Tutti gli articoli di Lino

Tanti anni fa ho cominciato a scrivere poesie, per gioco, inconsapevolmente. Quei versi erano solo miei. Mi facevano compagnia, erano il mio modo personalissimo di esprimermi. All'inizio del 2012 ho cominciato a scrivere con più consapevolezza. Se nel mio primo periodo la mia espressione artistica riguardava la creazione al di fuori di me, ora la materia della mia espressione artistica sono io, le mie emozioni, le mie sensazioni. Un'introspezione dunque, profonda ma liberata. Ora voglio condividere. Ora posso svelare. Con i miei versi. Con le mie poesie.

§CONSIGLI DI LETTURA: la citta’ condannata

Arkadij e Boris Strugackij LA CITTÀ CONDANNATA Traduzione di Daniela Liberti

Titolo originale Град обреченный – The Doomed City

Strugackij, Arkadij. La città condannata (Italian Edition) . Carbonio Editore.

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Copyright © 1988, 1989 by Arkady & Boris Strugatsky © 2020 Carbonio Editore srl, Milano Tutti i diritti riservati Traduzione dal russo di Daniela Liberti Pubblicato con il supporto del TRANSCRIPT Programme to Support Translations of Russian Literature della Mikhail Prokhorov Foundation

Un libro destinato a non uscire secondo le stesse intenzione dei due scrittori. Dai contenuti e dalla trama, quando iniziarono a comporlo nel 1967 nel tempo dell’Unione Sovietica, e alla luce delle enormi difficoltà per pubblicare le loro precedenti opere, i fratelli Strugackij sapevano che sarebbero incorsi nella censura in una previsione ottimistica, se non in carcere, o direttamente nei Gulag. Le esperienze dei loro colleghi scrittori erano evidenti.

Come per i precedenti libri, spedivano in prima lettura ad editori fidati, i quali rispondevano di non poterli pubblicare, perché, nonostante i temi fantascientifici, lo stile che oggi noi diremmo distopico, i temi delle fiabe, la descrizione del vivere russo e dei popoli all’interno dell’URSS, vi erano critiche all’amministrazione, al vivere civile, alle leggi, agli scopi e alla logica stessa di un apparato che si diceva rivoluzionario da anni e anni.

Lo stile delle loro opere, e di questo romanzo, è ricco di variazioni tra il favolistico, l’umoristico, accompagnato da un’analisi fredda dei meccanismi del consenso, del potere, dell’asservimento. Nonostante che i temi siano dissimulati e narrati con il meccanismo del paradosso e dell’ironia, la critica emerge netta e dura. Anzi, proprio per lo stile apparentemente leggero, pazzo a tratti, e quasi da cabaret, che aveva la funzione di occultare la critica radicale all’URSS e in più in generale alla costruzione dei miti usati dal potere politico ed economico per asservire le persone, per contrappasso, si traduceva in una condanna senza appello.

Ecco perché spedivano comunque le loro opere: anche nel diniego, le copie passavano in una cerchia di lettori professionisti sempre più ampia, in modo che poi qualcuno di loro fosse stato in grado di stamparlo all’estero. Per molte delle loro opere così accadde. I due scrittori assunsero precauzioni da vere spie dei romanzi gialli, cercando di nascondere il libro e le versioni corrette. Lo rimaneggiarono fino al 1973. Poi finalmente riuscirono a pubblicarlo dopo il crollo dell’URSS, ma anche qui dissimulando in due parti, e riducendolo. Non si fidavano degli apparati che erano ancora presenti nella nuova Russia. Nel 2000 finalmente uscì una versione unica, ricorretta e limata.

La “città condannata” è l’URSS, anzi è ogni agglomerato statuale che dopo un presunto processo rivoluzionario, per tentare di sopperire alla contraddizione tra le teorie del mutamento e la volontà di rimanere stabilmente nei centri del potere, rende vuoti gli obiettivi e gli scopi, delineando la dichiarazione di una terra promessa sempre di lì da venire, per un uomo nuovo e una società nuova. Tutto è subito in vista della società dell’avvenire, e ognuno è un ingranaggio.  I fratelli Strugackij mostrano che l’insensatezza, l’assenza di ragionamento, le parole d’ordine vuote sono gli strumenti razionali e coerenti del potere che asservisce e che ha l’unico scopo di mantenere se stesso, vuoto, e rivestito di una promessa sempre futura.

Un libro complesso, durato trenta anni. Molte caratteristiche dei personaggi, dai tic, ai modi di dire ritornano continuamente, come un leit motiv di annuncio dei personaggi delle opere di Richard Wagner. Questa apparente ridondanza è dovuta anche alla ripresa di temi e dialoghi nell’arco di decenni, con pause dovute alla scrittura di altre opere. I personaggi sono descritti in modo fisico, carnale, dalla sporcizia ai tic. Si ha l’impressione di averli vicino, fino a sentire la puzza del loro sudore. Si conosce anche il modo di vivere dei russi, ma della Russia profonda, dalle loro bevande, agli strumenti di lavoro agricolo e di fabbrica, ai carri, e agli indumenti, dai riti e dalle ricette tipiche, anche dei popoli non russi dell’URSS. Questo libro mostra il grande arcipelago dei popoli di questa Unione imperiale. La loro commistione e l’evidenza di antichi conflitti.

Sono trattati i temi dell’amministrazione, dell’informazione, della violenza, della tortura, della carestia, della mancanza di libertà, del razzismo, dello sciovinismo, e del maschilismo: le donne sono trattate molto male, proprio da coloro che indicano nell’esperimento (la società rivoluzionaria comunista, socialista, non ha importanza, anche totalitaria in modo astratto) la volontà di perseguire l’uguaglianza per un uomo e una donna nuova.

Lo stile dei due scrittori è rivestito da una sintassi brillante che avvolge il lettore, e lo spinge ad andare avanti con un ritmo talvolta da fuochi d’artificio, oppure lento e riflessivo. Vi sono variazioni continue in un tema di fondo che fornisce il ritmo della scansione degli eventi. Le allegorie sono originali e comiche.

È il loro libro: l’opera che secondo gli autori non sarebbe mai potuta uscire. Completamente inattuale. E lo è ancora oggi, perché le riflessioni contenute sono vive nel nostro presente.

Secondo le analisi di questi anni il libro è catalogato nel settore della distopia. I due fratelli nel 1967 non avevano in mente tale termine. Comunque il libro è molto di più: uno scrigno che via via nelle sue secrete, mostra l’aberrazione di ciò che è ritenuto “normale”.

Un libro godibilissimo, ironico, d’avventura, e denso di temi.

Vi è un’analisi approfondita sul potere che asservisce, descritto con una ironia dissacrante: per togliere regalità al re, occorre che sia visto nelle sue concrete fattezze: ridicolo e nudo. La risata disvela l’orrore della apparente normalità e dell’accettazione di valori imposti e pienamente contraddittori nella loro formulazione.

I fratelli Strugackij perfezionano il loro stile, talvolta poetico, nel mostrare la normale violenza dell’assurdo che è il nucleo dell’attività politica e di indirizzo che pervade ogni amministrazione, fino a ogni modo di vivere del singolo. La denuncia di ciò è mostrata attraverso il lato comico dei tratti caratteriali dei protagonisti, oltre alle loro goffe e patetiche imprese.

La risata che condanna questa città.

§CONSIGLI DI LETTURA: Stupro a pagamento

Stupro a pagamento: di Rachel Moran

“Stupro a pagamento”, Edizioni Fuori Rotta, di Rachel Moran, è un libro autobiografico in cui è narrata parte della vita trascorsa dell’autrice del testo. Nelle narrazioni autobiografiche vi sono diversi approcci nel presentare il passato che è proprio, nel presente, in un luogo pubblico che è quello dei lettori. Il passato, nelle trascrizioni, non è un intervallo unico e lineare. Gli eventi talvolta seguono una scansione progressiva, che è anche intervallata da ritorni di ciò che avvenne nell’istante di lettura, oppure prefigurazioni di ciò che avverrà in un futuro anteriore. O ancora tutte e tre le opzioni nella stessa trama narrativa. L’autobiografia può essere svolta in una narrazione di momenti apicali e fondanti che portano alla costruzione del personaggio nel presente della lettura, oppure in un continuo scorrere delle fasi del proprio vivere, sempre selezionato, come maree riverse sulla spiaggia. Talvolta il passato ritorna in uno stesso punto che è considerato il tema del libro. Una autobiografia è l’occasione per parlare esclusivamente del proprio mondo interiore, oppure degli eventi storici in cui ci si è trovati ad affrontare sia a livello delle proprie relazioni sia per fasi storiche che hanno riguardato i contemporanei. Oppure per giustificare e comprendere le proprie scelte del passato. Se poi vi è anche una riflessione etica sul proprio operato e sulle società in cui si fu e si è immersi, l’autobiografia diventa un memoriale che, in base ai temi esposti, si configura anche come una denuncia sociale. Il corpo e il proprio vivere diventano gli elementi per un’analisi della società di lungo periodo nelle asimmetrie di potere e deprivazione che in essa albergano.

