Autonomous di Annalee Newitz (Autore), Annarita Guarnieri (Traduttore), 2017, Fanucci Editore, Roma (Ed. Originale: 2017, Tor Books -NY – USA)
Il romanzo pone il tema del libero arbitrio relativo alla facoltà di poter deliberare rispetto ai dilemmi e alle situazioni che impongono azioni capitali rispetto al proprio orizzonte di valori. Stante la capacità di rendere antropomorfe le cose e le entità biologiche diverse dagli esseri umani, queste se poste in relazione con il vivere quotidiano, entrano di diritto nei nostri sistemi etici. La tesi di fondo è dunque traslata da Annalee Newitz in un futuro fantascientifico ove i robot acquisiscono in modo progressivo una autonomia di azione rispetto a comandi predeterminati, fino a disporre una gamma crescente di proprietà emergenti, nelle capacità di riflessione e nella dotazione di processi mentali e fisici per i quali, in modo analogico, i protagonisti li definiscono come “sentimenti”.
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Nel romanzo appaiono temi classici della fantascienza relativi ai robot, a partire da Isaac Asimov, il quale li riprende dal tema del Golem: della capacità dell’uomo di conferire un afflato di vita ad oggetti inanimati, in modo subordinato e difettoso rispetto a quello che era considerato il tocco divino.
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La pretesa irresistibile di conferire un significato omologo in termini di agire e di valori a ciò che è esterno rispetto alla comunità degli esseri viventi, è il luogo eminente della contraddizione, la quale in termini narrativi genera i conflitti, ovvero la discrasia della nostra interpretazione del mondo, e il mondo stesso che risponde in modo inconoscibile, imprevedibile e quindi pericoloso perché insensato.
In più, essendo le creature da noi generate, proiezioni del nostro stesso agire, ecco che le trame innestano un climax di nemesi, di punizione o di catarsi.
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La trama si innesta in uno sviluppo tecnologico e sociale che impone una sempre maggiore produttività, per la quale gli individui sono costretti a dotarsi di caratteristiche di efficienza tipiche dei robot e di sottostare anche alle loro condizioni di schiavi, o per meglio dire di esecutori inanimati privi di una soggettività rivendicativa alla pari in termini di contratti e di patti relativi al lavoro, al diritto e alla remunerazione. Gli innesti tecnologici e la farmacologia divengono gli strumenti più utili o per sopravvivere o per soccombere. Se i robot sono schiavi, anche gli individui possono esserlo, con il nome di “apprendisti”.
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Le multinazionali farmaceutiche e i processi economici di quello che in modo mitico è definito il “capitalismo” sono i due epicentri dati per assodati, nei quali la protagonista assume il ruolo di un Robin Hood di farmaci per tutti. Tale condivisione, però, diffonde il veleno e strumenti che annichiliscono totalmente gli apprendisti. Ingiustamente accusata, cerca di difendersi, anche perché essendo stata una ricercatrice farmaceutica e poi una pirata che rubava i farmaci e ne sintetizzava di propri per donarli a tutti, ora è accusata di essere una avvelenatrice delle masse.
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Il romanzo si incentra su tale fuga e nel tentativo di svelare i veri responsabili del misfatto, i quali nel perseguire i profitti a tutti i costi, non tengono conto di distruggere le stesse risorse che intendono sfruttare. Cacciatori e cacciati si servono di robot e di umani ridotti in condizioni di servaggio. Gli stessi robot hanno la possibilità di aver innestato cortecce umane dei deceduti, acquisendo così in modo progressivo tratti simili a quelli umani.
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Umani, robot, bot umanoidi, apprendisti, schiavi, tutti assieme cercano di portarsi a un livello paritario di relazione, ognuno perseguendo l’illusione di aver qualche tratto comune. La prosa è diretta, varia e modulata in base alle caratteristiche psicofisiche dei protagonisti che sono via via ben delineati, con una narrazione parallela tra il presente ed eventi che risalgono a più di 25 anni prima, i quali svelano man mano le cause che hanno portato agli assetti attuali, e a continui colpi di scena che rendono i personaggi sempre più complessi.
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L’autrice utilizza lo schema classico e riduttivo del capitalismo e delle cattive case farmaceutiche come un luogo comune e di immediata intesa per il lettore. Ciò rende più accessibile la riflessione etica che propone la narrazione, da diventare quasi irriflessa. Dal punto di vista del ritmo è una scelta che rende la scansione degli eventi avvincente e ipnotica nella possibilità di immedesimarsi con ognuno, rispetto ai dilemmi, alle speranze, ai rimpianti, agli amori, ai desideri erotici. Tale scelta, però, potrebbe essere considerata un limite, perché tale visione è del presente e sembra traslata nel futuro, vista come il limite e il vincolo di una visione messianica secondo la quale questo fantasma di “capitalismo” e delle multinazionali farmaceutiche siano il luogo del male. Certo l’autrice non ha le pretese di porre un trattato economico, o scientifico tecnico, o politico ideologico. Questo tema che è divenuto un luogo comune è sì un veicolo economico e comodo per attirare i lettori con la suggestione, in modo poi da ridursi in un ambito prettamente psicologico e biografico, con pregevoli variazioni di ritmo e di sintassi, oltre che nella relazione intra e inter psichica dei soggetti, ma debole però nella coerenza delle relazioni di fondo.
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Non è un caso che verso la fine, molte risposte rimangono aperte. D’altro canto è un romanzo, non un trattato di etica. In ogni caso ci stimola a riflettere non tanto sul dilemma delle singole scelte, ma di noi come persone, nel nostro vivere quotidiano e della nostra capacità di resistere agli ordini imposti o della logica comune, nel prendersi la responsabilità di ragionare e di scegliere in modo onesto, non facile, nel perseguire il bene, più che per la contingente convenienza, ma che comporta comunque una colpa e una mancanza.
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Ed è qui il dilemma che emerge, forse inespresso alla stessa autrice: la necessità di adottare scelte radicali, dichiarando la propria autonomia di giudizio, correla una responsabilità senza sconti sul proprio operato. Se la si accetta, si mantiene la speranza di definirsi umani in quanto dotati di libero arbitrio, se la si rifiuta, si scappa dal bisogno di render conto della propria biografia, ma ciò comporta la rinuncia a considerarsi un soggetto autonomo.
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Il romanzo tenta di coinvolgere il lettore in una comunità di senzienti che non possono fare a meno di assumere tale onere, perché la fuga di tale peso, comporterebbe la perdita di tutto. E ciò si dispiega tra i desideri degli umani di convincersi e di sperare di poter chiarire il nucleo del proprio io e delle facoltà di oltrepassare le proprie limitate facoltà mentali, sentimentali ed emotive, nella capacità di riflettere sulla propria natura in divenire.
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È un romanzo che alterna i ritmi, le situazioni del passato e del futuro, il contrappunto delle speranze e dei rimpianti dei protagonisti, per delineare il nucleo del dilemma: chi sono io nella facoltà di poter deliberare?
I cronoliti (Urania) di Robert Charles Wilson, 2023 (Prima ed. The Chronoliths, 2001), trad. Annarita Guarnieri, Mondadori, Milano
È un romanzo avvincente che tiene la curiosità fino allo spasimo mantenendo il mistero e la tensione nei vari climax che si susseguono fino all’epilogo.
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Vi è una ottima intuizione fantascientifica che utilizza la nozione del tempo. Questa non è originale in sé, piuttosto l’uso in rapporto alle conoscenze che abbiamo oggi riguardo al campo della ricerca della gravità, della linea temporale dell’universo, alle particelle subatomiche.
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Vi è l’idea di usare il paradosso temporale in cui la possibilità di ritornare nel passato implica la possibilità di modificare il futuro, attraverso azioni nel presente che mantengano la memoria di ciò che sarà. È un espediente usato copiosamente nella letteratura fantascientifica. In questo romanzo, però, vi è il tentativo di rendere verosimile la struttura portante della trama, con ipotesi relative alla teoria della gravitazione relativistica, alla geometria differenziale e ai coni temporali che sono patrimonio della ricerca scientifica attuale.
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È una composizione letteraria che può inscritta nella categoria della fantascienza dura, per la quale sono utilizzate le particelle subatomiche come i tauoni e la possibilità che il viaggio nel tempo sia considerato come un moto nello spazio. Lo scorrere del tempo è inteso come un piano tangente di due curve (a più dimensioni) che si toccano in un punto (o più in dettaglio un intorno infinitesimo di questo punto) che è il presente.
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In una logica classica il tempo è unidirezionale, e quindi la curva del quasi passato trae a sé il presente, mentre quella del futuro, cerca di prenderlo nel verso opposto. Nel momento che il presente è toccato, tale evento annichilisce entrambe le curve nella veste di materia (subatomica) e nel correlato di energia, in un processo continuo che è a più dimensioni, ma dal punto di vista nostro, che è a tre dimensioni (quattro con il tempo relativistico), esso si riduce a un moto unidirezionale.
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L’espediente fantascientifico consiste nel ritenere che il piano del presente sia poroso e che la proiezione inversa del futuro verso di esso, per opera di un sapiente uso dei tauoni con livelli controllati di energia e di trasporto di materia, possa essere realizzata in punta di spilli, come se si usasse un pettine per districare le masse informi tra quell’intorno infinitesimo zona di nessuno tra la curva del futuro e il piano del presente, per arrivare alla nuca (cioè l’istante del presente)*.
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*in matematica tale pettine richiama la nozione di fibrato tensoriale (è un tipo di spazio vettoriale in cui a ogni punto di una base è associato uno spazio vettoriale che è il prodotto tensoriale delle fibre di un altro fibrato. Questo concetto unisce le idee di fibrati (spazi che associano un fascio di fibre a una base) e di prodotto tensoriale (un modo per combinare spazi vettoriali) per creare una nuova struttura geometrica).
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Insomma è come se avessimo un palloncino gonfiato e di tessuto spesso e resistente (cosparso di olio, e quindi scivoloso), in cui nella superficie lentamente appoggiassimo un pettine e poi curvandolo un poco, e operando una pressione, i denti affondassero nella superficie curvandola (senza romperla, altrimenti il presente affonderebbe subito nel passato, portandosi dietro tutto) fino a toccare lo spazio del presente voluto, che, in quel preciso momento con quella determinata energia e materia correlata, trasporta i cronoliti.
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Attenzione il trasporto è temporale, non spaziale, perché nel futuro il cronolite è stato costruito nello stesso luogo.
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(perdonate la mia prolissità nel soffermarmi in questo espediente iniziale, ma ho cercato per le mie conoscenze di fisica che non sono quelle di un premio Nobel, di esplicitare l’insieme dei concetti usati. Con un pettine e un palloncino ho cercato per analogia quasi poetica di sintetizzare qualche nozione fondamentale della teoria della relatività, della meccanica quantistica, della fisica teoria applicata a quella subatomica, e della matematica super avanzata dei fibrati tensoriali e delle varietà a n-dimensioni spinoriali!!!! – Se qualcuno ha delle perplessità, non preoccupatevi, rileggendomi non mi sono capito neppure io )
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I cronoliti sono grandi parallelepipedi che appaiono quasi dal nulla, e si innestano come totem in dimensioni sempre più estese. La loro comparsa è preceduta da cambiamenti atmosferici e da campi ionizzati. Nel momento della loro comparsa, risucchiano calore e materia, causando disastri nel raggio di più chilometri, oltre a una momentanea glaciazione. Vi è una ottima spiegazione razionale dei processi fisici e subatomici relativistici che è altamente sofisticata, che però ricordo, si poggia sempre sull’espediente fantascientifico iniziale.
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Diciamocelo qui, tra di noi, per non farlo sapere ai futuri scrittori di fantascienza per non tarpare le loro ali creative: seppure nello stesso libro è descritto, ma giustificato con una tecnologia che controlli i tauoni, per poter andare indietro nel tempo, trasportando la massa, oppure una energia tale da farla convertire in materia, occorrerebbe una energia tendenzialmente infinita quasi quanto quella dell’universo.
