
(Traduttore), Mondadori, Milano, 2008 (Ed. Originale, 1975,
Secker & Warburg (Londra) e Viking Press (New York))
Il protagonista è uno scrittore versatile che scrive sia in forma di prosa sia in poesia. È una fitta trama di specchi ove Citrine, il giovane di belle speranze che ottiene il successo anche economico, si confronta continuamente con il suo mentore, il poeta Humboldt, il collerico, pazzo, esagitato, esorbitante genio creativo. Tale antagonismo prosegue oltre la morte del poeta decaduto in un colloquio ove sono messe in questione le funzioni dell’intellettuale nei rapporti con la società e nei correlati sistemi morali storicamente determinati.
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La storia inizia negli anni venti del millenovecento, attraversa la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, il Vietnam, i mutamenti sociali e le contestazioni. Citrine, nel perseguimento del successo, attraverso la composizione dei suoi scritti teatrali, romanzi e in misura minore delle poesie, si interroga sulla sua funzione politica, sociale e di costume.
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Humboldt ha un rapporto conflittuale con il mondo e con il proprio ruolo di presunto vate. Seguito dall’opinione pubblica nonostante la sua autodistruzione sociale ed economica, oltre che psichica, puntella negli anni una scansione degli eventi in rapporto a Citrine, la voce narrante riguardo gli eventi del passato che hanno la funzione di tracciare una successione di causa ed effetto in relazione alle vicende del presente.
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L’opera straripa di riferimenti letterali e degli intellettuali che hanno caratterizzato i decenni su indicati. Sia Humboldt sia Citrine a modo loro destrutturano e desacralizzano i miti e riferimenti politici e ideologici che via via incontrano negli anni. Il primo affrontandoli con un sistema etico inflessibile che dichiara la propria aderenza a una funzione di vate delle arti, buone, belle e giuste, attraverso la propria biografia, demolendo il proprio ruolo e distruggendosi per ogni atto di svendita dei propri valori e di mercificazione. Il secondo con uno sguardo cinico, logicamente coerente e robusto di argomenti, rendendo i riferimenti morali e artistici del tempo limitati e velleitari.
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Se Humboldt persegue una coerenza inflessibile nel comporre gli scritti, con una dichiarazione esplicita di perseguire una produzione artistica innovativa, così cerca di realizzare tale impegno anche Citrine. Se il primo, però, attinge solo alcuni riferimenti utili alle sue convinzioni, il secondo li usa tutti, nella consapevole e velata intenzione di considerarli meri strumenti di lavoro.
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Nonostante che Humboldt lo abbia negli anni calunniato e derubato, così come la ex moglie e le amanti, Citrine accetta tali violenze nel dichiarare alla propria coscienza di agire come un eroe che in modo nobile accetta i soprusi per mantenere integro il proprio genio, il quale risolverà tutto e nella convinzione di agire in un’ottica di lungo periodo tendente alla gloria.
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Citrine però sa che il suo atteggiamento apparentemente generoso nasconde secondi fini, tra i quali il bisogno, che, comunque vadano le cose, lui dovrà essere ricordato come il genio eroico, bravo, buono e bello. Negli anni mostra debolezze e comportamenti meschini, per i quali accetta la punizione che è inconsciamente voluta, inflitta dai suoi cari, dai suoi amici, e da coloro per i quali intrattiene affari. Per la sua vanità si trova invischiato con malfattori che lo ricattano e perseguitano, da avvocati che lo sfruttano in cause continue, da una ex moglie piena di conflitti irrisolti e di traumi psichici, che lo infama e cerca di derubarlo, e da amanti che lo usano.
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Citrine è consapevole di ciò e come tutti i protagonisti dei romanzi di Saul Bellow camminano nei cigli degli abissi, sempre nel punto di naufragare definitivamente. In forme diverse è lo stesso atteggiamento di Humboldt, ma tradotto in modo passivo in rapporto alle catastrofi che lo perseguitano.
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È un romanzo lungo, denso, emotivamente teso, che chiede molto al lettore, perché esige una attenzione costante ai riferimenti sociali, politici e intellettuali degli Stati Uniti e di tutto il mondo, con lunghe digressioni del passato, ove ognuna di esse è già un nucleo di un romanzo a sé stante. Nel contempo, però, si passa a una narrativa stringata ed avvincente che porta a picchi di climax emotivi improvvisi.
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Saul Bellow qui raggiunge la propria maturità di scrittore, perché mostra le sue profonde conoscenze letterarie, politiche, artistiche e filosofiche e le affronta attraverso i protagonisti, i quali cercano di incarnare gli spiriti del mondo che via via si susseguono, ottenendo lo svuotamento delle proprie biografie e uno sguardo critico delle istanze, accettando però della loro necessità per continuare a vivere e cercare un progresso per tutti, in particolare di quello morale.
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Gli esiti mostrano il fluire del vivere e la trasformazione di ogni modello interpretativo che si ritiene intransigente e coerente nelle proprie direttive.
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Qui Saul Bellow parla anche della sua funzione di scrittore, perché i protagonisti sembrano suoi specchi, in un gioco dove ogni immagine e la relativa biografia, divengono entrambi un “oggetto” creato dalle stesse concezioni letterarie da loro dichiarate.
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È una narrazione ammaliante che serve a non esplicitare in modo diretto, la volontà dell’autore di farsi egli stesso un prodotto narrativo, quasi a tentare di incarnare uno spirito creativo totale dove il mondo stesso e il suo divenire siano sussunti nel testo letterario.
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Il protagonista che cade non rimanda a un dilemma etico che deve risolvere il lettore attraverso la propria biografia intellettuale e morale, come nelle opere precedenti, perché è Saul Bellow che si fa materia diretta per ognuno, in una spregiudicata ambizione di incarnare l’atto creativo.
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Questo dono vuole condividere la gloria in un omaggio incartato di spine che costringe al dolore di affrontare le proprie aspirazioni nascoste, le sconfitte e le rinunce, e, ferita dolorosa più grave, i compromessi a cui ci si è adeguati tradendo il proprio sistema di valori.
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Che il lettore accetti assieme a me, autore, la volontà di gioire nell’atto creativo e il desiderio meschino e mediocre di perseguire la gloria.