Il libro “Stupro a pagamento” di Rachel Moran è tutto questo. È stato scritto in dieci anni, e nel momento in cui l’autrice cercava di comprendere e ricostruire il suo passato, le cause e i processi erano ancora in atto dentro di Lei, sia a livello emotivo sia sul piano pubblico. È una narrazione del proprio passare, in modo apparentemente caotico, verso una maggiore consapevolezza della propria condizione interiore che è comune alle donne, di tutte le donne del pianeta. La prostituzione è una forma originaria di schiavitù, in cui la donna, tutte le donne potenzialmente sono oggetto di scambio. Stuprare significa anniettare, demolire, scarnificare: manipolare ciò che già nella propria testa si considera un oggetto inerte.

La prostituzione agisce e permane nella visione della donna come oggetto disponibile ed eventualmente da distruggere.

La donna che è nella prostituzione deve essere continuamente distaccata da se stessa, dove lo schermo che essa crea per sopravvivere emotivamente e fisicamente, alla fine, dopo un lasso di tempo che può durare un mese o anni, cede nella malattia e nella morte.

Rachel Moran racconta la sua vita partendo dalle difficilissime condizioni famigliari, fino ad arrivare alla prostituzione descrivendone le caratteristiche sue personali e generali.

Questo libro non è solo un resoconto freddo, anzi è accorato, carnale, emotivamente coinvolgente. Questo libro mostra, nel variare degli stili del racconto, nelle analisi sincere e dure verso di sé e gli altri, cioè i maschi, l’ORRORE.

Ogni maschio che legge, se vuole e dichiara a se stesso il proprio pensiero e l’orizzonte culturale in cui è immerso, non può che provare vergogna, e se è dotato di empatia, immedesimandosi nella protagonista e nelle prostitute in genere, non può che sentire la colpa, anche se non ha mai compiuto ciò che è descritto nel libro.

Questo libro è una occasione di sorellanza per tutte le donne e di ascolto della propria interiorità femminile riguardo gli uomini.

Non posto stralci di questo libro, come di solito evidenzio nei consigli di lettura, per rispetto all’eventuale lettrice o lettore, ma non per una forma traslata di censura. No: è un libro terribile. Bello, scritto sul proprio sangue e sulla propria carne. E sia chiaro non vi sono indugi ammiccanti su situazioni erotiche e scabrose. No. Anzi, quelle considerate tali, mostrano l’opposto: la mancanza di amore, di sesso vero, di empatia, di unione.

È un libro che mostra chi siamo e come era ed è oggi la nostra società: l’orrore quotidiano che urla la violenza subita da ogni donna e da ogni bambina nel mondo, nei diversi gradi di sofferenza, tutti simili nel crescere verso un dolore infinito.

È un libro che offre la possibilità di divenire più umani.

§CONSIGLI DI LETTURA: Embassytown

Un’avventura dei popoli e del linguaggio

In un futuro remoto, gli esseri umani si sono spinti ai confini dell’universo colonizzando il pianeta Arieka. Qui i rapporti tra gli uomini e il popolo degli Ariekei, custode di una lingua misteriosa. Avice Benner Cho non è in grado di parlare la lingua degli Ariekei, eppure in qualche modo ne rappresenta una parte: lei, come alcuni esseri umani, è utilizzata dagli indigeni come una “similitudine vivente”, necessaria alla formulazione di concetti altrimenti inesprimibili.

“[…] «le parole non possono considerarsi davvero dei referenti. Ecco la vera tragedia della lingua. Gli sforzi asintotici per ordinarle in una frase compiuta non sono niente a confronto.» […]”

La lingua degli Arekei è generata da due apparati di fonazione che producono rispettivamente l‘inciso e l’eco e per loro chi parla con una sola voce è automaticamente escluso dal computo delle creature dotate di intelligenza e in grado di esprimersi. È una lingua totalmente empirica, nel senso che qualsiasi oggetto o elemento di un loro discorso è visibile e afferrabile. Deve essere indicato. Tale caratteristica implica l’impossibilità di mentire, ovvero un insieme di dati non immediatamente verificabili. Ovviamente gli umani in quanto specie non possono essere calcolati come creature senzienti, fatta eccezione per gli «ambasciatori», cloni appositamente creati di due individui che parlavano all’unisono, ma in quanto unità simbiotiche.

“[…] Per gli umani, l’aggettivo rosso non comunica niente di per sé: a esprimere il colore è la combinazione dei fonemi che compongono la parola. Funziona così, sia che a dirlo sia io, Scile, uno Shur’asi o un programma irrazionale che non conosce il significato di ciò che articola in maniera meccanica. Questa regola non vale per gli Ariekei. Il loro linguaggio è costituito da un insieme di rumori organizzati, così come lo è anche la nostra lingua, ma per questi indigeni ogni parola funge da imbuto: per noi le parole significano qualcosa, mentre loro le ritengono un semplice mezzo attraverso il quale il suono dischiude al pensiero le porte per accedere al suo referente. «Se programmo il mio traduttore per pronunciare una parola in anglo-ubiq, tu sei in grado di capirla» disse. «Eppure, se faccio lo stesso con la Lingua degli Ariekei, l’unico a capirla sono io. Per loro è solo un suono privo di senso, perché, per significare qualcosa, deve essere prodotto da una mente pensante.»

 […]”

Significante e significato costituiscono una relazione univoca che impedisce di immaginare una serie di forme inesistenti di reale. Quando a comunicare con loro appare per la prima volta un ambasciatore proveniente da Bremen – il pianeta dal quale Embassytown dipende – e non dalla comunità umana su Arieka, il delicato equilibrio sul quale si fonda la convivenza tra umani e Ariekei si spezza.

“[…] Scollegate dai loro relativi significati, le falsità non erano altro che rumori prodotti dagli stessi mentitori, una testimonianza della pigrizia biologica: se fosse stato possibile descrivere soltanto la realtà, a cosa mai sarebbe servito saperla discernere dal suo opposto? Ogni cosa sarebbe stata davvero come da definizione? Nonostante un simile deficit adattivo (non erano predisposti a mentire), gli Ospiti riuscivano lo stesso a capire un enunciato falso. O ci credevano (credere era un dato di fatto privo di senso), oppure, quando la falsità era appariscente, la vivevano come qualcosa di impossibile e frastornante, un enunciato impensabile.

[…]”

“[…] «Vogliamo essere noi a decidere cosa ascoltare, come vivere, cosa dire, con chi parlare, come comportarci e a chi obbedire. Vogliamo che la nostra lingua torni a essere nostra.».

Erano infastiditi dalla loro dipendenza alla nuova droga e dalla loro incapacità a disobbedire. Di sicuro, non era l’unico gruppo segreto ad avvertire un simile fastidio, ma questo combaciava con ciò che desideravano da sempre: sforzarsi di mentire era direttamente collegato al desiderio di dare alla Lingua qualunque significato volessero. Quell’antico bisogno sembrò spingerli a odiare la loro nuova condizione e in maniera ancora più violenta di qualsiasi altro alieno cosciente.

[…]”

La lettura del libro non è banale: fino alla fine della terza parte, vi sono capitoli denominati «Ricordo recente» e «Ricordo datato», e poi seguono le sezioni. Intorno ad Embassytown esiste un universo denominato <Immer> (il sempre) e tale città dipende da Bremen, i cui rapporti non sono pacifici.

È un libro ambizioso che spinge a indossare nuovi occhiali nell’uso del linguaggio e della nozione stessa dei significati e dei soggetti parlanti, in particolare se tra di loro sono all’inizio in uno stato di oggettiva incomunicabilità.

“[…] gli Assurdi hanno imparato a esprimersi come noi. Gli Ariekei in questa stanza vogliono che gli insegniamo a mentire e questo significa pensare al mondo secondo una prospettiva diversa. Nessun referente, ma soltanto significanti. Lo ritenevo impossibile. Eppure, guarda.» Puntai il dito verso la creatura che voleva uccidermi. «Ecco cosa hanno fatto. Ogni volta che indicano, significano qualcosa. Seguendo una strada del genere lo scotto da pagare è davvero troppo alto, ma adesso sappiamo che questi alieni sono in grado di farlo. Insegnare loro tutto questo senza strappargli le ali equivale a insegnargli a mentire.»

[…]”

“[…] «Le similitudini sono una scappatoia. Una via d’uscita che parte da un referente e arriva a un significante. Solo questo. Eppure, sappiamo di poterli spingere a continuare, un passo alla volta, fino alla fine.» Io stessa mi chiarii le idee parlando. «Dobbiamo condurli dove il significato letterale diventa…» feci una pausa. «Qualcos’altro. Se noi similitudini funzioneremo al meglio, ci trasformeremo in qualcos’altro, poiché il miglior modo di cui disponiamo per rappresentare il vero passa attraverso la falsità.»

  Avrei voluto spiegargli che non era affatto un paradosso, né un controsenso. «Non voglio più essere una similitudine» esclamai. «Voglio diventare una metafora.»

[…]”

Questo libro è un tentativo ambizioso di utilizzare il “Bizzarro Finction” (che è estrema ed esagerata) con la scrittura “Fantasy”, mantenendo però una coerenza verosimigliante in termini di ambienti, tecnologie e logiche politiche. In più, pone nuove sfide nell’uso del linguaggio e anzi nel modo stesso di intenderlo.

 “[…] Le loro menti divennero improvvisamente simili a dei mercanti: come il denaro, le metafore avevano un valore incommensurabile. Adesso potevano diventare dei mitologi, studiosi di una realtà un tempo priva di mostri ma ora affollata di chimere; ogni metafora era un collegamento.

