una lezione didascalica di fatti narrati in modo incrementale che offrono una conoscenza progressiva del tema posto. Non è un caso infatti che, nonostante le opere successive, i ruoli di docente universitario, di scrittore e di intellettuale, fu sempre considerato un insegnante. Più volte citò gli aneddoti di come i lettori, scrivendo lettere di plauso e di chiarimento, lo considerassero il maestro che rispiega la lezione per far comprendere appieno elementi non del tutto chiari.

Certamente l’opera non è solo una esposizione, perché, se così fosse, risulterebbe alquanto piatta e noiosa in conformità alle aspettative rivolte alla fruizione estetica della lettura di un romanzo. Vi sono gli elementi salienti che pongono tensioni estreme, oscillando tra la sopravvivenza, il gesto eroico e generoso, in contrappunto alla sopraffazione, alle lotte per il potere, alla razzia, e alla violenza più cruda.

La descrizione quasi anatomica dei caratteri fisici e morali è sapientemente connessa al ritmo della narrazione e alla dinamica avvincente degli eventi. Vi è una scrittura giornalistica che muta in una scansione telegrafica degli elementi di conflitto, affinché il lettore senta dentro di sé la tensione della fatica, e il peso del dolore.

Nei momenti di relativa calma, l’apparente stasi, invece, è avvolta dall’angoscia più cupa che si trasforma nel timore, quando i pericoli evocati, compaiono nella loro intera crudezza.

Ebbe un enorme successo questa prima opera, sia per lo stile amichevole e confidenziale per il lettore degli anni cinquanta che si formava nei pocket tascabili sia per la complessità delle stratificazioni di pathos crescenti, determinando una tensione da evento sportivo.

I soggetti sono i bambini, che, dispersi su un’isola cercano di sopravvivere, tentando nel contempo di farsi avvistare da qualche aereo o nave. Dopo l’inizio quasi idilliaco di un paradiso che sembra tutto offrire in un clima confortevole, la consapevolezza della limitazione delle risorse e delle preoccupazioni per il futuro, facilita l’emersione di loro inclinazioni tese a compiere atti sempre più tragici e crudeli.

William Golding ha una visione pessimistica dell’animo umano. Volutamente e con metodo non ha voluto porre un piano di una differenza di religioni, o di visioni ideologico-politiche, o di individui fuori della norma, devianti massimi per una sorta di malattia mentale, o di perversione morale.

Non ha voluto neanche porre l’aggregato, la comunità, la società come enti metafisici che determinano primariamente le gesta e i conflitti tra gli umani. No, perché le considera un derivato delle interazioni sociali che avvengono in primo luogo tra gli individui. Non vi sono adulti, per analizzare quasi da etologo, come gli stessi bimbi in determinate circostanze ambientali, e quindi non storiche, crescendo, diventano adulti nel macchiarsi del crimine. La colpa non è solo scaturita dal singolo atto, ma anche dalla consapevolezza di aver dentro il proprio cuore l’inclinazione all’orrore e alla crudeltà. Anzi, l’adulto è tale, perché rivela a sé stesso che l’incanto dell’innocenza degli imberbi è una bugia.

L’autore, però, nel porre i suoi argomenti, rivela alcune criticità di questa visione innata, che diventa a sua volta quasi presupposta, e non ben determinata. È consigliata la lettura della post-fazione, scritta anni dopo, contraddistinta da riflessioni più ponderate e meno apodittiche.

Fanno paura questi bimbi, in particolare nell’elemento più cupo e sotterraneo nel dubbio che siano specchi dei pensieri che abbiamo avuto nell’infanzia e che determinarono alcuni tratti di ciò che siamo ora.

Un libro da leggere tutto di un fiato, senza conoscere in dettaglio la trama, perché è una doccia fredda che si spera sia salutare.

CONSIGLI DI LETTURA: IL SANGUE DELLE MADRI

Il sangue delle madri (Urania Jumbo)
di Francesca Cavallero, 2022,
Mondadori, Milano

Perdonatemi tutti, se almeno per questo consiglio di lettura entra la mia personale senile vanità, perché ho ritrovato molto dello spirito e dei modi con i quali io scrissi il mio romanzo “Dentro l’Apocalisse”. Con questo non voglio assolutamente paragonarmi o accodarmi allo stile e alla caratura del romanzo di Francesca Cavallero, ma, a differenza di molti romanzi contemporanei, qui mi sono scaturite assonanze profonde: lo stile che talvolta straborda nelle espressioni poetiche. Vi sono aggettivazioni, predicati oggettivanti, allitterazioni, sinestesie che si innestano in modo fluido nella prosa.

