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IL VENTO DEL NOSTRO COLLOQUIO MILLENARIO: POEtare leggendo

Franco Fortini

Provo un senso di frustrazione a scrivere della poesia “Il vento che verso” di Franco Fortini. Ho parlato di essa, oggi, a qualche anima generosa che mi ha sopportato per più di un’ora nel descrivere soltanto i primi dieci versi. Chi mi conosce dal vivo rileva una totale distonia rispetto al mio stile di scrittura nel momento in cui presento qualche verso, e in particolare ai miei due libri di poesie con immagini “Sogni Sospesi” e “Reciproche Rinascite”.

Sono estremamente curate nello stile e nella versificazione, ma in origine, la maggior parte di esse, furono scritte di getto. Naturalmente poi, sono state riviste, curate, ampliate, analizzate allo spasimo, anche contro gli intenti iniziali, forzando l’evidenza di ciò che a me oscuro, mi guidò nella scrittura. Parto dalla prosodia e dall’oralità. Sono il peggior declamatore di una poesia, perché non la finisco mai: mi dilungo, la spezzo, la ripeto, la interpreto, la mastico. Creo versi miei variando gli stili solo da una riga, e se talvolta lo espongo in modo stenografico, d’improvviso mi esce un fiume in piena.

Sono estremamente fisico: l’eventuale pubblico scapperebbe dopo cinque minuti, perché lo coinvolgo fisicamente, creando in base alle sue reazioni; ai suoi sguardi. Al suo respiro. L’interlocutore sente la mia presenza. Demolisco la barriera e il bello è che se parto in quarta, neanche me ne accorgo, e ogni volta, ogni volta, dopo qualche ora che ci ripenso, riprovo la vertigine: “come ho fatto?”

In questi ultimi tre anni mi sono violentato a scrivere in prosa il romanzo “Dentro l’Apocalisse. Quando tutto è già accaduto”. E poi quest’anno passato di blocco e letture. E ora risento la voglia di ridiventare un amplificatore prosodico. È seducente, ma è pericoloso. Vi è il blocco apparente, ma è in realtà il mare ghiacciato nell’approssimarsi dell’estate. La scrittura di una poesia, difficile, ostica, voluta, aspirata, è in realtà la punta di un iceberg remoto dentro di sé: suono, richiamo e .. vento .. che alita il proprio nume interiore. La cosciente razionalità non è che un piccolo spicchio, eppure è tutto, perché la pianta del linguaggio in esso alberga.

***

IL VENTO CHE VERSO

Il vento che verso le piane dai valichi va

e assiderati lima lembi altissimi

e i nidi dai rigidi rami divide,

è il nostro padre

che vuole per noi veramente.

Per quanto tempo abbiamo riposato,

le vesti e i cibi sanno di corpi e fiati,

il fumo è salito dal tetto della casa,

il lume della lampada

ha data tutta la vecchia dolcezza.

Sciogli il cuore nebbioso, tu portalo via,

il tristo nido di meditata vecchiezza,

vento inflessibile, ruba la vizza veste,

gela la stilla,

spazia, disprezza, aprici.

Da tanto tempo abbiamo voluto piangere,

ma di pietà e di gioia, per le fronti avvenire.

Ora sappiamo che tutto nostro è il tempo,

ora noi stessi siamo i nostri figli,

dove in te, vento, penetriamo noi ultimi.

1956

***

La poesia “Il vento che verso” ha una quantità impressionante di topi, metafore, allitterazioni, consonanze, assonanze, metonimie, incroci multidimensionali, richiami che sottendono metriche antiche. Ognuno con un buon libro di versificazione e di retorica, le può scorgere per gioco. Nei grandi poeti come Franco Fortini, la densità degli strumenti prosodici e retorici usati in così pochi versi, non è immediatamente voluta. La conoscenza, l’esperienza, il duro lavoro creativo, bello e rigoroso, permette una loro costruzione inconscia, analogamente al pedalare, che è un procedimento automatico, utile ad agire con altri intenti più consci e razionali.