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Comunque il dato di fatto avvincente è che nei cronoliti vi sono immagini e messaggi che avvertono dell’avvento e della vittoria del Kuin. Si suppone che sia un leader, o un regno, o una nuova entità nazionale, che dominerà il mondo a breve e trasformerà tutto. E pone dei messaggi in cui prevede sommovimenti e rivolte in varie parti del mondo.
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Il modo con il quale appare bucando letteralmente le città, causando quindi decine di migliaia di morti, innesta processi sociali di fede, idolatria, paura, in un crescendo irrazionale che porta alla ricerca dei santoni, dei profeti di questa era, particolarmente diffusi tra le generazioni più giovani: le più esposte all’apocalisse prossima ventura.
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Vi sono gli enti nazionali che tentano di combattere e di contrastare i cronoliti e le correnti temporali unidirezionali che tali messaggi intendono realizzare in questo cortocircuito temporale.
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E qui vi sono i protagonisti i quali si impegnano a contrastare la disgregazione sociale, la crisi economica, il conflitto intergenerazionale, e la guerra totale che si sta approssimando nei continenti.
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La trama oscilla tra un piano collettivo a quello individuale, di famiglie che nascono e si disgregano, e della incomunicabilità tra le coorti generazionali, tra i genitori e i figli. Tra gli errori dei primi, e quelli ancora più gravi dei secondi. Vi sono descrizioni psicologiche approfondite che vengono centellinate con indizi che portano poi a rendere coerenti le loro azioni, mostrando quindi personaggi che evolvono e mostrano parti sempre più complesse del loro pensare e dei motivi sottostanti.
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Sebbene sia stato scritto nel 2001 in corrispondenza del crollo delle due torri gemelle, e quindi del senso di insicurezza, che svegliò il mondo dal sogno di un futuro senza conflitti, l’autore cerca di analizzare in più aspetti l’insieme dei processi sociali, e dei meccanismi psicologici individuali, e delle elaborazioni simboliche collettive che portano ad assumere l’interazione con gli altri in modo divisivo, apertamente conflittuale, dove si rifiutano parti terze istituzionali che regolano gli scambi, le esigenze, le normali relazioni con il prossimo. E quindi nel ritorno ancestrale della ricerca del Leviatano che tenta di frenare l’essere umano che è sempre un lupo.
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Nel romanzo appaiono fenomeni di idolatria che inducono a ritenere sempre vero il proprio punto di vista, con la convinzione che il punto di vista degli altri sia il male, e che quindi non vi è una possibilità di coesistenza. O io o gli altri, e io sono nel giusto, e tutti pensano come me, ovvero gli altri come me, il gruppo, il clan, la nazione che si fonda su valori ancestrali, sul popolo.
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Appare il fenomeno del populismo che cerca il leader condottiero, il messia che porta il bene, trasformando il presente in un rivolgimento: In una prossima e salvifica apocalisse.
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Sembra un romanzo scritto oggi, per tutto quello che sta accadendo nel mondo, in un ritorno di uno scambio commerciale e di produzione locale, in guerra con gli altri, nel confine delle nazioni come una linea di guerra e di trincea, nel disprezzo delle democrazie e quindi nell’aspirare a colui che esprime i bisogni e le paure di una massa acefala e indistinta, in cui questi individui che credono di essere il mondo, annichiliscono l’un l’altro in un urlo di rivendicazione e di violenza.
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Il romanzo gioca tra la razionalità e la pulsione di distruzione. È una ottima palestra per noi stessi, nella vita quotidiana, nel godere di questa lettura che ha più piani di azione paralleli, con dialoghi non banali, con una ottima introspezione psicologica, con scene di azioni avvincenti, e con climax che sanno tenerci in tensione e coinvolgerci nella gamma delle emozioni evocate.
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È un bel romanzo di fantascienza hard, la cui lettura va consigliata a tutti.
Sogni di robot di Isaac Asimov (Autore), Mauro Gaffo (Traduttore), 2014, (ed. Originale: Robot Dreams, 1986), Feltrinelli, Milano
È una serie di racconti più che trentennale che segue quella relativa alla serie pubblicata a puntate sulle riviste di fantascienza tra gli anni trenta e quaranta del secolo scorso. Nei primi scritti le trame erano incentrate nella applicazione delle tre leggi della robotica cui le macchine avrebbero dovuto attenersi nell’eseguire le attività programmate dagli umani, ovvero:
la sicurezza: “Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno”;
il servizio: “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge”, ed infine l’autoconservazione: “Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge”.
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Questi racconti originari erano essenzialmente statici, quasi teatrali nel loro sviluppo e il climax raggiungeva la sua esposizione nel mostrare le eventuali incoerenze o incompletezze dei dettami suddetti in rapporto alla indefinita varietà delle interazioni che gli umani hanno tra di loro e con l’ambiente esterno. Le macchine, in quel decennio, assunsero nella pubblicazione dei racconti, piano piano una forma che si avvicinava in modo progressivo a quella umanoide. Le tecnologie utilizzate erano per il più elettriche, meccaniche pesanti (oli, pistoni) ed elettroniche in particolare quelle precedenti l’uso del silicio e del germanio.
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La fisicità di tali macchine era volta a svolgere funzioni ripetibili, seriali, di assistenza che dal punto di vista della catena di montaggio, semplice, univoca con scopi lineari e definiti, a mansioni sempre più complesse tali da divenire sostitutive rispetto alle attività manuali umane più elementari. L’epilogo dei racconti seguiva la coerenza interna di queste tre leggi della robotica, che mostrava però l’impossibilità di assolvere pienamente alle indicazioni degli umani, e in molti casi il fallimento risultava essere tragico.
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Nei racconti di “Sogni dei robot” vi è una evoluzione in una forma umanoide più compiuta da parte di queste macchine, tale da svolgere e rappresentare un soggetto dotato di una propria semi autonomia di giudizio nel valutare i dati e di agire di conseguenza.
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Le tecnologie usate sono decisamente più elettroniche, perché dai primi anni cinquanta sono usate le terminologie proprie dei protocolli relativi alle valvole termoioniche e dei transistor, e quindi nella prima riduzione spaziale delle macchine e in una maggiore facilità di interazione nei rapporti sociali con gli umani. Oltre allo sviluppo delle facoltà di calcolo e di elaborazione dei dati. Il linguaggio diventa paritetico a quello umano, e via via i concetti diventano sempre più elaborati fino a investire i domini della conoscenza propri della morale e del diritto.
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Tale processo dalla seconda metà degli anni sessanta ai primi anni settanta, coinvolge le nuove tecnologie MOS di miniaturizzazione progressiva dei circuiti, nei quali i robot assumono il ruolo di entità capaci di elaborare in modo autonomo le informazioni, e quindi a intraprendere processi di apprendimento (il “Machine Learning”). Le trame dei racconti, quindi, diventano più complesse e gli umani non si rapportano più ai robot come strumenti utili da dover controllare continuamente per evitare conseguenze indesiderate, ma in quanto antagonisti o alleati da tenere in conto per il perseguimento dei propri scopi. La diade robot-umano si amplia verso una triade tra umani, robot, e scopi sia degli umani sia dei robot stessi.
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In questa fase i termini usati non sono più meccanici, ma propri dell’elettronica analogica e ora timidamente digitale, e le macchine sono ora descritte con analogie sempre più dirette alle facoltà cognitive, emotive ed esperienziali umane. Il cervello dei robot è una entità positronica: un soggetto, non più una macchina. Vi sono anche abili intuizioni di Isaac Asimov riguardo lo sviluppo delle tecnologie nella costruzione dei circuiti, le possibili soluzioni nell’uso dell’energia per i voli spaziali.
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Nell’ultima fase di questi racconti l’orizzonte si amplia a quello del sistema solare, ai voli interstellari e galattici, al potenziamento dei robot che diventano unità non più inscrivibili in un corpo umanoide, ma in complessi decentrati che si identificano anche tra le galassie. I robot diventano soggetti completamente autonomi da quelli umani nel perseguire gli scopi originariamente assegnati, ma che ora acquistano una vita propria, perché tali “macchine” hanno una propria filogenesi e alla fine una capacità di una vera e propria evoluzione.
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È interessante rilevare che i temi della morale non riguardano più soltanto i robot, ma assumono un ruolo onnicomprensivo di tutti i protagonisti ove i robot per le loro capacità di calcolo, di elaborazione e di previsione portano alle estreme conseguenze i problemi, le aporie, le possibili soluzioni in un modo indefinitamente più ampio di quello umano. E ciò obbliga tutti a porsi nuovi dilemmi, in qualche caso insolubili e forieri di un fallimento tragico nelle narrazioni.
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Godibili gli ultimi e più elaborati racconti che oltrepassano il destino del pianeta Terra, per interrogarsi sulla natura dell’universo e il destino degli umani e dei robot, quasi volto a una mutua trasfigurazione.
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I modelli matematici che interpretavano il mutamento, come la “psicostoria” utilizzata nei suoi libri e racconti tra gli anni quaranta e cinquanta, ora perdono la loro capacità predittiva, per incentrarsi sulla probabilità relativa a descrivere il presente sempre più esteso e inconosciuto.
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La figura della donna risulta essere ancillare e ancorata ai modelli dei primi racconti, ove i ruoli erano principalmente quelli della moglie, della madre, o della segretaria. Occorre dire che Isaac Asimov non aveva una visione “progressista” relativamente ai decenni su indicati. Eppure, in modo tardivo, negli ultimi e più complessi racconti, ecco che i ruoli femminili sono autonomi e veri Deux ex machina delle narrazioni.
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Un aspetto ambivalente di tutto l’opera di Isaac Asimov che per un verso è un limite rispetto ad altri suoi colleghi e dall’altro fu anche un motivo del successo immediato dei suoi racconti, è quello di utilizzare principalmente tipi umani, non extraterrestri, se non in modo sporadico, ma sempre in forma umanizzata, e principalmente del tipo bianco, adulto, occidentale che agisce qui sulla Terra e in ogni angolo dell’universo. Si pensi al ciclo della “Fondazione” per esempio. Vi era un motivo in origine, perché questa analogia di sviluppo dell’impero romano, doveva essere compiuta da quelli considerati “occidentali” e in particolare da quelli che hanno la fiaccola dell’eredità mitica “greco-romana”, come appunto quella degli Stati Uniti. Lo stesso Asimov lo scrisse in alcuni suoi articoli, che l’editore John W. Campbell, direttore della rivista <<Astounding Stories>> gli impose l’uso di tali espedienti retorici, nell’eventualità della pubblicazione delle sue opere.
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Va detto comunque che in seguito, indipendentemente da Campbell, Asimov cambiò tale impostazione, se non proprio in questi ultimi racconti sui robot, nei quali il modello tipico umano perde la sua centralità, a favore di nuovi soggetti e ruoli aventi la piena facoltà di divenire antagonisti e protagonisti nella narrazione.
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È una raccolta di scritti godibile alla lettura per la verosimiglianza dell’impiego delle tecnologie, seppure in gran parte fantascientifiche, e nella descrizione dei vincoli dei principi della fisica, della chimica e dell’astronomia. Con Asimov infatti siamo nella fantascienza “hard” e non in quella improvvisata e frammista a espedienti banali del tipo “Il coniglio che esce dal cappello”.
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È una lettura utile anche per capire a livello antropologico la visione dei paradigmi scientifici e degli assetti tecnologici che via via comparivano in quei decenni, e di come ci si districasse tra una visione magica e una riflessione epistemologica coerente.
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In ogni caso, è sempre dono la lettura di uno scritto di Asimov, perché porta a confrontarsi con i limiti della propria immaginazione. E ciò è uno stimolo irresistibile a migliorare le proprie attitudini di previsione e di formulazione di ipotesi circa se stessi e il mondo circostante.
