§CONSIGLI DI LETTURA: la bambina che scriveva sulla sabbia

Le bambine: la sorgente creativa della comunità nel disporre l’orizzonte del futuro

La bambina che scriveva sulla sabbia di Greg Mortenson – © 2009 RCS Libri S.p.A., Milano Prefazione © Khaled Hosseini, 2009Titolo originale dell’opera: STONES INTO SCHOOLS

Semplicemente: è un libro in cui vale la pena tuffarsi, per percorrere la speranza dentro l’inferno più cupo.

“[…] Un giorno del 1993, in un villaggio tra Pakistan e Afghanistan, Greg Mortenson ha visto una ragazzina che, seduta in terra, imparava a scrivere usando un rametto come penna e la sabbia come quaderno. Promise, a se stesso e alla piccola studentessa, che le avrebbe costruito una scuola vera, con banchi, lavagne, matite. Oggi, dopo che di scuole ne ha costruite oltre cento e ha raccontato la sua storia nel best seller mondiale Tre Tazze di Tè, Mortenson torna a scrivere di quei due Paesi e dei loro bambini, della violenza che sembra condannarli e della speranza che può regalare loro un futuro diverso. Una testimonianza entusiasmante e commovente, la sfida di un eroe disarmato, convinto che l’ingiustizia e la povertà si possono combattere senza bombe, sui banchi di scuola. […]”

 –

“[…] La filosofia di Greg Mortenson è semplice. Si basa sulla sincera convinzione che la vittoria nel conflitto in Afghanistan non arriverà grazie ai fucili o agli attacchi aerei, ma grazie a libri, quaderni e matite: gli strumenti del benessere socio-economico. Privare i bambini afghani dell’istruzione, afferma Mortenson, equivale a compromettere per sempre il futuro del Paese e a spegnere sul nascere la minima prospettiva di maggiore prosperità e benessere. […]”

“[…] Mortenson ripete sempre questo mantra: «Istruire un ragazzo significa istruire un individuo; istruire una ragazza, invece, significa istruire una comunità». […]”.

Lo stile del libro è asciutto, simile a una cronaca giornalistica, anche perché narra di fatti veramente accaduti, esposti in modo chiaro e rilevanti immediatamente per la prosecuzione degli eventi scritti al presente.

L’obiettivo primario delle ragazze diplomate è quello di diventare infermiere e ostetriche, per salvare le donne dal parto e garantire un anno di vita almeno ai nati. L’autore si accorse immediatamente che una maggiore alfabetizzazione per le donne, corrisponde all’aumento di reddito, a sposarsi di poco più tardi, ad avere meno aborti e meno morti per parto, e meno figli, nel senso di avere un numero accettabile che garantisca la comunità e non un aumento esponenziale della popolazione e quindi della povertà.

“[…] All’epoca, trovai questo imprevisto e i conseguenti rinvii esasperanti. Soltanto anni dopo cominciai a comprendere l’immenso valore simbolico del fatto che prima di costruire la scuola fosse assolutamente necessario realizzare un ponte. La scuola, naturalmente, avrebbe ospitato tutte le speranze risvegliate dalla promessa di istruzione, ma il ponte incarnava qualcosa di più elementare: le relazioni che nel corso del tempo avrebbero sostenuto quelle stesse speranze e senza le quali qualsiasi promessa sarebbe equivalsa a una manciata di parole vuote. Terminammo la scuola di Korphe nel dicembre del 1996. Da allora, ogni altro edificio scolastico che abbiamo realizzato è stato preceduto da un ponte. Non necessariamente da una struttura fisica, ma da un arco di legami affettivi accumulati in molti anni e rinsaldati con molte tazze di tè bevute insieme. […]”.

Occorreva la costruzione dei ponti e la volontà di intessere rapporti con gli abitanti, rispettando le culture, entrare in punta di piedi, bere il tè, per costruire le case in zone impossibile le più sperdute. E sono gli uomini: i contrabbandieri, i mercenari, i truffatori che capiscono l’importanza di tutto ciò per i figli e per le figlie; addirittura dagli anziani che rigettano le idee dei talebani. Le donne devono studiare per sopravvivere, e non crepare di parto

“[…] Ma ciò che contava ancora di più, credo, era il fatto che in ogni comunità parlavamo e ci confrontavamo con gli anziani e i genitori per capire di che cosa secondo loro avessero bisogno. In un certo qual modo, anche se eravamo arrivati in quella valle così provata per costruire scuole e promuovere l’istruzione, invitavamo le persone del posto a diventare i nostri insegnanti. Così, Sarfraz e io finimmo con l’apprendere nuovamente la lezione che mi era stata impartita, tanti anni fa, da Haji Ali, il nurmadhar dalla barba d’argento del villaggio di Korphe. Quando trascorri il tempo ad ascoltare effettivamente, con umiltà, ciò che la gente ha da dire, è sorprendente quanto c’è da imparare. Specialmente se capita che le persone che stanno parlando sono bambini.

[…]”

“[…] La descrizione che Farzana fece di quanto era accaduto quella mattina fu molto vivida ed eccezionalmente ricca di dettagli; non solo la lucida precisione delle sue parole, ma anche il modo in cui i suoi pensieri e le sue emozioni sembravano attraversarle il volto mentre parlava mi portarono a chiedermi se quella ragazza avrebbe potuto spiegarmi perché ora i ragazzi sopravvissuti faticavano a frequentare regolarmente le lezioni. Le posi la domanda. «Perché nelle tende non ci sono banchi» disse con molta disinvoltura. Interessante, ma anche strano. In questa parte del mondo, molte case non hanno le sedie e le persone stanno più comode sedute per terra. In molte delle nostre scuole in tutto il Pakistan e l’Afghanistan, non è insolito che un’intera classe sia seduta per terra con le gambe incrociate mentre l’insegnante resta in piedi. La mancanza di banchi mi parve una strana ragione per non andare a scuola. «Come mai i banchi sono così importanti?» chiesi. «Perché i bambini si sentono più sicuri» mi spiegò poi, con i banchi, le tende somigliano di più a una vera scuola.» Questo sembrava più plausibile, e annuii, ma non aveva ancora terminato. «Ma anche se le lezioni fossero tenute all’esterno, dovrebbero esserci lo stesso i banchi» aggiunse. «Solo allora i bambini verranno a scuola.» Mi parve alquanto misterioso, ma c’era qualcosa nella schiettezza di Farzana che mi spinse ad avere fiducia in lei. Così, il giorno successivo, Sarfraz e io cominciammo a rovistare in un cumulo di macerie in quel che rimaneva della scuola femminile e scovammo i pezzi sparsi di varie decine di banchi. Quel pomeriggio chiamammo a raccolta alcuni uomini e li pagammo perché cominciassero a rimetterli a nuovo. La notizia di questa attività si diffuse rapidamente e, nell’arco di un’ora o due dalla sistemazione dei banchi nella tenda, decine di bambini erano in fila per entrare nelle classi. Farzana aveva capito che, nelle menti dei bambini, i banchi rappresentavano una prova concreta che almeno entro i confini delle loro aule erano tornati ordine, stabilità […]”

I banchi come spazio intimo luogo di sé assieme a tutti i compagni.

“[…] Il capo degli uomini armati, un tipo con sopracciglia nere e una barba perfettamente curata che iniziava a ingrigirsi, era Wohid Khan, il capo della Border Security Force (BSF) del Badakshan, ovvero colui che ci aveva dato ospitalità in casa sua e ci aveva offerto la cena durante la notte dei disordini di Baharak nell’autunno del 2005, quando incontrai per la prima volta Abdul Rashid Khan e firmai il contratto per la scuola dei chirghisi a Bozai Gumbaz. Ormai quarantaduenne, Wohid Khan aveva iniziato a combattere i sovietici alla giovane età di 13 anni, e, come molti altri ex mujaheddin la cui educazione era stata interrotta dalla guerra, teneva in gran conto l’istruzione e la vedeva come la chiave per riparare ai danni di circa tre decenni di combattimenti. Era appassionato di letteratura femminile e della costruzione di scuole per ragazze, e insieme al suo amico mujaheddin commandhan Sadhar Khan, era diventato uno dei nostri alleati più importanti nel Wakhan. […”.

