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§CONSIGLI DI LETTURA: ARTEMIS. LA PRIMA CITTA’ DELLA LUNA

Artemis. La prima città sulla luna, 2017, di Andy Weir, Newton Compton Editori, Titolo originale Artemis, 2017 di Andy Weir, Crown Publishing Group, a division of Penguin Random House, LLC.
Traduzione dall’inglese di Marta Lanfranco. 

Le questioni relative al Diritto e alle interazioni sociali riguardano anche la convivenza in piccole comunità umane fuori del pianeta Terra. Già oggi esiste un diritto astro spaziale, e anche di proprietà, simile al diritto navale e internazionale. Gli organismi nazionali e internazionali, veramente e non nei libri di fantascienza, da decenni stanno stabilendo protocolli, intese, linee guida per stipulare codici e leggi adeguate, riferite ad agglomerati stabili in ambienti ostili, dove l’ossigeno è una risorsa scarsa, così come il cibo e il territorio. Il calore è un lusso, così anche un posto per dormire.

Esiste la possibilità che per gli sconvolgimenti ambientali e per la lotta di nuove risorse si avranno nuovi tipi di interazioni sociali insospettate che mutueranno nuove definizioni di “crimine”. Pensiamo solo al 2021 in riferimento alla nuova lotta geopolitica per l’appropriazione delle risorse energetiche e delle terre rare, che può causare disallineamenti tra l’offerta e la domanda, quindi l’inflazione, la recessione. La guerra. La fame.

Quando anche lo spazio è considerato integralmente un bene, i luoghi in cui si cammina (e si respira) divengono un oggetto di contesa. Già oggi emergono nuove domande circa la definizione di nuovi soggetti giuridici. Questo romanzo di fantascienza, seppure nella sua trama avvincente e di fantasia, indirettamente, e forse al di là delle intuizioni dell’autore, mostra che:

NON SAREMO NOI A CREARE LE CITTA’ LUNARI, MA è LA LUNA CHE VERRA’ DA NOI QUI SULLA TERRA. ED è già così NELLA CONTESA DELLO SPAZIO PER LE ROTTE DEI SATELLITI, per controllare il traffico dei dati, ovvero della ricchezza, della vita stessa, del controllo meteorologico, e di una nuova definizione della guerra e degli assetti (astro)geopolitici.

In Artemis sono riprodotte le differenze di ceto e di classe. Nella cupola “Armstrong” lavorano gli operai, i saldatori, gli inservienti. Nella cupola “Aldrin” vi sono i turisti con gli hotel e i mega negozi di lussocostosi. Nella Conrad, il tugurio, dormono gli operai e i poveri.

“[…] Facciamo del nostro meglio per evitare che la polvere lunare entri in città. Non ho saltato la decontaminazione nemmeno quando stavo per morire per la valvola rotta. Come mai tanta fatica? Perché la polvere lunare, se respirata, è estremamente nociva. È composta da minuscole particelle di roccia, che non sono mai state erose dalle intemperie, perché sulla Luna non esistono mutamenti climatici. Ogni pagliuzza è pronta a lacerare i polmoni come se fosse filo spinato. Credetemi, è meglio fumarsi un pacchetto di sigarette all’amianto che respirare quella roba. […]”

Nella Cupola Shepard vivono i ricchi con un arredamento Extralusso pieno di lampadari di vetro con legno. Il vetro costa poco ed è lavorato dai soffiatori di vetro, dato che la Luna è piena di Silicio.

L’aria della Terra è composta per il 20% di ossigeno. Per il resto è costituita da gas di cui i corpi umani non ne hanno bisogno, tipo l’azoto e l’argon. Invece l’aria di Artemis è ossigeno puro a bassa pressione (il 20% di quella terrestre), affinché gli organi interni del corpo umano non ne siano danneggiati. Non è una trovata recente, risale ai tempi delle spedizioni Apollo. Il problema è che, per via della bassa pressione, l’acqua ha un punto di ebollizione più basso. In pratica bolle a 61° Celsius, che è la temperatura massima che possono raggiungere un tè o un caffè.