Le stelle dei giganti (Urania), di James P. Hogan, Beata della Frattina (Traduttore), Mondadori, Milano, 2016
La trilogia creata da James P. Hogan fu scritta dal 1977 al 1981 circa. I raccordi tra le opere non risultano essere eccessivamente ridondanti nei loro richiami e, sebbene tra la fine del secondo volume e l’inizio del terzo si avvertono forzature nello sviluppo degli eventi in una probabile previsione di un’altra opera, nel complesso riesce a innescare un proprio “pathos”.
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I protagonisti compaiono nell’intera composizione, ma hanno una diversa rilevanza in base alle specifiche trame ove l’antagonista diventa poi il cardine del volume successivo. Ciò mostra una profonda elaborazione delle trame dei tre volumi.
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James P. Hogan mostra il suo notevole estro nel creare l’attesa, circondando la narrazione di un mistero avvolgente che spinge il lettore nella curiosità di giungere al termine in un godimento dello spirito di avventura e dello svelamento dei fili nascosti.
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Si parla di noi e delle nostre origini. Le teorie dell’evoluzione autoctona sono messe in relazione con quelle di un intervento extraterrestre. L’originalità di quest’opera risiede nell’imputare le epifanie galattiche anch’esse avvolte nel mistero, e dipendenti da fattori che diventano sempre più larghi e numerosi.
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Siamo nella guerra fredda. I temi della scomparsa delle civiltà, e dei conflitti nazionali, risentono delle logiche degli scontri tra l’URSS, gli USA, e la Cina. Paradossalmente di questi ultimi due anni, purtroppo, su piani diversi, quelle atmosfere sono ritornate e in modo molto più complicato di allora, nella tensione tra i due blocchi. E già da allora l’autore ha una visione più articolata dei livelli di conflitto.
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James P. Hogan è particolarmente versato nello stendere intrighi in modo coerente e drammatico, quasi a livello teatrale. Conosce i tempi del climax, per giungere poi a una conclusione, che però poi si mostra limitata e provvisoria. Questo intento perseguito in modo sistematico, ha lo scopo di porre la necessità di avere un approccio scientifico e sperimentale e non ideologico, o mistico religioso nell’elaborare spiegazioni e nel formulare teorie.
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Gli obiettivi polemici nel primo libro sono rivolti a chi valuta la selezione naturale e le teorie dell’evoluzione in modo pigro, semplicistico, o razzista. Vi sono passi di una chiarezza estrema nel mostrare la capacità di ragionamento e di prova nel validare le ipotesi, non nell’imporle con la retorica che convince o con la violenza, ma con un appoggio investigativo, teso a metterle alla prova, a negarle, a rilevare la loro attitudine a superare le prove.
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Nonostante che l’autore fosse un tipico inglese, e traspare dai comportamenti ora ritenuti alquanto testosteronici, con una visione delle donne talvolta svalutanti, però, in particolare nella seconda parte del secondo volume e nel terzo, l’autoironia velata ne mostra la ridicola postura e la severa inconsistenza.
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Nel secondo volume vi è un approccio critico verso il centrismo culturale, ovvero di credere noi, tutti gli uomini del pianeta, si sia il centro dell’universo e che il mondo “occidentale” ne sia il parametro assoluto.
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Vi è una maggiore dignità rivolta a tutte le specie viventi, nella consapevolezza che noi e loro si stia insieme in un percorso comune all’interno della galassia, extraterrestri compresi.
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Nel terzo volume vi è un messaggio di pace che può essere perseguita nel rispetto degli interlocutori, nel condividere una storia comune, mantenendo però a mente che siamo dotati di lati oscuri e di tendenze aggressive. Proprio per questo occorre l’equilibrio delle forze, la garanzia di poter vivere e sviluppare le proprie capacità, nello sforzo della conoscenza e nell’elaborazione di politiche e di relazione sempre più complesse.
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Il futuro è sia una proiezione di ciò che già accadde in luoghi tecnologicamente più avanzati rispetto a noi oggi, ed è anche una previsione di possibili scenari. Si nota che l’autore si è preparato in modo certosino nel descrivere i processi evoluzionistici, i fattori biologici, le teorie della relatività, l’astronomia e la meccanica di volo.
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È ambientato nel nostro decennio e nel successivo. È divertente notare come alcune tecnologie descritte siano per oggi teoricamente e tecnicamente impossibili, come quelle di gestire i neutroni come combustibile per le navi, e ancor di più sfruttare la curvatura dello spazio nel senso della relatività generale, nel correlarla con le onde gravitazionali. Qui mostra una fantasia compositiva ben innestata con i processi fisici.
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Poi vi è anche l’uso di tecnologie di comunicazione, e degli oggetti di uso quotidiano il cui impiego parte dalle logiche derivate dal livello scientifico degli anni settanta e ottanta. Noi oggi sorridiamo a leggerne la descrizione, avendo vicino manufatti che hanno avuto uno sviluppo diverso e molto più efficace. Tale valutazione però, potrebbe essere utile per noi contemporanei in un esercizio di previsione (a priori infondato) di come sarà il nostro agire quotidiano tra dieci o quindici anni con i supporti tecnologici e di come li intenderemo, ovvero le logiche di uso.
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L’analisi riguardo le nostre tendenze di uso e di sviluppo delle tecnologie, è una base per applicare la logica del procedimento scientifico, allo scopo di considerarlo un modo naturale di operare. L’autore continuamente sottolinea che un atteggiamento settario, superstizioso e rigido porta alla morte e all’estinzione delle specie.
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Vi è inoltre un risvolto morale nel porre in primo piano che anche le etiche, necessarie per formulare i giudizi e indirizzare le decisioni, non sono scritte nella pietra e che possono mutare in virtù delle nuove conoscenze e di nuove situazioni mai concepite cui si è costretti ad agire.
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La prudenza nel giudicare accompagnata da una costante autocritica è la chiave per mantenersi aperti all’imprevedibilità, e quindi a non esserne fagocitati.
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Da buon inglese, James P. Hogan sa essere pungente nel praticare una ironia discreta e puntuale sui luoghi comuni e sulle caratteristiche dei gruppi umani e di quelli extraterrestri.
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Il messaggio, più incisivo, e forse neanche pianificato dall’autore, risultante, quindi dallo svolgersi dele vicende, risiede nella consapevolezza che ogni gruppo umano e extraterrestre, e ogni specie, nonostante marcate deficienze, o pericolose inclinazioni foriere di possibili estinzioni proprie altrui, sono anche essere passibili di risultare una risorsa per essere sublimate nell’affrontare pericoli mortali.
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Ogni individuo e ogni gruppo ha la sua dignità di esistenza e di possibilità di inventare il proprio futuro.
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Lo stile è avvincente, con variazioni di ritmo e con una buona descrizione psicologica dei protagonisti.
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È un libro di etica mascherato da fantascienza Hard.
Trilogia dei mendicanti di Nancy Kress, Traduzione di Antonella Pieretti, 2022, Urania Millemondi, Mondadori, Milano (Ed. Originali dei tre romanzi: 1993, 1994, 1996 )
Il Ciclo di questi romanzi fu scritto tra il 1993 e il 1996. Narra di vicende che partono dai primi anni del 2000. In un certo senso è un romanzo distopico connotato da una verosimiglianza per l’espediente letterario che pone un principio scientifico per noi condivisibile che innesta l’avvio della narrazione. Il fattore fantascientifico è rivolto alle tecnologie afferenti agli studi del campo della genetica, e nell’introduzione del diritto privato e del diritto commerciale nel poter predeterminare attivamente alcune caratteristiche morfologiche e cognitive dei propri figli.
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Nancy Kress è una scrittrice prolifica e immaginifica che riesce a coniugare il ritmo della narrazione con un coerente sviluppo degli eventi collocati in ambienti tecnologici avanzati all’interno di una cornice fantascientifica. Dopo più di trenta anni dalla pubblicazione, noi, oggi, non siamo dotati, come allora, di manipolare in modo puntuale e attendibile le caratteristiche specifiche delle generazioni a venire.
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Nonostante tutto, le tecnologie di comunicazione e gli ambienti virtuali risentono delle conoscenze e delle applicazioni degli anni novanta. Decisamente ora siamo avanti in un ambiente telematico molto più virtuale di quello descritto nel libro. Tale limitazione è comunque un indice di un libro di eccellente qualità che ha un impianto solido e robusto nel disporre gli eventi. E questo apre il discorso sul desiderio di conferire un potenziamento intellettivo predeterminato spinge alla riflessione riguardo temi più che mai attuali.
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Dalla nozione di invidia verso chi ha più capacità, a quella del rancore sociale verso chi è più ricco. Vi è il senso del tempo e del decadimento delle generazioni che si susseguono. Attraverso l’ausilio di nuove tecnologie vi è il tentativo di concepire nuove opportunità tese all’acquisizione di nuove conoscenze e all’ottenimento di nuove ricchezze. In concomitanza emerge la visione di strati sociali che intendono bloccare e inibire le prospettive di miglioramento.
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Sono posizioni odierne che ritroviamo nel conflitto di chi lavora e ha privilegi, verso coloro che cercano di accedere a un vivere più pieno di interazioni sociali e di guadagno. Si va dal singolo lavoratore che ha paura di perdere il posto del lavoro, se non la stessa nozione delle sue mansioni, agli stati che di fronte allo sviluppo economico e commerciale di altri limitrofi, si chiudono come un riccio, assumendo atteggiamenti nazionalistici.
Nel primo tomo vi è la fase della crescita e dell’adolescenza degli “insonni” e dei “dormienti” e i loro contrasti, che in età adulta si riverberano verso le interazioni sociali e formali.
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Gli insonni, essendo una minoranza della popolazione, vengono bersagliati da improperi, minacce, insulti e aggressioni fisiche, i quali si difendono espandendo le reti commerciali e patrimoniali, anche per finanziare l’edificazione i luoghi ben precisi dove risiedere e difendersi in una posizione di separazione rispetto a tutti gli altri.
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Si rilevano analogie con il processo di formazione di uno Stato che in origine è un luogo di rifugiati come è inteso dai più.
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Vi è anche il rapporto tra i genitori e i figli. Gli amori dedicati e quelli negati. Le reazioni dei figli o di quelli che aderiscono ad un identico stile di vita dei genitori. Vi sono temi universali posti in termini oppositivi nell’ambito dell’etica, come la simmetria tra la solidarietà e l’individualità, la cooperazione e la competizione.
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Un ruolo fondamentale che fa da contrappeso narrativo alle singole vicende, è interpretato dal ruolo della comunicazione e dello spettacolo anche nei tribunali. È sottile la capacità dell’autrice di narrare i dibattiti processuali, mostrando i temi giuridici, morali ed etici su questioni che anche oggi sono di pubblico dibattito. Indirettamente e con lentezza emerge il problema dell’idea della giustizia e della libertà, come quello di poter praticare la ricerca scientifica.
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Nel secondo tomo sono narrati i mutamenti sociali derivati da una maggiore disponibilità a concepire la prole, secondo indicazioni prescrittive.
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Vi è il presupposto per il quale dal punto di vista legislativo e culturale, è accettata la possibilità di manipolare il patrimonio genetico del feto, in modo da indurre una filogenesi di tratti somatici, corporei, e cognitivi, prestabiliti dai futuri genitori. Tale pratica innesta una coincidenza tra caste sociali e differenziazione biologica di specie. Vi sono i muli, ovvero le persone più prestanti, che producono, detengono il potere, comprano le elezioni. Sono quelli che si danno da fare, studiano, sperimentano, ma esigono il potere da gestire in modo esclusivo. Vi sono i mendicanti, coloro che vivono di elargizioni e si collocano in modo marginale rispetto al vivere sociale. I vivi, coloro che consumano, e che perciò completano il ciclo economico. Di modesta intelligenza e cultura, vivono come cicale, sebbene la loro condizione di vita sia quasi prestabilita dai muli, che li considerano una zavorra necessaria, anche dal punto di vista istituzionale. Il loro valore è il voto e il consenso da influenzare, e veicolare secondo canali prestabiliti.