E anche loro come i soldati americani che combatterono in Afghanistan e in Iraq aiutarono Greg  per la costruzione delle scuole, per dare loro le licenze, chiarire chi fossero le varie etnie nei luoghi più disparati e a quali anziani rivolgersi per intavolare le riunioni (le Jirga bevendo le tazze di tè per convincerli a costruire le scuole e principalmente le scuole per le ragazze e le bambine). È impressionante rilevare nel libro come gli uomini più duri, i combattenti che hanno visto i morti, subire le bombe, versare sangue per anni e decenni, e a loro volta feriti, e che impararono a combattere con qualsiasi arma, alla fine la loro aspirazione e richiesta più PROFONDA FU QUELLA DI COSTRUIRE LE SCUOLE, IN PRIMO LUOGO PER LE BAMBINE). Al culmine della guerra, e delle atrocità che vissero sia i soldati americani, sia i Mujaheddin, sia i talebani che fuggirono dal Mullah Omar, sia i famigerati e temibili combattenti Kirghisi, tutti volevano la stessa cosa: Le scuole.

§CONSIGLI DI LETTURA: Ogni mattina a Jenin

L’oscillazione tra Passato e Presente, tra radici e foglie,
tra genitori e figli

“ Ogni mattina a Jenin” di Susan Abulhawa Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano Seconda edizione digitale 2016. Traduzione dall’inglese di Silvia Rota Sperti

 

L’oscillazione tra Passato e Presente, tra radici e foglie,
tra genitori e figli.

Un libro coinvolgente. Si entra in una saga epica quasi, su eventi reali. È un romanzo con personaggi di fantasia, ma che raccoglie con una precisione storica e una caratterizzazione da resoconto giornalistico, eventi che durano decenni e che trapassano intere coorti generazionali lì in Palestina. La narrazione che va avanti e indietro nel tempo. La voce narrante descrive come i due ragazzi inizino a parlare con lingue diverse: l’arabo Hassan impara un poco di inglese e di ebraico e di tedesco per Ari, che a sua volta apprende l’arabo. Storpio Ari, malaticcio Hassan, in disparte e presi in giro, si rifugiarono nelle letture e nelle culture dei due popoli e delle culture tedesca e inglese. Lo stile descrive il tempo e lancia per contrasto alcuni accenni del futuro, come di Yeah il padre di Hassan che impedisce al figlio di andare a studiare a Gerusalemme perché voleva che lavorasse la terra, ma si sarebbe pentito per tutta la vita.

“[…] Anche se gli fu negato il privilegio degli studi superiori, Hassan ricevette le ottime lezioni private della signora Perlstein, che mandava a casa il suo giovane e assiduo studente carico di libri, letture e compiti. Le lezioni erano il frutto di un accordo segreto tra Bassima e la signora Perlstein per sollevare Hassan dallo sconforto in cui era caduto da quando Yehya aveva pronunciato l’ultima parola sulla questione della scuola. […]”

“[…] Un attimo, il piccolo Isma’il di sei mesi era sul suo petto, tra le sue braccia materne. L’attimo dopo, Isma’il non c’era più. Un attimo può schiacciare un cervello e cambiare il corso della vita, il corso della storia. Fu un’infinitesimale scheggia di tempo a cui Dalia avrebbe ripensato più e più volte nel corso degli anni, cercando un indizio, una traccia di cosa poteva essere successo a suo figlio. Anche quando finì per smarrirsi in una realtà offuscata, continuò a cercare con il pensiero Isma’il tra quella folla in fuga. […]”.

“[…] Yehya calcolò quaranta generazioni di vite, ora spezzate. Quaranta generazioni di nascite e funerali, di matrimoni e danze, di preghiere e ginocchia sbucciate. […]”

“[…] Nel dolore di una storia sepolta viva, in Palestina l’anno 1948 andò in esilio dal calendario, smise di tenere il conto di giorni, mesi e anni per diventare solo foschia infinita di un preciso momento storico. I dodici mesi di quell’anno si riorganizzarono e turbinarono senza meta nel cuore della Palestina. […]”.

Moshe ruba il bimbo Isma’il per Jolanta sua moglie resa sterile dai nazisti. Ma occorre ricordare che aveva la cicatrice il bimbo, causata da suo fratellino Youssef, cadendo nel chiodo di quella culla, che la nonna considerava portafortuna. E forse quella cicatrice era un pegno di salvezza futura. Ecco anche qui il tempo va avanti e indietro, in un andirivieni come indicato nella genealogia del libro.

“[…] Mentre gli abitanti di ‘Ain Hod venivano costretti ad allontanarsi, privati di ogni cosa, Moshe e i compagni controllavano e saccheggiavano il villaggio appena rimasto vuoto. Mentre Dalia giaceva straziata dal dolore, delirante per la perdita di Isma’il, Jolanta cullava David. Mentre Hassan si preoccupava per la sopravvivenza della propria famiglia, Moshe cantava e gozzovigliava insieme ai compagni in una baldoria ebbra. E mentre Yehya e gli altri si allontanavano con passo angosciato dalla loro terra, gli usurpatori cantavano l’Hativka e gridavano: “Lunga vita a Israele!”.  […]”.

Avanti e indietro nel tempo, anche qui, nell’oscillazione di un popolo che va, in una terra vista da uno e dall’altro che continuamente sfugge. Oscilla il senso temporale e il senso spaziale. Villaggi, generazioni, radici e figli, padri e foglie. Quaranta generazioni sdradicate da Almod.

Sembra un ciclo, come il numero 40 delle generazioni sdradicate. Rievoca un ciclo che si ripete come cent’anni di solitudine.

Nel libro vi sono le frasi in corsivo che benedicono la terra, i figli, e quelle declamate dai protagonisti quando parlano del passare delle stagioni, delle piogge che umidificano il terreno. Le parole in corsivo detengono la memoria orale della comunità: i detti, i saperi sul ciclo delle stagioni, sul raccolto, sulla nascita e sulla crescita degli olivi, dei fichi, dei figli. 

“[…]La morte di Yeyha spinse tutti nel campo a rimboccarsi le maniche. Un febbrile senso di orgoglio avvolse Jenin e ci si diede da fare per istituire delle scuole, specialmente femminili. Nel giro di un anno la comunità di profughi costruì un’altra moschea e tre scuole, e in tutto questo Hassan ebbe un ruolo centrale ma discreto, tenendosi ai margini della quotidianità ma continuando a scrivere laboriosamente lettere e documenti. […]”

 –

“[…] Papà disse: “Possono portarti via la terra e tutto quello che c’è sopra, ma non potranno mai portarti via quello che sai o le cose che hai studiato”. Avevo sei anni e i bei voti a scuola diventarono la moneta di scambio per conquistarmi l’approvazione di papà, che desideravo come non mai. Diventai l’alunna più brava di tutta Jenin e imparai a memoria le poesie che mio padre amava così tanto. Anche quando il mio corpo diventò troppo grande per il suo grembo, il sole ci trovava sempre abbracciati e con un libro tra le mani. […]”.

Ogni evento diventa l’occasione del ricordo, per ritornare a pensare. Il ricordo è il mantenimento della terra.

“[…] “Nasciamo tutti possedendo già i tesori più grandi che avremo nella vita. Uno di questi è la tua mente, un altro è il tuo cuore. E gli strumenti indispensabili di queste ricchezze sono il tempo e la salute. Il modo in cui userai i doni di Dio per aiutare te stesso e l’umanità sarà il modo in cui Gli renderai onore. Io ho cercato di usare la mente e il cuore per tenere il nostro popolo legato alla propria storia, perché non diventassimo creature senza memoria che vivono arbitrariamente in balia dell’ingiustizia.” […]”

Anche Amal (in italiano: speranza) rimane di ghiaccio nei rapporti con la figlia quando la partorisce. È costretta a vivere in un ciclo continuo al fine di preservare se stessa per far vivere la figlia, come se l’amore fosse la loro condanna a morte, come per il marito che per amore della terra morì in ospedale, come per Fatima per amore di Yussef che voleva far partorire i figli. Se non ami i tuoi figli, se li vuoi distaccare dalla tua terra (Palestina) allora essi vivranno, altrove, nella speranza di non conoscere l’origine e i genitori.