[…]”

“[…] Ballerina aveva ormai imparato che poteva esprimersi anche senza parole, l’Assurdo invece aveva appreso non solo di poter parlare, ma anche di ascoltare.

[…]”

E il lettore qui, ascolta leggendo.

§CONSIGLI DI LETTURA: L’uomo che guardava passare i treni

L’uomo che guardava passare i treni. Traduzione di Paola Zallio

L’homme qui regardait passer les trains  © 1938 GEORGES SIMENON LIMITED

© 1986 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. MILANO

È un libro che prefigura gli eventi futuri, offrendo un tono di drammatizzazione agli eventi quotidiani e ripetitivi. La noia quotidiana diventa il fulcro per lo straordinario.

“[…] E ormai il dado era tratto! Il tempo di fumare due o tre millimetri di sigaro, stirarsi, ascoltare l’accordo degli strumenti all’auditorium di Hilversum, e Kees fu preso nell’ingranaggio. Da quel momento ogni istante contava assai più di tutti quelli che lui aveva vissuti fino allora, ogni suo gesto assumeva la stessa importanza di quelli degli uomini di Stato, dei quali i giornali annotano le minime sfumature. […]”

“[…] «Cerchi di capire bene, se non è troppo ubriaco, quello che le dirò… Innanzitutto voglio che lei sappia che non sto tentando di comprarla… De Coster non compra nessuno, e se le ho confidato tante cose è perché la so incapace di andare a raccontarle… Chiaro? Adesso mi metto nei suoi panni… Di fatto lei non ha più un soldo e, conoscendo quelli dell’Immobiliare, si riprenderanno la casa alla prima scadenza inevasa… Sua moglie non glielo perdonerà… Tutti crederanno che lei sia stato mio complice… Sì, potrà anche trovare un altro posto, ma sarà comunque ridotto alla stessa situazione di suo cognato Merkemans… Ho mille fiorini in tasca… Se rimane qui non posso niente per lei… Non saranno cinquecento fiorini a cavarla d’impaccio… Ma se per caso prima di domani le riuscirà di capire… Tenga, vecchio mio!». […]”

“[…] «Ora, se non ha troppo sonno, può accompagnarmi fino al treno… Ho un biglietto di terza classe…». Era un vero treno della notte, sonnacchioso, sordido, abbandonato in fondo a un binario. Il capostazione, col berretto rosso, aspettava solo di aver dato il segnale per andare a letto. […]”

Rimasto solo, Kees fantastica sulle sue rivincite. Leggendo si avverte fisicamente il malessere e la vertigine per l’alcool e anche per lo svelamento della sua posticcia morale di quindici anni che cominciò a vacillare. I pensieri vorticarono assieme al senso dell’equilibrio nel letto. Il lettore è coinvolto in una tensione, in cui gli eventi vorticano continuamente in un ritmo serrato. Popinga Kees inizia a scrivere sul taccuino rosso come se fosse una partita a scacchi, e anche per mantenere la memoria della sua inconscia paura di rimanere nell’anonimato.

“[…] Tutto poteva permettersi! Poteva essere tutto ciò che desiderava ora che aveva rinunciato a essere a ogni costo, per tutti quanti, Kees Popinga, procuratore!

[…]”

Simenon usa molto bene i particolari. Il muro di calce, le luci accecanti nel garage segreto dove rubano le macchine. Il caffè bollente. L’uomo alto con la tuta. Si avverte la corporeità nelle descrizioni così apparentemente semplici, con un solo aggettivo. L’atmosfera cupa e fumosa del bar, della vita quotidiana, prefigura ciò che pensano i protagonisti. Il rimo della scrittura conferisce il movimento e determina una struttura narrativa, corposa, colorata, gonfia. Di sangue e carne, con tatto, sapori, odori.

“[…] Kees non aveva voglia di dormire. Andò ad affacciarsi alla finestra, o per meglio dire all’abbaino, e lasciò errare lo sguardo su un paesaggio straordinario: in lontananza prati ammantati di neve, poi rotaie, fabbricati, travi di ferro, ammassi confusi del materiale di una grande stazione, vagoni senza locomotiva che si muovevano piano piano, locomotive senza vagoni che segnavano rabbiose il passo, fischi, grida, e sparuti alberi sfuggiti al massacro, che disegnavano mesti il nero viluppo dei rami contro un cielo diaccio. […]”

“[…] Lui era più forte di tutti loro, incluso Louis, inclusa Jeanne Rozier… Tutta la banda era come prigioniera del garage, come maman lo era della casa, Claes della clientela e di Éléonore, Copenghem del circolo degli scacchi di cui ambiva la presidenza… Lui, Popinga, non era prigioniero di nulla, di nessuno, di nessuna idea, di niente di niente, e la prova…

[…]”

Il protagonista varia continuamente il suo agire in modo equivalente al gioco degli scacchi, nel girare gli alberghi, fumare i sigari e le pipe; portare una valigetta. Cambiare sempre. Metodicamente: evitare i metodi.

“[…] «Insomma, ho continuato a essere procuratore per abitudine, marito di mia moglie e padre dei miei figli per abitudine, perché non so chi ha deciso che così doveva essere e non altrimenti. «E se io, proprio io, avessi deciso altrimenti? «Lei non può immaginare fino a che punto, una volta presa questa decisione, tutto diventi semplice. Non occorre più occuparsi di quel che pensa il Tale o il Talaltro, di quel che è permesso o proibito, dignitoso o meno, corretto o scorretto.

[…]”

“[…] «Ma possibile che nessuno capisca come ’prima’ qualcosa in me non funzionava? ’Prima’ se avevo sete non osavo dirlo, né tanto meno entrare in un caffè. Se avevo fame, e mi offrivano qualcosa in casa di amici, per educazione mormoravo: «“No, grazie!”. «Se mi trovavo su un treno, mi facevo obbligo di fingere di leggere o di guardare il paesaggio, e non mi sfilavo i guanti anche se mi stringevano le dita, perché così prescrivono le buone maniere.

[…]”

“[…] «Dunque, non sono né pazzo né maniaco! Solo che a quarant’anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi, perché ho scoperto un po’ tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato.

[…]”

La stessa città di Parigi offre occasioni per la discesa all’inferno. L’attentato al suo io paranoico, nella determinazione sovrastimata dell’immagine di sé. Riceve colpo su colpo: la truffa alla sua intelligenza, l’indifferenza, e la costrizione alla normalità che odiava.

Si rende conto di non poter esprimere la follia, essendo costretto nel racconto: avverte il carcerario che si avviluppa attorno a ogni suo intento.

§CONSIGLI DI LETTURA: Destinazione stelle

Destinazione stelle o La tigre della notte (titolo originale The Stars My Destination o Tiger! Tiger!) è un romanzo di fantascienza del 1956 di Alfred Bester (New York, 18 dicembre 1913 – Doylestown, 30 settembre 1987), versione in italiano del 2014 – Oscar Mondadori, Milano, traduzione di Vittorio Curtoni.

Questo libro fu un successo editoriale e mantiene, ancora oggi, una freschezza di stile e di ritmo narrativo, nell’alternare idiomi gergali, neolinguismi, e schermaglie diplomatiche tra i protagonisti. Alfred Bester, uno scrittore di tutto rispetto nei romanzi e nei racconti, ha approfondito le nozioni di chimica e di astronomia, innestandole entro temi fantascientifici lungo il corso della narrazione.

Le vicende dei protagonisti sono usate nell’evocare il pericolo di disequilibrio per l’intero pianeta nel caso di una supremazia militare di un unico apparato di potere, e non a caso risaltano riferimenti velati alla “Guerra Fredda” di quegli anni.. Vi è anche una dialettica tra una posizione iper individualistica, nell’uso dello <<jaunto>>, il salto spaziale tra un luogo della terra e in un altro, che cerca di essere controllato dalle autorità per non generare la disgregazione dei legami sociali e affettivi tra le persone.

“[…] “Abbiamo stabilito che la capacità del teletrasporto è collegata coi corpi di Nissl, o Sostanza Tigroide delle cellule nervose. La presenza della Sostanza Tigroide è facilmente dimostrabile col metodo di Nissl, usando 3,75 gr di blu di metilene e 1,75 gr di sapone di Venezia disciolti in 1000 cc d’acqua. “Se la Sostanza Tigroide non appare, il jaunto è impossibile. Il teletrasporto è una Funzione Tigroide.” (Applausi). Chiunque era capace di jauntare, purché sviluppasse due facoltà: visualizzazione e concentrazione. Occorreva visualizzare, in maniera completa e precisa, il punto d’arrivo; e occorreva concentrare l’energia latente della mente in un unico flusso, per poter arrivare. Soprattutto, era necessario avere fede… la fede che Charles Fort Jaunte non ritrovò mai. Bisognava credere di poter jauntare. Il minimo dubbio avrebbe bloccato la spinta mentale necessaria per il teletrasporto.

 […]”

L’assenza di una collaborazione tra gli individui, comporta le attività di sciacallaggio e quindi la fame per tutti. Dall’altro lato, la sovra determinazione di ogni aspetto del vivere di ognuno, in base alla sua capacità di spostamento, innesta logiche di potere che oltrepassano i conflitti del pianeta terra, per arrivare a quelli dei satelliti esterni del sistema solare.

Quando tutto si vuole controllare, ecco che nel residuo di ciò che è considerato uno scarto, avviene l’anomalia.