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Gli sviluppi tecnologici vanno avanti, ed emergono gli insonni che, con una costituzione sempre più robusta, vivono quasi più di due secoli in buona salute e in una forma di giovinezza apparente. Diventano ricchissimi e cercano di usurpare il potere dei muli. Da qui in poi, fino al terzo tomo, vi è la storia degli scontri di questi corpi sociali e di specie, che si intensifica ancor di più con la comparsa dei figli modificati degli insonni: i super insonni i quali sono ancora più dotati e hanno l’idea come i loro padri di modificare la società, e il destino di tutti secondo i loro criteri di valutazione.
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Entrano in gioco tanti attori, per una trama avvincente, costellata di climax che via via emergono. Le tre caste hanno alterne vicende di successo, in un viatico dove tutti subiscono modifiche sia in rapporto all’igiene, al modo di mangiare, alla ricerca continua di energia. Non dico altro: è una lettura che va goduta fino alla fine.
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Però alcune considerazioni si possono dispiegare come la concezione iniziale della scrittrice che richiama una critica ad una idea del capitalismo alquanto semplificato di un motore che determina una dialettica binaria tra gli sfruttati e gli sfruttatori, dove i primi per la loro condizione di minorità, hanno un’etica superiore. La dialettica economica e il demone della figura mitologica del “capitalismo, sebbene siano figure suggestive e facilmente comprensibili, invitano a ulteriori chiavi interpretative che oltrepassano quelle esclusivamente economiche.
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Ogni protagonista mostra lati oscuri, anche in virtù delle buone intenzioni dichiarate. Nancy Cress scrivendo questi tre romanzi e approfondendo sempre più i temi esposti, affina l’analisi circa le logiche del potere, del carisma, della ricerca del leader -semidio, all’affidamento da parte del singolo per la sua razionalità limitata, a risposte semplici e dirette, che si mostrano poi crudeli e fallimentari. E arriva, forse inconsapevolmente, a delineare un tema di sottofondo: la nozione di persona, come unità di corpo, di soggetto, di cognizione, di animo, si spande e si rifrange nelle nuove relazioni sociali che emergono in virtù anche alle incredibili e nuove disponibilità tecnologiche in uso. L’integrità del corpo diventa un incrocio di forme da assumere.
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Ciò comporta, in particolare nel terzo tomo, a nuove inedite interazioni sociali. Ad differenza dei primi due tomi, si passa da una critica etica e psicologica, ad una analisi sociologica di questi nuovi e immaginifici corpi sociali, attraverso la volontà di diventare un corpo sociale autonomo e isolato rispetto agli altri. Emerge il conflitto che è scaturito dalla volontà di accaparrarsi le risorse a disposizione, arrivando a un paradosso di una guerra universale ordalica.
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Da tale contraddizione si sviluppano gli eventi del terzo tomo.
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Nancy Cress è veramente una autorità della “Fantascienza dura”: studia approfonditamente di biologia, genetica, medicina e di economia. Miscela tali nozioni in sviluppi coerenti, aventi come è tradizione una idea che è propriamente fantascientifica. Inoltre è una scrittrice immaginifica che è capace di grandi visioni di società alternative ben determinate.
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Il voler scrivere una saga, però, comporta la necessità di richiamare i protagonisti dei tomi precedenti per fissarli nei nuovi contesti. E ciò crea ridondanze e slabbrature circa la prosecuzione degli eventi.
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Ciò è compensato però dalla sua straordinaria capacità di cambiare i registri linguistici tra i protagonisti e di variare il ritmo della scansione degli eventi, in modo che il lettore sia stimolato ad andare avanti.
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È un’opera imponente che ha retto lo sviluppo tecnologico trentennale e che anzi, propone ancora oggi domande per noi inevase.
277-78 Quando aveva cominciato a trovare buffe cose come i piedi? Certamente non quando era giovane, a venti, trenta o cinquant’anni. Tutto era stato molto serio allora, di conseguenze tali da sconvolgere la terra. Non soltanto le cose che avrebbero potuto effettivamente scuotere la terra, ma tutto. Doveva essere stata davvero pesante. Forse i giovani non avevano alcuna possibilità di essere seri senza essere pesanti. Mancava loro l’importantissima dimensione della fisica: il momento torcente. Troppo tempo davanti, troppo poco alle spalle, come un uomo che tentasse di portare orizzontalmente una scala tenendola a un’estremità. Nemmeno un’onorevole passione poteva fornire un buon equilibrio. Mentre ci si muoveva faticosamente a scatti, solo per mantenere il proprio equilibrio, come si sarebbero potute trovare divertenti le cose?
280-282 «Nooo. Hanno scuole loro.» Guardò Leisha come se lei fosse stata tenuta a saperlo, e, ovviamente, lei lo sapeva. Gli Stati Uniti erano ormai una società a tre strati: i nullatenenti, che tramite il misterioso e edonistico narcotico della Filosofia del Vivere Vero erano divenuti i beneficiari del dono dell’ozio. I Vivi, l’ottanta per cento della popolazione, che si erano liberati dell’etica del lavoro per sostituirla con una godereccia versione popolare dell’antica etica aristocratica: i fortunati non devono lavorare. Sopra di loro, oppure sotto, c’erano i Muli, Dormienti migliorati geneticamente che gestivano la macchina politica ed economica, come dettato dai, e in cambio dei, voti signorili della nuova classe oziosa. I Muli tiravano avanti: i loro robot lavoravano. Alla fine c’erano gli Insonni, quasi tutti invisibili all’interno del Rifugio, che venivano trascurati dai Vivi, se non dai Muli. L’intera organizzazione a trifoglio, Es, Io e Super Io, come qualcuno l’aveva sardonicamente etichettata, veniva assicurata dall’economica, onnipresente energia-Y che alimentava le fabbriche automatizzate rendendo possibile l’esistenza di una prodiga assistenza sociale che barattava pane e giochi del circo con voti. »
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297-298 Non si poteva mai riposare. Il Corano e la storia degli Stati Uniti concordavano almeno su un punto: “E coloro che raggiungeranno il loro accordo solenne e sopporteranno con coraggio la sfortuna, le difficoltà e il pericolo… questi saranno i veri fedeli al loro credo”. E poi: “Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza”.
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353-354 Jennifer si sedette con grazia sulla sedia della scrivania di Tony. Le pieghe della sua nera abaya si adagiarono a terra accanto al corpo accucciato di Miri. «Per la prima parte della sua vita, sì. La produttività, però, è una cosa relativa. Un Dormiente può avere cinquant’anni di produttività, iniziando, diciamo, dai venti. Ma, a differenza di noi, verso i sessanta o i settant’anni i loro corpi si indeboliscono, sono preda di esaurimenti, si sfaldano. Possono vivere tuttavia per almeno altri trent’anni, un fardello per la comunità, una vergogna per se stessi perché è una vergogna non lavorare quando gli altri lo fanno. Anche se un Dormiente fosse industrioso, ammassasse denaro per la vecchiaia, acquistasse robot che si prendessero cura di lui, finirebbe per essere isolato, incapace di prendere parte alla vita quotidiana del Rifugio, degenerando. Morendo. Dei genitori che amano il proprio bambino lo condannerebbero a un simile destino? Una comunità potrebbe mantenere molte di queste persone senza assumersi un fardello spirituale? Pochi, sì: ma che sarebbe dei principi coinvolti? «Un Dormiente allevato fra noi non sarebbe soltanto un estraneo qui, inconscio e morto cerebralmente per otto ore al giorno, mentre la comunità va avanti senza di lui. Avrebbe anche il tremendo peso di sapere che un giorno o l’altro potrebbe avere una paralisi, un attacco di cuore, un cancro o una delle miriadi di malattie cui sono soggetti i mendicanti. Sapendo che lui stesso diventerà un peso. Come potrebbero un uomo o una donna di sani principi vivere in questo modo? Sai che cosa dovrebbero fare?» Miri capì. Ma non lo disse. «Dovrebbero suicidarsi. Una cosa tremenda a cui costringere il bimbo che ami!» Miri strisciò fuori da sotto la scrivania. «M-m-ma, n-nonna… t-t-tutti d-d-dovremo m-m-orire un giorno. Anche t-t-tu.» «Ovviamente» rispose con compostezza Jennifer. «Ma quando lo farò, sarà dopo una vita lunga e produttiva come membro completo della mia comunità: il Rifugio, il sangue del nostro cuore. Non vorrei niente di meno per i miei figli e per i miei nipoti. Non mi accontenterei di niente di meno. Nemmeno la madre di Joan.»
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678 Miri mi aveva detto una volta che esistevano solamente quattro domande importanti che si potevano porre su qualsiasi essere umano: come riempie il proprio tempo? Che sensazioni ha riguardo al modo in cui riempie il proprio tempo? Che cosa ama? Come reagisce rispetto a coloro che ritiene inferiori oppure superiori? «Se fai sentire le persone inferiori, anche non intenzionalmente» aveva detto con un intenso sguardo negli occhi scuri «loro si sentiranno a disagio in tua presenza. In questa situazione, alcune persone attaccheranno. Alcune cercheranno di ridicolizzarti per “ridurre la tua dimensione”. Alcune tuttavia ti ammireranno e impareranno da te. Se tu fai sentire le persone superiori, alcune reagiranno licenziandoti. Alcune eserciteranno il loro potere in modo maggiore o minore. Alcune, tuttavia, si sentiranno portate a proteggere e aiutare. Tutto questo si applica ad appartenenti a una piccola loggia così come a un gruppo di governi.»
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690-91 «Ha fatto centro, signor Arlen. I Vivi sono il vero popolo di questo paese, proprio come lo era l’esercito di Marion. Avevano la volontà di decidere per se stessi in quale tipo di paese volevano vivere e anche noi abbiamo la volontà di decidere per nostro conto. Abbiamo la volontà e abbiamo l’ideale di come dovrebbe essere questa gloriosa nazione, anche se adesso non lo è ancora. Noi I Vivi. E se non ci crede, caspiterina, guardi che casino hanno fatto i Muli di questo grande paese. Debiti nei confronti di nazioni straniere, alleanze capestro che ci risucchiano ogni risorsa, l’infrastruttura che ci si sgretola in faccia, la tecnologia mal utilizzata. Proprio come gli inglesi utilizzavano male i cannoni e i fucili ai loro tempi.»
Nota mia: (ricorda più di una recente campagna elettorale… )
704 «Oh, figliolo, ma non vi insegnano proprio niente in quelle vostre scuole alla moda? Non dovrebbe essere permesso, no, non dovrebbe proprio. Caspita, proprio qui nel Preambolo, c’è scritto chiaro come il sole che “Noi, il Popolo” stiamo scrivendo questa cosa “così da formare un’Unione più perfetta, amministrare la Giustizia, assicurare Tranquillità domestica, fornire la difesa comune” eccetera. Dove sta la perfetta unione se si lascia che i Muli controllino il genoma umano? Questo non fa altro che separare ancora di più le persone. Dove sta la Giustizia nel non permettere al bimbo di Abby e Joncey di partire dalla stessa base di un bambino Mulo? Come può creare tranquillità domestica? Che diavolo, crea invidia e risentimento ecco cosa crea. E che caspita può essere, sulla verde terra del buon Dio, la “difesa comune” se non la difesa della gente comune, i Vivi, in modo che possano avere dei figli che contano esattamente come un bimbo modificato geneticamente? Abby e Joncey stanno combattendo per loro stessi, proprio come i genitori naturali di ogni posto, e la Costituzione dà loro il diritto di farlo, proprio lì, in quel sacro paragrafo.»
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Il libro mostra il carisma, il settarismo, il credo religioso messianico che però si fonda sul nemico da creare, da perseguire e distruggere perché ad esso è attribuito il male. Tale attribuzione è conferita per la fede. Esclusivamente per la fede. Il complotto è il teatro che risolve tutto.
