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§CONSIGLI DI LETTURA: POETI D’UCRAINA

Poeti D’Ucraina, a cura di Alessandro Achilli –
Yaryna Grusha Possamai, Mondadori,
Collana Lo specchio, 2022


Questo libro è un’apertura ed un invito verso un mondo caleidoscopico e muta forma, accogliente e resistente rispetto alle avversità dei tempi, dei lutti, dei rivolgimenti in una terra in cui si sono riversati i popoli nei millenni, lì in parte risiedendo e in altre continuando ad attraversarlo.

Le terre d’Ucraina sono state e sono una spugna e un filtro degli attriti terrestri e delle strade ventose d’Asia e d’Europa, svolgendo, in più, una cesura d’equilibrio rispetto al medio oriente e ancor oggi parla e manda vita e cibo alle terre d’Africa. I popoli, le lingue, le culture, le genti, chi in pace e chi offendendo, hanno preso e preteso in questo paese. Considerato inesistente o gigantesco. Eppure anche nelle volontà d’arrecare danno e inibizione per questi luoghi, considerandoli meramente materia disponibile, tutti a loro si rivolgono. Non possono fare a meno di volgere lo sguardo in questo mondo, che, nonostante le offese e il sangue, sempre nuova vita è rinata. E nuove parole e modi di vedere il mondo. Certo è comune a tante vicende e popoli della terra, però, qui, si ha una caratteristica che risalta: la memoria di ciò che si è stati, di come ci si è trasformati con l’avvento di nuovi popoli, mantenendo un filo conduttore comune cui la lingua e le espressioni culturali essendone una espressione mutevole, a esso risalgono. La consapevolezza di avere una propria definizione: essere parte dei popoli d’Ucraina.

Nei secoli l’Ucraina ha accolto le lingue, le persone, gli stili letterali e poetici dei paesi limitrofi, e tra i confinanti e i loro figli lì nati, si sono innestati nuovi rami che hanno contribuito a generare non un singolo albero, ma intere foreste di trame narrative, storiche e di miti che conferiscono un senso, un colore e un’estetica. Ciò si è delineato fino ad oggi a determinare le ricostruzioni storiche che permettono una visione feconda e creativa verso il futuro.

I poeti d’Ucraina solo negli ultimi due secoli sono stati autoctoni, russofoni, polacchi, lituani, tartari, cosacchi, romeni, moldavi, slovacchi, ungheresi, provenienti da quell’altro agglomerato in continua evoluzione che sono i popoli delle terre del Caucaso, e fra gli stessi popoli provenienti dalle terre della Russia. 

L’attività poetica è verticale. Ogni testo poetico cerca di rappresentare l’universalità partendo da una occasione sentimentale, temporale, o da un oggetto considerato trasparente, ovvio, banale. Vi è una differenza però per il lettore medio italiano. In Italia da decenni siamo abituati a considerare il poeta nostrano inserito in un contesto nazionale che ha il patrimonio della lingua italiana come un mare creativo trasparente e ovvio. Certo può essere anche un poeta sperimentale e dialettale. Non importa: sempre nell’alveo di un contesto italico è reso nell’immaginario estetico uniforme. Così non è per l’Ucraina: ogni persona è già bilingue o trilingue dalla sua stessa famiglia, oppure anche se reputa di parlare una lingua unica, usa termini propri di ceppi diversi. Ovvero ogni poeta, qui in Ucraina, è un gruppo di persone, più famiglie, luoghi diversi, ricordi ancestrali che vanno dall’Austria fino al Kazakistan. E sì vi è anche di italiano. Anzi molto di noi italiani, genovesi, veneziani (prima ancora dell’unità d’Italia) in Ucraina. Ogni poeta e poetessa ucraina è una moltitudine di approcci linguistici diversi all’interno di una lingua e anche una lingua con più approcci culturali diversi. Eppure ognuno sa dentro di sé distinguere quel nucleo che è la linfa sua creativa e che parte dall’appartenenza primaria alle terre d’Ucraina.

Molti di loro sono stati e sono ancora oggi, di queste ore, perseguitati, torturati, incarcerati, uccisi, e le loro opere obliate. Anzi, nei secoli i popoli circostanti oltre a voler negare l’esistenza istituzionale dell’Ucraina, hanno voluto e ancor oggi cercano di eliminare la lingua, la storia, l’anima ucraina.

Eppure, nei dibatti attuali, specialmente di questi giorni di guerra, di stragi e di orrori in quelle terre, l’Ucraina offre tanto al mondo di cibo, di materie prime, di persone che lavorano all’estero, di idee, di creatività, di manufatti sempre più sofisticati. E principalmente sperimentazioni estetiche e narrative, che hanno anche una valenza identitaria popolare, politica, di resistenza, di cittadinanza. La caratteristica è l’apertura e la creazione di qualcosa che sia sempre ulteriore, avendo però un occhio rivolto alle proprie origini.

E mia sia consentito dire ai russi: l’Ucraina sarebbe stata e lo è e lo sarà per il prossimo futuro, una occasione formidabile per la quale potranno essere qualcosa di diverso, di migliore e di fecondo per i popoli a venire. Di lasciare la visione imperiale che avanza fagocitando e distruggendo, ma di ampliare migliori condizioni di possibilità per l’esistenza di ogni abitante del luogo e anche dei vostri paesi delle Russia. La libertà d’Ucraina è la garanzia futura per la sopravvivenza della Russia e per un suo sviluppo inedito e migliore. La madre Russia crea come quella Ucraina, ma molti dei figli suoi, la rinnegano e avanzano solo volendo il sangue. L’estetica, la democrazia e la creatività ucraina sono forse l’unica occasione affinché la Russia come la conosciamo possa prosperare nel futuro. Sembra un paradosso, ma lo stesso sviluppo dell’Ucraina salderebbe nuove radici per la Russia, partendo proprio dalla poesia: il luogo della gloria, della bellezza, dell’amore, della morte, della sofferenza e della rinascita.

Questo libro è iniziato a esser redatto otto anni prima della pubblicazione nel 2022. Non è solo un prodotto derivato indirettamente dalla tragedia in corso. Vi sono ovviamente selezioni, quello che offre è un insieme di chiavi di accesso, e qui per quanto mi riguarda mi soffermerò in modo non esaustivo, su alcuni punti di riflessione per noi italiani, in una terra che consideriamo lontana, eppure i nostri avi tanto ne hanno avuto a che fare. Dimentichiamo che molti ucraini e ucraini in questi ultimi decenni si sono stabiliti in Italia, e hanno teso rapporti forti, plurimi e diffusi, tanto da apparire trasparenti. Le culture dell’Ucraina da decenni sono aperte al popolo italico e stanno seminando inedite prospettive già presenti. Sta solo alla nostra curiosità, alla nostra capacità di ascolto e di interagire, permettere che questo fiume carsico, finalmente emerga, fecondo e bello di vita.

