CONSIGLI DI LETTURA: Il Dio delle piccole cose, di Arundhati Roy

Il Dio delle piccole cose, di Arundhati Roy (Autore), C. Gabutti (Traduttore), 2010, Ed.Guanda, Milano, (Ed. Originale: The God of Small Things, IndiaInk (Nuova Delhi, India)

Anche tra le “piccole cose” traspare la possibilità di descrivere i momenti storici, le violenze e i mutamenti sociali radicali che avvengono nel mondo, in particolare in India. Lo stile di Arundhati Roy (architetta di formazione) è visivo, tattile e profondamente destrutturante: usa l’inglese (il Language of the Master) ricreandolo dall’interno con la sensibilità sintattica e sensoriale del Malayalam (la lingua del Kerala). La traduzione di C. Gabutti per Guanda riesce a restituire questa manipolazione.

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L’uso continuo di lettere maiuscole per concetti apparentemente banali (Small Things, Big Things, Love Laws) attribuisce loro valore dogmatico o sacrale. La fusione di parole (bar-man, alwaystogether, never-again) ricrea la percezione infantile dei gemelli Rahel ed Estha, dove il linguaggio non è ancora imbrigliato nelle regole logiche degli adulti.

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Le parole vengono lette o pensate al contrario (“Nee-v-a-s”, est-est), oppure ripetute ritmicamente come ritornelli o litanie tragiche (“Things can change in a day”, “The Loss of Sophie Mol”). Il linguaggio è saturato di odori, colori (il giallo uovo, il verde muschio del Kerala) e suoni acquatici.

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Il romanzo non segue una narrazione che scandice il tempo in modo progressivo. Il finale è già dichiarato nelle prime pagine, ma l’intreccio si muove a spirale, specchiando la concezione del tempo e della memoria tipica della tradizione indiana. Il perno narrativo è la violazione della regola socio-castale che stabilisce “chi deve essere amato, e come. E quanto”. L’amore sovversivo tra Ammu (donna divorziata di casta alta, siriana cristiana) e Velutha (l’Incalpestabile, Paravan, falegname dalit) rompe l’ordine patriarcale e sociale, scatenando la reazione violenta della società.

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Il punto di vista oscilla costantemente tra lo sguardo dei gemelli di 7 anni (1969) e quello dei gemelli di 31 anni (1992). L’infanzia non è idealizzata: è il luogo dell’impotenza, dove i bambini vedono tutto ma non hanno il potere di interpretare o fermare la violenza degli adulti.

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Il Kerala del 1969 descritto da Arundhati Roy è un crocevia di tensioni: la presenza storica della comunità cristiana siriana, l’ascesa del Partito Comunista Marxista (CPI-M) e le rigide strutture castali induiste. La violenza nel romanzo non proviene solo dai “cattivi” convenzionali. Personaggi come Baby Kochamma (la prozia) o Chacko (lo zio istruito a Oxford che si definisce marxista ma sfrutta l’operaio Velutha ed esercita il diritto di prelazione sulle donne della fabbrica) mostrano la complessa ipocrisia dei nuclei famigliari. Le donne stesse (Baby Kochamma, Mammachi) diventano rigide custodi del patriarcato e della casta, proiettando la propria frustrazione sui membri più vulnerabili (Ammu e i gemelli).

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Si rileva come i personaggi assumano, a mio parere, e non solo mio, anche la veste di personaggi propri dei rituali e delle tradizioni ancestrali vediche. Velutha rappresenta la figura del capro espiatorio (pharmakos). La sua esecuzione da parte della polizia (la Touchable Police) è descritta come un massacro rituale. Velutha è letteralmente il “Dio delle Piccole Cose”: l’uomo capace di aggiustare giocattoli, creare piccoli oggetti di legno, amare senza riserve, ma del tutto inerme di fronte al “Big God” della Storia e delle istituzioni.

Sophie Mol è la vittima incolpevole della fascinazione postcoloniale della famiglia per ciò che è inglese, mentre Ammu è la donna punita per aver preteso l’autonomia affettiva e sessuale.