Il discorso indiretto libero non è scritto in prima persona dall’autore, perché sono gli stessi protagonisti che spiegano l’ambiente rivolgendosi al lettore. Quando rimuginano su di sé, richiamano eventi del passato per svelare la propria personalità o quella degli interlocutori, mostrando la città e i suoi problemi di vivibilità, all’interno di una penuria dei materiali, stando permanentemente in condizioni diverse di gravità

I cibi sono freddi. I liquidi come il caffè non arrivano all’ebollizione: sono imbevibili per i terrestri. Si mangiano alghe: almeno i poveri e gli operai. Il contrabbando è la sopravvivenza e il motivo di rimanere lì, oltre al turismo. L’ossigeno è la materia più preziosa, e il nemico più infido, perché è un comburrente.

Chi parla in prima persona e dirige gli eventi è Jazz, la protagonista proveniente dall’Arabia Saudita, dall’età di sei anni. I bambini non possono essere partoririti sulla Luna, a meno di deformazioni e rischi di sopravvivenza. Si diventa madri sulla Terra.

La città di Artemis è retta dallo stato del Kenya. L’ora della Luna è sintonizzata all’ora terrestre di Nairobi (Kenia). La reggente è Fidelis Ngugi: la ex ministra delle Finanze in Kenya. Il Kenya offriva l’equatore. I razzi che partono da lì, costano di meno per la rotazione della Terra e perché secondo Ngugi, il Kenya era un paradiso fiscale. Gli altri paesi esigono tasse onerose alle agenzie spaziali. Il Kenya no.

La proposta: “<<Jazz, sono un uomo d’affari>>, disse. <<Il mio lavoro è valorizzare le risorse sottovalutate e tu decisamente lo sei>>.

Il concetto di spazio è relativo: un garage è considerato quasi una piazza di una città.

Jazz parla indietro nel tempo con Kelvin., il suo amico epistolare in Kenya e da qui si snoda una storia parallele con le vicende lunari. La narrazione bipartita in due serie temporali dove quella epistolare è antecedente, permette il climax, nel punto di incontro logico delle azioni.

Andy Weir scrive con un linguaggio molto meno diretto e volgare, rispetto all’altro suo famoso romanzo su Marte (Martians). Quest’ultimo aveva uno stile corredato di termini meccanici, astrofisici, Artemis invece è impregnato di chimica, fisica e metallurgia (è l’apoteosi dei saldatori).

L’autore è meticoloso nel rendere la trama verosimile. I protagonisti, infatti agiscono sfruttando le conoscenze fisiche e chimiche degli ambienti non terrestri.

Loretta è una antagonista donna e qui si vede che la moralità di tutti è sfumata.

4614-4619 «Non è solo colpa tua. Ci sono state molte mancanze ingegneristiche. Per esempio, perché i sensori nelle tubature dell’aria non sono stati tarati anche per individuare le tossine complesse? Perché la Sanchez teneva metano, ossigeno e cloro vicino a un forno incandescente? Perché nel Centro di Supporto non hanno dei serbatoi d’aria separati in modo che, in caso di problemi nel resto della città, possano rimanere svegli a risolverli? Perché il Centro di Supporto è centralizzato invece di avere una succursale in ciascuna bolla? Sono queste le domande che le persone si stanno ponendo».

4760-4767 «Ma lo fanno già sotto forma di affitto alla ksc. Introdurrò un modello basato sulla proprietà privata e le tasse, così il benessere della città sarà strettamente legato all’economia, ma non da subito». Si tolse gli occhiali. «Fa parte del ciclo vitale dell’economia. Prima viene il capitalismo senza regole, finché non blocca la crescita. A questo punto subentrano le leggi, la loro applicazione e le tasse. In seguito, benefici pubblici e diritti. Infine, eccessiva espansione e collasso». «Un momento. Collasso?» «Sì, collasso. L’economia è un essere vivente. Nasce piena di vitalità e muore rigida e spolpata. A quel punto, le persone formano dei gruppi economici più piccoli e il ciclo ricomincia daccapo, ma con più sistemi economici, con delle economie neonate come quella di Artemis». «Mmm…», mormorai. «Insomma, per far figli devi farti fottere». Scoppiò a ridere. «Tu e io c’intendiamo alla perfezione, Jasmine».

E da qui consiglio la lettura del libro, senza anticipare gli avvenimenti, perché il ritmo è avvincente con molti colpi di scena.

