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§CONSIGLI DI LETTURA: STORIE DELLA TUA VITA

Ted Chiang, Storie della tua vita Traduzione di Christian Pastore, Frassinelli, SPERLING & KUPFER. Prima edizione 2002, prima edizione italiana 2008., Milano.

Questi racconti di fantascienza cesellati con una cura maniacale per il ritmo imposto alla narrazione degli eventi, prospettano in evidenza problemi etici e teoretici. Ted Chiang è un informatico di professione e lo si avverte quando tratta i temi della programmazione, del linguaggio, della cibernetica e dell’intelligenza artificiale. È uno scrittore che estende il suo sguardo alla religione e all’aldilà. Dispone prospettive coerenti riguardo le tendenze future che ci attendono, imperniate in un fulcro che è fantascientifico.

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Nonostante l’ipotesi di partenza sia irreale, il contesto e i personaggi sono verosimili. Le tecnologie e le scoperte scientifiche pongono precise domande con la speranza di ottenere risposte sul destino dell’umanità e sul suo scopo.

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La spinta a interrogare il cosmo e se stessi corrisponde alla convinzione della propria infinita inadeguatezza risolutiva che fa da traino alla tensione narrativa. Il lettore, lentamente, nel prendere confidenza con lo scenario fantascientifico, si sente coinvolto dal problema etico e sociale emergente.

Molto è stato scritto su questi racconti che partono dal 1990 e sono facilmente reperibili in grandi quantità anche nella rete web. Io vorrei esporre una chiave di lettura ulteriore, in particolare sul racconto che fa da titolo alla raccolta e che è stato utilizzato anche per un film del 2016 “Arrival”.

Nel racconto la realtà ha una visione sincronica, dove il futuro e il passato combaciano aderendo all’amor fati, nell’accettare ciò che si è e a cui si è destinati.

Sottolineo due passi:

“[…] Analogamente, la conoscenza del futuro era incompatibile con il libero arbitrio. Ciò che mi rendeva possibile agire liberamente mi impediva al tempo stesso di conoscere il futuro. Adesso che conosco il futuro, al contrario, non agirei mai in contrasto con esso, e questo significa anche non rivelare agli altri ciò che so. Chi conosce il futuro non ne parla. Quelli che hanno letto il Libro delle Ere non ammetteranno mai di averlo fatto.

[…]

Conoscevo la mia destinazione fin dal principio, e scelgo la mia strada di conseguenza. Ma vado verso una gioia estrema, o verso un estremo dolore? E ciò che realizzerò sarà un minimo, o piuttosto un massimo? […]”

Ted Chiang espone al lettore i suoi dilemmi attraverso una tecnica narrativa che è coerente e conforme alle premesse iniziali della storia.

In tutti i racconti vi è il tema contraddittorio della libertà che è discusso in un modo iper analitico. Le domande poste in questi due passi, contengono ipotesi nascoste che un linguaggio formale non può conoscere in modo esplicito, perché esterne ad esso. Se si conoscesse il futuro, si determinerebbe ogni evento e ogni mia e altrui decisione di chi ha a che fare con me. E qui emerge il punto che Chiang da eccellente logico-programmatore-cibernetico conosce molto bene. Ogni decisione è al minimo tra due possibilità. Io decido di mangiare o di non mangiare una mela. La possibilità è tale perché ora io nel tempo, ancora devo agire in conformità a ciò che decido. Nel momento in cui decido di prendere la mela e di addentarla (quindi decido di muovere il braccio e di essere sicuro che il braccio risponderà alla mia volontà e che la mia volontà è la causa scaturita da un pensare volitivo), rendo questo lato della decisione una necessità e l’altra opzione una impossibilità.

La possibilità è tale perché non so ancora ciò che avverrà nel momento seguente. Io sono pensante qui. Questa è l’ipotesi di sfondo dei due passi. Ripeto: è una ipotesi sotto intesa, non provata e posta come un assioma logico, semplice e indubitabile.

Nel racconto accade invece che io conosco il futuro, e che quindi conosco l’esito dei miei atti volitivi. In questo caso la possibilità non esiste, perché ogni atto è già accaduto ed accadente attraverso me: ogni evento è necessario.

Ricordo che tutto questo argomento è partito dall’assunto che la possibilità esiste, e quindi posso dire le parole, cioè decidere e scegliere, sicché da questa ipotesi giungo a un paradosso che afferma la non esistenza della possibilità. Attenzione: non che sia impossibile, ma che la totalità del mio e del nostro vivere è integralmente necessario.

