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§CONSIGLI DI LETTURA: Embassytown

Un’avventura dei popoli e del linguaggio

In un futuro remoto, gli esseri umani si sono spinti ai confini dell’universo colonizzando il pianeta Arieka. Qui i rapporti tra gli uomini e il popolo degli Ariekei, custode di una lingua misteriosa. Avice Benner Cho non è in grado di parlare la lingua degli Ariekei, eppure in qualche modo ne rappresenta una parte: lei, come alcuni esseri umani, è utilizzata dagli indigeni come una “similitudine vivente”, necessaria alla formulazione di concetti altrimenti inesprimibili.

“[…] «le parole non possono considerarsi davvero dei referenti. Ecco la vera tragedia della lingua. Gli sforzi asintotici per ordinarle in una frase compiuta non sono niente a confronto.» […]”

La lingua degli Arekei è generata da due apparati di fonazione che producono rispettivamente l‘inciso e l’eco e per loro chi parla con una sola voce è automaticamente escluso dal computo delle creature dotate di intelligenza e in grado di esprimersi. È una lingua totalmente empirica, nel senso che qualsiasi oggetto o elemento di un loro discorso è visibile e afferrabile. Deve essere indicato. Tale caratteristica implica l’impossibilità di mentire, ovvero un insieme di dati non immediatamente verificabili. Ovviamente gli umani in quanto specie non possono essere calcolati come creature senzienti, fatta eccezione per gli «ambasciatori», cloni appositamente creati di due individui che parlavano all’unisono, ma in quanto unità simbiotiche.

“[…] Per gli umani, l’aggettivo rosso non comunica niente di per sé: a esprimere il colore è la combinazione dei fonemi che compongono la parola. Funziona così, sia che a dirlo sia io, Scile, uno Shur’asi o un programma irrazionale che non conosce il significato di ciò che articola in maniera meccanica. Questa regola non vale per gli Ariekei. Il loro linguaggio è costituito da un insieme di rumori organizzati, così come lo è anche la nostra lingua, ma per questi indigeni ogni parola funge da imbuto: per noi le parole significano qualcosa, mentre loro le ritengono un semplice mezzo attraverso il quale il suono dischiude al pensiero le porte per accedere al suo referente. «Se programmo il mio traduttore per pronunciare una parola in anglo-ubiq, tu sei in grado di capirla» disse. «Eppure, se faccio lo stesso con la Lingua degli Ariekei, l’unico a capirla sono io. Per loro è solo un suono privo di senso, perché, per significare qualcosa, deve essere prodotto da una mente pensante.»

 […]”

Significante e significato costituiscono una relazione univoca che impedisce di immaginare una serie di forme inesistenti di reale. Quando a comunicare con loro appare per la prima volta un ambasciatore proveniente da Bremen – il pianeta dal quale Embassytown dipende – e non dalla comunità umana su Arieka, il delicato equilibrio sul quale si fonda la convivenza tra umani e Ariekei si spezza.

“[…] Scollegate dai loro relativi significati, le falsità non erano altro che rumori prodotti dagli stessi mentitori, una testimonianza della pigrizia biologica: se fosse stato possibile descrivere soltanto la realtà, a cosa mai sarebbe servito saperla discernere dal suo opposto? Ogni cosa sarebbe stata davvero come da definizione? Nonostante un simile deficit adattivo (non erano predisposti a mentire), gli Ospiti riuscivano lo stesso a capire un enunciato falso. O ci credevano (credere era un dato di fatto privo di senso), oppure, quando la falsità era appariscente, la vivevano come qualcosa di impossibile e frastornante, un enunciato impensabile.

[…]”

“[…] «Vogliamo essere noi a decidere cosa ascoltare, come vivere, cosa dire, con chi parlare, come comportarci e a chi obbedire. Vogliamo che la nostra lingua torni a essere nostra.».

Erano infastiditi dalla loro dipendenza alla nuova droga e dalla loro incapacità a disobbedire. Di sicuro, non era l’unico gruppo segreto ad avvertire un simile fastidio, ma questo combaciava con ciò che desideravano da sempre: sforzarsi di mentire era direttamente collegato al desiderio di dare alla Lingua qualunque significato volessero. Quell’antico bisogno sembrò spingerli a odiare la loro nuova condizione e in maniera ancora più violenta di qualsiasi altro alieno cosciente.