“[…] Così, smisi di leggere e di guardare i telegiornali e cominciai ad aver paura di toccare Sara, per non contaminarla con il mio destino. Perché non mi scaldasse il cuore e sciogliesse la rabbia, i fantasmi e la follia che mi portavo dentro.

Mi chiusi in me stessa. Le mie difese allontanavano chiunque osasse avvicinarsi, compresa Sara, anche se continuavo a consumare il suo profumo di notte, mentre dormiva, riempiendomi i polmoni del buonsenso che avevo bisogno di respirare. La amavo mio malgrado. La amavo immensamente. Infinitamente. E avevo paura di quell’amore così come avevo paura della mia rabbia contro il mondo. […]”.

Come la madre Dalia andava di notte ad accarezzare i figli.

“[…] La comunicazione fu interrotta. Mio fratello era irrimediabilmente perduto. Aveva attraversato l’abisso di fiamme davanti al quale io ancora esitavo, ed era atterrato sulla sponda placida e distaccata della vendetta. Aveva lasciato la sua anima a vagare per Sabra e Shatila, dove sua moglie e sua figlia giacevano in una fossa comune sotto a un mucchio di rifiuti, sotto l’impunità dei loro assassini, le promesse infrante delle superpotenze e l’indifferenza del mondo verso il sangue versato dagli arabi.

[…]”

E il libro continua e consiglio la lettura, perché nonostante si tenti di bloccare l’amore, il legame materno e quello tra fratelli e sorelle, il tempo alla fine tutto scoperchia, in un crescendo emotivo di una intensità unica.

§CONSIGLI DI LETTURA – Borderlife

“Borderlife” di Dorit Rabinyan Longanesi Editore, aprile 2016 traduzione di Elena Loewenthal, il romanzo è definito il moderno Romeo e Giulietta per via della diversa cultura che caratterizza i due amanti del libro.

America, 2003. Lei si chiama Liat e si trova a New York grazie a una borsa di studio della sua università israeliana, di Tel Aviv, che terminerà nel mese di maggio. Lui si chiama Hilmi: è palestinese e vive a Brooklyn praticando la pittura, sognando che sia il suo mestiere per abbandonare le lezioni di arabo che impartisce a diversi studenti.

Si trovano per caso insieme, per via di una persona che hanno come amico comune, si studiano, e nel pomeriggio che trascorrono in giro per la città nella loro testa passano tutte le differenze e le somiglianze che li stringono in una morsa. Liat viveva nelle città occupate qualche tempo fa dai palestinesi, prima che gli israeliani ci si insediassero. Hilmi abita a Ramallah. La sua famiglia vi si è trasferita scappando da un campo profughi. Nella mente di entrambi si affaccia in continuazione la possibilità di parlare della situazione spinosa che riguarda le loro genti ma che in qualche modo li fa sentire estranei, lì nella grande America che tutti accoglie.

Chiusi in casa di origine e della famiglia. Chiusi nella carta di identità del proprio io, della propria storia. E si incontrano muti e si amano, nonostante le pareti delle loro identità. Delle due case di origine Palestina e Israele in quarantena ultradecennale. Nella città di New York devastata dalle torri gemelle. Dalle torri fantasma, nelle strade aperte e ferite e loro aperti perché nudi. Una città nuda di quella via dove si incontrano. Destini di ferite intorno che cercano di darsi pelle e sangue. E vedersi tra il proprio io cieco.

“[…]

c’è sempre un bimbo che dorme e sogna il mare, quel mare di cui da ragazzo poteva cogliere appena un lembo, da lassù, al nono piano di un palazzo di Ramallah. Che questo amore sia un’isola nel tempo, si dice lei. Un amore a cronometro, un amore a scadenza, la stessa indicata sul visto, la stessa impressa sul biglietto del volo di ritorno per Israele, verso la vita reale.

[…]”.

Lui è al nono piano (il numero nove che ricorre nel libro), il piano del bambino che deve partorire in un palazzo, a Ramallah, mentre a New York le due gemelle sono morte anzitempo, in una via di New York di un amore a tempo, perché forse sterile. Loro sospesi. Lei ama la famiglia, e la patria, ma è fuori, senza identità, e anche lui. Lui dipinge un mare irraggiungibile perché confinato nel nono piano. E dorme in attesa di nascere. Non sa fare tre cose: non sa guidare, sparare, nuotare. Non impone, non uccide e non sa nascere. Le loro identità sono molte e rispecchiate dalla strada, fuori le case, senza chiavi e quindi senza una identità. Nella strada del cordone ombelicale.

Il giorno del loro primo incontro Hilmi perde le chiavi della sua casa e iniziano una ricerca forsennata per la via accanto alle fu torri gemelle e ripensano alla strada verso sud, chiusa con i confini della loro giovinezza di bambini perennemente in fuga. Lei con le spille per difendersi dagli operai arabi che costruivano scheletri di case, e lui anche da bambini ebrei. Le case della loro mente ancora in costruzione lì a New York violata con la distruzione delle torri. Che vanno in verticale, e ora anche nelle loro ombre orizzontali riversate nelle strade.

“[…]

Mentre Andrew, la sorella e l’amico per lo yoga inviano messaggi dalla segreteria che non possono venire, ecco lasciati lì da soli senza comunità che li raccolga nelle loro identità. Dicono il loro passato di esercito, di detenuto, di come cantano da una lingua all’altra, della frase dello scrittore Yesouha che la “«La musica è il linguaggio con cui l’anima parla a se stessa E si abbandonarono l’un l’altro e nell’altra: nelle lingue madri parlando sia arabo sia ebraico, lì nella sua casa, lei con il foulard viola intorno alle anche, nuda, balla sulle note di Rachid, e lui a gambe aperte sul letto la guarda. Tutti e due senza ruoli, ma tutto se stessi lì.

“[…]

L’inconfessabile senso di trionfo che ci prende quando siamo fuori, quando passiamo insieme per le strade, abbracciati, anonimi, due fra la folla. Lo sfavillio delle luci e l’animazione della città, un palloncino smarrito che sale sopra le teste della gente e noi che lo seguiamo con lo sguardo, e con il palloncino sale e volteggia anche il mio cuore che quasi scoppia di felicità, sale come quel palloncino, come quel punto argentato che sparisce lassù fra i grattacieli.

[…]

La sua mano è calma, sicura di sé, indugia da un seno all’altro. Con lo sguardo seguo il movimento circolare intorno al capezzolo, le sue dita e le macchie di colore che le costellano. Con stupore, con il fiato sospeso, le vedo passare sull’altro seno, cerchiarlo lasciando tracce di colore e strisce pallide lungo il cammino delle carezze, e un sussulto d’ansia mi lampeggia dentro, come una luce distante nella nebbia: siamo come quei colori – versati, mescolati tanto che non ci si riconosce più, verde, giallo e blu.

[…]

a volte sento che sto quasi diventando lui, sono così vicina a lui, dissolta in lui che posso quasi sentire cosa significa essere lui.

[…]

Lo avevo sentito tremare quando gli avevo infilato una mano nel colletto, lasciando scivolare le dita sui peli del petto. «Immersi nel presente, provvisori come la vita, come tutto il resto. Effimeri.»

[…]

Al notiziario dicono che è uno degli inverni più freddi e lunghi nella storia di New York, uno dei più nevosi di sempre. La prima neve è arrivata poco prima del Ringraziamento, poi è caduta svariate altre volte, in dosi che non si vedevano da ventidue anni, coprendo la città e accumulandosi sulle strade. Dalla fine di novembre sino ad aprile inoltrato, per più di cinque mesi New York è tutta bianca e grigia, sigillata dal gelo.

[…]

La neve che tutto copre e sospende del loro amore provvisorio.