Come ci siamo finiti? L’autore ci sta prendendo in giro? No. Anzi qui è molto serio e lascia il dilemma insoluto. È esploso nelle sue mani, e non poteva che essere così, perché la struttura è coerente, adeguata e conforme alla trama del racconto.

Qui è il nodo. Nel racconto, secondo il mio modesto parere, che lascio da criticare a chiunque sia arrivato a leggere sin qui, quando si postula la possibilità come un assioma, oltre a commettere l’errore di considerarla come sotto intesa, si intende inconsapevolmente che sia primitiva e che non vi siano altri assunti precedenti in modo logico.

Ve ne sono? Poiché la possibilità è nel tempo, allora le cose, gli atti, le decisioni devono essere infinite ed indefinite.

Se poi, associo alla nozione di possibilità, l’assunto composto che esista l’amor fati e che io dica sì (cioè conosca) il mio destino, cioè il mio futuro, il presente risulta una individuazione dell’identità tra il passato e il futuro. Affinché tutto ciò sia coerente (e Ted Chiang è fedele alla coerenza), allora le cose conosciute si raggruppano nella totalità delle cose conosciute, e questa totalità diventa essa stessa un oggetto, seppur di estensione infinita, ovvero diventa limitata: definita.

Cosa fa allora la protagonista del racconto? Nella premessa intende che la totalità sia infinita ed indefinita nel tempo, e poi nella conclusione, usando l’Amor Fati come connettore logico, la intende come finita.

Questi due passi, costituiscono una contraddizione dove si dice “a è vero= possibilità infinite” nella premessa e poi si offre un giudizio nella conclusione dove “a è falso=possibilità finite, ovvero la possibilità è necessità”.

La grandezza di questo scrittore risalta anche nella sua onestà intellettuale che mostra i limiti dei suoi intenti, in modo pudico e discreto.

Credo che Ted Chiang, oltre ad essere un professionista serio per tutto quello che fa, sia anche una bella persona.

§CONSIGLI DI LETTURA: FACCIO MUSICA

Ezio Bosso Faccio musica Scritti e pensieri sparsi. A cura di Alessia Capelletti Prefazione di Quirino Principe.

Che bel dono che ci hai fatto con il tuo vivere Ezio Bosso..

Che regalo è questo libro nel camminare tra note e timbri di vita, tra suoni del cuore e melodie di concetti, trascritti in una biografia itinerante ancora in corso per noi lettori, e compagni di strada.

Il colloquio di Ezio Bosso, suddiviso in argomenti editoriali, individua un flusso continuo dell’impegno ad agire, praticando musica tra valori e pratiche di vita, dove il proprio vivere è anche uno strumento che riverbera il tratto comune di ogni vivente che esperisce la bellezza.

Poiché il mutamento delle onde sonore distillate nei secondi che scandiscono il ritmo del proprio passare nel tempo, cantano del panorama delle emozioni che passano dallo sgomento, al timore, e allo stupore, l’orizzonte è ordinato da un impegno etico, in cui si dichiara la testimonianza del proprio impegno a dire di sì al vivere che è bello, e che di tutti è l’essenza e quindi impossibile da afferrare e a ridurre come oggetto. La comunanza con ogni altro vivente incarna la pratica di questa testimonianza: vivere nella bellezza che è buona e saggia, provando la propria limitatezza infinita, nell’impossibilità a fermarsi in una opinione o in punto di vista che si crede perno del mondo e degli altri.

Nella consapevole sincerità di non poter negare ciò che nel bello noi si sia destinati per ogni desiderio più recondito anche se oltraggiato da pulsioni malevole, l’agire comune si individua singolarmente nel fare e nel patire della musica, come messaggio universale di vita, che è buona e infinitamente meravigliosa, anche all’interno del nostro ciclo limitato di vita in cui noi stessi ci facciamo risonanza di questa eterna melodia.

Comune è a tutti, ma per qualcuno, l’impegno è così coerente e limpido da poter essere accreditato come esempio vivente cui noi si possa trarre agio e sicurezza, nell’accostarci in questa ala protettiva. Le parole del libro invitano ad aprire le nostre possibilità di esistenza, che da sempre attendono la nostra attenzione, ma che, richiedono impegno e sincerità, che è appunto il vivere incarnato da Enzo Bosso.