[…]”

La lettura del libro non è banale: fino alla fine della terza parte, vi sono capitoli denominati «Ricordo recente» e «Ricordo datato», e poi seguono le sezioni. Intorno ad Embassytown esiste un universo denominato <Immer> (il sempre) e tale città dipende da Bremen, i cui rapporti non sono pacifici.

È un libro ambizioso che spinge a indossare nuovi occhiali nell’uso del linguaggio e della nozione stessa dei significati e dei soggetti parlanti, in particolare se tra di loro sono all’inizio in uno stato di oggettiva incomunicabilità.

“[…] gli Assurdi hanno imparato a esprimersi come noi. Gli Ariekei in questa stanza vogliono che gli insegniamo a mentire e questo significa pensare al mondo secondo una prospettiva diversa. Nessun referente, ma soltanto significanti. Lo ritenevo impossibile. Eppure, guarda.» Puntai il dito verso la creatura che voleva uccidermi. «Ecco cosa hanno fatto. Ogni volta che indicano, significano qualcosa. Seguendo una strada del genere lo scotto da pagare è davvero troppo alto, ma adesso sappiamo che questi alieni sono in grado di farlo. Insegnare loro tutto questo senza strappargli le ali equivale a insegnargli a mentire.»

[…]”

“[…] «Le similitudini sono una scappatoia. Una via d’uscita che parte da un referente e arriva a un significante. Solo questo. Eppure, sappiamo di poterli spingere a continuare, un passo alla volta, fino alla fine.» Io stessa mi chiarii le idee parlando. «Dobbiamo condurli dove il significato letterale diventa…» feci una pausa. «Qualcos’altro. Se noi similitudini funzioneremo al meglio, ci trasformeremo in qualcos’altro, poiché il miglior modo di cui disponiamo per rappresentare il vero passa attraverso la falsità.»

  Avrei voluto spiegargli che non era affatto un paradosso, né un controsenso. «Non voglio più essere una similitudine» esclamai. «Voglio diventare una metafora.»

[…]”

Questo libro è un tentativo ambizioso di utilizzare il “Bizzarro Finction” (che è estrema ed esagerata) con la scrittura “Fantasy”, mantenendo però una coerenza verosimigliante in termini di ambienti, tecnologie e logiche politiche. In più, pone nuove sfide nell’uso del linguaggio e anzi nel modo stesso di intenderlo.

 “[…] Le loro menti divennero improvvisamente simili a dei mercanti: come il denaro, le metafore avevano un valore incommensurabile. Adesso potevano diventare dei mitologi, studiosi di una realtà un tempo priva di mostri ma ora affollata di chimere; ogni metafora era un collegamento.

[…]”

“[…] Ballerina aveva ormai imparato che poteva esprimersi anche senza parole, l’Assurdo invece aveva appreso non solo di poter parlare, ma anche di ascoltare.

[…]”

E il lettore qui, ascolta leggendo.

§CONSIGLI DI LETTURA: Destinazione stelle

Destinazione stelle o La tigre della notte (titolo originale The Stars My Destination o Tiger! Tiger!) è un romanzo di fantascienza del 1956 di Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987), versione in italiano del 2014 – Oscar Mondadori, Milano, traduzione di Vittorio Curtoni.

Questo libro fu un successo editoriale e mantiene, ancora oggi, una freschezza di stile e di ritmo narrativo, nell’alternare idiomi gergali, neolinguismi, e schermaglie diplomatiche tra i protagonisti. Alfred Bester, uno scrittore di tutto rispetto nei romanzi e nei racconti, ha approfondito le nozioni di chimica e di astronomia, innestandole entro temi fantascientifici lungo il corso della narrazione.

Le vicende dei protagonisti sono usate nell’evocare il pericolo di disequilibrio per l’intero pianeta nel caso di una supremazia militare di un unico apparato di potere, e non a caso risaltano riferimenti velati alla “Guerra Fredda” di quegli anni.. Vi è anche una dialettica tra una posizione iper individualistica, nell’uso dello <<jaunto>>, il salto spaziale tra un luogo della terra e in un altro, che cerca di essere controllato dalle autorità per non generare la disgregazione dei legami sociali e affettivi tra le persone.