Mi focalizzerò su alcuni tratti che emergono dalle poesie degli autori, che rimando alla lettura del libro, perché sono tante e per ognuna non basterebbero dieci pagine per discuterle.

Vasyl’ Stus (1938-1985 – morto anche per le lunghe detenzioni nei Gulag). È uno degli uomini più osteggiato e perseguitato fino a controllare ogni ora se avesse o meno la possibilità di scrivere, per negare anche l’atto di prendere una matita, o un pezzo di legno. Un ponte gigantesco della poesia dell’ottocento, non solo delle terre D’Ucraina, anche dell’intera Europa. Classico e romantico. Una esplosione di creatività e di versificazione. L’<io> come colui che è un mondo gigantesco, multiforme che si interroga su di sé, sul mondo, sul tempo, sul senso dell’esistenza, partendo però dal suo stesso dubbio. Le sue poesie hanno domande e invocazioni che sanno già in negativo dell’impossibilità della risposta. Dalla limitatezza e dallo struggimento, dalla concatenazione logica e razionale, procede nei versi con un crescendo continuo di richieste, sempre più profonde, fino ai sensi ultimi dell’esistenza. Nella traduzione italiana il ritmo delle domande e dell’accostamento verso il tempo, il mondo e l’eternità è giustapposto con invocazioni al futuro, risposte del passato, in un gerundio ritmico che non è ripetitivo. È una spirale che riparte dal punto iniziale come un nastro di Moebius in timbri sempre nuovi. È una continua variazione nel chiedere chi sono “io”. È un chiedersi estetico meraviglioso in cui questo uscir da sé, è un ritorno nei punti di appoggio: nascita e morte, speranza e orrore, corpo e sangue. Ecco perché ogni potente e ogni dittatore ha paura della sua opera: svela l’inganno e la violenza sciocca e muta. Hanno cercato di obliarlo in tutti i modi, ma Vasyl’ Stus riesce a parlare anche attraverso la sua morte.

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La poesia libera della “Scuola di Kyjiv” nata negli anni Quaranta nega la prospettiva storica proposta dal regime sovietico nell’ottica di una predeterminazione diretta da un apparato statale che è ordine e senso del mutamento sovraordinato sopra qualsiasi individuo. I luoghi creativi intessono relazioni astoriche tra le cose, cioè il mondo con l’uomo che è un individuo aperto a prescindere del suo “ruolo” e “funzione”. Lo stile talvolta astratto ed ermetico tende a delineare una attività poetica difficilmente riassumibile dai canoni totalitari politici ed estetici e a generare luoghi in cui nuove istituzioni immaginarie della società possano apparire. I loro testi furono pubblicati finalmente nella seconda metà degli anni Ottanta.

Mykola Vorobjov offre istantiquotidiani e privati, apparentemente immediati, ma l’uso e la sperimentazione di colori, toni, aggettivi sostantivati delle cose del mondo come la neve, le foglie, i diamanti, il pesce, sono attrattori di metafore e traslazioni predicative di azioni e di funzioni, dove il poeta, il parlante, l’individuo, ricostruisce il passato saputo ora, nell’attività poetica, come “suo”, e lo proietta nel presente, assieme al lettore. La situazione nella attività di versificazione scandisce un tempo che delinea senso nel ritmo delle strofe e in queste cuce una biografia itinerante, attorno a un istante, che in tal modo, può essere di tutti.

Mychajlo Hryhoriv invece adotta uno stile asciutto, di non facile comprensione, ma con scopi analoghi a Vorobjov: affidarsi a una spinta creativa nel chiedere il “perché” delle cose. La richiesta è rivolta a sé, e poiché si parla di poeti, l’attività del versificare è ciò che ritorna nel punto iniziale. Il dito è rivolto verso il proprio petto. La struttura di questo domandare è analoga a quella del mondo, ed è una metafora dell’espressione estetica.

Vasyl’ Holoborod’ko richiede risposte impossibili come i due poeti precedenti con uno stile immaginifico, decisamente diverso. Le “cose” e le “situazioni” di Vorobjo e di Hryhoriv, infatti, appiano scarne e minute, tali da agglutinare significati nascosti, accessibili solo dal versificare del poeta che cerca di attirarle mediante domande esistenziali. Holoborod’ko invece si lascia travolgere dalle costellazioni di significati che erompono con metafore ed analogie, per le quali l’io del poeta incarna ogni loro significato. Il poeta è l’albero e la pioggia che assieme al mondo crea una comune situazione estetica piena di luci, timbri, slittamenti semantici, ostili a qualsiasi criterio regolativo.

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Negli anni di Gorbaciov nasce il gruppo visimdesjatnyky cioè i “poeti degli anni Ottanta”, figli di famiglie di intellettuali, e studenti universitari con uno sguardo meno legato alle tradizioni e alla postura emotiva del periodo della Stagnazione, cioè di Breznev. Vivevano gran parte a Kiev ed essendo molti coetanei, frequentando l’università e luoghi di ritrovo come i bar, scrivevano dappertutto anche nei tovaglioli, scambiandosi citazioni, versi, idee, spunti, contrastando quindi il forte controllo quotidiano e la censura. L’altro polo del gruppo è nella città di Leopoli che usa la cultura carnevalesca come uno stile poetico di resistenza e agonistico verso il potere, attraverso l’ironia, il sarcasmo, il comico. Innovativi, ma con uno spirito che noi diremmo medievale, in cui le maschere di carnevale, e i giullari assolvevano a una funzione antiautoritaria. E qui questa poesia funge da ponte per gli anni novanta.

Hryc’ko  Ćubaj, scomparso nel 1982 a Leopoli, offre una lirica ermetica che si genera nell’istante di tempo, considerato infinito, in uno spazio per il quale qualsiasi oggetto di una stanza, o di un ramo visto dalla finestra, rappresenta l’occasione di esprimere un patimento cosmico. I corpi vengono descritti nelle relazioni che il poeta ha con l’amante, con il cielo, il Sole. Le sensazioni nel ritmo dei versi, attraverso le sinestesie e le metafore in una espressione progressivamente più intensa di aggettivi sostantivati, compongono l’io del poeta in quell’istante che è tutto. Tutto lui, tutto il mondo e l’integrale delle emozioni che si hanno rispetto a ciò che è innanzi. Le sue poesie sono un grande collettore di metafore, che, più complesse sono, più riescono ad abbracciare gli astri in un cammino aperto e infinito. 

Natalka Bilocerkivec’ (poetessa) tende lo stile in un passaggio conflittuale tra la realtà e la sua rappresentazione, componendo per ulteriore contrasto un’affinità tra i due poli, considerando la vita quotidiana e quindi anche sotto quella della censura, una recita teatrale, vera però e concreta, fertile comunque per il poeta. L’attività estetica è la memoria di questa ipotetica scissione, e il testo poetico ne è la rivelazione, indicando, in più, un vivere ulteriore e indefinitamente più ampio.