Il suo vivere attraverso il suo corpo è l’indicazione di una strada percorribile dal lettore: una possibilità di vita.

Pag. 18 “[…] Oggi ho capito che un vero Maestro non è chi ti dice cosa fare, ma chi capisce chi sei e ti indica il tuo cammino […]”

Perché con la musica si nasce e si rinasce: si fa, e si fa noi stessi.

Pag. 24 “[…] La musica trascende e ci fa trascendere. Dai nostri difetti come dalle nostre difficoltà. È stata una vera rinascita, sì l’ho vissuta come una rinascita, ma con la memoria di una vita passata o tante vite passate. […]”

Tante vite passate che si riverberano nei limiti e negli impedimenti che si hanno nel vivere musicando, come le esigenze economiche, i progressivi impedimenti fisici che obbligano a ritornare indietro, per rendere presente l’attimo iniziale di studio. Proprio ciò che era considerato un limite dai più, cioè la tendenza a non fermarsi a musicare con un solo strumento, ma ad agire attraverso e intorno le orchestre, componendo all’interno di ogni sezione, e dirigendo attraverso il pianoforte, nelle infermità, divenne una risorsa atta a percorre nuove strade di vita e quindi sonore.

Tale unicità coinvolge il suono integrandolo tra fiato, percussione, arco, e tasto: il timbro di un uomo suona ogni singolo strumento, pensandolo come un’intera orchestra.

Pgg. 37-8 “[…] Noi siamo ciò che amiamo, noi siamo il risultato dell’amore, perciò quando componiamo, quando creiamo partiamo da ciò che amiamo. Ed è inutile e, a parer mio, anche un po’ stupido, pensare di essere il futuro, ma la vera responsabilità di un compositore è di essere il ponte che collega il presente col futuro. Poi io preferisco dire: scrivere musica. E non comporre musica, mi sento uno scrittore di musica. […]”

Essendo l’amore è una tendenza infinita, il movimento del musicare è un divenire del miglioramento di sé che si nutre anche dell’ascolto, e ciò, come in un solfeggio dall’alto in basso, riverbera tale mutamento nel proprio compagno orchestrale e nel pubblico, che sente allargare il suo spazio estetico.

Pag. 42 “[…]  Alla fine, se il disco è una foto, io non voglio una mia foto perfetta, ma voglio una foto di cui il pubblico, l’ascoltatore possa magicamente sentirsi parte di quella foto, protagonista di quella foto, possa sentirsi dentro quella foto. […]”

Perché il pubblico, l’esecutore, il compositore, tutti, entrano in ogni nota che è il teatro in cui la scena del vivere di ognuno trascende in un atto di comunanza che dichiara la responsabilità della bellezza in dono per incarnarla. Tutti diventano belli nel partecipare di ogni nota che è il timbro della bellezza, attraverso il suono.

Proprio perché ognun di noi è strumento che conferisce il senso al suono, nel linguaggio delle note, per ogni singolo accadimento, vi è l’infinito miglioramento nel renderci consapevoli di essere da sempre in una comunità musicante.

Pag. 76 “[…] perché alla fine di tutto una musica per essere davvero libera entra nella pancia, passa per il cuore e fa muovere la testa. E quando queste tre cose si muovono insieme diventiamo noi stessi davvero liberi. […]

Pag. 100 “[…]  Per questo io parlo di musica libera piuttosto che di musica classica. Ti costringe a essere ponte fra passato e futuro, a liberarti da te stesso. La nostra è una società che ha bisogno di definire e non ti permette di essere te stesso. […]

Fare la musica assieme.

Pgg. 116-17 “[…] La tv è la tv e io voglio uno studio televisivo, voglio i lustrini, le luci colorate, perché la vera scommessa non è portare il teatro, l’auditorium così com’è in tv, quello lo fa Rai5 e tocca sempre le solite corde già suonate, ma fare della musica di Beethoven un soggetto della tv per ciò che è la tv popolare, quella che entra nelle case e diventa il focolare attorno a cui vive la famiglia italiana. Quella che c’è anche quando non l’ascolti, quando non l’hai accesa tu, ma tu sei lì e magari ti fermi e la guardi. Tu pensi a un documentario, perché è più facile e scontato, ma io no, io voglio Beethoven protagonista della tv nazionalpopolare e ciò nonostante fatto bene, benissimo, fatto al massimo delle nostre forze, per tutti. […]”

Più volte è scritto che aveva una fragilità di cristallo imperniata su una determinazione di ferro a proseguire con disciplina e dignità da e verso il suo operato.