La messa in atto del poetare, e dell’ascolto, ridotto anche nella lettura e nel mio scritto di adesso, che sento povero, in bianco e nero, e incatenato, per quello che potrei esprimere adesso davanti al lettore, come questa mia scrittura velocissima, ascoltando musica e osservando il tramonto che lambisce il mio volto nelle pieghe grigio violette, è l’inesauribile vibrazione che ognuno di noi ha in questo colloquio ininterrotto che parla dalla prima lallazione dei nostri capostipiti e che viaggia nel Vento.

Si osservi la prima strofa e in particolare la consonante “v” del primo verso che imprime nel nostro orecchio il suono del vento che si muove dando l’idea della dinamicità con (v)erso che (v)alica da un dietro e un davanti, e quindi di(v)ide il nostro ambiente, in particolare il nostro vivere ritenuto la totalità di ciò che è: il nido.

È il padre che (v)uole il (v)ero. Ciò che è vero è il vento che è il vivere del nostro animo, comune ad ognuno. E si osservino le assonanze che informano del verbo e della particolare azione del vento: il valico va – lima(re) lembi. La realtà prende forma attraverso il vento: la sua verità. Il vento va verso la verità.

Già da questa strofa si rilevano gli intrecci sintattici e semantici, e qui abbiamo più metafore sovrapposte riguardo lo stesso poetare del vento che vers(o)ifica nel linguaggio la nostra origine, richiamandoci al vero.

Si osservi lo stesso meccanismo complesso tra “fumo” e “lume”, dove entrambi salgono nell’aria domestica e in quella esterna, passando dalla luce all’oscurità. Delineano il passare del tempo, nonostante la nostra illusione del nido statico. Voler credere nel silenzio dell’immutabile riposo, che è invece l’assenza di pensiero nel silenzio e nella sordità. La volontà che volendo allontanarsi dal volere del vero che è il vento che va, cioè del moto, rivela invece l’odore stantio, prossimo a dileguare. Tale vento incatenato, vecchio perché passato, ci attrae nella sua dolcezza che sfuma tra il lume e il fumo.  

Ciò che divide nella prima strofa, lo spazio e il luogo, nella seconda, il lume e il fumo dividono il nostro prima dal poi, entrambi piccoli e vecchi.

La terza strofa si sviluppa incorporando i vortici delle prime due. I corpi e i fiati stantii costituiscono la nebbia del cuore, che è appunto colui che nonostante la voglia di silenzio e di morte, risuona di continuo dentro di noi, nel verso che vuole il vero nel parlare. È il presente della parola che detta il verso: sciogli: libera: porta via l’illusione della stasi, cioè svelala, soffia il vero. Nel nido, ancora qui, i “nidi” dei “rigidi rami” (azioni e nostri pensieri, ritenuti la verità) sono immoti, perché meditati, mal masticati, e perciò deboli e flebili come nella prima strofa.

Lo scarto che dilegua è la vecchiezza della “vizza veste” (ancora qui le mirabili cellule prosodiche che impongono il ritmo del nostro suono interiore, mentre leggiamo) che è meditata, cioè mediata, ovvero incatenata e perciò trista, di un suono che non gira intorno a sé.

Il poeta invoca di gelare questo processo, cioè di avvilupparlo, di compierlo, attraverso lo spaziare, cioè lo spazio delle rime, nel dis-prezzare, ovvero nel mostrare che il vento è bilancia e misura dei valori nostri, e quindi al di fuori di esso. Impossibile appunto da prezzare. Si noti il richiamo che apre un’altra poesia nascosta tra la “dolcezza” e la “vecchiezza” nella seconda e nella terza strofa, e che lega i versi a tre a tre dalle prime strofe.