Oksana Zabuźko (poetessa) porta l’intero popolo ucraino nel tempo del novecento, mostrando come nel secolo del presente, il vivere e il respiro sia stata rubato e truffato da parole e idee che hanno ferito le città, i giardini, le terre. Il ritmo del poetare varia da strofa a strofa, in connessioni logiche ed entimematiche di più livelli, dove l’invocazione e la richiesta di attenzione verso il lettore, attraverso gli oggetti mancanti e quelli desiderati, proietta il futuro all’indietro in questo presente agro. Il collasso temporale è la stessa composizione poetica che permette la memoria, feconda e innovativa per chi sa e per chi voglia raccogliere le voci nostalgiche convertite nella speranza pudica, ma tenace.

Ihor Rymaruk   il poeta che nella prigionia, avverte l’impossibilità di porsi in relazione libera con l’ambiente, attraverso lo slancio poetico, decomponendo il suo io, per immergersi di volta in volta, e in concomitanza, con gli animali, con la risata di un bambino, con una rosa. Vi sono analogie che diventano legami corporei fino a fondersi nelle interiezioni che invece di troncare gli accenti e le consonanze, aprono ai suoni che compongono slanci ibridi di nuove forme estatiche, al di fuori dei manuali, delle regole, degli ordini, delle prescrizioni artistiche. La terra d’Ucraina è la pagina infinita di questo versificare.

Oleh Lyšeha La fuga come libertà, l’inversione simbolica che rompe il mare di ghiaccio e di violenza fredda e istituzionale. L’io è più libero e vero, quando si estrania, alienandosi da sé, nel senso non di negare concetti, idee e valori di vita, quanto nel riconoscere la loro limitatezza. Tutto ciò, essendo piccolo, non può inglobare il mondo inconosciuto. Non a caso il suo poetare è centrifugo, ma i versi che dileguano, le allitterazioni e le invocazioni che non si chiudono, i singoli predicati che offrono plurimi complementi oggetti in quanto astratti, quindi possibili di singole individuazioni, ecco tutto ciò non è sintomo di una demolizione. Lo stato apparente di vuoto riceve una costellazione di tracce timbriche lasciate dalle strofe, in modo tale che l’io del lettore abbia il suo sentiero biografico da percorrere.

Attyla Mohyl’nyj diffonde versi che invertono i tempi portando un passato non pienamente compreso e vissuto, che, diventando una mancanza, viene catapultato in un futuro anteriore, attraverso il ritmo poetico riferito alle assonanze predicative verbali del camminare, vagare, salire e scendere, tra vie e filobus, tra muri e periferie, tra tempi di lavoro e di svago. È una clessidra che dal centro proietta strofe verso le due basi in modo simmetrico, applicando un collasso temporale, in cui la linea del tempo narrato diventa un nastro circolare, e in esso s’emana l’abbraccio della speranza, dell’amore, dell’amata, e del canto. Un inno alla casa comune che è l’Ucraina.

Jurij Andruchovyč offre il gran pentolone degli stili che convergono in vortici di consonanze terminologiche e assonanze metriche che rimandano a canti dei cosacchi, alla poesia “importante” europea. A prima vista sembra un vestito di Arlecchino di citazioni, ma ognuna di loro è strettamente connessa nell’offrire una melodia tra le parafrasi che permette il gioco, in modo da rompere le catene della prosa lineare e carceraria. Non è un caso che i tratti biografici emergano, come la fuga in Italia, e la consapevolezza di esser straniero e clandestino, ma nella volontà di lasciarsi giudicare e parlare dagli italiani, lui e la sua compagna, in modo da assorbire i nuovi punti di vista e le estranee parole per tradurle nell’ultima struggente poesia pubblicata qui. Ed è questo lo spirito Ucraino: accogliere gli influssi altrui per riproporli in una sensibilità inedita.

Tra gli anni Novanta e Duemila appaiono i “poeti dell’Indipendenza”, coloro che nacquero tra gli anni Settanta e Ottanta. E si caratterizzano in primo luogo per le esibizioni orali al pubblico, più che comunicare prevalentemente con la carta stampata. Si moltiplicano i caffè letterari e gli ascoltatori. E partendo da un’impostazione orale, il verso libero ne è la matrice, per il quale all’interno della prosodia, fioriscono i neologismi, gli slang e il lessico quotidiano. L’io del poeta, passa in primo luogo attraverso il corpo, la materia, l’odore. Esplodono le assonanze e le allitterazioni. Le piazze sono il luogo di sintesi come nel 1990 per la “Rivoluzione sul Granito”, la prima Majdan, successivamente nel 2004 e infine nel 2013-2014. Il poeta non guarda all’istituzione, a un posto di docente, ma di vivere della propria libera professione di poeta che è quindi una pratica di vita.

Serhij Žadan

La presenza del proprio tempo. Qui la storia delle terre d’Ucraina e delle genti, del passato, delle loro confluenze tra i popoli, tutti convergono nel conflitto che inizia, non tanto per rivendicare una nazione libera, quanto per rivendicare l’autonomia che già esiste, nonostante sia malferma, per gli attacchi esteri, e per conflitti interni. Qui Žadan versifica nel confine e nei punti cardinali che orientano i vortici dei conflitti, ove i linguaggi, i tempi, e il mito sono concretamente confluiti nella sofferenza dei singoli. Si mantiene la propria aspirazione alla vita e alla libertà attraverso lo sguardo strabico che ha ogni cittadino. Est e ovest: i poli che conferiscono un senso ai confini del paese e che, nel contempo emanano spinte di opposta direzione. Il treno, la ricerca di uno spazio e di un lavoro, oltre a ingegnarsi ogni giorno con il fucile per sopravvivere a una guerra subita, sublimano in versi che diventano un memoriale. L’innovazione risiede nello scambiare il ritmo dei verbi che descrivono i patimenti dell’<io> ucraino, in un inno che celebra la normalità del quotidiano come un fine da perseguire, respirando arterie di ferrovie, globuli rossi di vagoni, tra le giunture dei capolinea. Un corpo che pulsa dolore e vita della terra.

Marianna Kijanovs’ka

Una poetessa che moltiplica il proprio io in tante donne, che, tutte assieme, rappresentano le anime delle genti d’Ucraina, dove ognuna di esse s’accomuna con le lacrime, la gioia, e la morte. Il corpo dell’io della donna diventa un amplificatore dei moti della natura, degli animali, della flora, in cui ogni verso utilizza aggettivi e attributi dell’ambiente vivo e inanimato, rendendoli soggetti che compongono le declinazioni di questo poetare. Questo versificare è lo stesso patimento del corpo e della voce della poetessa. Tra le esplosioni di metafore, di allegorie e di sinestesie, tutte però non fuggono, ma convergono in questa terra. Tra i magnifici versi, ne cito solo uno che dice tutto in una volta: “L’ambra e lo smalto di una pioggia calda”.