Lo stile è composito e varia in diversi ritmi e climax che si incrociano. La trama è a più livelli e coinvolge la biologia, la terra, il corpo, la relazione sociale, e l’inconscio in modo integrato e non separato, cui la sintesi rimanda a ciò che non è totalmente esprimibile dal linguaggio. Ciò crea il mistero e quindi lo sviluppo degli avvenimenti, la cui proiezione è avvertita in modo lirico e individuale, come se, appunto, il lettore fosse invitato ad abbracciare una visione estetica complessiva nel dolore, nella speranza e nello struggimento.

I personaggi non sono banali. E come anche nel mio libro vi sono digressioni nelle descrizioni politiche ed economiche dello scenario offerto. Sì, Francesca Cavallero non ha scritto un romanzo usa e getta ripetibile, facile da indossare e scartare un secondo dopo la fruizione veloce per un altro manufatto quasi simile.

Non è una lettura facile per chi legge con altre fonti di distrazioni, o per facilitare il sonno. È una lettura che richiede la tua entrata nella scena, con tutto il tuo corpo, e il pulsare delle vene, oltre al godimento intellettuale di seguire percorsi a più dimensioni interpretative e con domande non banali circa le questioni fondamentali della nostra esistenza caduca nel proprio e ciclo di vita.

Vi è infatti un notevole stile lirico e poetico con una sovrabbondanza di descrizioni dei fenomeni atmosferici, delle situazioni, degli ambienti, dei manufatti con le allegorie, le metafore, le sinestesie.

Si ha un’ottima conoscenza di più registri linguistici. Vi è una cura particolare della scelta degli aggettivi, delle attribuzioni.

Le predicazioni poi slittano in referenti testuali che partono anche dalla impressione che fanno sui protagonisti, i quali le ricevono dando l’illusione di conservarle così integre, fornendo l’occasione al lettore di goderne appieno.

Una finzione che è anche propria del poeta che usa i correlati oggettivi, per lasciarli presentare direttamente al lettore.

Le caratteristiche qualitative dei manufatti, e quelle morali degli individui, si concretizzano in stati della realtà e indicatori di senso degli avvenimenti: sono un crocevia dei timbri che scandiscono la trama del racconto. Si vuole stimolare continuamente a creare analogie e simboli nell’interpretare gli eventi.

Vi è una sovrabbondanza di significati in ogni scena che è incastonata in modo certosino. Una descrizione così barocca da fornire l’illusione di porre una realtà concreta, carnale, emotiva diretta.

Le protagoniste, tre donne, hanno avuto madri biologiche morte, o lontane, o madri putative morte ma che sono putative e nume per indirizzare gli eventi. Occorre vedere se anche loro diventeranno madri e creeranno il futuro e la speranza, ed è qui che convergeranno in un destino comune di rinnovamento, nella crescita, nella nascita e nella morte.

Sya, Nebra, Nadja.

Qui le donne sono viste a tutto tondo, non vi è neanche bisogno di distinzioni di genere. Sono individui, persone: ognuna ha una soggettività integra. Le protagoniste coprono la vasta gamma delle tipologie dei comportamenti sociali, delle situazioni emotive, degli odi, degli amori, delle meschinità e delle speranze.

Gli innesti tecnologici ampliano le possibilità di diversificare le prestazioni. In questo le donne e gli uomini sono alla pari. Anzi non vi è bisogno di un criterio di mediazione, perché la distinzione e la relativa metrica non hanno più senso. I personaggi sono robusti, poliedrici, complessi, e compongono le mille sfaccettature del cuore umano: dalla possibilità di compiere atti di generosità commovente e nel contempo di attrezzarsi ad agire nel modo più orrendo e crudele.

La sopravvivenza, l’accesso alle risorse, a un luogo stabile, a difendersi dalle comunità ostili, in perenne conflitto per il vincolo delle fonti di sussistenza, costituiscono i luoghi universali in cui le comunità evolvono in gruppi sociali, alleanze, strutture statuali più complesse, concertando i diritti, le norme, e gli stili di comunicazione.

Senza declamare, ma semplicemente narrando le loro avventure, di per sé nella trama, traspare la ricchezza e la centralità della donna come il perno della sopravvivenza del genere umano e come la fonte primaria di energia, che, sì può confliggere come quella dei maschi, ma che, parallelamente, costruisce e stabilisce l’ambiente in cui possano definirsi agglomerati sociali robusti e duraturi.

255-256 “[…] Il calore del terreno gonfio e il freddo che striscia via dalla notte si contendono il suo corpo in un caos termico che, è certa, pagherà caro. Da tempo cammina nel grigio/verde di un mattino flaccido, senza ore né minuti, arrancando fra gli acquitrini e le prime distese di tundra rigonfie di gas caldi: rottami adunchi e cavi di veicoli aerospaziali emergono dai liquami come ossa di antichi cetacei. Su alcuni Nebra registra, senza vederle, ottuse successioni di numeri, scoloriti stemmi di una o l’altra città-Stato e acronimi che per lei non hanno alcun senso. Trascina i piedi, pesanti della melma che le colma gli scarponi, attraverso la gelatina di vegetali in macerazione, sperando che i crampi bastino a tenerla cosciente. Lentamente la vegetazione cambia, si raggruma in macchie, si abbassa e infoltisce: la temperatura del terreno aumenta man mano che Nebra si avvicina alle Rowdy Mountains […]”

323-324 […] Penso che potrebbero essere trascorsi eoni dall’incidente: il tempo non ha significato mentre lo sento sgretolarsi intorno a me. Le grida sono cessate, l’intera miniera ogni livello ogni nicchia, pozzo, cunicolo sepolti nella montagna risuona di frequenze liquide. Un battito. Una consonanza. Un cuore. Nel tempo ogni suono si acquieta, riflettendosi e assorbendosi mille e mille volte fra le pareti della miniera, animandone il corpo. Nascono e crescono lussureggianti banchi floreali di profondità, che s’impadroniscono dei macchinari abbandonati e li riempiono di bisbigli. La loro è… un’acusintesi che si spiega solo ascoltando la voce dei morti, e gronda di misteri che si schiudono per me. La terra fiorisce nell’oscurità, ogni radice è fatta di suono, sangue e respiri. Sprofondano, lentamente, fino a raggiungere le cavità interne di antichi e colossali ammonoidi fossili, sepolti in sterminate colonie di madreperla. Non mi occorre vedere, ne ascolto la forma. Do loro un nome perché vivono attraverso me. I miei sensi ne ricostruiscono lo spettro dai suoni raccolti, una sinfonia discontinua che risale lungo labirinti giganti, formati dai corpi asciutti di organismi bentonici che milioni di anni hanno animato con un canto di creazione e morte

Qui, nella risacca antica di un oceano preistorico che si è fatto roccia, echeggia il pianto delle Madri.

 «Le Madri…» mi sfugge.

 La culla del nostro dolore.

La nostra eco.

 Sangue e grida.

Evoluzione.

[…]”

CONSIGLI DI LETTURA: La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf

La Saga di Gösta Berling di Selma Lagerlöf (Autore),
G. Pozzo (Traduttore), 2010 (prima edizione 1891),
Iperborea, Milano

La saga è avvincente e parla dei luoghi atavici della Svezia anche in relazione con le comunità finniche. Vi sono come nelle saghe a noi vicine, i luoghi universali dell’eroe che lotta contra il nemico, l’estraneo, il bosco, le entità sovra mondane e quelle degli abissi. Il pericolo e le minacce provengono anche dal cuore degli esseri umani, sì virtuosi, ma passibili di cadere nel male.

Il bisogno di crescere, di procreare, e di accedere nell’aldilà, è continuamente ostacolato dall’imprevedibilità del mondo. Il racconto, come in ogni saga, e quindi in ogni narrazione che tesse i miti, tenta di porre un ordine e di chiudere i cicli, per continuare a a dotare di senso lo scorrere del tempo.

Dagli ordini ciclici della natura, si passa a quello degli stadi della nascita, alla giovinezza, fino alla morte, in modo che l’ostacolo e l’attrito che si ha contro gli altri, il mondo, il mistero, si accordino come i criteri morali e leggi del mondo, che sono anche etiche, aventi a fondamento quelle ultra mondane.

Poiché nelle storie che riproducono il senso del mondo, alcunché può esser lasciato fuori, ogni oggetto e manifestazione naturale hanno un senso che oltrepassa la semplice presenza; il solo stare. Vi è sempre una intenzione talvolta non immediatamente manifesta, una caratteristica della materia, l’influsso di uno spirito, il moto dell’intero mondo. Lo scopo è quello di avere un “se e un allora”, che fornisca al tempo, una comune ragione del “cosa è”, del “chi è”, e del “perché dell’agire e del divenire”. I luoghi sono quelli dell’eroismo, dell’amore, dell’avidità, del coraggio, della cedevolezza, della prole, e della morte.

La saga di Selma Lagerlöf è tutto questo e di più. Ebbe un successo che diede all’autrice la possibilità di continuare a scrivere e a divenire una delle prime scrittrici quotate ed autonome nella attività imprenditoriale tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento in Svezia.