Fu un diamante duro, inscalfibile, ma con la possibilità di crepare internamente per suoni rancorosi, contraddistinti da una aggressività gratuita.

L’intento di rendere la piazza, un teatro concertante tra il pubblico, gli interpreti e i compositori mostra indirettamente la condizione dell’accesso al pubblico, a ognuno di noi, nel partecipare attivamente al suono che è il timbro musicale di una comunità. E non è un caso che Ezio Bosso nelle diverse interviste del libro ritiene che la visione politica della musica come mero intrattenimento sia la condanna a morte di essa.

Gli attacchi che ebbe Ezio Bosso furono così duri, irragionevoli perché, al di là dei suoi intenti pedagogici e musicali, egli attuò una pratica politica a tutto campo di partecipazione democratica che mostra la possibilità di ognuno di incarnare pienamente la propria cittadinanza alla bellezza.

Ezio Bosso prima di suonare ci fa entrare nella sua dimora sonora. È colui che apre la porta, e indica il luogo dove ognuno possa stare a suo agio: “fa entrare la gente” nella musica, sia lo spettatore sia l’esecutore. Tutti assieme in un convivio in cui le note ricevono timbro e frequenza in base alle esigenze dei singoli. Qui si connota l’incontro musicale partecipato che trascende l’armonia interiore delle aspettative ludiche, estetiche e corporee dei partecipanti.

La dimora trasmuta in una piazza che trascende il luogo in cui avviene l’incontro per investire in differita nella linea del tempo, altri ospiti che ricevono ulteriori appigli per incontrare l’avventura inesausta di quella voce che rende simile il dissimile: la musica come origine dei linguaggi.

Ci si potrebbe domandare cosa volesse dimostrare Ezio Bosso con il suo approccio fisico, totale, nel fare musica:

pag. 247  “[…] Non ho niente da dimostrare. Per me bisogna ritornare allo scambio. Nello statuto che abbiamo fatto, nella casa che vorrei, tutti partecipano perché di fatto tutti partecipano e completano il fenomeno della musica. Lo completano attraverso che cosa? Attraverso la cosa più profonda che esiste: il silenzio condiviso. Come dico spesso in alcuni miei concerti: «Prendetevi la responsabilità del silenzio del vostro vicino. Non del vostro», un po’ petrolinianamente. Però sei tu responsabile, sei tu che devi spiegargli cosa succede a stare in silenzio, a non guardare il telefono, a spegnere il telefono. […]”

Il testo descrive la sua musica itinerante nella quale si evidenzia l’etica che predispone l’offerta di sé, fino a simulare la propria scomparsa, ma, che in realtà, nell’atto sonoro, ritorna tutto se stesso, pieno con la traccia di tutti, assisi lì e qui in un convivio continuo. La relazione è attorno e oltre la comunicazione inter mediatica del clic e della condivisione, nell’attimo che nega di essere una successione di un atto in un discorso sordo.

Ezio Bosso, invece, non usa complementi di specificazione od oggetto. No. Si lancia dentro l’atto musicante e se si è musicisti e pubblico in quel momento, è impossibile non seguirlo, e quindi dimenticare tutti noi stessi, nel seguire la corrente di questo tempo che trascende il singolo giudizio. Tutti perennemente inadeguati per la spinta irresistibile a questo bello primordiale, e mai compiuto.

Che bel dono che ci hai fatto con il tuo vivere Ezio Bosso..

§CONSIGLI DI LETTURA: IL CONTE DI MONTECRISTO

Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas Pubblicato su www.booksandbooks.it

Grafica copertina © Mirabilia – www.mirabiliaweb.net

Un capolavoro che ha viaggiato nei secoli. Di tutto è stato scritto per temi comuni dell’animo umano: la vendetta, l’avidità, l’invidia, la brama, la voglia del potere, la disperazione, la compassione, la timida richiesta d’amore.

Il tentativo di scrivere qualcosa di nuovo in merito è a dir poco contraddistinto da una goffa presunzione.

Può essere invece utile approfondire qualche elemento che risulta urticante in questi giorni di isolamento forzato.