Halyna Kruk ci avvolge con spirali prosodiche nelle quale l’<io> del poeta si converte nelle strofe in un “noi”. Il patimento, il dolore, e la speranza, non è solo mia che li canto e li declamo, ma di tutti, e di tutte queste anime di questa terra, e di me stessa, Halyna : una pluralità di voci che hanno una relazione con ogni altra pluralità fuori di me.  Esplodono le allegorie, tra un arcobaleno di metafore tra sentimenti, unioni, corpi, nascite e morti.

Oleh Kocarev cammina tra versi di uno o due parole concatenate foneticamente e intrecciate semanticamente, in una struttura sequenziale che va di pari passo con il tempo. È un versificare che scandisce e riporta i secondi che viaggiano, trasformandoli in storia. Tutto ciò che appare e muta in modo concomitante, attraverso il poeta che raffigura e che prefigura, il mondo si sfila in un binario temporale. Attraverso una descrizione della terra, del popolo e della lingua, le strofe esprimono la tensione prosodica tra l’aria che disperde e la terra che sotterra, e qui nei tentativi di render senso alla memoria e scopo per il futuro, come due acciarini, la fiamma poetante crepita senza fine.

Olesja Mamčyč è il luogo della poesia che riporta un mondo reale come se fosse una favola. Ogni predicato è già una sintesi di significati, concreti e duraturi. Lo stare dell’io del poeta, si rivela attraverso gli entimemi e la sineddoche. Ogni luogo diventa un ambiente attraverso la prosodia, e quindi ogni relazione assume una funzione attraverso l’armonia delle consonanze. È l’infanzia che gioca e crea.

Dopo gli eventi cruenti del 2014, sull’onda della Rivoluzione della Dignità, l’ucraina ha cominciato a pensarsi in un’ottica di ricostruzione e in particolare anche per la cultura. I poeti risentono della violenza, dello scoppio della guerra come se d’improvviso la terra si rivelasse una zattera su un mare in tempesta, sotto le intemperie di un vento che riporta le urla ancestrali del giogo e del sangue. Gli strumenti espressivi risultano monchi rispetto ai nuovi e tragici avvenimenti, ma tantissimi poeti versificano e vivono sulla loro pelle ciò che di lirico riescono ad esprimere. Dal 2014 come per reazione alle bombe e agli spari che rimbalzano sul terreno, riverbera una montagna di polvere che muta in poesia e in un inno verso le genti che ora definitivamente si vedono ucraine. Ed infatti ora i poeti provengono da ogni zona del paese.

Iryna Cilik

Ella più di tutti all’inizio canta come gli elementi siano violati, di come le nuvole sporche e appesantite lottino contro il Sole, e che i vapori siano intrisi dei fumi di sangue di un cielo ferito. Il mondo urla alla primavera che sembra dileguata. L’io del poeta che si proietta come corpo nel mondo, si ricompone nel dolore, attraverso la domanda del perché di tutto questo e di come ogni speranza sembra convergere in un imbuto silente e interrato. Lo stile innovativo dispone versi di domande incastonate e descrizioni semanticamente disallineate, rimanendo però inscritte in forme canoniche come i sonetti. Ed è qui, anche nel grigio irrespirabile, che il canto riemerge e fornisce un nuovo sentiero temporale e melodico.

Ljuba Jakymčuk riprende i temi di Iryna Cilik e approfondisce la decomposizione squartata di Luhans’k, di Donec’k, di Debal, con sperimentazioni innovative in tratti grafici appositi. È un poetare che va letto e parlato. La ripetizione e le cantilene compongono una struttura bivalente e a più livelli, infattida canto funebre commemorativo, si passa al lamento e allo strazio, generando un ritmo che si trasforma in iati e troncamenti. Le concatenazioni vuote, però, demarcano strofe che agiscono in parallelo e che quindi risentono e si riconoscono nella mancanza di una unione vivifica. Come radici di un albero divelto, i versi si immergono nel terreno per trarre linfa da nuove ramificazioni di senso.

La poesia pubblicata di Anastasija Afanas’jeva sembra rispondere a Ljuba Jakymčuk: Sì. È possibile poetare dopo che la gente è divisa, dopo Donec’k, Luhans’k, dopo che lo stesso versificare è considerato un rumore di fondo indistinguibile. Sì: è possibile perché, anche nella flebilità più anemica di energie e speranze, rimane l’ultima fiammella cui attingere il tempo, il senso, lo scopo, l’immagine stessa del vivere.

Ija Kiva, Jurij Izdryk si avventurano nel territorio strappato, nelle lingue bucate e censurate, nella ricerca di un nuovo equilibrio, dove il privato e il pubblico tentano nuovi intrecci, perché costellati da burroni di tombe, e rattoppi dispersi sui frammenti di pelle delle terre d’Ucraina. I versi attraversano i verbi all’infinito che predicano le azioni che si dovranno intraprendere per cercare le radici di una vita che non ha ancora un nome. L’ambiente ferito sgorga ancora linfa vivificante dalle vene lacerate. Si è obbligati a concatenare le strofe tagliandosi le mani e la bocca, ma non vi è scelta, perché la strada stilistica del patimento del poeta è quella che può dissotterrare le puzzolenti parole umide, per rischiararle con fatica sotto un Sole ottenebrato dal cielo fumante di ferro e acciaio. Le trame prosodiche sono lise custodi del tempo futuro.

Oksana Lutsyshyna e Pavlo Korobčuk parlano del divenire tramortito, dei figli mai nati e nominati, alternandola la rabbia e la preghiera verso il padre e il signore. I versi incuneano una collana di eventi nel presente che, essendo luttuoso, tramuta la prosodia in una catena che immobilizza. Nella fissità temporale i predicati verbali collassano in attributi degli oggetti che descrivono i colori del canto del poeta. Le Invettive e le preghiere ritornano sul poeta stesso, perché, non essendoci una risposta trascendente e immanente oltre la linea di confine del dolore, i complementi oggetti mancanti lasciano una esortazione che suggella le strofe in liriche d’attesa.

Serhij Žadan già citato nelle righe precedenti, riappare nel tempo della guerra di questi anni e come Oksana Lutsyshyna e Pavlo Korobčuk, converge il suo stile in un tono d’esortazione lirica che descrive il destino dei popoli e di queste terre, nel fuggire momentaneamente e portare con sé ciò che vale: le lettere, il pane della rinascita, le verdure delle terra che risponde sì, e non solo attraverso il sangue avvelenato. Dato che ogni confine è un Limes di guerra, il poetare deve versificare non più camminando, bensì nuotando nell’oralità dei fiumi e nelle correnti cromatiche tra le stelle, per conservare il nucleo di ciò che stava nascendo di questi anni. Il pesce deve volare. Le metafore debbono diventare verticali. Le allegorie utilizzano temi marinari. È struggente ed indicativa il titolo di una sua poesia: “Non dire mai queste parole se non fosse possibile” in cui vi è un verso che risponde “Proprio per questo non smetto mai di parlare”. I testi del poetare mutano le loro strofe in branchie e le loro relazioni in ovuli in cui germina la speranza.