L’opera è qualcosa di più di una saga, perché, essendo un’opera che fu scritta in tempi lunghi e con racconti autonomi, anche nella pubblicazione preliminare nelle riviste, si snoda cambiando le prospettive, in base agli affinamenti dello scrivere dell’autrice. Da una serie di racconti a tema, si passa ai tempi di un romanzo. Da precetti già dati nel piano della morale, e dalla meccanica dei conflitti del protagonista contro il mondo, l’animo, la virtù, i precetti morali, la seduzione, il vizio, diventano la trama che descrive una comunità negli accadimenti della storia ciclica.

Se nelle saghe tradizionali ed arcaiche che hanno un sapore orale, prima ancora della loro trascrizione, i protagonisti sono netti, chiari, aventi qualità e debolezze che fanno già intuire i loro appuntamenti nefasti o gioiosi con il destino, qui i cavalieri, i nobili, i fabbri, i sacerdoti, il male stesso, da reali e concreti, diventano di volta in volta, i luoghi mitici del racconto post datato, o figure implete, o emanazioni delle divinità paniche, fino a quelle religiose per ritornare poi ad essere in carne ed ossa. Stesso percorso è subito dai boschi, dai fiumi, dai mulini, dai guadi dei fiumi, agli animali e agli spiriti dei boschi che assumono un percorso speculare.

Vi sono in verità più racconti paralleli che si manifestano nei diversi episodi, incrociandosi talvolta.

Si passa dai toni picareschi, a quelli di formazione adolescenziali, a quelli di amor sacro e profano, fino alle storie edificanti. Non mancano riferimenti embrionali dell’orrore a quelli lirici.

L’autrice è abile, spregiudicata, curiosa nell’attraversare i generi entro la struttura della saga. La forza, la distorce, cerca di creare un nuovo stile, anzi più di uno. Invece di definirli compiutamente, però, li lascia incompiuti e li fa cozzare uno con l’altro. Lasciando l’idea che non è detta l’ultima parola sugli eventi narrati.

È una saga che esce fuori dalle regole canoniche. È un romanzo dell’ottocento che trasforma i protagonisti con più personalità in una forma novecentesca, perché usano la razionalità e le parti nascoste di sé per porsi in relazione con gli spiriti dei boschi e le allegorie monoteistiche.

In alcuni episodi l’epica volge in un’avventura sulle navi, sulle coste e sui fiumi, ma anche lì rimane inceppata, per ritornare sui luoghi saldi della terra.

È comunque coinvolgente: i dialoghi non sono banali, e, nonostante le dichiarazioni di virtù e di sacrificio, le norme e gli usi e le consuetudini vengono continuamente poste a critica.  

È un arcipelago di stili che si tengono insieme e stimolano la fantasia del lettore, solleticando l’indole a vedere con occhi nuovi e più profondi, i meccanismi con quali attribuiamo senso alle cose.

Quest’opera è un tesoro pieno di monete di diverso conio, che sta a noi, raccogliere e inquadrare in base ai nostri bisogni di progettare il futuro, e i vincoli morali.

CONSIGLI DI LETTURA: Racconti di Isaac Bashevis Singer

Racconti di Isaac Bashevis Singer, Editore Corbaccio,
Milano, 2013, traduttori: Bruno Oddera,
Maria Vasta Dazzi, Mario Biondi

Il corpo di questi racconti che hanno attraversato il vivere di Isaac Bashevis Singer mostrano le sue eccellenti doti nel creare storie brevi e concise, tali da esprimere un climax coerente nello svolgimento delle scene. Il lettore si sente a suo agio nell’introdursi nei mondi evocati dalle singole narrazioni. Non vi sono ambiguità nel delineare i personaggi, perché sono descritti fisicamente con un involucro di segni distintivi dei loro caratteri e con le rispettive morali e biografie.

La presenza di ogni personaggio dispiega immediatamente il suo mondo, le origini dei suoi modi e delle sue inclinazioni nei rapporti verso gli altri, la divinità e il tempo.

Nella brevità delle composizioni vi sono, però, più piani concomitanti di lettura, perché si rileva la descrizione di un mondo intero, che parte da una stanza, una via, un villaggio, una città, un paese, un popolo, una nazione, un intero continente. Non è solo una descrizione fotografica, perché ogni uso e consuetudine ha una sua storia, un tratto distintivo di regole morali e di rapporti con le autorità mondane e con le dimensioni religiose.

I protagonisti esprimono il carico di un popolo nell’interrogarsi sull’umanità di ognuno e degli altri individui appartenenti a religioni e paesi diversi e lontani.