Nell’ultima parte del libro ambientata in Israele, la divisione forzata impone che solo lei divenga l’io narrante, trasformando lo stile in un monologo sdoppiato e separato. Il monologo diventa in una meravigliosa poetica, il luogo di sospensione come era la città di New York. Ancora qui emerge la necessità di staccarsi dai limiti fisici imposti dalle barriere e dai divieti. Ed ecco che in quei nuovi luoghi della mente, entrambi continuano a spogliarsi dalle identità nel riappropriarsi dei mondi lontani, ripartendo dall’infanzia, rimanendo però nella consapevolezza della provvisorietà  e [Buona lettura …].

L’amore oltre le identità

#RACCONTARE LA SCRITTURA. QUINTA PARTE.

Dal mese di dicembre 2018 al mese di gennaio 2019 mi fermai per saturazione e per dedicarmi ad altre attività. L’insoddisfazione riprese. Ricominciai a scrivere nel mese di febbraio 2019 e nel mese di marzo del 2019. Arrivai alla fine già riposta nei mesi precedenti, scrivendo una o due pagine al giorno, che risultarono più dense, coerenti e lineari. Mi imposi di non pensare a ciò che fu scritto in precedenza, confidando nel flusso del mio inconscio nel mantenere la trama, cioè nello scriver facendo.

Nel mese di aprile 2019 ricominciai dalle pagine con la data del giorno 1 settembre 2017. A parte le prime pagine che erano già strutturate perché tante volte immaginate negli anni, mi resi conto che un taglio netto di intere parti, avrebbe comportato una soluzione pigra e ottusa. Dovevo, invece, decantare ogni riga, analogamente al vino e all’aceto, trasferendole in altre botti e cisterne sintattiche, depurandole per ogni passaggio.

Ricopiai il testo in un’altra cartella denominata “Secondaversionlibroeaprile2019”.

Nei primi giorni di aprile 2019 cominciai a riscrivere trasformando, se necessario, le parafrasi e le mie introduzioni in dialoghi, con la postilla di porre in risalto la fisicità, il tratto e le caratteristiche dei personaggi. Al lettore occorre fornire la possibilità di percepire senza sforzo il personaggio nella sua interezza, che naturalmente si svela e si forma attraverso gli eventi in un lento e costante cammino, senza sosta.

I personaggi dovevano essere caratterizzati maggiormente nei tic e nelle loro movenze sporadiche per fornire indizi circa gli avvenimenti futuri. Tutto ciò era accompagnato dalla correzione dei refusi più grossolani e dall’analisi delle ripetizioni. Quando notavo che in due o tre pagine si ripetevano i concetti, mi imponevo di non cancellarle, dandomi il tempo di comprendere il motivo della mia ostinazione a indugiare in quei luoghi retorici. Quasi sempre nella lettura del giorno dopo, rilevavo temi nascosti, fino a quel momento impossibilitati a emergere. Da questa analisi retrospettiva le centinaia di pagine dei primi capitoli furono condensate in stesure più ordinate.

Nel mese di maggio 2019 procedetti più velocemente. Negli ultimi giorni del mese mi fermai per analizzare la scansione degli eventi, spostandone alcuni che reputavo non conformi alla logica della trama. Configurai una prima linea dei capitoli, disponendoli in temi omogenei. Ne primi giorni di giugno, arrivai quasi alla fine.

Ricominciai daccapo in una nuova cartella denominata “Terzaversionelibrogiugno2019”. Affinai ancora di più i dialoghi. L’opera di sintesi continuò tra gli stessi e le descrizioni. Mi imposi di ridurre i miei interventi diretti per trasformarli o in dialoghi o in una singola frase di un personaggio. La mia precedente attività poetica mi aiutò nel gestire la tensione per sintetizzare il ritmo degli eventi. Parallelamente continuai a correggere la sintassi, nel tentativo di alzare il livello dello stile narrativo.

Nel mese di luglio 2019 ricominciai daccapo con una nuova cartella denominata “Quartaversionelibroluglio2019”, – ovviamente conservando tutte le altre – e affiancando le nuove date alle precedenti, come una collana temporale. Ogni testo aveva all’inizio date che partivano dal 2017 fino al 2019. Nel mese di luglio 2019 mi sentivo in stato di grazia. Avevo la sensazione che gli stessi personaggi mi stessero indicando le correzioni, le piccole aggiunte e le condensazioni. Emergeva un ritmo della narrazione non più episodico, ma correlato per ogni paragrafo. Condensai moltissimo, senza programmarlo. In questa fase fui attento a togliere le frasi gergali. Mi accorsi che inconsciamente usavo dei “leitmotiv”, cioè riusavo frasi, modi di dire, locuzioni che mi permettevano di ritornare su ciò che era sedimentato da settimane. Scrissi locuzioni del tipo: “sarebbe stato” – “come” – “fosse stato” – “avrebbe” – e tante altre.

“Perché li usavo?”

Interpretando foneticamente i dialoghi e i personaggi, mi davo inconsciamente una cadenza per connettere i periodi in un flusso continuo paratattico. Dovevo, quindi, trasformarli in una sintassi lineare, perché l’ipotetico lettore non è nella mia testa e in particolare nella mia sfera emotiva. L’autore distaccandosi dal testo, bussa alla porta del pubblico porgendo le pagine e i segnalibri, ma rimanendo fuori dall’uscio.

 –

Nel mese di luglio 2019 andai velocissimo, nonostante non badassi al tempo.

Nel mese di agosto 2019 scrissi un’altra cartella “Quintaversioneagosto2019”. Parallelamente all’opera di condensazione, affinai lo stile e la sintassi e scrissi anche le parti lasciate in sospeso. Nell’ultima decade di agosto scrissi un’ennesima cartella “Sestaversioneagosto2019”, e ricominciai daccapo, delineando i capitoli con i nomi che finalmente avevo individuato. La struttura era fitta di intrecci: era giunto il momento di semplificare i dialoghi. Ricominciai leggendo e reinterpretando anche in piedi ogni fase, adeguando la prosodia di ogni parlante in una fisicità sempre più spinta per offrire una densità maggiore di sensazioni e concetti in un modo più leggero. Nuove sintassi apparvero nella scrittura condensando alcune mie digressioni superstiti, incastonandole tra i dialoghi, affinché apparissero conseguenti al flusso degli eventi.

La redazione della “Sestaversioneagosto2019” continuò per tutto il mese di settembre 2019. Copiai il testo in un’altra cartella denominata “Settimaversioneottobre2019”. Iniziai daccapo stavolta interpretando la parte del redattore di giornale. Considerando i diversi stili di scrittura in base agli eventi e ai personaggi, modulai la prosodia, distaccandola dal mio ritmo nel parlare e nel muovermi. Analogamente a un’autovettura che usciva da un autolavaggio, ne intravedevo la carrozzeria a lucido, senza le mie orme.

La nuova cartella “Ottavaversionenovembre2019” fu pronta per ricominciare daccapo una feroce correzione della sintassi, accompagnata però da una giustapposizione logica degli eventi tra un capitolo e l’altro. A malincuore abbandonai alcune parti che avrebbero appesantito la linea degli eventi. Emerse la nausea: buon segno!

Era ora del congedo. Non sentivo più nessuno dietro le spalle. Mi ridussi a esser un redattore freddo e distaccato. Durante la metà di novembre 2019 scrissi ancora una “Novaversionenovembre2019”. Iniziai dall’ultimo capitolo a ritroso. Sintetizzai la sinossi iniziale di due anni prima, con l’aggiunta dei nomi che avevo deciso per i protagonisti. Inviai il testo per un controllo redazionale esterno nel mese di dicembre del 2019. E questo fu il trapasso: il libro è distaccato da me.

#RACCONTARE LA SCRITTURA. QUARTA PARTE.

Vi sono molti manuali per scrivere un romanzo: dal numero delle battute, dal ritmo di scrittura, dal consiglio dei tempi di pausa e di rilettura, dei tempi di risistemazione dell’intero impianto che via via si costruisce, dall’attenzione verso lo stile. Lessi così tanto nei decenni passati che nel momento di scrivere, invece non badai ad alcuna regola manifesta, generando un flusso, dotato, però, di trame articolate. Fu un indicatore che confermò di aver interiorizzato l’abissale mole di nozioni relative alle tecniche di composizione che mi paralizzò ripetutamente negli anni. La fretta fu il primo nemico. Anche scrivendo con frenesia, dovevo dimenticare l’orologio e le misure.