Essendo un libro scritto a puntate per le riviste, l’autore richiama gli eventi ad ogni capitolo. I personaggi sono generosamente caratterizzati con un’abbondanza di aggettivi. Frequentemente si ha la sensazione di leggere un copione di teatro in cui l’inizio vi è l’illustrazione della scena da interpretare. Vi è la spasmodica volontà di far percepire i luoghi in carne ed ossa. Con gli strumenti multimediali la lettura è divenuta un accessorio, scarno nella sintassi, perché deputato a riferire immagini, legami, suoni, strutture relazionali. Per noi contemporanei risalta molto di più di un tempo il ritmo narrativo denso e corposo, sovrabbondante di segni e di significati.

Il tema dell’isolamento carcerario è il perno che determina i vettori della trama che si snoda per decenni. Sebbene il protagonista riesca ad evadere dall’antro del Castello d’If, la cella rimane nell’animo, risaldata dal dolore, dalla consapevole disperazione di aver avuto una vita sottratta, da una volontà di vendetta che acquisisce il ruolo di guardiano della gabbia del cuore. L’ossessione di perseguire la restituzione di ottener memoria di ciò che si è stati e del proprio dolore verso i carnefici e quindi verso il mondo, è il motore che snoda gli eventi e i pensieri, energico e inarrestabile, ma vorace dei sentimenti e dei moti emotivi di chi fu violato ed oltraggiato.

Il Conte di Montecristo intraprende un progetto che lo coinvolgerà totalmente per anni e anni quasi a eguagliare quelli di prigionia. Ritorna nei luoghi passati e cerca i protagonisti cari e i suoi carnefici. In più si pone in relazione con i loro figli. Nel libro vi è una simmetria che denota uno stile di contrappasso, perché ogni protagonista nelle fortune e nelle ascese in società, oppure nelle sconfitte, è costretto a negare il suo passato. Ognuno si separa dalle proprie memorie, isolandosi in una gabbia del presente per non vedere ciò che fu e per negare le proprie bugie e le correlative meschine brame.

Il paradigma carcerario è sovrano, perché scandisce gli eventi e orienta il destino dei personaggi. Proprio perché isolate nel carcere delle proprie omissioni, le relazioni assumono parvenze di significati, ambigue come fuochi fatui che esalano da una finestra di una cella.

Il protagonista separa gli antagonisti da se stessi, togliendo anche il loro presente, nel negare le possibilità di poter continuare in quella stasi.

Nel momento in cui si arriva al culmine della perdita di senso tra il passato e il presente, la vita scarnificata mostra la ferita che da sempre lì rimase: incatenata alla lugubre paura dell’oblio.

Il tentativo di uscire dalla caverna fredda dell’odio, comporta il pegno da pagare che è il dolore. Il farmaco che cura è quello che dispera di sé e di tutto. Si rimane nel carcere se si tenta di fuggire da esso, perché la cella del proprio animo è creduta il rifugio sicuro che, però, come una spirale, esige il tracollo della propria dignità.

E alla fine rimane il tentativo di lasciar uscire la propria umanità, attraverso il gigantesco atto eroico della compassione. Atto glorioso che forse attende noi tutti, qui, oggi, in questo carcere mondiale di mascherine e di timore d’abbracciar il cuore altrui.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL CICLO DI VITA DEGLI OGGETTI SOFTWARE

Il ciclo di vita degli oggetti software, dI Ted Chiang, (The Lifecycle of Software Objects), 1ª ed., Burton (Michigan), Subterranean Press, 2010, traduzione di Francesco Lato, Odissea Fantascienza, Delos Books, 2011.

È un’opera che vale la pena da leggere, perché ci costringe a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni nel voler disporre degli altri.

Ana Alvarado, dopo aver lavorato come istruttrice in uno zoo, accetta un nuovo incarico presso la Blu Gamma, un’azienda informatica che ha creato avatar denominati “digienti”, per i quali avrà la funzione di loro educatrice, in collaborazione con gli sviluppatori del software, tra cui Derek Brooks.

La ditta concorrente SaruMech sviluppa un robot che consente ai digienti di interagire con i proprietari nel mondo reale. Altre ditte sviluppano ambienti virtuali più sofisticati dove si può giocare in modo più invasivo, sicché i clienti rendono indietro i loro giocattoli. Alcuni proprietari, però, sono entrati in empatia con i propri digienti, e per non farli sospendere (l’equivalente di una eutanasia), si costituiscono in una associazione per reperire fondi e sponsor, utili per sovvenzionare un loro aggiornamento software, tale da permettere una trasmigrazione in ambienti virtuali più avanzati di uso commerciale.

Ana adotta Jan e Derek i due digienti Marco e Polo e per anni, insieme a pochi altri li tengono in attività, e trascorrono molto tempo con loro, come se fossero dei genitori. I digienti sembrano entrare in uno stato simile all’adolescenza. Ana e Derek non si avvedono che stanno traslando la loro personalità sia nel mondo virtuale sia con esperienze nel mondo fisico con i robot collegati ai digienti.

Derek vorrebbe tramutarli in una “corporation”, cioè soggetti giuridici in tutto e per tutto. Ha timore che se lui morisse, vorrebbe che Marco e Polo non fossero sospesi. Nello stesso momento Jax il digiente di Ana, non vuole controllare un avatar a distanza, ma vuole essere lui un avatar, e quindi anche il robot. Soffre di solitudine e vuole che il suo io non sia scisso dal corpo.

Mancano i soldi per mantenerli. La ditta Desiderio Binario contatta Ana per addestrare i digienti superstiti per trasformarli in oggetti sessuali che si adattino ai desideri dei clienti, diventando attraenti, affettuosi e appassionati di sesso. Un’altra possibilità è che Ana lavori per la Polytope mettendosi cerotti di droga per creare un temporaneo legame affettivo con i digienti, al fine di veicolarli nei loro schemi emotivi. Un’altra offerta proviene da alcuni sviluppatori per robot domestici che si occupano di intelligenza artificiale. Però questi ultimi non vogliono creare umani avatar, quanto una intelligenza superumana. Non vogliono dipendenti – corporation, ma prodotti super intelligenti.

Ana è inorridita da tali proposte. Sa che l’esperienza è algoritmicamente incomprimibile e che ogni  digiente merita rispetto.

In questo romanzo vi è un dilemma etico: l’automa che incorpora sapere e comportamenti dettati da prescrizioni morali, ha titolo a porre relazioni sociali giuridicamente autonome con gli umani?

Ana si rende conto di esser diventata una “madre” per Jax. Si chiede se suo “figlio” sia libero di sbagliare e di voler ridursi a oggetto sessuale, sottoponibile anche a tortura.

se sceglie di lavorare nella società Desiderio Binario, il cervello chimicamente alterato sarà quello del digiente. Se lavorerà per la Polytope, il cervello chimicamente alterato sarà il suo.

Marco e Polo, i “figli” di Derek invece non vogliono che Ana scelga di lavorare per la Polytope, e in un certo vorrebbero sacrificarsi, affermando di essere consapevoli di ciò cui vanno incontro. E qui invito alla lettura per la prosecuzione della trama.

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Un processo di apprendimento può comportare la trasformazione del software in qualcosa di altro?

Nel testo si avverte un senso di separatezza da parte dell’autore rispetto ai personaggi e degli umani verso i digienti a parte Ana ed Derek che intendono instaurare un legame empatico, solidaristico, filogenetico, teso ad attribuire la morale e l’etica ad oggetti. Posto che il mondo è gelido e brutto, si vuole che i digienti diventino soggetti umani, tali da essere portatori di diritti e doveri.

Quest’opera sembra denotare una struttura di cicli software interrotti dove si ritorna alla stessa domanda che pone il dilemma. E si cerca di uscire. Si vede che l’autore è anche un programmatore. Poiché i personaggi virtuali tentano di uscire dai loro schemi di azione, la narrativa segue tale spinta. Le azioni sono ridotte a dialoghi. I tempi virtuali e reali risultano giustapposti e compressi. Da questo straniamento stilistico emerge nel modo più crudo il dilemma.

La domanda etica è lo stesso programma che ritorna su se stesso. Un apparente paradosso che mostra il mutamento degli oggetti informatici sia nel mondo virtuale sia nelle loro applicazioni nel mondo dei senzienti.

È un’opera strutturalmente incompiuta, perché il tema è posto al lettore, affinché sia spinto a fornire nuove parole sulla nozione di soggetto nel momento di deliberare su di sé e nel mondo.

Il non detto di tale domanda è il limite che dobbiamo porre nel nostro di agire.

Sembra un libro scritto da un digiente: una costellazione di appunti verso una avventura intellettuale sulla realtà, da parte di un io del corpo che viaggia ed è nei due mondi.