1178-1179 «Miranda, non conosco la parola giusta per descrivere come diventa la gente quando non si sente più ferita e sola. Però le accade qualcosa. Quando continua a prendere quel genere di neurofarmaci per non sentirsi “se stessa”, presto non riesce più a sentire nemmeno l’altra gente. Diventano tutti come gli amici di Cazie, e forse come la stessa Cazie, non so. Cazie è buona, in fondo, ma ha inalato tanta roba per coprire la propria sofferenza che non si è più accorta nemmeno della sofferenza di Jackson e, dopo, non si è più accorta nemmeno di Jackson. Lui è solo un altro mobile nella sua vita, un altro robot. «Le persone devono soffrire. Devono permettersi di sentire la sofferenza. Devono sopportarla e non cercare di eliminarla con l’Endorbacio, i neurofarmaci, il sesso, i soldi: è l’unico motivo per cui sappiamo che dovremmo fare qualcosa di diverso, che dovremmo continuare a cercare con più impegno dentro di noi e dentro gli altri. Non si può solo aggirare il dolore, bisogna passarci attraverso per arrivare dall’altra parte, dove l’anima è… Oh, non lo so! Non sono abbastanza intelligente per sapere! Nella mia modificazione genetica embrionale è andato storto qualcosa, non sono intelligente come Cazie o Jackson, ma so che dovresti darci altre siringhe del Cambiamento perché i bambini vivano abbastanza a lungo da sentire il proprio dolore e cominciare a imparare. Forse non avresti dovuto darci le siringhe. Però lo hai fatto e ora i Vivi non possono sopravvivere senza perché noi Muli li abbiamo lasciati in asso e controlliamo tutte le risorse. Ci devi dare altre siringhe del Cambiamento perché quei bambini possano vivere abbastanza da cercare quello che importa davvero.
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1241-42 Eden. Per quanto tempo ancora? C’erano siringhe nascoste, probabilmente, famiglia per famiglia, in tutte le enclavi, una o due qui, altre lì. I neonati sarebbero stati iniettati, segretamente, prima che gli outsider venissero a conoscenza dell’esistenza delle siringhe per poterle rubare. Quando le siringhe messe da parte fossero finite tutte, il tasso di natalità sarebbe crollato anche più di quanto già non avesse fatto, quando i genitori Cambiati avessero preso in considerazione i problemi relativi a malattie e al bisogno di cibo dei figli non-Cambiati. Alla fine la gente avrebbe ricominciato comunque ad avere bambini, perché succedeva sempre così. A quel punto la medicina si sarebbe ripresa dal febbricitante coma di ricerche nel campo delle droghe del piacere e i Muli se la sarebbero cavata bene, più o meno come avevano sempre fatto, dietro i loro scudi a energia-Y, sempre più impenetrabili, che si sarebbero estesi ogni anno a causa della necessità di destinare aree sempre maggiori all’agricoltura, alle industrie casearie e a quelle di sintesi della soia. Le enclavi si sarebbero adattate. Avevano tutta la tecnologia per riuscirci. Non ci sarebbe stata alcuna cacciata dall’Eden. E i Vivi? Non c’era bisogno di chiedersi cosa sarebbe accaduto loro. Accadeva già. Carestia, morte, malattia, guerra. Alla fine, avrebbero imparato nuovamente le tecniche per la sopravvivenza. Se invece il neurofarmaco che inibiva la tolleranza per le novità avesse continuato a diffondersi, non avrebbero imparato. Sarebbero rimasti attaccati alle vecchie mansioni adatte a corpi Cambiati che la nuova generazione non avrebbe posseduto. I Muli, inaspriti dalle Guerre del Cambiamento e consci che i Vivi non erano più necessari economicamente per almeno tre generazioni, non avrebbero fatto nulla. Genocidio tramite immobilismo universale. Il Signore non aiuta i cerebrochimicamente incapaci di aiutare se stessi, troppo terrorizzati dai cambiamenti per lasciare che qualcuno si avvicini loro e che hanno perso da poco i loro ultimi paladini extraterrestri.
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1253 PARTE TERZA MAGGIO 2121 È impossibile, per una creatura come l’uomo, restare completamente indifferente riguardo al benessere o al malessere dei suoi simili e non essere pronta, per proprio conto, a stabilire, nel caso in cui non abbia particolari impedimenti, che ciò che promuove la loro felicità è bene e ciò che porta alla loro afflizione è male. DAVID HUME, Ricerca sui principi della morale
Sunfall di Jim Al-Khalili, 2014, Traduzione di Carlo Prosperi, (Prima ed. 2019), 2022, Bollati Boringhieri, Torino
L’autore è in primo luogo un fisico di fama internazionale, che con la presente opera si è prestato a redigere un romanzo, a differenza di altri suoi scritti di divulgazione sulle nozioni e sugli sviluppi della Fisica contemporanea. I concetti e i termini impiegati sono veri e verosimili, in quanto i neutralini, sebbene siano già stati ipotizzati e circoscritti in modelli coerenti a livello teorico, in data attuale non hanno avuto un preciso riscontro sperimentale. L’appunto a queste particelle che dovrebbero costituire la materia oscura, è la base su cui si innesta quest’opera: una narrazione distopica di eventi possibili qui e ora.
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Le tempeste solari in modo ciclico investono i pianeti che gravitano intorno alla nostra stella. La Terra grazie alla intensità del suo campo magnetico riesce a deviare gran parte di queste radiazioni, mantenendo così integra la sottilissima pellicola che chiamiamo atmosfera e per conseguenza gli ecosistemi per noi vitali. Le tempeste solari negli evi passati hanno invertito i poli del nostro campo magnetico, e in queste fasi per le leggi fisiche relative alla densità di campo, lo hanno indebolito, e quindi hanno permesso una maggiore incidenza radioattiva negli strati più bassi dell’atmosfera. Si ipotizza che ciò abbia contribuito a causare l’estinzione di specie viventi, dalla flora fino agli animali a sangue caldo.
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Il romanzo si incentra su questo evento e nella concomitanza della tragica evidenza che il polo magnetico avrebbe raggiunto una sua inversione e quindi un equilibrio in un periodo di tempo molto più lungo di quello delle coorti generazionali dell’uomo, in termini di nascita, età adulta, e morte. La conseguenza è una altissima probabilità di estinzione dei mammiferi, per il caldo crescente, per i raggi solari letali, per l’innalzamento delle acque, e nel complesso per lo sconvolgimento climatico sì temporaneo, ma devastante.
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È un romanzo di avventura, di spionaggio, che si incentra nel tentativo di veicolare i neutralini in un modo tale da permettere al campo magnetico di assestarsi. Non rivelo nulla, e lascio al lettore il gusto dell’approfondimento e della scoperta, anche perché è un romanzo che scorre in un ritmo che cerca il climax e la sorpresa.
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I personaggi sono però stereotipati, perché nelle dinamiche di relazione sembrano che vivano tra gli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Sì vi sono donne e uomini che nel campo della scienza, della politica, e dello spionaggio risultano pari agli uomini nelle prestazioni, ma nelle disposizioni emotive verso i colleghi di lavoro, i partner e i familiari stretti, seguono modelli di due generazioni fa.
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La visione di fondo tra gli uomini e le donne sebbene sia limitata in questi stereotipi prevedibili, da una parte facilita la comprensione degli eventi scanditi in un ritmo agevole. Tale semplificazione lascia quindi il tempo per concentrarsi riguardo la comprensione dei concetti di fisica che via via sono espressi, dai quali si ricavano le connessioni di causa ed effetto delle azioni dei protagonisti.
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Vi è un tema di fondo reale e non fantascientifico che è rivolto nella concreta possibilità dell’avverarsi di accadimenti terrestri e cosmologici di frequenza singolare o ciclica tali da arrecare danni all’ambiente di vita favorevole nel suo complesso per la nostra sopravvivenza.
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La gravità di tali rischi nel loro concretizzarsi in pericoli manifesti abbisogneranno di una collaborazione interstatuale tra i popoli. La condivisione delle conoscenze, la partecipazione democratica al loro sviluppo e messa in opera, definiscono la speranza di concepire la soluzione.
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La convinzione di adottare un approccio collaborativo nell’integrare le proprie risorse materiali, tecnologiche e di sapere, avviano le strategie di impieghi impensabili delle nostre capacità nel manifestare positivamente la nostra volontà di sopravvivenza.
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L’umiltà di considerarsi solo una parte del pianeta Terra che è la nostra unica e sola casa di fronte alla collettività, garantisce di una caratura morale che invita alla fiducia e alla volontà di agire non solo per i propri esclusivi interessi.
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È un libro progettato per attrarre il grande pubblico nella lineare scansione degli eventi e nella costruzione, non estremamente sofistica, nel delineare le personalità dei protagonisti. La voluta semplicità della trama, però, offre un linguaggio tecnologico rivolto a problemi scientifici attuali che fa sentire il lettore partecipe di questo processo nel pensare su di sé e sul proprio destino, vivendo da quasi due secoli in un ambiente che non è mai stato così favorevole in tutta la storia dell’umanità.
443-445
Nota tecnica dell’autore sulla materia oscura L’idea di fondo del Progetto Odino si basa sul comportamento della materia oscura. Ma quanto c’è di scientificamente accurato in tutto questo? Be’, lasciatemi chiarire un paio di cose. Anzitutto, la materia oscura è reale. È ciò che tiene insieme le galassie. Anzi, nell’universo la materia oscura è cinque volte la materia cosiddetta normale. Il problema è che, al momento in cui scrivo, ossia dicembre del 2018, non sappiamo ancora di cosa la materia oscura sia composta. Quali che siano le sue particelle costituenti, a oggi non ne conosciamo nulla. I fisici la chiamano «materia non barionica».
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Sappiamo che la materia oscura percepisce la forza di gravità ma non quella elettromagnetica (il che le permette di attraversare la materia normale come se questa non ci fosse). Il secondo punto è che uno dei potenziali candidati come costituente della materia oscura è effettivamente il neutralino, un’ipotetica particella prevista da una teoria tuttora speculativa chiamata Supersimmetria. La mia remora nell’usare il neutralino in Sunfall era che potesse essere scoperto prima dell’uscita del libro o, ancora peggio, che qualche nuovo risultato sperimentale escludesse categoricamente la sua esistenza, magari rivelandoci che la materia oscura è composta da tutt’altra particella. Finora, invece, tutto bene. I neutralini sono ancora in corsa. Quanto al fatto che i fasci di materia oscura interagiscono con se stessi, ciò è all’incirca corretto, almeno sulla base delle attuali conoscenze.
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Al proposito, tuttavia, mi sono preso alcune libertà, nel senso che l’auto-interazione della materia oscura è probabilmente molto debole, altrimenti ne vedremmo le testimonianze in astronomia. D’altro canto, se al momento di collidere i fasci sono dotati di sufficiente intensità ed energia… Quanto alla questione del decadimento dei neutralini pesanti in chargini e di questi, a loro volta, in neutralini leggeri – tutta quella roba necessaria affinché la traiettoria del fascio possa essere deviata dai magneti – be’… non è sbagliata ma solo estremamente semplificata. Se ne stanno occupando fisici teorici di tutto il mondo, attualmente al lavoro su modelli matematici come il Modello Standard Supersimmetrico Minimale con parametri complessi (o cMSSM) o il modello di concordanza cosmologica, ΛCDM, che si legge «lambda-CDM» e ha per elementi costitutivi la materia oscura fredda e la costante cosmologica. Oh, siete stati a voi a chiedermelo! Come dite? No? Ah, ok.
Mondi senza fine, 2023, Urania, Mondadori, Milano, di Clifford D. Simak (Autore), Davide De Boni (Traduttore)
Il volume contiene 4 romanzi di Clifford Donald Simak: “Oltre l’invisibile”; “City”; “Way Sation” e “L’Ospite Del Senatore Horton”. Sono contraddistinti da una narrativa immaginifica con un senso della meraviglia, che invita il lettore a espandere il suo orizzonte visivo nel cosmo, mentre ci si immerge nel profondo dell’animo umano.