Il nucleo narrativo è innestato nelle comunità degli ebrei aschenaziti: il gruppo religioso ebraico originario dell’Europa centrale e orientale, tradizionalmente di lingua e cultura yiddish. I racconti sono ambientati nei periodi che intercorrono tra la seconda metà dell’ottocento e nella prima metà del novecento, per intersecarsi, infine, con la biografia dell’autore, passando dalla giovinezza, fino ai racconti della vecchiezza.

I protagonisti sono tutti appartenenti alle comunità aschenazite si fondono con le vicende verosimili accadute in Prussia, Germania, Svezia, Russia, Ucraina, Lituania, Olanda, Francia, Israele, fino agli Stati Uniti.

La struttura narrativa esprime una tensione costante tra i precetti religiosi yiddish, densi di regole, consigli, dibattiti, interpretazione del divino e di ogni aspetto pubblico e privato delle proprie interazioni sociali ed amicali.

I demoni intervengono come attori in gioco, mostrando anch’essi le debolezze, i dubbi e i crucci sul proprio operato. Dibattono con i protagonisti, nel tentativo di dominarli e di soggiogarli in una tensione continua tra la fede, l’aderenza ai precetti religiosi, e l’esigenza di esprimere le proprie convinzioni.

Si ammirano le multiformi culture yiddish, nelle loro inclinazioni a dibattere circa la bontà dell’operato di ognuno dalle azioni e dalle scelte capitali fino alle pratiche quotidiane nell’osservanza dei precetti delle feste e delle preghiere. Vi è una esorbitante pervasività della religione che è correlata, però, alla sua messa in discussione perenne. Sono godibili, e in certi casi comici, i dissidi, e i conflitti tra chi agisce, chi giudica, chi si oppone, chi cerca di comporre una giustificazione del proprio operato, fino all’intera biografia personale. Si dibatte e si litiga anche da morti. L’ultramondano è un elemento essenziale del senso e dello scopo che si dà al tempo e allo spazio del mondo.

Ognuno si sente un estraneo nel suo tempo e in ogni luogo, ma ogni ambiente è famigliare, perché è passibile ad accogliere le comunità aschenazite, in perenne bisogno di un luogo stanziale, che è però accompagnato dalla consapevolezza di poter risiedere ovunque. Ogni sito è la propria casa, seppure litigiosa, instabile, sotto i colpi delle violenze altrui, dei pogrom, del razzismo, dell’odio e dell’ostilità preconcetta.

Si sopravvive, nonostante tutto, alle avversità esogene, e alle proprie debolezze e peccati. Nella pena subita, e nella disperazione, vi è comunque una speranza inconscia di poter rimediare e di avere una seconda possibilità, anche di fronte alla divinità giudicante.

Vi è una infinita, inestinguibile e incrollabile ricerca di senso. I messaggi e i tempi sottostanti travalicano questo popolo, per interpretare l’esigenza di ogni individuo: narrare il proprio vivere in una coerenza tale da permettere un giudizio su di sé e quindi uno scopo per il futuro e per l’eterno. La condizione universale della speranza.

Una ironica compassione è distesa nei ruoli e nei caratteri degli agenti sociali. L’amaro disincanto che trasuda nel ritmo dei dialoghi e degli eventi, però, non è mai sarcastico, perché l’autore parla di sé, assimilando le inclinazioni dei protagonisti.

Questi racconti gravitano presso una domanda che Isaac Singer rivolge a se stesso: sono stato degno? Di quanto il mio vivere è stato coerente con i precetti che mi sono imposto e a cui credo e mi identifico? E se ho, come sicuramente lo è per me, e per il mio popolo, oltre che per il genere umano, la possibilità di rimediare e di migliorare?

Che speranze abbiamo nonostante i limiti, i pregiudizi e la superficiale ignoranza che ci contraddistingue?

La lettura dei racconti è già una risposta ai quesiti dell’autore, perché si è invitati a contribuire con la propria fruizione e i propri giudizi in questo percorso infinito della fruizione estetica, tale da renderci più aperti a sentire il mondo e ad immaginare uno scopo commendevole.

Emerge la speranza di un uomo, di un popolo, del genere umano, di noi stessi che leggiamo: acconsentire al proprio vivere, testimoniare il proprio vissuto, pregare di poter ancora vivere, se non altro per rimediare alle parti più oscure che appesantiscono il cuore e l’anima.

La lingua yiddish ride di se stessa, svelando la sua limitatezza e dichiarando quindi la volontà di apprendere, quindi di affermare la volontà di vivere, nonostante tutto.