“[…] Gully Foyle io son ognora e Terra è la mia nazione. Lo spazio profondo è mia dimora e la morte è la mia destinazione. Era Gulliver Foyle, meccanico di terza classe, trent’anni, ossatura robusta, fisico coriaceo… alla deriva nello spazio da centosettanta giorni. Era Gully Foyle, oliatore, ripulitore, manovale; troppo placido per i guai, troppo lento per il divertimento, troppo vuoto per l’amicizia, troppo pigro per l’amore. I tratti letargici del suo carattere spiccavano persino nei registri ufficiali della Marina mercantile:

FOYLE, GULLIVER – AS-128/127: 006 CULTURA: Nessuna CAPACITÀ: Nessuna MERITI: Nessuno RACCOMANDAZIONI: Nessuna (NOTE PERSONALI) Uomo dotato di forza fisica e di un potenziale intellettuale bloccato dalla mancanza di ambizioni. Minimo spreco di energie. Lo stereotipo dell’uomo comune. Forse uno shock inatteso potrebbe risvegliarlo, ma il reparto Psicologia non riesce a trovare la chiave d’accesso. Non raccomandato per ulteriori promozioni. Foyle è finito in un vicolo cieco. Era finito in un vicolo cieco. Si era accontentato di veleggiare da un momento all’altro dell’esistenza per trent’anni, come una creatura dalla pesante corazza, flaccido e indifferente… Gully Foyle, lo stereotipo dell’uomo comune; […]”

“[…] Così, in cinque secondi, Foyle nacque, visse, e morì. Dopo trent’anni di esistenza e sei mesi di torture, Gully Foyle, lo stereotipo dell’uomo comune, non esisteva più. La chiave girò nella serratura della sua anima e la porta si aprì. Ciò che emerse cancellò per sempre l’uomo comune. «Mi hai lasciato qui» disse Foyle, con un’ira che cresceva lentamente. «Mi hai lasciato a marcire come un cane. Mi hai lasciato a morire, Vorga… Vorga-T:1339. No. Me ne andrò di qui, io. Ti seguirò, Vorga. Ti troverò, Vorga. Te la farò pagare. Ti farò marcire. Ti ucciderò, Vorga. Ti stenderò secca.» L’acido dell’ira si diffuse nel suo corpo, divorando la pazienza bruta e l’indolenza che avevano fatto di Gully Foyle uno zero, dando il via a una reazione a catena che lo avrebbe trasformato in una macchina infernale. Adesso, Gully Foyle aveva una missione. «Vorga, ti stenderò secca.» […]” 

L’istinto di sopravvivenza e la volontà di vivere, quando si innestano consapevolmente nel proprio io, causano l’esigenza di una mutazione.

Il ritmo del libro è avvincente. I colpi di scena seguono un percorso logico coerente tra le vicende astro politiche e i viaggi interiori di ognuno.

“[…] «E più o meno non sai fare altro… il che significa che mi sarai inutile, al di là della forza bruta.» «Non dire fesserie, ehi» ribatté lui, rabbioso. «Non le sto dicendo, io. A cosa serve lo scalpello più robusto del mondo se non ha una punta affilata? Dobbiamo affilare il tuo cervello, Gully. Devo educarti, uomo, tutto qui.» Lui si arrese. Capì che Jisbella aveva ragione. Doveva prepararsi, migliorarsi, non solo per fuggire da lì, ma anche per sistemare la Vorga. Jisbella era figlia di un architetto e aveva ricevuto un’istruzione di prima qualità. La inoculò a Foyle, insaporendola con la cinica esperienza di cinque anni nel mondo della criminalità. Ogni tanto, lui si ribellava a quel lavoro duro, e scoppiavano litigi sussurrati, ma alla fine lui chiedeva scusa e ricominciava. […]”

“[…] «Hai detto che ti piacerebbe potermi portare in tasca, così potrei pungolarti quando perdi il controllo. Hai qualcosa di migliore, Gully, o di peggiore, povero amore mio. Hai la tua faccia.» «No!» disse lui. «No!» «Non potrai mai perdere il controllo, Gully. Non riuscirai mai a bere troppo, mangiare troppo, amare troppo, odiare troppo… Dovrai tenerti sempre in una morsa ferrea.» «No!» insistette lui, disperato. «Si può trovare un rimedio. Può farlo Baker, o qualcun altro. Non posso andarmene in giro con la paura di provare qualche emozione perché mi trasformerei in un mostro!» «Non credo possa esistere un rimedio, Gully.» […]

Le protagoniste femminili hanno la novità, rispetto a romanzi di fantascienza del periodo, di assumere il ruolo di trasformare le personalità dei protagonisti, con poteri autonomi rispetto ai maschi. Non assumono il ruolo di contorno, sebbene ogni tanto lo scrittore indulge in stereotipi “romantici”.

Donne e uomini perseguono la vendetta e il potere.

“[…] «E tu non scappi mai?» «Mai. Le fughe sono per gli storpi mentali. Per i nevrotici.» «I nevrotici. La parola preferita di chi si è rifatto una cultura. Tu sei così colto, vero? Così calmo. Così equilibrato. È tutta la vita che stai scappando.» «Io? Mai. È tutta la vita che caccio.» «Scappi. Hai mai sentito parlare della fuga d’attacco? Fuggire dalla realtà attaccandola, negandola, distruggendola? Ecco cosa hai fatto.» «Fuga d’attacco?» Foyle sussultò. «Vuoi dire che sono fuggito da qualcosa?» «È ovvio.» «Da cosa?» «Dalla realtà. Non puoi accettare la vita com’è. La rifiuti. La attacchi, cerchi di farla entrare a forza nei tuoi schemi. Attacchi e distruggi tutto ciò che ostacola il tuo folle schema mentale.» Robin alzò il viso solcato dalle lacrime. «Non lo sopporto più. Voglio che tu mi lasci libera.» […]”

“[…] Dagenham sorrise. «Sì. Per quanto possiamo difenderci dall’esterno, restiamo sempre fregati da qualcosa che viene dall’interno. Non ci si può difendere da un tradimento, e tutti noi ci tradiamo di continuo.» […]”

Ci si sente trasportati in questo libro, anche fisicamente nelle emozioni che avvertono i protagonisti, in particolare della vendetta. La frustrazione. La vendetta che non può mai essere compiuta, risarcita. Se la si vuole integralmente, essa deve consumare anche il vendicatore. Poiché l’assoluto soddisfacimento esige che il vendicatore sia tutto all’interno di tale atto di volizione, e che il destinatario che muove la vendetta, sia entro in essa, allora il processo di riequilibrio esige che la sua fine, cioè il suo scioglimento, annulli il ruolo e del vendicatore e del destinatario. E se è integrale, integralmente devono finire entrambi.

E vi sono passi in cui si arrivano anche a visioni poetiche.

“[…] Il colore, per lui, era dolore; caldo, freddo, pressione; sensazioni di altezze insopportabili e profondissimi abissi, di tremende accelerazioni e compressioni che schiacciavano il corpo: IL ROSSO LO ABBANDONÒ VELOCE. LA LUCE VERDE ATTACCÒ. L’INDACO ONDEGGIAVA CON NAUSEANTE VELOCITÀ, COME UN SERPENTE SCOSSO DAI BRIVIDI.

Per lui, il tatto era gusto: la sensazione del legno era acida e gessosa nella sua bocca, il metallo era sale, la pietra era agrodolce sotto le sue dita, e il vetro gli intorpidiva il palato come pasticcini troppo ricchi. L’odorato era il tatto: la pietra calda era velluto che gli carezzava le guance. Fumo e cenere erano una stoffa ruvida che gli grattava la pelle, quasi la stessa sensazione prodotta dalla tela bagnata. Il metallo fuso aveva l’odore di colpi che gli martellavano il cuore, e la ionizzazione scatenata dall’esplosione del PyrE aveva riempito l’aria di ozono, e l’ozono era acqua che scorreva fra le sue dita. Non era cieco, né sordo, né privo di sensazioni. Percepiva sensazioni, ma filtrate da un sistema nervoso stravolto e mandato in corto circuito dallo shock dell’esplosione. Soffriva di sinestesia, quel raro stato in cui la percezione riceve messaggi dal mondo esterno e li riferisce al cervello, però nel cervello le percezioni sensoriali vengono confuse tra loro. […]”

Di più non si può approfondire, almeno a questo livello, perché vi sono colpi di scena che mantengono alta la tensione nella lettura. È un libro che ha la capacità di trasformarci in adolescenti nudi verso le nostre sensazioni più forti, lasciate di solito nello sfondo del nostro intimo, che però sono sempre lì.. in attesa.