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In questo processo di cambiamenti radicali che si svolgono nella seconda metà del secolo scorso, tra contrasti vecchi e nuovi e amori famigliari, le donne e gli uomini adottano comportamenti crudeli, nonostante il loro di desiderio di amare e di volere il bene dei propri cari. Si hanno descrizioni tipiche del sacrificio degli innocenti e l’amore di questi due gemelli, fratello e sorella, che tendono all’incesto. Il loro ricongiungimento dopo anni di separazione forzata sembra quasi rappresentare il mito delle numerose figure religiose e divine indiane che ricreano un mondo nel loro rapporto fisico, superando le divisioni e il caos, incarnando il ciclo del ricongiungimento divino del fratello e della sorella originari che creano la terra e il cielo.

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Nella fattispecie tale narrazione mitica si incarna in un ricongiungimento di ciò che è diviso dal caos che prende e divide le piccole cose, ovvero la realtà. Estha (il maschile, lo stare, la fiducia, l’essere amato) e Rahel (Colei che esplora e indica la via) nei loro ricordi riprendono la materia del presente e i significati del passato per ricreare ciò che sarà partorito: il futuro.

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Azzardo una analogia semplificata che forse oltrepassa gli intenti dell’autrice, ma che però, fuoriesce continuamente dalla struttura narrativa dell’opera: Estha e Rahel mi sembrano i gemelli cosmici (Yama e Yami)* che nella loro infanzia cercano una risposta a un trauma infantile violento che a loro accadde. Il ricongiungimento di Cielo e Terra, fa il paio con il rifiuto delle “Leggi dell’Amore” sociali imposte dagli adulti. In questo climax la ricomposizione del “Dio diviso” si traduce in un silenzio ultradecennale di estraniazione e di autodifesa. Mello svolgimento del mito, sopraggiunge la dimensione sacra e riparatrice che viola il Tabù, per la propria disperata sopravvivenza.

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Il mito di Yama e Yamī: Nel Rigveda (X.10), i gemelli primordiali Yama e Yamī rappresentano la coppia originaria. Yamī tenta di sedurre il fratello Yama per dare origine all’umanità. Sebbene nel testo vedico Yama rifiuti per mantenere l’ordine morale (Rta), la figura dei gemelli opposti e complementari che incarnano la totalità prima della scissione è centrale nella cosmogonia indù.

L’Androgino originario e la riparazione del “Dio diviso”: Nella kabbalah o nell’alchimia (ma anche nel concetto vedico di Purusha, il gigante primordiale smembrato per creare il cosmo), la creazione nasce da una separazione dolorosa. Estha e Rahel sono descritti nel romanzo come “un’unica anima scissa in due corpi”. Nel loro ricongiungimento ontologico i due frammenti del “Dio delle piccole cose” spezzato dalla tragedia tentano di ricreare quell’universo intero che la crudeltà del mondo adulto aveva distrutto (Wendy Doniger O’Flaherty, “The Rig Veda: An Anthology”, 108 Hymns Translated from the Sanskrit (Harmondsworth: Penguin Classics, 1981 – https://kyl.neocities.org/books/[SPI%20RIG]%20the%20rig%20veda.pdf – Testo scaricabile. Si veda da pagina 181 in poi),

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Occorre però porre in evidenza che molti critici letterari (tra cui Brinda Bose in In Conversation with Arundhati Roy e Alex Tickell nel suo volume guida al romanzo) offrono una lettura integrativa o parzialmente diversa da quella mitico-religiosa, traslandolo su un aspetto più psicoanalitico relativo al trauma e alla conseguente regressione psichica. Dall’altro lato emerge una lettura politica sociale, dove la rottura è un atto di ribellione. È posta in primo piano la voce dei subalterni, la decostruzione della lingua coloniale, il trauma e le geografie simboliche del Kerala.

È un romanzo ricco di vie interpretative da ricominciare a leggere dopo averlo terminato, sapendo di avventurarsi in una narrativa che, a ogni rimando temporale, offre un tassello in più per capire l’universo multiforme che è l’India. E ancor di più, oltre al gusto estetico della lettura, il libro suggerisce una via aperta anche per noi qui in occidente: cosa è il senso del nostro ciclo mitico con il quale noi vediamo e pensiamo il futuro?

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Note: