Tutti gli articoli di Lino

Tanti anni fa ho cominciato a scrivere poesie, per gioco, inconsapevolmente. Quei versi erano solo miei. Mi facevano compagnia, erano il mio modo personalissimo di esprimermi. All'inizio del 2012 ho cominciato a scrivere con più consapevolezza. Se nel mio primo periodo la mia espressione artistica riguardava la creazione al di fuori di me, ora la materia della mia espressione artistica sono io, le mie emozioni, le mie sensazioni. Un'introspezione dunque, profonda ma liberata. Ora voglio condividere. Ora posso svelare. Con i miei versi. Con le mie poesie.

§CONSIGLI DI LETTURA: L’UOMO CHE METTEVA ORDINE AL MONDO

Ove: nostra nemesi e nostro specchio

Fredrik Backman L’uomo che metteva in ordine il mondo.

 Traduzione di Anna Airoldi, 2014, Mondadori.

È un romanzo che induce a piangere commossi e a ridere a crepapelle nello stesso istante: alterna gli stili comici e tragici riguardo al protagonista antipatico e ombroso, ma da tutti voluto per risolvere problemi, data la sua assurda e tenace coerenza.

Si piange e si ride, perché nel corso delle pagine, si avverte la sensazione che anche noi potremmo incontrare il protagonista davanti allo specchio

Pgg. 1-2 “[…] Ove ha 59 anni. Guida una Saab. La gente lo chiama “un vicino amaro come una medicina” e in effetti lui ce l’ha un po’ con tutti nel quartiere: con chi parcheggia l’auto fuori dagli spazi appositi, con chi sbaglia a fare la differenziata, con la tizia che gira con i tacchi alti e un ridicolo cagnolino al guinzaglio, con il gatto spelacchiato che continua a fare la pipì davanti a casa sua.

Ogni mattina alle 6.30 Ove si alza e, dopo aver controllato che i termosifoni non stiano sprecando calore, va a fare la sua ispezione poliziesca nel quartiere. Ogni giorno si assicura che le regole siano rispettate. Eppure qualcosa nella sua vita sembra sfuggire all’ordine, non trovare il posto giusto. […]”

Ove sente di avere tutti contro: i vicini, gli oggetti, la strada. Vuole il controllo perfetto anche del proprio suicidio, in un vortice dove tutto è disprezzato, perché disturba la propria memoria, i propri valori e illusioni.

Pag. 17 “[…] “Sarà bello prendersela un po’ comoda” gli hanno detto ieri al lavoro. Sono entrati nel suo ufficio un lunedì pomeriggio e hanno spiegato che non avevano voluto affrontare la questione di venerdì perché “non volevano rovinargli il fine settimana”. “Vedrà che bello potersela prendere con più calma” hanno detto. Ma che cosa ne sanno loro di cosa significhi svegliarsi un martedì mattina e non avere più una funzione? Loro, con il loro Internètt e i loro caffè espressi, che cosa ne sanno dell’assumersi le proprie responsabilità? Ove guarda il soffitto. Strizza le palpebre. È importante che il gancio sia bene al centro, decide. […]”

Per ammissione dello stesso autore, lo stile non è che sia eccelso, e purtroppo anche la traduzione a tratti, è a dir poco disordinata. Lo stile però è coinvolgente: passa in uno stesso periodo da un tono serioso così esagerato da indurre il lettore a ridere senza controllo, per attirarlo subito dopo in profonde malinconie.

Pag. 30 “[…] Era ancora lì quando è tornato dall’ispezione. Ove lo ha guardato. Il gatto ha guardato Ove. Ove lo ha minacciato con un dito e gli ha intimato di andarsene con tale impeto che la sua voce è rimbalzata tra le case come una palla da tennis impazzita. Il gatto è rimasto a fissare Ove per qualche altro istante. Poi si è alzato con fare estremamente pomposo, come se volesse sottolineare che non se ne andava perché gliel’aveva ordinato Ove, ma perché aveva di meglio da fare, ed è scomparso dietro l’angolo della rimessa.  […]”

Lui era un uomo in bianco e nero, mentre sua moglie era il colore. Tutto il suo colore.

Ove sosteneva che la gente vuole essere quello che dice, ma era invece convinto che ognuno è quello che fa, come deve essere e nel modo corretto.

Arriva a un punto della sua vita in cui non percepisce più la sua funzione e si sente abbandonato dalla moglie perché deceduta, dal suo ex amico con cui litigò e continuò a litigare per anni. La rabbia alla fine è contro se stessi. Si litiga per mantenere memoria di sé.

Pag. 220 “[…] Forse il dolore per i figli che non erano arrivati avrebbe dovuto riavvicinarli. Ma il dolore è infido: se non viene condiviso, è capace di separare profondamente le persone. Era possibile che Ove non riuscisse a riconciliarsi con Rune perché, dopotutto, Rune un figlio l’aveva avuto, anche se ormai non sapeva quasi dove fosse. E forse Rune non riusciva a far pace con Ove perché quell’invidia sotterranea lo metteva a disagio. Forse, nessuno dei due riusciva a perdonare se stesso per non aver saputo dare alla donna che amava ciò che desiderava davvero. Così, il figlio di Rune e Anita era diventato adulto, tagliando la corda alla prima occasione, e Rune era andato a comprarsi una di quelle BMW sportive, in cui c’è spazio solo per due persone e una borsetta. «Perché ormai siamo solo io e Anita» aveva detto a Sonja un giorno che si erano incontrati nel parcheggio. «Non si può mica guidare Volvo tutta la vita» aveva continuato con un sorriso sghembo, nascondendo le lacrime. Quando Sonja gliel’aveva raccontato, Ove aveva capito che una parte di Rune si era arresa per sempre. Forse era soprattutto per questo che Ove non lo aveva mai perdonato, e che Rune, in fondo, non aveva mai perdonato se stesso. Certa gente credeva che emozioni e automobili non avessero niente in comune. Ma si sbagliava di grosso. […]”

Ove vive in una routine, perché gli eventi traumatici non se ne vanno, e quindi vuole incorporarli e renderli sua realtà. Vi è però una eccedenza indomabile di dolore e di bellezza che trascende il proprio vivere personale. La realtà arriva in faccia senza avvertire con il biglietto da visita del tempo. Sempre limitato e in scadenza.

Pag. 293  “[…] La morte è una cosa curiosa. Viviamo tutta la vita come se non esistesse, ma il più delle volte è una delle ragioni in assoluto più importanti per vivere. Alcuni di noi ne diventano consapevoli così in fretta che vivono più intensamente, più ostinatamente, e in maniera più furiosa. Altri necessitano della sua costante presenza per sentirsi vivi. Altri ancora finiscono per accomodarsi nella sua sala d’attesa molto tempo prima che lei abbia annunciato il suo arrivo. La temiamo, eppure la gran parte di noi teme soprattutto l’eventualità che colpisca qualcun altro, qualcuno a cui vogliamo bene. Perché la più grande paura legata alla morte è che ci passi accanto. Che si prenda chi amiamo. E che ci lasci soli.[…]”

Tutto ciò vale anche per i suoi rumorosi, sgangherati e invasivi vicini che lo coinvolgono negli episodi più assurdi, boicottando indirettamente i suoi goffi tentativi di suicidio.

Una menzione particolare va ai due alter ego di Ove: il gatto Ernesto e il gatto spelacchiato. Le gesta di questi due felini valgono l’immediata lettura del romanzo.

Si piange e si ride per ognuno dei protagonisti.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL CONTE DI MONTECRISTO

Il Conte di Montecristo – Alexandre Dumas Pubblicato su www.booksandbooks.it

Grafica copertina © Mirabilia – www.mirabiliaweb.net

Un capolavoro che ha viaggiato nei secoli. Di tutto è stato scritto per temi comuni dell’animo umano: la vendetta, l’avidità, l’invidia, la brama, la voglia del potere, la disperazione, la compassione, la timida richiesta d’amore.

Il tentativo di scrivere qualcosa di nuovo in merito è a dir poco contraddistinto da una goffa presunzione.