§consigli di lettura: Le finestre di fronte

LE FINESTRE DI FRONTE di Georges Simenon, 1985, Adelphi, Milano. Traduzione di Paola Zallio Messori

Il pericolo che incarna nel proprio corpo il virus della minaccia

Siamo a Batum, sul Mar Nero, nei primi anni di Stalin. Adil bey è il nuovo console turco. Comincia a guardarsi intorno. Entra nel suo ufficio, «sporco di quella sporcizia lugubre che si ritrova nelle caserme e in certi uffici pubblici». Dà un’occhiata fuori e vede due persone affacciate alla finestra di fronte. «Prendevano il fresco, nell’oscurità, in silenzio». Più tardi vedrà il punto rosso di una sigaretta nel buio di quella finestra. Adil bey avverte subito un invincibile disagio, in quella città desolante, dove tutto lo respinge, dove ogni significato è dubbio e sfuggente. E si sente preso in una rete: sguardi, mezze parole, contrattempi, scene intraviste. Capisce di essere un insetto condannato a contemplare la ragnatela che lo imprigiona. Continua a guardare le finestre di fronte, con maggiore curiosità di quella che mostrano gli altri a osservare lui. Spia le spie, e intanto anche il suo corpo sembra intaccato, una cupa rabbia si unisce alla paura

Ogni cittadino controlla l’altro. I russi controllano i georgiani, ognun di loro è sorvegliato dalla polizia segreta. L’uscita e l’entrata dalla città doveva essere certificata. Un documento per richiedere il servizio di una cameriera, di un idraulico, di una segretaria. Il console lavora traducendo le file della persona, in atti amministrativi che quasi mai vengono accolti dalle autorità sovietiche. Fogli che richiamano i fogli, dove le persone si trasformano in timbri e in firme.

Tutti hanno paura di essere infettati dall’accusa di cospirare contro il comunismo, contro i russi, contro l’Unione Sovietica. Lo stile di Simenon è diretto, immaginifico a partire però dalle sensazioni fisiche dei protagonisti. È un libro scritto nel 1933 e nel mondo non si conosceva appieno cosa stesse diventando con Stalin, l’Unione Sovietica. Georges Simenon ha una capacità visionaria eccezionale da configurare realisticamente ciò che negli anni a venire sarebbe diventata la prassi del controllo carcerario di ogni aspetto della società sovietica. Se si pensa che stiamo parlando di uno scrittore che riusciva a scrivere decine e decine di pagine in un giorno solo, si rimane meravigliati dalla sua capacità sovrannaturale, quasi, di narrare intrecci e dialoghi in parallelo, man mano che sviluppava in tempo reale la storia.

“[…] Per lui la città era qualcosa di vivo, una persona che si era rifiutata di accoglierlo, o meglio che lo aveva ignorato, lo aveva lasciato vagare per le strade, tutto solo, come un cane rognoso. La detestava, come si detesta una donna che si sia corteggiata invano. Si accaniva a scoprirne le tare. Era una passione triste, senza contropartite. […]”.

“[…] «Da tre settimane a Batum non si trovano patate. E intanto all’Hôtel Lenin, dove alloggiano gli alti funzionari, servono caviale fresco, champagne francese, kakliks». «È per gli stranieri». «Ma se non ne arrivano due in tutto l’anno!». «E da voi, i ministri non mangiano meglio degli acquaioli?». […]”

Le donne, e stiamo parlando del 1933, tutte cercano di sopravvivere, di ragionare, e di tessere strategie di alleanze, affari, e fughe. Si rimane sinceramente ammirati dal rispetto che Georges Simenon ha della donna, raffigurandola autonoma nelle sue deliberazioni in modo secco, non compiacente, ma reale allo stesso titolo che vale per gli uomini.

“[…] non fiatare! Ci si fa la propria tana. Ci si crea le proprie abitudini. Si arriva persino a non pensare più se non a sprazzi, in modo vago, come quando si sogna. […]”

“[…] Nella notte aveva sudato abbondantemente benché fosse poco coperto, una cosa che gli capitava sempre più spesso. Talvolta si chiedeva se avesse mai sudato in quel modo, tempo addietro. Frugava nei ricordi ma non rammentava di essersi qualche volta svegliato madido di sudore in lenzuola umidicce. Soprattutto non rammentava di essersi alzato più stanco della sera prima. Ebbene, ora succedeva tutti i giorni. Restava un bel po’ con lo sguardo fisso davanti a sé prima di sentirsi dentro la forza di vivere. Era imbruttito; aveva la bocca amara, di un amaro che non conosceva. […]”

Interessante rilevare la critica indiretta agli italiani, quando scrive che il console italiano e la consorte ritornano in patria per Natale, con l’imbarcazione di nome “Aventino”. In quell’anno la dittatura vista in modo ambivalente nel mondo era quella italiana. Ed è sottile la critica di Georges Simenon sugli italiani che avviano rivoluzioni finte, e che le vere rivolte sono rimandate con un ritiro diplomatico che sa di fuga. L’immagine di un popolo cerchiobottista, sempre incline al tradimento.

“[…] E poi c’era il mare, che non assomigliava affatto a un mare né a qualcos’altro. Era un grigiore sconfinato, un vuoto che esalava soffi umidi: non si formavano onde sulla riva, non si udiva lo sciabordio. Era piatto come uno stagno, costellato di migliaia di piccoli cerchi disegnati dalle gocce di pioggia, migliaia di migliaia, fino all’orizzonte, fino in Turchia e forse più lontano ancora. […]”

“[…] Era rimasto solo, Adil bey, nella città battuta dalla pioggia, popolata di gente rintanata dietro le finestre oscurate da cartoni al posto dei vetri. […]”

“[…] Ridevano ancora, dal capitano, quando Adil bey, tornato nella sua cabina, girò l’interruttore elettrico e meccanicamente guardò l’oblò, quasi a sincerarsi che non ci fossero più finestre di fronte. […]”

Un libro che offre all’inizio un virus che potrebbe aggredire ognuno dall’esterno dagli occhi del vicino, dalle strade malsicure, per le quali si è obbligati ad uscire, non avvertendo invece che il veleno sta dentro casa.

§CONSIGLI DI LETTURA: la cacciatrice di storie perdute

La storia del passato e le storie del presente nell’incontro tra madri e figlie

Titolo originale: The Storyteller’s Secret Copyright © 2018 by Sejal Badani All rights reserved. Traduzione dall’inglese di Valentina Legnani e Valentina Lombardi. Prima edizione ebook: giugno 2019 © 2019 Newton Compton editori s.r.l., Roma ISBN 978-88-227-3431-0

“[…] era solito raccontarmi mio padre da bambina, ogni volta che chiedevo perché non avessi fratelli o sorelle. «Non sarebbe stato carino nei confronti delle altre famiglie se avessimo chiesto di più dalla vita». Eppure, di rado mi è capitato di sentirmi una benedizione per mia madre. Al massimo riuscivo a essere una delusione per lei: lo vidi dal modo in cui le sue labbra si strinsero quando persi alla finale della gara di spelling in quinta elementare; dal modo in cui il suo viso sembrò irrigidirsi quando non riuscii a entrare nella squadra delle cheerleader; o dallo sguardo distante che ora vedo nei suoi occhi, mentre contempla la mia incapacità di dare alla luce un bambino. […]”

“[…] «La promessa è stato il prezzo che ho dovuto pagare per essere nata. È tutto ciò che hai bisogno di sapere». Con voce stanca, mi augura la buonanotte. […]”

Le storie di Jaya nata negli USA, da una coppia indiana e delle vicende della Nonna Amisha, raccontata da Ravi, vanno in parallelo, quando lei si recò in India, scappando letteralmente da tutto, dopo il terzo aborto spontaneo. E lì nella casa, i due tempi si incrociano: il suo di Jaya che, attraverso i racconti di Ravi, va alle fonti del passato, e l’altra di Amisha, che cerca di imparare l’inglese perché voleva scrivere. I due tempi vanno simultaneamente da quella casa: una in avanti nel tempo e una indietro, ridefinendo un nuovo presente.

“[…] Amisha alzò il capo e i loro sguardi si incrociarono. Negli occhi di lui, vide confusione e distacco. Senza dire una parola alla moglie, Deepak si riaddormentò alla tenue luce della luna. Amisha, invece, continuò a scrivere, trovando conforto nell’unico posto che conosceva, ossia le parole che sgorgavano dal suo cuore. […]”.

“[…] «Io sono un intoccabile». Ravi batté il terreno con un piede nudo e distolse lo sguardo per la vergogna. «È importante che voi lo sappiate». «E io sono una donna». Abituata a vivere una realtà perennemente in ombra, rivolse lo sguardo al sole. «Ora abbiamo stabilito i nostri ruoli». «Voi siete la figlia del proprietario del mulino», ribatté Ravi. «I miei genitori e i miei fratelli sono vagabondi come me. Mendicare è il nostro destino». […]”

Il sentiero di questo tempo è l’India tra le divinità, l’indipendenza, le riforme sociali ed economiche, in un cammino dove le donne e le caste cercano di scrollarsi i vestiti e le catene. Nel libro vi è una sovrabbondanza di monologhi interiori che hanno lo scopo di parlare degli assenti, quali i genitori di Jaya negli Stati Uniti, suo marito Patrick dal quale si è separata, ma ancora non divorziata e i fantasmi del passato raccontati da Ravi, che spiegano gli eventi del presente. Attraverso i racconti e il vivere di quei giorni Jaya si immerge nel cibo, nei ritmi, negli odori, nelle divinità presenti, concrete, dove l’immagine è soggetto a sé e non rimando del divino. Proprio perché il libro viaggia nel tempo, le azioni sono quasi raccontate in uno stile giornalistico. Ed infatti Jaya è una giornalista, scrive come la nonna Amisha, e comprende spinte sue interiori, conoscendo la storia dei suoi parenti lì in India.

Una storia mai raccontata dai suoi genitori.