Nel mese di gennaio 2018 avevo una quantità di materiale spropositato per qualsiasi romanzo: centinaia e centinaia di pagine. Non volli contarle, avendole suddivise per settimane scrivendole con caratteri <Times New Roman> da 12, quindi molto più piccoli di una pagina standard di un romanzo. Avevo oltrepassato vistosamente il migliaio di pagine e con quello che mi mancava ancora e ripensando agli appunti degli anni precedenti, mi rifiutai di praticare qualsiasi somma parziale. Mi fermai, perché vidi che anche correlando alcuni argomenti con gli appunti degli anni precedenti, avrei offerto un’enciclopedia. L’elemento positivo emerse dalla consapevolezza d’aver creato un mondo: l’orizzonte degli eventi fu delineato.

Ricominciai a immaginare i luoghi dove i protagonisti in modo verosimile potessero agire e dialogare, oltre quelli che avevo introdotto all’inizio del mese di settembre 2017. Rividi il testo non indulgendo in pigre o mirabolanti soluzioni di svendita. Tali pretese solitamente si riducono in basse seduzioni per l’eventuale pubblico, ammiccando ad esso, nell’offerta di testi banali: vuoti di senso e di empatia. Dovevo seguire una linea coerente, dotata di livelli semantici paralleli che fossero letti con leggerezza, avendo nel contempo più chiavi sotterranee di lettura. Tutto doveva esser mostrato in modo indiretto, ma coerente e quindi con un tratto non episodico, mantenendo segni ancor più profondi con l’intelaiatura del libro. Di schemi già ne avevo troppi: dovevano soltanto esser richiamati nello <scriver facendo>.

Ricominciai daccapo nel mese di febbraio 2018, riprendendo le prime pagine. Mi dedicai a nuove recite solitarie dentro casa, parlando con i primi protagonisti delle pagine iniziali, chiedendo se i nomi fossero congruenti alla loro personalità e se il loro corpo fosse stato descritto in modo adeguato. Interrogai anche i luoghi descritti ristudiando atlanti, mappe, libri di storia online e di carta, valutando il clima, l’orografia, i luoghi urbani e non urbani. Recitai intavolando dibattiti anche con i loro tic e con i loro idiomi. E con le imprese di febbraio 2018, riscritte in una nuova cartella, sovrapponendo le nuove date di revisione, a casa non mi è venne a trovare più nessuno, essendo tutti molto preoccupati delle mie condizioni psicofisiche!

Cambiai alcuni nomi ai personaggi e attraverso il mio corpo, riflettei le loro movenze e qui l’attività del poeta mi aiutò nel manifestare fisicamente le loro forme. La scelta di alcuni tratti morfologici, comunque, non fu a caso, perché derivarono dai rispettivi luoghi di provenienza. Notai che alcune fasi erano monche, quindi nel testo aggiunsi richiami tra parentesi quadre che, come i messaggi in bottiglia, avrebbero dovuto indicare l’intento di sviluppi ulteriori, l’impegno a istituire nuove correlazioni con altre parti dello scritto e il compito di approfondire gli argomenti ritenuti imprecisi. Altre annotazioni valutarono parti del testo eccessivamente didascaliche, o involute in un linguaggio tecnico, riferito ai temi in oggetto di discussione. Nelle note scrivevo insulti verso me stesso, quando rilevavo frammenti di una prosa versificata. Nella seconda metà di febbraio del 2018 e per tutto il mese di marzo 2018 (inframmezzato da altre attività di scrittura), sviluppai le situazioni intermedie che in precedenza reputai monche. Il risultato fu che altre decine e decine di pagine si sommarono alle precedenti.

Nel mese di aprile 2018 mi bloccai. Scrissi quasi due o tre pagine, con conseguenti crisi depressive, fortunatamente di breve durata, perché compresi che l’inconscio mi stava suggerendo di riapprofondire alcune sezioni ancora non ben connesse con le nuove linee di sviluppo, in particolare con le vicende dei personaggi appena introdotti.

Il primo giorno di maggio 2018 ricominciai a scrivere avventurandomi in sentieri con personaggi non ancora emersi. Li salutai presentandoli, e parallelamente consolidai le schede dei personaggi precedenti, con riferimento ai ruoli, alle caratteristiche fisiche e psichiche, raccogliendo indizi circa gli eventi futuri. Scrissi in una situazione di libera leggerezza, senza preoccuparmi di dover terminare. Nei mesi di maggio, giugno, luglio e agosto 2018, al ritmo medio di una pagina o due al giorno, andai avanti. La trama divenne più densa e controllata. Scandivo i passi. E finalmente i dialoghi tra i personaggi assunsero una quota preponderante.

La qualità di un romanzo risalta principalmente dai dialoghi. Finalmente i personaggi agivano senza mie spiegazioni collaterali da voce narrante. Iniziavo a congedarmi.

Nei mesi di settembre e di ottobre 2018 proseguì avvicinandomi agli eventi finali. Mi fermai, perché mi accorsi di subire la fretta, atteggiandomi a un esecutore che chiude una fredda pratica amministrativa. Non potevo truffare il lettore. No. La fine doveva essere coerente con le ipotesi iniziali, determinando così una trama che mantenesse la tensione e la spinta a continuare a leggere, senza effetti speciali fumosi o stili monotoni. L’intero corpo del testo non era ancora adatto per una pubblicazione: disordinato negli stili, quasi delirante per un lettore ignaro, anzi addirittura traumatico per la mole: un peso fisico da tenere in mano. No. Se si vuole mantenere la tensione nelle fasi di riscrittura, ogni virgola e ogni scena deve essere ponderata come una formula chimica, e non solo seguendo le frasi e la bella sintassi. È necessario impegnarsi a determinare l’insieme delle occorrenze tra le azioni, i personaggi e le parole tra le pagine. Non si deve sedurre o appesantire il lettore, perché il testo deve accogliere integralmente il suo bagaglio di emozioni.

Durante i primi giorni del mese di novembre 2018 non riuscì più a scrivere una virgola, perché mi sentivo scisso nei ruoli dello scrittore, del lettore, dei personaggi e dei luoghi: nuovi livelli di delirio!

Mi reimposi l’unica regola che fissai l’anno prima: “Poni in secondo piano il tuo <io>. Ridiventa un amplificatore delle onde provenienti dall’inconscio. Traile sulla terraferma della scrittura, accogliendole tra le tue mani e rivestile di parole”.

Continuai a scrivere fino ai primi giorni del mese di dicembre 2018 in modo più rifinito. Correlai le situazioni e dialoghi caratterizzando i personaggi senza introdurli, lasciandoli parlare e agire. Le parafrasi, gli intermezzi, le spiegazioni e i miei interventi diretti diminuirono vistosamente. Lo scorrere del testo divenne meno torbido: dai venti tumultuosi dell’inizio, la costanza del ritmo fu data dal freddo vento Grecale che da sud est va a nord ovest. Dall’alba frizzante al lento tramonto.

#RACCONTARE LA SCRITTURA. TERZA PARTE

In quei primi giorni notai una distonia nel modo di scrivere. Quando componevo per le poesie, l’atteggiamento era incentrato su di me, sul mio corpo. Fungevo da collettore esprimendo il ritmo di sensazioni ed idee, traducendolo in narrazioni poetanti oppure in strutture versificate, naturalmente da rivedere da riaccostare. E in una seconda lettura riattraversandole con altre rime, esagerando anche in una spiegazione immediata delle stesse, permettendo una loro emersione in versi e il loro differenziarsi in prose. Talvolta, invece, la struttura appariva già delineata tra le mani, in strofe o in versi liberi, che proprio perché così vaghi, rappresentavano e rappresentano richieste di approfondimento, simili a sonde che invitano a penetrare ancor di più i fondali in movimento. Però, ancora, l’elemento comune è il mio nucleo emotivo, ovvero la rappresentazione scritta di quello stato che immediatamente tesseva il tono e il timbro espressivo. Ogni poesia riconduceva me stesso, attraverso il ritmo melodico sparso in cellule fonetiche: la cartina da tornasole che risponde a un marchio uguale per tutte. Ponendomi in modo passivo rispetto al contingente per patirlo poi nella risposta riflessa della versificazione, il vincolo di entrata ero sempre io. Il personaggio è unico: il poeta. Nel palco vi è solo il poeta e il suono della sua voce interiore.