“[…] “Abbiamo stabilito che la capacità del teletrasporto è collegata coi corpi di Nissl, o Sostanza Tigroide delle cellule nervose. La presenza della Sostanza Tigroide è facilmente dimostrabile col metodo di Nissl, usando 3,75 gr di blu di metilene e 1,75 gr di sapone di Venezia disciolti in 1000 cc d’acqua. “Se la Sostanza Tigroide non appare, il jaunto è impossibile. Il teletrasporto è una Funzione Tigroide.” (Applausi). Chiunque era capace di jauntare, purché sviluppasse due facoltà: visualizzazione e concentrazione. Occorreva visualizzare, in maniera completa e precisa, il punto d’arrivo; e occorreva concentrare l’energia latente della mente in un unico flusso, per poter arrivare. Soprattutto, era necessario avere fede… la fede che Charles Fort Jaunte non ritrovò mai. Bisognava credere di poter jauntare. Il minimo dubbio avrebbe bloccato la spinta mentale necessaria per il teletrasporto.

 […]”

L’assenza di una collaborazione tra gli individui, comporta le attività di sciacallaggio e quindi la fame per tutti. Dall’altro lato, la sovra determinazione di ogni aspetto del vivere di ognuno, in base alla sua capacità di spostamento, innesta logiche di potere che oltrepassano i conflitti del pianeta terra, per arrivare a quelli dei satelliti esterni del sistema solare.

Quando tutto si vuole controllare, ecco che nel residuo di ciò che è considerato uno scarto, avviene l’anomalia.

“[…] Gully Foyle io son ognora e Terra è la mia nazione. Lo spazio profondo è mia dimora e la morte è la mia destinazione. Era Gulliver Foyle, meccanico di terza classe, trent’anni, ossatura robusta, fisico coriaceo… alla deriva nello spazio da centosettanta giorni. Era Gully Foyle, oliatore, ripulitore, manovale; troppo placido per i guai, troppo lento per il divertimento, troppo vuoto per l’amicizia, troppo pigro per l’amore. I tratti letargici del suo carattere spiccavano persino nei registri ufficiali della Marina mercantile:

FOYLE, GULLIVER – AS-128/127: 006 CULTURA: Nessuna CAPACITÀ: Nessuna MERITI: Nessuno RACCOMANDAZIONI: Nessuna (NOTE PERSONALI) Uomo dotato di forza fisica e di un potenziale intellettuale bloccato dalla mancanza di ambizioni. Minimo spreco di energie. Lo stereotipo dell’uomo comune. Forse uno shock inatteso potrebbe risvegliarlo, ma il reparto Psicologia non riesce a trovare la chiave d’accesso. Non raccomandato per ulteriori promozioni. Foyle è finito in un vicolo cieco. Era finito in un vicolo cieco. Si era accontentato di veleggiare da un momento all’altro dell’esistenza per trent’anni, come una creatura dalla pesante corazza, flaccido e indifferente… Gully Foyle, lo stereotipo dell’uomo comune; […]”

“[…] Così, in cinque secondi, Foyle nacque, visse, e morì. Dopo trent’anni di esistenza e sei mesi di torture, Gully Foyle, lo stereotipo dell’uomo comune, non esisteva più. La chiave girò nella serratura della sua anima e la porta si aprì. Ciò che emerse cancellò per sempre l’uomo comune. «Mi hai lasciato qui» disse Foyle, con un’ira che cresceva lentamente. «Mi hai lasciato a marcire come un cane. Mi hai lasciato a morire, Vorga… Vorga-T:1339. No. Me ne andrò di qui, io. Ti seguirò, Vorga. Ti troverò, Vorga. Te la farò pagare. Ti farò marcire. Ti ucciderò, Vorga. Ti stenderò secca.» L’acido dell’ira si diffuse nel suo corpo, divorando la pazienza bruta e l’indolenza che avevano fatto di Gully Foyle uno zero, dando il via a una reazione a catena che lo avrebbe trasformato in una macchina infernale. Adesso, Gully Foyle aveva una missione. «Vorga, ti stenderò secca.» […]” 

L’istinto di sopravvivenza e la volontà di vivere, quando si innestano consapevolmente nel proprio io, causano l’esigenza di una mutazione.

Il ritmo del libro è avvincente. I colpi di scena seguono un percorso logico coerente tra le vicende astro politiche e i viaggi interiori di ognuno.

“[…] «E più o meno non sai fare altro… il che significa che mi sarai inutile, al di là della forza bruta.» «Non dire fesserie, ehi» ribatté lui, rabbioso. «Non le sto dicendo, io. A cosa serve lo scalpello più robusto del mondo se non ha una punta affilata? Dobbiamo affilare il tuo cervello, Gully. Devo educarti, uomo, tutto qui.» Lui si arrese. Capì che Jisbella aveva ragione. Doveva prepararsi, migliorarsi, non solo per fuggire da lì, ma anche per sistemare la Vorga. Jisbella era figlia di un architetto e aveva ricevuto un’istruzione di prima qualità. La inoculò a Foyle, insaporendola con la cinica esperienza di cinque anni nel mondo della criminalità. Ogni tanto, lui si ribellava a quel lavoro duro, e scoppiavano litigi sussurrati, ma alla fine lui chiedeva scusa e ricominciava. […]”

“[…] «Hai detto che ti piacerebbe potermi portare in tasca, così potrei pungolarti quando perdi il controllo. Hai qualcosa di migliore, Gully, o di peggiore, povero amore mio. Hai la tua faccia.» «No!» disse lui. «No!» «Non potrai mai perdere il controllo, Gully. Non riuscirai mai a bere troppo, mangiare troppo, amare troppo, odiare troppo… Dovrai tenerti sempre in una morsa ferrea.» «No!» insistette lui, disperato. «Si può trovare un rimedio. Può farlo Baker, o qualcun altro. Non posso andarmene in giro con la paura di provare qualche emozione perché mi trasformerei in un mostro!» «Non credo possa esistere un rimedio, Gully.» […]

Le protagoniste femminili hanno la novità, rispetto a romanzi di fantascienza del periodo, di assumere il ruolo di trasformare le personalità dei protagonisti, con poteri autonomi rispetto ai maschi. Non assumono il ruolo di contorno, sebbene ogni tanto lo scrittore indulge in stereotipi “romantici”.

Donne e uomini perseguono la vendetta e il potere.

“[…] «E tu non scappi mai?» «Mai. Le fughe sono per gli storpi mentali. Per i nevrotici.» «I nevrotici. La parola preferita di chi si è rifatto una cultura. Tu sei così colto, vero? Così calmo. Così equilibrato. È tutta la vita che stai scappando.» «Io? Mai. È tutta la vita che caccio.» «Scappi. Hai mai sentito parlare della fuga d’attacco? Fuggire dalla realtà attaccandola, negandola, distruggendola? Ecco cosa hai fatto.» «Fuga d’attacco?» Foyle sussultò. «Vuoi dire che sono fuggito da qualcosa?» «È ovvio.» «Da cosa?» «Dalla realtà. Non puoi accettare la vita com’è. La rifiuti. La attacchi, cerchi di farla entrare a forza nei tuoi schemi. Attacchi e distruggi tutto ciò che ostacola il tuo folle schema mentale.» Robin alzò il viso solcato dalle lacrime. «Non lo sopporto più. Voglio che tu mi lasci libera.» […]”

“[…] Dagenham sorrise. «Sì. Per quanto possiamo difenderci dall’esterno, restiamo sempre fregati da qualcosa che viene dall’interno. Non ci si può difendere da un tradimento, e tutti noi ci tradiamo di continuo.» […]”

Ci si sente trasportati in questo libro, anche fisicamente nelle emozioni che avvertono i protagonisti, in particolare della vendetta. La frustrazione. La vendetta che non può mai essere compiuta, risarcita. Se la si vuole integralmente, essa deve consumare anche il vendicatore. Poiché l’assoluto soddisfacimento esige che il vendicatore sia tutto all’interno di tale atto di volizione, e che il destinatario che muove la vendetta, sia entro in essa, allora il processo di riequilibrio esige che la sua fine, cioè il suo scioglimento, annulli il ruolo e del vendicatore e del destinatario. E se è integrale, integralmente devono finire entrambi.

E vi sono passi in cui si arrivano anche a visioni poetiche.

“[…] Il colore, per lui, era dolore; caldo, freddo, pressione; sensazioni di altezze insopportabili e profondissimi abissi, di tremende accelerazioni e compressioni che schiacciavano il corpo: IL ROSSO LO ABBANDONÒ VELOCE. LA LUCE VERDE ATTACCÒ. L’INDACO ONDEGGIAVA CON NAUSEANTE VELOCITÀ, COME UN SERPENTE SCOSSO DAI BRIVIDI.

Per lui, il tatto era gusto: la sensazione del legno era acida e gessosa nella sua bocca, il metallo era sale, la pietra era agrodolce sotto le sue dita, e il vetro gli intorpidiva il palato come pasticcini troppo ricchi. L’odorato era il tatto: la pietra calda era velluto che gli carezzava le guance. Fumo e cenere erano una stoffa ruvida che gli grattava la pelle, quasi la stessa sensazione prodotta dalla tela bagnata. Il metallo fuso aveva l’odore di colpi che gli martellavano il cuore, e la ionizzazione scatenata dall’esplosione del PyrE aveva riempito l’aria di ozono, e l’ozono era acqua che scorreva fra le sue dita. Non era cieco, né sordo, né privo di sensazioni. Percepiva sensazioni, ma filtrate da un sistema nervoso stravolto e mandato in corto circuito dallo shock dell’esplosione. Soffriva di sinestesia, quel raro stato in cui la percezione riceve messaggi dal mondo esterno e li riferisce al cervello, però nel cervello le percezioni sensoriali vengono confuse tra loro. […]”

Di più non si può approfondire, almeno a questo livello, perché vi sono colpi di scena che mantengono alta la tensione nella lettura. È un libro che ha la capacità di trasformarci in adolescenti nudi verso le nostre sensazioni più forti, lasciate di solito nello sfondo del nostro intimo, che però sono sempre lì.. in attesa.

§CONSIGLI DI LETTURA: l’uomo che ricordava troppo

Umberto Rossi. L’uomo che ricordava troppo. Prima edizione dicembre 2015 ISBN 9788867759828 © 2015 Umberto Rossi Edizione ebook © 2015 Delos Digital srl Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano Versione: 1.0

“[…] Johann Hagenström ha un bel problema: la sua memoria ha perso parecchi pezzi del suo passato; in compenso, ogni tanto ricorda cose che non sono mai successe… che non possono essere successe. Johann vorrebbe tornare a una vita normale e al suo normale lavoro di traduttore: ma la strana sindrome mentale che lo affligge non glielo consente. La terapia dello psichiatra che lo ha in cura non sembra dare risultati; come se questo non bastasse, i suoi falsi ricordi lo portano frequentemente nel bel mezzo di una feroce guerra civile che lo atterrisce, o di un’Italia ridotta a un deserto. E nelle sue allucinazioni retroattive torna ossessivamente una figura enigmatica, un’affascinante donna di colore che pare conoscerlo molto bene… troppo bene. Quando poi Johann comincia a incontrare persone uscite dai ricordi di una vita che non ha vissuto, tutto intorno a lui comincia a disgregarsi; lui stesso comincia a dubitare di se stesso; e quella che emerge è una realtà minacciosa. E letale. Un romanzo finalista al Premio Urania, dove Philip K. Dick incontra Alfred Hitchcock. […]”.

Un libro avvincente che inizia in modo colloquiale, portando il lettore per mano nei luoghi della narrazione. Il modo informale e la sintassi apparentemente disordinata all’inizio, suggeriscono invece richiami e indizi per gli eventi che via via si snoderanno lungo il corso delle pagine. È un libro strutturato a più livelli, dove ogni nome, le vie, i richiami storici, alcunché non è posto a caso.