Nel quarto verso, vi è un’altra poesia quasi autonoma (tutti giochi dell’eco del vento) tra il “tempo” del riposo e il “tempo” del pianto che fa scorrere la sequenza della pietà di sé e della gioia di essere tutti assieme, figli del vento e dell’avvenire. Questo legame che agglutina due grandi allegorie con i piani sovrapposti di <figlio e padre> e di <comunità e umanità>, riverbera nel “nostro” tempo, ricongiungendoci al destino che dispiega la vera condizione di esser figlio e ramo. È la foglia e il frutto che si muovono nel vento, dove ogni frase, ogni parola d’ogni lettore è nella sua presenza. L’ultimo verso in cui il vento è sempre in esso penetrato. Il destino del vento che è il vero.

L’ultimo verso che penetra, riprende quello del primo che valica: la conoscenza della propria limitatezza, comune a ogni individuazione del suono nei versi che richiama il ritmo del cuore nel timbro poetico.

E qui mi fermo, nell’impossibilità di esprimere il secondo passo di questo moto, che può esser solo presentato dalla mia voce in carne ed ossa.

§CONSIGLI DI LETTURA: la cacciatrice di storie perdute

La storia del passato e le storie del presente nell’incontro tra madri e figlie

Titolo originale: The Storyteller’s Secret Copyright © 2018 by Sejal Badani All rights reserved. Traduzione dall’inglese di Valentina Legnani e Valentina Lombardi. Prima edizione ebook: giugno 2019 © 2019 Newton Compton editori s.r.l., Roma ISBN 978-88-227-3431-0

“[…] era solito raccontarmi mio padre da bambina, ogni volta che chiedevo perché non avessi fratelli o sorelle. «Non sarebbe stato carino nei confronti delle altre famiglie se avessimo chiesto di più dalla vita». Eppure, di rado mi è capitato di sentirmi una benedizione per mia madre. Al massimo riuscivo a essere una delusione per lei: lo vidi dal modo in cui le sue labbra si strinsero quando persi alla finale della gara di spelling in quinta elementare; dal modo in cui il suo viso sembrò irrigidirsi quando non riuscii a entrare nella squadra delle cheerleader; o dallo sguardo distante che ora vedo nei suoi occhi, mentre contempla la mia incapacità di dare alla luce un bambino. […]”

“[…] «La promessa è stato il prezzo che ho dovuto pagare per essere nata. È tutto ciò che hai bisogno di sapere». Con voce stanca, mi augura la buonanotte. […]”

Le storie di Jaya nata negli USA, da una coppia indiana e delle vicende della Nonna Amisha, raccontata da Ravi, vanno in parallelo, quando lei si recò in India, scappando letteralmente da tutto, dopo il terzo aborto spontaneo. E lì nella casa, i due tempi si incrociano: il suo di Jaya che, attraverso i racconti di Ravi, va alle fonti del passato, e l’altra di Amisha, che cerca di imparare l’inglese perché voleva scrivere. I due tempi vanno simultaneamente da quella casa: una in avanti nel tempo e una indietro, ridefinendo un nuovo presente.

“[…] Amisha alzò il capo e i loro sguardi si incrociarono. Negli occhi di lui, vide confusione e distacco. Senza dire una parola alla moglie, Deepak si riaddormentò alla tenue luce della luna. Amisha, invece, continuò a scrivere, trovando conforto nell’unico posto che conosceva, ossia le parole che sgorgavano dal suo cuore. […]”.