Kateryna Kalitko   si inoltra nelle strade della notte, nelle terre silenziose, nei cieli senza sole, e negli anfratti di un al di là, dopo la devastazione e la perdita, eppure il ritmo dei versi in questa discesa fredda e infernale, pone il suo canto, che riverbera in una prosodia evocante l’eco di un futuro che rinasce dal passato. Il cammino e la strada, la strofa e l’elisione connettono un sentiero, dove le tracce di coloro che vivi furono, segnano la presenza nelle mele d’inverno, nella terra nera che risplende, nelle ossa dei cadaveri che si offrono agli uccelli. Per il ciclo ritmico delle assonanze che ripromettono il pasto che trasfigura in una nuova comunione.

Iryna Šuvalova  e  Julija Musakovs’ka offrono i canti dell’amore che proiettano elegie, laudi, inni alla ricerca del contatto verso l’altro, la terra, il mondo. Da un trifoglio emerge l’apertura d’un abbraccio in uno stile che è proprio del clima mutevole delle terre d’Ucraina. Anche dal freddo, dal ghiaccio, e dal ramo d’acciaio argentato che batte su un letto di fiume sparso di ossa, tra le scritte doloranti sui muri, nuove carezze richiamano il viandante con suoni evocanti la comunione dei versi.

E anche Borys Chersons’kyj con la satira e l’invettiva e Alex Averbuch con uno stoico realismo, indicano le strade per una rinascita. Uno giocando con gli stili linguistici, per affermare una lingua che è uno strano miscuglio come quella ucraina, e lo fa con un tono da giullare, in una corrosiva rima antiautoritaria. Mentre  Alex Averbuch nella consapevole insensatezza di nascere tra una linea di morte e dolore che finisce come un chiodo di legno rinsecchito, trasfigura il versificare in una palingenesi che abbraccia il destino di ogni essere umano. Il terrore dell’esistenza informa che riconosciamo il dolore e che quindi esistiamo pienamente consci nello stare nel mondo. È una lirica che avanza a tentoni, incespicando nella violenza, ma è tenace nel richiamo e nell’ode verso il caos della vita. 

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Le poesie scritte dopo gli eventi del 2014 sono tronche, documentaristiche, con il precetto morale di assolvere anche a una testimonianza storica, perché accerchiata, dato che la lingua e la possibilità di versificare sono sotto attacco con la minaccia di essere entrambe obliate. Più che mai ora, dal 2022 fino a queste ore e le prossime, tale condizione è presente e sempre più concreta.

Iryna Šuvalova dai precedenti canti d’amore, ora è costretta a patire il tragico senso poetico della guerra, non in modo metaforico o allegorico, o con sinestesie. Qui l’io della poetessa è totalmente fisico: il rifugio, la perforazione e la decrepitezza sotto i colpi e i fendenti della morte che ora è presente, dura, antropomorfa. I baci sono di questa amante nera che aspira cuore e anima a tutti. Le rime e le assonanze rispondono all’andirivieni della mietitrice di arti e di sentimenti, con il contrappunto della consapevolezza. Le strofe iniziano per negazione, mostrando come la realtà sicura è flebile e decomposta, ma nel contempo allaccia nuove versificazioni nel voler parlare un secondo in più, perché il dolore è ancora un segno di vita, come indica Julia Musakovs’ka. 

Lesyk Panasjuk riporta il dolore e la morte in un memoriale che ha lo scopo di documentare ciò che i russi stanno compiendo. Eppure dai volti sparsi sulla terra fioriscono gambi e steli di resistenza che, nel canto poetico, imbrigliano le prose scarne e dirette dei russi. Una terra d’Ucraina che permane e cresce.

E si conclude con Oleksandr Irvanec’, Viktorija Amelina e Halyna Kruk che offrono la resistenza del poeta assieme a quella del singolo individuo. Vi è il cuore che ritma, rima e pulsa in assonanza con le terre martoriate e in consonanza con l’impegno e la declamazione della promessa che fonda il futuro di un’Ucraina più unita e salda. Pienamente consapevole di una lingua che tra l’orrore, il buio e la morte, parla, patisce, e tiene salda la sorgente poetica, la quale in una funzione germinale coltiva il senso del vivere e del sorridere.

§CONSIGLI DI LETTURA: LA CUSTODE DEI PROFUMI PERDUTI

Fiona Valpy, La custode dei profumi perduti, “The Beekeeper’s Promise” Text copyright © 2018. Traduzione di Clara Nubile e Nello Giugliano, Newton Compton Editori, Roma.

Il romanzo si compone di tre parti che poggiano su due piani temporali. Sebbene non vi siano molti dialoghi, i racconti interiori che snodano gli eventi tra il passato e il presente, hanno uno stile fluido che riesce a rendere dinamico il ritmo.

Le protagoniste sono due donne: Eliane che subisce l’occupazione tedesca in Francia durante la seconda guerra mondiale e Abi, in fuga da Londra, che ripercorre quei luoghi tragici e riceve simbolicamente il messaggio di speranza nel 2017.

Sono due donne ferite nel cuore e Abi ancor di più a causa di suo marito violento e aguzzino. Consumate dalla debolezza e dalla paura per sé e per gli altri, intorno all’assenza di futuro, nel buio della disperazione, vedono dentro se stesse la piccola fiammella che le fa resistere.

Il romanzo è costruito come uno scrigno, rappresentato da un castello della campagna francese.

Nel 1940, sotto i tedeschi, Eliane e la comunità tentavano di sopravvivere e contrastare la guerra. Lei era la custode delle api, coloro che insieme, seguendo il Sole, trasformano la terra in miele e aromi.

Abi è sola con il ricordo della madre alcoolista di cui si era presa cura fin da bambina. Soffre d’ansia e d’insonnia e convive con la sua incapacità cronica a mandare avanti la propria vita. Eliane, con la sua bontà e dolcezza, sa che in guerra può succedere di perdere tutto, ma non i profumi e le speranze, custodite come una piccola arnia.

Eliane e i suoi cari, furono costretti a confrontarsi con la fuga e la resistenza, senza mai perdere la solidarietà. Abi combatteva per rompere le catene del passato.

    “Io la conosco bene l’inerzia che si genera quando si vive in una perenne condizione di paura. È qualcosa che ti toglie le forze e risucchia ogni energia, finché non sei in trappola come una mosca nella tela del ragno. A quel punto più provi a ribellarti, più quei fili di seta ti si stringono addosso, e la fuga diventa impossibile.”

Il ritmo delle stagioni e lo scorrere impetuoso del fiume vicino al castello contrassegnano gli stati d’animo di ogni personaggio.

Due capitoli, due cuori, due donne. La Francia che collabora e la Francia che si ribella. Una donna che si innamora ed è malmenata dal suo presunto amato. Nell’amore che dona e seduce per annichilire, è quello cui si deve fuggire. Due donne che si raccontano in contrappunto tra la Francia e il battito di un cuore, tra i profumi che si schiudono e involano.

Il contrappunto di una grande madre nella veste della Francia aggredita dai nazisti e in quella di una donna dilaniata dal suo carceriere.

Il romanzo descrive la danza di due storie di resistenza impervie, dure, tra i ricatti, le sconfitte e le risalite.

259-260 Da dove veniva l’ondata di energia che mi attraversò il corpo? Ora so che il terrore e il dolore dovettero riversarmi nelle vene un fiotto di adrenalina, e che in realtà agii di riflesso. Ma credo che ci fosse anche altro. La rabbia per tutto ciò che mi aveva fatto, e la scintilla del Sé, a un tratto riaccesa; la resilienza dello spirito umano. Fu un atto di Resistenza. Poiché aveva schiacciato l’acceleratore a tavoletta, la cintura di sicurezza non mi impedì di girarmi e usare il braccio sinistro, ancora sano. Afferrai il volante e lo costrinsi a girare, mi opposi alla sua forza, ora che avevo finalmente trovato il mio vero potere. Sentii l’auto che si sollevava sull’erba, sfiorando il tronco grigio dell’albero di qualche millimetro appena, e poi si staccava da terra, un arco quasi aggraziato di metallo che volava in aria verso un camion in arrivo. Pronta all’impatto, sentii il ginocchio che si torceva con un dolore atroce che avvolse tutto in una sorta di foschia rossa e mi fece ribaltare lo stomaco. E poi non provai più nulla. Solo una calma strana e ultraterrena mentre l’auto implodeva intorno a noi due.

305  E poi, dopo un istante, alzo la testa e mi guardo intorno. Ripenso al giorno in cui sono arrivata qui. E mi rendo conto che non mi sono mai persa.

§CONSIGLI DI LETTURA: I RACCONTI DI KOLYMA

Varlam Salamov I racconti di Kolyma PREFAZIONE DI
Leonardo Coen TRADUZIONE DI Leone Metz
Russian texts copyright © 2010 by Iraida Sirotinskaya

7-8 “[…] I racconti di Kolyma, infatti, come ha scritto Irina Sirotinskaja, erede del patrimonio culturale dello scrittore (cui è stata vicina negli ultimi sedici anni della sua vita), rappresentano «la più importante testimonianza sulla tragedia del XX secolo, e un fenomeno unico nella letteratura russa». Un capolavoro letterario e umano nel quale Šalamov descrive – con minuziosa precisione ma anche con straordinario distacco – i rapporti delle gerarchie all’interno, e all’inferno, dei campi.

Se Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn è stato il primo tentativo di storia generale della repressione di massa in Urss dal 1917 agli anni Sessanta, scritto da un sovietico che aveva vissuto (ed era sopravvissuto) al Grande Terrore, all’opera di Šalamov fin da subito si è riconosciuta la straordinaria capacità di raccontare con limpidezza e cuore la «vera vita» del Gulag, di penetrarne sino all’estremo limite i recessi più profondi e sconvolgenti, di ricordare – parola chiave del lessico di Šalamov – i meccanismi perversi del «mondo cavernoso dei detenuti», la psicologia che governa i comportamenti di ciò che resta dell’uomo sottoposto alla prova di una Natura infame e spaventosa, dove, come cantano i prigionieri dei lavori forzati, «Kolyma Kolyma, assurdo mondo, l’inverno prende nove mesi solo il resto è all’estate…» (come si legge nel racconto Il procuratore verde).

La verità su Kolyma è la verità sull’uomo, sui regimi, sulla sopraffazione, sulla violenza esasperata dalle condizioni ambientali mostruose: quelle di fuori, e quelle di dentro. È un universo di infinito dolore quello che, racconto dopo racconto, si delinea nelle pagine dell’autore, come in un immenso puzzle, quando tessera dopo tessera si riesce a ricostruire il quadro intero. In una lettera indirizzata a Irina Sirotinskaja nel 1971, Šalamov è pienamente consapevole di avere svelato il più disumano dei segreti: «Con quale facilità l’uomo si dimentica di essere uomo», le scrive, quando tutto attorno è così «inumano» da annichilire ogni speranza, da annientare ogni resistenza, da polverizzare ogni sentimento. «Qui è la Kolyma! La legge è la taiga e il giudice l’orso! Mai aspettare di mangiare la zuppa e il pane insieme […]”.

8. In quel territorio grande come la Francia, morirono nei Gulag 3 milioni di persone.

Gli scritti di Aleksandr Isaevič Solženicyn su “Arcipelago Gulag” e sul “Primo Cerchio” descrivono in modo complessivo la caduta all’inferno, spiegando le logiche giudiziarie e amministrative di potere. Anche Salamov descrive l’apparato, ma lo utilizza come un vettore per indagare recessi ancora più orrendi: l’ultimo girone dei cerchi infernali di Aleksandr Isaevič Solženicyn: l’animo umano. Come si dimentica facilmente di essere umani.

Salamov descrive la caduta nella parte più nera del cuore: nella crudeltà che annichilisce il vivere di ognuno, nella perdita della dignità da parte degli schiavi prigionieri che rigettano la propria umanità, sperando di lenire il dolore, finendo invece più giù, nel fondo senza speranza.

La violenza fisica, il sadismo, la distruzione di ogni speranza di libertà, diventano alla fine solo “sparuti” effetti dell’oblio della propria umanità, per finire travolti nell’abisso infinito della disperazione, vuoti: un attimo prima di crepare.

L’elemento ancora più lacerante risiede nella convinzione che il Gulag sia lo specchio nudo della società, in cui si riproducono freddamente le relazioni di potere e di asservimento, e i valori di potenza che utilizzano anche gli strumenti dello sfruttamento schiavistico del lavoro.

Tutto questo, però, non definisce una matrice d’analisi della società Sovietica, quanto un’apertura al vivere dei singoli nelle loro paure e speranze, attraverso i racconti di chi è riuscito a sopravvivere, traendo forza e dignità da se stesso, tentando di non dimenticare di esser stato, nonostante tutto, un essere umano.

17 I morti vengono dimenticati. Si spera che muoiano di giorno, per rubare la loro razione di cibo e si rubano anche i loro vestiti.

21  Dugaev si stupì: lui e Baranov non erano amici, anche se lavoravano insieme. D’altra parte, con la fame, il freddo e l’insonnia, non può nascere nessun legame di amicizia e, nonostante la giovane età, Dugaev capiva bene quanto fosse falso il proverbio secondo cui le vere amicizie si riconoscono nella povertà e nel bisogno. Perché l’amicizia si dimostri tale è necessario che le sue più imponenti fondamenta vengano costruite prima che la situazione e le condizioni di vita giungano a quel limite estremo al di là del quale nell’uomo non rimane più niente di umano e ci sono solo circospezione, rabbia e bugie. Dugaev ricordava bene il detto del Nord, i tre comandamenti del detenuto: mai fidarsi di qualcuno, mai aver paura di qualcuno e non chiedere mai niente a nessuno…

La mole poderosa dei racconti, sembra richiamare il grande affresco della raccolta di poesie “Foglie Morte” di Walt Whitman, in cui però non sono i morti che parlano attraverso i loro epitaffi in poesie, ma i quasi morti con un piede nell’inferno in terra e un altro che passeggia con la morte. E questi prigionieri divaricati parlano al presente davanti al lettore, chiedendo di dargli vita ancora un secondo per mezzo della sua attenzione, non avendo altro da offrire l’ultimo fiato di dignità. Ancora un secondo, ancora un battito di cuore, urlando la speranza nel poter dire ciò che si fu e che si subì.

§CONSIGLI DI LETTURA: RESISTENZA E RESA

Dietrich Bonhoeffer
RESISTENZA E RESA Lettere e scritti dal carcere Introduzione di Italo Mancini.
Titolo originale: “WIDERSTAND UND ERGEBUNG”. Copyright 1951 by Chr. Kaiser Verlag, Munchen. Traduzione dal tedesco di Sergio Bologna.
Dietrich Bonhoeffer
RESISTENZA E RESA Lettere e scritti dal carcere Introduzione di Italo Mancini.
Titolo originale: “WIDERSTAND UND ERGEBUNG”. Copyright 1951 by Chr. Kaiser Verlag, Munchen. Traduzione dal tedesco di Sergio Bologna.

Un testo che forse può orientarci nei dubbi e nelle paure che attraversano questi giorni di guerre e pandemie e di angosce verso sempre nuove “crisi”.

Bonhoeffer  ha un atteggiamento e una visione del mondo da credente profondo, impegnato, con una fede pervasiva. Le sue riflessioni hanno per fondamento la fede verso la divinità. Per coloro che hanno un atteggiamento meno intenso, diverso, antitetico a quello del credente che professa attivamente la fede, questi scritti, sono comunque d’interesse perché toccano i temi relativi all’individuo in rapporto al potere che opprime e che uccide, alla norma che è sì coerente, ma che involve verso il male e la distruzione, al mondo che impone scelte vincolanti, comunque compromissorie e portatrici di dolore per sé e per gli altri.

B. afferma l’impossibilità a uscire fuori dal mondo, e anzi riflette sul fatto della presunta postura di distacco e di ascesi solipsistica, che è illusoria, ipocrita o arrogante, o stupida in certi casi. E nell’ultimo caso ritiene sia la condizione più pericolosa, perché derivata dalla volontà corrotta di non ammettere la propria paura, e quindi di obliare la convinzione di credersi il metro e l’unico portatore di sofferenza nel mondo.

Nonostante molte delle sue posizioni oggi ci allontanerebbero immediatamente dai suoi scritti, come quello (diciamo eufemisticamente “retrogrado”) del ruolo della donna all’interno del matrimonio, nello spazio pubblico, invece l’etica, la convivenza, il coraggio, la resistenza, la compassione, la limitatezza di sé in rapporto alla storia e al mondo, invitano a una riflessione sul nostro vivere.

“Resistenza e Resa” raccoglie le lettere ed altri testi scritti da Bonhoeffer nel carcere berlinese di Tegel, dove fu detenuto dall’aprile ’43 all’ottobre ’44, per poi essere trasferito nel carcere sotterraneo della Gestapo in Prinz-Albrecht-Strasse. Di lì i contatti furono molto difficili e rari, il 7 febbraio ’45 fu trasferito al campo di concentramento di Buchenwald, il 3 aprile fu a Regensburg, l’8 aprile passò da Schönberg a Flossenbürg, dove verrà giustiziato. La presente edizione alterna le lettere di Bonhoeffer a quelle inviatigli da parenti ed amici, suoi interlocutori sono i genitori, il nipote quattordicenne Christoph von Dohnanyi, il fratello Karl-Friedrich, l’amico fraterno e pastore egli stesso Eberhard Bethge (che diverrà il suo biografo) con sua moglie Renate, nipote di Bonhoeffer e qualche altro parente. Non vi sono le lettere alla fidanzata Maria von Wedermeyer con la quale Bonhoeffer progettava di sposarsi, rimaste a lungo inedite (esiste ora il volume Lettere alla fidanzata-Cella 92. Dietrich Bonhoeffer-Maria von Wedermeyer 1943-45, Bologna, Queriniana). In carcere Bonhoeffer riesce a leggere, scrivere, riflettere, pregare, riceve pacchi dai familiari e lettere, sia ufficialmente, sia clandestinamente. La corrispondenza con Bethge, che contiene le più importanti riflessioni teologiche di Bonhoeffer, inizia il 18 novembre ’43 durante la prima licenza di Bethge, militare in Italia, a Berlino, ed è clandestina.

42  Bonhoeffer pone come fondamento della libertà quella verso Dio nella visione di una teologia negativa. La divinità è indubitale, anche nella sua necessaria assenza nel mondo. L’essere umano non può vederla ed è impossibile che si nomini vate e custode del vero (cioè Dio). L’uomo e la donna testimoniano la lacerante certificazione dell’assenza della divinità, attraverso Cristo, cioè attraverso il suo annichilimento nel mondo. Non possiamo dire alcun “che” del vero, anche nella impossibilità a negarlo.

L’essere umano può sì agire, nella convinzione della libertà e quindi nel rischio di errare e di cadere nel male. Ed ecco che le lettere scritte dalla prigionia, sotto il controllo dei nazisti, testimoniano indirettamente la sua resistenza da prigioniero, perché oppositore del regime nazista, mentre era sotto gli interrogatori che lo porteranno, a pochi giorni della fine della seconda guerra mondiale , a subire l’impiccagione. Lui che poteva fuggire già anni prima, ma che ritornò in Germania per resistere. Lui che poteva evadere, ma che non lo fece per non causare danni a suo fratello già incarcerato.

42 Con la fuga da un confronto pubblico, qualcuno riesce a ripararsi nel rifugio privato dell’essere ́virtuoso. Ma deve chiudere gli occhi e la bocca di fronte all’ingiustizia che lo circonda. Può evitare di sporcarsi con un’azione responsabile soltanto a costo d’ingannare sè stesso. In tutto ciò che egli fa, lo accompagna il tormento per ciò che egli non fa. Finirà per essere sopraffatto da tale tormento oppure diventerà il più bieco fariseo.

44 Finchè il successo è dalla parte del bene, possiamo concederci il lusso di considerare il successo eticamente irrilevante, ma non appena sistemi condannabili conducono al successo, sorge il problema. Di fronte ad una simile situazione, ci accorgiamo che non ne veniamo a capo nè con un atteggiamento di chi osserva e critica sul terreno teorico e vuol avere sempre ragione, ossia rifiuta di porsi sul terreno delle cose, nè con l’opportunismo, cioè con la rinuncia a sè stessi e la capitolazione di fronte al successo. Non vogliamo nè dobbiamo essere critici offesi o opportunisti, ma corresponsabili nella formazione della storia – caso per caso e a ogni istante, come vincitori o come sconfitti.

47

“Disprezzo per l’uomo?”

Il pericolo di lasciarci trascinare a disprezzare l’uomo è molto grave.

Sappiamo benissimo di non averne alcun diritto e che in tal modo finiremmo per porci in un rapporto quanto mai sterile con l’uomo. Possono difenderci da questa tentazione le seguenti riflessioni: disprezzando l’uomo incorriamo proprio nell’errore maggiore dei nostri avversari. Chi disprezza un uomo non potrà mai cavarne fuori qualcosa. Nulla di ciò che disprezziamo nell’altro ci è completamente estraneo. Quante volte noi aspettiamo dall’altro più di quello che noi stessi siamo disposti a fare! Perché abbiamo continuato a considerare con così scarsa obiettività l’uomo, la sua facilità a cedere alle tentazioni, le sue debolezze? Dobbiamo imparare a considerare gli uomini non tanto per quello che fanno o non fanno quanto per quello che soffrono. L’unico rapporto fecondo con l’uomo – e in particolare con il debole – è l’amore, cioé la volontà di mantenere con lui una comunione.

50-51

“Compassione”.

Bisogna tener conto che la maggioranza degli uomini si ravvede solo dopo aver subito esperienze sulla propria pelle. Così si spiega in primo luogo la stupefacente incapacità della maggioranza degli uomini a compiere una qualsiasi azione preventiva – si pensa sempre di poter sfuggire al pericolo, finchè è troppo tardi; in secondo luogo l’apatia verso la sofferenza altrui; con il crescere della paura per la minacciosa vicinanza della disgrazia, nasce la compassione.

Ci sarebbe molto da dire per giustificare tale atteggiamento; dal punto di vista etico: non si vuol fermare la ruota della fortuna; soltanto quando la situazione si fa seria si trova l’ispirazione e la forza di agire; non si è responsabili di tutta l’ingiustizia e il dolore del mondo e non ci si vuol erigere a giudici del mondo; dal punto di vista psicologico: la mancanza di fantasia, di sensibilità, di disponibilità interiore vengono bilanciate da una solida rilassatezza, da un’imperturbabile energia lavorativa e da una grande capacità di soffrire.

52-53

“Ottimismo”.

E’ più da furbi essere pessimisti: si dimenticano le delusioni e si sta in faccia alla gente senza compromettersi. Così l’ottimismo è passato di moda presso i furbi. Nella sua essenza, l’ottimismo non è un modo di vedere la situazione presente ma è un’energia vitale, una forza della speranza là dove altri si sono rassegnati: la forza di tenere alta la testa anche quando tutto sembra fallire, la forza di reggere i colpi, la forza che non lascia mai il futuro all’avversario ma lo reclama per sè. Certo, c’è anche un ottimismo stupido, vile, che deve essere vietato. Ma l’ottimismo come volontà di futuro non dev’essere mai disprezzato anche se porta a sbagliare cento volte: rappresenta la sanità della vita, quello che il malato non deve intaccare. C’è gente che ritiene poco serio, cristiani che ritengono poco pio, sperare in un migliore futuro terreno e prepararsi a esso. Credono nel caos, nel disordine, nella catastrofe come nel senso degli eventi contemporanei e si sottraggono – con rassegnazione o con la pia fuga dal mondo – alla responsabilità di continuare a vivere, di ricostruire, alla responsabilità verso le generazioni future. Può darsi che il giudizio universale cominci domani; allora, e non prima, smetteremo di lavorare per un futuro migliore.

74-75

Penso che sia semplicemente un fatto di natura; la vita umana si spinge ben oltre la mera esistenza corporea di noi stessi. Probabilmente chi lo sente più forte è una madre.

195 E nel trascorrere dei mesi, B. tentava di portare serenità agli altri carcerati e indefesso, tra i malanni e le privazioni, continuava il suo lavoro di riflessione e di impegno. Si noti come da una domanda teologica, vi è una domanda filosofica sotto, che lacera il dissidio, e che pone tante contraddizioni, e cerca di rendere manifesta, fenomenologica per assenza la trascendenza. Da riflettere. In tutti i casi.  Per analogia, la trascendenza quasi una proiezione all’infinito di un punto polare delle coniche di Apollonio.

 b) Chi è Dio? Non, prima di tutto, fede generica in Dio,

nell’onnipotenza di Dio e via dicendo. Questa non è autentica esperienza di Dio, ma un pezzo di mondo prolungato. Incontro con Gesù Cristo. Prendere coscienza che qui è avvenuto un rovesciamento di ogni essere umano, che Gesù esiste solo per gli altri. Lo  ́esistere-per-gli-altri di Gesù è la presa di coscienza della trascendenza. Dalla libertà da sè stesso, dall’ ́esistere-per-gli-altri fino alla morte scaturiscono l’onnipotenza, l’onniscienza, l’onnipresenza. Fede è partecipazione a questo essere di Gesù. (Incarnazione, croce, resurrezione.) Il nostro rapporto con Dio non è un rapporto  ́religioso con l’Essere più alto, più potente, più buono: questa non è vera, autentica trascendenza; il nostro rapporto con Dio è una nuova vita nell’ ́esistere-per-gli-altri, nella partecipazione all’essere di Cristo. Il trascendente non è doveri infiniti, irraggiungibili, ma il prossimo, dato volta per volta, raggiungibile. Dio in forma umana!, non come nelle religioni orientali in forma ferina, il Mostruoso, Caotico, Lontano, Raccapricciante; ma nemmeno nelle forme concettuali dell’Assoluto, del Metafisico, dell’Infinito eccetera; e neppure la figura greca del dio-uomo che è l’ ́uomo in e per sè, ma l’ ́uomo per gli altri!, quindi il Crocefisso. L’uomo che vive del trascendente.

E questa è un frammento di un’ultima poesia di settembre a noi rimasta.

227

“[…]

Disteso sul tavolaccio

fisso la parete grigia.

Fuori, un mattino d’estate,

ancora non mio,

esultando va verso la campagna.

Fratelli, finchè non giunge, dopo la lunga notte,

 il nostro giorno,

resistiamo!