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Il cuore del singolo e l’infinito del cosmo che convergono in una domanda: “Perché io Esisto?” e “Cosa è l’umanità?”
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Domande terribili, che, però, sono dispiegate in una narrazione fantascientifica, evocativa, pudica e discreta, con una poetica magica, che effonde una pacifica suggestione di rilassatezza e di buona disposizione a pensare l’incertezza.
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È impossibile leggere questi romanzi in modo distaccato, perché l’autore esige la collaborazione e la compassione del lettore rivolta a tutte le creature viventi e a quella particolare manifestazione del cosmo che è l’uomo, anche nelle sue gesta violente e distruttive.
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Vi sono domande radicali, cui il lettore non può evitare di interrogarsi. Nel romanzo “Oltre L’invisibile” è posto principalmente il tema della presunta superiorità e del diritto dell’essere umano di disporre di ogni essere vivente dell’universo.
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59-60 “ […] «Per farla breve,» proseguì Stevens «siamo portavoce dell’idea che agli androidi dovrebbe essere garantita l’uguaglianza con il genere umano. Di fatto, sono umani sotto ogni aspetto tranne uno.» «Non possono avere figli»
[…]
«Migliaia di anni fa è stato cancellato ogni legame di schiavitù tra esseri umani biologici. Ma oggi esiste un altro tipo di schiavitù, che lega l’umano fabbricato a quello biologico. Perché gli androidi sono una proprietà. Non vivono come padroni del proprio destino, ma al servizio di una forma di vita identica alla loro… identica sotto ogni aspetto, tranne per il fatto che una è biologicamente fertile, mentre l’altra è sterile» […]”
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203-204 Tutta la vita possiede un destino, non soltanto quella umana. Esiste una creatura del destino per ogni altro essere vivente. Per ogni essere vivente e anche di più. Aspettano che la vita accada, e ogni volta che si manifesta una di loro è lì, e ci rimane fino alla conclusione di quella specifica vita. Non so come, né perché. Non so se il vero Johnny sia alloggiato nella mia mente e nel mio essere o se rimanga semplicemente in contatto con me da 61 Cygni. Ma so che è con me. So che resterà.
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“City. Anni senza fine” si compone di una sapiente architettura di racconti mitici circa l’esistenza della presunta “razza umana”. E qui si arriva alla definizione del ciclo della nascita e della morte di ogni età del mondo, e delle specie viventi in essa coeve. Il timore della memoria e della ricerca di senso di ciò che si è stati e dello scopo di ogni senziente è mostrato, in una riflessione dolorosa, sperduta, alla ricerca di almeno una rispondenza temporale della veridicità del proprio esser stati in vita.
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622-624 “”[…] «Ci sono altri mondi là fuori,» stava dicendo Andrew «e in alcuni di essi c’è vita. E persino una qualche forma di intelligenza. C’è del lavoro da fare.» Non poteva trasferirsi nel mondo delle ombre in cui si erano stabiliti i Cani. Molto tempo prima, quando tutto era iniziato, i Webster se n’erano andati per far sì che i Cani fossero liberi di sviluppare la propria civiltà senza interferenze da parte degli umani. E lui non poteva essere da meno rispetto ai Webster, perché anche lui, dopotutto, era un Webster. Non poteva intromettersi nelle loro vite; non poteva interferire. Aveva tentato la strada dell’oblio, provando a ignorare il tempo, ma non aveva funzionato, perché nessun robot poteva dimenticare. Si era convinto che le formiche non avrebbero mai avuto importanza. Si era risentito per la loro presenza, certe volte le aveva persino odiate, perché se non fosse stato per loro, i Cani sarebbero stati ancora lì. Ma adesso si rendeva conto che tutta la vita aveva importanza. C’erano ancora i topi, ma quelli stavano meglio da soli. Erano gli ultimi mammiferi rimasti sulla Terra, e non dovevano esserci interferenze. Loro non ne volevano e non ne avevano bisogno, se la sarebbero cavata bene. Avrebbero forgiato da soli il proprio destino, e se il loro destino non fosse stato altro che rimanere semplici topi, non ci sarebbe stato niente di male in questo.
[…]
Col tempo non ci sarebbe stata più nessuna casa, ma solo un tumulo d’argilla a contrassegnare il punto in cui in passato ne sorgeva una. Tutto derivava dal fatto di aver vissuto troppo a lungo, meditò Jenkins – aver vissuto troppo a lungo e non essere in grado di dimenticare. Quella sarebbe stata la parte più difficile: lui non avrebbe mai dimenticato. Si voltò e riattraversò la porta e il patio. Andrew lo stava aspettando ai piedi della scala che portava a bordo dell’astronave. Jenkins tentò di dire addio, ma non ne fu capace. Se solo avesse potuto piangere, pensò… ma i robot non potevano piangere […]”
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“Way Station. La casa delle finestre nere” accoglie tutti noi in una sensazione di struggimento, nostalgia di amore, di una civiltà, del tempo, il passato e il presente, che si confronta con l’eternità, per venirne a patti. Il dilemma scaturito dalla consapevolezza che la mortalità ha le idee, i pensieri, la memoria, le aspirazioni, la fantasia.
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Se diventassimo immortali, d’altro canto e se fosse impossibile cambiare il proprio sé rispetto ai tempi più lunghi imposti al proprio io e alla propria mente, ciò colliderebbe con la nostra specifica individualità: la nozione dell’<Io>. Simak suggerisce che il sottoscritto, voi, e ogni mortale che ancora deve nascere, ha dei limiti nella sua evoluzione.
Il dubbio che l’evoluzione trascenda la mia intelligenza: informa che io sono destinato a diventare un passato, ovvero una parte di ciò che avverrà, o semplicemente di comporsi in un magma che sprofonda nell’oblio.
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La volontà di sopravvivere, mantenendo la memoria e la biografia del proprio animo, nella sua tensione di espandersi verso il tutto, ha la sua evoluzione in una sublimazione in un futuro che ingloba il passato.
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Il mortale, quindi, ha come suo elemento costitutivo la perenne oscillazione di senso tra l’oblio e la negazione della realtà come altra da sé. Si rimane quindi imprigionati in questo dilemma, avendo la tentazione della scappatoia verso la morte. Con il terribile timore che l’eternità possa soltanto promettere l’angoscia del fallimento.
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Certamente Simak non pensava nel modo in cui il sottoscritto sta radicalizzando i suoi intenti e la sua poetica, ma egli è un grande scrittore che supera il genere della fantascienza, perché i suoi romanzi sfuggono dalle sue stesse premesse e intenti. Diventano dei classici. Acquisiscono una vita propria e si nutrono del fascino e delle sensibilità del pubblico che sopravviene nel tempo e nei luoghi ulteriori a quelli di riferimento all’atto della pubblicazione dello stesso autore.
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I suoi romanzi hanno un lirismo poetico, una struttura mitica, una passione commovente nel cercare un abbraccio di consapevolezza circa i propri dilemmi, verso qualunque essere umano, anzi oltre esso: qualsiasi forma del vivere.
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Sono il protagonista del mondo? Certamente i valori, i criteri della verità sono tali, coerenti e adeguati entro la mia specie, che si vede unica e il resto dell’universo un residuo. Mi concedo, quindi, il lusso di guerreggiare e distruggere. Ma l’intelligenza e l’idea dell’anima, questo mio “io” e “destino” correlato, sono i punti insondabili di ciò che è la rappresentazione del mondo. Oppure ne sono un epifenomeno tra i tanti? E quindi ancora la nozione del vivere e la rappresentazione di esso, nei modelli di vita, non potrebbero essere di più e diversi da noi?
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L’insignificanza, ancora prima dell’oblio, comporta in questi romanzi, dalla paura della supremazia del primo romanzo, a quella della estinzione del secondo, al terrore della propria insignificanza nel terzo, la percezione dell’abisso e nel contempo la visione di una prospettiva più ampia dell’universo. Fino alla irresistibile richiesta di un perché della realtà nel quarto romanzo “L’ospite del senatore Horton”.
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E qui che vi è il poetico e lo struggimento, perché Simak utilizza la vastità delle galassie per mostrare la periferia infima del nostro settore dell’universo e noi in esso, ma offrendo, con questa amara consapevolezza, un arricchimento del proprio vivere, qui ed ora.
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È impossibile che noi non ci si possa porre le domande sul nostro senso dell’essere, del luogo, e dell’anima, nonostante che l’insensatezza sembra essere l’unica conclusione.
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Eppure nei romanzi si mantiene un filo di speranza nel mantenere la memoria e una costanza di comprensione, ove il luogo è una semplice, pudica, ma universale compassione, forse anche al di là della volontà dell’autore. Tra i monologhi interiori, le domande retoriche, i picchi drammatici, le scene d’azione, sublimano in un lirismo in cui il proprio dolore di una nostalgia di ciò che non è mai accaduto e di ciò che da sempre fu impossibile sperare, rivela la capacità infinità di subire la sconfitta della morte, mantenendo l’attitudine a cantare e a poetare della propria condizione, tra il ritmo della caduta ultima, al verso stilistico dell’insignificanza.
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L’accoglienza del dolore invita alla lettura, al richiamo, all’acclamazione di un segno di speranza all’infinito, in uno spiraglio di insensatezza eterno, tra gli spazi e i millenni.
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I romanzi sono contraddistinti da una iniziale descrizione dell’eroe che, in primo luogo, esce fuori dalla comunità. È il deviante. Chi per il tempo, chi perché deve compiere una impresa per conto di potenti organizzazioni, ovvero quelle che costituiscono la trasfigurazione del “grande padre”. L’eroe intuisce il mistero, e in quell’istante diventa il pericoloso deviante.
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L’uomo che viaggia nel tempo. Il mutante con i tre corpi. L’uomo immortale. Protagonisti solitari al limite del crimine e della follia. Ogni loro individuazione è aiutata dalla donna “Beatrice” che assume il ruolo di una guida, che offre un luogo, una risorsa, una parte umana di sé che riaffiora. Ella è sempre la figlia di un padre che è l’autorità, che dipende da quella organizzazione dove il protagonista ha avuto lo scopo e la missione. Ma che ritorna contravvenendo agli scopi iniziali.
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Il deviante consegna un messaggio che rende insensato lo scopo iniziale e quindi la stessa organizzazione, ovvero la specie umana. La nazione che si crede la più potente. La razza umana che si crede di dominare le altre. Di essere unica. La razza umana che pretende la galassia. Ognuna di queste trame della follia, diventa arcaica, una facezia, un soffio d’aria dileguante.
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Simak si interroga sul messaggio religioso del mistero. Non è un caso che gran parte dei nomi dei personaggi hanno riferimenti a caratteristiche di virtù, di inclinazioni, di debolezze, di luoghi che hanno avuto significati storici e religiosi. Tali assonanze sono poste in corrispondenza con le capacità, le attitudini, le capacità fisiche, e l’aspetto. Attraverso i termini scientifici, usa i miti medioevali, traslati in altri tempi, in altri mondi. Il mostro, il lupo, la minaccia del pericolo, e del male, che è proiettato fuori e che forse è dentro di sé. L’eroe difende i più deboli, e quindi cerca la parte più debole di sé.
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È la canzone dell’eroe che cerca il Graal, tuffandosi nella realtà. Il protagonista sopravvive se la sua visione del mondo volge nel pietismo, nella compassione, e nell’accettazione dei limiti. È il messaggio morale nascosto di Simak forse a lui stesso non esplicito, ma che si trova nei decenni traslato in sempre nuovi romanzi.
Starplex, di Robert J. Sawyer (Autore), Mauro Gaffo, Traduttore, Urania, 1996, Mondadori, Milano
“Starplex” è un crocevia di luoghi classici della fantascienza in ordine ai temi dei viaggi interstellari, alla natura delle leggi della relatività generale, e al destino degli esseri viventi e dell’intero universo, all’interno di un processo di acquisizione di conoscenze, attraverso gli stimoli e le domande che vengono calibrate dagli impieghi tecnologici.