“[…] Forse, la sua passione per la scrittura non era una sofferenza da tollerare, bensì un dono da amare e proteggere. Le sue storie erano l’unico passaporto che l’avrebbe condotta in luoghi in cui non era mai stata. Senza di loro, sarebbe rimasta intrappolata per sempre in quel villaggio. […]”

“[…] Amisha raddrizzò la schiena e tentò di raccogliere la sua forza limitata, eppure si sentiva piccola rispetto all’imponente donna inglese. «Insegnerò qui perché questo è ciò che mi è stato chiesto». Pensò alle sue storie e all’importanza che avevano per lei. «Per quanto riguarda ciò che insegnerò, non lo so ancora bene», ammise. Nell’affrontare quella donna, si sentì ancora più giovane dei suoi anni. «Chiederò agli studenti di mettere per iscritto quello che si annida nei loro giovani cuori. E se le storie li condurranno in terre lontane, li incoraggerò a intraprendere questo viaggio». Amisha concesse un sorriso a quella donna irremovibile. «Insegnerò loro, quando viaggeranno con le storie, a rispettare le persone che incontreranno e i loro valori. Non sta a noi giudicare gli usi e i costumi degli altri, ma possiamo sfruttare l’occasione per imparare». Ignorò il fatto che la donna la guardasse con gli occhi sbarrati, e concluse dicendo: «Perché quando tendi la mano in segno di rispetto, sarai a tua volta accolto con benevolenza». […]”

“[…] Gli studenti si sporsero in avanti, ansiosi di conoscere quel mistero. «“Prima che nasceste voi, non ero mai stata una mamma”, dissi loro. “Sto imparando a essere la vostra mamma come voi state imparando a essere i miei figli”». «Avete detto loro queste cose?», chiese un’altra studentessa. Emozionata dal modo in cui i bambini stavano interagendo con lei, Amisha annuì. «Sì, l’ho fatto. Erano sorpresi. Probabilmente, credevano che io fossi nata mamma». Sorrise alle loro risate. «Così abbiamo stretto un patto. Loro mi avrebbero aiutato a essere una mamma migliore e io li avrei aiutati a essere dei buoni figli». Amisha si alzò e cominciò a camminare tra le file di banchi. «Propongo a ciascuno di voi lo stesso patto. Non sono mai stata un’insegnante prima d’ora. Se voi mi aiuterete a diventare una brava insegnante, io farò del mio meglio per aiutarvi a diventare degli scrittori migliori». […]”.

“[…]  «Da dove vengono le storie?» «Dalle nostre menti», rispose uno studente. «Dalle varie storie che ascoltiamo», disse un altro. «Dai nostri sogni», esclamò una ragazza. […]”

“[…] Entusiasta per l’interesse dimostrato dagli allievi, Amisha disse: «Voglio che ciascuno di voi scriva della creazione di qualcosa che desiderate, della distruzione di qualcosa di cui non avete bisogno, e della protezione di ciò che è vitale. E dovete spiegare le sensazioni che il vostro cuore, la vostra anima e la vostra mente provano riguardo a ognuno di questi eventi». Amisha stava riordinando la classe quando entrò Stephen, lanciando uno sguardo alla lavagna. «La Terra?» […]”

Jaya comprende che gli Stati Uniti, lei stessa, l’India e sua nonna erano e sono in cammino verso nuove porte del sapere.

“[…] «Non sei d’accordo sulla perfezione della mia pronipote?», chiede Ravi. Urla a Misha di salutare i suoi amici. «Nella mitologia indiana, quando la luna copre il sole, le tenebre hanno il potere di coprire la tua vita». Lentamente, si fa strada attraverso la sala, in direzione dell’uscita. «Ma non è sempre necessario che il sole splenda per avere la luce. Nel buio, dobbiamo cercare le stelle. Anche la loro luminosità ha un potere». «Perché mi hai portata qui, Ravi?», domando. Mi rivolge un sorriso triste. «Mi hai detto che sei venuta in India per fuggire dal tuo dolore. Ho pensato a cosa ti avrebbe detto tua nonna se fosse stata qui». Abbassa la testa. «Non potrei mai pensare di parlare per lei, ma…». […]”

E colei che era venuta per cacciare e raccontare le storie, comprende di esserne parte integrante. Sebbene il finale del libro, ricalca uno stile quasi prevedibile nelle relazioni tra il marito e i genitori e con Ravi, tale senso di ordine, permette invece di immergersi totalmente nella consapevolezza della propria rinascita, dove non si caccia alcunché e la preda è inesistente, perché si è se stessi, testimoni del proprio vivere.

§CONSIGLI DI LETTURA: l’uomo che ricordava troppo

Umberto Rossi. L’uomo che ricordava troppo. Prima edizione dicembre 2015 ISBN 9788867759828 © 2015 Umberto Rossi Edizione ebook © 2015 Delos Digital srl Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano Versione: 1.0

“[…] Johann Hagenström ha un bel problema: la sua memoria ha perso parecchi pezzi del suo passato; in compenso, ogni tanto ricorda cose che non sono mai successe… che non possono essere successe. Johann vorrebbe tornare a una vita normale e al suo normale lavoro di traduttore: ma la strana sindrome mentale che lo affligge non glielo consente. La terapia dello psichiatra che lo ha in cura non sembra dare risultati; come se questo non bastasse, i suoi falsi ricordi lo portano frequentemente nel bel mezzo di una feroce guerra civile che lo atterrisce, o di un’Italia ridotta a un deserto. E nelle sue allucinazioni retroattive torna ossessivamente una figura enigmatica, un’affascinante donna di colore che pare conoscerlo molto bene… troppo bene. Quando poi Johann comincia a incontrare persone uscite dai ricordi di una vita che non ha vissuto, tutto intorno a lui comincia a disgregarsi; lui stesso comincia a dubitare di se stesso; e quella che emerge è una realtà minacciosa. E letale. Un romanzo finalista al Premio Urania, dove Philip K. Dick incontra Alfred Hitchcock. […]”.

Un libro avvincente che inizia in modo colloquiale, portando il lettore per mano nei luoghi della narrazione. Il modo informale e la sintassi apparentemente disordinata all’inizio, suggeriscono invece richiami e indizi per gli eventi che via via si snoderanno lungo il corso delle pagine. È un libro strutturato a più livelli, dove ogni nome, le vie, i richiami storici, alcunché non è posto a caso.

È un libro di atmosfere familiari in cui i tempi della nostra immaginazione si intersecano. Si annusano gli ambienti dei gialli, dei racconti di fantascienza dei decenni passati, ma questi sono aromi volatili, che, appena dileguati, annunciano qualcosa di altro. E lo si sente. Gli Odori e le suggestioni diventano elementi che compongono un ritmo nella narrazione. Un libro di incroci temporali tra le vite dei protagonisti e gli spazi, dove entrambe le direzioni prendono una vita autonoma intersecandosi a più riprese, fornendo squarci ulteriori dell’orizzonte degli eventi.

“[…] e l’eternità c’è entrata, si è impadronita di me, senza che lo volessi, senza che facessi nulla per entrare nel suo dominio, mi ha preso e non mi lascia più se solo riuscissi a ricordare quando e come ho lasciato quella saponetta nel lavandino; se solo riuscissi ad uscire dal tempo delle acque e delle rocce, che mi ha catturato; se riuscissi a tornare tra gli uomini, a ridiventare me stesso… ma non so come si fa eppure deve esserci un modo per ricordare… […]”

Suggestivo lo stile in cui il protagonista parla in prima persona circa gli eventi del passato, affermando di non ricordarli in modo compiuto. È una narrazione di memorie delle proprie dimenticanze.

“[…] tra Contro-passato prossimo di Morselli e un romanzetto di fantascienza di un certo Philip K. Dick, che neanche ho mai letto (con un titolo ridicolo: Slittamento temporale su Marte… possibile che abbia comprato una scemenza del genere?). Sta di fatto che l’ho dimenticato di nuovo.

[…]”

“[…]  Dico finalmente, perché se avessi continuato a distruggermi inseguendo un passato perduto o i fantasmi di una vita che non ho mai vissuto sarebbe finita che non sarei vissuto più. E questo non lo voglio. Devo dare un taglio netto a quel passato che mi ha portato a sprecare due anni nell’abulia più malsana. Devo pensare a vivere, qui e ora […]”.

“[…] Ho sempre sentito dire che in vecchiaia ti tornano ricordi perduti dell’infanzia con una grande intensità. Ma io non sono vecchio; e qui non è solo ricordare, è rivivere. Come se fossi andato in trance, come un sogno. Ma no, ma che sogno. I sogni sono cose incasinate e surreali, nei sogni guidi una macchina che ha come volante una frittata, cose del genere. Quel posto, quel capannone, era vero. Era tutto vero, troppo vero. Anche la paura che provavo. Anche la morte che aleggiava nell’aria. Io lì ci sono stato. […]”.

La visione del protagonista è caleidoscopica. Si ha la sensazione di camminare per le vie di Roma, assieme a lui, anzi dentro i suoi occhi, provando le sue sensazioni di fatica e di spaesamento. E tra questo uomo che ricorda diversi orizzonti temporali, si avverte la peculiarità della città di Roma, che è una città del tempo, come della morte. Una sovrapposizione continua di luoghi e linguaggi, tutti presenti, anche in modo conflittuale. In sequenza alcuni, in conflitto oppositivo altri.