Può essere invece utile approfondire qualche elemento che risulta urticante in questi giorni di isolamento forzato.

Essendo un libro scritto a puntate per le riviste, l’autore richiama gli eventi ad ogni capitolo. I personaggi sono generosamente caratterizzati con un’abbondanza di aggettivi. Frequentemente si ha la sensazione di leggere un copione di teatro in cui l’inizio vi è l’illustrazione della scena da interpretare. Vi è la spasmodica volontà di far percepire i luoghi in carne ed ossa. Con gli strumenti multimediali la lettura è divenuta un accessorio, scarno nella sintassi, perché deputato a riferire immagini, legami, suoni, strutture relazionali. Per noi contemporanei risalta molto di più di un tempo il ritmo narrativo denso e corposo, sovrabbondante di segni e di significati.

Il tema dell’isolamento carcerario è il perno che determina i vettori della trama che si snoda per decenni. Sebbene il protagonista riesca ad evadere dall’antro del Castello d’If, la cella rimane nell’animo, risaldata dal dolore, dalla consapevole disperazione di aver avuto una vita sottratta, da una volontà di vendetta che acquisisce il ruolo di guardiano della gabbia del cuore. L’ossessione di perseguire la restituzione di ottener memoria di ciò che si è stati e del proprio dolore verso i carnefici e quindi verso il mondo, è il motore che snoda gli eventi e i pensieri, energico e inarrestabile, ma vorace dei sentimenti e dei moti emotivi di chi fu violato ed oltraggiato.

Il Conte di Montecristo intraprende un progetto che lo coinvolgerà totalmente per anni e anni quasi a eguagliare quelli di prigionia. Ritorna nei luoghi passati e cerca i protagonisti cari e i suoi carnefici. In più si pone in relazione con i loro figli. Nel libro vi è una simmetria che denota uno stile di contrappasso, perché ogni protagonista nelle fortune e nelle ascese in società, oppure nelle sconfitte, è costretto a negare il suo passato. Ognuno si separa dalle proprie memorie, isolandosi in una gabbia del presente per non vedere ciò che fu e per negare le proprie bugie e le correlative meschine brame.

Il paradigma carcerario è sovrano, perché scandisce gli eventi e orienta il destino dei personaggi. Proprio perché isolate nel carcere delle proprie omissioni, le relazioni assumono parvenze di significati, ambigue come fuochi fatui che esalano da una finestra di una cella.

Il protagonista separa gli antagonisti da se stessi, togliendo anche il loro presente, nel negare le possibilità di poter continuare in quella stasi.

Nel momento in cui si arriva al culmine della perdita di senso tra il passato e il presente, la vita scarnificata mostra la ferita che da sempre lì rimase: incatenata alla lugubre paura dell’oblio.

Il tentativo di uscire dalla caverna fredda dell’odio, comporta il pegno da pagare che è il dolore. Il farmaco che cura è quello che dispera di sé e di tutto. Si rimane nel carcere se si tenta di fuggire da esso, perché la cella del proprio animo è creduta il rifugio sicuro che, però, come una spirale, esige il tracollo della propria dignità.

E alla fine rimane il tentativo di lasciar uscire la propria umanità, attraverso il gigantesco atto eroico della compassione. Atto glorioso che forse attende noi tutti, qui, oggi, in questo carcere mondiale di mascherine e di timore d’abbracciar il cuore altrui.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL CICLO DI VITA DEGLI OGGETTI SOFTWARE

Il ciclo di vita degli oggetti software, dI Ted Chiang, (The Lifecycle of Software Objects), 1ª ed., Burton (Michigan), Subterranean Press, 2010, traduzione di Francesco Lato, Odissea Fantascienza, Delos Books, 2011.

È un’opera che vale la pena da leggere, perché ci costringe a riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni nel voler disporre degli altri.

Ana Alvarado, dopo aver lavorato come istruttrice in uno zoo, accetta un nuovo incarico presso la Blu Gamma, un’azienda informatica che ha creato avatar denominati “digienti”, per i quali avrà la funzione di loro educatrice, in collaborazione con gli sviluppatori del software, tra cui Derek Brooks.

La ditta concorrente SaruMech sviluppa un robot che consente ai digienti di interagire con i proprietari nel mondo reale. Altre ditte sviluppano ambienti virtuali più sofisticati dove si può giocare in modo più invasivo, sicché i clienti rendono indietro i loro giocattoli. Alcuni proprietari, però, sono entrati in empatia con i propri digienti, e per non farli sospendere (l’equivalente di una eutanasia), si costituiscono in una associazione per reperire fondi e sponsor, utili per sovvenzionare un loro aggiornamento software, tale da permettere una trasmigrazione in ambienti virtuali più avanzati di uso commerciale.

Ana adotta Jan e Derek i due digienti Marco e Polo e per anni, insieme a pochi altri li tengono in attività, e trascorrono molto tempo con loro, come se fossero dei genitori. I digienti sembrano entrare in uno stato simile all’adolescenza. Ana e Derek non si avvedono che stanno traslando la loro personalità sia nel mondo virtuale sia con esperienze nel mondo fisico con i robot collegati ai digienti.

Derek vorrebbe tramutarli in una “corporation”, cioè soggetti giuridici in tutto e per tutto. Ha timore che se lui morisse, vorrebbe che Marco e Polo non fossero sospesi. Nello stesso momento Jax il digiente di Ana, non vuole controllare un avatar a distanza, ma vuole essere lui un avatar, e quindi anche il robot. Soffre di solitudine e vuole che il suo io non sia scisso dal corpo.

Mancano i soldi per mantenerli. La ditta Desiderio Binario contatta Ana per addestrare i digienti superstiti per trasformarli in oggetti sessuali che si adattino ai desideri dei clienti, diventando attraenti, affettuosi e appassionati di sesso. Un’altra possibilità è che Ana lavori per la Polytope mettendosi cerotti di droga per creare un temporaneo legame affettivo con i digienti, al fine di veicolarli nei loro schemi emotivi. Un’altra offerta proviene da alcuni sviluppatori per robot domestici che si occupano di intelligenza artificiale. Però questi ultimi non vogliono creare umani avatar, quanto una intelligenza superumana. Non vogliono dipendenti – corporation, ma prodotti super intelligenti.

Ana è inorridita da tali proposte. Sa che l’esperienza è algoritmicamente incomprimibile e che ogni  digiente merita rispetto.

In questo romanzo vi è un dilemma etico: l’automa che incorpora sapere e comportamenti dettati da prescrizioni morali, ha titolo a porre relazioni sociali giuridicamente autonome con gli umani?

Ana si rende conto di esser diventata una “madre” per Jax. Si chiede se suo “figlio” sia libero di sbagliare e di voler ridursi a oggetto sessuale, sottoponibile anche a tortura.

se sceglie di lavorare nella società Desiderio Binario, il cervello chimicamente alterato sarà quello del digiente. Se lavorerà per la Polytope, il cervello chimicamente alterato sarà il suo.

Marco e Polo, i “figli” di Derek invece non vogliono che Ana scelga di lavorare per la Polytope, e in un certo vorrebbero sacrificarsi, affermando di essere consapevoli di ciò cui vanno incontro. E qui invito alla lettura per la prosecuzione della trama.

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Un processo di apprendimento può comportare la trasformazione del software in qualcosa di altro?

Nel testo si avverte un senso di separatezza da parte dell’autore rispetto ai personaggi e degli umani verso i digienti a parte Ana ed Derek che intendono instaurare un legame empatico, solidaristico, filogenetico, teso ad attribuire la morale e l’etica ad oggetti. Posto che il mondo è gelido e brutto, si vuole che i digienti diventino soggetti umani, tali da essere portatori di diritti e doveri.

Quest’opera sembra denotare una struttura di cicli software interrotti dove si ritorna alla stessa domanda che pone il dilemma. E si cerca di uscire. Si vede che l’autore è anche un programmatore. Poiché i personaggi virtuali tentano di uscire dai loro schemi di azione, la narrativa segue tale spinta. Le azioni sono ridotte a dialoghi. I tempi virtuali e reali risultano giustapposti e compressi. Da questo straniamento stilistico emerge nel modo più crudo il dilemma.

La domanda etica è lo stesso programma che ritorna su se stesso. Un apparente paradosso che mostra il mutamento degli oggetti informatici sia nel mondo virtuale sia nelle loro applicazioni nel mondo dei senzienti.

È un’opera strutturalmente incompiuta, perché il tema è posto al lettore, affinché sia spinto a fornire nuove parole sulla nozione di soggetto nel momento di deliberare su di sé e nel mondo.

Il non detto di tale domanda è il limite che dobbiamo porre nel nostro di agire.

Sembra un libro scritto da un digiente: una costellazione di appunti verso una avventura intellettuale sulla realtà, da parte di un io del corpo che viaggia ed è nei due mondi.

§CONSIGLI DI LETTURA: KARIN BERGOO. L’ARTISTA CHE MODELLA IL FUTURO

Karin Bergöö Larsson, fotografata attorno al 1882

La vita e la creatività di Karin Bergoo attraverso i quadri di suo marito Carl Larsson. La donna che ha concepito una nuova estetica della famiglia.

Consiglio di leggere l’opera di Karin Bergöö 83 ottobre 1859, Örebro, Svezia – 18 febbraio 1928, Fogdö parish) attraverso i quadri di suo marito Carl Larsson (28 maggio 1853, Stoccolma – 22 gennaio 1919, Falun, Svezia): fu un pittore e ritrattista famoso per la pittura della tecnica ad acquerello, adattata anche per le nuove forme di stampa che si approssimavano alla fine del 1800 e agli inizi del 1900. Versatile e innovativo nel dipingere su tele di diverse dimensioni, denso di immagini innestate in sequenze che furono poi dilaganti per tutto il secolo nei cartelloni, nei calendari e nei fumetti.

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Carl Larsson ritraeva principalmente tratti di vita quotidiana e famigliare. I soggetti erano la moglie Karin,  i figli e la casa dove risiedettero dopo un anno di matrimonio e di ritorno da Parigi, nel piccolo villaggio svedese di Sundborn, presso Falun. L’umorismo e la leggerezza erano i tratti distintivi del suo estro pittorico. La moglie nella storiografia e nell’opinione comune è ricordata come una madre di sette figli energica, dotata di capacità organizzative notevoli, anche nel seguire l’educazione e la formazione della prole in modo avanzato assieme al marito.

Di solito è scritto quasi sempre in una o due righe, che anche Karin Bergöö fu una pittrice e studentessa dell’Accademia Reale delle belle Arti, versatile per il suo estro artigianale e di arredamento. I testi degli ultimi due decenni,  mostrano invece l’influenza fondamentale che ebbe per il design e lo stile architettonico da interni per la Svezia, e successivamente per tutti i paesi del nord Europa.

Soggiorno
Poltrona per la lettura
Sedia da giardino

Verrebbe da pensare al detto ipocrita e omissivo “Dietro un grande uomo vi è una grande donna”. Carl Larsson per il contesto del periodo in cui visse, fu un uomo che oggi diremmo “femminista” e non tanto nei proclami, quanto nella vita quotidiana nel condividere tempo e lavoro con la moglie per la cura dei figli e della casa e nel dialogare tra pari in termini di arte, di produzione artistica, di creazione di manufatti utili per il quotidiano, e per l’educazione da impartire alla prole. Non basta però, la benevolenza di un singolo uomo. Sebbene Karin Bergöö fosse figlia di una famiglia agiata e di larghe vedute, che permisero a lei di studiare e di intraprendere anche l’attività di pittrice, gli spazi di autonomia economica e del diritto erano ben lontani rispetto alle prerogative maschili.

In altri termini: “Dietro un grande o normo uomo, vi è accanto una donna che è costretta a mantenere un passo indietro”.

Karin Bergöö concepì e realizzò nuovi modelli intimi e abiti per i propri figli e le figlie. Agili, funzionali per la vita all’aria aperta, e per i lavori e le attività quotidiane. Comodi ed eleganti in particolar modo per le figlie. E con lo stesso impegno si cimentò per vestiti più formali, anche per sé e suo marito che li raffigurò nei suoi dipinti con le sue famose scene di vita domestica.

Carl Larsson https://www.tuttartpitturasculturapoesiamusica.com

Dipinto di Carl Larsson del 1912 di suo figlio che studia. I vestiti e i mobili furono disegnati e realizzati da Karin.

Vi è un tema però che è lasciato solitamente nello sfondo: l’infanzia e l’adolescenza sono allungate e i figli sono considerati soggetti autonomi nel leggere, nel giocare, nello scoprire la natura con il gioco e lo studio. Vi sono scene in cui mangiano all’aperto su tavoli allestiti fuori casa, e anche nei pic nic, vestiti in modo elegante. Vi sono indumenti di mezza stagione per le passeggiate, per le letture, e quelli sportivi. Vi è una idea dell’adolescenza e della crescita che stava prendendo piede tra la fine dell’ottocento e all’inizio del novecento, come quella di Maria Montessori, per la quale il bimbo costruisce l’adulto dentro di sé e quindi è già un soggetto degno di rispetto nell’intendere con estrema serietà le sue attività quotidiane.

I vestiti ampi, chiari, multicolore, variabili nello stile in base all’età dei giovani e degli adulti, furono presi a modello dalla borghesia Nord Europea. Eleganza e leggerezza.

Figli in lettura nel giardino in estate, del 1916 di Carl Larsson.

Karin Bergöö progettò sedie, tavoli, armadi, seggiole, letti, con materiali poveri e di qualità con uno stile completamente diverso rispetto a quello tipico svedese che era plumbeo, monotono, grigio e marrone scuro. La comodità, la leggerezza e l’esplosione dei colori nella essenzialità e semplicità delle forme, furono gli indicatori che mutarono radicalmente lo stile del design svedese che si propagò poi in tutto il Nord Europa.

Emerge una fusione dell’arte giapponese e degli stili modulari inglesi e in questi lei elaborò trame astratte per le tende, per decorare gli armadi, i divani, le poltrone, immettendole in forme curve di Art Noveau.

Lei cambiò l’idea dello spazio domestico: assieme al marito, ad esempio, tolsero le tende e alcune pareti divisorie nel soggiorno, per porre nel centro un piano rialzato, confinandolo con la mobilia. E lì ci si poteva riposare o mangiare, lasciando i quadranti esterni per altre attività, concedendo una intimità nuova in cui la casa diveniva un luogo in cui moltiplicare le attività ricreative e di riposo, e il tutto mantenendo giochi di luce, tal, da non creare zone di ombra aggiuntive.

Karin Bergöö ha inteso il suo vivere in una espressione artistica che ha definito una nuova sociologia della famiglia, e ha perfezionato nella pratica quotidiana le nuove proposte pedagogiche del periodo. Cambiò il rapporto tra il dentro e il fuori, tra il domestico e il pubblico. Le attività fino ad allora reputate non degne di nota dal punto di vista della cronaca e dell’arte, divengono il soggetto principale che è la fonte di nuovi modelli del vivere nel mondo, e di nuove concezioni nell’elaborare manufatti.

Lei dipinse pochissimi quadri rispetto al marito, ed è ovvio: aveva più incombenze quotidiane. Inoltre la società svedese dell’epoca non è che fosse così aperta ad accettare una imprenditrice e artista autonoma.

Carl Larsson è famoso per aver ritratto la sua vita famigliare, e si sorvola sull’elemento sotterraneo: il mondo ritratto fu CREATO da Karin Bergöö. Non solo come mera organizzazione dei tempi e degli spazi, non solo per aver ampliato uno stile e un’anima artistica alla casa, alla natura e agli ambienti sociali circostanti, e non solo per aver determinato nuove scansioni sociali dell’infanzia e dell’adolescenza. No. Non solo questo. Lei ha anticipato il futuro. Noi, vedendo queste scene di vita, abbiamo una sensazione di felice nostalgia e di famigliarità. Non può che essere così, perché l’opera di Karin, certamente non l’unica, è un puntello della visione del mondo a noi contemporaneo.

Qui vi è un doppio inganno che è anche patrimonio dell’opera d’arte. Il pubblico che vede queste opere ritratte da Carl Larsson, sono dipinte, scolpite, cucite, segate, levigate da Karin Bergöö. Non sono dolci e infantili segni del passato che più non è, rispetto a una natura quasi edenica.

La natura dei boschi, dei giardini, dell’armonia che per noi sembra perduta, è invece una creazione nuova dell’uomo, anzi della donna contemporanea, che emerge in autonomia nei fatti, nella visione, nelle creazioni artigianali ed artistiche. È una visione estetica futura, a NOI contemporanea. La borghesia alfabetizzata, industriale nella suddivisione degli spazi e del tempo, nella concezione progressiva e sovrabbondante delle fasi di crescita.

L’estetica fornita da Karin Bergöö è subita da Carl Larsson nelle sue composizioni che mostrano un ambiente che poi divenne popolare nei fumetti, nei dipinti, nella formazione primaria di tutto il novecento. La fantasia e l’immaginazione di intere generazioni hanno attinto estro e creatività da questi luoghi, per comunicare immagini di sé che sono il tesoro della nostra crescita d’infanzia e delle età adulte.

Lei, vivendo, ha creato un futuro, che noi non approfondiamo e non riconosciamo, perché ne siamo totalmente immersi: è il nostro presente: l’apparentemente leggera apertura alla varietà delle forme del mondo con le quali noi riconosciamo il nostro corpo, come spazio di relazione di apprendimento nel gioco e nella individuazione delle future immagini di sé.

Lei è la testimone di una nuova estetica nel determinare le interazioni sociali all’interno dei processi di crescita in un mondo in fase di costruzione, dove lo spazio privato e lo spazio pubblico, ampliano le loro reti di significato in un contesto per noi contemporaneo.

§CONSIGLI DI LETTURA: IL RISOLUTORE

Pier Paolo Giannubilo. Il risolutore. Una vita estrema, 2019, RIZZOLI LIBRI

La lettura di quest’opera entra direttamente nelle viscere di noi stessi, nel nostro inconscio collettivo, nel nostro recente passato.

Il libro offre uno specchio dell’Italia di ieri sera e di oggi sul terrorismo, sulle stragi, sulla guerra fredda e su quelle calde dei nostri giorni. I protagonisti e gli avvenimenti sono accaduti, tutti, nessuno escluso. Qualche nome è cambiato per evidenti ragioni, dovute al tema che è riferito alla memoria di un sottosuolo. L’Italia delle stragi e dei servizi segreti operativi anche all’estero.

Una intervista biografica trasformata in un romanzo, dove nello svolgersi della narrazione l’autore e il protagonista si compenetrano nei loro recessi emotivi e ancestrali, passibili di divenire un lato della nostra memoria collettiva inconscia. Se ci si inoltra nella lettura, il distacco emotivo è impossibile. Gli eventi arrivano dentro le viscere del lettore.

Pag. 265 “[…] Io mi sono buttato in quest’impresa con motivazioni da vendere, ma lui perché lo sta facendo? Perché lanciarsi senza paracadute in un coming out così azzardato, che metterà a repentaglio tutti i suoi rapporti personali? La sua versione è che ha deciso di rompere il silenzio per due ragioni. Primo, per riconciliarsi attraverso un atto di verità con se stesso, col prossimo e col Dio d’amore sulle cui tracce si è rimesso da anni – la penitenza pubblica di un cristiano delle origini, tanto più efficace quanto più pubblica. Secondo, per contribuire a «fare un po’ di luce su alcune questioni della nostra storia recente che a molti, per troppo tempo, ha fatto comodo occultare». […]”

Pag. 267 “[…] La verità è che non sono mai uscito da me stesso scrivendo di lui – neanche per un momento. […]”

Il punto di vista è focalizzato dentro i corpi raccontati, sognati e vissuti dal protagonista. Lo scrittore è parte integrante del libro come protagonista e disponendo il ritmo della narrazione anche attraverso alcune sue concomitanti vicende biografiche. La vicenda si caratterizza anche per un contrappunto tra il passato che è vivo nel dialogare concretamente con il presente attraverso il malessere che corre tra gli occhi del protagonista e dello scrittore.

Il protagonista usa lo scrittore per raccontare le sue storie in un’ottica di rivisitazione del passato, quasi per trasformarlo in un testamento, per rimodulare le scelte accadute. Vi è il tentativo di immaginare diversi schemi temporali, in cui innestare giustificazioni del proprio operato. Vi è l’intento di fotografare nuovamente l’accaduto con diverse cromature, in modo che si possa lenire il dolore, per la lacerazione infinita del presente, dove la persona, le convinzioni passate e attuali, il proprio operare, le immagini di sé, rappresentano uno scarto contraddittorio. Con la consapevolezza, che se lo scarto opprime e dilania, la cura mostra l’errore e l’orrore della propria vita, cioè di ciò che si testimonia di sé: un integrale atto di accusa.

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Un libro tragico nel suo fine, perché, anche se lo scrittore riuscisse a offrire un resoconto farmacologico, l’esito della cura toglierebbe la nevrosi, il cruccio, la lama che taglia ogni bugia, tesa a occultare la colpa e l’integrale responsabilità di se stessi per una sconfitta subita e voluta, che sfiorisce la speranza di una vita migliore. Da una vita connotata da iperattività, che si contraddistingue in una fuga tracciata in un percorso circolare, dove si tenta di occupare ogni luogo di proprie opere e parole per occultare la catena potenzialmente infinita delle azioni oscure e innominabili, alla fine si dipinge la propria sconfitta. La sopravvivenza nel presente celebra la negazione di tutto ciò che si è sempre voluto.

Dall’altra parte lo scrittore, usa anche lui il protagonista e il suo vivere in modo terapeutico. È scisso da un rimando continuo del suo tempo, e dalla negazione delle persone, degli auspici e delle possibilità di relazione con le parti del mondo, tenute per intime. Una ex, una donna amata, la madre, la sorella che si vuole aiutare e che rimane sola, le aspirazioni di scrittore, la doppia immagine che è nel pubblico lavoro e nelle proprie credenziali rispetto alla comunità di riferimento, e alle sospensioni ondivaghe della percezione di sé nel tempo. Una adolescenza non finita, e non pienamente compresa, una prospettiva di azione negli stadi successivi dell’età adulta, nel senso integrale di inadeguatezza di ciò che si è facendo, nel pensare e nello scrivere rispetto a ciò che si prova nell’immedesimarsi nella propria carne. La propria carne del corpo che è inadeguata per un trapianto verso la madre, l’unico possibile contatto salvifico. Dall’incapacità di relazionarsi con la madre, nel momento che ella dimorò nelle case del ghiaccio, prima di uscire verso la strada senza riflesso. Nell’ammirare esternamente la sorella, in confronto alla sua incapacità emotiva, espressiva, operativa rispetto al dolore.  

E ora sentendosi monco, ecco che incontra un universo dell’altro che è di Piero e Alessandro Manzoni l’erede, nell’arte, nella scrittura di poesie su se stesso e sull’Italia nei suoi conflitti in ombra, ma sempre presenti. Lo scrittore, di rimando, assieme al protagonista, attraverso l’orrore e all’apparentemente assurdo, dialogano testimoniando di ciò che fu di loro stessi, delle loro speranze sfiorite, nel racconto d’invenzione di quei petali di giorni, tentando di offrire un polline reale verso il futuro.

I due parlanti stipulano un’intesa sapendo che il prezzo da pagare è la consapevolezza che porta l’ansia, il pericolo, e l’avvertimento di una caducità del proprio vivere in una progressiva sporgenza verso il bilico di un burrone. Il racconto è l’unico segno visibile dal cielo, scritto in un’isola arsa di Sole, di parole, e di persone, che offre la testimonianza di un altro vivere per rigenerare l’immagine di un nuovo futuro.

E qui è l’arte che canta nel ricordo e nell’esposizione, la loro volontà di scontare la propria pena, che è tutta il loro vivere. L’unica energia rimasta per seminare un’altra, disperata stavolta, possibilità d’esistenza.

§consigli di lettura: CAVOUR IL GRANDE TESSITORE DELL’UNITA D’ITALIA





© 1984 by Denis Mack Smith © 1984 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A.

© 1996/2010 RCS Libri S.p.A., Milano eISBN 978-88-58-76113-7 Prima edizione digitale 2013 Titolo originale: CAVOUR Traduzione di GIOVANNI ROSSI In copertina: Camillo Benso di Cavour in un ritratto di Hayez.

Il libro promette di svelare integralmente la personalità di Camillo Benso Conte di Cavour, ma forse è lui che sta svelando il nostro lato oscuro dello specchio.

Denis Mack Smith mostra quanto sia giovane l’Italia, ma noi italiani, nel leggerlo, avvertiamo di essere molto più antichi e infinitamente più complessi delle rappresentazioni offerte dall’opinione comune.

È un libro che ha avuto un enorme successo, quando fu pubblicato nel 1984. La storiografia da allora è andata avanti, perché mostra la limitatezza dei processi storici del periodo attorno alla figura di Camillo Benso Conte di Cavour. Lo stile è scorrevole. Non è un mero resoconto, perché sembra quasi un romanzo biografico, benché sia corredato da fonti autorevoli. Lettere, diari e i documenti degli archivi di Stato. La narrazione è basata sulle fonti dirette fornite dai protagonisti del tempo e dagli studi successivi dopo la morte di Cavour, passando per la rilettura del periodo fascista a quello successivo alla seconda guerra mondiale. Anche se alcuni archivi furono negati alla consultazione, i riferimenti incrociati permisero a Denis Mack Smith di percorrere le vicende pubbliche e private di Cavour assieme alle tendenze di lungo periodo che ancora oggi subiamo qui in Italia: dalle relazioni costituzionali e amministrative conflittuali tra gli organismi nazionali e quelli locali; dalle differenze linguistiche, economiche, sociali delle popolazioni italiche, dovute alle dominazioni dei differenti imperi e regni esteri, da vincoli economici come la mancanza di materie prime. Nonostante che nella minoranza esigua della popolazione ci fosse una comunanza storica e culturale verso un passato che il processo risorgimentale stava ricostruendo e ancor di più usando come mito dopo le guerre di indipendenza, la penisola italica era peculiare agli occhi altrui per la disorganizzazione e la parcellizzazione delle esigenze e delle rivendicazioni, e per un analfabetismo endemico, se rapportato alle nazioni del nord, e per una povertà spaventosa, da rasentare condizioni di servitù quasi medievali.

La vita di Camillo Benso conte di Cavour è una sonda che svela tratti di noi italici ancor oggi attuali. La sua vita nel corso degli anni, per le cariche assunte, era totalmente pubblica in sintonia con il suo presente, al centro dei conflitti europei. Fu una figura complessa e ambivalente, per l’eterogeneità delle valutazioni espresse dai regnanti, dai diplomatici e dai politici italiani ed esteri. Si avverte una sensazione di incompiutezza nelle descrizioni. Lo sconcerto deriva dalla condizione che indirettamente anche noi lettori siamo implicati in quei giudizi espressi.

Nel testo mancano riferimenti bibliografici diretti: solo nelle ultime pagine sono spiegate le modalità di reperimento. Da un punto di vista rigorosamente storico, ciò farebbe storcere il naso a lettori attenti, ma lo stesso autore spiega che in altri suoi libri vi sono note più puntuali associate ai documenti originali del periodo. Il libro è composto da più piani di lettura: una biografia quasi romanzata che permette di avere una visione panoramica di tutti gli altri attori; una stesura di valutazioni delle luci e delle ombre del risorgimento in rapporto alle vicissitudini di Cavour, che però non sono meramente psicologiche o morali, perché afferiscono a documenti storici pubblicamente consultabili. Infine, vi è una continua riflessione sul modo di leggere gli eventi, gli uomini e le donne di quel periodo, sia dal punto di vista del lettore sia dalle possibilità ulteriori per la ricerca storica, sia per l’agone politico odierno.

Introduzione  “[…] Queste vittorie furono conquistate contro avversità di ogni specie, e sono tanto più stupefacenti, in quanto il Piemonte di Cavour era uno Stato piccolo, dotato di scarsi mezzi. Non solo egli superò le difficoltà frappostegli dall’opposizione interna piemontese, ma tutti gli altri Stati italiani, malgrado ristrette minoranze fossero talvolta disposte ad aiutarlo, avversarono vigorosamente la sua opera. Uno dei risultati fu che il Risorgimento, lungi dal risolversi totalmente in una lotta contro l’oppressione straniera, fu anche una serie di guerre civili, le quali fatalmente lasciarono aperte ferite che non sarebbe stato facile sanare. Cavour ottenne grandi successi nel raccogliere adesioni al nuovo Regno, ma talune divisioni interne si rivelarono irriducibili: non soltanto la divisione tra conservatori e radicali in politica, ma quelle tra Chiesa e Stato, tra proprietari terrieri ricchi e contadini poveri, tra le più prospere regioni settentrionali e la miseria del sud. Tirate le somme, l’unificazione italiana fu un grande successo. Ma alcuni fallimenti collaterali lungo il cammino sono un elemento essenziale del quadro, e pongono in rilievo in tutta la sua pienezza il trionfo finale. Talvolta Cavour parve trovarsi sull’orlo del fallimento totale; talaltra compì quelli che per sua stessa ammissione erano errori di giudizio, ed impiegò metodi che sapeva sarebbero stati considerati disonorevoli; qualche volta, quando le circostanze sembravano congiurare contro di lui, parve in balìa degli eventi. L’abilità di Cavour si può valutare, giustamente, tracciando non soltanto i successi ma anche le difficoltà, le incertezze, gli sbagli, nonché ciò che lui stesso chiamò «la parte meno bella dell’opera». Ma la capacità di porre rimedio agli errori e di sfruttare a proprio vantaggio condizioni avverse era un ingrediente essenziale della sua suprema arte di statista. Nessun uomo politico del secolo – sicuramente non Bismarck – seppe realizzare tanto muovendo da così poco. Fu sventura gravissima ch’egli non vivesse abbastanza a lungo per poter applicare la sua abilità e la sua intelligenza ai problemi iniziali del Regno alla cui creazione aveva contribuito in misura tanto rilevante. […]”

§CONSIGLI DI LETTURA: LE GUERRE DI MUSSOLINI. DAL TRIONFO ALLA CADUTA

John Gooch Le guerre di Mussolini dal trionfo alla caduta Le imprese militari e le disfatte dell’Italia fascista, dall’invasione dell’Abissinia all’arresto del duce.

Titolo originale: Mussolini’s War. Fascist Italy from Triumph to Catastrophe, 1935-43 Original English language edition first published by Penguin Books Ltd, London Copyright © John Gooch, 2019 The author and illustrator have asserted their moral rights All rights reserved Traduzione dall’inglese di Marzio Petrolo, Micol Cerato, Cecilia Pirovano Prima edizione ebook: settembre 2020 © 2020 Newton Compton editori s.r.l., Roma

Il libro di John Gooch offre una ricca bibliografia riferita agli attori istituzionali implicati nelle vicende delle guerre d’Italia durante il periodo del fascismo. Un puntuale resoconto storico che snoda le fasi di preparazione, di inizio, di svolgimento e fine dei conflitti. Passa dal livello di diario, a quello di lettera, al riassunto di una riunione, al dispaccio, e alle riflessioni scaturite dalla lettura dei documenti storici che negli anni si rivelavano dopo la seconda guerra mondiale.

È utilissimo nell’approfondire il fascismo nella sua organizzazione militare ed istituzionale che pervadeva l’intera società italiana. Vi sono motivi storici per la rimozione di ciò che l’Italia e gli italiani furono in quegli anni nella messa in campo della politica coloniale, nelle repressioni interne, nella povertà, nel relativo miglioramento e progresso dovuto allo sviluppo tecnologico, e al lento ma continuo processo di alfabetizzazione, accompagnato da una limitazione ideologica e repressiva della libera ricerca e del libero pensiero. E ancora di più, nella nostra inclinazione ad abbandonare l’alleato di un’ora prima, per abbracciare il più forte che emerge nella contingenza.

Nel libro risultano tendenze di lungo periodo di noi italiani nella mancanza di organizzazione e della improvvisazione che si legano a una notevole creatività, associata però alla negazione della realtà dei fatti e dei propri limiti, per ottenere il consenso basato sulla suggestione, sulla bugia, sul plauso e sulla teatralità. Prevale in modo strutturale l’impreparazione, il clientelismo deleterio che premia figure analfabete, inadeguate, criminali e meschine. Sia chiaro: l’opera Benito Mussolini nell’accentrare il potere, inibire il coordinamento tra i vari corpi militari e nel disattendere i piani e i consigli preparati dai tecnici, dagli economisti, dai pochi generali valenti e onesti intellettualmente che lo criticavano nelle sue scelte portando argomenti chiari e coerenti, non è giustificata. No. Anzi: lui e l’apparato sono ancora più responsabili di aver portato a morire decine di migliaia di giovani consapevolmente e di averli lasciati allo sbaraglio senza armi, vettovaglie e indumenti.

La figura di Benito Mussolini risulta completamente inadeguata, limitata, folle nell’intendere la guerra, la tattica, la strategia. Considerando il contesto italiano deficitario di materie prime e di fattori di produzione siderurgici in una strutturale dipendenza dai capitali esteri, emerge l’ineludibile tendenza a finire nelle braccia della Germania durante il corso della guerra. Braccia velenose e crudeli.

Come in ogni guerra, in uno stesso esercito o battaglione vi sono atti di crudeltà e di orrore, assieme a quelli di eroismo, umanità e di fraterna compassione anche per i civili. Nel libro è descritta passo passo la nostra responsabilità, censurata nella memoria collettiva, della guerra di Spagna: fummo risoluti nella letalità e nella crudeltà, come nella guerra d’Etiopia. Nonostante tutto, però, a molti generali e alti funzionari delle istituzioni governative, fu chiaro che non eravamo in grado di sostenere una guerra contro le forze imperiali. Nel libro è trattata in parallelo l’invasione delle Jugoslavia, della Grecia e dell’Albania. E in ognuna di queste tragedie emerse rispettivamente l’orrore che compimmo, la valida resistenza dei greci e la nostra impreparazione che ci obbligò a richiedere l’aiuto della Germania. Fu l’inizio della fine che fu anche declinata nella ridicola invasione in Francia; ridotta a una serie di scaramucce nei confini, che causarono una seconda richiesta di aiuto alla Germania. Vi sono preziose pagine relative alla preparazione e alla conduzione della “gloriosa” campagna in URSS. Il disastro consapevolmente voluto.

I militari italiani al netto dell’impreparazione organizzativa e logistica di queste campagne di guerra, furono simbolicamente fucilati alle spalle dai generali; descritti uno per uno. Nonostante tutto, alcuni reparti delle forze armate italiane furono ammirati e rispettati sia dai tedeschi, come Rommel, sia dagli inglesi, in particolare gli alpini e i bersaglieri che combatterono con il nulla che avevano a disposizione.

Vi sono anche le descrizioni dettagliate degli scontri tra i croati e i serbi e tra questi, tra i cetnici, i repubblicani, i comunisti, i musulmani, gli albanesi, i kosovari e i montenegrini. Non furono   da meno anche loro nelle azioni crudeli. I fattori di quei conflitti sono utili a comprendere le instabilità politiche del presente in Europa.

È un libro veramente storico: una miniera per comprendere oggi e ieri, indirettamente anche prima del fascismo. L’autoritarismo. La formalità stucchevole e polverosa, quasi tenue che nasconde però il disprezzo totale per il popolo. Una nazione di mentalità signorile che tende ad accentrare il potere in pochi cooptati per la benevolenza da parte dei potenti, e che tiene il controllo verso i cittadini con un paternalismo a gocce da una parte e da una fredda autorità verso i sottoposti. Una mentalità signorile che fa la voce grossa con i più deboli, ma pronta a riverire chiunque gli si mostri di poco più forte. Compiacente verso il miglior offerente in modo sciatto, meschino, goffo e assurdamente controproducente.

Forse sono caratteristiche che si possono ritrovare ancor oggi.

È sorprendente come i pochi generali, nell’aderire al fascismo e alle sue caratteristiche più oscure, alla fine mostrando anche un amor proprio per sé e per la patria, opponendosi alla sciatteria guascona del regime e dello stesso Benito Mussolini, fossero rimossi immediatamente, inascoltati dai loro colleghi, i quali mostrarono un atteggiamento meschino e rivoltante nell’evitare le proprie responsabilità, accusando i propri sottoposti.

Leggendo questo lavoro imponente si prova vergogna per ciò che siamo stati, e compassione per le donne e gli uomini traditi e mandati allo sbaraglio. Un paese che uccide i propri figli e che nega una visione strategica per le generazioni future. E forse anche queste sono caratteristiche attuali.

Un libro di altissimo livello storico che, oltre a fornire un quadro a tutto campo delle relazioni sottostanti al fascismo durante la guerra, offre specchi caleidoscopici nel futuro, cioè nel nostro presente.

§CONSIGLI DI LETTURA: Bellezza di Mario luzi

In Poesie Ultime e ritrovate (1994-2005), 2014, Garzanti, Milano

Va letto tutto. Sfogliando a caso nel mezzo del libro, riporto questa poesia (Bellezza). Mario Luzi ha dentro la prosodia. Ha un ritmo innato e coltivato negli anni di letture, esercizi, prove, e di vita vissuta per ogni aspetto del suo vivere. La lingua italiana: aperta nelle vocali, con un ampio spettro cromatico in relazione alle variazioni di timbro delle consonanti. La possibilità di variare gli accenti nei versi secondo ritmi regolari, con forme che si avvertono immediatamente nella composizione dello scorrere del verbo parlato e scritto. È La bellezza della lingua italiana nella possibilità di variare nelle gutturali, nelle dentali, conferendo il ritmo poetico dell’armonia dei suoni, nella capacità di mantenere la coerenza d’accento nella variazione dei volumi sonori.

Tutto ciò permette la costruzione di complessi legami tra i versi e le strofe che richiamano strutture coerenti tra le armonie sonore, in modo che l’orecchio le percepisca. La colossale capacità della lingua italiana di sostenere la musicalità del canto poetico in una quantità impressionante di sequenze di versi, senza mai cedere alla facile caduta e appiattimento del verso deteriorato in prosa.

Mario Luzi scrive in modo rarefatto in apparenza, ma tale leggerezza deriva da una densa riflessione sui temi trattati in concomitanza al suo estro poetico che è fisico e immediato. La bellezza si subisce. L’estetica è un patimento in cui il corpo e la mente avvertono la loro divisione creduta, nella possibilità di esprimere la gamma dei sentimenti, scaturiti dalle emozioni in rapporto al mondo. La realtà spinge, irrita, penetra, muove, strabilia, strugge, impaurisce, allarga il giudizio che noi abbiamo del nostro stare con noi stessi e nel mondo.

Nei primi tre versi il mondo si presenta innanzi a noi, nel suo stare davanti e dentro il nostro sentire, che è la base del pensare e del parlare. La bellezza, la forma, il volto. Le regolarità in cui il pensiero determina se stesso attraverso il linguaggio scaturiscono dalle forme che avvolgono i visi degli umani, dei paesaggi, degli alberi, delle case, del cielo, dell’orizzonte, in cui il collegamento comune è quella indeterminatezza che è denominato il bello. Non a caso Mario Luzi scrive il termine “sentiamo”. Bellezza ti sentiamo, ma non ti vediamo, non riusciamo a definirti, ma è impossibile negare che tu non sia. In questi primi tre versi il mondo si presenta e noi riceviamo cognizione di noi stessi attraverso il mondo, con il sentire che è illusione e incanto. Cioè lo stupore, la meraviglia: il cuore del nostro pensare anche nel suo decadimento nel linguaggio e nel verso.

La poesia incanta. La sorpresa blocca quello che crediamo sia il pensiero. La bellezza mostra la nostra limitatezza: liquefa i muri regolari che noi creiamo nell’illusione che sia il mondo. Si noti come gli ultimi tre versi si concludano con le dentali. Cioè abbiamo un blocco della riflessione, perché essa avverte che noi eravamo nell’illusione dei giudizi creduti stabili. La bellezza, la forma e il volto ci ammutoliscono, e quindi le dentali bloccano il fluire del verso, perché inadeguato a descrivere nel ritmo poetico tale sentire.

E tale consapevolezza è comune. Il poeta qui è già aperto in questo sentire che avverte l’essere comune a ognuno. Questo noi è di colui che legge, che poetizza, che semplicemente avverte tale meraviglia. L’irresistibile senso poetico che è l’elemento comune di ciò che è umano.

Il verso successivo è una esortazione nella consapevole idea che la bellezza non è da noi eterodiretta, e la si prega della sua benevolenza o in modo invertito nel ritmo del verso, nel quale noi stessi si sia capace di sorridere, cioè di sostenere la propria apertura verso il mondo. Tale sorriso non manifesta la sua presenza, ma richiama un segno che traluce tra l’ombra del mondo, che è tale perché copre una sorgente che abbaglia; impossibile da vedere integralmente. La mente, cioè la riflessione su tale sentire, si innalza ovvero sente la convinzione che i pensieri possano mantenere tale sorriso che è contemplazione, nel giudizio che qualsiasi opera, parola, progetto sulla bellezza è una contraddizione: l’impossibilità a rinchiuderla, ovvero a serrare la sua bocca. La luce del verbo che traluce.

E poi nella consapevolezza che agisce al di là dei nostri intendimenti, e quindi nella nostra necessità di fornire un quadro compiuto del mondo, che è impossibile a determinare, allora noi, non lei, cala a precipizio. Ciò ci sgomenta, ma lo sgomento è il nostro calare del precipizio dell’illusione di averla afferrata, e quindi in una oscurità opaca che non permette il tralucere.

Si noti il gioco dei due versi tra il “tralucere” e il “talora”. E anche qui le dentali sono poste in modo invertito, rispetto ai due versi precedenti che si concludevano con altre due dentali. Questo collegamento incrociato, mirabile, di livello altissimo nella prosodia, permette a noi lettori di comprendere il senso logico, fisico, estetico di questo scorrere poetico con apparente semplicità, come se tale discorso fosse naturale, senza bisogno che ci si fermi a riflettere del doppio gioco che si pone tra le attività del nostro io verso il mondo.

Questi versi sono il resoconto di millenni di senso estetico, dipinti dalla meraviglia, in modo apparentemente leggero e per noi lineare nella lettura. Non avvertiamo nel magnifico gioco delle consonanze e delle assonanze che la lettura quasi lineare è una illusione che maschera una struttura complessa del discorso con variazioni multiple di cadute verticali emotive. A noi sembra appunto elementare tale discorso, perché Mario Luzi, non attua metafore, allegorie, allusioni, rimandi, ma pone il tema davanti, con la sua capacità poetica nel mostrare che tale oggetto è inafferrabile, e appunto tale gruppo di versi mostra l’impossibilità di presentarlo compiutamente nel verso. Sono versi denotanti una negazione che, attraverso la chiarezza dei legami consonantici, a noi risuona immediatamente innanzi. Qui è la grandezza di questo poeta.

Mario Luzi mostra il ritmo del parlare e del verso, di ognuno di noi, nell’innalzare e nel calare, le armoniche dei pensieri sugli orizzonti del mondo.

Il verso successivo apre una danza contraria rispetto alla esortazione del sorridere, che è quello di chiudersi, perché appunto consapevoli di non essere noi gli artefici del suo essere. La bellezza è paga, piena, non abbisogna di noi: ecco la meraviglia e lo stupore. L’indifferenza non è della bellezza, perché altrimenti sarebbe personificata. L’indifferenza diviene dalle nostre illusioni di descriverla, cioè di differirla. Il nimbo è questo luogo indescrivibile. La nuvola non ha forma e non ha volto. Cangiante nella continua risposta a esser descritta.

Tale verso di esortazione è un inganno, perché è una ripetizione del verso precedente sul sorridere, e fa credere che sia la bellezza ad agire e ad essere in relazione con noi. I due versi invece descrivono le nostre reazioni: il nostro sentire che vorrebbe dare la forma, cioè del sorriso che è aperto. La preghiera informa del consapevole artificio della sua inutilità che non dipende da noi. La bellezza che noi avvertiamo, è lo stupore della nostra impossibilità, che può esser descritta non da un comando, ma da una esortazione che è l’estetica sensazione della propria limitatezza.

“Non dormire in te” è la prosecuzione dell’inganno poetico, cioè io poeta dormo nella mia illusione che sia artefice della possibilità di incantarmi della bellezza, intervenendo su essa. Cioè versificando su di essa. Il termine “profondi” è trasformato in un aggettivo verbale, che, con le locuzioni omesse, crea un collegamento nascosto nel ritmo poetico nell’esortazione a non dormire. Il termine “profondi” avverte la presenza dell’oscuro, corrispondente per il poeta all’aprirsi alla grazia, ovvero a ciò che è di inaspettato e impossibile da contrattare, ma che può comunque arrivare. Tale possibilità implica l’impossibilità a dire che non arriverà mai. Non tanto perché si sa della grazia, ma perché noi, sia per la bellezza sia nello sprofondare nel mondo dell’indicibile, non possiamo definire alcunché. L’esortazione del poeta è nel suo verso e nella sua ultima illusione che la grazia sia.

Questa poesia ha quattro gruppi di esortazioni aventi la funzione di sorreggere le strofe, che giocano sulle sibilanti della limitatezza, della bellezza e sull’innalzare che taglia i nostri pensieri. Tale limitazione avviene per il sentire attraverso lo sgomento e il senso del profondo. Il legame del verso raccorda i due termini nel ritmo le due esortazioni finali relative alla grazia, la quale essendo prodiga, mostra il nostro volere piccolo e bugiardo.

La poesia conclude con il termine “Siilo”. È una meravigliosa chiusura di un sentire dolce, timido, consapevole e universale. Che tu lo sia. “Siilo” è la radice di tutti i versi della poesia con questa sibilante iniziale “SI..” che fa da contraltare con le “z” che tagliano. È una preghiera di speranza. L’ultima illusione di questo immenso poeta.

Bellezza, lo sentiamo

che sei al mondo.

Qualche transitiva forma

ci illudiamo ti sorprenda.

Da qualche raro volto

ci fulmini e ci incanti.

Sorridi, se puoi, traluci

tutta quanta: la mente

innalza allora i suoi pensieri,

talora, lo so, cala

a precipizio dentro i suoi sgomenti.

Non chiuderti però,

ti prego, paga

o indifferente nel tuo nimbo,

non dormire in te, profondi

in chiarità

viva la grazia – fu prodiga

con te lei, tu pure

vogliamo che lo sia. Siilo.

§CONSIGLI DI LETTURA: vita e destino

Uno struggente, continuo, poetico inno alla vita

È motivo di imbarazzo la volontà di scrivere qualche riflessione su “Vita e destino” di Vasilij Grossman nella ristampa del 2008, Gli Adelphi, Milano. Semplicemente: è un capolavoro monumentale. È un viaggio nell’animo umano: di ciò che più intimo abbiamo nello splendore e nella dignità del vivere di ognuno e del suo morire. In questo libro vi è la compassione, l’amore, l’odio, la bassezza e la meschinità, la crudeltà, l’assassinio voluto e progettato, l’orrore, il razzismo, la guerra, i lager, i gulag, la fame, la malattia, la speranza, la dolcezza, la voglia di amare se stessi, i propri cari, i figli e le figlie.

Fu terminato nei primi anni sessanta del secolo scorso. Vasilij Grossman combatté a Stalingrado durante la seconda guerra mondiale. Fu un giornalista, un saggista, un romanziere, un lettore attento dell’animo umano, un esperto di politica, e, per le sue esperienze, un profondo conoscitore della guerra e dell’oppressione. Scrisse diari e libri sulle vittime per opera dei tedeschi in URSS. Ebbe una lunga gavetta dura di sangue e di letture, di vita e di morte. Padroneggiava gli stili dello scrivere. Profondo conoscitore della letteratura russa e, nelle pieghe della censura sovietica, anche di quella degli altri paesi.

Il libro fu censurato dall’Urss e anche da noi, qui in Occidente. Da colui che visse Stalingrado, prima della guerra e dopo, e la censura di Stalin e di Krusciov. Si sente la Russia che è prima e continua a esserci nell’URSS. La Russia che non è solo dei russi, ma dei popoli che lì dimoravano nelle pianure infinite. Riformula continuamente la nozione di popolo, di epica, e della madre Russia. Non a caso è stato definito il libro che segue “Guerra e Pace” di Tolstoj, che in realtà il titolo dovrebbe essere “Guerra e vita”. Un libro imbarazzante per il mito del cuore del popolo russo e anche del nostro, di noi (non gli italiani, perché combattevamo con i tedeschi) alleati. Colpevoli di aver chiuso gli occhi sui lager e anche sulle epurazioni che dopo la guerra l’URSS intraprese contro coloro che professavano la religione ebraica.

Vasilij Grossman è consapevole che il processo storico sociale del nazismo non può essere semplicemente equiparato a quello del comunismo, ma, a costo di rischiare la vita o di finire povero e isolato (e ciò accadde, dopo i fasti e gli onori per le sue attività di guerra e di scrittura durante la guerra e nei primi anni successivi ad essa), volle affrontare la verità: la rivoluzione russa con Stalin e con l’URSS è stata tradita. I popoli dell’URSS dopo il nazismo vivono un comunismo che tale non è, perché in realtà ha un elemento comune con coloro che sconfissero in guerra: il totalitarismo che è basato sulla violenza. Ma, secondo Vasilij Grossman, l’uomo ha un anelito irresistibile alla libertà, perché ogni uomo è unico e irripetibile.

“Vita e destino” fu ripescato per caso, in una sola copia. E fu da monito per tanti scrittori all’epoca dell’URSS, come i fratelli Stugarskij che creavano copie nascoste e frammentate dei loro testi, per non farle sparire e diffonderle comunque, anche inviandole a editori che le avrebbero rifiutate (molti per non finire nei Gulag), con la convinzione che comunque sarebbero girate comunque.

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Il romanzo è uno struggente, continuo, poetico inno alla vita. La vita senza aggettivi, senza idee che pretendono di giustificarla, senza utopie che presumono darle uno scopo: la vita come dono. Questo lungo canto di sofferenza è una possente epica lirica che travolge qualsiasi narrazione ideologica, mostrandola piccola, statica e piatta nella sua visione del mondo.

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“Vita e destino” fa sentire i popoli delle steppe, tutti, non solo i russi e nelle sue pagine vi sono tratti altissimi di epica, lirica, mito, riflessioni filosofiche ed etiche profonde e capitali.

È impressionante la variazione degli stili letterari che compaiono in corrispondenza degli eventi, dei dialoghi e delle personalità dei protagonisti che sono tanti e tanti: sovietici e, ed è qui lo scandalo, anche i tedeschi. I tedeschi nella loro umanità come quella dei sovietici, sia nella loro terribile crudeltà sia nelle speranze, e nelle paure di alcuni.

Non è un libro da leggere in modo episodico e distratto. Il lettore sente i protagonisti vicino, nella loro carne, nel loro respiro, nelle loro gioie e dolori. Meravigliose le pagine dello struggimento d’amore, e terribili quelle delle azioni di guerra, vere, dure, crude, senza retorica. Ma, ancora di più, quelle relative ai lager e ai gulag. E da lì si comprende, perché nessuno, fino a che Vasilij Grossman fu in vita, volle pubblicare il romanzo. NESSUNO, ovunque.

Impossibile trascrivere un frammento di questo capolavoro: non rende giustizia a questo monumento sull’umanità. Veramente: questo è un libro che va vissuto integralmente, con tutto il proprio cuore.

§CONSIGLI DI LETTURA: Trilogia dello Sprawl

Gibson, William. Trilogia dello Sprawl: Neuromante – Giù nel cyberspazio – Monna Lisa cyberpunk (Italian Edition) . MONDADORI. Edizione del Kindle.

Tonnellate di pagine sono state scritte su questa trilogia magnifica che ha avviato un genere, più rigoglioso che mai, fino ad oggi. Si può offrire uno spunto in più, partendo dalle tecnologie di oggi. Lo stile riprende Burroughs, nel tono e nella sintassi violenta, e si frammenta in un gergo digitale. La droga è elemento chimico, strumento, tecnologia, non più pozione. Sotto vi è il mito dell’immortalità per opera di un’alchimia tra scienza, tecnologia, fede.

Il primo volume connota uno stile che continua negli altri due in una inclinazione analogica nell’evocare strumenti, meccanismi, ditte, marche, oggetti del passato: tutti fusi e impastati in un grande GOLEM: l’osare. Andare oltre i limiti e quindi pagarne lo scotto. Da Philip Dick al mito di Icaro, ad Adamo ed Eva.

William Gibson è uno scrittore unico: scrive coniando termini come ciberneutica e cyperpunk, senza conoscerne effettivamente le tecnologie sottostanti. I romanzi sono stati scritti negli anni ottanta, ma risentono di modi di vedere dei due decenni precedenti: l’impostazione è meccanica. Si riprende dell’innesto corpo macchina che è orrorifica nella locuzione del <<cyborg>>. Oggi le tecnologie sono più soft, l’impostazione è sì di rete, ma più articolata e dematerializzata. Dal tendine al muscolo, si arriva alla molecola, al Dna.

Il punto di vista è statunitense, più precisamente asiatico-californiano.

I luoghi sono claustrofobici: tombe per dormire, scale e piani a chiocciola. È una distesa cibernetica di reti, nelle quali i nodi, gli uomini e le donne, possono essere costruiti, decostruiti, riprogrammati, distrutte. Sia nelle città sia nello spazio, negli asteroidi e dentro il cyberspazio.

Nei tre libri emergono grandi quantità di oggetti di tutti i tipi: una chincagliera sterminata nel tempo, tra elicotteri, accendini, mobili, ringhiere, banconi, vestiti. Un enorme supermercato semovente pacchiano, altamente tecnologico, assieme alla sporcizia, al vecchiume, all’immondizia. Ognuno è potenzialmente un residuo che è sempre in vendita: parti del corpo, e pure le loro molecole e neuroni. Una continua presenza di polvere e pulizia patinata. Un’osmosi putrida, come i filtri di un rene.

Tutto deve essere pieno in un continuo vortice che trasmette, ingoia, pulsa oggetti. È emblematico nel secondo romanzo, il robot con le tante braccia che assembla scatole, relazioni, dati, oggetti, simboli. Significati. Il cyberspazio che parla con se stesso e ingoia continuamente se stesso.

È una trilogia che permette una nuova visione del nostro inconscio.

Sia consentita però una nota traduzione in italiano del terzo volume. Vi sono errori sistematici nell’uso dei condizionali con in congiuntivi. E talvolta l’uso di verbi fattuali ripetuti che denotano una semplificazione eccessiva del testo in lingua originale. E non mi si dica che è una traduzione letterale dell’autore. Non esiste sia nel testo inglese e anche per il fatto che nella lingua italiana si ha una maggiore libertà nel comporre le forme verbali, rispetto a quelle inglesi, e in particolare di Gibson che non usa un linguaggio sofisticato.

Nei libri che compongono una saga, o che più semplicemente si riferiscono l’un con l’altro vi è il rischio di dover elaborare finali non troppo originali, per mantenere la coerenza giustapposta in romanzi che magari all’inizio erano progettati per essere unici. Vi sono comportamenti prevedibili per alcuni personaggi alla fine. Come se l’autore volesse tirare le fila e chiudere i discorsi aperti e di poco incoerenti degli altri libri, ma il livello è altissimo nella tensione emotiva per la scansione degli eventi.