Mi resi conto, anche se già formalmente ne ero consapevole, che nella scrittura di un romanzo non esiste un personaggio unico e che lo scenario, i luoghi, il palco, il palcoscenico, il pubblico, l’anfiteatro non sono una diretta emanazione dello scrittore, come nell’atto di poetare. Lo scrittore in prosa e in particolare di un romanzo, e non di un monologo, e tantomeno di un racconto, e ancora di una scena teatrale, deve mostrare un mondo che pian piano si snoda attraverso il racconto.

Dopo alcuni giorni mi bloccai, perché l’inconscio mi diceva: “Fermati! Stai correndo su una stradina che intorno non ha alcunché di evidente per il lettore. È tutto compresso negli appunti sedimentati dagli anni e nella tua testa”.

Infatti, ero io. Dove sono i protagonisti del romanzo? Quelli di contorno? Quali scenari? Non si possono mica inventare così, concentrandosi su un posto che magari si preferisce e si è sicuri di scrivere. E poi non è solo una questione di nomi. Ogni personaggio deve acquisire una vita propria. “Tutto giusto”, mi dicevo tra me e me. Certo: ma come? Quanto di più lontano rispetto alla pratica del poetare. Il poeta è presente a sé, anche nella fase di trance, o di dispersione, ma è la mia perdita. Sempre di me si tratta. Per il romanzo invece occorre che i protagonisti si distacchino dal personaggio che è l’emanazione dello scrittore, oppure ancora che abbiano una autonomia tale da esser reputati completi da parte del lettore, che ovviamente non sta nella mia testa e nel mio corpo di autore.

Mi rifermai. E cominciai come un attore, dentro casa, parlando da solo. Cercavo di sviluppare storie partendo dalla situazione che dovevo scrivere recitando a braccio e in piedi, con un flusso di parole e pensieri, tentando di distaccarmi e alterando la voce e le movenze, con le espressioni facciali dei primi protagonisti che avevo appena delineato. Dalla metà di settembre ai primi giorni di ottobre 2017, inframmezzandomi tra le attività quotidiane domestiche, recitavo davanti a una cinepresa immaginaria. Naturalmente alcuni sporadici presenti erano dubbiosi se chiamare la guardia medica 😀 –

Interpretando questi personaggi che via via apparivano mentre recitavo a braccio, anche le situazioni, gli scenari e i luoghi premevano per entrare. Ancora non mi era chiaro quali fossero in dettaglio, perché la logica della trama già scritta e riscritta negli anni precedenti, non bastava più. Era stretta. Vedevo innanzi oceani neri nella notte. Nello scoramento, però mi accorsi che li annusavo e li sentivo. Prima ero sordo. Percepivo altri protagonisti nascosti, mai pensati fino ad allora che bussavano nell’inconscio e tutti mi dicevano: “Guarda che senza di noi, gli altri sono vuote comparse. In più stai sempre dentro un luogo. Non esci mai da lì?”

Mi allargai sempre di più, scrivendo poi di corsa i tratti e i luoghi, ma non alla rinfusa, seguendo una logica ferrea. E il giorno dopo, con la mia solita domanda: “Ma come ci sono riuscito a tenere insieme questi livelli in contemporanea e a implicarne altri?”

Sbagliavo come sempre a pormi le domande, perché iniziavo con “io”, con quell’io che vuole dominare tutto. Il piccolo “io” che si crede il mondo, essendone invece una individuazione. Occorreva rendere concreti i personaggi nel caratterizzarli anche attraverso il luogo di origine, fissando i loro nomi, i ruoli, e configurando i gruppi formali e informali di appartenenza, dove questi chiedevano a loro volta una storia.

A metà ottobre ero sfiancato. Ogni passo in avanti ne apriva un altro. Ritornai ancora indietro nella scrittura, dopo che già la produzione di ottobre, dopo una recitazione che durava ore e ore nella mia testa, era quantitativamente mastodontica, con scritti di flussi di coscienza, dialoghi, caratterizzazione dei personaggi però dove talvolta confondevo i nomi e i luoghi. Credevo fossero refusi, ma in realtà erano sentinelle dell’inconscio che mi dicevano di sviluppare ancora ciò che era stato scritto, prima di andare avanti. Avevo timore come già negli anni prima, di arrivare a un punto morto nel creare materiale che tutto sarebbe diventato, meno che un romanzo.

Però mi dissi: gli errori, le sviste, le spiegazioni schizofreniche dentro i dialoghi abbozzati, lunghi, corti, da teatro, ampollosi, eccedenti, circolari, monchi, in realtà sono porte che indicano una strada più ampia e strutturata. Stavo creando cartelli stradali di una regione, poi di uno stato, poi di una città (tutti luoghi veri che andavo a studiare veramente via per via, e anche nella loro storia recente e passata). Tutto implicava un soggetto mancante: dovevo creare un mondo e collocare i protagonisti in parti di esso, assolutamente non a caso, e con nomi pregnanti, anche attraverso lo studio delle lingue e degli idiomi del luogo di origine dei protagonisti.

Alla fine del mese di ottobre 2017 mi gettai nell’impresa. Avevo già conoscenze pregresse in merito per acquisire i nuovi dati e le informazioni.

#RACCONTARE LA SCRITTURA. SECONDA PARTE.

Riuscii a comporre in modo organico le poesie, delle quali alcune pubblicate nei due libri, perché non praticai il mio modo usuale di scrittura, caratterizzata da una preliminare visione sistemica, seguita da una stesura analitica in settore delimitati, dove io ne ero al di fuori: freddo e calcolatore. Io divenni l’oggetto, nella veste della mia sensibilità tesa ad agire in modo analogo a una cassa armonica, amplificando le sensazioni che provavo e incanalandole in strutture concettuali che d’incanto uscivano già formate. Il giorno dopo, rileggendo quello che scrivevo in versi mi domandavo: “Ma ero io? Come ci sono riuscito? “

Queste domande non otterranno la risposta, perché hanno un presupposto che nega qualsiasi argomento: vi è un “io” sotto inteso!

Riesco a scrivere in flusso continuo, soltanto se mi dimentico. Naturalmente dopo segue la correzione. Emerge ciò che a livello metaforico è detto inconscio. Se penso di programmare tutto e di progettare quello che devo scrivere in versi o in prosa, mi blocco, oppure scrivo un programma di informatica, un trattato, un resoconto, un mini saggio, o un argomento filosofico su quel tema in cui all’inizio avevo la pretesa di romanzare o di versificare.

L’impegno ad ascoltare quella che metaforicamente talvolta è detta la parte energetica di sé, quella veramente creativa associata al “femminile” che ognuno di noi ha, anche se lo releghiamo nell’inconsapevolezza. Iniziai a rifletterci senza volerla limitare, perché ogni atto di volizione verso uno scopo immediato, avrebbe ottenuto l’effetto opposto. Non imponevo nulla, astenendomi da selezionare coscientemente un punto di vista nel determinare un orizzonte creativo, senza volerlo, almeno nelle intenzioni, racchiudere o incatenare.

Ripresi gli appunti datati a partire dal 1989 per l’ennesima volta nel mese di agosto del 2017. Ridevo per i termini usati, stupito nel rilevare una logica inusitata nel discorrere e nell’elaborare trame, approfondendo concetti più che mai attuali, anche se espressi con altri termini nei dibattiti pubblici. E ancora una volta mi chiesi: “Ma ero proprio io? E adesso ne sarei capace di questi slanci?”

Ebbene la risposta è affermativa: sviluppai in modo coerente quelle trame monche e incerte nella forma, perché mi lasciai andare e mi venne in mente l’analogia della bimba o del bimbo che gioca. In quei momenti il bimbo è serissimo, talvolta muto e totalmente impegnato in quel che fa. E se sbaglia, ricomincia daccapo. Si pensi al bimbo che, disteso sul pavimento, prende una matita e un foglio e inizia a scribacchiare. Le linee, progressivamente, acquisiscono forme più regolari. E continua, fino a infittire gli spazi del foglio. Si alza. Ne prende un altro e ricomincia in modo sempre più raffinato, moltiplicando le varietà del tratto, del segno e variando consapevolmente l’impugnatura. Non chiama la madre. Forse borbotta e parla con amici immaginari e inventa una storia.

Il tratto comune rispetto a tutti i bimbi che si comportano in questo modo è che si dimenticano delle loro voglie momentanee. Dal cantare filastrocche o dal disegnare, o nel modellare la creta, o roteando bambolotti in aria, in quel momento creano e ricreano un mondo.

La biografia itinerante dei tentativi e degli errori, costituisce la mappa per fondare una struttura tesa a comporre l’opera.

Certamente l’idea non scaturì per aver preso tra le mani quei vecchi appunti, in verità era il tarlo fisso che riemerse, pressato appunto dai me stesso più giovani. Lo sentivo dentro. Nei decenni passati lessi molto di romanzi, di poesie e non solo di quello. Cercai di ricordare le innumerevoli volte che per motivi di lavoro, di diletto, di curiosità e di necessità momentanee, ripresi i dizionari, i manuali di versificazione e le grammatiche, sia a livello scolastico sia di livello filologico. Basta. Avevo letto troppo. Inutile leggere ancora. Alcune stesure degli anni passati arrivarono quantitativamente a centinaia di pagine, ma non era più un romanzo, bensì un trattato, anzi un insieme di ricerche, riflessioni e piccoli saggi su argomenti molto specifici. Altri ancora nei decenni successivi, cioè dopo il 2000, apparivano nella forma di uno Zibaldone. Ecco avevo tanto, tantissimo materiale che paradossalmente non mi permetteva di iniziare, perché mi tratteneva nei fondali.

Era inutile portare tutto innanzi ancora una volta, sicché decisi di ritornare alla fonte, cioè all’idea principale. E mi convinsi. Provai verso la fine di agosto del 2017. Scappai subito. Compresi che stavo ripetendo lo stesso schema, come se dovessi svolgere un compito. No. Doveva partire dalla mia emotività, come per le poesie.

Cominciai con leggerezza il primo settembre 2017, senza pretendere di scrivere alcunché. E come mio solito cominciai vedendo dei quadri in internet relativi a un tema specifico, indugiando alla fantasia senza regole.

Annotai la data nella prima riga e scrissi di getto quasi tre pagine. Mi resi conto poi alla fine, dopo neanche 30 minuti, che all’inizio era un dialogo, e poi divenne una narrazione, quasi da monologo interiore, simile al mio altro scritto pubblicato in ebook “Tutto sotto controllo. Un corpo allo specchio”: un racconto breve con una voce sola narrante.

Non è un caso, perché nella scrittura in prosa, dopo le prime righe, in particolare per i neofiti, non si regge la concentrazione per interpretare i ruoli di chi parla o agisce, e si ritorna nel proprio io. Se si parla di un concetto o di una idea, e la si associa a un personaggio, alla fine per non perdere le idee, i luoghi, le immagini, ci si rifugia nel monologo. Va benissimo, ma non è il romanzo, eventualmente è l’embrione della situazione, dalla quale si incardinano i protagonisti, i dialoghi per porli in relazione alle trame che si snoderanno per tutto lo scritto, di decine e centinaia di pagine.

In quelle tre prime pagine avevo già in mente alcuni protagonisti, ma non erano ben delineati e mi confondevo con i nomi. L’inconscio mi diceva: “Fermo. Stai attento. Non puoi continuare così velocemente. La situazione è ottima ed è da sviluppare, ma devi descrivere il loro fisico, i loro nomi, i loro tratti. Continua comunque, ma fra qualche giorno ti dovrai fermare”.

E così accadde: per i giorni successivi scrissi in media una o due pagine al giorno. Cercando in rete, determinai il primo luogo in cui iniziarono gli eventi. Agivo come un rabdomante, ma trovai una difficoltà: pensavo come un poeta e non come uno scrittore in prosa. Mi usciva fuori una prosa poetante. Quasi melodica. Illeggibile per il lettore, a meno che non fosse un poeta avvezzo agli stili e di poco dissociato come lo ero io in quel momento!

#RACCONTARE LA SCRITTURA. PRIMA PARTE.

Perdonatemi se per qualche tempo presenterò alcune pubblicazioni egoriferite qui in facebook, in altri ambienti digitali e anche in presenza, mostrando una quota maggiore di vanità.

Il giorno 1 settembre 2017 presi un impegno che ho condotto giorno per giorno, al netto di pause per altri impegni e per le attività di gestione ordinaria che riguardano tutti noi. Ora è in fase di redazione finale da parte dell’editore.

Un onere e un piacere giornaliero che mi sono imposto, avendo giornate di sconforto, di meditazione che a occhi esterni potevano sembrare improduttive, vuote, grigie, ma che in realtà erano contraddistinte da fasi di lavoro inconscio e di incubazione.

Il bello è che stato, anche ora nelle ultime gocce di attività, un periodo creativo nel tradurre in opera le capacità di ideazione, scrittura ed interpretazione, assumendo il ruolo di un rabdomante che trova parole in territori inesplorati.

Non sono partito dal nulla. Vi era già una idea concepita nel lontano 1989. Scrissi, allora, quaderni di appunti, note, racconti, propositi in merito. Lasciai. Li ripresi dopo alcuni anni, ma lasciai ancora lì. Alcune riflessioni poi furono dedicate in ambiti diversissimi dalla prosa e dalla poesia. Ho scritto molto negli anni per lavoro, per ricerca e studio. E le pubblicazioni lì sono state incanalate. Dieci anni fa ripresi il progetto, ma ancora una volta seguì l’inclinazione che più propria sentivo nel comporre di poesia, nonostante che poi alcuni temi di quegli scritti del 1989, hanno attraversato la composizione dei due miei libri di poesia con immagini “Sogni Sospesi” e “Reciproche Rinascite”.

Dopo quasi trenta anni decisi di impegnarmi nella scrittura nella forma del romanzo.

/-/

Vorrei parlare con voi di come ho iniziato a scrivere il romanzo, che ora è in fase di redazione finale. Ciò mi serve per distaccarmi da esso e da ciò che è contenuto, perché, ripeto, il nucleo iniziale fu ideato decenni fa. E certamente a quei tempi usavo altri termini. Però, e qui è il punto che vorrei sottolineare, questo discorso costituisce una biografia narrante che si fa or ora che scrivo in un rendiconto mio nello stato di ideazione e creazione, attraverso il mio corpo. In questi anni, il me stesso adolescente, mi guardava alle spalle. Anzi molti me stesso, più giovani mi guardavano severi e sprezzanti: “Allora? Non hai finito? Di tutti questi tentativi e appunti cosa ne fai? Non mantieni le promesse!”

Il tribunale di noi stessi adolescenti è terribile. Non puoi fuggire. Ti conoscono. Sanno tutte le bugie e le scuse che dici allo specchio. Sanno tutto e di più di te.

Vorrei continuare a rispondere a loro, anche dopo la pubblicazione del libro e con voi, ma non soltanto per forme indirette di vanità, quanto per esprimere una individuazione della nostra capacità di creare e di ascoltare il nostro inconscio, o per meglio dire, il nostro cervello che lavora per la sua residuale attività cosciente.

Per tanti anni ho scritto versi, ma iniziai seriamente a comporre nel 2010, nonostante che io da sempre abbia letto di poesia. Se scrivevo per diletto o per occasioni particolari, mi uscivano versi attraverso uno stato di semi ipnosi. Un diluvio di frasi che componevano versi, scritti per un amico o per una amica, o per diletto in osteria o in birreria. Se invece mi cimentavo con l’intento di comporre qualcosa di programmatico, mi bloccavo. E, anzi, provavo un senso di scoramento, nell’incredulità a ricordarmi di aver scritto in fiumi di versi anche a comando, con stili del cinquecento, seicento, ottocento.

Ogni volta mi uscivano spiegazioni e trattati in prosa, che nulla avevano a che vedere con uno slancio creativo.

E figuriamoci nel tentativo di scrivere un romanzo. La questione strana, magari simile a quello che provate voi che mi state leggendo, è che nel momento in cui dimenticavo di me stesso, cioè non avevo il mio io presente, non avevo bisogno di concentrarmi, perché emergevano sensazioni che assumevano istantaneamente forme e strutture elaborate. Se pensavo a me, al mio “io” davanti a uno specchio o a un pubblico che applaude, mi bloccavo. La questione paradossale emergeva un istante dopo, se iniziavo a scrivere un saggio, o qualche scritto di ricerca o per lavoro: ero (e sono) velocissimo.

#22 CONTAMINAZIONI: NELLA CITTA’ DOLENTE

COLLEFERRO (RM) 18/19 Giugno 2016. – Dopo l’esperienza di “Storie dai Rifugi” del 2015 (   https://www.linomilita.com/contaminazioni/21-contaminazioni-guerra-non-suona-campana/ ), nella località S. Barbara a Colleferro, ivi compresa la piazzetta adiacente l’ingresso ai sotterranei. Lo spettatore è prima intrattenuto all’esterno con quadri scenici tratti dai Canti I e II dell’Inferno, con il supporto di videoproiezioni artistiche e la recitazione dal vivo e poi “accompagnato” da Virgilio nella “discesa”.

 

Con questa azione itinerante Colleferro mostra come il “sotterraneo”, nello sfondo e nell’inconscio di ogni agglomerato umano, offra la memoria di coloro che furono in vita e nelle opere. Di solito noi per nostra architettura mentale e memoriale attribuiamo fisicamente il passato nella morfologia dei cimiteri, nei monumenti e negli edifici o nelle targhe degli estinti. Colleferro ha sotterranei che furono usati per antichi scavi e anche per rifugiarsi dalla guerra e dai bombardamenti. La comunità di Colleferro agiva sopra e sotto la terra ogni giorno per la sussistenza, per il riparo, per demarcare una speranza per il futuro. L’inconscio del luogo è portato assiduamente in vista ai viventi e il riparo non ha significato l’oblio e il definitivo passaggio nell’altro mondo.

 

Colleferro e i suoi abitanti, quasi per ironia hanno agito, da secoli come Dante e Virgilio: un andirivieni tra il sopra e il sotto, tra passato e futuro, tra l’inconscio delle origini e tra le proiezioni nel futuro. Cercando sempre di riveder le stelle.

 

Lo spettacolo prende le mosse e il ritmo dal passo del pubblico che in piccoli gruppi, è prima introdotto nella selva Dantesca del primo canto dell’Inferno, e poi Virgilio conduce le anime e i corpi dentro i rifugi dove sono attesi da Caronte. Il teatro e la scenografia sono gli stessi sotterranei: luoghi, cavità, inabissamenti. Non vi è un teatro osceno che nasconde lo spazio: quest’ultimo è la rappresentazione da sempre incarnata nei luoghi e nelle ombre nascoste. Le luci e gli attori che permettono il passaggio e il cammino nei gironi infernali, vivono tra il gruppo degli itineranti: noi. Noi stessi piano piano dimentichiamo di essere spettatori, e diventiamo l’oggetto stesso dei canti. Paolo e Francesca, i golosi, i violenti contro se stessi e gli altri, i falsari, fino ad arrivare agli ultimi gironi, dove il freddo e l’umidità aumentano in assonanza all’avvicinamento del cuore dell’inferno costituito dal fuoco eterno che divora, ma non consuma, perché scuro e gelido. E alla fine noi del pubblico siamo i dannati, noi diventiamo Dante, per arrivare infine da “lui” che diversamente dall’ultimo canto dell’inferno,  esprime con parole diverse dall’originale, i percorsi compiuti da altri dopo Dante, cioè la follia suprema, le colpe per chi è credente, e le paure ancestrali dell’ateo, del mistico o dell’agnostico. Lui si pone al centro tra di noi e la finzione salta. Rimaniamo tutti a bocca aperta e immobili; non si ha il coraggio di muovere un braccio, perché lui esprime il dolore più nascosto che già da sempre abbiamo in dote.

Ma poi si ritorna a veder le stelle che s’affacciano sulla città dolente.. ma viva.

 

 

 

@ 25 Poetically: THE GIFTS OF YESTERDAY

I was at the post office recently. I was in line to pick up some books that I had ordered. Some seniors were not happy arrival of Christmas. They did not have much money to offer some gift his grandchildren. The tone their voice showed a paradox, because it was trembling for the sorrow and guilt for the happiness of being able to see again. They felt a strange shame to a sense of inadequacy – What I can offer but simple objects or some money that it will be less of their weekly pay? –

 

Some grandchildren were almost infants and others were teenagers. They spoke their childhood and how they satisfy themselves with small things. Their memories, however, showed anecdotes and episodes that they were a heritage their grandparents or great-grandparents. The improbable reconstructions were perhaps an attempt to regain his childhood and recall the child who was already in them. And maybe they wanted to talk to their deceased relatives, now. They evoked the lack of time as a limit to think about buying the appropriate gifts, but I believe that their excuses were more a limit due to the idea of having little time to live, because they were not seen younger.

 

I remember my Christmas holidays. Some holidays were sad and boring, others are not. I remembered the gifts, which at that time I forgot the next day. Have we have the charm only in childhood? When we are adults, there is no longer a child?

 

In the row where I was placed, my uncle appeared, my cousin, and other aunts and uncles. The days appeared confused: before and after Christmas. I helped my grandmother and my aunt to beat the eggs to prepare a donut with cream and chocolate frosting. I took wrappers silver cookie named greek and I witnessed my cousin to make up stars and animals. We support sheets of paper on a bench in the hallway. We designed with the pastel green grass, brown trails and then we built a small crib with over the pyramids of clothespins. My sister waved icing sugar to bring up the snow. In fact in those areas it was hot, but, in short, that suited us just fine.

 

In another Christmas I asked in vain for the game of “Battleship”. Someone joked that I had been bad. I cried, but after I took two sheets, I divided them into squares, and I wrote letters and numbers in the column on the first line. I drew two sheets. And with squares cut from another sheet, my sister and I We inserted (with the stapler that I gave my mother) small rectangles to invoke the idea of the ships.

 

With other cousins, we designed every ship with various symbols to divide them into two naval fleets. We finished the job in two hours all together. The adults played with our game. We are not going to play, because in the euphoria, we began to draw, each, a small path to the game of goose. When we finished we draw, we put in our designs in a box for shoes and delivered it to an uncle, that he gave to the poor kid. At that time, we were sure that Uncle would perform the task. We had to award the mandarins and we ate them together.

Io sorrisi, e gli altri in fila mi chiesero perché io stessi ridendo di loro. Io raccontai i Natali di ieri e quelli che avrebbero potuto essere oggi.

 

I related a recent Christmas. We did not have the tree. We used an umbrella stand and we put leaves with photos. Old toys became branches. We called: “tree of drawings and thoughts.” The fruits were envelopes for letters.

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Tree of ideas

We compose another smaller tree with an ashtray, paper clips, pens, caps without the ink. With a roll of toilet paper, we simulated the stars circling comets them as a vortex of a lampshade. We wrote some astral constellation names and the names of deities. Even the younger cousins wrote (in code) all the beautiful phrases that we would have wanted to say to our affections and laziness or pride, or we did not say we could not say (Some relatives were no longer alive). We put the phrases in the envelopes of the first tree. Each of us had his own gift: “I love myself, my life, your life only.”

 

The elders in a row (they laughed) asked me, how old was the youngest of us in this recent Christmas. I said thirty-three years.

 

 

Le mie sono solo risposte a un tuo continuo richiamo…