È un libro di atmosfere familiari in cui i tempi della nostra immaginazione si intersecano. Si annusano gli ambienti dei gialli, dei racconti di fantascienza dei decenni passati, ma questi sono aromi volatili, che, appena dileguati, annunciano qualcosa di altro. E lo si sente. Gli Odori e le suggestioni diventano elementi che compongono un ritmo nella narrazione. Un libro di incroci temporali tra le vite dei protagonisti e gli spazi, dove entrambe le direzioni prendono una vita autonoma intersecandosi a più riprese, fornendo squarci ulteriori dell’orizzonte degli eventi.

“[…] e l’eternità c’è entrata, si è impadronita di me, senza che lo volessi, senza che facessi nulla per entrare nel suo dominio, mi ha preso e non mi lascia più se solo riuscissi a ricordare quando e come ho lasciato quella saponetta nel lavandino; se solo riuscissi ad uscire dal tempo delle acque e delle rocce, che mi ha catturato; se riuscissi a tornare tra gli uomini, a ridiventare me stesso… ma non so come si fa eppure deve esserci un modo per ricordare… […]”

Suggestivo lo stile in cui il protagonista parla in prima persona circa gli eventi del passato, affermando di non ricordarli in modo compiuto. È una narrazione di memorie delle proprie dimenticanze.

“[…] tra Contro-passato prossimo di Morselli e un romanzetto di fantascienza di un certo Philip K. Dick, che neanche ho mai letto (con un titolo ridicolo: Slittamento temporale su Marte… possibile che abbia comprato una scemenza del genere?). Sta di fatto che l’ho dimenticato di nuovo.

[…]”

“[…]  Dico finalmente, perché se avessi continuato a distruggermi inseguendo un passato perduto o i fantasmi di una vita che non ho mai vissuto sarebbe finita che non sarei vissuto più. E questo non lo voglio. Devo dare un taglio netto a quel passato che mi ha portato a sprecare due anni nell’abulia più malsana. Devo pensare a vivere, qui e ora […]”.

“[…] Ho sempre sentito dire che in vecchiaia ti tornano ricordi perduti dell’infanzia con una grande intensità. Ma io non sono vecchio; e qui non è solo ricordare, è rivivere. Come se fossi andato in trance, come un sogno. Ma no, ma che sogno. I sogni sono cose incasinate e surreali, nei sogni guidi una macchina che ha come volante una frittata, cose del genere. Quel posto, quel capannone, era vero. Era tutto vero, troppo vero. Anche la paura che provavo. Anche la morte che aleggiava nell’aria. Io lì ci sono stato. […]”.

La visione del protagonista è caleidoscopica. Si ha la sensazione di camminare per le vie di Roma, assieme a lui, anzi dentro i suoi occhi, provando le sue sensazioni di fatica e di spaesamento. E tra questo uomo che ricorda diversi orizzonti temporali, si avverte la peculiarità della città di Roma, che è una città del tempo, come della morte. Una sovrapposizione continua di luoghi e linguaggi, tutti presenti, anche in modo conflittuale. In sequenza alcuni, in conflitto oppositivo altri.

L’oblio e la memoria più che un legame dialettico, sembra abbiano una rilevanza spaziale. Il tempo è scandito dalle azioni e dai mondi evocati dal protagonista. La memoria degli eventi del passato per noi lettori, e alcuni di essi nel futuro, rispetto al tempo della narrazione, oscillano come il parabrezza di una macchina. Emergono, anche, spicchi della memoria storica di noi italiani, dei lati oscuri del nostro passato recente nella guerra, nel fascismo, nel razzismo, nelle oscenità che stancamente attribuiamo ai popoli a noi vicini, per non fare i conti con noi stessi.

È un romanzo in cui, oltre alla trama che non rivelo, perché, oltre ad essere distopico, mantiene una tensione narrativa che lascia indizi per gli eventi a seguire, esprime il senso delle tante città e dei tempi che quel luogo eminente del ricordare, presente e concreto, è Roma. Poiché noi italiani ne siamo uno spicchio relativamente recente, questa moltiplicazione prospettica delle trame e delle vite, si estende nei territori circostanti, oltrepassando l’Italia e il continente.

Iniziamo a ricordare anche noi.