“[…] «Io sono un intoccabile». Ravi batté il terreno con un piede nudo e distolse lo sguardo per la vergogna. «È importante che voi lo sappiate». «E io sono una donna». Abituata a vivere una realtà perennemente in ombra, rivolse lo sguardo al sole. «Ora abbiamo stabilito i nostri ruoli». «Voi siete la figlia del proprietario del mulino», ribatté Ravi. «I miei genitori e i miei fratelli sono vagabondi come me. Mendicare è il nostro destino». […]”

Il sentiero di questo tempo è l’India tra le divinità, l’indipendenza, le riforme sociali ed economiche, in un cammino dove le donne e le caste cercano di scrollarsi i vestiti e le catene. Nel libro vi è una sovrabbondanza di monologhi interiori che hanno lo scopo di parlare degli assenti, quali i genitori di Jaya negli Stati Uniti, suo marito Patrick dal quale si è separata, ma ancora non divorziata e i fantasmi del passato raccontati da Ravi, che spiegano gli eventi del presente. Attraverso i racconti e il vivere di quei giorni Jaya si immerge nel cibo, nei ritmi, negli odori, nelle divinità presenti, concrete, dove l’immagine è soggetto a sé e non rimando del divino. Proprio perché il libro viaggia nel tempo, le azioni sono quasi raccontate in uno stile giornalistico. Ed infatti Jaya è una giornalista, scrive come la nonna Amisha, e comprende spinte sue interiori, conoscendo la storia dei suoi parenti lì in India.

Una storia mai raccontata dai suoi genitori.

“[…] Forse, la sua passione per la scrittura non era una sofferenza da tollerare, bensì un dono da amare e proteggere. Le sue storie erano l’unico passaporto che l’avrebbe condotta in luoghi in cui non era mai stata. Senza di loro, sarebbe rimasta intrappolata per sempre in quel villaggio. […]”

“[…] Amisha raddrizzò la schiena e tentò di raccogliere la sua forza limitata, eppure si sentiva piccola rispetto all’imponente donna inglese. «Insegnerò qui perché questo è ciò che mi è stato chiesto». Pensò alle sue storie e all’importanza che avevano per lei. «Per quanto riguarda ciò che insegnerò, non lo so ancora bene», ammise. Nell’affrontare quella donna, si sentì ancora più giovane dei suoi anni. «Chiederò agli studenti di mettere per iscritto quello che si annida nei loro giovani cuori. E se le storie li condurranno in terre lontane, li incoraggerò a intraprendere questo viaggio». Amisha concesse un sorriso a quella donna irremovibile. «Insegnerò loro, quando viaggeranno con le storie, a rispettare le persone che incontreranno e i loro valori. Non sta a noi giudicare gli usi e i costumi degli altri, ma possiamo sfruttare l’occasione per imparare». Ignorò il fatto che la donna la guardasse con gli occhi sbarrati, e concluse dicendo: «Perché quando tendi la mano in segno di rispetto, sarai a tua volta accolto con benevolenza». […]”

“[…] Gli studenti si sporsero in avanti, ansiosi di conoscere quel mistero. «“Prima che nasceste voi, non ero mai stata una mamma”, dissi loro. “Sto imparando a essere la vostra mamma come voi state imparando a essere i miei figli”». «Avete detto loro queste cose?», chiese un’altra studentessa. Emozionata dal modo in cui i bambini stavano interagendo con lei, Amisha annuì. «Sì, l’ho fatto. Erano sorpresi. Probabilmente, credevano che io fossi nata mamma». Sorrise alle loro risate. «Così abbiamo stretto un patto. Loro mi avrebbero aiutato a essere una mamma migliore e io li avrei aiutati a essere dei buoni figli». Amisha si alzò e cominciò a camminare tra le file di banchi. «Propongo a ciascuno di voi lo stesso patto. Non sono mai stata un’insegnante prima d’ora. Se voi mi aiuterete a diventare una brava insegnante, io farò del mio meglio per aiutarvi a diventare degli scrittori migliori». […]”.

“[…]  «Da dove vengono le storie?» «Dalle nostre menti», rispose uno studente. «Dalle varie storie che ascoltiamo», disse un altro. «Dai nostri sogni», esclamò una ragazza. […]”

“[…] Entusiasta per l’interesse dimostrato dagli allievi, Amisha disse: «Voglio che ciascuno di voi scriva della creazione di qualcosa che desiderate, della distruzione di qualcosa di cui non avete bisogno, e della protezione di ciò che è vitale. E dovete spiegare le sensazioni che il vostro cuore, la vostra anima e la vostra mente provano riguardo a ognuno di questi eventi». Amisha stava riordinando la classe quando entrò Stephen, lanciando uno sguardo alla lavagna. «La Terra?» […]”

Jaya comprende che gli Stati Uniti, lei stessa, l’India e sua nonna erano e sono in cammino verso nuove porte del sapere.

“[…] «Non sei d’accordo sulla perfezione della mia pronipote?», chiede Ravi. Urla a Misha di salutare i suoi amici. «Nella mitologia indiana, quando la luna copre il sole, le tenebre hanno il potere di coprire la tua vita». Lentamente, si fa strada attraverso la sala, in direzione dell’uscita. «Ma non è sempre necessario che il sole splenda per avere la luce. Nel buio, dobbiamo cercare le stelle. Anche la loro luminosità ha un potere». «Perché mi hai portata qui, Ravi?», domando. Mi rivolge un sorriso triste. «Mi hai detto che sei venuta in India per fuggire dal tuo dolore. Ho pensato a cosa ti avrebbe detto tua nonna se fosse stata qui». Abbassa la testa. «Non potrei mai pensare di parlare per lei, ma…». […]”

E colei che era venuta per cacciare e raccontare le storie, comprende di esserne parte integrante. Sebbene il finale del libro, ricalca uno stile quasi prevedibile nelle relazioni tra il marito e i genitori e con Ravi, tale senso di ordine, permette invece di immergersi totalmente nella consapevolezza della propria rinascita, dove non si caccia alcunché e la preda è inesistente, perché si è se stessi, testimoni del proprio vivere.

§CONSIGLI DI LETTURA: l’uomo che ricordava troppo

Umberto Rossi. L’uomo che ricordava troppo. Prima edizione dicembre 2015 ISBN 9788867759828 © 2015 Umberto Rossi Edizione ebook © 2015 Delos Digital srl Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano Versione: 1.0

“[…] Johann Hagenström ha un bel problema: la sua memoria ha perso parecchi pezzi del suo passato; in compenso, ogni tanto ricorda cose che non sono mai successe… che non possono essere successe. Johann vorrebbe tornare a una vita normale e al suo normale lavoro di traduttore: ma la strana sindrome mentale che lo affligge non glielo consente. La terapia dello psichiatra che lo ha in cura non sembra dare risultati; come se questo non bastasse, i suoi falsi ricordi lo portano frequentemente nel bel mezzo di una feroce guerra civile che lo atterrisce, o di un’Italia ridotta a un deserto. E nelle sue allucinazioni retroattive torna ossessivamente una figura enigmatica, un’affascinante donna di colore che pare conoscerlo molto bene… troppo bene. Quando poi Johann comincia a incontrare persone uscite dai ricordi di una vita che non ha vissuto, tutto intorno a lui comincia a disgregarsi; lui stesso comincia a dubitare di se stesso; e quella che emerge è una realtà minacciosa. E letale. Un romanzo finalista al Premio Urania, dove Philip K. Dick incontra Alfred Hitchcock. […]”.

Un libro avvincente che inizia in modo colloquiale, portando il lettore per mano nei luoghi della narrazione. Il modo informale e la sintassi apparentemente disordinata all’inizio, suggeriscono invece richiami e indizi per gli eventi che via via si snoderanno lungo il corso delle pagine. È un libro strutturato a più livelli, dove ogni nome, le vie, i richiami storici, alcunché non è posto a caso.

È un libro di atmosfere familiari in cui i tempi della nostra immaginazione si intersecano. Si annusano gli ambienti dei gialli, dei racconti di fantascienza dei decenni passati, ma questi sono aromi volatili, che, appena dileguati, annunciano qualcosa di altro. E lo si sente. Gli Odori e le suggestioni diventano elementi che compongono un ritmo nella narrazione. Un libro di incroci temporali tra le vite dei protagonisti e gli spazi, dove entrambe le direzioni prendono una vita autonoma intersecandosi a più riprese, fornendo squarci ulteriori dell’orizzonte degli eventi.

“[…] e l’eternità c’è entrata, si è impadronita di me, senza che lo volessi, senza che facessi nulla per entrare nel suo dominio, mi ha preso e non mi lascia più se solo riuscissi a ricordare quando e come ho lasciato quella saponetta nel lavandino; se solo riuscissi ad uscire dal tempo delle acque e delle rocce, che mi ha catturato; se riuscissi a tornare tra gli uomini, a ridiventare me stesso… ma non so come si fa eppure deve esserci un modo per ricordare… […]”

Suggestivo lo stile in cui il protagonista parla in prima persona circa gli eventi del passato, affermando di non ricordarli in modo compiuto. È una narrazione di memorie delle proprie dimenticanze.

“[…] tra Contro-passato prossimo di Morselli e un romanzetto di fantascienza di un certo Philip K. Dick, che neanche ho mai letto (con un titolo ridicolo: Slittamento temporale su Marte… possibile che abbia comprato una scemenza del genere?). Sta di fatto che l’ho dimenticato di nuovo.

[…]”

“[…]  Dico finalmente, perché se avessi continuato a distruggermi inseguendo un passato perduto o i fantasmi di una vita che non ho mai vissuto sarebbe finita che non sarei vissuto più. E questo non lo voglio. Devo dare un taglio netto a quel passato che mi ha portato a sprecare due anni nell’abulia più malsana. Devo pensare a vivere, qui e ora […]”.

“[…] Ho sempre sentito dire che in vecchiaia ti tornano ricordi perduti dell’infanzia con una grande intensità. Ma io non sono vecchio; e qui non è solo ricordare, è rivivere. Come se fossi andato in trance, come un sogno. Ma no, ma che sogno. I sogni sono cose incasinate e surreali, nei sogni guidi una macchina che ha come volante una frittata, cose del genere. Quel posto, quel capannone, era vero. Era tutto vero, troppo vero. Anche la paura che provavo. Anche la morte che aleggiava nell’aria. Io lì ci sono stato. […]”.

La visione del protagonista è caleidoscopica. Si ha la sensazione di camminare per le vie di Roma, assieme a lui, anzi dentro i suoi occhi, provando le sue sensazioni di fatica e di spaesamento. E tra questo uomo che ricorda diversi orizzonti temporali, si avverte la peculiarità della città di Roma, che è una città del tempo, come della morte. Una sovrapposizione continua di luoghi e linguaggi, tutti presenti, anche in modo conflittuale. In sequenza alcuni, in conflitto oppositivo altri.

L’oblio e la memoria più che un legame dialettico, sembra abbiano una rilevanza spaziale. Il tempo è scandito dalle azioni e dai mondi evocati dal protagonista. La memoria degli eventi del passato per noi lettori, e alcuni di essi nel futuro, rispetto al tempo della narrazione, oscillano come il parabrezza di una macchina. Emergono, anche, spicchi della memoria storica di noi italiani, dei lati oscuri del nostro passato recente nella guerra, nel fascismo, nel razzismo, nelle oscenità che stancamente attribuiamo ai popoli a noi vicini, per non fare i conti con noi stessi.

È un romanzo in cui, oltre alla trama che non rivelo, perché, oltre ad essere distopico, mantiene una tensione narrativa che lascia indizi per gli eventi a seguire, esprime il senso delle tante città e dei tempi che quel luogo eminente del ricordare, presente e concreto, è Roma. Poiché noi italiani ne siamo uno spicchio relativamente recente, questa moltiplicazione prospettica delle trame e delle vite, si estende nei territori circostanti, oltrepassando l’Italia e il continente.

Iniziamo a ricordare anche noi.