L’oblio e la memoria più che un legame dialettico, sembra abbiano una rilevanza spaziale. Il tempo è scandito dalle azioni e dai mondi evocati dal protagonista. La memoria degli eventi del passato per noi lettori, e alcuni di essi nel futuro, rispetto al tempo della narrazione, oscillano come il parabrezza di una macchina. Emergono, anche, spicchi della memoria storica di noi italiani, dei lati oscuri del nostro passato recente nella guerra, nel fascismo, nel razzismo, nelle oscenità che stancamente attribuiamo ai popoli a noi vicini, per non fare i conti con noi stessi.

È un romanzo in cui, oltre alla trama che non rivelo, perché, oltre ad essere distopico, mantiene una tensione narrativa che lascia indizi per gli eventi a seguire, esprime il senso delle tante città e dei tempi che quel luogo eminente del ricordare, presente e concreto, è Roma. Poiché noi italiani ne siamo uno spicchio relativamente recente, questa moltiplicazione prospettica delle trame e delle vite, si estende nei territori circostanti, oltrepassando l’Italia e il continente.

Iniziamo a ricordare anche noi.

§CONSIGLI DI LETTURA: la danzatrice bambina

La danza del cuore che genera pelle e futuro

Flacco, Anthony. La danzatrice bambina (Bestseller Vol. 36) (Italian Edition) . EDIZIONI PIEMME, © 2006 – Edizioni Piemme Spa Titolo originale: Tiny Dancer © 2005 by Anthony Flacco with Dr. Peter and Rebecca Grossman – Traduzione di: Paola Conversano

La storia vera di una bambina tremendamente ustionata per un incidente domestico che è aggrappata alla vita, nonostante la devastazione del suo corpo, in un dolore infinito: come l’intera popolazione dell’Afghanistan. Il libro racconta lo spasmo di questa bambina aggrappata al dolore più forte della pelle arsa che tenta di cicatrizzarsi. Eppure vive come l’Afghanistan nel sangue e nel cuore. Il lettore leggendo, lo sente nello stomaco e nelle braccia.

“[…] Nell’amore per la musica e per la danza aveva trovato un rimedio per scacciare la noia e per proteggersi dalla tristezza.  Ma la sua vita di danze spensierate stava per finire. Secondo le leggi delle forze talebane, a partire dal suo decimo compleanno non avrebbe mai più potuto correre e giocare all’aperto con le altre bambine e men che mai avere un amico maschio. Lo sapeva e percepiva l’incedere del tempo. […]”.

“[…] La preoccupazione che Hasan mostrava per la sua piccola era in genere riservata ai figli maschi. Era prassi comune che i genitori abbandonassero una figlia morente nel deserto o, se il patriarca aveva un animo più generoso, mettessero fine alla sua vita in modo più rapido e indolore, sparandole un colpo alla testa per poi sotterrare il corpo in segno di rispetto. Dopo tutto, una figlia femmina non poteva far molto per proteggere i genitori anziani dall’indigenza, visto che al momento del matrimonio veniva portata via e rinchiusa dietro altre mura. […]”

“[…] La prima delle sorprendenti trasformazioni di Zubaida fu quasi immediata: appena l’incisione praticata lungo la linea della mascella venne completata, la testa automaticamente si piegò all’indietro, recuperando la normale posizione supina: subito buona parte della smorfia che le distorceva il viso scomparve. […]”

Dal fuoco di guerra che imprigiona la pelle, alla scissione del legame per donare il fuoco del sangue che libera.

“[…] Durante l’ora e mezza che seguì, vide riaffiorare dalla maschera mostruosa le sembianze di una bambina. Iniziò eseguendo due delle più complesse e impegnative operazioni: una per liberare la testa e il collo nel punto in cui si erano fusi con il petto e la seconda per liberare il braccio sinistro dal tessuto cicatriziale che lo inglobava al tronco. […]”.

Si è dentro il corpo di questa ragazza nel respiro traviato, nel dolore che consuma e urla nella pelle, nell’urlo che sgretola la gola, e impietrisce la bocca. Si sente la limitazione delle giunture, il blocco degli arti, la progressiva liberazione. La continua concertazione per la speranza della crescita del proprio corpo. L’angoscia e il dispiacere e la sensazione del carcere, dove il fuoco ha divorato parti di sé, e quindi ha rubato la possibilità di muoversi, di toccare, di sentire e proiettare il proprio spazio di azione. La lettura di ogni pagina è un impegno al quale non ci si può sottrarre, per non rimanere nello stato di prostrante agonia. Ogni pagina è una scalata faticosa e pesante, che permette comunque, ad ogni avanzamento, la liberazione di una zavorra.

“[…] Era fondamentale preparare la classe in modo adeguato. L’insegnante sapeva che i bambini di quell’età sono capaci tanto di crudeltà involontarie quanto di dolcezza e dedizione. Quest’ultimo sentimento solitamente si sviluppa quando qualcosa permette loro di entrare in empatia invece di giudicare. Ritornata in classe, la maestra cominciò subito a prepararli, informandoli che sarebbe arrivata entro pochi giorni una nuova compagna che si era iscritta in ritardo. Si trattava di una bambina proveniente da un paese chiamato Afghanistan, e che non era mai andata a scuola perché nel suo paese le bambine non potevano farlo. Cercò con gli occhi tutte le bambine e attese che l’informazione venisse assimilata. «Pensate se tutte le bambine della classe dovessero andare a casa subito, per non tornare mai più. Se non potessero più imparare nulla del mondo in cui vivono.» Poi passò all’argomento più delicato. «Questa ragazzina ha avuto un incidente terribile l’anno scorso. È stata vittima di un tremendo incendio che le ha causato ustioni gravissime. È riuscita a sopravvivere, ma le ustioni erano così profonde che è dovuta venire in America a farsi operare per un anno intero in modo da tornare a essere quella di prima.» La maestra chiese quanti di loro erano mai stati in ospedale e contò le poche mani alzate. «Questa ragazzina è stata negli ospedali di tutto il mondo, ma non è riuscita a ottenere l’aiuto di cui aveva bisogno finché non è arrivata qui. Ha dovuto subire tantissimi interventi già nei mesi scorsi, uno dopo l’altro. E dovrà essere operata di nuovo. Quindi, quando arriverà, vedrete una ragazzina ancora piena di cicatrici, anche se adesso sta meglio: sarà assente ogni tanto per andare in ospedale e sottoporsi ad altri interventi.» Chiese ai suoi allievi di immaginare di essere lontani, molto lontani da tutti quelli che conoscevano, senza famiglia o amici. Vide un paio di volti impallidire al pensiero. «Quello che dobbiamo fare non è solo aiutarla a imparare. Dobbiamo essere la sua famiglia, i suoi amici, perché questo sarebbe ciò che vorremmo che altri facessero per noi.» Il concetto fece breccia: ne vide l’impatto su tutti quei piccoli volti. […]”

I bambini la aiutano: curano le sue cicatrici interiori e la accolgono.

 “[…] Nonostante l’estremismo fondamentalista fosse stato imposto nel nome dell’Islam, nella pratica era antitetico ai suoi insegnamenti. Fin dal quattordicesimo secolo, l’Islam aveva dichiarato l’uguaglianza delle donne su tutti i fronti, all’interno della famiglia e nella società. Il Corano dice espressamente che le donne possono andare a comprare e a vendere al mercato proprio come gli uomini, e che devono godere della protezione della società nel suo insieme di fronte alla diffusione di pregiudizi nei loro confronti.

Gli uomini trarranno beneficio da ciò che guadagneranno, e le donne trarranno beneficio da ciò che guadagneranno. (Corano, 4,32) […]”

“[…]  Di lì a poco le capitò di sentire Peter e Rebecca che parlavano di quanto la nuova medicina la stesse aiutando. Riuscì a capire che entrambi ritenevano che fosse più contenta e tranquilla e pensavano fosse dovuto ai dottori, alla medicina e a tutto il parlare del terapeuta. Zubaida la pensava diversamente. Stava meglio perché la musica era ritornata, continuava a risuonare dentro di lei e le ricordava che lei era lei. Stava meglio perché finalmente le ferite erano abbastanza guarite da permetterle di muoversi, senza esagerare, al ritmo della musica. Già soltanto per questo era valsa la pena di vivere tutti quegli eventi incredibili del suo penoso viaggio. Nonostante tutte le incertezze, sapeva che finché avesse avuto la sua musica, avrebbe potuto essere la Zubaida che conosceva. Sia che le circostanze fossero familiari o assolutamente estranee, avrebbe saputo essere forte quando era necessario. Avrebbe potuto sostenere ogni genere di prova rimanendo tranquilla, perché la musica e la danza erano un’arma potente contro la disperazione. Forse, in futuro, quest’arma l’avrebbe protetta dalla tremenda depressione che così spesso attanagliava sua madre, che non sapeva danzare. Zubaida sapeva che senza musica non avrebbe potuto essere di aiuto agli altri perché sarebbe stata così di cattivo umore che nessuno l’avrebbe voluta attorno. […]”.

La danza e la musica sono la cura dove Zubaida ritorna in se stessa. Peter finisce di essere un chirurgo e diventa un padre: cambia pelle anche lui. Non vede più una paziente, ma una bambina, una eventuale figlia, e così per Rebecca, la donna che non può avere i figli, prova a essere una madre.

Negli ultimi capitoli l’autore racconta dal passato eventi che verranno dopo, dando la sensazione di giustificare in toto l’operato degli americani. E i dialoghi si riducono.  Nonostante tutto alla fine, la speranza rifiorisce nel sorriso pieno della bimba che danza.