Una nota finale, Andy Weir alla fine del romanzo nella parte relativa ai ringraziamenti cita coloro che lo hanno aiutato a realizzare l’opera. Sono quasi tutte donne che lo hanno supportato per migliorare la scrittura, per conoscere l’Islam, e per scrivere fingendo di stare dentro un punto di vista femminile.

4820-4829  Persone che vorrei ringraziare: David Fugate, il mio agente, senza il quale starei ancora scrivendo sui blog di notte e nei fine settimana. Julian Pavia, il mio editor, per essere un rompiballe quando ce n’è bisogno. L’intera squadra della Crown e della Random House per il loro lavoro e supporto. Siete troppo numerosi e qui non posso citarvi individualmente, ma, per favore, sappiate che sono incredibilmente grato di avere così tante persone intelligenti che credono nel mio lavoro, tanto da diffonderlo nel mondo. Un ringraziamento speciale va al mio agente pubblicitario di lunga data Sarah Breivogel, i cui sforzi sono stati essenziali nel farmi rimanere lucido negli ultimi anni. Per i loro intelligenti commenti in varie aree, ma soprattutto per avermi aiutato a superare la sfida di scrivere “al femminile”: Molly Stern (editor), Angeline Rodriguez (l’assistente di Julian), Gillian Green (la mia editor inglese), Ashley (la mia compagna), Mahvash Siddiqui (un’amica, che mi ha dato una mano a rendere accurata l’immagine dell’Islam), e Janet Tuer (mia madre).

§CONSIGLI DI LETTURA: LE FONTANE DEL PARADISO

Questo capolavoro è un inno al nostro bisogno di elevazione.

Il romanzo di Arthur Charles Clarke parte da una idea iniziale corrispondente a quella dell’ascensore spaziale. Questa idea in realtà è molto antica, e fu presa in seria considerazione agli inizi del 1900, in corrispondenza alla effettiva realizzazione del volo aereo che ha bisogno di energia per raggiungere le zone sempre più estreme dell’atmosfera.

L’energia costa ed è un problema immagazzinarla. Gli scienziati si posero il problema di realizzare un ascensore che arrivasse fino alle zone estreme dell’atmosfera e, dalla seconda metà del ‘900, che fosse anche una piattaforma di lancio per le rotte orbitali esterne al nostro pianeta.

Nel 1894 il fisico e scienziato russo Konstantin Ciolkovskij, si ispirò alla Torre Eiffel per ipotizzare un’analoga struttura capace di raggiungere il limite dell’orbita geostazionaria. Nella sommità della torre, un qualsiasi oggetto in movimento sincrono avrebbe avuto una velocità angolare sufficiente a sfuggire all’attrazione terrestre e a essere lanciato nello spazio. Tuttavia lo stesso Ciolkovskij la ritenne irrealizzabile perché secondo il suo progetto, qualsiasi corpo capace di raggiungere l’altezza di circa 36 000 km, avrebbe dovuto prevedere un diametro di base di centinaia di chilometri. Senza contare il problema del peso e della resistenza del materiale d’uso.

Nel 1957 lo scienziato sovietico Yuri Artsutanov ipotizzò l’uso di un satellite geosincrono come base da cui costruire la torre, nel quale fosse utilizzato un cavo come contrappeso, abbassato dall’orbita geostazionaria fino alla superficie della Terra, mentre il simmetrico sarebbe stato esteso dal satellite allontanandolo dalla Terra, mantenendo il centro di massa del cavo immobile rispetto alla Terra. Insomma una forma sferoide con due lunghissime antenne perpendicolari rispetto a un punto del pianeta terra, ognuna propagantesi in direzione opposta all’altra. 

E qui venne l’altro problema, perché non si conoscevano materiali adatti a produrre cavi lunghi oltre 36.000 chilometri. Nel 1966 quattro ingegneri statunitensi calcolarono che il carico di rottura avrebbe dovuto essere il doppio di quello del diamante.

Nel 1975 lo scienziato americano Jerome Pearson progettò una sezione nastriforme nella quale il cavo completo sarebbe stato più spesso al centro di massa, dove la tensione era maggiore, e sarebbe stato più stretto alle estremità per ridurre la quantità di peso che la parte centrale avrebbe dovuto portare. Egli suggerì di usare un contrappeso che avrebbe dovuto essere esteso lentamente verso l’esterno, fino a 144.000 km (poco più di un terzo della distanza tra Terra e Luna) mentre la sezione inferiore della torre veniva costruita. E pensò che sarebbe stato possibile trasportare parte del materiale usando la torre stessa, non appena un cavo con una minima capacità avesse raggiunto il terreno o avrebbe potuto essere prodotto nello spazio utilizzando minerali lunari o asteroidali.

Dal progetto verosimile di Jerome Pearson, Arthur C. Clarke scrisse questo romanzo nel 1979, in cui gli ingegneri costruiscono un ascensore spaziale sulla cima di un picco montano sulla fittizia isola equatoriale di Taprobane, ispirata al Picco di Adamo nello Sri Lanka.

Anche questo romanzo, come tutti i suoi scritti, sono coerenti, ben strutturati, e corroborati secondo le conoscenze scientifiche a lui contemporanee. Questo romanzo non è fantascientifico per la trama e la possibilità di realizzazione di un’impresa del genere, ma è attualmente irrealizzabile dal punto di vista pratico, sia per i costi previsti sia perché non si hanno materiali così resistenti, anche se dal 1979 ad oggi, grandi passi in avanti sono stati compiuti per realizzare filamenti elastici e resistentissimi.

Il romanzo non è un solo un trattato di ingegneria aerospaziale: si snoda attraverso una storia accaduta realmente millenni fa proprio a Sri Lanka, dove le gesta sono intrecciate con il mito. Lì nella montagna sacra dove Kalidas uccise suo padre divenendo il re, e scacciò il fratello, parte una saga, comune a tante culture, nella quale proseguì la costruzione del palazzo di suo padre fino a toccare il cielo. E ci riuscì per i parametri del tempo, in cui le acque, le strade e l’ingegneria edile compirono un miracolo fino ad allora inaudito. La costruzione, il lago artificiale, i graffiti sulla montagna, le irte e impossibili scalinate e tradotte, riemersero dalla foresta dopo secoli fino ai giorni nostri.

Le vicende percorrono un ritmo parallelo a quello dei protagonisti nel presente, che si intreccia con sprazzi del futuro. Un gradino temporale dopo l’altro, avanti e indietro tra cielo, terra e astri, e il mito. Il presente prosegue un discorso aperto dal passato, mentre il futuro gravita come un satellite geostazionario, rispetto al tentativo dell’umanità di domandare il senso del proprio stare e all’irresistibile tendenza a rendere plausibile la possibilità di oltrepassare il limite.

Le vicende del sogno di un uomo intrecciano le conseguenze degli incubi di un altro, attorno ai desideri e alle paure, nello stupore di ciò che si può realizzare, attraverso la volontà di intendere l’immaginazione: il combustibile primo del viaggio verso l’orizzonte interiore e astrale.

E non da ultimo, come in ogni capolavoro di Arthur C. Clarke, il lettore si sente fisicamente immedesimato nei protagonisti. Si provano le fatiche, il dolore, lo spasimo, la gioia: tutte le tensioni dei personaggi, mentre vivono in ambienti tecnologici per noi impossibili, agendo in ambienti astrali.

Al netto di un elemento fantastico, tutto è di una superba verosimiglianza:  il marchio distintivo di questo gigante della letteratura scientifica e di fantascienza.

§CONSIGLI DI LETTURA: The Martian

The Martian (Crown Publishers, an imprint of the Crown Publishing Group, a division of Random House LLC, a Penguin Random House Company, New York, 2011, tradotto da Tullio Dobner © 2014 Newton Compton editori s.r.l.)

È un romanzo di Andy Weir, dal quale è stato tratto un film di Ridley Scott “The Martian” (2015), in italiano “Sopravvissuto”. Il romanzo narra dell’impresa di un gruppo di astronauti USA nell’intraprendere uno sbarco e un soggiorno su Marte. Accade un imprevisto e cinque componenti dell’equipaggio lasciano su Marte il sesto credendolo morto, l’ingegnere botanico Mark Watney. La trama si sviluppa narrando le vicende di Watney nel tentativo di sopravvivere su Marte, e nel contattare la Terra, affinché lo vengano a riprendere.

È un libro avvincente. Il lettore è risucchiato da un ritmo che avvinghia lo stomaco. Oggettivamente il protagonista è sempre al limite di un disastro. E non può che essere così nell’atmosfera marziana, con poco cibo e con la costante paura di dover tenere in assetto i regolatori di ossigeno, di anidride carbonica, e del calore. Senza contare i problemi causati dalle tempeste di sabbia.

Lo stile è alternato sapientemente dal monologo del novello Ulisse – Robinson Crusoe ai resoconti del diario di bordo, anzi è proprio in essi che il protagonista comunica su due livelli discorsivi. In uno a se stesso e all’altro alla NASA. L’espediente permette ad Andy Weir di variare il registro linguistico che spazia da uno stile amministrativo, allo scientifico ingegneristico, fino a quello colloquiale. Il protagonista e non solo lui, utilizzano modi di dire tipicamente USA, in particolare per gli insulti, le battute, le parolacce. Nella tensione del racconto, quindi, vi sono fasi di rilassamento per i giochi di parole, i riferimenti a serie di telefilm, musiche, vicende sportive che producono un effetto comico. Anche greve.

È un libro che ironizza anche verso le autorità amministrative e scientifiche, ma la sottigliezza delle critiche corrosive, proprio perché nascoste nel linguaggio colloquiale USA, renderebbe di più in una lettura in lingua originale. A latere si nota come in alcuni passi, la traduzione non sia ottimale, perché vi sono errori di coniugazione dei verbi e un uso di termini che facilmente avrebbero potuto essere sostituiti nella lingua italiana. Anche per la costruzione delle frasi volgari e quelle relative ai monologhi interiori. La nostra lingua ha un ampio spazio di registri linguistici atti a permettere la coesistenza di un livello formale e uno volgare all’interno di uno stesso periodo.

All’inizio il libro è impegnativo per color che sono a digiuno di fisica, di ingegneria aerospaziale, di astronautica e di astronomia. Per poter apprezzare la densità concettuale e per distaccarsi dalle immagini del film, per coloro che lo avessero visto preventivamente, è consigliata una lettura lenta e inframmezzata da ricerche, eventualmente in rete web, circa i termini e le sigle utilizzate. È anche una piacevole esperienza per dotarsi di un vocabolario non usuale per la maggior parte di noi. Inoltre il libro fa riferimento a sonde, basi spaziali, robot, satelliti che negli anni sono stati inviati su Marte e sono ancora lì residenti. In più, il protagonista nel cercare di risolvere i problemi che via via appaiono, riflette sulle soluzioni praticate dalle missioni spaziali USA e URSS, poi russe, condotte nei decenni passati, anche con riferimento a stazioni e satelliti attualmente in orbita.

È un libro verosimile. Ed è ingegnoso. La spiegazione dei veicoli da viaggio (i rover), le basi di atterraggio e di soggiorno seguono regole fisiche ed astronomiche coerenti e rigorose. Il lettore può leggere il libro non soffermandosi troppo su questi spunti, ma per chi abbia interesse, tutto ciò è una formidabile occasione della messa in pratica delle leggi della fisica, della chimica, della biologia e del loro impiego nella ingegneria aerospaziale.

Essendo un romanzo di fantascienza vi sono elementi non realistici per noi, infatti è troppo semplice come su Marte il protagonista riesca a muoversi con una gravità minore di quella terrestre sui rover, sulla stazione spaziale, sulle rampe di partenza. Lo stesso discorso vale per l’astronave Hermes, seppure sia dotata di un disco rotante perpendicolare al proprio asse che permette una accelerazione centripeta. La potenza dei motori e la loro tenuta è attualmente ottimistica. In ogni caso, l’esercizio immaginativo è plausibile dal punto di vista scientifico. Le limitazioni sono tecnologiche.

È un romanzo avvincente, comico e tragico nello snodarsi degli eventi, scientificamente e tecnologicamente chiaro, coerente e rigoroso, ma il nucleo dell’opera è famigliare per l’intera umanità: il mito di Ulisse, cioè il nostro inconscio più profondo.