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È anche una riproposizione dei grandi afflati di democrazia, di apertura, di approccio con lo straniero e le culture “altre”, tipici degli anni sessanta, individuati da saghe come “Star Trek” e non è un caso il rimando indiretto del titolo del libro.
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Le produzioni di fantascienza proiettano le storie e i conflitti individuali e sociali tra singoli e interi agglomerati statuali al di fuori del pianeta Terra, in luoghi in cui risiedono umanoidi o forme di vita radicalmente diverse che hanno però, comunque un nostro tratto tipico di comportamento e di valori, che induce a una relazione conflittuale e/o di collaborazione. Le vicende che avvengono tra le entità senzienti sono poi tradotte in avventure con un climax tale da indurre inconsciamente, e non, al lettore una valutazione morale ed etica delle questioni che riguardano direttamente il nostro vivere.
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Se il modo di vedere l’esterno è quello di un confine di guerra, allora ogni forma d’intelligenza è un nemico, e quindi estendiamo la nozione di pericolo all’intero cosmo. La ricerca di cibo, di energia, di ambienti adeguati atti alla prosecuzione della nostra specie, si allarga a quella di ambienti interplanetari per arrivare a quelli ultra galattici.
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Dalle tensioni derivate dalla volontà di acquisire il potere, di soddisfare i bisogni primari e quelli più evoluti, si esprime una dinamica di scontro e di dialogo tra le diverse razze e forme di vita al limite dei nostri parametri di loro riconoscimento.
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“Starplex” però offre un passo ulteriore di approfondimento che dalla iniziale antica domanda sul “chi siamo noi” umani su questa Terra e su questo Cosmo, e quindi nelle due divaricazioni tra l’origine e lo scopo, la si estende a porre tale questione a forme senzienti tremendamente più antiche e potenti, fino poi a porre in questione il destino dell’intero universo.
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Il tema è sviluppato nel corso della prosecuzione degli avvenimenti. E pone, quindi, dilemmi morali che riguardano noi terrestri, oggi, qui, sul pianeta Terra. Robert J. Sawyer è un canadese come gli altri suoi colleghi coevi sente il bisogno di indagare il tema del riconoscimento delle minoranze, delle culture altre, e di una convivenza aperta e reciprocamente fruttuosa. Ciò deriva dalle condizioni storiche, politiche e statuali della loro nazione di residenza. È opportuno precisare che l’autore non propone facili soluzioni che esortino a un vivere dove tutti si vogliano bene, in un mondo incantato costituito dalla collaborazione e convivenza stretta senza porsi in discussione ed affrontare il sistema dei valori e delle conoscenze in cui si è inseriti. Tale necessità non deriva da una adesione semplicemente volontaria e di abnegazione ma di una riflessione razionale per la quale, l’assenza di una volontà di condividere le risorse e le conoscenze, porterebbe comunque alla estinzione di ogni presunto contendente.
L’autore ha studiato in modo approfondito di astronomia, di meccanica aerospaziale di teoria della relatività. Il romanzo descrive scenari verosimili, pur all’interno di alcune ipotesi fantascientifiche. Tutto però è descritto in modo coerente, con azzardi ben congegnati e adeguatamente descritti. La lettura è anche un’occasione per comprendere le nostre nozioni riguardo la velocità della luce, la materia oscura, i modelli di descrizione dell’espansione o meno indefinita dell’universo, la struttura delle galassie, e infine l’uso della variabile temporale in un’ottica in cui il limite costante della velocità della luce sia posto in discussione.
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È veramente immaginifico e nutre la creatività del lettore spingendolo ad immaginare scenari in cui si possa veramente trovare nelle situazioni dei protagonisti.
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Il perno fantascientifico è relativo ai salti interstellari causati da una rete di scorciatoie artificiali che costella la Via Lattea e non solo. Ed è qui un punto focale che abbisogna di chiarire, perché gli stratagemmi del salto, del passaggio, del tubo magico, della singolarità che sono usati in innumerevoli racconti di fantascienza si basano tutti sull’idea di poter aggirare il limite della velocità della luce e quindi di uscire fuori dalla concavità del cono spazio temporale, e quindi considerare lo spazio come un punto e il tempo anche con una misura negativa, che comporta la possibilità, quindi viaggiare nel tempo.
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Parliamoci chiaro: non è solo una questione di impossibilità tecnologica o di una mancanza di una teoria scientifica attualmente oscura. All’interno del paradigma relativistico in cui pensiamo, per viaggiare alla velocità della luce, o addirittura superarla, ci vorrebbe una quantità tale di energia che ammonterebbe a quella di tutto l’universo.
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In un’ottica ipercritica si potrebbe considerare tale ipotesi abusata, pigra, di maniera, ma non se ne può fare una critica eccessivamente spinta all’autore, anche perché non sarebbe più un libro di fantascienza. A suo merito però si pone l’intenzione di discutere di tale natura di salto e di porre una spiegazione plausibile non tanto verso le relazioni dello spazio-tempo, quanto invece, sull’analisi della continua dilatazione dell’universo stesso in rapporto alla materia oscura. Ecco qui l’autore descrive ipotesi interessanti, pregevoli, coerenti rispetto alle ipotesi immaginifiche iniziali, ma coerenti rispetto al nostro bagaglio teorico effettivo.
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Non descrivo in modo compiuto la trama e alcune vicende, perché il romanzo è denso di sorprese, e toglierei il piacere della lettura al pubblico. Posso soltanto suggerire alcune questioni di fondo che pone il libro, per chi volesse rifletterne in modo più approfondito:
Poiché l’universo ha più di 14 miliardi di anni, siamo così sicuri che la sua evoluzione è volta ad adempiere a uno scopo predefinito quali la creazione degli esseri viventi che hanno di base il carbonio e quindi giungere alla razza umana? Siamo davvero noi il picco della piramide evolutiva?
È proprio necessario reagire in modo automatico al sopruso, all’attacco violento, o a una azione di ostilità interstatuale? Non si può lasciar correre? Non accettare lo schema di azione e di reazione? Non è meglio invece rispondere in modo asimmetrico cercando invece la collaborazione, anche tenendo ferme le proprie possibilità di difesa? In altri termini, è proprio necessario che gli inevitabili conflitti che intercorrono tra forme aggregate debbano sfociare poi in azioni che abbiano sempre le etichette dell’odio e della rabbia
È un romanzo che fa respirare l’aria di montagna: fresca, tonda, e vivificante. Un’avventura verso noi stessi e le domande sul nostro destino.
Spine di Franci Conforti, 2022, Serie Urania, Mondadori, Milano
La Spina che ci mette in gioco: il pungolo del dubbio che corrode l’equilibrio precario tra ciò che siamo negli ambienti antropici ed antropizzati. Il mutamento di prospettiva del nostro vivere, e dei suoi significati allegati, ferisce appunto quando si è troppo sicuri di afferrare il senso di tutto, bello e buono, come una rosa, dimenticando poi che il suo sostegno graffia e ferisce.
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Talvolta però il disagio momentaneo può essere un farmaco che ci avverte di pericoli meno ambigui, ma tremendamente minacciosi.
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Franci Conforti ha deciso di scrivere romanzi dopo decenni in cui inventava storie soltanto per sé. È una biologa, accademica e giornalista. Non è un caso che abbia avuto negli ultimi anni ripetuti riconoscimenti nell’ambito della fantascienza “hard”, cioè quella tecnologicamente verosimile ed accurata.
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L’essere umano è definito anche dalla tecnologia e riformula la sua posizione in base alle scoperte scientifiche. Le spine ci avvertono istintivamente del fastidio e del dolore. Comportano il segnale che l’ambiente circostante non è una semplice propagazione di noi stessi. La spina respinge oppure si conficca. È un limite rispetto al nostro spazio di azione ritenuto neutro, quindi vitale, perché minaccia l’equilibrio in cui il nostro volume d’esistenza è ritenuto integro.
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La spina è anche una increspatura rispetto a una regolarità estetica di modelli che intendono descrivere il mondo o determinarne lo sviluppo nel tempo. È un sovrappiù estraneo rispetto ai nostri scopi: un cruccio che sgretola la (in)certe convinzioni.
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Oppure ancora, le spine sono avamposti di organismi tentacolari che mirano a disporre del nostro organismo. A un livello più istituzionale, sono associazioni o clan che, in forma parassitaria, perseguono l’obiettivo di detenere la corteccia della società, per assorbirne la linfa vitale. Ed è il caso di questo romanzo che, però, non esclude, ma ingloba le definizioni fin ora scritte.
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La storia è ambientata tra il pianeta Marte, la Terra e vari satelliti. Vi è una descrizione accurata degli ambienti astrali. Il valore aggiunto emerge dalla creazione di ecosistemi in cui convivono flore e faune che hanno avuto una lieve traslazione intorno alla propria specie. Infatti, emerge un potenziamento delle possibilità riproduttive e di adattamento con una notevole variazione intraspecifica per lo sviluppo delle applicazioni delle scoperte della genetica.
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Il libro è fecondo di applicazioni quasi vicine alle possibilità di impiego odierne. È un libro di avventura. Le relazioni tra i protagonisti sono ben disposte in azioni che permettono la presa di conoscenza e di acquisizione di nuove abilità. I picchi dei climax sono ben distribuiti tra confronti intellettuali e violenti.
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Vi è una strabordante e immaginifica offerta di nuovi equilibri ecologici. Gli alberi diventano loro stessi città viventi. I conflitti sociali comunque vi sono sempre, ma ecco che le disparità economiche, cognitive e giuridiche, sono accompagnate da nuove stratificazioni di popolazioni geniche.
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Vi è la volontà di potenziare le facoltà che riteniamo proprie dell’essere umano, e di gestire la gamma delle emozioni e dei sentimenti. Tutto ciò è impiegato anche verso le altre specie viventi, con le quali interagiamo in modo inedito.
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Vi sono dibattiti evocati in modo trasposto in ordine ai diritti che oggi riteniamo urgenti per tutte le specie viventi, che perseguono il riconoscimento di nuove forme di soggettività. Umani, mammiferi, uccelli, rettili, alberi, fino alle alghe, hanno voce in campo per rivendicare una possibilità di esistenza più libera e concreta. Si afferma il compito di ridefinire una nuova forma di cooperazione e quindi anche di conflitto, con la speranza di ottenere un’ulteriore consapevolezza, rispetto alle domande che ogni senziente si pone rispetto al mondo, al futuro e al senso dell’esistenza.