§CONSIGLI DI LETTURA: la bambina che scriveva sulla sabbia

Le bambine: la sorgente creativa della comunità nel disporre l’orizzonte del futuro

La bambina che scriveva sulla sabbia di Greg Mortenson – © 2009 RCS Libri S.p.A., Milano Prefazione © Khaled Hosseini, 2009Titolo originale dell’opera: STONES INTO SCHOOLS

Semplicemente: è un libro in cui vale la pena tuffarsi, per percorrere la speranza dentro l’inferno più cupo.

“[…] Un giorno del 1993, in un villaggio tra Pakistan e Afghanistan, Greg Mortenson ha visto una ragazzina che, seduta in terra, imparava a scrivere usando un rametto come penna e la sabbia come quaderno. Promise, a se stesso e alla piccola studentessa, che le avrebbe costruito una scuola vera, con banchi, lavagne, matite. Oggi, dopo che di scuole ne ha costruite oltre cento e ha raccontato la sua storia nel best seller mondiale Tre Tazze di Tè, Mortenson torna a scrivere di quei due Paesi e dei loro bambini, della violenza che sembra condannarli e della speranza che può regalare loro un futuro diverso. Una testimonianza entusiasmante e commovente, la sfida di un eroe disarmato, convinto che l’ingiustizia e la povertà si possono combattere senza bombe, sui banchi di scuola. […]”

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“[…] La filosofia di Greg Mortenson è semplice. Si basa sulla sincera convinzione che la vittoria nel conflitto in Afghanistan non arriverà grazie ai fucili o agli attacchi aerei, ma grazie a libri, quaderni e matite: gli strumenti del benessere socio-economico. Privare i bambini afghani dell’istruzione, afferma Mortenson, equivale a compromettere per sempre il futuro del Paese e a spegnere sul nascere la minima prospettiva di maggiore prosperità e benessere. […]”

“[…] Mortenson ripete sempre questo mantra: «Istruire un ragazzo significa istruire un individuo; istruire una ragazza, invece, significa istruire una comunità». […]”.

Lo stile del libro è asciutto, simile a una cronaca giornalistica, anche perché narra di fatti veramente accaduti, esposti in modo chiaro e rilevanti immediatamente per la prosecuzione degli eventi scritti al presente.

L’obiettivo primario delle ragazze diplomate è quello di diventare infermiere e ostetriche, per salvare le donne dal parto e garantire un anno di vita almeno ai nati. L’autore si accorse immediatamente che una maggiore alfabetizzazione per le donne, corrisponde all’aumento di reddito, a sposarsi di poco più tardi, ad avere meno aborti e meno morti per parto, e meno figli, nel senso di avere un numero accettabile che garantisca la comunità e non un aumento esponenziale della popolazione e quindi della povertà.

“[…] All’epoca, trovai questo imprevisto e i conseguenti rinvii esasperanti. Soltanto anni dopo cominciai a comprendere l’immenso valore simbolico del fatto che prima di costruire la scuola fosse assolutamente necessario realizzare un ponte. La scuola, naturalmente, avrebbe ospitato tutte le speranze risvegliate dalla promessa di istruzione, ma il ponte incarnava qualcosa di più elementare: le relazioni che nel corso del tempo avrebbero sostenuto quelle stesse speranze e senza le quali qualsiasi promessa sarebbe equivalsa a una manciata di parole vuote. Terminammo la scuola di Korphe nel dicembre del 1996. Da allora, ogni altro edificio scolastico che abbiamo realizzato è stato preceduto da un ponte. Non necessariamente da una struttura fisica, ma da un arco di legami affettivi accumulati in molti anni e rinsaldati con molte tazze di tè bevute insieme. […]”.

Occorreva la costruzione dei ponti e la volontà di intessere rapporti con gli abitanti, rispettando le culture, entrare in punta di piedi, bere il tè, per costruire le case in zone impossibile le più sperdute. E sono gli uomini: i contrabbandieri, i mercenari, i truffatori che capiscono l’importanza di tutto ciò per i figli e per le figlie; addirittura dagli anziani che rigettano le idee dei talebani. Le donne devono studiare per sopravvivere, e non crepare di parto

“[…] Ma ciò che contava ancora di più, credo, era il fatto che in ogni comunità parlavamo e ci confrontavamo con gli anziani e i genitori per capire di che cosa secondo loro avessero bisogno. In un certo qual modo, anche se eravamo arrivati in quella valle così provata per costruire scuole e promuovere l’istruzione, invitavamo le persone del posto a diventare i nostri insegnanti. Così, Sarfraz e io finimmo con l’apprendere nuovamente la lezione che mi era stata impartita, tanti anni fa, da Haji Ali, il nurmadhar dalla barba d’argento del villaggio di Korphe. Quando trascorri il tempo ad ascoltare effettivamente, con umiltà, ciò che la gente ha da dire, è sorprendente quanto c’è da imparare. Specialmente se capita che le persone che stanno parlando sono bambini.

[…]”

“[…] La descrizione che Farzana fece di quanto era accaduto quella mattina fu molto vivida ed eccezionalmente ricca di dettagli; non solo la lucida precisione delle sue parole, ma anche il modo in cui i suoi pensieri e le sue emozioni sembravano attraversarle il volto mentre parlava mi portarono a chiedermi se quella ragazza avrebbe potuto spiegarmi perché ora i ragazzi sopravvissuti faticavano a frequentare regolarmente le lezioni. Le posi la domanda. «Perché nelle tende non ci sono banchi» disse con molta disinvoltura. Interessante, ma anche strano. In questa parte del mondo, molte case non hanno le sedie e le persone stanno più comode sedute per terra. In molte delle nostre scuole in tutto il Pakistan e l’Afghanistan, non è insolito che un’intera classe sia seduta per terra con le gambe incrociate mentre l’insegnante resta in piedi. La mancanza di banchi mi parve una strana ragione per non andare a scuola. «Come mai i banchi sono così importanti?» chiesi. «Perché i bambini si sentono più sicuri» mi spiegò poi, con i banchi, le tende somigliano di più a una vera scuola.» Questo sembrava più plausibile, e annuii, ma non aveva ancora terminato. «Ma anche se le lezioni fossero tenute all’esterno, dovrebbero esserci lo stesso i banchi» aggiunse. «Solo allora i bambini verranno a scuola.» Mi parve alquanto misterioso, ma c’era qualcosa nella schiettezza di Farzana che mi spinse ad avere fiducia in lei. Così, il giorno successivo, Sarfraz e io cominciammo a rovistare in un cumulo di macerie in quel che rimaneva della scuola femminile e scovammo i pezzi sparsi di varie decine di banchi. Quel pomeriggio chiamammo a raccolta alcuni uomini e li pagammo perché cominciassero a rimetterli a nuovo. La notizia di questa attività si diffuse rapidamente e, nell’arco di un’ora o due dalla sistemazione dei banchi nella tenda, decine di bambini erano in fila per entrare nelle classi. Farzana aveva capito che, nelle menti dei bambini, i banchi rappresentavano una prova concreta che almeno entro i confini delle loro aule erano tornati ordine, stabilità […]”

I banchi come spazio intimo luogo di sé assieme a tutti i compagni.

“[…] Il capo degli uomini armati, un tipo con sopracciglia nere e una barba perfettamente curata che iniziava a ingrigirsi, era Wohid Khan, il capo della Border Security Force (BSF) del Badakshan, ovvero colui che ci aveva dato ospitalità in casa sua e ci aveva offerto la cena durante la notte dei disordini di Baharak nell’autunno del 2005, quando incontrai per la prima volta Abdul Rashid Khan e firmai il contratto per la scuola dei chirghisi a Bozai Gumbaz. Ormai quarantaduenne, Wohid Khan aveva iniziato a combattere i sovietici alla giovane età di 13 anni, e, come molti altri ex mujaheddin la cui educazione era stata interrotta dalla guerra, teneva in gran conto l’istruzione e la vedeva come la chiave per riparare ai danni di circa tre decenni di combattimenti. Era appassionato di letteratura femminile e della costruzione di scuole per ragazze, e insieme al suo amico mujaheddin commandhan Sadhar Khan, era diventato uno dei nostri alleati più importanti nel Wakhan. […”.

E anche loro come i soldati americani che combatterono in Afghanistan e in Iraq aiutarono Greg  per la costruzione delle scuole, per dare loro le licenze, chiarire chi fossero le varie etnie nei luoghi più disparati e a quali anziani rivolgersi per intavolare le riunioni (le Jirga bevendo le tazze di tè per convincerli a costruire le scuole e principalmente le scuole per le ragazze e le bambine). È impressionante rilevare nel libro come gli uomini più duri, i combattenti che hanno visto i morti, subire le bombe, versare sangue per anni e decenni, e a loro volta feriti, e che impararono a combattere con qualsiasi arma, alla fine la loro aspirazione e richiesta più PROFONDA FU QUELLA DI COSTRUIRE LE SCUOLE, IN PRIMO LUOGO PER LE BAMBINE). Al culmine della guerra, e delle atrocità che vissero sia i soldati americani, sia i Mujaheddin, sia i talebani che fuggirono dal Mullah Omar, sia i famigerati e temibili combattenti Kirghisi, tutti volevano la stessa cosa: Le scuole.