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77-78 “[…] Lady Tuarna Fortemare era docente di storia evolutiva comparata. «Quale lezione?» «Ah, qui sulla Terra ancora si crede alla fola che gli animar li abbiamo importati dalle colonie spaziali quando, invece, i protoesemplari sono terrestri. Diciamo tra il 2040 e il 2050. Fino a quel momento i nativi selezionavano gli animali in base alla razza, non all’intelligenza. Eppure l’elemento che penalizzava maggiormente la convivenza erano, non ridere eh, le deiezioni. Tenevano in casa solo cani e gatti perché erano capaci di controllare queste funzioni. Cassette con la sabbia e guinzagli per portarli a fare i bisogni in strada, bisogni che venivano raccolti dai padroni e messi in appositi cestini legati ai pali della luce. Te lo immagini?» Mi fermai a guardarla. «Non ci credo…» Mi prendeva in giro? «Credici. Senza tener conto che in quegli anni scoppiarono alcune epidemie che costrinsero la gente in casa. Il numero degli animali di affezione prima crebbe, poi crollò e bastonò l’intera filiera produttiva. Così le grandi aziende si misero di buzzo buono a selezionare tenendo come parametro l’intelligenza. Migliorarono le aree logico-verbali, fecero qualche ritocchino usando tecniche prebiomiche, come la CRISPR. Fu una corsa all’oro. Gli animar cominciarono così e poi furono usati nello spazio: come cavie, come produttori di cibo, come bassa manovalanza in ambienti ostili. E nello spazio si sperimentò senza troppi vincoli etici fino a ottenere gli animar attuali. E ora si buttano, perché si è trovato di meglio: i friendz. Non mangiano, non sporcano, li aggiusti solo se ti va e li accendi quando ti pare…» […]”
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78-79 “[…] Arrivammo all’IZA. Muro di mattoni rossi e scritta in avorio bianco che brillava la sole. PRIMUS INTER PARES, e subito sotto spiccava una frase del fondatore: ERA PREVISTO CHE GLI ANIMALI DIVENTASSERO INTELLIGENTI. L’EVOLUZIONE HA USATO L’UOMO COME SCORCIATOIA. KLK «Già» disse Tuarna, «Era previsto, Ken Lonel Kon lo scriveva nelle prefazioni di ogni suo saggio. Quello che non era previsto era il tradimento. Che proprio noi evoluti cominciassimo a considerare gli animar come strumenti superati o una tappa pseudoevolutiva che si poteva lasciare indietro. Cancellare. E poi? Chi ci si toglie dai piedi? I nativi? E per cosa? Perché edificare un mondo tutto bellino e precisino? Suvvia, non diciamo eresie! Venite, qui animar e nativi sono i benvenuti.» […]”
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Lo stile è contraddistinto da fasi di spiegazioni scientifiche chiare e ogni tanto da un intercalare da parte di alcuni protagonisti che richiamano dialetti fiorentini, assieme ad alcuni idiomi del nord Italia. Ciò è spiazzante e divertente. Le vicende non sono piatte, ma vive. Le emozioni sono forti, contraddistinte da odori e colori intensi.
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Si presti attenzione comunque a ritenere che il romanzo sia una sorta di manifesto ecologista per il quale l’uomo è cattivo e brutto, perché vìola il paradiso dei biomi della Terra e degli altri pianeti. No, no. Gli ecosistemi, tutti, sono umani. La natura, invece, è infinitamente eccedente a ciò che è l’orizzonte di significato. Nelle sue manifestazioni indirette non è un luogo univocamente benevole, dolce e delicato. I viventi che richiedono una loro dignità non sono angeli.
Questo romanzo è un’ottima occasione per riflettere riguardo a concetti che pigramente diamo per scontati nel loro significato: “evoluzione” e “selezione naturale”.
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211-13 “[…] Cominciai a dare rifugio a chi ne aveva bisogno, a denunciare i soprusi, a prendere posizione a favore della sessualità, anche tra generi diversi. Argomento piuttosto difficile, credimi, in una società in cui i rapporti carnali vengono visti come la radice di ogni male.» «Da noi nello spazio sono tollerati solo per i nativi come me.» «In genere anche qui. Il controllo sessuale e riproduttivo sono forme di potere» continuò lei battagliera, «le nascite carnali sono sempre più rare. Siamo tutti figli di alberi-madre e buone selezioni. Io e Paulito abbiamo provato a fare un figlio alla vecchia maniera
[…]
Tra una boccata e l’altra, Eridiana riempì il mio silenzio. «… Quindi, capisci, non c’è da prendersela nemmeno con gli evoluti, ma con chi, tra gli evoluti, mette in atto queste pratiche di controllo. Quello che si fa agli animali, agli animar o ai nativi, poi lo facciamo a noi stessi. Sempre. Siamo tutti delle vittime […]”
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I protagonisti, anche nelle loro caratteristiche repellenti e meschine, non possono non sortire qualche sentimento di benevolenza da parte nostra, perché la natura è ben più strutturata degli schemi morali che usiamo nel quotidiano. Non possiamo odiarli, perché è possibile ritrovarsi in quelle figure.
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275-77 Le emozioni non sono altro che proto-pensieri, generati dallo stesso asse funzionale, in organi diversi. Ciò significa che la semplificazione emotiva indotta negli animar e l’ascesi delle emozioni a puro pensiero degli evoluti, sono delle… menomazioni.» Aveva fatto fatica a pronunciare quella parola, ma continuò. «Menomazioni molto utili in fatto di efficienza che però possono esporci a una cecità pericolosa e a un rigore logico spietato.
[…]
Gli animatzu conducono a un bivio che determinerà il nostro futuro. Senza animatzu proseguiremo a edificare una società ordinata, controllata, pacificata, semplificata e omologata, ovviamente retta da noi evoluti. Nativi e animar sopravviveranno solo relegati in riserve atte a conservare il pool culturale e genetico. Con l’introduzione degli animatzu, invece, la società tornerà a essere complessa, diversificata e conflittuale. Nativi e animar diventeranno componenti forti e attive del tessuto sociale, con tutti i problemi che ne nasceranno.» «Guerre?» «No, non credo, la diversità tende a generare microconflitti, mai guerre. Però dovremo immaginare una nuova struttura sociale per vivere bene insieme. La mia famiglia è terrorizzata da questa prospettiva di… decadenza. La vive come un declino della civiltà, un ritorno alle barbarie.» […]”
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È un romanzo divertente che stimola a riflettere sui nostri lati oscuri. Offre un’occasione per ragionare sul viaggio comune che noi e questo pianeta stiamo percorrendo verso i sentieri delle domande inevase.
Hypersphere, di Nick V. O’Bannon (pseudonimo), 2022, Editore Indipendente
È un romanzo che stimola la curiosità, perché impiega concetti matematici complessi negli ambiti della ricerca fisica nel campo ingegneristico avio spaziale e in quello dello studio degli astri, in modo rigoroso nelle sue determinazioni.
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Sembra scritto da un matematico prima di tutto e lo si nota negli stili linguistici dei protagonisti come lo scienziato che ha progettato sistemi di aviazione aventi l’obiettivo di viaggiare attraverso salti gravitazionali. Vi è, inoltre, l’intento di capire o almeno di scoprire le topologie più complesse nel descrivere l’universo.
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Vi è anche l’ingegnere che parla attraverso il suo mestiere di ex pilota extra orbitale dei marines, immerso nella nuova attività di comandante della nave aerospaziale Aphrodite. Un prototipo di nuova generazione connesso al grande reattore circolare Venus, lungo più di cento metri, dotato di propulsori atti a viaggiare attraverso le curvature gravitazionali in modo da porsi su sistemi di riferimento tangenti a quelli dei coni, determinati dalle coordinate spaziali della velocità della luce.
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In più vi è la figlia dello scienziato che esprime il punto di vista politico e ideale del singolo e dell’umanità in base alla propria responsabilità verso il pianeta Terra e verso le sue specie e la sua sopravvivenza che è posta essenzialmente nel dovere di evolversi e di ricercare e conoscere. Ella è anche l’organizzatrice del viaggio.
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La trama segue uno schema mitico che facilita la lettura: si ha, nonostante la variazione multidimensionale dei luoghi, l’unità di luogo all’interno della nave in cui il padre, lo scienziato goffo e distratto nei suoi studi, invano non percepisce la ricerca di attenzione della figlia. E, infine, il pilota acquisisce il ruolo del figlio acquisito che, come un novello Telemaco, ricerca la sua Itaca, essendo scappato dal suo genitore originario: la marina.
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Ognuno di loro cerca nuovi stadi della propria esistenza. Lo scienziato, rispettato all’inizio per aver scoperto la possibilità di viaggiare con nuovi sistemi di propulsione, fu deriso poi per le sue teorie relative alla natura dell’universo. Nonostante tutto, vuole confermare la sua visione, sperimentando il nuovo sistema di propulsione con alcuni coprocessori matematici militari appena creati, attraverso una appropriazione indebita, per opera della figlia.
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La figlia sfida tutto e tutti, perché rileva una progressiva diminuzione delle possibilità di esistenza da parte del genere umano, a causa di un’etica primitiva basata sul lavoro e sul guadagno, e quindi alla sopraffazione. Profondamente avversa, quindi, contro il consumo indiscriminato e le credenze sacre che non permettono di rispettare l’ecosistema e di ignorare la possibilità che negli astri vi siano altre entità migliori della specie umana.
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Il pilota subisce la scissione relativa ai valori in cui ha creduto da una vita, perché hanno mostrato la loro incoerenza e il loro impiego contradditorio e violento da parte dei suoi “padri” d’ordine e d’autorità. Sperso in un vuoto morale, ricerca un filo conduttore per il suo vivere divenuto incoerente e confuso.
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Queste figure, ripetute in oceani di film e catene montuose di romanzi, anche qui emergono nella loro tipicità, ma nonostante tutto, dispiegano una base narrativa comoda, pronta a rendere più chiara la complessa realtà fisica in cui gli attori agiscono.
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Certo vi sono ingenuità nell’intendere l’economia nella veste di un impianto malevolo e magico che obbliga alla povertà e alla schiavitù. Vi sono da parte della figlia visioni quasi fiabesche nel ritenere la sua visione dell’ecologia il volano verso un paradiso in cui si scambiano tempo ed idee, in un ambiente in cui non esiste il principio della degradazione dell’energia.
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Si può essere benevoli nel giudizio circa l’impostazione economica elementare, anche perché oggi è di moda nei luoghi comuni, e quindi bisogna, anche per motivi di marketing, invogliare i lettori alla prosecuzione del testo, specialmente per quelli che non hanno il tempo, le risorse, la volontà di approfondire quanto proposto.
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Il nome dell’autore è uno pseudonimo. Forse è un collettivo di scrittori, oppure una figura che ha utilizzato competenze di persone specializzate negli ambiti sopra descritti, perché le soluzioni affrontate, le descrizioni delle astronavi, la programmazione delle orbite, sono di alto livello.
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I modelli che descrivono i buchi neri, gli orizzonti degli eventi, la teoria della relatività generale, la natura dell’universo e i suoi modi di presentarsi nelle configurazioni a più dimensioni, presuppongono uno studio pregresso.
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Si potrebbe ipotizzare però che l’autore sia un maschio, perché la figura della figlia, talvolta sembra seguire gli schemi degli anni sessanta e ottanta. Per converso l’eroico pilota maschio all’inizio rude e poi sensibile anche per le schermaglie avute, diviene più empatico e disponibile. Insomma, una presentazione dei ruoli molto antica ed elementare rispetto alle dinamiche di genere odierne.
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Il punto forte del libro però, e qui occorre riconoscerlo per il fascino che attrae, è rivolto a perseguire un romanzo fantascientifico “hard”, in cui le tecnologie e i principi fisici sono descritti in modo coerente, verosimile, e ben approfondito. Anche se non sono espressi esplicitamente, ed è un bene, altrimenti sarebbe un trattato universitario, vi sono termini come “gradiente”, “varietà differenziale e topologica”, “tensori”. Insomma è presentata una vasta quantità di concetti propri della geometria avanzata, delle relazioni tra la topologia e la metrica impiegata nei modelli della teoria della relatività.
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La bellezza di questo libro risiede nel loro uso, attraverso le vicende in cui incappano i protagonisti. Non vi dico la trama: sarebbe un crimine. La sorpresa è una parte importante della narrazione. Posso solo offrire una tra le tante delle chiavi interpretative: richiamano il tentativo di Ulisse di ritornare ad Itaca, ed invece di incontrare i Ciclopi, i Feaci, e di litigare con il Dio Nettuno, affrontano gli astri viaggiando a più dimensioni spazio-tempo.
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Stimola moltissimo la nostra fantasia e apre la mente a nuove possibilità nel pensare l’universo, rispetto ai concetti fisici e matematici ritenuti astrusi e faticosi da immaginare.
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I fibrati, le varietà differenziali, i quaternioni, le applicazioni delle forme matematiche come i Tori, i nastri di Moebius, le bottiglie di Klein, veri paradossi se rapportati al mondo a tre dimensioni, qui acquisiscono una forma adeguata e coerente.
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Nonostante che talvolta vi sia una sintassi imprecisa e piatta nelle locuzioni avverbiali e nell’uso dei tempi, oltre che a una eccessiva semplificazione delle frasi, è però avvincente nel rendere la domanda su di noi e sul mondo, un poco più ricca e colorata.
Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…